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LETTERATURA: I MAESTRI: Giuseppe Ungaretti. Avanti vecchio capitano

19 luglio 2016

di Leone Piccioni
[da “La fiera letteraria”, numero 8, giovedì 22 febbraio 1968]

Roma, febbraio

Mi ha sempre detto Ungaretti negli ultimi anni: « Il giorno che sentirai dire che non viag­gio piĂą, che non prendo l’aereo, che non parto piĂą con te in macchina, per Urbino, per Firenze, per dove ti pare, che sto a casa sempre, allora sarĂ  segno che sto per andarmene… ». Questo non solo non è accaduto, ma soprattutto di questi tempi non accade davvero: l’altr’anno proprio in febbraio con Ungaretti ero a Israele: un viaggio bellissimo, ma non poco faticoso. In dieci giorni di programma c’era un solo giorno libero da pas­sare a Tel Aviv, proprio per riposarci. In quel giorno andammo in macchina fino al Mar Morto: indimenticabile viaggio. E Ungaretti spediva in Brasile ogni giorno una lettera: anche se rientra­vamo in albergo a tarda notte, prima d’addor­mentarsi si metteva piano piano con il suo in­chiostro verde della stilografica, a scrivere la let­tera a una giovane amica.

In quel viaggio l’unico piacere che gli era un po’ vietato era quello (che ha spiccatissimo) della buona cucina: è parco nel mangiare, ma di gusto assai fine. La cucina tradizionale israeliana, che del resto in parte Ungaretti aveva sperimentato da bimbo ad Alessandria d’Egitto (a proposito; di questi giorni, vien buona una notizia biografica: Ungaretti, in verità, è nato l’8 di febbraio ad Alessandria, ma fu iscritto all’anagrafe il 10), non gli piaceva né piaceva a me. In una località stupenda sul lago di Tiberiade, praticamente una sera saltammo il pasto, e con qualche dattero ci avviammo assai stanchi a dormire, in due camere divise appena da un sottilissimo muro: dopo poco al di là del muro a me parve di sentire Ungaretti singhiozzare, come se piangesse, e moltissimo me ne preoccupai, mi rivestii, andai a bussare alla sua porta, ed entrando lo trovai in poltrona, che da solo, invece, se la rideva, se la rideva di gran gusto, senza riuscire a frenarsi. Al mio « che suc­cede? », rispose: « Che cenetta abbiamo fatto, che cenetta! Penso alla cenetta che abbiamo fatto! ».

Per le cerimonie romane dedicate ai suoi ottant’anni, è rientrato a Roma appena per tre giorni dalla Svizzera; a quest’ora è già ripartito per Trieste, dove l’aspetta una laurea ad hono­rem, e dove agli affettuosi scambi dell’altro gior­no (a Palazzo Chigi prima, e poi alla colazione dell’ottantennio) con Montale e con Quasimodo, si aggiungerà l’ideale, solidale collegamento alla memoria di Saba; poi la Germania, la Francia, due settimane in Scandinavia; gli Stati Uniti, di nuovo il Perù, per una « pesca favolosa » (una settimana che passerà in mare), forse l’india, il Giappone!

Il suo « capitano » del Sentimento del tempo, infatti, nel 1929 diceva: « Fui pronto a tutte le partenze ». E in tutti questi viaggi, come del re­sto in tutte le ore spese in compagnia o al lavoro nei suoi soggiorni romani, mai un attimo di sosta, grida e risate, discorsi che vanno al fondo delle cose, indicazioni partecipi e commosse, una forza insolita magica che sprigiona dai suoi occhi, dalla sua voce, dalla sua persona. Arriva in luogo, scende dalla macchina, entra in un ristorante, e pare, tant’è curvo talvolta con il suo bastone, che sia come ripiegato; ma è un attimo solo, e subito se parla si rialza, il busto torna eretto, sembra più alto di quello che in effetti è, i suoi occhi di solito semichiusi, come tagliati nel volto, si spalancano, e hanno un colore infantile, ancora stu­pefatto, pieno di curiosità.

Pochi anni fa, piuttosto, pareva davvero che il « capitano » si stesse un po’ calmando; si muove­va meno, o almeno prendeva un minor numero di proprie iniziative. Accettava solo inviti a con­vegni, o a riunioni: se gli dicevo: « Ungaretti do­mani io vado a x in macchina: vuol venire anche lei? »-, diceva sempre di sì, anche senza occuparsi granché di dove s’andasse. E metteva subito in azione la sua curiosità continua per trovare altri interessi, altri motivi di appassionarsi: ci fu un breve periodo, addirittura, mentre la nazionale italiana di calcio si preparava a quei bei campionati del mondo che finirono in Corea, che Unga­retti seguiva alla televisione appassionatamente il gioco del calcio, e in un viaggio, fatto assieme, in treno da Napoli a Roma, praticamente non si parlò d’altro, e il suo interesse maggiore era per Rivera, che gli era sembrato un giocatore straor­dinariamente bravo ed elegante.

Quante parentesi da aprire, seguendo un filo di ricordi per Ungaretti! A proposito di calcio, ad esempio, subito dopo la guerra, in un referen­dum di un settimanale che dava diritto a un bimbo, giudicato dai poeti, di esprimere e di ve­der appagato il suo desiderio, un bimbo, appunto, chiese di poter vedere giocare Sentimenti IV, il portiere ancora della Juve in quel tempo, e Un­garetti ebbe l’incarico di accompagnare il ragaz­zo alla stadio. Al Flaminio, Lazio-Juventus, Un­garetti e il bambino dietro la rete del portiere, a pochi metri: e fu una partita a una porta, tutto l’attacco laziale, sempre nell’area della Juventus in crisi (tipo Varese) a battere e ribattere, a tira­re da ogni parte: Sentimenti, detto « Cochi », come una furia, o come un angelo, a uscire, a re­spingere, a volare verso gli angoli, a buttar via tutti i palloni, voltandosi ogni tanto a guardare il bimbo e il poeta. Fino zero a zero. « Cochi » giocò, certo per la sua squadra, ma anche per il bimbo e per il poeta, e Ungaretti gridava, grida­va il suo entusiasmo: « E’ un gatto, è un gat­to…! ».

 

Stagione nuova di una nuova poesia

 

Le poesie, praticamente inedite, che la Fiera pubblica in questo numero, danno del resto l’ar­co di questo percorso del nostro « capitano ». L’a­bitudine antica, per Ungaretti, di scrivere alme­no pochi versi, a ogni Capodanno, dopo la mezza­notte, in una rubrica dell’annata nuova, ancora confermata nel ’61 con quei frammenti stupendi per secchezza e profeticità di dettato (e specialmente il quarto) dell’« Apocalissi ». Dal gennaio al giugno: quattro brevi frammenti. E con un suono, una posizione morale e sentimentale, da apparire come probabile clausola alla sua appas­sionata ricerca, durata mezzo secolo, segnata cer­to, soprattutto dalla coscienza della « fralezza » e insieme della « maestà dell’uomo », della sua sor­te di sofferenza e di pena, ma con un grande amore, volontà di esprimere, come in un abbrac­cio, solidarietà, confederazione sentimentale tra gli uomini:

Per cinque anni esatti non più un solo verso: sempre lavoro sì, traduzioni/brevi scritti, presen­tazioni generose a giovani artisti, a giovani poeti. Esattamente dopo cinque anni, una notte, ancora in giugno « a letto, dormicchiando », un « prover­bio »: « S’incomincia per cantare / e si canta per finire ». Chi avesse detto che segnava l’esplosiva ripresa di una nuova stagione di poesia nuova; poesia d’amore? Il lettore può rendersene conto se medita su « Dono », su « Il lampo della boc­ca », due delle nove ultime poesie d’amore qui pubblicate. E insieme tutto il resto del lavoro che riprende a un ritmo vertiginoso (l’Approdo stampato, n. 38, dell’aprile-giugno ’66, pubblicò « Un mese di lavoro », di Ungaretti, scritti da lui preparati in un mese passato in albergo a lavora­re tranquillo, a Grottaferrata, tra metà febbraio e metà marzo: sono trenta pagine a stampa — e che pagine! — dedicate a ricordi di Breton, di Apollinaire, di Utrillo; e a un ampio scritto sulla pittura di Cagli). Ed eccolo di nuovo pronto il « capitano ».

« E’ anche faticoso avere ottant’anni… », ha detto, e si riferisce alle cerimonie, ai viaggi, ai li­bri, ai numeri unici che sono usciti o appaiono nel mondo, alle interviste, alle risposte da dare alla radio, alla televisione, agli auguri che arriva­no a lui a pacchi: e lo dice con aria assai lieta, come se volentieri ci facesse la firma… Ma gli dico, scherzando: « Per i novanta, mi raccoman­do, stanchiamoci un po’ meno! »; « Sì, sì », mi ri­sponde, « per i novanta facciamo una festicciola piccola piccola, in pochi amici, con le persone care accanto, si beve un po’ di vino buono… e ba­sta! ».

Tutti i quotidiani hanno riferito assai larga­mente sul ricevimento dato dall’on. Moro a Pa­lazzo Chigi il 10 febbraio per gli ottanta anni del poeta, e com’era bello vedere i tre poeti insieme, e farsi festa (« la santissima Trinità », diceva Montale, sorridendo ironico, come sa), e si sa di come Ungaretti rispondendo agitasse il suo basto­ne con il pomo d’avorio con una mano, con l’al­tra il bel colbacco nuovo che s’era comprato in Svizzera, crescendo, via via, il tono della sua voce. Aveva al dito, e questo non s’è visto, un grande scarabeo antichissimo egizio, splendida­mente montato da un artista orefice che gliene aveva fatto dono proprio al mattino, e che augura lunga vita e buona fortuna da millenni; di tali dimensioni che Ungaretti lo portava rovesciato verso il palmo della mano, verde, grande, bellissi­mo, da parare davanti — diceva — all’eventuale jettatore o alla mala sorte: con quello scarabeo, invece, pareva volesse adunare, chiamare a rac­colta — al ricevimento, e poi alla colazione — le ragazze o giovani signore presenti, le più belle, le più gentili, larghissimo di complimenti per loro, lieto di riceverne altrettanti.

« Non ho ottant’anni: ho quattro volte vent’an­ni… », ha detto, ed è una frase che si è subito ri­petuta molto in questo tempo. Del resto, a far data sulla poesia sulle sue stagioni poetiche…! Festeggiò il primo ventennio, dunque, nel 1908, ancora in Egitto, formatosi appena negli studi, scoperti i francesi ultimi, formate certe amicizie vere, avendo capito il segreto poetico di Leopar­di e di MallarmĂ©, e giĂ  pronto a quella straordi­naria rivoluzione per la poesia europea che fu l’Allegria (Pasolini lo ha definito giorni fa « il piĂą europeo di tutti i libri italiani di questi ulti­mi anni »).

I quarant’anni li toccava nel 1928, e stava scri­vendo gli Inni, era il tempo della PietĂ , composi­zione che fa data. Se nell’Allegria, riformata la metrica, trovato un linguaggio suo nuovissimo e da nessun altro derivabile (ha detto per questi ottant’anni, il filologo e critico tra i piĂą grandi che vivano oggi tra noi, Gianfranco Contini: « Di recente per il mio lavoro mi sono dovuto rinfre­scare sulla letteratura dell’ultimo secolo in Italia e ho potuto constatare come il solo rivoluziona­rio diciamo il solo innovatore o liberatore nella catena dei poeti moderni, sia stato proprio Unga­retti »), mentre stabiliva un rapporto di tipo umano, nuovissimo anch’esso nella tradizione li­rica italiana, da uomo a uomo, da fante a fante, abolendo d’un colpo retorica, eroicitĂ , convenzio­ne, accademia; se nel Sentimento del tempo, ai tempi maturi dell’amore (Amore mio giovane emblema / tornato a dorare la terra…), aveva ri­scoperto il paesaggio italico, e aveva riproposto un verso ricostruito metricamente, endecasillabo, novenario, settenario, non certo ricalcato dalla tradizione petrarchesca-leopardiana ma che ri­prendeva il cammino originale da quel tempo — ecco che verso il ’28, toccato anche da una ripre­sa adesione religiosa, s’accorgeva che amore e paesaggio non lo toccavano piĂą che lo toccavano, invece, con spavento grande, con inquietudine, i pericoli, la sofferenza degli uomini, la sorte verso la quale l’umanitĂ  s’avviava, e nascevano i suoi gridi « di roccia » della PietĂ .

Nel 1948 i sessant’anni, ed era giĂ  compiuto il lavoro attorno al Dolore, il suo terzo volume an­che se non il terzo tempo della sua poesia, perchĂ© i tempi previsti e meditati, dopo l’Allegria, dopo il Sentimento — fin dal ’32 iniziato il lavoro attor­no alla « Canzone », nucleo di questo terzo tempo — quello della Terra promessa o di Morte delle stagioni, che la completa, fu interrotto d’urgenza per il premere dei fatti della vita, per la morte del suo bambino avvenuta in Brasile —- aveva nove anni — per lo scoppio della guerra, la sconfitta, la difficile ripresa. Da poco in quel ’48 aveva steso frementi versi brevi, come quelli per il bambino, riaddolcendosi, via via il ricordo: « Mai, non saprete mai come m’illumina / L’om­bra che mi si pone a lato, timida / Quando non spero piĂą… »; o come quelli, per tutto quanto s’era attraversato, e per come ancora odio e pas­sione rischiassero di trionfare: « Cessate d’uccide­re i morti, / Non gridate piĂą, non gridate / Se li volete ancora udire, / Se sperate di non perire. / Hanno l’impercettibile sussurro, / Non fanno piĂą rumore / Del crescere dell’erba, / Lieta dove non passa l’uomo ».

Credo che fiorirĂ  come uomo e come poeta

E questo quarto ventennio, finalmente, dai ses­santa agli ottanta, la fisica, diretta ferita che s’at­tenua, il ricordo che segna anche il riaffacciarsi di speranza, il ritorno alla poesia, e proprio a quel progetto lasciato fermo dal ’32, che intende­va cantare l’autunno dell’etĂ , il trasferirsi della realtĂ  dalla sfera dei sensi a quella della medita­zione, a una zona di emozione metafisica, astratta (curioso: è anche il tempo del suo sodalizio con Fautrier — quanti viaggi, ancora, quante pazzie, con Ungaretti questa volta — figurarsi nel ruolo di saggio, di « frenatore »; è il tempo in cui Un­garetti scopre Burri e gli dichiara il suo entusia­smo: Fautrier e Burri — dice — che hanno in­ventato la nuova pittura del mondo, in questi anni): si compie e si stampa La Terra promessa, Il Taccuino del vecchio, s’arriva al ’61 al « gran silenzio » dei cinque anni (anche il periodo passa­to in Brasile corrisponde a un silenzio poetico, ma Ungaretti — come del resto Leopardi fino agli ultimi anni napoletani — lontano da casa non ha mai scritto poesia), e poi, ottantenne, alla esplosione della nuova poesia d’amore racconta dalla edizione non venale Dialogo, apparsa da pochi giorni: « Migliaia d’uomini prima di me / e anche piĂą di me carichi d’anni / mortalmente ferì / il lampo d’una bocca… ».

« Ho molto sofferto », ha anche detto, « molto amato, ho spesso errato, ho saputo correggere i miei errori, e non ho odiato mai. Dunque sono stato un uomo: un uomo perchĂ© l’uomo deve molto soffrire, ma anche molto amare, deve spes­so errare e correggere i suoi errori e non deve odiare mai… ». E ha piĂą di recente aggiunto, par­lando alla radio: « Direi che ho molto sofferto perchĂ© sono stati, quelli che ho dovuto attraver­sare, anni non facili e molte volte tragici. E ho dovuto assistere e partecipare alle sofferenze di tutti gli uomini, perchĂ© mai come in questo lun­go arco di anni che m’è toccato, l’uomo ha soffer­to tanto, e ha sperato tanto, e continua a sperare tanto, e la speranza probabilmente finirĂ  per co­ronarlo di letizia nella vita terrena. Anche nel­l’altra vita, certo, con letizia, lassĂą con Iddio, ma anche nella vita terrena ».

E Contini, concludendo la sua testimonianza sull’opera di Ungaretti, « opera in fieri » — ha detto — « con variazioni perennemente mobili »: « ciò mi pare fornisca anche come un test al car­bonio radioattivo, la piĂą fedele indicazione sul­l’etĂ  di Ungaretti, questo maestro e amico di cui si vocifera che abbia ottant’anni, etĂ  patriarcale, etĂ  manzoniana e tolstoiana, e viceversa è il piĂą giovane di tutti noi… che tutti siamo usciti dal suo pastrano ». Con Robert Lowell a fargli gli auguri: « A ottant’anni », ha detto, « credo che Ungaretti fiorirĂ  come uomo e come poeta ».

In cammino, allora, vecchio « capitano »: per il quinto ventennio.

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«Il lampo della bocca»

Migliaia d’uomini prima di me,
Ed anche più di me carichi d’anni,
Mortalmente ferì
Il lampo d’una bocca.

Questo non è motivo
Che attenuerĂ  il soffrire.

Ma se mi guardi con pietĂ ,
E mi parli, si diffonde una musica,
Dimentico che brucia la ferita.

« Dono »

Ora dormi, cuore inquieto,
Ora dormi, su, dormi.

Dormi, inverno
Ti ha invaso, ti minaccia,
Grida: « T’ucciderò
E non avrai più sonno ».

La mia bocca al tuo cuore, stai dicendo,
Offre la pace,
Su, dormi, dormi in pace,
Ascolta, su, l’innamorata tua,
Per vincere la morte, cuore inquieto.

« Apocalissi »

1
Da una finestra trapelando, luce
Il fastigio dell’albero segnala
Privo di foglie.

2
Se unico subitaneo l’urlo squarcia
L’alba, riapparso il nostro specchio solito,
Sarà perché del vivere trascorse
Un’altra notte all’uomo
Che d’ignorarlo supplica
Mentre l’addenta di saperlo l’ansia?

3
Di continuo ti muovono pensieri,
Palpito, cui, struggendoli, dai moto.

4
La veritĂ , per crescita di buio
Più a volarle vicino s’alza l’uomo,
Si va facendo la frattura fonda.

(Roma, 3 gennaio-23 giugno ’61)

« Proverbio »
Si comincia per cantare
E si canta per finire.

(« Roma, a letto, dormicchiando, nella notte tra il 27 e il 28 giugno 1966 »)

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Le poesie qui riprodotte sono state scritte da Giusep­pe Ungaretti nell’arco di tempo 1961-1967. « Il lampo della bocca » e « Dono » sono pubblicate in Dialogo, di G. U. e Bruna Bianco, volume in edizione non vena­le, a cura di Leone Piccioni, con una combustione di Alberto Burri, Fogola editore, Torino, 10 febbraio 1968, « Apocalissi » e « Proverbio » sono apparse in Morte della stagione, edizione di 250 copie numerate, a cura di Leone Piccioni, con illustrazioni di Giacomo Manzù, Fogola editore, Torino, 1967.

 


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Bart