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Bassani, Giorgio

6 novembre 2007

Gli occhiali d’oro  

“Gli occhiali d’oro”

(1958). Einaudi, 1962, pagg. 124

Il romanzo precede di quattro anni quello che viene considerato il capolavoro dello scrittore: “Il giardino dei Finzi-Contini” che vinse alla sua uscita, nel 1962, il Premio Viareggio, e dal quale Vittorio De Sica trasse il bel film omonimo, nel 1970. Come questo, anche “Gli occhiali d’oro” è ambientato a Ferrara, la città che fu sempre nel cuore dello scrittore.

Vi si narra la storia di un medico otorinolaringoiatra, Athos Fadigati, che capita a Ferrara proveniente da Venezia, e vi mette su un ambulatorio, che ben presto acquista una buona clientela grazie al suo carattere e al “suo ragionevole spirito di carità nei confronti dei malati più poveri. Ma ancora prima che per queste ragioni, egli dovette raccomandarsi per come era: fisicamente, voglio dire. Per quegli occhiali d’oro che scintillavano simpaticamente sul colorito terreo delle sue guance glabre, per la pinguedine nient’affatto sgradevole di quel grosso corpo di cardiaco congenito, scampato per miracolo alla crisi della pubertà”. Come Silone, come Cassola, come Carlo Levi, come Piero Chiara, come Giuseppe Berto (i primi nomi che mi vengono in mente), Bassani è uno di quei narratori che si fanno amare per il lindore della loro scrittura, così cristallina da rasentare la purezza assoluta. Narratori dotati di una innata dote di affabulazione, che sempre si accompagna alla semplicità e alla chiarezza dello scrivere. Fadigati è scapolo e la gente si domanda che cosa faccia la sera, una volta chiuso l’ambulatorio. Si sa di lui tutto sulle ore che trascorre di giorno tra ospedale e ambulatorio, ma la sera? La sera lo si vede uscire di casa intorno alle otto, un po’ smarrito: “Indugiava un attimo sulla soglia, guardando in alto, a destra, a sinistra, come incerto del tempo e della direzione da prendere.”, poi lo si incontra nella passeggiata mescolato alla gente, fermo ad una vetrina; oppure al cinema, seduto nelle ultime file della platea, anziché in galleria dove si ritrovano le famiglie più abbienti, e dove anche lui – dicevano – avrebbe dovuto sedere. Si comincia a pensare che “gli occorresse al più presto prendere moglie.”; “Sembrava ugualmente assurdo, ai mariti come alle mogli, che un uomo di quel valore non pensasse una volta per tutte a mettere su famiglia.” Bassani ha tracciato il suo percorso, che è quello di mettere a confronto le convenienze sociali con le esigenze dell’individuo, che non sempre collimano. Fadigati ha passato la quarantina, è ormai divenuto un uomo ricco, perché non si ammoglia con una bella donna, che senz’altro potrebbe conquistare? È questo che si domanda la gente. E ancora: ha forse una “relazione con qualche donnetta inconfessabile, tipo sarta, governante, serva, ecc.” O forse con una infermiera, come accade spesso ai medici? Non a caso, le sue infermiere “erano sempre talmente carine, talmente procaci!” La gente si mette perfino a cercare per tutta Ferrara una ragazza “veramente degna di diventare la signora Fadigati”. Finché non si comincia a mormorare; le malelingue entrano in azione e si sparge la voce che il medico è uno di “quelli”, un diverso: “Come abbiamo potuto non pensarci prima?”

Così, alla luce di questa insinuazione, dopo un primo imbarazzo, si prende atto della sua diversità e la si tollera, poiché la sua condotta è “formalmente ineccepibile.” Al cinema, nelle file di fondo, si vedono nel buio luccicare i suoi occhiali d’oro; sul treno, quando lo si incontra di notte di ritorno da una serata trascorsa ad assistere ad un’opera di Wagner, i ferraresi lo ascoltano raccontare e sublimarsi dietro quei suoi occhiali d’oro: “socchiudeva le palpebre dietro le lenti, sorridendo rapito.” Insomma, si frena lo scandalo, certi che “l’erotismo di Fadigati dava ogni garanzia che sarebbe stato sempre contenuto dentro precisi confini di decenza.” La notte, qualche volta, le luci nella sua casa sono accese e dalle finestre esce della musica, soprattutto di Wagner e si pensa che qualcuno dei suoi amanti si trovi con lui. Notate che Bassani non indugia sul fatto che Fadigati sia o non sia un diverso, giacché all’autore non sta a cuore mostrare questo tipo di verità, bensì in che modo e quanto la società in cui vive agisca su di lui, condizionandolo. È la fotografia degli anni lontani, subito prima della Seconda guerra mondiale, quando un perbenismo di facciata dominava le azioni degli uomini e la tolleranza non era affatto una virtù. Bassani affronta un tema che solo molto più tardi sarà ripreso in Italia con maggior ampiezza e partecipazione. Nel 1952 era stato Carlo Coccioli ad affrontare il difficile argomento con “Fabrizio Lupo” e nel 1989 uscirà “Camere separate” di Pier Vittorio Tondelli.

Torniamo al romanzo. Ad un certo punto, succede che l’autore – io narrante che ricorda quei lontani anni -, il quale con i compagni prende tutte le mattine il treno per andare all’università di Bologna, scopre dall’amico Deliliers che il vagone di seconda classe, sempre rimasto vuoto e utilizzato solo dal personale del treno che vi gioca a carte, da qualche giorno è occupato da un viaggiatore pagante, e questi altri non è che il medico Athos Fadigati. E chi è Athos Fadigati? domanda una studentessa, Bianca Sgarbi. “Oh, un vecchio finocchio” risponde Deliliers.

Sia pure un po’ timido e un po’ imbarazzato, Fadigati riesce a trovare il modo di avvicinare i ragazzi, approfittando dell’occasione che gli fornisce quel comune viaggio in treno. Sembra che inizi un’amicizia. Il protagonista si domanda: “Sapeva che sapevamo?” Il medico si apre ai ragazzi e racconta qualcosa della sua vita. Ricorda di quando studiava a Padova, ospite di una famiglia in cui vivevano due giovanotti che lavoravano i campi. È il momento, questo, per Deliliers di denigrarlo: “ci parli piuttosto di quei due ragazzi dell’orto, che le piacevano tanto. Che cosa ci faceva insieme?”. Commenta l’autore, a proposito dell’umiliazione patita da Fadigati: “Un attimo solo di abbandono gli era costato caro. Adesso, si capisce, temeva il ridicolo più che mai.” Eppure “Si accontentava di niente, in fondo, o almeno così sembrava. Più che restare lì, nel nostro scompartimento di terza classe, con l’aria del vecchio che si scalda in silenzio davanti a un bel fuoco, altro non pretendeva.” Vedete quanto lo sguardo di Bassani si sia fatto dolce di fronte all’uomo che patisce perché schernito e emarginato. Deliliers, “un bellissimo ragazzo, alto un metro e ottanta, e con un volto e un corpo da statua greca, un vero e proprio reuccio regale”, è, tra tutti, quello che lo dileggia con più cattiveria e pare non accettarlo. Ma sarà proprio lui a fare coppia con Fadigati, creando scandalo per tutta Ferrara. Affinché Deliliers possa guidarla e farsi bello, il medico acquista e gli intesta perfino “una Alfa Romeo 1750 a due posti, rossa, tipo Mille Miglia”, e quando vanno a Riccione per i bagni, all’ora della passeggiata Deliliers si fa vedere in giro sulla bell’auto “nuova di zecca”, sulla quale, quasi nascondendosi, sta Fadigati, “costretto nel sedile a fianco del compagno.” L’autore sottolinea che quell’esibizione non era certo voluta dal medico, ma da Deliliers: “In quella scelta delle spiagge romagnole, così prossime a Ferrara, c’era tutta la sua cattiveria e strafottenza. Fadigati non c’entrava, ne ero sicuro. Per me, lui si vergognava. Se non salutava, se anch’egli fingeva di non riconoscermi, doveva essere soprattutto per questo.” Quando il padre del protagonista, “famoso per il suo candore”, scorge sulla spiaggia Fadigati va a salutarlo e lo accompagna al suo ombrellone, non solo ma chiama a conversare con lui anche l’avvocato Lavezzoli (“Avvocato, guardi qui chi c’è!”), la cui moglie ogni giorno non fa altro che osservare la coppia Deliliers e Fadigati e commentare lo scandalo. Non può darsi situazione più imbarazzante per il povero Fadigati. Ma la supera, seppure con un certo timore e prova l’illusione di essere finalmente accettato, per come è, dal suo ambiente. Il padre del protagonista lo fa sedere sulla sedia a sdraio, ed egli comincia a sentirsi a suo agio, conversa amabilmente: “Era chiaro che si sentiva felice, libero: e insieme penetrato di gratitudine (un po’ impudicamente, pensavo io), per tutti coloro che gli permettevano di sentirsi così.”

La situazione descritta da Bassani è di notevole valore psicologico, in cui gli altri, costretti da un sistema di buone relazioni imposto dalla loro educazione perbenista, si aprono ipocriticamente a colui che già considerano ormai fuori dalla loro cerchia, mentre invece l’escluso, il diverso, coglie in quella ipocrisia un atto di generosità e di perdono nei suoi confronti. Bassani segna una linea marcatissima di separazione tra i due modi di sentire. Ed è in questa pietosa illusione, in questa debolezza di Fadigati, che noi percepiamo l’aspra, cinica, cattiveria della società, e i prodromi della tragedia per una esistenza che non è possibile vivere secondo la propria natura.

Deliliers ad un certo punto pianta in asso Fadigati quando sono sulla spiaggia, e sparisce per molte ore lasciandolo in ansia. Al ritorno in albergo, i Lavezzoli vedono questa scena: Deliliers “attraversare l’atrio a gran passi, nero in faccia, e con Fadigati quasi in lacrime alle calcagna.” Non va dimenticato che tutto ciò accade in un momento egualmente tragico della vita nazionale. Mussolini stringe sempre più i rapporti con Hitler, di lui si parla nei salotti e sulle spiagge di tutta Italia. Lo si ammira. L’ammira la signora Lavezzoli che, cinica, giustifica l’assassinio del cancelliere austriaco Dollfuss, che si mormora sia avvenuto su impulso di Hitler, commentando: “Sono le esigenze della politica, purtroppo. Lasciamo stare le simpatie o antipatie personali: fatto si è che in determinate circostanze un Capo di Governo, uno Statista degno di questo nome, deve anche saper passar sopra, per il bene e il vantaggio del proprio Popolo, alle delicatezze della gente comune… della piccola gente come noi.” Pare di ascoltare la conversazione a bordo di una nave rappresentata in quel meraviglioso film, “La nave dei folli” di Stanley Kramer, del 1965, ossia appena sette anni dopo, in cui uno dei commensali elogia a tutto campo l’avvento del nazismo. Bassani ha fatto con la rappresentazione della cinica Lavezzoli la sua esplicita dichiarazione di distanza da una società come quella che si chiude a riccio davanti al medico omosessuale. La società che lo rifiuta – ci fa capire – è la stessa che osanna i crimini di Hitler e che osannerà poi quelli di Mussolini. È la stessa Lavezzoli che trova interessante un articolo di padre Gemelli apparso sulla rivista dei gesuiti, “Civiltà cattolica”, in cui in qualche modo si giustifica la persecuzione contro gli ebrei sostenendo che essa è manifestazione della volontà di Dio. I genitori del protagonista, ora che il padre ha saputo la verità su Fadigati, sono scontenti di vedere il figlio in sua compagnia. Deliliers, intanto, si prende gioco del medico, lo sfrutta, si concede delle scappatelle andando a Rimini a trovare sulla spiaggia due ragazze di Parma. Vuole che vada anche il protagonista, che però preferisce rimanere a Riccione e, quando vede il medico solo e triste sulla sua sedia a sdraio, è contento della propria decisione e di non averlo ferito accompagnandosi a Deliliers. Nasce una amicizia, lo stesso padre del protagonista non riesce a sostenere a lungo la sua diffidenza: “in breve avviò col dottore una conversazione della massima cordialità.” Questa amicizia riesce a riempire, nel medico, “il vuoto tremendo delle giornate.” La sua immagine si fa tenerissima, proprio mentre Deliliers dedica a lui sempre meno tempo, uscendo con l’auto e tornando soltanto molto tardi la notte. Per questo motivo una sera sono sorpresi a litigare nella hall dell’albergo e Deliliers gli sferra un pugno che lo manda a gambe levate, dopodiché, arraffato un po’ di tutto di ciò che apparteneva al medico – perfino del denaro -, sale sull’auto e se ne va lasciando un cinico biglietto di ringraziamento: “Grazie e tanti saluti da Eraldo”. È un romanzo breve, questo di Bassani, come breve sarà “Il giardino dei Finzi-Contini”, ma leggendolo ci si rende conto della densità che ogni pagina contiene; i giorni e le stagioni vi scorrono pieni; le azioni sono lente quanto il succedersi sofferto delle constatazioni e umiliazioni del personaggio Fadigati, su cui è scandita la trama. L’io narrante non è altro, al principio, che un osservatore e un testimone del travaglio di un essere umano incontrato nella sua vita, con il quale, però, a poco a poco, sentirà di avere qualcosa in comune. È proprio al termine di quella vacanza al mare, infatti, che si inizia a parlare con sempre più insistenza delle leggi razziali nel nostro paese. Anche il protagonista, allo stesso modo di Fadigati, comincia a sentirsi un escluso, sebbene ancora trovi nella sua città le calde ed intime sensazioni d’un tempo. Ma “L’illusione, tuttavia durò poco, almeno per me.” Essendo ebreo, comincia ad essere tenuto d’occhio, infatti, dagli squadristi che, ogni volta che lo vedono, si sussurrano qualcosa all’orecchio. Quando si ritrova con l’amico Nino Bottecchiari ad assistere, come spesso facevano, all’uscita dalla Messa delle ragazze e delle madri “di buona famiglia.”, avverte che non è più come prima: “mi sentivo tagliato fuori, irrimediabilmente un intruso.” Passa uno strillone di giornale e annuncia che il Governo sta per prendere importanti decisioni contro gli ebrei. Allora il suo pensiero va ai tanti ghetti presenti nel mondo; uno c’era stato anche a Ferrara e il protagonista pensa: “ci avrebbero costretti a vivere di nuovo là, nel quartiere medioevale da cui in fin dei conti non eravamo usciti che da settanta, ottanta anni. Ammassati l’uno sull’altro dietro i cancelli come tante bestie impaurite, non ne saremmo evasi mai più.” Avvertiamo così che le due vite, quella del protagonista e quella del medico, sono destinate ad incontrarsi per testimoniare la voracità e crudeltà di un tempo divenuto senza ragione. L’amico Nino è dispiaciuto per come si stanno mettendo le cose, e cerca di consolarlo: “non credo che nei vostri riguardi l’Italia si metterà davvero sulla stessa strada della Germania.” E poi, come sarebbe stato possibile, proprio a Ferrara dove gli ebrei occupavano posti di rilievo nella società, se si eccettuano i “Finzi-Contini con quel loro abbastanza «tipico» gusto di starsene segregati in una grande casa nobiliare, e di non comunicare quasi con nessuno”? Sarà, questo accenno, lo spunto per il suo capolavoro del 1962, già ricordato. L’incontro con Fadigati non tarda a venire; è di notte, si sentono nella nebbia dei passi pesanti e una voce rivolta ad un cane. È proprio lui, il medico. Il protagonista gli va incontro, lo saluta, ma: “com’era invecchiato, mio Dio! Le guance cascanti, offuscate da una barba ispida e grigia, lo facevano sembrare un uomo di sessant’anni. Dalle palpebre arrossate e cispose, vedevo inoltre che era stanco, che dormiva poco.” La scrittura di Bassani è ad un tempo armonica ed esatta, non vi è parola od espressione che non siano correlate con le precedenti. Non v’è una sola parola, ossia, che rimanga mai sola. L’incontro con il medico, ad esempio, avviene di notte e in mezzo alla nebbia, che ad un certo punto diventa ancora più densa. Allora l’autore scrive: “Mezzanotte era suonata da un pezzo, e per le strade non si incontrava nessuno. File e file di imposte chiuse e cieche, porte sprangate: e, a intervalli, le luci quasi subacquee dei lampioni.” Quel “subacquee” dà la misura della precisione chirurgica della scrittura di questo autore, il quale descrive le scene così come possono svilupparsi anche davanti a noi nella nostra vita quotidiana. Vediamo un altro esempio, quello della cagna Vampa che segue la coppia notturna: “Sempre seguiti o preceduti dalla cagna, riprendemmo infine la nostra passeggiata.”; “Se ci precedeva, la cagna si fermava a ogni incrocio, come timorosa di perderci un’altra volta.” Chi di noi è stato seguito da un cane, sa bene che esso a volte ci segue, ma a volte ci passa davanti, poi si ferma, ci attende, poi di nuovo rimane indietro, e così via. Bassani, con un periodare glabro, piano, della massima semplicità, rende con chiarezza una situazione reale che ciascuno di noi vive almeno una volta nella vita. Ancora: quando il protagonista entrerà al cinema Excelsior, l’autore, descrivendolo seduto in platea, scriverà: “accanto ai pesanti tendaggi delle porte d’ingresso.” Chi va a certi cinema, anche oggi, scosta con le proprie mani questi “pesanti tendaggi”, che hanno l’apparenza di durare un’eternità e di essere dappertutto, in qualunque cinema, sempre gli stessi.

In quella notte, dunque, le due solitudini (e perché non aggiungervi anche quella della cagna?) s’incontrano e cominciano a riconoscersi: “Egli mi parlava, accorato, sommesso. Mi raccontava le sue disgrazie. Lo avevano esonerato dall’ospedale, con un pretesto qualsiasi. Oltre a ciò, anche allo studio di via Gorgadello, c’erano pomeriggi interi che non si presentava più un solo paziente. […] era possibile continuare a vivere a lungo così, nella solitudine più assoluta, circondato dall’ostilità generale?”

La condizione di sofferenza vissuta da Fadigati sta diventando per lui insopportabile. Rifiuta la sua natura: “Dopo ciò che è accaduto l’estate scorsa, non mi riesce più di tollerarmi. Non posso più; non debbo.”, mentre invita il protagonista ebreo ad accettare, di fronte alle leggi razziali, di essere quello che è, ma questi risponde: “Sarebbe come dire: può un italiano, un cittadino italiano, ammettere di essere un ebreo, soltanto un ebreo?”

Il protagonista si porterà sempre con sé questa convinzione e il giorno che il padre ritorna a casa tutto felice recando la notizia, ascoltata da un influente amico, che il Capo della Polizia, Bocchini, aveva dichiarato: “In Italia, sono autorizzato a garantirglielo, una legislazione sulla razza non sarà mai varata.”, se riconosce che era giusto che suo padre gioisse come un bambino, riflette: “Io no, non potevo. Il senso di solitudine che mi aveva sempre accompagnato in quei due ultimi mesi, diventava se mai, proprio adesso, ancora più atroce: totale e definitivo.” Si annuncia, dunque, quella tragedia che sarà narrata e sviluppata approfonditamente ne “Il giardino dei Finzi-Contini”. Il dottor Fadigati, invece, non arriverà neppure a vedere quei giorni, sconvolto da una immane tristezza, travolto e sprofondato, ancor prima, nella grande voragine della solitudine.


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2 Comments

  1. Comment by Caiogiulio — 1 novembre 2008 @ 18:01

    Eh, Bassani, Bassani, un altro scrittore dalla prosa pura, precisa, formata di parole appropriate, mai approssimate, mai scelte a caso.
    “Gli occhiali d’oro”, romanzo, racconto lungo, nel quale l’autore descrive con esattezza magistrale l’atmosfera velenosa che avviluppa sempre più il dott. Fadigati in una Ferrara provinciale, che sta per vivere la vergogna delle leggi razziali fasciste.
    “Il giardino dei Finzi-Contini”, che racconta con partecipazione i tentativi dello studente “esterno” di entrare in intima comunicazione con la “padroncina” Micol della casata dell’alta borghesia ebrea dei Finzi-Contini. Tentativi che si riveleranno vani e che vengono travolti dall’avanzare inesorabile degli effetti nefasti delle leggi razziali fasciste, che finiscono per travolgere l’intera famiglia Finzi-Contini.
    Memorabile e toccante, al limite del sopportabile, il canto ebraico che accompagna le ultime scene dell’omonimo film di De Sica, quelle della deportazione dell’intera famiglia ebrea.
    Motivo che mi prende letteralmente allo stomaco ogni volta che lo sento, tale e tanta è la sua bellezza straziante.

  2. Comment by Bartolomeo Di Monaco — 1 novembre 2008 @ 20:19

    Ricordiamoci anche che fu Giorgio Bassani a capire il valore de Il Gattopardo (rifiutato da Vittorini) e a pubblicarlo.

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