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Giannelli. La sua vignetta vale più di un editoriale

23 giugno 2013

La vignetta di Giannelli
(dal “Corriere della Sera”, 23 giugno 2013)

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Quando Renzi vincerà, il gran ballo comincerà
di Eugenio Scalfari
(da “la Repubblica”, 23 giugno 2013)

CI SAREBBERO oggi molti temi da passare al vaglio; riguardano i mercati, la liquidità, l’accoppiata Iva-Imu, il lavoro, la corruzione. Ma il numero uno dal quale partire riguarda una persona ed un nome. Strano a dirsi: non è Berlusconi, è Matteo Renzi, sindaco di Firenze e probabile candidato alla segreteria del Pd e alla leadership di quel partito. Scioglierà la riserva il primo luglio prossimo ma dall’aria che tira la sua decisione sembra affermativa. E se dirà sì, vincerà perché non ha veri avversari capaci di sbarrargli la strada.

Renzi propone un partito con “vocazione maggioritaria”. Queste due parole significano un partito che combatta da solo per un riformismo radicale con forti venature di liberismo, ma attento anche a non perdere voti a sinistra; sensibile quindi ai temi del lavoro, ad un nuovo “welfare”, a incentivi alle imprese, alla diminuzione del cuneo fiscale, ad un ribasso dell’Irpef, al taglio di ogni finanziamento pubblico ai partiti.

Cercherà di recuperare voti dal grillismo in decadenza e dagli elettori che hanno abbandonato Berlusconi rifugiandosi nell’astensione ma che non voterebbero mai un partito con connotati socialdemocratici. E infine un partito che non metta le dita negli occhi a Berlusconi (Renzi ha dichiarato che voterà contro la sua ineleggibilità perché vuole sconfiggerlo politicamente e non per via giudiziaria).

Una legge elettorale con premio a chi prenda consensi almeno del 40 per cento dei votanti. Questa è la “vocazione maggioritaria”.

La definizione non l’ha inventata Renzi, la coniò e ne fece la sua bandiera nelle elezioni del 2008 Walter Veltroni. Incassò il 34 per cento dei voti e fu giudicata dall’allora nomenclatura di quel partito (nato pochi mesi prima) una sconfitta, mentre a guardar bene le cose era una vittoria avendo raggiunto la cifra massima che il Pci di Berlinguer aveva toccato a metà degli anni Settanta.

Veltroni, in pura teoria, dovrebbe dunque essere lui il candidato che incarni la vocazione maggioritaria ma Рvedi caso Рsi ̬ autorottamato sotto la spinta di Matteo e quindi ̬ fuori concorso.

Dunque Renzi. Tutto bene? Tutti contenti? Parrebbe di sì, con qualche eccezione, ma non stiamo a cincischiare e ad asciugare gli scogli, Renzi vincerà e Berlusconi con i processi e le sentenze se la vedrà per conto proprio. Se decidesse di andarsene in pensione ad Antigua o in qualche altro sito ameno, Matteo gli farà certamente un regalino, un dolcetto, un ricamo, insomma una gentilezza.

Ma Letta e il suo governo? Questo è il punto. Non pensate male: Matteo ha stima di Letta. Lo lascerà lavorare fino a quando avrà realizzato lo scopo per il quale il governo è stato nominato ed è sostenuto dalla strana maggioranza che conosciamo.

Lo scopo, ecco il punto. Su questo Matteo ha idee chiarissime: deve fare quelle tre o quattro cose che la gente si aspetta in tempi di vacche magre: un po’ più di lavoro ai giovani, un po’ di soldi agli esodati, un po’ di cantieri per opere pubbliche locali, l’abolizione del patto di stabilità per i Comuni virtuosi, Senato federale senza poteri di fiducia. E poi a casa. Quando? Mica subito. Diciamo che le elezioni si faranno a primavera del 2014. Letta può lavorare tranquillo fino a Natale prossimo, poi a marzo campagna elettorale e Renzi premier nel prossimo maggio. Questo è quanto.

C’è un punto però: dal prossimo primo luglio, cioè tra una settimana, quando Renzi scioglierà la riserva, tutti gli interessati in Italia e in Europa (e anche in America) sapranno quello che accadrà poi. E comincerà il ballo: sullo “spread”, sui tassi di interesse, sulla speculazione contro il nostro debito sovrano, sull’evasione fiscale, sul rigorismo tedesco e via enumerando. Un ballo che durerà almeno un anno, per cui quelle “tre o quattro cose” che Letta dovrebbe fare entro il prossimo marzo finiranno nel pallone. Il fatto che il congresso riguardi soltanto la carica di segretario del partito non cambia le cose perché se Renzi lo diventerà avrà la guida di una gamba del tavolo parlamentare, e che gamba!

Dunque niente Renzi? A me era antipatico, poi a Firenze, nel corso della nostra “Repubblica delle Idee” l’ho conosciuto e mi è parso simpatico; ma le cose stanno esattamente come ho fin qui esposto. Se si presenta vince, se vince comincia il ballo (al quale anche Berlusconi parteciperà). Allora gli scogli bisognerà asciugarli e francamente non vedo nessuno che ci possa riuscire.
***
Ma i mercati – mi si obietterà – sono agitati anche adesso, da qualche giorno le Borse perdono colpi in Europa, ma anche a Tokyo e anche a New York; lo “spread” italiano (e quello spagnolo) hanno perso terreno, il nostro veleggiava verso i 240 punti e adesso è di poco sotto ai 300; il dollaro è debole rispetto all’euro, la Fed fa intravedere che tra sei mesi potrebbe cessare l’acquisto di titoli di Stato e aumentare il tasso di sconto. Draghi dal canto suo è alle prese con i falchi della Bundesbank, dietro ai quali, secondo i sondaggi, c’è il 48 per cento degli elettori che vorrebbe l’uscita della Germania dall’euro.

Ebbene sì, i mercati sono allarmati per tutti questi “rumors” ai quali bisogna aggiungere anche la crisi di governo in Grecia, ipotesi tutt’altro che incoraggiante. Ma sono cosucce, pinzellacchere come avrebbe detto Totò. Ci fanno misurare che cosa accadrebbe quando il gran ballo ripartisse avendo l’Italia come epicentro.
Intanto noi dobbiamo risolvere, entro la settimana che comincia domani, il problema del rinvio dell’Iva per almeno sei mesi, che porta con sé l’abolizione dell’Imu (il problema del rimborso è di fatto archiviato). Per fare queste operazioni ci vogliono, secondo una stima attendibile, otto miliardi che non ci sono. Letta e Alfano hanno deciso di attendere Saccomanni il quale venerdì aveva incassato l’uscita formale dell’Italia dalla procedura di infrazione per eccesso di deficit. Gli effetti concreti di quell’uscita – che valgono una disponibilità di risorse per mezzo punto di Pil, pari a una decina di miliardi – si produrranno a gennaio 2014, ma il tema dell’Iva è invece immediato ed è richiesto con forza dal Pdl, dal Pd, dai commercianti e dagli industriali. Scrivendone domenica scorsa dissi che Saccomanni avrebbe trovato la soluzione. La conosceremo domani o al massimo martedì, ma mi sento di confermare quanto scrissi la settimana scorsa: il ministro del Tesoro, d’intesa con Letta, proporrà il solo rinvio dell’Iva e delle rate Imu all’autunno (ottobre-novembre). Per l’Imu l’imposta sarà abolita e sostituita con un’imposta sugli immobili quale esiste in tutti i paesi dell’Occidente, nel quadro d’una riforma generale del fisco. Per l’Iva si manovreranno le aliquote per scelte merceologiche secondo criteri di equità. Nel frattempo, entro le prossime quarantott’ore, ci vogliono dai 3 ai 4 miliardi per rinviare l’Iva di sei mesi e indennizzare i Comuni per il rinvio dell’Imu. Non avendo “tesoretti” da mettere sul tavolo, ci vorranno nuove imposte o tagli equivalenti. Una soluzione sarebbe di colpire le rendite, un’altra di alienare o cartolarizzare beni pubblici di facile spendibilità: sarebbe un taglio “una tantum” ma anche il rinvio Iva è un “una tantum”.

Credo che sarà questa la strada. Si tratta di una scelta di forza maggiore e anche Alfano – dopo aver schiarito l’ugola con qualche colpo di tosse – dovrà rassegnarsi e digerire il rospetto. È molto piccolo rispetto a quanto può arrivare.
***
Aggiungo, per chiuderla qui, che se le politiche economiche hanno un senso, all’eventualità di una politica meno espansiva della Federal di Bernanke (o del suo successore) la Bce dovrebbe agire in senso opposto. Se Bernanke chiude il rubinetto perché spera che l’America stia superando la crisi, Draghi deve mantenerlo aperto affinché i mercati non sentano la stretta. E se il cambio euro-dollaro vedesse un indebolimento controllato della moneta europea, per esempio attorno a 1.20 dollari per un euro, sarebbe un fenomeno positivo per le nostre esportazioni e una politica anticiclica come è compito della Banca centrale.

Ci vuole una ferma e prestigiosa pressione di Letta e di Hollande (con l’appoggio di Obama e di Cameron) nei confronti di Merkel e di Schäuble, e della Corte di Lussemburgo nei confronti di quella di Karlsruhe. Insomma un’azione politica di lungo raggio che è la condizione permanente per consentire a Letta di fare quelle “tre o quattro cosucce” delle quali c’è estremo bisogno.

Post scriptum. La notizia sulla quale richiamo l’attenzione dei lettori è la decisione di Mediobanca di metter fine alla politica dei patti di sindacato che, per oltre mezzo secolo, hanno ingessato il capitalismo italiano in una situazione di oligopolio finanziario e industriale.

Mediobanca uscirà gradualmente ma senza ripensamenti da quasi tutti i patti di sindacato o alleggerirà molto la sua presenza. I sindacati dei quali si tratta sono la Telecom (Telco), la Rizzoli, la Pirelli, l’Italmobiliare. Nelle Generali scenderà del 3 per cento restando azionista col 10.

Si tratta d’una novità assai importante che aumenterà la concorrenza e attirerà fondi di investimento e investitori istituzionali esteri. Dopo mezzo secolo Mediobanca toglie le bende a un sistema che era ormai mummificato, si tratta di un evento positivo che come tale va valutato.


La rivoluzione dei piccoli strappi
di Andrea Tornielli
(da “La Stampa”, 23 giugno 2013)

Il trono papale color bianco e desolatamente vuoto al centro del corridoio dell’Aula Paolo VI descrive meglio di qualsiasi parola quanto accaduto in Vaticano. Fino a qualche settimana fa quell’immagine poteva essere presa a simbolo della rinuncia di Benedetto XVI e della sede vacante.

Da ieri rappresenta il gesto di un Papa che disdice all’ultimo minuto la presenza a un concerto in suo onore perché ha «un’incombenza urgente» da trattare. Un Papa che ritiene il suo lavoro sui dossier e nei colloqui che sta svolgendo in vista del futuro assetto della Curia più importante di concedersi un’ora e mezza di relax ascoltando buona musica.

Musica della quale è appassionato fin da piccolo, da quando l’ascoltava per radio con la madre e i fratelli, e per di più suonata in suo onore. È noto che Bergoglio non ha mai amato la mondanità e ha cercato di schivare, per quanto possibile, certe occasioni. Ma in questo caso aveva assicurato la sua presenza e la decisione di non percorrere i cinquanta metri che separano la Casa Santa Marta dall’Aula del concerto l’ha presa perché davvero impegnato alla scrivania. Di certo Francesco, fedele al suo nome e al suo stile, è alla vigilia di decisioni importanti, destinate nei prossimi mesi a cambiare il volto della Curia romana. Non si sente un sovrano ma un pastore: appena due giorni fa si è raccomandato che i vescovi non abbiano «la psicologia» del prìncipe. Dopo l’annuncio della sua assenza, a un minuto dall’inizio del concerto, i musi lunghi fra dignitari, politici, sponsor e cardinali non si contavano. La presenza nell’Aula del segretario particolare del Pontefice e soprattutto del suo medico personale fugavano ogni dubbio su possibili quanto improvvisi problemi di salute, dopo una mattinata densa di udienze e di incontri pubblici. La conferma degli impegni presi per oggi è un’ulteriore riprova che ci troviamo di fronte a un nuovo piccolo grande strappo al protocollo di un Papa chiamato «dalla fine del mondo». E che è rimasto se stesso, anche in Vaticano.


Caso Idem, pensione pagata dal Comune. “La sua riconferma ad assessore scontata”
di David Marceddu
(da “il Foglio Quotidiano”, 23 giugno 2013)

A Ravenna tutti sapevano che Josefa Idem sarebbe ridiventata assessore, proprio nei giorni in cui lei fu assunta dall’associazione del marito. A parlare col Fatto quotidiano è Pericle Stoppa, collega tra il 2006 e il 2007 dell’attuale ministro alle Pari opportunità nella giunta guidata dal sindaco Fabrizio Matteucci: “Quella riconferma ad assessore di Josefa Idem non fu una sorpresa. Tutti davano per scontato che lei venisse rinominata”. La testimonianza dell’ex amministratore aggiunge un tassello importante nella vicenda dei contributi Inps pagati dal Comune, l’ultima delle questioni riguardanti l’olimpionica di origine tedesca che sta venendo a galla dopo quelle delle irregolarità della palestra e nei versamenti di Imu e Ici. E mette in crisi la ricostruzione dell’avvocato del ministro, Luca Di Raimondo, secondo cui l’assunzione della atleta da parte della associazione di suo marito Guglielmo Guerrini, avvenuta il 25 maggio 2006, non c’entra niente con la nomina in giunta avvenuta il successivo 10 giugno e il conseguente passaggio dei versamenti Inps alle casse pubbliche.

Venerdì con un comunicato il consigliere comunale di opposizione Alvaro Ancisi aveva presentato una interrogazione al sindaco Matteucci chiedendo si facesse chiarezza su quel contratto di assunzione. “L’associazione Kayak ha assunto, come prima e unica dipendente, la Idem, versando all’istituto di previdenza i dovuti contributi per 10 giornate lavorative. Dopodiché, a seguito del collocamento in aspettativa contemporaneo all’assunzione dell’incarico di assessore, è stato il Comune di Ravenna a versare tali contributi, fino alla cessazione dall’incarico il 7 maggio 2007, per un totale di 8.642 euro, pari a complessive 183 giornate lavorative”, ha scritto Ancisi nella sua interrogazione. Spiegando che dal giorno successivo alla fine dell’incarico di assessore nel 2007 “non risulta all’istituto di previdenza alcun versamento di oneri”.

Il sospetto lanciato da Ancisi è grave: “Sembra al sottoscritto che sussistano gli elementi affinché sia la Procura della Repubblica a valutare se l’assunzione, formalmente ineccepibile, sia stata in realtà fittizia e strumentale al fine di porre a carico dell’ente pubblico oneri previdenziali altrimenti non dovuti”.

Secondo l’avvocato del ministro, che ha parlato in conferenza stampa a palazzo Chigi con a fianco la stessa Idem, non ci sarebbe tuttavia correlazione tra l’assunzione e la nomina ad assessore. “Mi pare che la linearità del comportamento della ministra e la sua lealtà anche nelle cose piccole di ogni giorno sia adamantina e irrefutabile”, ha spiegato il legale. Josefa Idem quell’anno, ha spiegato Di Raimondo, “non si è presentata alle elezioni, pur avendo fatto l’assessore nella giunta precedente ed è stata però chiamata a svolgere attività di assessore anche nella giunta del 2006″.

Ma ciò che dimentica di dire il legale è che la riconferma era nell’aria in città. “Era uno degli assessori per i quali immaginavo un secondo mandato. Mi aspettavo che lo rifacesse”, conferma un ex consigliere comunale e dirigente della allora Margherita, poi Pd che preferisce l’anonimato. “Peraltro – spiega la fonte – era usuale che gli assessori facessero due mandati a Ravenna”.

Insomma, per ricostruire: quando il 25 maggio 2006 Guerrini assume sua moglie, tutti sanno che quell’assessorato gli verrà almeno riproposto. Il 30 maggio, Matteucci vince le elezioni con il 70 % dei consensi. Scontato anche il successo in una città rossa come Ravenna. Nel toto-nomi per la giunta del vincitore il nome di Josefa Idem compare subito. “Ecco i nomi in pole position. Per i Ds certa la conferma di Gabrio Maraldi, Alberto Cassani e Susanna Tassinari; da valutare gli impegni sportivi di Sefi Idem tornata in canoa con ottimi risultati”, scrive il sito internet Ravennanotizie.it. Il 7 giugno un’agenzia di stampa ribadisce: “Di certo c’è solo la presenza dei vecchi assessori, come da richiesta del neo primo cittadino: per i Ds Alberto Cassani, Lisa Dradi, Gabrio Maraldi, Carlo Pezzi, Susanna Tassinari e Josefa Idem (sport), a meno che non decida di riprendere in toto l’attività agonistica”.

Il nome della Idem destava qualche dubbio solo per quanto riguardava le gare e gli allenamenti in vista delle olimpiadi di Pechino. Ma quando fu assunta dal marito, la vittoria delle elezioni del centrosinistra e il posto per lei in giunta erano garantiti.


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1 commento

  1. Comment by Office clearance London — 8 agosto 2013 @ 23:05

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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart