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VARIE: Paese che vai, difetti che trovi…

12 settembre 2014

di Maria Antonietta Pinna
(da qui)

Siete mai andati a fare una denuncia presso una caserma italiana di polizia o carabinieri?

Di solito si suona ad una porta o un cancello chiuso in cui c’è il citofono con telecamera, in modo che vi vedano in faccia prima di farvi entrare, come se la fisiognomica fosse una scienza esatta. “Che vuole?”. “Devo fare una denuncia”. Qualche ora di attesa e poi vi introducono in una sala dove l’appuntato dovrebbe avere il compito di prendere atto e trascrivere quello che è successo. Di solito cercano di dissuadervi dal fare denunce, tutto tempo da perdere, scartoffie da riempire, resoconto da ascoltare e ridurre in sinossi e le procure intasate di cause inutili e improduttive che tanto il più delle volte vengono archiviate e finiscono nel dimenticatoio… Se possono risparmiarsi la fatica di scrivere è meglio. Insistete, allora si rassegnano. Bisogna scrivere, è necessario. Sbuffo dell’appuntato. Dopo averlo visto armeggiare al pc, ben presto vi accorgerete che dovrebbe fare un corso intensivo di dattilografia, dato che scrive con un solo dito, non distingue e coordinata dalla è terza persona del verbo essere, mette i punti a seconda dell’umidità dell’aria e le virgole casualmente, in virtù dell’ispirazione del momento. Ma l’aspetto più inquietante è che scrive periodi che niente hanno a che fare con quello che gli avete appena riferito, e poi pretende che firmiate il foglio uscito dal ventre di una stampante laser che ha fatto la guerra del 15-18. Vi rifiutate, facendogli notare che ha scritto una cosa per un’altra, che non è così che sono andati i fatti. Ride, sbuffa, e riscrive col solito dito. Per tre volte vi rifiutate di firmare, alla quarta apponete la firma e quell’“arrivederci” di due o tre tutori in divisa che vi guardano come se foste una rompiscatole piovuta dal cielo per rovinargli la giornata, suona ironico e beffardo. Ovviamente quando il denunciato riceverà, dopo un bel po’ di tempo, la notifica della vostra denuncia, avrà tutti i vostri dati e perfino l’indirizzo, in barba alla legge sulla privacy.

Denuncia presso un posto di polizia in U.K. La porta si apre al passaggio. Dietro un vetro c’è il poliziotto o la poliziotta (ci sono molte donne nella polizia inglese) che vi dà un modulo da compilare dentro una stanza. Compilato il modulo, tornate allo sportello, dove l’impiegato per circa un’oretta vi chiede tutti i particolari del caso, il luogo, l’ora, le circostanze, i fatti, etc. etc., battendo rapidamente le dita sui tasti. Il denunciato non avrà mai i vostri dati personali e neppure voi i suoi, per rispetto alla legge sulla privacy.

Tutto perfetto, almeno apparentemente. Peccato che l’ufficio serva praticamente solo per segnalare, denunciare e burocratizzare gli eventi. Se accade qualcosa davanti alla stazione di polizia l’impiegato dietro il vetro non può lasciare il suo posto che rimarrebbe scoperto. Mettiamo il caso che vediate tre persone azzuffarsi nei pressi, correte alla stazione, visto che sta là davanti, segnalate la rissa in atto. Il poliziotto/a vi risponderà con britannica flemma che dovete fare la fila, compilare un modulo e poi si vedrà, intanto quelli si scorticano le corna, ma la procedura è procedura, bisogna rispettarla… Non si può fare niente, soltanto usare il telefono per chiamare la polizia. Fate notare che sono loro la polizia! Risponde che la suddivisione dei compiti non permette di intervenire, che bisogna avere pazienza e compilare il modulo, e vi saluta come se niente fosse, augurandovi in modo molto professionale una buona giornata.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart