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Benedetti, Gian Gabriele

12 dicembre 2018

Le quattro stagioni

Le quattro stagioni

Di una cosa si è certi, ed è che questo autore ama incondizionatamente la sua terra, la Garfagnana. Ne è una delle voci più tenere e contagiose. Quando si leggono i suoi racconti, penetra nell’anima, e vi prende dimora, un sentimento di gratitudine e di partecipazione. Ciò che ci narra, appartiene anche a ciascuno di noi; pure a coloro che la Garfagnana non l’hanno mai conosciuta, ma la vedono per la prima volta disegnarsi a poco a poco nelle parole premurose di questo scrittore, che ha trascorso la sua vita a cantarne le lodi. La memoria è la fonte che alimenta i suoi ricordi, che prendono vita proprio in forza della pervicace sensibilità di chi ha conservato gelosamente non solo il proprio passato, ma tutti gli istanti, tutti i sapori, tutti i colori di una bellezza che non ha paragoni per il suo cuore e che ha tenuto stretta a sé come un’amica grazie alla quale poter alimentare la propria gioia di vivere e trasmetterla agli altri. Gian Gabriele Benedetti è il frutto di un amore profondo che la sua terra gli ha profuso affinché ne diventasse il cantore. Benedetti è, in ogni circostanza, un poeta. Sono forse migliaia le composizioni che ha dedicato ai sentimenti più delicati e alla sua terra, che glieli ha offerti in dono in un rapporto reciproco di confidenza e di amore. Diremo alla fine perché il lettore troverà in questa lettura lunghe citazioni.

È stato vincitore, finalista e segnalato in più di trecento Premi Letterari sia di poesia che di narrativa. Suoi scritti, anche a carattere pedagogico-didattico, sono stati pubblicati su numerosi quotidiani, periodici e riviste d’arte. Sue poesie e suoi racconti sono comparsi in oltre settanta antologie.

Ha pubblicato: “Paese”, raccolta di racconti , Ed. Lalli (Poggibonsi), 1986; “Briciole di poesia”, Ed. Lalli, 1986; “Momenti”, raccolta di poesie, Ed. Gabrieli (Roma), 1988; “Breve è lo spazio”, raccolta di poesie, Ed. Cultura Duemila (Ragusa), 1994; “Collage”, raccolta di poesie, Ed. Gasperetti (Barga), 1998.

“Le quattro stagioni” è uscito nel 2011 per Abel Books. Si tratta di una raccolta di racconti, che può essere considerata la prosecuzione di quella uscita nel 1986, “Paese”, un libro che lessi a quel tempo e che mi colpì per l’aderenza sentimentale dell’autore allo spirito della sua terra, che anch’io ho potuto avvertire e ammirare.

Il primo racconto, “Preannuncio di Primavera”, ci conferma, al modo di un preludio, la personalità di Benedetti, impregnata di un tale amore e di una così feconda affinità. Questo amore e questa compartecipazione ci arrivano al cuore immediatamente, e avvertiamo che ci faranno compagnia per un lungo e piacevole viaggio: “Prima la pioggia: giorni e giorni di lacrimare continuo del cielo, da rendere la natura pregna come una spugna inzuppata. Torrenti e fiumi ribollivano di acque lutulente e le sagome scure degli alberi protendevano le braccia nude e indifese quasi ad invocare pietà. Poi la neve. Cessò l’umido scirocco, compagno della pioggia, e l’aria rabbrividì. Le nuvole basse e rigonfie nella notte scavalcarono l’Alpe e lasciarono il passo a nubi biancastre, senza forma, immobili. Amica del silenzio, la neve arrivò in punta di piedi e ricoprì, paziente, tutto di candido stupore. La morsa del gelo soffocò ogni anelito di rinascita: l’inverno menava ancora la danza, umiliando anche la più tenera illusione.”.

La descrizione è minuta, niente sfugge all’osservazione dell’occhio e del sentimento. Come noteremo via via che si procederà nella lettura, l’autore trapunta il percorso di parole mai lasciate al caso, ma scelte con cura, alle quali vuole dare sempre un preciso messaggio; ogni sostantivo ha il suo aggettivo per rafforzarne il colore e il pensiero: “Non un palpito di luna a chiacchierare con il profilo del tetto ed a stuzzicare di incerti fuggevoli chiarori l’intrico aspro e misterioso del bosco. Rare stelle, tenui sguardi lontani e pigri, si affacciavano quasi con distacco sulla terra incupita.” (“Alba nel bosco.”). Benedetti non ha fretta di narrare; sa che la fretta non permette di raccogliere tutti i frutti dell’osservazione e dell’amore. Indugia a interpretare l’immagine, oppure ciò che sente o percepisce, ricercando le parole e gli aggettivi che possano rendere al lettore ciò che vede e ciò che prova. Praticamente la sua ricerca di una scrittura precisa e puntuale è un dono di se stesso agli altri: “L’oscurità intorno, non diradata dalle poche stelle, fissate, pur nel loro tremore, sull’ultimo sonno della terra, era rotta dalla luce della lucerna a carburo che Pietro portava con sé, preziosa compagna per un cammino sicuro.” (ancora “Alba nel bosco.”). Ed ecco come spunta l’alba, nel medesimo racconto: “Man mano il leggero chiarore stendeva le sue dita delicate per dar forma all’ozio prolungato di una natura finora senza immagine. Le stelle, a quella carezza, andavano melanconicamente smorzando il loro lume.

D’un tratto un clamore di luce, umiliando del tutto l’oscurità ostinata, girò il suo occhio sconfinato, fino a frugare nei segreti più reconditi della terra. E fu subito giorno.”.

Avrete notato che prosa e poesia si mescolano, si confondono, si abbracciano. Benedetti racconta sempre con la sensibilità del poeta, e direi che nei tempi più prolungati della prosa, la sua poesia si distende e si fa ancora più ammaliatrice, non risparmiando niente di se stessa; si rivela e si esalta.

Il presente è lontano da Benedetti; egli è immerso nei ricordi del passato. Li evoca poiché li ama e sono parte fondamentale del suo essere uomo. Senza quei ricordi e senza quel dono che ha della rievocazione, Benedetti non potrebbe vivere: “Lì, tra quelle case amiche, nello sfinirci di giochi, coltivavamo il nostro piccolo prodigio, seguivamo arcobaleni di speranze distesi dinanzi alle limpide pupille, sorseggiavamo, avidi, mai domi, magici accenti d’infantile gaiezza. Lì rimanevamo ad assaporare la malia del rincorrerci a grappoli, andando incontro, ignari, al fiorire dei giorni, che si spalancavano prodighi, invitanti, profumati di promesse.” (“La piazza dei giochi”).

Nato il 3 gennaio 1937 a Castiglione Garfagnana, sui monti, e trasferitosi a Fornaci di Barga, ossia al piano, egli non ha mai abbandonato i luoghi della sua giovinezza; sono stati sempre il suo focolare interiore, che lo ha riscaldato ogni volta che il suo cuore, per le intemperie della vita, si faceva freddo e desolato. Maestro elementare per tanti anni, nel suo insegnamento non ha mai mancato di celebrare con i suoi scolari la sua terra, spargendo ovunque l’amore per essa. La Garfagnana gliene deve essere grata. Le sue usanze, la sua parlata (troveremo preziosi termini vernacolari), i ritmi lenti delle azioni degli uomini rivivono grazie a questo autore, che ne ha assaporato e goduto ogni momento: “Le quattro donne, rassettata la casa, si sistemano nel cortile, in un angolo non ferito dallo sguardo del sole. Sono sedute in cerchio, mentre con mani sapienti lavorano: chi rammenda, chi fa la calza, chi torce la lana col fuso e la rocca… Intanto, mentre un paio di gatti sonnecchiano ad occhi semichiusi ai loro piedi, fanno due chiacchiere per ingannare il tempo.” (“Le comari”). Le chiacchiere sono il pettegolezzo che soprattutto le donne esibivano volentieri quando si trovavano sull’aia a sferrucchiare o a svolgere altri lavori di casa. Con quel pettegolezzo si nutrivano e alimentavano il piacere della vita. Col pettegolezzo ce n’era per tutti e le famiglie erano radiografate, quasi sempre con l’intento di pizzicarle negli amori clandestini e nel dispetto.  Oggi le comari sono praticamente figure scomparse. Non ci si incontra più nell’aia, dove si poteva sostare per qualche ora e condire di buon umore il pettegolezzo con tutta calma e garbo. Oggi ci si incontra ai supermercati, si ha troppa fretta e si è no si scambia il buongiorno e la buonasera, e ci si lascia con, al massimo, il sorriso sulla bocca.

Benedetti ci ricorda che ci fu un tempo in cui l’umanità cercava la confidenza e il conforto reciproco. La fede in Dio rappresentava il sostegno ad ogni avversità, e la si coltivava non solo come dovere cristiano ma anche come necessità spirituale. Le stesse comari, quando odono il suono delle campane, fanno in fretta a terminare il pettegolezzo: “Sta suonando la funzione: è ora di prepararsi per andare in chiesa a pregare anche per chi non ci va.”. Si lasciano; e si impegnano a ritrovarsi il giorno dopo, e Benedetti le accompagna lasciando che la natura avvolga il loro cammino: “Se ne vanno, mentre il sole, sollevando lentamente la sua occhiata luminosa, porge l’ultima carezza verso la sommità delle case, seguito da ombre che ne cancellano man mano ogni impronta. Ed i vecchi tetti, accovacciati sotto la luce serale, preparano l’attesa del buio tra le loro antiche rughe di silenzio.”.

Spesso e soprattutto oggi, l’uomo non sa conservare tanta bellezza, che ha sempre bisogno di non inselvatichire, ma di essere curata e vezzeggiata: amata. Quand’era ragazzo, c’era un viottolo in salita che portava nei boschi e lo percorreva contento e vi si immergeva assaporandone i profumi. Ora è abbandonato, coperto di erbe e di rovi, impercorribile: “Un tempo era oggetto di assidue attenzioni, come se fosse stata una cosa preziosa: si provvedeva a sistemare i sassi del percorso, si tenevano a bada le erbe ed i rovi invadenti, si creavano ogni tanto canaletti trasversali per frenare lo scorrere delle acque di piogge impetuose… Era la via che riforniva di legna le case, di foglie secche le stalle e di castagne mature il metato. E quante volte al giorno il gregge affiatato sgranava su di esso la sua lunga litania dall’aspro odore!” (“Alle radici della vita”). Una vita sacra, che scorreva secondo i ritmi della natura. Lo vede anche il lettore questo gregge di pecore le quali avanzano con il loro rumore sul viottolo, che un tempo era prezioso e indispensabile alla vita dei luoghi. Benedetti lo rende, con la sua memoria, immortale. Quando avremo finito di leggere questi racconti, e li uniremo a quelli contenuti nel precedente, “Paese”, noi avremo ricevuto in regalo una terra, la Garfagnana, descritta nella sua bellezza integra e ancora originaria, che solo la disattenzione intervenuta con la modernità ha un poco logorato. Nasce nel lettore un rimorso, un dispiacere, un dolore, reso consapevole che l’uomo non sempre riconosce il valore delle cose che gli stanno attorno. Per chi sa quale ambizione è pronto a sacrificarlo e a rinunciarvi per sempre. Infatti, indietro non si torna; il sacrifico fatto al progresso e alla modernità è irreversibile.

Benedetti ci fa con i suoi racconti il rendiconto di ciò che si è perduto per sempre. Le sue parole creano immagini e formano l’album fotografico di una Garfagnana che fu.

Ripercorre dopo tanti anni, attratto dalla nostalgia, quel viottolo. La sua felicità è incrinata dalla tristezza: “Ho ascoltato inerme, trafitto da una triste felicità, questi palpiti rinati che mi riportavano, quale torrente in piena, struggenti momenti di allora, quando il mondo ci sorrideva addosso, ed una smania incontenibile ha spinto i miei passi lungo la tenue spirale che avvolgeva il monte, per rituffarmi in un passato incollato a tutto me stesso come la pelle.”.

Quando ritrova la fonte a cui si abbeverava da ragazzo, ora quasi nascosta dai rovi, vuole bere quell’acqua, e si china: “Mi sono trovato, come allora, alle origini più schiette dell’esistenza. Ho posato la bocca avida su quel filo d’argento che usciva tra eriche fiorite, blandite dalla morbida danza di api instancabili. Non c’era niente che potesse essere paragonato al gusto di quell’acqua: mi pareva di bere un pezzo di cielo, e quell’acqua stessa era per me aria lievissima, carica di purezza inimmaginabile.”.

L’autore si è mescolato alla natura, è tornato ad esserne parte integrante, come lo è la fonte, come lo sono gli alberi intorno, come i rovi, come le erbe, come i sassi. Non è un intruso, ma un membro di quello stesso sodalizio universale: un amico, un fratello.

“…  avvertivo che apparteneva lì per davvero l’essenza della vita, che era in quel sorriso della natura il conforto dell’anima, che solamente in quel cantuccio il cuore si poteva saziare della più intima felicità, che era in quel santuario dove l’uomo avrebbe ritrovato la sua vera identità. Non avrebbe avuto più senso l’affannoso arrovellarsi di un mondo, dimentico delle sue radici, in corsa sfrenata verso orizzonti privi di luce, sempre in attesa ai margini di una voragine che non avrebbe fatto rinascere giorni nuovi con albe di speranza.”.

Il racconto “Nel nulla senza ritorno” dà la misura del talento di questo narratore. È un racconto perfetto; tutto è in ordine e al suo posto. La storia si snoda in un crescendo di pena che ci coinvolge. La misura del dolore è controllata, ma essa grida da sé, poiché si narra di una donna, Ernestina, che all’improvviso è colpita dalla perdita di memoria e si trova sbandata per strada, non sa dove andare, finché cade in un dirupo. La salvano, ma ormai lei non è più con la testa tra gli uomini. È stata questione di un attimo, appena il movimento della lancetta dei secondi dell’orologio. Prima il tutto, e subito dopo il nulla: “Le accadde quella mattina, quando uscì dal negozio con la borsa della spesa. Ernestina si sentì d’improvviso confusa e smarrita. La sua mente, come svuotatasi, si perse a fluttuare nel nulla più buio: tutto aveva cancellato in un solo momento: chi era? che cosa faceva? dove si trovava?”. L’ha colpita l’Alzheimer, il suo nuovo compagno per il resto dei giorni: “Da allora rimase serrata nel suo nero ed aggrovigliato isolamento, nel suo recinto fatto di niente e di caos delirante, nel suo mare inesplorato, sconvolto, allucinante, lontana dalla realtà che prima le apparteneva, con un compagno, un solo compagno inseparabile a tenerla per mano ed a guidarla in questo viaggio nel nulla: Alzheimer.”.

Benedetti è riuscito ad immedesimarsi in questa terribile malattia, a viverla attraverso la creazione propria di autentico artista, che sente nelle parole il palpitare della vita, con i suoi dolori e le sue gioie. Lo smarrimento di Ernestina è anche il nostro, ogni volta che ci troviamo a lottare contro difficoltà superiori alle nostre forze. Esterina è una sconfitta? Non del tutto. La natura è con lei e la rinchiude in un suo mondo dove la coscienza di sé l’ha lasciata per renderla più libera e meno sottomessa alla sofferenza. Si è estraniata dalla realtà, ma non ancora dalla propria ed inimitabile esperienza umana. Dio è con lei, pare suggerirci l’autore.

Nei racconti si avverte così forte la poesia del sentire che ci vien voglia di pensare che è qui, nella narrazione lenta  e sapiente, piuttosto che nel verso, l’ambiente più naturale dell’artista. La prosa la rivela in tutti i suoi umori, in tutte le sue frastagliature: “In questi momenti sfiniti bussano alle porte della mente pensieri opachi, stanchi di vagare sulle orme del tempo, e cercano, nel volo fragile e variopinto di una farfalla smarrita, battiti ammorbiditi di altri sapori.” (“Fremiti di un pomeriggio estivo”). Sono racconti appartenenti ad una calligrafia che ha il suo inchiostro nell’anima: “La mulattiera lasciò ben presto la costa quasi nuda e prese ad inoltrarsi nel bosco di castagni, proseguendo aspra e sbilenca, deserta e silenziosa. Il fogliame verde-tenero di maggio non era ancora fitto. Impediva completamente, tuttavia, in quel punto, di vedere il fiume, ma l’acqua era di sicuro là in mezzo ad una processione di alberi. Più in alto, si avvertiva la quiete di alcune grotte.” (“Lassù dove regna il silenzio buono”). E ancora, nello stesso racconto: “Olinto mi invitò a vedere i piccoli campi terrazzati e l’orto. La sua terra aveva una magra fertilità, aspra e quasi violenta. Era terra di lunghi silenzi. Ogni rumore un po’ più forte si spegneva quasi subito, inghiottito in quell’aria, che pur non pareva stanca. Tutto era coltivato ed in ordine, fin nel più piccolo angolo. Si vedeva ovunque la mano maestra e amorosa del contadino: gli spazi della semina uguali, come misurati, le viti incolonnate ai pali di sostegno simili a tanti soldati, in riga, sull’attenti alla rivista dell’ufficiale. Il tenero verde dei pampini, una trina sul nero del tralcio. I meli e i peri, qua e là disseminati, macchie bianche e un po’ rosa, ben acconciate, per un’infinita danza d’insetti. Ed era ancora la brezza a portare i mille odori della primavera, seminati in quella campagna.”.

Le descrizioni continuano ad essere minuziose, l’occhio osserva, penetra, indaga, e rivela: “Qua e là, negli angusti campi trasandati, chiazze di ranuncoli sciorinano il loro lume giallo, quasi compatto, simili a tappeti ondulati. Lampi rossi di pochi papaveri tardivi ravvivano di tanto in tanto il verde esangue di poggi assetati.

La giornata limpida d’estate dà alle colline intorno una dolcezza immobile nel cielo azzurro a varie gradazioni. Persino i sassi calpestati paiono imbevuti di tale chiaria.

Una carezza d’aria, quasi impercettibile, bisbiglia, di volta in volta, profumi diversi, maliziosi, casti, invitanti, saputi, dimenticati e risaputi. Il volo breve di qualche cardellino scivola rapido e si perde tra i cespugli, appena il tempo di vederne il frullo colorato e di sentirne il trillo frenetico.” (“Gocce di non-tramonto”).

La pagina diviene una tavolozza colorata, pronta a donare le sue luci d’arcobaleno al ricamo delle parole. Non vi sono sbaffi o sbavature. Tutto ha un significato e niente è di troppo. Il pennello è quello di un William Turner, che mostra bellezze e malinconie della natura e degli uomini. Nello stesso racconto troviamo: “E tutto riconduce ad allora, fra il tremolio di veli di una favola vissuta, gustata, assorbita: i cespugli di bossolo, cresciuti a dismisura, che a tratti si alternano a siepi contorte di more rossastre; i gelsi, ora patiti, lungo i filari di viti imbastardite; le casupole rade, scure, appassite dagli anni e dal disuso; la polla solitaria alla roccia di capelvenere e di felci, con rivoli di lacrime lucenti alla ricerca di secchie avide che non ci sono più; la maestaina di mattoni consunti a racchiudere ancora l’esile Madonna di gesso sbiadita, dal sorriso smorzato, col capo chino su fiori secchi di una fede remota; le capanne contorte, disfatte, pietosamente a vacillare sotto il peso del tempo….”.

Pur avvolta nelle tempeste dell’esistenza, la bellezza della natura riscatta la vita, la pone sulla scala più alta dei valori, e l’uomo ne diviene figura centrale che dà misura e profondità alla sua voce.

Un cane è stato abbandonato dai suoi padroni (“Disumanità”). Lì per lì non si rende conto di ciò che gli è accaduto. Si trova solo sul viottolo del monte e cerca, com’era solito fare, compagni di gioco, ma non c’è nessuno: “Il cane, smarrito, dal muso dolce, ora velato di tristezza indicibile, vagò lungo la strada con l’orecchio sempre teso ad afferrare voci, suoni e rumori che gli fossero familiari e cancellassero quell’orribile incubo che l’opprimeva.”. Un’auto passa e qualcuno gli grida contro. Forse il cane capisce. Si fa triste. Ulula questa sua tristezza alla luna che si affaccia giunta la sera. L’universo è sempre presente e partecipe della vita di ogni essere sulla Terra. Leggete questa emozionante descrizione: “Il giorno se ne andò: il cielo si macchiò di colori sanguigni, mentre il sole, in consunzione, spremeva indolente l’ultimo suo sorriso sul pudore della terra. Poi la sera strinse via via a sé l’ombra della quiete. Ed ecco che una pallida stella venne a trastullarsi lassù nel mare offuscato. La notte fasciò di lì a poco ogni cosa nel suo scialle segreto, lasciando il cane nel più misero abbandono e nello smarrimento più profondo. Si affacciò, timida, una fetta di luna e, lucerna accesa, cosparse d’oro antico l’ansietà delle tenebre.

Il cane volle esternare il suo dolore senza fine alla placida falce d’avorio e prese ad ululare, come in un pianto tormentoso, tutta la sua disperazione. Il buio ne rabbrividì ed ogni rumore intorno tacque.”.

Quando Benedetti racconta, non lascia mai soli i personaggi e gli accadimenti. Vive accanto a loro le emozioni che ne scaturiscono, anche le più segrete, come per simbiosi. La sua delicata sensibilità riesce a scoprirle e a manifestarle. È una sensibilità che agisce con strumenti delicati che l’autore sceglie nel vocabolario ampio delle parole, come fa la merlettaia di Bruges intenta a muovere con abilità ed esperienza le sue rocchette: “Il cielo sbiadito mostrava qualche rara pezza bianca, che somigliava a vaporoso batuffolo di cotone, disseminato lassù a detergere il sospiro degli angeli.

Il paese, stupito, sonnecchiava stancamente nella sua dura scorza rugosa, mostrando tra le vecchie pietre quelle cicatrici che erano segno evidente del suo inarrestabile tramonto.” (“L’unica meta”). E ancora, nello stesso racconto: “Il cimitero, nascosto all’ombra del paese, era deserto. Racchiuso nell’abbraccio stretto di mura ferite dalla lima del tempo, era vegliato da solitari cipressi, ignari dello scorrere degli anni, che sembravano disposti in punta di piedi ad additare il silenzio ad uccelli ciarlieri ed invisibili. Le erbe dell’abbandono avevano rivestito di fitte e scomposte trame le misere tombe, sulle quali sostavano, precarie, povere croci di legno o di ferro.”.

Dio e il sentimento religioso fanno da cerniera ai racconti. Anche quando non sono esplicitamente citati, se ne avverte la presenza, la quale si manifesta anche nello stesso ritmo della scrittura. La cura che l’autore mette nella scelta e nella sequenza delle parole che cosa è, infatti, se non culto, religione, servizio all’uomo?: “Poi ci pensava la luna silenziosa a sbiancare la piazza e le ruvide facciate di sasso. L’aria si faceva più fresca ed inquieta.

All’improvviso i timbri bronzei dell’Ave Maria, come voce d’anima, si propagavano nella sera addolcita. Ed era a quel punto che, quasi in coro, si ripetevano e si moltiplicavano i richiami delle mamme che sollecitavano al rientro.” (“La piazza dei giochi”).

Se si vuole scoprire un Benedetti divertito della vita, cantore del buonumore e bonario osservatore degli uomini, occorre arrivare al delizioso racconto “Andata e… ritorno”. Qui la scrittura si arricchisce di una tonalità insolita, sbarazzina, che ci garantisce la genuinità e la gamma versatile della sua osservazione. Mansueto è un vecchio che fino ad allora ha goduto di una salute di ferro. Ma a settant’anni avverte dei dolorini al petto. Come sono venuti, passeranno, si consola, e continua la sua vita di sempre. Ma ecco che il giorno di Ferragosto, mentre si reca in chiesa per la Santa Messa, cade a terra stecchito. Disteso nel suo letto al primo piano, al piano terra si recita il rosario, come si usa in queste circostanze. Ma ecco che “Di li a poco un passo incerto ed ovattato fece scricchiolare i primi gradini della scala di legno che scendeva nella cucina, ora così affollata. I presenti si voltarono da quella parte e fu là, in alto, che ai loro occhi increduli apparve, privo di scarpe, tutto cambiato a puntino, con la corona che gli penzolava da una mano, bianco come un cencio lavato, colui che nessuno si sarebbe aspettato di rivedere in posizione eretta. Mansueto, il morto insomma, era lassù, sorpreso e smarrito, che guardava giù nella cucina quella massa di gente radunata, lambiccandosi il cervello per scoprirne il perché.”. Da quel giorno, però ebbe un cambiamento e cominciò a lamentarsi: “che era diventato, insomma, un vecchio di cent’anni e che la vecchiaia, per davvero, come si diceva dalle sue parti, ‘vien con diciannove mancamenti, la goccia al naso venti'”. È un racconto di morte, però essa non indossa la falce ma ha la levità di una farfalla che si posa su di un fiore. Un altro esempio affine è dato dal racconto, che troveremo più avanti, intitolato: “Notte insonne”. L’autore ha bevuto il caffè ed è andato a dormire, ma non prende sonno: “È stato detto che bisogna contare le pecore per addormentarci. Ci provo: una pecora, due pecore, tre pecore…, duecentosessantanove pecore… Potrei contare tutte le pecore della Sardegna, comprese quelle oggetto di abigeato, senza che sia in grado di rifugiarmi negli anfratti del sonno. Gli ovini per me non funzionano.”. E  allora ecco che pensa alle tasse che lo affliggono; e questo pensiero che fa?, gli aggrava l’insonnia! Ma non solo gli vien da pensare alle tasse ma a ben altro ancora, in una catena di sofferenza. Addio sonno, addio notte. Insomma, a farla corta, il lettore troverà un ritratto che gli somiglia.

Nel leggere questi racconti si rimane stupiti dal carico ragguardevole di immagini e sentimenti che vi si muovono. Se a questa raccolta uniamo la precedente di “Paese”, non sbagliamo se affermiamo che niente è sfuggito all’osservazione e alla sensibilità di questo artista.

Lo immaginiamo nella sua casa, seduto sulla sua poltrona con accanto l’adorata moglie Anna Maria a ripercorrere la sua vita, a ricordare con lei. Un carico di poesia come quella che lo pervade non può essere trattenuta; se ne morirebbe se non uscisse dall’anima per essere confidata e condivisa. Ci sono narratori che scrivono per mestiere, altri che non sanno spiegarsi il perché di quel dono e non vi imprimono quasi niente di se stessi, costruiscono per una ricerca di valore e di compiacimento, di una qualche effimera affermazione. Per Benedetti, lo si avverte con chiarezza, la scrittura è una necessità. Ne ha avuto bisogno sin da ragazzo, una necessaria e indispensabile componente della sua natura. Una manifestazione purissima di un’anima speciale, che non può appartenere solo a lui ma deve donarsi agli altri. Tutta la profondità del sentire di Benedetti conduce all’unica risposta possibile: egli scrive per fare dono di sé. Lo abbiamo già detto, ma a mano a mano che si va avanti nei racconti questa verità si fa sempre più evidente e irreversibile. Non ci si può sbagliare. È così.

Ora ricorda un amico che è migrato in gioventù, suo compagno di giochi, e che non ha più rivisto, ma ancora fortemente presente nel ricordo: “E fu quel giorno che te ne andasti, quando la prima carezza dell’autunno giocava a macchiare i nostri monti di ruggine e d’oro. E te ne andasti a rimediare alla miseria, che faceva nero il giorno, per seguire il vento d’entusiasmi che ti alitava in petto. Solcasti il mare grande, tra le capovolte dei delfini, per toccare terre lontane, appena immaginate, e per cercare ciò che non avevi, ciò che non avevamo e non poteva darci il nostro posto.” (“Come vagare di stelle”).

L’amicizia è stata importante nella sua vita; ne ha fatto sangue del proprio sangue. Negli amici ha ricercato se stesso e anche ciò che non era e poteva e voleva diventare. Generosità, bontà, riconoscenza, le peculiarità del suo credo.

Nella raccolta precedente, già richiamata, “Paese”, c’è un racconto intitolato “Altri tempi” in cui ricorda la “Fontanina dell’amore”, cantata con una bella poesia anche da un altro aedo del luogo, Geri di Gavinana. Perché la ricordo? Perché essa può essere un simbolo di quella terra e Benedetti ne può essere indicato quale degno rappresentante. La sua testimonianza trabocca di amore, per uomini e cose. Dio è in lui onnipresente con il suo carico immane di virtù. Da Dio stesso le attinge. È un uomo buono, un artista generoso. Sempre in “Paese”, va a trovare la sua vecchia maestra e le domanda: “è rimasto niente in me di quel ricciolino biondo che conosceva?”. Sono sicuro che il fanciullino del Pascoli (che visse a due passi dalla sua casa) non lo abbia mai abbandonato, gli abbia regalato quella forza del ricordo e della memoria che trasforma in gaudio anche gli anni più gravosi e bizzarri della vita. La sua è un’anima ricca, alla quale può riferirsi ed appellarsi in ogni momento e soprattutto quando con la scrittura vuole offrire agli altri la sua testimonianza. La vita è bella anche nel dolore, ci vuole far capire. Mai abbandonarsi, ma guardarsi intorno e scrutare gli uomini dentro affinché ci si abbeveri della bontà che è in tutti noi.

Leggiamo in “Amici miei”: “Li rammento ad uno ad uno gli amici di allora, come se fossero qui con me nella penombra di questa stanza, anche se ci siamo perduti via via lungo strade sparpagliate, così diverse nel cammino dei giorni, che conduce lentamente, inesorabilmente alle soglie del crepuscolo.

Ed oggi nel rivedervi, compagni cari della mia gioventù (chissà se incontrandoci ora riusciremmo a riconoscerci subito!), sono fuggito dal presente, da queste quattro pareti e sono lì con voi, come una volta.”.

Ecco un temporale descritto ne “Il malocchio” (un altro suggestivo racconto): “Bagliori accecanti, rabbiosi, rapidi, in frenetiche sequenze, squarciarono la nera coltre e la incendiarono ripetutamente. Apparivano improvvisi, strisciavano, zigzagavano imprevisti, si sfrangiavano e presto venivano inghiottiti da un’oscurità fattasi sempre più intensa. Il tuono, come urlo di cannone, scuoteva ogni volta la natura smarrita e trovava indifeso anche l’animo. Un vento repentino, sbucato chissà da dove, pazzo nella sua veemenza incontrollata, prese a sconquassare le povere chiome, che nel piegarsi disperato lasciavano parti della loro veste disperdersi nell’aria infuriata, tanto da sembrare, queste, piccoli uccelli folli, senza meta. Acqua, simile a funi oblique tese tra cielo e terra, con fragore d’onda impetuosa, cominciò impietosamente a violentare ogni cosa intorno. Ed ai poggi ed alle chine ripide parvero dilatarsi le ferite turgide nello strepito della montagna.”.

Tutte le note del pentagramma sono presenti in Benedetti. La natura è la sua maestra e suggeritrice. Per questo è raro che abbia paura: “Debbo dire che non sono di norma pauroso. Il buio e la solitudine mi possono dare un senso di ansia, di apprensione, di incertezza, ma non far paura; la forza della natura scatenata mi può sconvolgere, impressionare, agitare, ma non far paura; la morte stessa non mi spaventa più di tanto.” (“Paura”).

La morte non ha le sembianze cupe e malevoli della tradizione; lascia dietro di sé rimpianto e tristezza in chi sopravvive, ma l’uomo che ne è stato colpito non ha il volto scalfito dalla sconfitta, bensì giace inerte, rimosso da ciò che era stato, pronto invece al passaggio promesso: “Gli tornava alla mente l’uomo nato con la terra e come terra generosa pronto ad offrire tutto se stesso. La sua figura robusta, forgiata dalla fatica e dalla povertà, il suo fare schietto, quasi scontroso, il suo caparbio attaccamento al nido avaro, come l’aria alle cose, si erano perduti in quel letto di morte.” (“L’ultimo strappo”). Anche nel racconto “Addio, amico!” in cui è narrata la visita dell’autore ad un compagno di infanzia colpito da un male terribile, la morte è solo dolorante e nell’uomo che soffre non c’è paura, bensì rassegnazione. L’autore prova a reagire rinnovando il ricordo degli anni della fanciullezza trascorsi con lui, poi viene assalito dall’amarezza e dalla delusione e se la prende con Cristo  che permette tutto questo; infine lo placa la quiete del credente che sa che ogni cosa si svolge sotto gli occhi di Dio: “Il guado nello stagno della memoria non consola, anzi diviene sindone di maggiore sofferenza, dannazione di un dolore che sempre più brucia e consuma.”. E poi “Mi trovo nell’ingresso e dinanzi, inaspettata, mi balla la figura del Cristo in croce che appena ho intravisto entrando. Mi fermo a guardare quell’immagine, forse per imprecare.

Dal volto sofferente lo sguardo divino scivola dolce, piano piano, su di me e pare infilarsi nella mia carne. Mi richiama e mi consola. Provo vergogna e rabbia per aver dubitato. Come non ricordare che nella passione del Cristo è racchiusa ed esaltata la sofferenza dell’umanità tutta?”.

Il cammino che stiamo facendo ci ha posto davanti il passato e ce lo ha mostrato come esempio di vita che l’uomo ha respinto per rincorrere una felicità apparente e irrisoria. Ha sacrificato il molto per il poco, l’armonia per il disordine. L’autore lo sa bene, ne è convinto e con caparbietà invita i ricordi a rivelarsi, a ritornare alla vita, come reincarnazione di una vicenda umana che è stata dolosamente tradita. I ricordi sono giudici severi del presente, smascherano la nostra ipocrisia e la nostra pochezza. Ci dicono che a mano a mano che gli anni passeranno, l’uomo maturerà una follia che lo condurrà allo smarrimento e alla perdizione: “La campagna che accoglie il mio ritorno, un grappolo di campicelli a terrazzo, di ripidi poggi, di vigne cadenti, è lì a testimoniare la fine di una vita contadina che aveva animato quei luoghi, strappando a stento tra mille sacrifici e rinunce dalla terra arcigna quel poco di pane per tirare avanti alla meglio. Una malia perversa pare si sia divertita a scompigliare le docili trame, che carezze di mani callose una volta tutto rendevano curato ed ordinato.

Qua e là spuntano grigi casolari senza più anima, nel lento decolorarsi dell’autunno. In alto nuvole scure ammassate si muovono leste, allo scirocco, creando strane figure come lugubri presagi, e lasciando, di tanto in tanto, spazio breve a toppe d’azzurro, dalle quali filtra a stento qualche raggio obliquo di sole malato che si industria a dare un po’ di tono ad una natura smorta. Ovunque silenzio e solitudine, ed un vuoto che inghiotte ed opprime.” Questo brano è tratto da “Il ricatto del tempo”, forse il racconto più bello, che dà la sostanza a questa raccolta e ne indica con vigore lo scopo: il lamento dell’uomo moderno per il paradiso perduto, che non potrà più tornare, devastato per sempre da una follia che ha nascosto nei recessi dell’anima il buono che c’era nell’uomo e ha dato spazio ai suoi conati peggiori. È un racconto che cede al dolore, ne avverte la potenza e l’irriducibilità: “E sarà il pianto dell’aria a far compagnia al pianto della mia infelicità infinita, senza nome.”.

Se il lettore non sa che cosa fosse, una volta, la veglia, ha l’occasione di conoscere questa bellissima e calda tradizione dalla voce di chi, da ragazzo, l’autore stesso, vi ha preso parte, restandone ammaliato. Ne ricava la voglia di rinnovare quell’esperienza così tanto solidale e umana. Si svolgeva la sera, terminati i lavori dei campi e di casa; e mentre, ad esempio, si sgranava il granturco, si discorreva del più e del meno, quasi sempre divertendosi. E si raccontavano storie, anche di paura. Ma per saperne di più basterà leggere il racconto: “Una manciata di stelle. Una volta, a veglia”: “Entrammo nella vasta cucina che c’erano già tutti: i padroni e gli altri vegliatori. E c’erano alcuni bimbi come me, di diverse misure, a seconda degli anni. Sul tavolo grande di legno, al centro, una lampada ad acetilene s’affannava a dar luce.

Gli uomini si scambiarono subito parole gridate di saluto e forti pacche sulle spalle. Le donne si misero a chiacchierare fitto fitto, ma piano, quasi sottovoce.”. E se vuole avere un’idea di come il contadino, al mattino, andava a zappare la terra, basta che vada al succinto, ma intenso, racconto: “E dopo… il silenzio”.

E ancora: come i ragazzi di un tempo attendevano il Natale? Basta andare qui: “Impronte a ritroso”: “Non persi tempo e tornai ad ammirare il mio ginepro: pareva, per davvero, un pennello a punta, che manco a disegnarlo apposta sarebbe venuto così perfetto. E sognavo il momento di addobbarlo e di vederlo pronto, là nel solito angolo della stanza. Già avevo messo da parte mandarini, qualche caramella, pochissimi preziosi cioccolatini, noci e nocciole, che avrei accuratamente fasciato con stagnola dorata o argentata o a vari colori, residuo di rari dolci di allora. La neve sull’albero non sarebbe, di sicuro, mancata: la lana biancastra, a bioccoli, che la mamma e la nonna, quasi quotidianamente e con santa pazienza, filavano con la rócca ed il fuso, sarebbe ben servita allo scopo. Ai piedi dell’albero avrei posto, come sempre, la capannuccia, nata dalle mani preziose di mio padre, che avrebbe accolto le statuine in gesso, un po’ scolorite e qua e là sbertucciate, di Gesù, di Giuseppe e di Maria, nonché quelle raffiguranti il bue e l’asinello. Sopra la capanna e sulla punta dell’albero la stella cometa, in entrambi i casi rigorosamente di cartone, create da noi e tinte di giallo. Tutto intorno, sul pavimento, il muschio fresco dal profumo umbratile.

Sì sognavo e specchiavo i miei sogni in quel semplice paradiso in cui stavo vivendo, nella mia casa, nel calore della famiglia; in quel mondo piccolo e umile, ma buono, dolce, fiducioso, generoso, largo d’affetti; in quel mondo lento, come il fumo grigiastro, in fuga contenuta dai comignoli sui tetti; in quel mondo dove tutto pareva più bello, più tenero, più vivibile, più attutito; in quel mondo di incontri, d’abbracci, di strette di mano, che ora mi appare simile ad un incanto lontano lontano (ancora non s’avvertiva, allora, l’ombra nera, pesante, devastante della guerra a sconvolgere ogni ragione).”. Per Natale arrivavano anche gli zampognari. Chi li ricorda più? I giovani di oggi non hanno conosciuto la magia e la suggestione dei suoni che uscivano dai loro strumenti, le zampogne. Conducevano una vita stentata, e approfittavano della solenne festività per raccogliere un po’ di elemosina. Non sempre ci riuscivano, e spesso dovevano esibirsi sotto la neve, con solo qualche paesano affacciato alla finestra. Ci pensa l’autore a richiamarli in vita nel malinconico racconto “Gli zampognari”: “Ai pochi casolari sparsi intorno ancora abitati giungevano smorzati quel suono più penetrante e quel lamento, che sapevano di mistero e di miracolo, e pareva proprio che qualcosa di straordinario stesse per accadere in quella notte.

Poi tutto, all’improvviso, tacque. La quiete più profonda abbracciò ogni cosa, cullando i segreti delle tenebre.

Stesi sulla pula e sulle foglie secche, i due dormivano stremati, sognando il calore della loro casa lontana.”.

E i pastori di greggi? Dove sono finiti? Che cosa significava fare il pastore? Quali sacrifici si dovevano affrontare? Benedetti ci sta rievocando mestieri scomparsi, che un tempo animavano le comunità. Le pecore offrivano lana, latte e formaggio; ci si poteva campare una famiglia. Il lavoro, allora, aveva una sua poesia, anche se a volte tragica, come sarà nel racconto “Il pastore” (tra i più belli). Quando arrivava il tempo, il pastore saliva all’alpeggio e viveva in solitudine, oppure viveva stabilmente lì, in una casupola povera e antica, al modo di un eremita e al solo contatto con la natura attorno e con gli animali intenti al pascolo: “La solitudine non scalfiva minimamente il suo animo aperto e generoso, che sapeva appigliarsi ai segni leggibili delle cose intorno: era amico del vento, che con le sue mille e mille voci infilava il bosco, trastullandosi con le chiome rassegnate, o sussurrava o gridava alle finestre ed all’uscio di casa; era amico del vagabondare instancabile delle nuvole, sempre prodighe di mutazioni fantasiose, cariche di sfumati misteri, e disposte a corteggiare un sole svagato, ma mai stanco di giocare nel suo continuo viaggio attraverso i solchi celesti; era amico del canto degli uccelli, i quali, sullo spartito di eterne e sempre uguali emozioni, intrecciavano melodiose e        struggenti sinfonie che si stendevano serene, come ragnatela ad imbrigliare i sentieri della mente ed a tambureggiare con dita frementi di tenerezze mal celate alle porte del cuore; era amico delle stelle, quando nelle sere limpide accendevano i lumi ad una ad una: dapprima slavati nell’ultimo chiarore del tramonto, poi, pian piano, più vividi e  vibranti, come se i bottoni d’oro delle pratoline avessero abbandonato lo stelo e si fossero trasferiti lassù nel lago abbrunato del firmamento (e gli veniva voglia di contarle fino a sentirsi stordito); era amico della luna ammiccante, che assumeva vezzosa un aspetto di volta in volta diverso, simile a giovane birichina e volubile, conscia della propria maliziosa bellezza, e che scandiva i colori della sera irrorando di esili carezze luminose il sonno beato della Terra…”. Ma per il pastore arrivavano anche i giorni tribolati della neve: “Nevicò veramente per giorni e giorni, senza interruzione, come mai aveva nevicato, e affogò ogni cosa intorno: tutto era sparito, persino il bosco, sommerso nel gran manto bianco. Non si ricordava, sul serio, una nevicata così a memoria d’uomo.”.

Avete presente il bel film di Julien Duvivier, “Il ritorno di don Camillo” in cui si vede il celeberrimo prete affrontare in mezzo alla neve un irto pendio portando l’altrettanto famoso crocifisso sulle spalle per raggiungere la piccola parrocchia sperduta sui monti assegnatagli per punizione? Se andate al racconto “La prima supplenza”, trovate l’autore che fa un’esperienza rassomigliante (manca solo la neve, che però imbianca i monti attorno) quando va a ricoprire, come maestro, il suo primo incarico presso una scuola di montagna, che si poteva soltanto raggiungere, nell’ultimo tratto, a piedi: “Gambe in spalla, dunque, e, confortato, anzi sopraffatto da entusiasmo traboccante, mi inoltrai nel bosco imboccando la pietrosa via che aveva sicuramente conosciuto i sudori e le fatiche di tanti montanari.

Era una fredda mattina dei primi di dicembre. Il cielo sereno, ancora punteggiato di labili stelle, andava man mano slavandosi nell’estremo anelito della notte. L’aria pungente faceva arrossare le guance e pungere le mani, pur inguantate. Il bosco intorno viveva la tristezza dell’ultimo autunno, avendo ormai smarrito la fantasmagoria di colori che aveva dato l’illusione di una festa in atto. I rami contorti dei castagni, pressoché denudati, assumevano strane ieratiche forme, mostrando ancora qua e là rare foglie rinsecchite, tarde al distacco, in lotta caparbia, pur nella precaria situazione, con una brezza insistente. In terra, come un tappeto disordinato, si stendeva l’ultimo messaggio di vita delle piante ormai addormentate.

Il silenzio profondo era rotto solamente dal crepitare vivo, stridulo del fogliame sparso che i miei passi solerti calpestavano.”. Uno degli scolari, Domenico, ci ricorda il personaggio Garrone del libro “Cuore” di Edmondo De Amicis.

L’autore riesce ad immedesimarsi, per condividerne la condizione, anche nella figura di una vedova, nel racconto che porta proprio questo titolo: “La gente giurava di averla vista sempre vecchia, con la sua storia di dolore cucita sul viso, con gli abiti scuri che ancor più avvilivano lo sfiorire del suo corpo, col raro dar sfogo a parole da tempo incatenate.

I giorni per lei erano divenuti tutti uguali, vuoti, senza scopo: neppure si affacciavano al suo animo inaridito parvenze di felicità e la mente si rifiutava di tuffarsi persino nel pozzo dei ricordi a ricercare almeno un tenue appiglio ad illuminare le ore sconsolate.”.

I gesti anche minimi dell’essere umano sono stati, dunque, sempre annotati e intorno ad essi ha volato ininterrottamente l’afflato della poesia.

Non vi è stata mai asprezza, o cinismo, o crudeltà nella scrittura di Benedetti, poiché a sbarrarne l’ingresso si è posta a guardia in ogni momento la poesia. Sempre più si è andati avanti nella lettura, sempre più ci siamo accorti che per questo autore poesia e prosa sono un tutt’uno, e non v’è possibilità di distinzione.

Se il ricordo è la sua fonte ispiratrice, la poesia è lo strumento principale affinché esso ci sia donato. Benedetti scrive con il cuore. Le lunghe citazioni riportate fin qui hanno avuto una loro giustificazione: esse dovrebbero aver convinto il lettore che la poesia non vi compare come una folata di vento, o un momento improvviso di felicità creativa, ma permane come un manto  che avvolge l’intera scrittura, riga per riga, parola per parola. Il lettore avrà anche potuto ricevere conferma della cura impiegata nell’assegnare ad ogni sostantivo l’aggettivo più adatto a donargli la significanza voluta, e ha potuto constatare che questa scelta è sempre stata dettata dalla poesia: onnipresente. “Preludio d’inverno”, pur nella sua brevità, può costituire un ulteriore piccolo esempio: “L’oscurità del bosco non conosce che il richiamo esile e sbigottito di un solitario scricciolo che cerca inutilmente fra i tronchi tribolati dei castagni angoli smarriti di speranza. Qua e là, pietoso inganno, germogliano fiori di ghiaccio.”.

C’è un’ultima osservazione da fare. Non si può arrivare alla fine della raccolta senza avere più di una volta diretto il nostro pensiero al suo autore. La ricchezza dei sentimenti, il nitore delle immagini, la profondità della scrittura, che appare sempre come una riflessione pronta a compiere un miracolo, lo richiamano continuamente. L’autore, infatti, si è fatto carne nelle sue stesse parole. La sua persona, o meglio la sua anima, si è incarnata nella parola, la quale la trasmette al lettore. Quando si dice che un autore deve tenersi lontano dalla sua creazione per meglio controllarne la crescita e darle la sua autonomia, ciò non vale per Benedetti. Egli ha fatto una scelta diversa e ha affidato alle parole e alle opere che le contengono nientemeno che se stesso. Non ai suoi personaggi affida la sua eternità, ma a se stesso, come memoria di un uomo che si è consegnato senza tremori e senza pudicizie all’avvenire. I suoi racconti, quelli di ieri e quelli di oggi, non sono altro, in realtà, che un unico e potente romanzo: ” Ed io, in questa oasi di purezza, rimango in avida attesa che la notte mi conduca nel cuore di altre storie.”.

 

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart