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LETTERATURA: Il processo

8 settembre 2008

 di Fabio Fracas 

[Fabio Fracas è autore, editor e sceneggiatore. Oltre a racconti, libri e poesie scrive per il cinema, per il teatro e per i fumetti. Suoi brani e suoi lavori sono stati rappresentati in vari festival e da diverse compagnie. Ha ricevuto una serie di riconoscimenti letterari e nel 2004, assieme alla poetessa Federica Castellini, ha fondato MacAdam – MacAdemia di Scritture e Letture.] 

[Il racconto “Il processo” è stato scelto nel 2003 dal sito “Educare.it – l’educazione on line” per essere pubblicato in quanto esprimeva “lo sforzo di crescere e di trovare il proprio senso nel mondo”.]

Si appoggia alla sbarra della porta blindata. Non ha un nome. Anzi, si; ma è stanco di dirlo. Di sentirsi chiamare con un suono o un grugnito. Di dire: mi chiamo… e non finire la frase perché l’altro è già andato, sparito, senza starlo a ascoltare. Mi chiamo… ci pensa… non lo sa neanche lui. Quanti nomi ha già avuto? Quanti altri ne avrà? Forse uno. Se finisce il processo. 

Mi chiamo. Ricordi lontani di un sole più caldo, di un cielo più terso, di un nome innalzato come un alto stendardo. Inciso, scolpito, ai lati del volto come un solco del suolo scavato dal vento. Di spazi infiniti. Di spazi ora angusti in cui non sa stare, parlare, spiegarsi. Di vie di città stupende ma chiuse; chiuse come la gente che non vuole il suo nome ma gliene da un altro: un epiteto, un ghigno – non tutti però, qualcuno un sorriso – mentre passano accanto e camminano svelti e non sentono il suono che esce dalla sua bocca che assomiglia a un saluto ma che invece è un richiamo. Un farsi notare per non scomparire, nascosto, ingoiato da un anonimo nome che nessuno gli ha dato. 

La fronte è imperlata come resti di ghiaia stretti dentro l’asfalto: ha paura. Paura del mondo ormai noto, chiuso dietro la porta e di quello, ora ignoto, spalancato davanti. Ma ancora non suo. Quelle stanze, quei muri che non gli appartengono, che gli sono estranei come i volti meschini che non vuole guardare ma che sente vicini: ingombranti presenze per il proprio futuro. E quel peso, che ha sulla coscienza e che preme nascosto, chiuso nella sua tasca. Quel peso, da cui era scappato con la rabbia nel cuore e la morte negli occhi che imploravano vita. 

La vita, non sua, ma della sua gente. Di tutto il suo popolo, scappato con lui, dagli orrori di un mondo perfetto, di un mondo basato sul finto rispetto che nasconde altri orrori che appartengono al mondo da sempre e da sempre evitiamo o fingiamo di farlo; oppure lasciamo che affrontino gli altri per pura pigrizia o paura. Paura di perdere il mondo perfetto nel quale viviamo che non è solo nostro e neanche perfetto ma, in fondo è anche l’unico. Che stiamo perdendo. Gli orrori che noi tutti sappiamo. 

Scappato, trama di un vecchio film, per rifarsi una vita, quasi come in un film, per ricominciare e tornare qualcuno, proprio come nei film, che esige rispetto e si sente arrivato. Ma, in realtà, è solo un film. Già visto e rivisto, ormai senza storia, che continua a passare solo per ingannare chi ancora ci crede. Chi ancora continua incurante a sognare perché è l’unica cosa che gli resta da fare. 

Scappato, animale braccato, sedotto, ingannato da un miraggio lontano portato dal mare. Quel mare impetuoso che ha dovuto affrontare su barche o gommoni o navi fantasma che sfuggono ai radar quel tanto che basta per poi ritornare, per un ultimo giro. Quel mare che chiede, che esige un tributo, e che spesso è beffardo e sancisce un confine che puoi attraversare una volta soltanto. 

Cammina lungo il corridoio. Non solleva la testa: ciò che cerca è distante, nell’ultima stanza. Le voci, il brusio, il tanfo opprimente che gli cresce accanto e gli pesa di più ogni passo che compie, ogni passo che segna la strada del poi; di quello che è stato e che mai più sarà. 

Se finisce il processo.

 


Letto 1081 volte.


2 Comments

  1. Pingback by Fontan Blog » LETTERATURA: Il processo - Il blog degli studenti. — 8 settembre 2008 @ 08:15

    […] sconosciuto: […]

  2. Comment by Gian Gabriele Benedetti — 8 settembre 2008 @ 21:55

    Mi ha piacevolmente attratto un neologismo coniato da Fabio Fracas e “usato” in una sua risposta ad un mio modesto commento ad un ottimo lavoro dello stesso. Fabio Fracas definiva il suo tentativo di scrittura “prosopoesia”. Vi ho trovato in questo termine non pochi punti di validità e direi anche di verità, in quanto, a mio avviso, in moltissimi casi è sottile e a volte nulla la differenza tra prosa e poesia.
    È vero che gli antichi Latini distinguevano la “proversa oratio” (discorso che va avanti, formando un continuo orale o una linea retta sulla carta) dal “versus” (quel segmento di testo al fine del quale “si va a capo”, si “gira” – “versus” deriva da vertĕre=girare -, obbedendo a certe regole). Ed è altrettanto vero che in Letteratura è sempre stata pressoché netta questa distinzione. Ma è pur vero che non di rado vi è più poesia in certa prosa che nella poesia stessa. Manzoni, ad es., è più poeta nei “Promessi Sposi” che non in diverse delle sue poesie.
    Per questo apprezzo il tentativo di Fabio Fracas di offrirci la sua “prosopoesia”, per dare un ritmo soave, più accattivante, più “chiomato” ai suoi scritti e per creare un soffio tonico di liricità che maggiormente illumina l’animo.
    Ciò ritengo sia riuscito a fare anche in questa breve, ma intensa, incisiva, umanizzata prosa
    Gian Gabriele Benedetti

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