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La nomenklatura e il Renzi-pompiere

10 dicembre 2013

di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 10 dicembre 2013)

Ci sono due fenomeni di massa a segnare la prima decade di dicembre e che vanno assolutamente considerati in maniera collegata. Da un lato c’è il successo di Matteo Renzi che segna sicuramente una svolta epocale nella storia della sinistra italiana erede del Pc e della Dc di sinistra. Dall’altro c’è la protesta dei Tir e dei Forconi che minaccia di bloccare l’Italia partendo dal Sud ed espandendosi progressivamente verso le regioni centrali e settentrionali del Paese. Perché i due avvenimenti non possono essere considerati in maniera separata come vanno facendo in queste ore i principali responsabili della politica nazionale ed i loro conformisti comunicatori distinguendo tra politica ed antipolitica? La ragione è temporale.

Nel senso che in attesa che la svolta epocale di Renzi produca i suoi effetti sulla scena politica nazionale, la spinta che autotrasportatori, Movimento dei Forconi, autonomi, partite Iva e cittadini infuriati per l’oppressione fiscale può determinare conseguenze destinate ad anticipare i normali tempi lunghi delle vicende politiche nostrane. Nessuno sa ancora quale voglia essere l’obiettivo primario della svolta di Renzi. Se la rimozione del vecchio apparato del Partito Democratico uscito pesantemente sconfitto dalle primarie. O se anche gli attuali equilibri di governo. Sappiamo però che il Presidente del Consiglio, Enrico Letta, forte del sostegno del Capo dello Stato Giorgio Napolitano e dei partiti rimasti nella sua maggioranza, puntano ad incanalare la spinta innovatrice di Renzi nell’alveo di una governabilità che dovrebbe durare almeno per tutto il prossimo 2014.

La questione dei due fenomeni di massa si pone, quindi, in termini fin troppo semplici. Può il sistema politico nel suo complesso e l’assetto governativo in particolare reggere fino al 2015 le spallate che vengono in maniera assolutamente spontanea da una parte consistente della società nazionale non più in grado di reggere il peso insopportabile della crisi? La risposta che viene normalmente data a questo quesito è che l’unica difesa contro le tensioni sociali è rappresentata da una corretta ed efficace azione di governo. Ma, a parte la considerazione che fino ad ora questa azione non è stata né corretta, né efficace e che, al contrario, il Governo Letta ha brillato per una sostanziale inazione, quanto tempo potrà passare prima che l’innervamento del governo da parte della linfa innovatrice proveniente da Renzi potrà determinare qualche effetto positivo?

Il dramma è che la protesta dei Tir e dei Forconi, considerata dalla nomenklatura del Paese un semplice esempio di folkloristica antipolitica, rischia di essere una scintilla destinata ad accedere un incendio di vaste proporzioni difficilmente domabile. Nel Paese la tensione cresce. E non tocca solo frange ristrette ma incomincia a dominare nella stragrande maggioranza delle fasce più deboli e di un ceto medio criminalmente colpito dai provvedimenti dissennati imposti dall’Unione Europea. Pensare che tocchi a Renzi di fare il pompiere è una speranza coltivata da quanti ambiscono a conservare per lungo tempo posti e privilegi. Bisogna vedere se il nuovo segretario del Pd sia disposto, dopo essere stato eletto con la promessa di fare piazza pulita della vecchia classe dirigente, a mettersi al servizio di questa stessa classe dirigente per garantirle la conservazione!
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(Grazie ad Arturo Diaconale, possiamo leggere ancora una volta per suo merito un’analisi pertinente. bdm)


Forconi, continuano blocchi e presidi «Azione eclatante se ci sarà la fiducia a Letta»
di Redazione
(dal “Corriere della Sera”, 10 dicembre 2013)

«Oggi decideremo come portare avanti la nostra mobilitazione. Se i politici non andranno a casa e domani sarà votata la fiducia al governo Letta, ci sarà un’azione eclatante non violenta a Roma e forse in altre città: non ci arrendiamo».
Lo ha detto uno dei coordinatori del movimento «9 dicembre», Danilo Calvani, che guida la protesta del movimento dei «Forconi». Intanto prosegue l’onda lunga dello sciopero iniziato lunedì, contro le tasse e in generale contro il governo, che ieri ha percorso un po’ tutta l’Italia.

TORINO – La situazione più critica a Torino, dove ieri si è assistito a scene di guerriglia urbana. Nella notte un gruppo di manifestanti ha cercato di impedire l’uscita di tre camion dal Caat di Orbassano (i mercati generali). Un altro gruppo con i trattori ha bloccato parzialmente l’uscita di Avigliana est dell’autostrada Torino Bardonecchia. A Torino circa 50 manifestanti presidiano piazza Derna e altrettanti piazza Pitagora rallentando la circolazione. Un piccolo presidio è rimasto davanti alla Regione Piemonte in piazza Castello. Altri dimostranti hanno bloccato piazza Statuto. Anche oggi i commercianti che avevano aperto sono stati costretti a tirare giù le serrande da alcuni esponenti del movimento dei forconi. Tutti i blocchi non sono stati preannunciati alla questura e sono improvvisati. La polizia è intervenuta in piazza Derna per rimuovere un raggruppamento che stava ostacolando il traffico. Sette persone sono state accompagnate in Questura, altre 30 sono state identificate e saranno segnalate all’Autorità giudiziaria. Si aggiungono alle tre persone che sono state identificate e denunciate ieri sera.

DALLA LIGURIA ALLA SICILIA – Le proteste proseguono a macchia d’olio anche in altre città d’Italia. A Imperia seconda giornata di blocchi stradali: dalle 8,25 circa un gruppo di manifestanti ha bloccato l’accesso allo svincolo di Imperia Est dell’Autostrada dei Fiori, così come già avvenuto nel primo pomeriggio di lunedì. Scandendo gli slogan «ladri» e «forconi» un gruppo di circa trenta manifestanti ha poi invaso pacificamente per qualche minuto la sede della Prefettura: i manifestanti sono stati fatti quasi subito uscire dalle forze dell’ordine e sono tornati per strada bloccando la circolazione. Occupati anche i binari della stazione di Oneglia-Imperia e la linea internazionale Genova-Ventimiglia è interrotta. A Savona è stato sgomberato dalla polizia e poi rioccupato il presidio sulla via Aurelia, nei pressi della Torretta: il traffico è bloccato. A Genova, infine, i manifestanti si stanno concentrando in zona Corvetto ed è possibile un nuovo corteo nelle vie della città.
Disagi anche a Bergamo: i manifestanti si sono raggruppati lungo la provinciale Padana Superiore a Treviglio e allo svincolo per l’aeroporto di Orio al Serio lungo l’Asse interurbano di Bergamo. Ad Arezzo TrasportUnito e il comitato «partite iva» stanno nuovamente manifestando alla stazione per sensibilizzare la popolazione. «Il nostro sciopero – spiega Livio Ricci, referente di TrasportoUnito Fiap Siena e Arezzo – si svolgerà con le mani in tasca, e serve solamente a far capire alla classe politica che siamo francamente sfiniti. Non pagheremo più l’Iva e le tasse che ci servono per pagare i nostri operai fino a che il Governo non si rende conto della situazione drammatica in cui viviamo, noi come tutto il Paese».

A Milano è atteso un corteo di trattori che dall’Idroscalo si muoverà verso il centro della città mentre a Roma va avanti il presidio in zona Ostiense. E se a Catania è trascorsa senza alcun problema la «prima notte» di presidi e volantinaggi, nel rispetto delle ordinanze emesse dal prefetto e dal questore del capoluogo etneo, a Palermo è sotto assedio la sede della Regione Siciliana: i manifestanti, anche qui, scandiscono cori e slogan contro «la politica e i politici assassini».
In Puglia si registrano momenti di protesta di alcuni autotrasportatori e del movimento dei Forconi, con presidi stradali che stanno causando qualche disagio alla viabilità. In particolare sulla tangenziale di Bari, in direzione sud, si segnala una coda di circa 2 chilometri di camion e tir. Anche a Foggia, sulla statale 16, sono segnalati due presidi di manifestanti su entrambi i sensi di marcia

NIENTE MARCIA SU ROMA – Secondo Maurizio Longo, segretario generale di Trasportounito «la polizia sta attaccando tutti i principali presidi degli autotrasportatori. Lo Stato – accusa Longo – risponde con i manganelli a una protesta pacifica». Mariano Ferro, tra i leader del movimento di protesta, invece lancia segnali di rassicurazione: «Ha ragione il Viminale sulle infiltrazioni, ma noi saremo i primi poliziotti». E sempre Ferro ha dichiarato all’agenzia Ansa che «Non è il momento di andare a Roma. Bisogna vivere qualche altro giorno di passione e far salire l’adrenalina degli italiani». E ha attribuito gli scontri di lunedì a Torino a «quattro scalmanati, ma la stragrande maggioranza era pacifica».

SOLIDALI CON I CELERINI – Sul gesto dei poliziotti che si sono tolti i caschi, Ferro ha detto che «è un’immagine meravigliosa, che rimarrà a lungo». «Dopo quattro anni di lavoro sembra che l’Italia si sia svegliata – ha aggiunto -. È stato un elettroshock». E a Torino gli studenti hanno solidarizzato questa mattina con le forze dell’ordine, in un’inedita inversione di tendenza. Almeno 500 ragazzi si sono messi a gridare, in direzione dei poliziotti: «Casco blu, manifesta pure tu» e poi ancora, sempre rivolti agli agenti, «Caschi giù», «Celerino uno di noi» e stanno chiedendo ai poliziotti di unirsi alla loro protesta contro il «mal governo regionale».
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(Ieri sera rimasi disgustato da come Mario Adinolfi snobbò, su “Quinta Colonna”, la protesta cosiddetta dei forconi, quasi insultandoli al punto che uno di loro rispose che se i politici avessero gradito le cattive maniere, non sarebbero mancate. Sono le avvisaglie di una protesta che è destinata ad allargarsi, soprattutto ora che Enrico Letta, sfidando la costituzione, domani pretenderà di ricevere la fiducia da un parlamento giudicato dalla consulta illegittimo, e che legittimo lo considera solo Re Giorgio, spalleggiato dai suoi giullari di corte. bdm)


La ricreazione è finita
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 10 dicembre 2013)

Per Matteo Renzi la ricreazione è finita. Un conto è vedersela a parole con i due pesi leggeri Cuperlo e Civati, altro è dover decidere il da farsi guerreggiando ogni giorno contro i giganti della politica. Ieri il neosegretario ha presentato la sua squadra: dodici più o meno giovani bellimbusti e bellimbuste che in vita, fino a ora, hanno lavorato poco o niente ma frequentato molto bene uomini e stanze giuste al momento giusto. La novità c’è, la bravura vedremo. Del resto basta ricordare quanto furono celebrati i Monti boys al loro arrivo sulla scena (sobri, educati, colti e perbene, di rottura con il passato) salvo poi scoprire che governare non era proprio il loro lavoro. Ma torniamo a Renzi, fino a domenica candidato segretario Pd e da ieri candidato premier. Certo, un premier, Letta, già c’è ed è pure del suo partito, di fatto un sottoposto. Ma si tratta di un abusivo che, ricordate bene, gli soffiò il posto all’ultimo dopo i veti posti sul sindaco di Firenze da Napolitano (sicuramente) e da Berlusconi (probabilmente).

Non credo a una sola delle buone e belle parole di amicizia e collaborazione che Renzi e Letta hanno iniziato a scambiarsi. Uno dei due è di troppo, e tutto lascia intendere che a soccombere sarà l’attuale premier. Neppure il suo protettore Napolitano riuscirà a salvarlo dall’onda renziana sollevata dal popolo di sinistra. «Come si fa a governare con Formigoni e Giovanardi?», ha ripetuto Renzi durante una campagna elettorale che lo ha visto trattare con sufficienza mista a disprezzo pure Angelino Alfano. Già, come si fa a mollare Formigoni e tenersi Letta? Impossibile, perché Letta è ostaggio di Formigoni. Quindi: o Renzi è uno dei tanti venditori di pentole taroccate e ha preso in giro due milioni di cittadini (cosa che non è da escludere), oppure la crisi di governo per mano piddina è più vicina di quanto dicano.

Se non è il pallone gonfiato messo in scena da Crozza, Renzi deve parlare con chi ha i voti, cioè non con Letta e Alfano (che ne hanno uno in due, quello di Napolitano). Renzi, Berlusconi e Grillo hanno in mano il 90 per cento del mercato elettorale, sono tutti e tre fuori dal Parlamento, hanno il comune interesse a tornare a votare, per il bene loro e del Paese. Si parlino e decidano come e quando, alla faccia del Quirinale e del suo governo fantoccio. Ma caro Renzi, Berlusconi e Grillo non sono Cuperlo, forse per te è una sfida troppo alta. Spero di no, ma vuoi vedere che finirai pure tu a cuccia?


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Il segretario e i suoi nemici
di Angelo Panebianco
(dal “Corriere della Sera”, 10 dicembre 2013)

Un anonimo sostenitore di Gianni Cuperlo, commentando il trionfo di Matteo Renzi, ha detto ai cronisti, mestamente: «Oggi il Pci è davvero finito. Sepolto». Beh, sepolto no, e morto nemmeno, ma forse agonizzante. Se il contesto in cui il neosegretario dovrà muoversi fosse diverso da quello che è, se non ci fosse ripiombata addosso, grazie alla Consulta, persino la proporzionale con le preferenze, anche chi scrive farebbe sua (con un diverso spirito) l’affermazione di quell’anonimo. Ma il contesto è tale, e la connessa palude è così insidiosa per Renzi, che l’agonia del vecchio partito, dichiarato morto vent’anni fa ma vissuto clandestinamente fino a oggi (perché vivo nella coscienza di tanti militanti nonché in certe istituzioni di partito arrivate, quasi inalterate, fino a noi) potrebbe prolungarsi a lungo. Così a lungo da logorare il nuovo leader carismatico. Apparentemente, sulla carta, la vittoria a valanga di Renzi nelle primarie aperte cambia la natura del Pd: da partito degli iscritti a partito degli elettori (storicamente, le due principali modalità di organizzazione partitica). Renzi dovrebbe essere così generoso da ringraziare pubblicamente chi gli fece da battistrada: Walter Veltroni, primo segretario del Pd, colui che almeno tentò, non riuscendoci, di fare una operazione simile.

Renzi, come ha osservato Antonio Polito sul Corriere di ieri, dovrà cambiare la «macchina» e impadronirsi dei gruppi parlamentari (creature, per lo più, dell’apparato antirenziano) e dovrà farlo fronteggiando, contestualmente, le quotidiane esigenze della politica politicienne : tallonare il governo, rintuzzare gli attacchi degli avversari esterni, eccetera. Ma condizione indispensabile perché riesca a fare politica (o almeno la politica che egli dice di voler fare) è che riduca il partito ai suoi voleri, superando e sconfiggendo sia le adesioni insincere che arrivano a valanga (l’effetto bandwagoning , saltare sul carro del vincitore) sia le resistenze più o meno passive che si manifesteranno. Sarà interessante soprattutto vedere come Renzi affronterà una questione per lui cruciale, quella dell’«oro del Pci» (il patrimonio immobiliare del vecchio partito). L’Italia è un curioso Paese nel quale può accadere che i beni di chi è stato dichiarato ufficialmente defunto non passino agli eredi, come ci si aspetterebbe, ma vengano invece messi «al sicuro» in qualche Fondazione, in attesa di non si sa che cosa. Renzi ha due ottime ragioni per affrontare la questione. Se non ne viene a capo non potrà sconfiggere definitivamente il vecchio partito di apparato. E non potrà tenere fede all’impegno di abolizione (vera) del finanziamento pubblico ai partiti. Si ritroverebbe al verde o quasi. Le donazioni che affluirebbero dai suoi sostenitori probabilmente non gli basterebbero. E con pochi soldi è difficile fare politica.

La difficoltà più grave, naturalmente, è data dal fatto che un partito degli elettori, per prosperare, per dispiegare davvero la «vocazione maggioritaria», ha bisogno di un contesto esterno fondato su una logica, appunto, maggioritaria, non proporzionale. Con la proporzionale sguazzano soprattutto i partiti (oligarchici) degli iscritti, quelli in cui la difesa dell’identità fa premio sulla ricerca di nuovi consensi, non i partiti (carismatici) degli elettori.

I nemici di Renzi, sia interni al partito che esterni, sanno bene cosa dovranno fare per logorarlo e, infine, batterlo: conservare gelosamente l’insperato regalo che ha fatto loro la Corte costituzionale.
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(Il regalo diventerà tale solo se Renzi non lavorerà per andare subito ad elezioni. Napolitano e Letta faranno di tutto per allontanare i tempi della pubblicazione delle motivazioni della consulta, e così intanto Renzi avrà in parlamento rappresentanti del Pd a lui poco devoti e dunque più che interessati a considerarsi legittimati a proseguire la legislatura, magari rifiutando di obbedire perfino all’ordine eventuale di Renzi di togliere la fiducia a Enrico Letta! Ci ragioni su! Come si dice in Toscana, veda di non essere un bischero. bdm)


Governo Leopolda
di Claudio Cerasa
(da “Il Foglio”, 10 dicembre 2013)

Il day after è un ciclone di un milione e seicentomila voti che arriva a Palazzo Chigi alle diciassette e trenta dopo una conferenza stampa scoppiettante, un messaggio politico d’attacco, una discontinuità ostentata anche con il profilo delle persone scelte per la segreteria, che poi è una squadra di governo di Renzi, e una tentazione irresistibile – la vedi nei gesti, nelle parole, nei sorrisi, nelle battute e nelle risposte ai cronisti – di far pesare il trionfo alle primarie come fosse la certificazione di un nuovo rapporto di forza con il governo. Un rapporto di forza in nome del quale, grazie al 68 per cento ottenuto alle primarie, i quasi tre milioni di elettori portati ai gazebo, il vero presidente del Consiglio da oggi si chiama Matteo Renzi. E un rapporto di forza in nome del quale Enrico Letta, di conseguenza, dovrà comportarsi come fosse il vicepremier con deleghe all’Economia del governo Leopolda. Esageriamo. Ma il senso del colloquio avuto ieri dal nuovo segretario Pd con il capo del governo si può riassumere anche così: caro Enrico, o si fa come ti dico io oppure ciao. L’atteggiamento di Renzi, e la sua voglia naturale di viaggiare con il vento in poppa, dovrà fare i conti con quello che sarà il primo esplosivo che il sindaco avvicinerà al governo Letta-Napolitano: la legge elettorale. Non si scappa, tutto gira attorno a questo tema. Che si fa? La partita presenta molte incognite, molte trappole e molte domande legate alle vere intenzioni del sindaco di Firenze: farà cadere il governo, farà un accordo con Letta, vuole votare, vuole durare, vuole prendere tempo, ha capito che non ha fretta, vuole davvero convivere con Letta? La sfida sulla legge elettorale si gioca su un piano che prevede due strade d’accesso. La prima, più scontata, è quella governativa. La seconda, più complicata, è quella extra governativa.

Graziano Delrio, ministro renziano, capo delle colombe rottamatrici, sostiene che Renzi e Letta riusciranno a trovare un accordo. Ma il passaggio è più complicato e rischioso di quanto si voglia far credere e il messaggio consegnato ieri dal sindaco-segretario a Palazzo Chigi è tosto ed è più o meno questo: io voglio fare la legge elettorale con la maggioranza che compone questo governo, se voi però fate melina, guardate che io ci metto un attimo a trovare un accordo con Forza Italia e andare subito va al voto. L’ipotesi B, in realtà, seppure sia un’arma che i falchi renziani, quelli cioè che vogliono il voto subito, accarezzano con eccitazione (convinti cioè che far pressione subito su Letta e Alfano per ottenere una legge elettorale sia come convincere il tacchino a partecipare al giorno del ringraziamento), al momento è una pistola che il sindaco ha poggiato sul tavolo per far capire che se il governo non fa quello che dice Renzi la strada per andare a votare esiste, eccome se esiste. In questo senso, la mediazione cui punta Renzi per lavorare con il governo consiste nel costringere Letta a presentare subito una legge che garantisca il maggioritario e ad approvarla definitivamente non oltre il 25 maggio, e non necessariamente al termine del cantiere delle leggi costituzionali. Senso della strategia: caro Enrico, io non voglio che questo governo cada, ma tu non puoi pensare di tenermi a bada solo con il trucco che non si può votare perché c’è una legge elettorale che non mi piace. “Terremo il governo appeso a un filo – racconta al Foglio un renziano di ferro – e il dialogo con Berlusconi non è solo una questione retroscenistica ma è un’opzione vera. Matteo e Berlusconi hanno un rapporto, un accordo lo trovano, e se Letta non fa come diciamo noi, subito, c’è spazio per andare a votare in primavera”. A Palazzo Chigi, però, il presidente del Consiglio è convinto che l’accelerazione di Renzi, e la possibilità di scrivere una riforma con Berlusconi, sia il bluff di una lunga partita a poker. Letta sostiene che per il nuovo segretario sia impossibile difendere un’alleanza con Berlusconi ed è convinto – complice il protettorato di Napolitano – di avere il coltello dalla parte del manico: nessuna accelerazione, nessuna modifica transitoria dell’attuale legge elettorale, patto a gennaio con Renzi e poi governo per tutto il 2014. Ieri Renzi ha promesso di voler stare al gioco ma nelle prossime ore, quando il Cav. potrebbe tendere la mano e mostrare a Renzi la strada delle urne anticipate, per il sindaco, se non riceverà indicazioni precise e convincenti sulla legge elettorale, la tentazione di portare il Pd sulla via delle elezioni anticipate potrebbe essere qualcosa di più di una semplice tentazione.
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(Già qualcuno va dicendo che Renzi sarà stritolato dall’apparato Pd e da Napolitano. Vero? Penso di sì, a meno che Renzi non esiga (e non sembra voglia farlo) che il parlamento vari una nuova legge elettorale di tipo maggioritario entro la fine dell’anno. Se traccheggerà, sarà troppo tardi per lui e per i suoi fans, che lo abbandoneranno considerandolo uno sbruffone. bdm)


Napolitano: “Le elezioni non sono dietro l’angolo, inutile evocarle”. E apre all’abolizione del Senato
di Redazione
(da “la Repubblica”, 10 dicembre 2013)

ROMA – Il Capo dello Stato lamenta “il frastuono delle polemiche politiche e così dannatamente sempre elettorali anche quando non ci sono elezioni dietro l’angolo per quanto sia di moda invocarle in ogni momento, anche quando sono lontane”. Giorgio Napolitano parla al Senato al convegno su Innovazione, ricerca e salute e rimprovera la classe politica che, a suo dire, continua a evocare le elezioni anche quando non sono dietro l’angolo.

E proprio da Palazzo Madama apre alla proposta di Matteo Renzi sui tagli dei costi della politica e si dice convinto che sia possibile “tagliare le duplicazioni e le ridondanze” del bicameralismo perfetto e qualificare in modo nuovo ed essenziale il Senato”. E fa l’esempio di altri Paesi dove c’è “una Camera Alta che non ha poteri di investitura politica ma altri poteri” come si vede nel caso del bundestag tedesco o del Senato francese, che “ha saputo in tempi recenti riformarsi profondamente senza scandalo e con il contributo dei senatori stessi”.

Il Paese sta vivendo “un clima, un ‘mood’ che non è esattamente di fiducia” – continua il presidente della Repubblica – noi ora dobbiamo reagire, cogliere e trasmettere tutte le iniezioni di fiducia, in particolare pensando ai giovani”.

E a proposito del tema del convegno, centrato sulla ricerca, Napolitano aggiunge: “Mi augurerei, in vista del rinnovo del Parlamento europeo, che si parlasse di Europa non solo, per quanto importante, in termini di riequilibrio finanziario e rilancio della crescita e della occupazione ma anche di altre dimensioni essenziali per il progetto europeo come la comunanza degli sforzi nella ricerca scientifica”.

Critiche alle parole del Capo dello Stato arrivano da Forza Italia, per bocca del suo capogruppo alla Camera, Renato Brunetta: “Con tutte queste esternazioni, compresa quella odierna, Napolitano non si attiene al suo ruolo – sostiene l’ex ministro – il Presidente della Repubblica può rapportarsi al Parlamento solo con un messaggio alle Camere e non con continue esternazioni. Per molto meno Napolitano criticò il presidente Cossiga contribuendo alla decisione del Pci di chiederne l’inpeachment”.
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(Non è sempre stato Napolitano a esortare il parlamento a varare una nuova legge elettorale prima del 3 dicembre quando era prevista l’udienza dell consulta, che poi ha deliberato il 4 dicembre? E non sa Napolitano che quando si varà una nuova legge elettorale è consuetudine convocare nuove elezioni, visto anche, questa volta, che la composizione di questo parlamento ha ricevuto la bocciatura della consulta? Ma di che sta parlando? In quale democrazia o teocrazia crede di vivere? Ma sono cose da dirsi da parte del capo di una Nazione che appartiene (sarà forse meglio dire: apparteneva) al novero delle grandi democrazie? Liberiamoci al più presto di questo presidente che sembra risentire dell’avanzata età, e al quale è sfuggita di mano la situazione in cui versa il paese, sia in fatto di povertà (lui strapagato) che in fatto di rispetto della costituzione!bdm)


Il piano segreto di Napolitano per allungare la vita al governo
di Massimiliano Scafi
(da “il Giornale”, 10 dicembre 2013)

La prima mossa la fa Re Giorgio. «Complimenti per lo splendido successo alle primarie e auguri per il futuro. Ora caro Matteo, come sai bene, ti aspetta un impegno importante».
La telefonata è «schietta», «affabile», «cordiale» ma non ancora affettuosa, e si conclude con un invito sul Colle: «Vediamoci presto». Quello di Napolitano però non è solo un gesto di cortesia o un obbligo protocollare nei confronti del nuovo segretario del Pd, è anche una piccola apertura di credito, quasi l’offerta di un patto. Secondo il Quirinale infatti è impossibile assicurare stabilità al governo senza coinvolgere Renzi, incoronato leader del primo partito della maggioranza. L’exploit del sindaco, la sua schiacciante vittoria, le sue parole contro «gli inciuci» e le sue convinzioni fortemente bipolariste hanno messo un po’ in difficoltà l’asse governista. Napolitano, Letta e Alfano sono apparsi tra gli sconfitti delle primarie. Ma il capo dello Stato ha già pronto un piano B, un accordo di ferro Letta-Renzi, una formula che metta al sicuro l’esecutivo di transizione senza frenare le ambizioni di Matteo e il ritorno alla normalità, destra contro sinistra.

Domani il premier si presenterà al Parlamento per riottenere la fiducia. Il patto che il presidente si prepara ad officiare prevede che prima, in queste ore, i due dioscuri democratici si mettano d’accordo su un programma di governo rapido ma abbastanza corposo. Un pacchetto di cose da fare durante il 2014, con la riforma elettorale in testa. Ma per il Colle non sarà sufficiente cambiare la legge quel tanto che serve per mettersi in regola e anticipare le motivazioni della Corte Costituzionale che l’altra settimana ha cassato il Porcellum.
No, quello sarebbe un obiettivo troppo «minimalista», di scarso respiro, quando invece, vista la situazione e la disaffezione della gente nei confronti della politica, occorre una «soluzione adeguata ai tempi». La riforma dovrebbe cioè contenere dei cambiamenti significativi, come la riduzione del numero dei parlamentari e il superamento del bicameralismo perfetto che è causa di tante lungaggini. Una simile soluzione andrebbe incontro a Renzi e, come gradito effetto collaterale, allungherebbe il brodo e la vita del Letta 2. Poi, ovviamente, l’economia. E anche qui secondo Napolitano si possono trovare punti di contatto con il segretario del Pd: giovani, lotta alla disoccupazione, interventi sul cuneo fiscale, privatizzazioni, revisione della spesa.

Basterà tutto ciò per contenere la voglia di cambiamento incarnata dal movimentista Matteo? Letta, che vede Renzi per un’ora e posta una loro foto sorridenti su Twitter, ostenta ottimismo. È vero, dice, la nostra base è contro le larghe intese e non vuole più essere alleata con il «berlusconiano» Alfano. Però, aggiunge, sarà difficile per il segretario far cadere un governo guidato da un altro leader del Pd. «Colloquio fruttuoso, lavoreremo insieme», recita il comunicato congiunto. Ma non sarà facile, il sindaco terrà Palazzo Chigi sotto pressione.
Sarà per questo che un altro rottamato come Angelino Alfano, più volte maltrattato da Renzi nei giorni scorsi, adesso cerca un contatto con il sindaco. «La sinistra ha scelto un leader che si confronterà certamente con la fatica di un sostegno a un governo in un momento di difficoltà del Paese», dice il ministro dell’Interno. Più che un auspicio, sembra una forma di esorcismo.
Gli alfaniani non sono pronti, Ncd ha bisogno almeno di un annetto per non farsi cannibalizzare da Forza Italia. Per questo ora trattano. «Accettiamo la sfida – afferma Maurizio Lupi – patto di governo chiaro, concreto e legge elettorale bipolare». Maurizio Sacconi entra più nel dettaglio. «L’ambizione dell’esecutivo di transizione deve essere di cambiare il nostro assetto istituzionale secondo il modello del sindaco d’Italia». Riforme difficili, tempi lunghi. Nel frattempo Sacconi vuole «riempire il 2014» esattamente come consiglia il capo dello Stato: «Occupazione, spending review, riduzione del cuneo fiscale, semplificazione amministrativa, incentivi alle assunzioni». Si tratta, spiega, di «tesi comuni ad Alfano e Renzi che potrebbero diventare atti di governo». Funzionerà?
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(No. Sono le solite promesse. In mano a Napolitano e a Letta si andrà alle calende greche. Renzi deve fare solo una cosa: andare alle elezioni con una nuova legge elettorale di tipo maggioritario, e presto; poi il programma di governo e i rappresentanti in parlamento dovranno passare al vaglio degli elettori. Questa è democrazia, caro Renzi. Napolitano è l’uomo di Budapest, non devi scordarlo. Tu non eri nato, ma io sì e avevo 14 anni quando accadeva lo scempio sotto gli occhi del mondo e con gli applausi di Napolitano! Non c’è differenza tra il Napolitano che plaude al massacro dei magiari e il Togliatti che dice di sì a Stalin per il massacro dei soldati italiani prigionieri in Urss. Se non sai fare questa distinzione, cancella ogni tua ambizione di governare questo tribolato Paese e resta a fare il sindaco di Firenze. Vuoi davvero metterti alle dipendenze di un uomo di un tale scandaloso passato? Onora il tricolore che svetta sul pennone del quirinale e libera il palazzo dall’uomo di Budapest! E’ la rpima cosa che sei chiamato dalla storia a compiere. Ti ricordi Eltsin, quando si presentò coi carri armati per far sloggiare il vecchio regime dal Cremlino? bdm)


Addio a Rossana Podestà, dal cinema al lungo amore con Bonatti
di Redazione
(da “la Repubblica”, 10 dicembre 2013)

ROMA – È morta oggi a Roma, a 79 anni, l’attrice Rossana Podestà. Aveva partecipato a molti film storici fra gli anni Cinquanta e Settanta e era stata protagonista del film Sette uomini d’oro, diretto da Marco Vicario che poi sarebbe diventato suo marito. A metà degli anni Ottanta si era ritirata dalle scene per cominciare una nuova vita con il compagno alpinista Walter Bonatti, scomparso nel 2011. Rossana (vero nome Carla Dora) Podestà era nata a Tripoli il 20 giugno del 1934 e aveva debuttato sul grande schermo appena sedicenne, grazie al regista Léonide Moguy che l’aveva scelta durante il casting per Domani è un altro giorno. Il film fu l’inizio di una carriera che conta una sessantina di film sia in Italia che all’estero.

Bel viso e bel fisico, non fu difficile per Rossana Podestà diventare una ragazza-copertina. All’inizio della carriera posò per numerose riviste, negli anni Sessanta, poi decise di dedicarsi completamente al cinema approfittando dell’ondata cosiddetta del “Neorealismo rosa”. Risalgono a quell’epoca film come Guardie e ladri di Steno e Mario Monicelli (1951), Gli angeli del quartiere di Carlo Borghesio (1952), Le ragazze di San Frediano di Valerio Zurlini (1954).Ma sono, questi, anche i tempi in cui il cinema italiano scopre il “pelum”, i film d’ambientazione storico-mitologica. Al boom delle produzioni corrisponde una forte richiesta e la poco più che ventenne Rossana si ritrova in tunica, gioielli e boccoli nei “sandaloni” all’epoca di grande successo.

Rossana Podestà, popolarissima negli anni Cinquanta, ebbe il ruolo di Elena di Troia nell’omonimo kolossal di Robert Wise liberamente tratto dall’Iliade, interamente girato negli studi di Cinecittà e in altre località del Lazio. Accanto a Wise, alla seconda unità di regia c’era il giovane Sergio Leone. Ecco il trailer originale del film, uscito nel 1956. Nel cast c’erano, tra gli altri, con la Podestà, Cedric Hardwicke nel ruolo di Paride, Stanley Baker (Achille), Niall MacGinnis (Menelao) e Robert Douglas (Agamennone)

La sua carriera ha una svolta nel 1953, quando interpreta Nausica nell’Ulisse di Mario Camerini. La sua carriera diventa internazionale, prima con La rete del messicano Emilio Fernandez, film apprezzato al Festival di Cannes del 1954, in cui l’attrice ha il ruolo di una donna sensuale e appassionata, contesa da due banditi, poi con il kolossal Elena di Troia di Robert Wise (1956) in cui riesce a conquistare il ruolo da protagonista spuntandola su concorrenti del calibro di Liz Taylor, Ava Gardner, Lana Turner. Seguiranno altri film come La spada e la croce di Carlo Ludovico Bragaglia (1958), La furia del barbari di Guido Malatesta (1960), Sodoma e Gomorra di Robert Aldrich (1962) per citarne solo alcuni. Rossana Podestà sembra diventata insostituibile nei titoli di genere mitologico, grazie anche a una fisicità alla quale tutti riconoscono grande fascino e un’eleganza distante dalle “maggiorate” in voga all’epoca.

Ma ad attendere la carriera, e in questo caso anche la vita dell’attrice c’è un’altra svolta. Quella che arriva grazie all’incontro con il regista e produttore Marco Vicario, che diventerà suo marito e che penserà per lei ruoli del tutto nuovi rispetto a quelli che l’avevano portata al successo, trasformandola in una femme fatale tutta alta moda e macchine da corsa per la quale gli uomini perdono irrimediabilmente la testa. Sarà così nel grande successo commerciale I sette uomini d’oro (1965), diretto e prodotto da Vicario, che avrà sequel meno fortunati (Il grande colpo dei sette uomini d’oro) e numerose imitazioni. Tra interruzioni e ritorni, negli anni a seguire l’attrice si misura anche con la commedia (Paolo il caldo, sempre di Marco Vicario, Il gatto mammone di Nando Cicero) e nel film drammatico (Segreti segreti di Giuseppe Bertolucci, 1985, dove interpreta il ruolo della madre di un terrorista).

Finito il matrimonio con Vicario, un giorno in un’intervista – era il 1980 – la Podestà disse (o almeno così racconta la vulgata) che Walter Bonatti era l’uomo con il quale avrebbe voluto ritirarsi su un’isola deserta. Bonatti, allora, le scrisse una lettera (anche lui veniva da un matrimonio finito) e fu così che cominciò un amore destinato a durare trent’anni.


Governo, Letta: “Incontro fruttuoso con Renzi”. Ma è tensione su legge elettorale
di Fabrizio d’Esposito
(da “il Fatto Quotidiano”, 10 dicembre 2013

Diversamente romano. Nella Capitale dei Palazzi, ovviamente. Così Matteo Renzi decide di andare a piedi a Palazzo Chigi. Dalla sede del Pd. Quasi alle cinque del pomeriggio ad aspettarlo c’è Enrico Letta, ansioso di scappare in Sudafrica per onorare Mandela. Il premier non si può sottrarre al primo faccia faccia con il nuovo segretario, ma in cuor suo lo farebbe, se non altro per guadagnare tempo. Ma Napolitano, supremo guardiano del Sistema, gli ha chiesto di avviare subito una trattativa con il Papa Straniero arrivato da Firenze. E Letta esegue, sorridente. Come testimonia la foto postata su Twitter dai collaboratori lettiani. Letta senza giacca, Renzi di fronte, nel suo completo blu.

Nel loro primo incontro c’è molta fuffa. Poco più di un colloquio interlocutorio. Due giocatori che si studiano, si annusano, coprendo le loro carte. Soprattutto il sindaco-segretario . Dopo il vertice si verifica un insolito black-out informativo dei suoi fedelissimi. Allo stesso tempo gli spin lettiani si affannano a dare un versione natalizia del faccia a faccia, che corrisponde alla nota congiunta dei due: “Incontro positivo e fruttuoso. Lavoreremo bene insieme”. E primo ostacolo superato, seppur scontato: la fiducia di domani, provocata dall’uscita dei berlusconiani di Forza Italia dalle larghe intese. Manca però la fatidica data del 2015. Per un patto così impegnativo la promessa è di rivedersi a gennaio. In ogni caso Letta e Renzi parlano e si rassicurano a vicenda sul bipolarismo, sulle riforme istituzionali (via il Senato e le province per il sindaco). Poi tanta economia: riduzione delle tasse, disoccupazione, tagli alla politica e spending review. Ma ognuno ha il suo retropensiero. Renzi, senza la sentenza ammazza Porcellum della Consulta, avrebbe la pistola fumante sul tavolo: forzare sulla riforma elettorale oppure al voto coi nominati. Al contrario, il vuoto proporzionale prodotto dalla Corte costituzionale è diventata l’arma di Letta per intrappolare in una gabbia Renzi.

Inutile girarci attorno. Il premier vuole chiudere al più presto la finestra elettorale della primavera e per farlo ha bisogno di portare a spasso il sindaco sul riformismo di governo. E su questo deputati e senatori anti-renziani sono pronti a dare battaglia. Uno di loro, a microfoni spenti, ha già fatto i calcoli: “L’11 votiamo la fiducia e il 21 andiamo in ferie. Si ritorna il 7 e a quel punto per fare una legge elettorale ci vorrà almeno un mese, troppo tardi quindi”. I governativi fanno anche un’altra scommessa: “Se Renzi fa sponda con Berlusconi sulla legge elettorale come lo spiega al popolo delle primarie? A fare accordi con il Cavaliere D’Alema ci ha rimesso una carriera, lì si gioca con il fuoco”. Ecco il sentiero strettissimo che sta davanti al sindaco. Tutto si gioca sulla legge elettorale e Letta conta di vincere la battaglia per arrivare al 2015. In teoria, Renzi, per accontentarlo chiede un impegno forte sul maggioritario e sui tagli chiesti. Altrimenti è pronto a volgere lo sguardo altrove. Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera, ha rinnovato ieri l’offerta: “Con Berlusconi, Grillo e Renzi la legge si fa subito”. Senza dimenticare che il sindaco e il Condannato si sono anche sentiti per telefono e la Santanchè ha mandato un messaggio pubblico: “Il nuovo segretario chieda a Letta di rinviare la fiducia”.

Il tentativo forse di stabilire un contatto per una strategia convergente. Il vero volto del renzismo, dopo il miele pomeridiano dell’incontro con il premier, l’ha mostrato Matteo Richetti a Ballarò: “Se c’è una maggioranza per cambiare la legge elettorale bene, altrimenti ne troviamo un’altra”. In quest’ultimo caso l’opzione del Mattarellum dovrebbe essere l’unica in campo.

La realtà è che ieri è cominciata un’intensa guerra tra Renzi e il Sistema del Pd che ancora resiste. Non tutte le speranze di votare nel 2014 sono perse. Dipende da come il sindaco imposterà già da stasera la sua partita, nella riunione con i gruppi parlamentari. La fiducia andrà bene per Letta ma dopo il governo comincerà una navigazione a vista. In attesa poi dell’incontro tra Renzi e Napolitano.


Renzi e Grillo, d’ora in poi contano solo fatti e credibilità
di Peter Gomez
(da “il Fatto Quotidiano”, 10 dicembre 2013)

Nessuno può dire cosa penseranno tra due anni gli italiani del primo discorso di Matteo Renzi, vincitore delle primarie. Solo il tempo ci racconterà se e quali fatti seguiranno alle molte belle parole e ai tanti principii, spesso impossibili da contestare, enunciati dal sindaco di Firenze subito dopo il suo trionfo.

Per questo, qui a ilfattoquotidiano.it, ci prendiamo un unico impegno: continuare a trattare Renzi al pari di tutti gli altri politici. Giudicarlo solo da quel che saprà fare.

Per ora, però, fa impressione ascoltare un segretario del Partito democratico che attacca “i teorici dell’inciucio”, che dice “questa classe dirigente è la peggiore che abbiamo mai avuto”, che promette di cambiare tutto: dalle facce, ai costi della politica; dal rapporto con il sindacato, fino alle parole d’ordine della sinistra. Perché, spiega Renzi, “è di sinistra il merito, abbassare le tasse, dare garanzie a chi non le ha mai avute”.

Si tratta di concetti che molti elettori, non solo del Pd, da tempo volevano ascoltare. Lo dimostrano i due milioni di voti raccolti dal neo segretario. Lo confermano le tante assonanze tra le sue parole d’ordine e quelle dei suoi più grandi avversari, gli eletti e i militanti del M5S.

Non per niente tra Grillo e Renzi, e tra Renzi e Grillo, viene combattuta da mesi una guerra verbale destinata, col passare dei giorni, a diventare sempre più accesa. Le frasi ad effetto e le buone intenzioni, in questa battaglia per conquistarsi gli elettori (spesso gli stessi), contano però molto poco. E soprattutto, da sole, non servono al Paese.

Garantire, per esempio, di dimezzare entro un anno i costi della politica, come fa Renzi, significa raccogliere sicuri applausi, facendo leva su un tema molto sentito dagli italiani. Anzi ri-sentito. Non c’è leader che in questi ultimi 24 mesi non ne abbia parlato. Per questo il fatto che anche il neo segretario voglia raggiungere l’obbiettivo tramite riforme costituzionali (lunghe e difficili da approvare), non lascia tranquilli.

La prima vera riforma che il suo Pd deve sposare è infatti molto più semplice: fare quel che dice. E farlo in fretta. Anche perché, come ha ammesso proprio il sindaco di Firenze, per i democratici questa è davvero l’ultima occasione.

Una segreteria Pd formata da giovani e donne è un ottimo inizio. Ma se Renzi non spingerà il suo partito, i suoi parlamentari e consiglieri regionali, ad autoridursi subito rimborsi e emolumenti prima di una futura e del tutto aleatoria legge, col passare dei mesi tra molti potenziali elettori Pd conterà solo un dato: il M5S ha rinunciato a 42 milioni di euro di finanziamento pubblico, i suoi eletti si sono tagliati lo stipendio. Quelli di Renzi no.

Attenzione, la questione non ha nulla a che fare con la demagogia. Renzi e il Pd devono invece essere credibili per poter illustrare ai cittadini la medicina (immaginiamo amara) che intendono adottare per affrontare due punti di cui parlano troppo poco:  i 50 miliardi di euro di tagli di spesa imposti all’Italia dal 2015 dal fiscal compact e gli oltre 150 miliardi di euro che le banche italiane devono ancora restituire alla Bce. E la credibilità, si sa, non si conquista a parole. Ma solo con i fatti. Con pazienza, noi qui li aspettiamo.


Primarie Pd, quei tre milioni non ne possono più
di Antonio Padellaro
(da “il Fatto Quotidiano”, 10 dicembre 2013)

Importanti interrogativi accompagnano l’elezione di Matteo Renzi alla guida del Pd. Ciò può significare la fine della vecchia sinistra? Egli promuoverà una legge elettorale maggioritaria o ci terremo il Porcellum amputato dalla Consulta? Letta potrà dormire sonni tranquilli o le elezioni sono adesso più vicine? Per carità, la politica vive giornalmente di movimenti di truppe, cospirazioni e questioni di lana caprina, ma domandiamoci: i quasi tre milioni di persone che hanno votato domenica alle primarie erano in fila ai gazebo assillati dal dibattito sulle riforme istituzionali? O perché travolti da una crisi devastante per i bilanci familiari, vedono nel giovane sindaco l’ultima zattera a cui aggrapparsi dopo il fallimento del vecchio e corrotto sistema di potere?

L’altro giorno il Censis ha descritto un paese che arranca, una società senza più ossigeno, “sciapa” e infelice “dove circola troppa accidia, furbizia generalizzata, disabitudine al lavoro, immoralismo diffuso, crescente evasione fiscale”, dove i consumi sono tornati ai livelli di dieci anni fa, dove si fatica a pagare tasse e bollette e dove, per capirci, i ticket sui farmaci sono aumentati in quattro anni del 114 per cento. Non c’è quindi da sorprendersi se qua e là, nel nord un tempo prospero scendono in piazza moltitudini esasperate e se a Torino poliziotti e finanzieri si tolgono i caschi tra gli applausi dei manifestanti perché in fondo anche alle forze dell’ordine, vessate dai continui tagli di spesa, la fiducia in questo Stato sta venendo meno.

Insomma, la frase “in giro c’è troppa disperazione” non l’ha detta qualche masaniello col forcone, ma il presidente di Confindustria Squinzi. Secondo Renzi non c’è un minuto da perdere. Giusto, allora si tolga il giubbotto alla Fonzie e il sorrisetto del predestinato e chieda ai deputati pd di mettere nella deprimente legge di Stabilità qualcosa davvero di sinistra. Come, per esempio, concentrare più risorse per ridurre le tasse nella busta paga dei lavoratori a basso reddito, mettere fine all’indecorosa sceneggiata sulla seconda rata Imu e soprattutto impedire l’assalto finale alla diligenza con leggi e leggine di spesa a uso di amici e clienti. Dia subito un segnale forte. Anche se declamate a ritmo di rock, delle false promesse ne hanno tutti piene le scatole.


Legge elettorale, calendarizzata la riforma alla Camera. “Il Senato faccia presto”
di Redazione
(da “il Fatto Quotidiano”, 10 dicembre 2013)

Montecitorio mette pressione al Senato sulla legge elettorale. L’ufficio di presidenza della commissione Affari costituzionali della Camera ha ufficialmente calendarizzato la riforma della legge elettorale. L’organo parlamentare si riunirà alle 14.30 e il presidente, Francesco Paolo Sisto, che sarà relatore del provvedimento, illustrerà alla commissione le 21 proposte di legge già depositate. A questo punto i due presidenti di Camera e Senato, secondo il regolamento, potranno avviare i contatti per concordare da dove far partire l’iter. L’articolo 78 del regolamento della Camera, infatti, recita: “Quando sia posto all’ordine del giorno di una Commissione un progetto di legge avente un oggetto identico o strettamente connesso rispetto a quello di un progetto già presentato al Senato, il Presidente della Camera ne informa il Presidente del Senato per raggiungere le possibili intese”.

Prima della decisione della commissione, il presidente Sisto ne aveva già anticipato le ragioni. “Da parte nostra non vi è nessuna volontà di dire ‘siamo più bravi, voi non ce la fate, allora ci pensiamo noi, vi scippiamo il provvedimento’. Una competitività che sarebbe inopportuna e inelegante”, aveva spiegato il deputato di Forza Italia. “Tuttavia ci teniamo a dire al Senato: ‘noi siamo pronti, anche noi vogliamo fare la riforma, cercate di accelerarne l’iter‘ e questa sarebbe una sinergia estremamente importante”.

Dallo stesso presidente del Senato, d’altra parte, era arrivato in mattinata un invito a fare presto. “Personalmente ho avuto modo spesso di richiamare l’attenzione sulla necessità di una riforma elettorale, già da molti mesi”, aveva ricordato Piero Grasso. “Auspico adesso che il monito della Corte Costituzionale sproni le parti politiche a raggiungere un’intesa su un testo condiviso nel tempo più breve e ben prima che la Corte depositi le motivazioni della decisione”.
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(Quest’ultima frase di Grasso non me l’aspettavo ed è encomiabile. Ma manterrà la parola? bdm)


A chi fa paura Matteo Renzi? Ecco perché il sindaco di Firenze può servire
di Andrea Colombo
(da “gli Altri”, 10 dicembre 10 dicembre 2013)

E’ la fine. L’incoronazione a furor di popolino del discolo di Firenze semina sconforto nell’animo esulcerato della gente “di sinistra”, che dà sfogo al livore nella cloaca dei social network. I verdetti si sprecano. E’ il becchino della sinistra. E’ il degno erede di Silvio il maledetto. E’ un Tony Blair all’amatriciana. E poi è antipatico, è arrogante, è maleducato e chi più ne ha più ne metta.

I capi d’accusa, se non tutti molti, hanno qualche fondamento: il ragazzo ogni tanto straparla davvero. La difesa d’ufficio non agevola: “Però con lui si vince”. Come se trasformarsi nel nemico fosse una vittoria invece che la sola sconfitta senza scampo. Come se l’abietta argomentazione non fosse già stata adoperata troppe volte da leader tanto spregiudicati quanto inetti, incapaci di vincere anche a fronte di un’armata nemica in rotta, come nell’autunno del 2011.

Capita però che quei disgraziati leader fossero gli stessi che tenevano le posizioni con poco onore (nonostante i meriti del soldato Cuperlo) contro l’avanzata dell’imberbe. Erano “la sinistra”, ma ci vuole una vista d’aquila per scorgere differenze sostanziali tra quel che loro hanno effettivamente fatto e ciò che si teme possa fare domani l’impunito pischello. Hanno tramato, ordito, ingannato i loro alleati e i loro elettori. Hanno inciuciato e mestato. Bombardato in nome della pace e spedito eserciti qua e là nel mondo, proclamandosi nemici giurati della guerra. Hanno aperto la porta a leggi che offendevano diritti e libertà. Sostenuto senza un fiato il peggior governo della storia repubblicana e votato per misure che devastavano centinaia di migliaia di vite. Dobbiamo rimpiangerli?

Aaahh, ma loro almeno si dichiaravano ancora “di sinistra”! Lo facevano in effetti: ogni volta che serviva a ramazzare voti o postazioni strategiche, come quando, anno di disgrazia 1998, la volpe baffuta se la prese con Prodi perché non abbastanza “di sinistra”. Diede poi coerente seguito all’accusa sostituendolo a braccetto con Cossiga e Mastella. Questo intruso, invece, se la prende pure con i sindacati, e sì, certo, quel che afferma è vero, lo sappiamo tutti. Ma dirlo non sta bene. Non è affatto “di sinistra”.

Per due decenni (da dimenticare) la cifra dei partiti eredi del Pci è stata ipocrisia, liturgia bugiarda, difesa acerrima del potere dei gruppi dirigenti, scollamento sempre più completo tra le parole e le azioni. Piaccia o non piaccia, la vittoria di Matteo Renzi ha spazzato via quell’apparato e le sue logiche. Non ha ucciso niente che non fosse già morto. Il Pd, poi, non avrebbe in alcun caso potuto finirlo: come si fa ad ammazzare ciò che non è mai nato? Il Pd ha preso vita appena due giorni fa: per sapere cosa sarà, e se del caso volgere il pollice, è un po’ presto. Più che strapparsi le vesti, sarebbe opportuno osservarne con interesse i primi passi.

Se Matteo Renzi riuscirà a sfondare le logiche asfittiche e le centrali di potere (anche finanziario) trasmigrate dal Pci ai pallidi eredi, converrà aiutarlo a portare l’ariete, contrastandolo allo stesso tempo nel merito della visione politica. Nei partiti pluralisti succede, e di quelli insaporiti di bolscevismo non resta più nemmeno la statua di Lenin a Kiev. Se invece ridurrà il suo slancio alla sostituzione del gruppo dirigente con un altro più giovane, identico nei comportamenti e ispirato senza più ipocrisie all’Ichino-pensiero, ci sarà finalmente spazio per costruire una sinistra radicale ma non resistenziale, nostalgica, fissata come in un romanzo di Stephen King alle foto ingiallite del ’45.
In entrambi i casi, sarà un bene. E se la cosa non è abbastanza “di sinistra”, chi se ne frega.


Renzi “sfida” il M5s: “Voti la proposta Pd sul Senato. Grillo? Demagogico”
di Redazione
(da “il Fatto Quotidiano”, 10 dicembre 2013)

La prima mossa di Matteo Renzi da segretario del Pd è una sfida al Movimento Cinque Stelle. A meno di 12 ore dalla prima segreteria (convocata per le 7,30 di mercoledì 11) il sindaco di Firenze apre la partita sui costi della politica: “Grillo – dice a Ballarò – ha 160 deputati, se votano la proposta del Pd sul Senato si fa. Questo senso di urgenza Grillo non lo butti via, provi a cambiare le cose senza pensare che basta un post”. La proposta sul Senato che il sindaco di Firenze ripete da mesi è il taglio dei seggi e la trasformazione della “Camera alta” in Senato delle regioni. Ma non è l’unico attacco ai Cinque Stelle. Perché quando si parla della protesta dei Forconi e di quanto chiesto da Beppe Grillo alle forze dell’ordine dopo il loro atteggiamento verso i forconi è “demagogico e strumentale” da parte di chi “due anni fa invitava i militanti no Tav a picchiare i poliziotti”. ”E’ imbarazzante – rincara poi parlando ai parlamentari del Pd – quello che sta accadendo in queste ore. Grillo due anni fa derideva i poliziotti, ora li blandisce. E’ un tentativo di rompere la coesione sociale, di mandare tutto all’aria, di scardinare il sistema”.

Uno scontro frontale che diventa palese quando arriva la replica immediata del leader dei Cinque Stelle, attraverso Twitter: “Non ho mai invitato i No Tav a picchiare i poliziotti, come afferma Renzie a Ballarò. Renzie prima di parlare del M5S si sciacqui la bocca”. E non solo. Già nel pomeriggio i parlamentari M5s erano andati all’assalto dei componenti della segreteria scelti da Renzi. In particolare Marianna Madia, Davide Faraone e Pina Picierno: nell’ordine “la filoPdl”, il “raccattavoti” e “la demitiana”.

“Voto di fiducia è un’agenda per il 2014 su tre punti: riforme, lavoro e Europa”
Secondo Renzi all’esecutivo certo servirà una netta accelerazione: “Enrico Letta è il premier del Paese e deve fare nel giro di un anno le cose che ci siamo detti” dice Renzi parlando con Floris. Sulla fiducia (in programma domani 11 dicembre) il neo segretario Pd ha detto che Letta la chiederà “su un programma generale che deve diventare concreto in un mese” con delle precise scadenze. Il resto Renzi lo dice all’assemblea dei parlamentari del Pd: “In questa sala ci sono 400 persone che possono essere decisive per portare l’Italia fuori dalla crisi. Ora il Pd è la stragrande maggioranza della maggioranza, la palla ce l’abbiamo noi”. E il voto di fiducia di domani (11 dicembre) è il vero tagliando del governo, dopo l’uscita dalla maggioranza di Forza Italia e la nuova guida del Pd: “Noi votando la fiducia domani segniamo l’agenda del 2014 e ci impegniamo a sostenerla. Io ho posto tre punti e spero condividiate: riforme, lavoro e Europa”. Quindi sostegno all’esecutivo, purché lavori: “Basta con il balletto sulla durata del governo. Per me può andare avanti fino al 2018 ma bisogna fare le cose, sapendo che se non si faranno sarà colpa nostra”. Dunque, secondo il segretario, “dobbiamo garantire il bipolarismo e la stabilità di governo. Ci sono più modelli, vanno bene se raggiungono obiettivi. Se tra di noi c’è chi sogna soluzioni ‘inciuciste’ deve rassegnarsi. Soluzioni neo inciuciste o neo proporzionaliste sono state bocciate dalle primarie”. Dunque, punto uno: riforme: “Partiamo dalla maggioranza ma poi dobbiamo allargare anche all’opposizione. Dobbiamo portarla a casa entro il 25 maggio”. Quanto alle nuove elezioni “abbiamo davanti un anno di lavoro serrato, Enrico (Letta, ndr) ci ha chiesto e io sono d’accordo a fare un patto di coalizione subito dopo la legge di stabilità. Nel 2015 vedremo come stiamo, non mi piace e non è pensabile che si decida oggi per il paese che è bene che si torni al voto nel 2015”.

“Non c’è nessun nesso tra riforma elettorale e voto anticipato”
Da lì all’affondo sulla legge elettorale manca poco. “Si fa con tutti, non si fa con una parte e basta. Si tolga dal Senato, dove l’hanno tenuta a candire per qualche mesa, lasciandola lievitare come fosse pasta da pizza”. E comunque è un tema di cui si occupa il Parlamento, il governo non c’entra. “Brunetta è come un orologio rotto, due volte al giorno dice l’ora esatta – ha aggiunto – Sulla legge elettorale ha detto una cosa esatta. Se c’è la volontà si fa in sette giorni”. Tuttavia il capogruppo di Forza Italia alla Camera ha detto a chiare lettere in giornata che il doppio turno stile “sindaco d’Italia” – come vorrebbe Renzi – non lo vuole nemmeno per scherzo. Ma il sindaco di Firenze assicura: “Non c’è nesso tra riforma elettorale e voto” anticipato.

E, per quanto riguarda l’Europa, a sorpresa Renzi conferma che il Pd entrerà nel Partito socialista europeo, scenario che provocherà – come ha già fatto in passato – parecchie polemiche: “Non c’è alternativa all’ingresso del Pd nel Pse – dice – Lo vorrei fare contrattando sull’idea di Europa, sulla quale la socialdemocrazia europea è tutt’altro che indenne”.

“Non candideremo Bindi e D’Alema, quella generazione ha chiuso un ciclo”
Renzi conferma che forse è presto per definirlo “ex rottamatore”. Giovanni Floris gli chiede: candiderà Rosy Bindi e Massimo D’Alema alle prossime elezioni europee? “No, non credo proprio – risponde – Alle europee mandiamoci qualcuno che poi resta lì”, quelli “interessati all’Europa e non ai giochini italiani”. D’altra parte “dal punto di vista politico il voto di domenica ha detto che una generazione ha chiuso un ciclo, ora tocca a un’altra, che ora deve rispettare un impegno: mantenere le promesse fatte o siamo dei quaquaraqua“. Peraltro D’Alema ha dimostrato di non farsene troppo un cruccio, almeno pubblicamente.

Le telefonate di Bersani, Berlusconi, Bindi
Il sindaco ha definito la prima giornata da segretario “piena di impegni e appuntamenti e di grande gioia, perché ci sono tante persone che ti affidano delle responsabilità. Ho fatto tardi a leggere le mail, le lettere. Se non cambiamo questa volta ci vengono a prendere”. Tra i vari contatti quelle di Angelino Alfano (ma non ci sono incontri in programma) e di Pierluigi Bersani: “Mi ha mandato un messaggino Bersani, mi ha fatto l’in bocca al lupo. L’ho ringraziato e gli ho detto che mi farebbe piacere vedersi. Lui mi ha detto: ‘ok ma prima fatti una bella dormita’, perché lui c’è già passato e sa che frullatore è”. Altra telefonata è stata quella di Silvio Berlusconi: “Mi ha chiamato all’una di notte. Che stava facendo lui? Non lo so. Mi ha fatto molto piacere ricevere le telefonate di tutti i leader. Mi ha detto – ha sottolineato Renzi imitando il tono di voce del Cavaliere – ‘farai un grande partito socialdemocratico’, ha magnificato le primarie e io ho detto a lui, visto che mi ha detto di essere con alcuni giovani di Forza Italia, di fargliele fare le primarie”. Ma, conclude il segretario “mi ha fatto più ridere Rosy Bindi, mi ha telefonato e io le ho detto solidarietà per avere Renzi segretario e Letta presidente del Consiglio. E lei ha detto, tanto non durate nessuno dei due. La Bindi è sempre la Bindi”.

Segreteria convocata alle 7,30
E dunque domani inizia l’era Renzi. La segreteria è infatti convocata al Nazareno alle 7,30. Oggi il sindaco ha presieduto la prima giunta in Comune a Firenze nella doppia veste: riunione lampo, 35 minuti. “E’ stata una riunione come tutte le altre – ha spiegato al termine la vicesindaco Stefania Saccardi – caratterizzata da un clima come di consueto sereno e tranquillo e dalla massima concentrazione di tutti sulle questioni cittadine”. In serata Renzi incontrerà i gruppi parlamentari che, come si sa, hanno numeri molto diversi dai risultati delle urne delle primarie di domenica scorsa.

La nuova assemblea: Renzi ha la maggioranza assoluta
E anche dell’assemblea nella quale, dati alla mano sempre secondo l’Ansa, Renzi avrebbe la maggioranza assoluta anche senza i “franceschiniani”: i renziani “doc” sarebbero 510, 75 i franceschiniani e 15 i lettiani. Molti, moltissimi volti nuovi. Tanti amministratori (specie in quota Renzi), diversi parlamentari, qualche vecchia volpe. L’assemblea del Pd esordirà domenica prossima a Milano per “incoronare” formalmente l’ex rottamatore. Di certo (e di diritto) ci saranno gli ex segretari (Walter Veltroni, Dario Franceschini, Pierluigi Bersani e Guglielmo Epifani). In attesa di definire tutte le pratiche e assegnare tutti i posti, scorrendo gli elenchi regionali che stanno arrivando alla sede centrale del Pd si può già intuire quella che sarà l’impronta del parlamento democratico. Sarà più complicato trovare qualche vip rispetto al 2008. Nella prima assemblea sedevano nomi comeEttore Scola, Ennio Morricone, Massimiliano Fuksas e Piergiorgio Odifreddi, solo per fare alcuni esempi. Adesso ci sono Gad Lerner, eletto in quota Cuperlo in Lombardia, e pochi altri. In attesa di conoscere i nomi della Direzione che, come ha anticipato ieri Renzi, sarà integrata da personalità della società civile.

I parlamentari M5s: “Renzi? Il camaleontismo che avanza, è il Rottame team”
Una sfida aperta, dunque, tra il nuovo Pd che vuole Renzi e il Movimento Cinque Stelle. Il ritmo della partita sembra accelerare. “Ecco a voi il ‘Rottame team‘ di Renzi, il camaleontismo che avanza” ha commentato per esempio il blog dei parlamentari Cinque Stelle. L’immagine è un fotomontaggio della locandina del film “Il buono, il brutto e il cattivo”, cioè – appunto – la Madia, Faraone e la Picierno. “Dopo essersi recato ad Arcore da Berlusconi nel 2011 ed aver ricevuto appena eletto i complimenti del condannato (“Ti avevo capito quella volta ad Arcore”), Matteo Renzi ha lanciato la sua mirabolante squadra” si legge sulla pagina facebook dei gruppi M5S. Il post continua: “Tra questi la responsabile Lavoro Marianna Madia, alla seconda legislatura. Era tra i parlamentari del PDmenoelle che non si presentò a votare contro lo scudo fiscale di Tremonti. Il 28 agosto di quest’anno dichiarava ‘Meglio votare Pdl che Grillo’, aggiungendo ‘i grillini non sono fascisti, ma violenti’. Violenti? La filo berlusconiana Madia può citare un solo atto di violenza compiuto in questi anni dal Movimento 5 Stelle o dai Meet Up? Zero assoluto”.

Sempre i Cinque Stelle definiscono “andreottianamente innovativa la scelta per il Welfare, con il palermitano rampante Davide Faraone il quale, durante le regionali 2008 in Sicilia mentre raccattava voti a Palermo ha incontrato persone poi condannate per mafia. Chissà cosa ne pensa di questi incontri palermitani la già seguace di Ciriaco De Mita Pina Picierno, neo responsabile legalità del Pdmenoelle. Appena eletta nel 2008 dichiarò ‘De Mita è il mio mito’ tanto che su di lui fece la tesi di laurea. La Picierno – si legge ancora – nell’ultimo anno si è piegata al ‘lato oscuro della forza’. Il 16 novembre 2012 in piene primarie si schierava per Bersani contro Renzi con queste parole: “Se perdiamo primarie il partito non tocchi i rottamatori, dice Renzi. E per chi ci ha preso per renziani?!”. Un anno dopo, l’8 dicembre 2013 scriveva su twitter: “Votare oggi Renzi significa far #cambiareverso anche a Saturno e al lato oscuro della forza, perciò datemi una mano…”. Sul blog figurano poi commenti anche per Deborah Serracchiani, Alessia Morani e Francesco Nicodemo. “Ai solerti benpensanti, segnaliamo inoltre gli insulti rivolti ai giornalisti ostili a Renzi, da parte del neo responsabile comunicazione del Pd Nicodemo” si legge sul post che rimanda ad un articolo del Fatto con “una raccolta dei suoi insulti. Ora ci attendiamo la stessa levata di scudi ‘democratica’ riservata a Grillo ed il M5S da parte di Enrico Letta, Matteo Renzi, la presidente della Camera Boldrini ecc ecc..”. Appunto: la sfida è aperta.
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(La Pina Picierno mi ha fatto una brutta impressione stasera a Ballarò. Mi sembrava la bella ochetta che ha sempre uno sciocco sorriso sulle labbra. E poi, si riscaldava solo quando nominava Berlusconi per attribuirgli tutti i mali dell’Italia e perfino le proteste popolari di questi giorni, dimenticando a bella posta che su 18 anni di governo, 10 sono appartenuti al centrodestra e ben 8 al centrosinistra, che aveva con tutto comodo la possibilità di rimediare ai declamati guasti di Berlusconi. Ma come tutti sanno, e come si vede, non lo ha fatto, nemmeno riguardo al porcellum. Bisognerà che Renzi studi bene le persone da inviare ai talk show. Non basta essere belle donne, ma occorre essere intelligenti, e, per avviare il nuovo, lasciare dietro le spalle il passato. Anche Forza Italia ha mandato un giovane, Alessandro Cattaneo, che mi è sembrato orientato a costruire il futuro, mettendosi dietro le spalle gli odi reciproci del passato e mostrando di essere pronto a costruire insieme con chi vuole sostituire il confronto all’odio. La Picierno, che è piuttosto antipatica, non mi è parsa disposta a lasciare da parte l’antiberlusconismo, che ha causato tanti guasti all’Italia. Renzi stia attento, perciò, a scegliere bene chi invia a rappresentarlo e diffidi di quelle giovani (e di quei giovani) che oggi si dicono “renziane” e ieri stavano con Ciriaco De Mita. Sono, come ha dimostrato la Pd Moretti, pronte a salire sempre sul carro del nuovo vincitore, strafottendosene del suo predecessore. bdm)


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart