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E la Procura prepara un’altra trappola per il Cav

20 luglio 2013

di Luca Fazzo
(da “il Giornale”, 20 luglio 2013)

Milano – Un gigantesco terzo processo per il caso Ruby, dove sul banco degli imputati siedano tutti quelli che hanno cercato di aiutare Berlusconi a farla franca: poliziotti, agenti dei servizi segreti, manager, musicisti, insomma buona parte dei testimoni a difesa sfilati davanti ai giudici.
Anche Ruby, colpevole di avere negato di avere fatto sesso con il Cavaliere. Ma anche i suoi difensori storici, Niccolò Ghedini e Piero Longo.
E poi lui medesimo, Berlusconi. Che della opera di depistaggio sarebbe stato il regista e il finanziatore.

È questo scenario l’aspetto più clamoroso della sentenza che ieri pomeriggio condanna per favoreggiamento della prostituzione Nicole Minetti, Lele Mora e Emilio Fede. La condanna era nell’aria; prevedibile era anche che – sulla scia delle colleghe dell’altro processo – anche queste giudici inviassero alla Procura le testimonianze delle ragazze che sotto giuramento hanno descritto le feste di Arcore come innocui incontri conviviali; ed era inevitabile che nell’elenco finisse anche Ruby, che in aula ha negato tutto il negabile. Ma il vero salto di qualità, con cui le giudici del processo Fede-Mora-Minetti scavalcano in durezza le colleghe del processo Berlusconi, sta nella decisione di proporre per l’incriminazione anche Ghedini, Longo e Berlusconi. I giudici con questa decisione mandano a dire (e lo renderanno esplicito nelle motivazioni) che secondo loro in aula non si è assistito semplicemente ad una lunga serie di false testimonianze, rese per convenienza o sudditanza, ma all’ultima puntata di un piano criminale architettato ben prima che lo scandalo esplodesse, per mettere Berlusconi al riparo dalle sue conseguenze. Corruzione in atti giudiziari e favoreggiamento, questi sono i reati che i giudici intravedono dietro quanto è accaduto.

Per l’operazione di inquinamento e depistaggio la sentenza di ieri indica una data di inizio precisa: il 6 ottobre 2010, quando Ruby viene a Milano insieme al fidanzato Luca Risso e incontra l’avvocato Luca Giuliante, ex tesoriere del Pdl, al quale riferisce il contenuto degli interrogatori che ha già iniziato a rendere ai pm milanesi. I giudici del processo a Berlusconi avevano trasmesso gli atti su quell’incontro all’Ordine degli avvocati, ritenendo di trovarsi davanti a una semplice violazione deontologica. Invece la sentenza di ieri afferma che fu commesso un reato, e che insieme a Giuliante ne devono rispondere anche Ghedini e Longo. E l’operazione sarebbe proseguita a gennaio, quando all’indomani delle perquisizioni e degli avvisi di garanzia, si tenne una riunione ad Arcore tra Berlusconi e alcune delle «Olgettine» che erano state perquisite.

Berlusconi come entra in questa ricostruzione? Essendo imputato nel processo, il Cavaliere non può essere accusato né di falsa testimonianza né di favoreggiamento. La sua presenza nell’elenco vuol dire che per i giudici le grandi manovre compiute tra ottobre e gennaio si perfezionarono quando Berlusconi iniziò a stipendiare regolarmente le fanciulle coinvolte nell’inchiesta. Corruzione di testimoni, dunque. Ghedini e Longo ieri reagiscono con durezza, definendo surreale la mossa dei giudici e spiegando che gli incontri con le ragazze erano indagini difensive consentite dalla legge. Ma la nuova battaglia tra Berlusconi e la Procura di Milano è solo agli inizi.


Renzi continui a parlare
di Elisabetta Gualmini
(da “La Stampa”, 20 luglio 2013)

Non si capisce perché Matteo Renzi dovrebbe smettere di parlare. Per non disturbare le larghe intese, per non sembrare il Primo ministro ombra, per non fare il controcanto.
Se la tenuta dell’alleanza Letta-Alfano dipende dalla frequenza delle dichiarazioni sue o che lo riguardano, c’è da preoccuparsi. È sperabile che le sorti del Paese si reggano su fondamenta più solide. Non sul silenzio del sindaco di Firenze. Non sulla sola determinazione del Presidente della Repubblica al secondo mandato, e al suo secondo esperimento governativo. Non sulla disponibilità a chiudere gli occhi riguardo alle rispettive magagne, cioè sulla collusione dei due maggiori partiti, i quali dovrebbero invece essere tenaci controllori l’uno dell’altro.

Pur di tenerlo ammollo e di lasciarlo fuori dalla porta, a Renzi è stato detto tutto e il contrario di tutto, da destra e da sinistra. Ha un’ambizione sfrenata (Marini) e pure vuota di contenuti (Gasparri). E’ un fenomeno mediatico (De Luca) e un pavone vanesio ed egocentrico (Brunetta, che in effetti è un tipo modesto). E’ bravo e una risorsa (Moretti in fuga rapidissima da Bersani), ma è accecato da un delirio di onnipotenza (Fassina) e parla troppo (D’Alema). E’ un politico di destra (seconde e terze file del suo stesso partito), che non ha capito che per vincere bisogna parlare solo ai delusi della sinistra (Ingroia). E’ meglio Serracchiani segretario (Franceschini) o un’altra donna (Fioroni pronto all’estremo sacrificio). E’ tornato a essere di sinistra (Orfini), ma è andato a pranzo con Briatore (cosa che Cacciari non farebbe mai, perché Briatore è un cafone megagalattico).

Gli è stato suggerito di farsi un giro come eurodeputato (volendo anche due legislature), ma dalla Merkel è meglio che non vada perché crea imbarazzi. Gli è stato notificato che dicendo la sua sulla questione kazaka – così come hanno fatto, giustamente e con rilievi spesso più penetranti, anche Cuperlo, Epifani, Finocchiaro, Civati, Bindi, l’Onu e il Financial Times – crea instabilità, mette a repentaglio la ripresa economica, rischia di far cadere il governo.

Di Renzi non ci si fida. E’ un tipo simpatico, ma il partito è meglio non darglielo. Figurarsi, a uno che è andato a parlare ad Amici (dicono quelli che non ne hanno il fisico) e le Tv le occupa perché lo invitano con insistenza (a differenza di altri che si autoinvitano, invano).

Renzi dà fastidio, perché parla chiaro. E’ diretto e si fa capire. Non usa il politichese intarsiato degli anni che furono. E’ tagliente e anche tagliato. Schiva le frasi lunghe come la peste e usa un linguaggio concreto che arriva ai più. Ed è davvero troppo.

Una roba insopportabile in un Paese vecchio e di vecchi come il nostro. Per fare politica e parlare alla gente bisogna essere altezzosi e contorti. Equilibristi, decorativi e soprattutto evanescenti. Così puoi sempre correggere il tiro e dire che sono stati gli altri a non capire. Salvo poi usare Renzi come raccatta voti o per saltarci sopra con entusiasmo all’ultimo minuto se proprio lui è l’ultima carta da giocare per non perdere la poltrona.

E invece non è più sopportabile la spocchia di chi lo tratta come un ragazzino bizzoso. Un capo-scout cresciutello dalle ambizioni smisurate. Un eterno Akela con i calzoni di velluto corti al ritorno dalle Vacanze di Branco, guardato con sufficienza da chi può al massimo concedergli di essere stato bravo con i lupetti e che «il ragazzo prima o poi si farà».

Certo anche Renzi ha i suoi limiti. Ripete ossessivamente i suoi tormentoni ed è capace di passare dall’economia europea a Balotelli, dalle vessazioni fiscali a Rambo. Ogni tanto poi si ricorda che deve puntare sui suoi cavalli di battaglia e ti infila «la bellezza della politica» (che ancora non si capisce cosa sia) o l’ottimismo rotondo alla Oscar Farinetti (l’Italia tra 10 anni sarà il Paese più bello del mondo, è la regina dell’alimentare). E gli immancabili musei di Firenze aperti la notte.

Ci permettiamo un sobrio e modesto consiglio: «Matteo fregatene, continua a parlare». Non ci saranno terremoti. Chi lo detesta, lo contesti e lo sfidi sul suo terreno. Ben vengano altri Renzi, se sono pronti. A destra, a sinistra, e anche al centro.


A un passo dal rigetto
di Marcello Veneziani
(da “il Giornale”, 20 luglio 2013)

Oh Renzi non tirà troppo la horda, che poi si spezza. Il giovine Matteo sta arrivando a quell’impalpabile punto G così definito perché gira la fortuna e scatta il rigetto. In questo Paese fatato, ispirato da maghetti e da megere, un bel giorno si scopre per insondabili sortilegi che c’è in mezzo a noi la Magnifica Promessa.

Renzi qua Renzi là, piace a destra piace a manca, è lui l’uomo di domani, è giovane di professione, è piacione, è rotondo, parla bene e ha azzeccato nel giochino a quiz la parolina magica per aprire la cassaforte: rottamazione. La password giusta. Così fa carriera virtuale, scala la hit parade della politica applicata alla tv, totalizza punti come a candy crash. Lui però vuol monetizzare questo successo gassoso ma non sa come acchiappare la vispa teresa della fortuna: se aspetta rischia di perdere il treno, se si avventa rischia di bruciarsi per impazienza. E allora sta lì, bordeggia, sparacchia, si candida a Futuro, generico e totale. Piacere, Matteo dell’Avvenir.

Pugnala Enrico Letta, passa da carino a Caino. Si fa per l’occorrenza antiberlusconiano. E così perde da ambo i lati le simpatie, rischia di far testacoda e cappottare.
A me ricorda quel furbetto che per attraversare indenne il fronte issò una bandiera doubleface, guelfa per gli uni e ghibellina per gli altri. Passava tra due ali di militi commossi, ma poi cambiò il vento, s’invertirono le facciate e lo spararono tutti. Perché la fama è un venticello e cambia misteriosamente, come misteriosamente venne. Come i pupi, Renzi rischia il rigurgito.


La verità nelle carte della polizia: non è stata un’espulsione, ma una «consegna» ai kazaki
di Fiorenza Sarzanini
(dal “Corriere della Sera”, 20 luglio 2013)

ROMA – Quella di Alma Shalabayeva e di sua figlia Alua non è stata un’espulsione, ma una vera e propria «consegna» alle autorità kazake. Sono i documenti allegati alla relazione del capo della polizia Alessandro Pansa e depositati in Parlamento, a svelare che ben prima della decisione del giudice di pace di convalidare il suo trattenimento nel centro di accoglienza di Ponte Galeria, da Astana era arrivata la richiesta di trasferimento in patria.

L’istanza è contenuta in una nota ufficiale trasmessa via interpol e giunta a Roma la mattina del 31 maggio, cioè quando la signora era ancora in Italia. Basta questo a spiegare perché sin dal giorno prima fosse a disposizione presso l’aeroporto di Ciampino, un jet privato della compagnia austriaca Avcon. Ma soprattutto a confermare che sin dall’inizio della vicenda la reale identità della signora era nota e dunque sarebbero bastati accertamenti sul suo cognome per scoprire che si trattava della moglie di un dissidente. Anche perché, ed è questa l’ulteriore novità svelata dagli atti messi a disposizione dei parlamentari, in quella nota gli stessi kazaki fornivano numeri e indicazioni su tutti i passaporti intestati alla signora.

Nella carte il passaggio chiave: «In caso di accertata permanenza illegale in Italia di Alma Shalabayeva chiediamo alle vostre autorità di deportarla in KazakistanNella carte il passaggio chiave: «In caso di accertata permanenza illegale in Italia di Alma Shalabayeva chiediamo alle vostre autorità di deportarla in Kazakistan

«To deport her»
Le relazioni consegnate nelle settimane scorse all’avvocato Francesco Olivo avevano dimostrato come già il 28 maggio, al momento di chiedere l’arresto di Mukhtar Ablyazov, l’ambasciata kazaka avesse specificato ai poliziotti la possibile presenza della donna nella villetta di Casal Palocco. Nella nota trasmessa alla questura è scritto: «Preghiamo di identificare le persone che vivono nella villa. Non è escluso che nella villa conviva la moglie Alma Shalabayeva nata il 15 agosto 1966». Nonostante questo, la questura chiese alla Farnesina verifiche soltanto sul nome “Alma Ayan” che risultava sul passaporto rilasciato dalla Repubblica Centroafricana. Adesso si aggiunge un nuovo e fondamentale tassello. Nella nota trasmessa alle 12.37 del 31 maggio si inserisce una sollecitazione formale in inglese: «In case of revealing of illegal stay of Shalabayeva Alma in Italy (under false document), we ask your respective authorities to deport her to Kazakhstan» e quindi «In caso di accertata permanenza illegale di Alma Shalabayeva in Italia, chiediamo alle vostre autorità di trasferirla in Kazakistan» . Cosa che puntualmente è avvenuta nonostante ci fossero ancora dettagli da verificare.

I due passaporti
In particolare sarebbe stato indispensabile svolgere accertamenti su quelle notizie che gli stessi kazaki dicevano di aver già trasmesso e si premuravano di ribadire. E infatti nella stessa nota Interpol si legge: «Confermiamo che Alma Shalabayeva è cittadina della Repubblica del Kazakhistan. È titolare di un passaporto nazionale numero N0816235 rilasciato il 3 agosto 2012 e un altro numero N5347890 rilasciato il 23 aprile 2007». Il quadro delle informazioni era dunque completo: perché si è scelto di non approfondire questi dati? Perché si è deciso di consegnare la donna e la sua bambina ai diplomatici kazaki senza attendere le ulteriori verifiche sulla sua identità? Perché, visto che si trovava ancora a Ciampino, si è scelto di non interrogare le banche dati su questi due passaporti? Forse sarebbe stato sufficiente per scoprire che non si trattava di una truffatrice con documenti contraffatti, ma semplicemente di una donna spaventata perché in pericolo di vita. Consapevole che il suo ritorno in patria poteva provocare a lei e a sua figlia rischi gravissimi.

L’«invasività dei kazaki»
I verbali degli alti funzionari del Viminale hanno svelato come l’ambasciatore Andrian Yelemessov di fatto abbia stazionato per due giorni nell’ufficio del prefetto Giuseppe Procaccini, capo di gabinetto del ministro Angelino Alfano (ieri sostituito dal prefetto Luciana Lamorgese), arrivando addirittura a dare disposizioni ai capi delle varie strutture investigative. Hanno fatto emergere la sua fretta e la sua insistenza, che lo portarono prima a recarsi negli uffici della Squadra Mobile di Roma e poi a inviare presso il Servizio Centrale Operativo un consigliere diplomatico per ottenere un secondo blitz nella villa di Ablyazov. Si tratta dello stesso consigliere che mise a disposizione il jet e che a Ciampino disse ai poliziotti che avrebbe «chiamato Procaccini» per avere garanzie sulle misure di sicurezza adottate all’interno dello scalo. I vertici della polizia hanno negato di aver saputo dell’espulsione della moglie e della figlia di Ablyazov, ma la loro versione vacilla alla luce delle informazioni gestite dall’Interpol e trasmesse a tutti gli uffici che si stavano occupando della vicenda. E adesso dovrà essere la procura di Roma – titolare di un fascicolo nel quale la signora Shalabayeva è stata indagata per falso – a dover verificare la legalità di questi contatti tra autorità italiane e kazake.


Kazakistan, “Prodi riceve uno stipendio milionario dal dittatore Nazarbayev”
di Redazione
(da “il Fatto Quotidiano”, 18 luglio 2013)

Silvio Berlusconi non è l’unico politico italiano ad avere rapporti con Nursultan Nazarbayev. Un articolo pubblicato a marzo da Spiegel International punta i riflettori sul legame tra l’ex premier Romano Prodi e il dittatore kazako. “Per essere un tiranno, il signore del Kazakistan ha a sua disposizione alcuni insoliti sostenitori: gli ex cancellieri tedesco e austriaco Gerhard Schröder e Alfred Gusenbauer, gli ex primi ministri britannico e italiano Tony Blair e Romano Prodi, così come l’ex presidente polacco Aleksander Kwaniewski e l’ex ministro degli interni tedesco Otto Schily”, afferma il quotidiano, ricordando che “tutti costoro sono membri nei loro Paesi di partiti socialdemocratici”.

Gusenbauer, Kwaniewski e Prodi, prosegue lo Spiegel, “sono ufficialmente membri dell’Intenarnational Advisory Board di Nazarbayev. Si incontrano diverse volte ogni anno, nella più recente occasione due settimane fa (quindi all’inizio di marzo, ndr) nella capitale kazaka Astana, e ciascuno di loro percepisce onorari annuali che raggiungono le sette cifre”. Secondo la stampa britannica, l’ex primo ministro britannico Blair, pure lui advisor, “riceve ogni anno compensi che possono arrivare a 9 milioni di euro (11,7 milioni di dollari)”.

“Schröder, per quanto lo riguarda, nega di essere membro dell’Advisory Board. Ciononostante, egli s’incontra di quando in quando faccia a faccia con l’autocrate venuto dalle steppe asiatiche ed elogia il Kazakistan come un “Paese internazionalmente riconosciuto e aperto”. Nel novembre del 2012, Schröder si congratulò col Kazakistan in quanto Paese scelto per ospitare l’Expo 2017, che egli descrisse come il “prossimo passo verso la modernizzazione”.

“Il fatto che un diplomatico tedesco si inchini davanti ai kazaki fino a tale punto è già abbastanza brutto”, dice la deputata dei Verdi Viola Von Cramon. “Ma peggio ancora, sottolinea, è il fatto che politici come Schröder, Schily, Prodi e Blair si lascino coinvolgere negli interessi di Nazarbayev. “Specialmente perché ora il suo regime sta diventando sempre più severo. Ma grazie all’influenza dei lobbisti occidentali, poco di quello che succede oltrepassa i confini”.

L’ultimo incontro tra Prodi e Nazarbayev risale al 23 maggio, una settimana prima del blitz che ha portato all’espulsione della moglie e della figlia del dissidente kazako. Con un discorso di dieci minuti al Palazzo dell’indipendenza di Astana, capitale del Paese, l’ex premier ha parlato dei problemi dell’Eurozona, dopo l’introduzione di Nazarbayev. E, come spiega Panorama, “dal 2011 ha fatto visita tre volte l’anno, mantenendo ottimi rapporti con il dittatore”.

Per definire gli intrecci tra i due Paesi, prosegue il settimanale, bisogna invece tornare al 1997. Il 4 maggio l’ex leader comunista, padre padrone del Paese, viene decorato con il Gran cordone, la più alta onoreficenza concessa dal Quirinale, su proposta di Prodi, allora presidente del Consiglio. Nel 2000 viene poi scoperto il giacimento di Kashagan e l’Eni entra subito nel consorzio per lo sfruttamento. Risale invece al 2009 la firma del trattato tra Italia e Kazakistan, con Berlusconi presidente. E oggi l’Italia è il terzo partner commerciale del Paese, dopo Cina e Russia.


Caso Alfano: il Presidente vero e quello innominabile
di Peter Gomez
(da “il Fatto Quotidiano”, 20 luglio 2013)

Angelino Alfano è salvo, il governo Letta pure, la democrazia italiana un po’ meno. Venerdì 19 luglio, durante il dibattito sulla sfiducia (mancata) al ministro per il caso kazako, Palazzo Madama compie un ulteriore passo verso il basso. Non l’ultimo, visto che, come è ormai perfettamente intuibile, i nostri sedicenti rappresentanti quando toccheranno il fondo si metteranno alacremente a scavare.

Tra le cosiddette alte cariche dello Stato va pericolosamente di moda la giurisprudenza costituzionale creativa. Tanto che il presidente del Senato, Piero Grasso, sceglie il palcoscenico della discussione in diretta tv per enunciare, di fatto, due nuovi, rivoluzionari, principi: la censura preventiva sui discorsi dei parlamentari e il divieto di nominare pubblicamente Giorgio Napolitano.

Tutto accade quando Grasso stoppa il capogruppo del Movimento 5 Stelle, Nicola Morra che, ricostruendo il caso kazako, sta per citare una frase dell’Eterno Presidente: “Ieri è intervenuto nel dibattito politico chi sta sul Colle…”. Apriti cielo: “Non sono ammessi riferimenti al Capo dello Stato. Lasciamolo fuori da quest’aula”, interviene fulmineo e autoritario Grasso. Morra prova a chiarire: “dicevo il presidente della Repubblica”. Lui lo riprende di nuovo: “L’ho invitata a lasciarlo fuori, lei non può nominarlo (sic)”.

A vederla con ironia, ci sarebbe da stare tranquilli. In fondo questa è la migliore dimostrazione di come sbagli chi pensa che la democrazia italiana, guidata da Re Giorgio, si stia trasformando in monarchia. Ad ascoltare Grasso l’obbiettivo – tragicomico – pare diventare un altro: la teocrazia, nel senso letterale del termine. La transmutazione, forse anche a causa dell’età, del vetusto Presidente in sovrano di natura divina (un Faraone) con l’obbligatorio corollario di comandamenti.

Da sempre irresponsabile per i reati commessi nelle sue funzioni e da qualche tempo non intercettabile, Napolitano esce ora dall’aula della discussione su Alfano come non nominabile e, in fondo, pure infallibile.

Davanti all’articolo 95 della Costituzione che testualmente recita: “I ministri sono responsabili collegialmente degli atti del consiglio del ministri, e individualmente degli atti dei loro dicasteri”, i senatori, con poche eccezioni, non si limitano infatti a seguire i suoi diktat sul governo Letta. Applaudono pure ogni sua (per molti sconcertante) interpretazione della Carta .

“Anche, ma non solo per dei ministri, è assai delicato e azzardato evocare responsabilità oggettive o consustanziali alla carica che si ricopre” aveva detto Napolitano appena 24 ore prima. E adesso il capogruppo del Pdl, Renato Schifani, lo elogia. Poi, quasi da moderno aruspice, lo interpreta: “Non esiste il principio di responsabilità oggettiva nelle istituzioni. Chi sbaglia paga, ma se il ministro non è stato informato dalla catena di comando non vedo in forza a quale principio politico, istituzionale, etico o sociale, debba pagare”.

Dopo l’intervento del Colle l’articolo 95 non sembra più in vigore. La Casta del “a mia insaputa” vince. E tra gli applausi che celebrano il redivivo Alfano la mente va a un altro Presidente. A Luigi Einaudi, un Presidente vero. Uno che tanti anni fa avvertiva: “Non le lotte o le discussioni devono impaurire, ma la concordia ignava e l’unanimità dei consensi”.



L’Ataturk Napolitano e il congresso del Pd

di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 20 luglio 2013)

Il problema non è Giorgio Napolitano che si comporta come l’esercito di Ataturk o i generali egiziani. Il problema è la situazione politica che costringe il Presidente della Repubblica ad intervenire in continuazione come se invece della Costituzione del 1948 l’Italia avesse come legge fondamentale dello stato quella del modernizzatore laico della Turchia o quella in vigore a Il Cairo. Ed il problema dato dall’instabilità endemica della politica nazionale è talmente grave che l’interrogativo più angosciante da porsi non è più se l’interventismo del Quirinale ha di fatto modificato in maniera irreversibile la Costituzione formale ma quale disastro potrà mai avvenire il giorno in cui Giorgio Napolitano decidesse o non fosse più in grado di svolgere la sua funzione anomala.

Il paese, in sostanza, come ha dimostrato il caso Alfano, rischia di finire nel caos da un momento all’altro e per imprevisti di qualsiasi portata, anche minima. Il Capo dello Stato cerca di impedire che il governo privo di alternative vada in crisi facendo sprofondare in un baratro senza fine la società nazionale. Ma la sua azione, anomala ed al tempo stesso encomiabile, non può durare all’infinito. Per una serie di ragioni fin troppo comprensibili. Di qui la necessità sempre più inderogabile di rendere più stabile il quadro politico al di fuori dell’intervento di Napolitano o di creare le condizioni di un atterraggio morbido nel caso il governo dovesse precipitare e si dovesse aprire una crisi destinata a sfociare nelle elezioni anticipate. Come dare, però, stabilità alla politica nazionale a prescindere dall’azione salvifica dell’Ataturk nostrano? Le risposte sono due. La prima prevede una riforma della legge elettorale che elimini l’assurdità di un premio di maggioranza sproporzionato all’effettivo rapporto di forze tra i partiti e l’avvio della riforma presidenziale.

La seconda impone una pressione immediata sul Pd affinché il congresso che attualmente viene celebrato in maniera surrettizia sulla pelle del paese si tenga all’interno del partito e nel minor tempo possibile. L’Ataturk Napolitano sa bene che l’instabilità politica dipende quasi esclusivamente dalle divisioni interne del Pd ed ha nei confronti del partito di provenienza l’autorità necessaria per richiedere ad Epifani e compagni un atto di responsabilità simile a quello compiuto dal Pdl con la decisione di separare la sorte del governo da quella delle vicende giudiziarie di Berlusconi. Può essere che un eventuale intervento di Napolitano possa accelerare la spaccatura in atto nel Pd tra riformisti ed avventuristi. Ma non è meglio che si spacchi il Pd piuttosto che il paese?


Addio a Franco De Gemini, genio dell’armonica. Fu la “colonna sonora” degli spaghetti -western
di Redazione
(dal “Corriere della Sera“, 20 lulgio 2013:)

Insegnò – letteralmente – a Charles Bronson come impugnare un armonica. Quando l’attore suonava lo strumento in quelle indimenticabili scene di «C’era una volta il west» in realtà a far volare le note era lui: Franco De Gemini, chiamato «Harmonica man», un soprannome scherzoso. Una vera e propria leggenda della musica, anche se un nome non noto ai più, che si è spento sabato 20 luglio, all’etá di 84 anni, dopo una lunga malattia. Editore e produttore discografico di grande rilievo, «Harmonica man» è stato uno dei più grandi suonatori d’armonica. Ascoltato, appunto, anche in «C’era una volta il West» di Sergio Leone.

800 COLONNE SONORE – Una melodia che ronza nella ricordo di almeno un paio di generazioni di italiani. Composta da Ennio Morricone ma interpretata da lui, talentuoso e geniale con quello strumento a bocca. Nel corso della sua carriera ha suonato in più di 800 colonne sonore, con moltissimi grandi nomi come Armando Trovajoli, Piero Piccioni, Nicola Piovani, Riz Ortolani, Piero Umiliani, Ennio Morricone, Francesco De Masi. Nel 1968 ha fondato le edizioni musicali e l’etichetta discografica Beat Record costituendo uno dei più importanti cataloghi di colonne sonore per il cinema e la televisione. Per lunghi anni è stato membro del Consiglio Direttivo e Probiviro nell’ Afi, Associazione Fonografici Italiani e Presidente di Capi, per promuovere relazioni nel mondo tra compositori, autori, produttori e interpreti musicali.

CON BERNSTEIN – Una delle sue partecipazioni più prestigiose è però senza dubbio quella alla registrazione della colonna sonora di West Side Story, scritta da Leonard Bernstein, nel 1961. Poi la collaborazione con Morricone e Sergio Leone. E il suono flautato di quelle note, entrate nella leggenda.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart