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	<title>Bartolomeo Di Monaco</title>
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	<description>Libri, leggende, informazioni sulla città di Lucca</description>
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		<title>Due articoli</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 16:00:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[BLOG]]></category>

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		<description><![CDATA[Offerta di poltrone elettorali all&#8217;Aquila di Mario Sechi (da &#8220;Il Tempo&#8221;, 17 maggio 2012) Una città devastata dal terremoto, dal lutto, da una ricostruzione difficile, da una corruzione che emerge tra mattoni vecchi e nuovi, da una crisi che si accanisce contro la rinascita, meriterebbe una politica dal volto umano, un impegno diverso dei partiti, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Offerta di poltrone elettorali all&#8217;Aquila</strong><br />
di Mario Sechi<br />
(da &#8220;Il Tempo&#8221;, 17 maggio 2012)</p>
<p>Una città devastata dal terremoto, dal lutto, da una ricostruzione difficile, da una corruzione che emerge tra mattoni vecchi e nuovi, da una crisi che si accanisce contro la rinascita, meriterebbe una politica dal volto umano,<span id="more-24653"></span> un impegno diverso dei partiti, una trasparenza non solo dichiarata ma praticata. E invece no. All’Aquila sembra che neanche questo elementare impegno sia possibile. A tre giorni dal ballottaggio per eleggere il sindaco della città, emerge un carteggio davvero istruttivo tra i partiti. I protagonisti sono il Pd e Futuro e Libertà i quali in campagna elettorale sbandierano «alti ideali», propositi di rinascita, ricostruzione, rilancio morale e via discorrendo. Poi si spengono i microfoni e torna la realtà. Quella delle poltrone e dei posti di comando barattati per l’appoggio al secondo turno, con tanto di scambio di lettere, protocolli d’intesa e manuale Cencelli. I più cinici diranno che si usa così, ma vedere in un luogo simbolico come L’Aquila esponenti del Partito Democratico offrire posti per avere voti, francamente, è troppo anche per uno allenato a vederne di ogni colore. I duri e puri di Futuro e Libertà trattavano il loro gruzzolo di consensi in cambio dei seguenti incarichi: un assessore, la presidenza di una municipalizzata, un consigliere d’amministrazione nella Asm, la presidenza di una commissione consiliare, la presidenza del collegio dei revisori dell’Ama, un posto nel collegio dei revisori del Comune, un consigliere d’amministrazione nella Gran Sasso Acque, un membro nel consorzio dei Beni Culturali, un pacchetto di consulenze e contratti part-time. Tutto ciò conferma che il Paese ha bisogno di un nuovo inizio. Finché i partiti non la smetteranno di occupare e lottizzare ciò che va assegnato per merito e non per cooptazione di regime, l’Italia non farà alcun passo in avanti. Il candidato sindaco Cialente dirà che quell’accordo non si è realizzato materialmente, è saltato. Solo formalmente &#8211; per l’opposizione di altre liste &#8211; visto che dai carteggi emerge un impegno a dare contropartita in nomine in cambio di appoggio elettorale sottobanco da parte di Fli. Non siamo di fronte a un fatto di provincia, ma alla metafora dell’Italia. Un suk politico che suscita una profonda rabbia e tristezza. Nella città dove la ricostruzione post-terremoto ha visto gli sciacalli in azione, si consumano commerci politici da basso impero e i partiti continuano a fare e disfare come in questi mesi nulla fosse successo e tutto va bene madama la marchesa. Sì, L’Aquila è ferita, ma gli avvoltoi volano ancora in alto.</p>
<hr />
<p><strong>Per aiutare le riforme meglio un messaggio alle Camere che non a Monti</strong><br />
di Paolo Cirino Pomicino<br />
(dal “il Foglio”, 17 maggio 2012)</p>
<p>Nei momenti difficili per un paese la prima cosa da fare è non perdere la calma e la seconda è di non stravolgere, nei fatti, il nostro ordinamento costituzio­nale con poteri sostitutivi impropri. E&#8217; la prima considerazione che ci viene in mente dopo la notizia dell&#8217;incontro al Quirinale tra il nostro amato presidente, Giorgio Napolitano, e il premier Mario Monti. Argomento della riunione sono state le riforme costituzionali tra cui quella del cosiddetto bicameralismo per­fetto (peraltro presente in molti paesi tra cui l&#8217;America), dei poteri del primo mini­stro, della sfiducia costruttiva e della ri­duzione del numero dei parlamentari. Su molti di questi argomenti c&#8217;è un&#8217;ampia convergenza ma questa volta non si trat­ta di discutere dei contenuti. Il tema che vogliamo porre è quello di iniziative im­proprie, almeno nella forma. Non ce ne voglia il presidente Napolitano, peraltro ricco di tanti meriti, se sottolineamo che questi argomenti non vanno discussi con il governo, e in particolare con questo ti­po di governo, figlio dell&#8217;emergenza eco­nomica e della crisi della politica e com­posto esclusivamente da tecnici fuori dalle forze politiche presenti in Parlamen­to. Sia chiaro, il presidente Napolitano ha tutti i motivi per preoccuparsi (anche noi, più modestamente, lo siamo) mala Costituzionegli offre uno strumento auto­revole e diverso dagli incontri con il pre­sidente del Consiglio, quello di un mes­saggio alle Camere. L&#8217;interlocutore unico di quelle riforme, infatti, è il Parlamen­to della Repubblica in particolare, lo ri­petiamo, quando alla guida del paese c&#8217;è un governo come quello di Mario Monti. E&#8217; vero che dal1992 inpoi (da Oscar Lui­gi Scalfaro) l&#8217;Italia ha assistito a un ruo­lo del presidente della Repubblica &#8220;bor­derline&#8221; rispetto al dettato costituzionale ma se alla drammatica crisi della politica e alla sua crescente inadeguatezza ag­giungiamo anche lo stravolgimento dei ruoli istituzionali non faremo una cosa saggia. Sappiamo bene che le motivazio­ni del nostro presidente Napolitano sono alte e nobili, ma la saggezza popolare ci insegna che la strada dell&#8217;inferno è tutta lastricata di buone intenzioni. Se il ricor­do non ci tradisce, sinora, il presidente Napolitano non ha mai usato lo strumento del messaggio alle Camere che, al con­trario, mai come in questi momenti sa­rebbe una cosa utile. Avrà avuto certa­mente le sue ragioni, ma in alternativa poteva chiamare i presidenti delle Came­re per essere informato sulle difficoltà che incontra il cammino delle riforme co­stituzionali e, tramite loro, inviare una sollecitazione ai gruppi parlamentari. Se sottolineamo quella che a noi sembra, sul terreno della forma, una impropria inter­ferenza è perché nel paese circola un vento gelido sulla tenuta democratica nel paese che nasce da una brutta sensazio­ne di massa e cioè l&#8217;inutilità del Parla­mento. Se anche il presidente della Re­pubblica lo supera e lo ignora, involonta­riamente finisce per mettere un sigillo autorevole sull&#8217;antiparlamentarismo di massa. Conosciamo Napolitano e sappia­mo anche che questa è l&#8217;ultima cosa che pensa ma se ci riflette un po&#8217; vedrà che anche le nostre preoccupazioni sono al­trettanto giuste in una stagione in cui nuovi autoritarismi, silenti e sofisticati, soffiano in Europa attraverso mille stra­de diverse, non ultima quella del capita­lismo finanziario.</p>
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		<title>LETTERATURA: Il cassetto</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 04:49:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mariapia Frigerio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>

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		<description><![CDATA[di Mariapia Frigerio Giulietta è al balcone. Non a quello di Verona. A quello della sua camera, nella casa dove tra breve si trasferirà. Di fronte c’è la finestra della caserma dei pompieri. Ciò che vede è meno romantico di quello che vedeva la sua omonima Capuleti. Più utile, però. Giulietta ha pulito. Sistemato. Vuole [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Mariapia Frigerio</p>
<p>Giulietta è al balcone. Non a quello di Verona. A quello della sua camera, nella casa dove tra breve si trasferirà.<span id="more-24479"></span><br />
Di fronte c’è la finestra della caserma dei pompieri. Ciò che vede è meno romantico di quello che vedeva la sua omonima Capuleti. Più utile, però.<br />
Giulietta ha pulito. Sistemato. Vuole che tutto sia in ordine per quando ci andrà a vivere con i suoi figli.<br />
Giulietta, appoggiata alla ringhiera del balcone, pensa ai suoi bambini. Con amore.<br />
Poi pensa a sé bambina. Con nostalgia.<br />
Il pensiero della sua infanzia è il pensiero di un cassetto.<br />
Il terzo cassetto sopra gli sportelli nel mobile della cucina di sua nonna.<br />
Un cassetto delle meraviglie, quello a cui ripensa Giulietta.<br />
Crema <em>Manila </em>per le mani, scatola <em>Caffarel</em> di latta prugna con elastici, tappi di sughero, tappi di plastica, caramelle sparse, <em>Morositas</em>  e <em>Alpen Liebe</em> anni ’80, oggetti da cucina, fogli pubblicitari, un bracciale in argento liscio, un bracciale a catena con ciondolo apribile a palla (aperto e richiuso un milione di volte), un piccolo papa Giovanni in cornice bianca e oro, l’acqua santa nella Madonna di Lourdes con tappo a corona.<br />
Tutto stipato in quel cassetto non troppo grande. Il terzo cassetto.<br />
Giulietta pensa a una canzone. <em>Il mare in un cassetto</em>.<br />
Ma il suo non era il mare. Era un mondo. Il mondo in un cassetto.<br />
Il mondo di sua nonna.<br />
Pensa a quel cassetto. E si sente invadere dalla commozione.</p>
<p>Giulietta pensa ai suoi figli. Sa che anche loro hanno un cassetto dalla nonna. Dalla loro di nonna. Un cassetto di rame grande. Un cassetto per la cenere.<br />
Ma la cenere non c’è mai stata. Perché non c’è mai stato il fuoco né la brace.<br />
Ci sono, invece, bustine di zafferano, di curry, tappi colorati, piccoli animali di ceramica, libretti d’istruzione per elettrodomestici, spago per arrosto, strani ombrellini di retina coprivivande. Pieni di polvere. La passione dei suoi bambini.</p>
<p>Giulietta pensa alla magia dei cassetti.<br />
Pensa che i suoi figli sono fortunati. Fortunati come lei.<br />
Pensa che per crescere bene tutti i bambini dovrebbero avere un cassetto. Un cassetto pieno di mistero nella casa di una nonna.<br />
Giulietta ha male alle braccia. Alla schiena. Ha fregato troppo per ripulire lo sporco lasciato dagli operai.<br />
Ma il pensiero del cassetto l’allieta. La culla. La fa tornare bambina.</p>
<p>Giulietta si accende una sigaretta per assaporare meglio la tenerezza dei suoi pensieri. L’affetto per la sua nonna. Il bene per i suoi bambini.<br />
Un vento leggero le porta la cenere nella stanza. Sposta piccoli frammenti di brace.</p>
<p>«Oddio» pensa «se il parquet prende fuoco!».<br />
Poi torna con lo sguardo alla finestra di fronte – la finestra dei pompieri – e sorride. Tranquilla.</p>
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		<title>Cinque articoli</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 16:00:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[BLOG]]></category>

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		<description><![CDATA[I cinque errori di Mario Monti di Renato Brunetta (da &#8220;Il Tempo&#8221;, 16 maggio 2012) Non è tutta colpa di Monti. Causa del malessere dilagante e della relativa tensione sociale nel Paese è paradossalmente la natura stessa del suo governo: quella di un esecutivo tecnico che, in quanto tale, manca della legittimazione elettorale diretta ed [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>I cinque errori di Mario Monti</strong><br />
di Renato Brunetta<br />
(da &#8220;Il Tempo&#8221;, 16 maggio 2012)</p>
<p>Non è tutta colpa di Monti. Causa del malessere dilagante e della relativa tensione sociale nel Paese è paradossalmente la natura stessa del suo governo:<span id="more-24638"></span> quella di un esecutivo tecnico che, in quanto tale, manca della legittimazione elettorale diretta ed è appoggiato da una maggioranza formatasi anch&#8217;essa senza un&#8217;investitura proveniente dalle elezioni. Il fatto che probabilmente il governo Monti e la maggioranza che lo sostiene non andranno insieme alle elezioni renderà anche impossibile un giudizio a posteriori da parte dei cittadini. Il governo insomma non renderà conto al Paese del proprio programma e del proprio operato né prima né dopo la conclusione del suo mandato. Insomma una situazione democraticamente delicata, soprattutto considerando come funzionano oggi le democrazie avanzate. Ma vi è di più. Mancando politicamente di una legittimazione popolare diretta e genuina e contando su una legittimazione indiretta (i rappresentati del popolo in Parlamento) distorta e contraddittoria rispetto alle piattaforme politico-programmatiche esibite agli elettori dai vari partiti che lo sostengono, il Governo si espone ad un doppio rischio. Il primo è che le misure adottate siano percepite come ancora più vessatorie dai cittadini perché essi non si riconoscono in chi le impone loro. Nelle democrazie del XXI secolo, il motto democratico delle grandi rivoluzioni liberali «no taxation without representation» ha acquisito un significato ancor più denso. Non si tratta solo di avere dei rappresentanti, ma di assicurare che chi tassa abbia una legittimazione politica direttamente riconducibile alla volontà espressa dal popolo. Il secondo rischio è che la debolezza dell&#8217;investitura popolare renda il Governo ancor più esposto alle pressioni estranee al circuito democratico: quelle delle burocrazie, quelle dei cosiddetti poteri forti, quelle del cattivo sindacato che cerca di massimizzare la rendita di posizione, in assenza di un interlocutore politico guardiano dell&#8217;interesse generale definito dalle elezioni. In mancanza della forza elettorale il Governo cede ad un abbraccio perverso, suadente, ma catturante, degli apparati e di altri stakeholders. Insomma, la natura tecnica del Governo, da forza, rischia di diventare il suo tallone d&#8217;Achille. Non c&#8217;è da stupirsi allora che le decisioni prese, poi, siano spesso affrettate, eccessive, lontane dai problemi della gente, oppure tardive, oppure mancanti. In questi sei mesi di governo si è spesso esagerato e l&#8217;entità dei provvedimenti varati è stata sovradimensionata rispetto alla misura ottimale, compromettendo, di fatto, il raggiungimento degli obiettivi. Tecnicamente: overshooting. Un esempio: la riforma delle pensioni. Bastava fare l&#8217;ultimo miglio e completare quella precedente con le opportune e necessarie transizioni, invece il governo ha calcato la mano, producendo trecentomila esodati e generando squilibri nei flussi in entrata nel mondo del lavoro, nonché serissimi problemi in tema di produttività dei lavoratori. Per non parlare della politica economica, che ha assunto carattere talmente restrittivo da causare effetti recessivi sull&#8217;economia reale. I nostri dati macroeconomici, come misurati dalla Commissione Europea nell&#8217;ultima rilevazione di venerdì scorso, si sono rivelati peggiori di almeno un punto percentuale rispetto agli altri Paesi dell&#8217;area euro. Le maggiori entrate che l&#8217;aumento (insopportabile) della pressione fiscale ha generato per le casse dello Stato sono state completamente assorbite dalla drastica riduzione dei consumi causata dalla recessione e dal clima di incertezza sulla politica di lungo periodo del governo. E poi la crisi: probabilmente non ancora capita fino in fondo. Con la conseguenza del non fare le cose giuste, del non dire la verità. Se non vuole ascoltare me, vada a rileggersi Barack Obama, Paul Krugman, Joseph Stiglitz, Olivier Blanchard, Romano Prodi, Giuliano Amano, Carlo De Benedetti, Sergio Marchionne&#8230;Vada a leggersi i segnali democratici più recenti in Nord Reno Westfalia o quelli in Grecia, dopo quelli in Francia e dopo le dimissioni di Jean Claude Juncker. L&#8217;andamento, ormai storico, di più di un anno di spread dimostra in maniera evidente che il problema è l&#8217;Europa. Il problema è la mancanza di una governance comune e forte. Il problema è la timidezza dell&#8217;Unione Europea nel (non) prendere decisioni. Il problema è la cessione di fatto (e volontaria!) della sovranità degli Stati Membri non a organi sovranazionali, istituzionalmente riconosciuti, ma a un Paese che si è imposto sugli altri, guadagnando, in termini di finanziamento del debito e di competitività, dalle debolezze altrui. Il problema è la mancanza di solidarietà e di meccanismi redistributivi; la masochistica distinzione tra Paesi rigorosi e non; la confusione ricorrente e strumentale sui concetti di rigore e crescita, che non sono opposti ma complementari. Il problema è il ruolo fortemente inadeguato della Banca Centrale Europea, che non svolge, per mandato, al contrario delle principali banche centrali del resto del mondo, una funzione di prestatore di ultima istanza. In questo contesto, il governo appare in affanno e all&#8217;inseguimento degli eventi, e la giustificazione con l&#8217;emergenza finanziaria e con le aste incombenti del rinnovo dei titoli del debito non è più sufficiente, rischia di diventare ridicola. Il problema certamente esiste, ma le prospettive sempre più negative sulla crescita, che in parte dipendono dagli errori dell&#8217;esecutivo, e l&#8217;allarmismo aggravano il giudizio dei mercati, non inducendo gli operatori a investire e a consumare. Tra l&#8217;altro, collocare 200 miliardi di titoli con un punto in più di tasso di interesse rispetto al livello attuale già alto implica un aggravio di spesa di 2 miliardi, ma il danno è senz&#8217;altro minore rispetto a quel punto percentuale di PIL in meno provocato dalla politica economica sbagliata. Sono cinque, in particolare, gli errori del professor Monti: 1. Allo stato attuale della recessione è sbagliato pensare di attuare sia ulteriori aumenti di tasse sia ulteriori tagli di spesa (mentre è corretto attuare rapidamente pervasivamente la spending review per riqualificare la spesa, ma non per ridurla oggi). L&#8217;idea che la riduzione della spesa non compensata da riduzione di tasse sia espansiva è sbagliata tecnicamente. Anche il Fondo Monetario Internazionale in recenti studi (Cottarelli 2012) ha rilevato come i moltiplicatori fiscali siano variabili a seconda della fase del ciclo. Pertanto, ulteriori riduzioni del deficit, per portarlo in avanzo strutturale, hanno effetti disastrosi sulla crescita e perversi anche sul consolidamento fiscale. Conclusione: il Fiscal compact non può rimanere così come è oggi. 2. Vi sono difficoltà evidenti nella gestione fiscale e in particolare nella gestione dell&#8217;IMU. Al di là delle stime sulla tassa e sulla sua incidenza tra le varie categorie di reddito, la confusione creata e ancora in atto ha generato una situazione di allarme sociale, con riferimento alla sua entità e alle scadenze, che ha inciso negativamente sulle aspettative delle famiglie, contribuendo a deprimere i consumi. Come è noto, la materia fiscale è molto delicata e va maneggiata con cura: non in modo approssimativo, con annunci e ripensamenti. L&#8217;effetto economico che si produce attraverso l&#8217;incertezza creata da una gestione dilettantesca è negativo soprattutto in una fase recessiva in cui le reazioni di breve periodo contano. Lo stesso vale per la turbativa sul mercato immobiliare. 3. Uguale effetto negativo ha l&#8217;incertezza creata intorno all&#8217;applicazione degli aumenti IVA. Per i seguenti motivi. L&#8217;annuncio, forse sì e forse no, degli aumenti IVA crea incertezza sulla pressione fiscale futura. Inoltre è sbagliato continuare a presentare l&#8217;aumento dell&#8217;IVA come aumento della pressione fiscale per ridurre il deficit. L&#8217;aumento dell&#8217;IVA era stato concepito, con il consenso di Confindustria e anche dei sindacati, per finanziare a parità di gettito la riduzione di altre tasse dirette, sia sulle imprese sia sulle famiglie. Si chiama svalutazione fiscale per gli effetti positivi che ha sui costi relativi della produzione interna rispetto a quella estera. È una misura attuata da altri Paesi ed è raccomandata da studi europei. Inoltre, nel brevissimo periodo l&#8217;annuncio chiaro dello «shift» tra diverse tasse può determinare un effetto positivo sui consumi immediati in quanto l&#8217;annuncio di un aumento IVA successivo anticipa i consumi previsti per il futuro. È questo che va fatto in recessione. La gestione del governo confusa e incerta crea solo apprensione con effetto contrario: posticipo dei consumi. 4. Riforma del lavoro e articolo 18. L&#8217;effetto anche simbolico della riforma si è dissolto in un impantanamento che ha creato, anch&#8217;esso, incertezza e confusione. Qual è il risultato? Sospensione delle assunzioni da parte delle imprese per capire ciò che accade, nonché probabile aumento dei licenziamenti da parte di chi teme un peggioramento rispetto alla situazione attuale causata dal nuovo regime. Anche in questo caso l&#8217;incertezza e la confusione, con l&#8217;inevitabile distorsione mediatica nelle due direzioni interpretative. Anche l&#8217;illeggibilità diretta del testo di riforma in discussione da parte degli operatori determina una situazione peggiorativa del ciclo. Ancora una volta sembra esserci disprezzo o incuria per ciò che riguarda la congiuntura, né sono tenuti in debita considerazione gli aspetti di isteresi dei guai creati nel breve periodo, che si ripercuotono poi nel medio e lungo termine, impedendo il dispiegarsi degli effetti positivi delle riforme. 5. E per le cose non fatte, un esempio per tutti: sul programma di dismissioni per incidere sul debito non si hanno notizie. Il governo ha dichiarato che i provvedimenti sono allo studio. Sappiamo che la materia è molto complessa, ma poiché i vertici e i tecnici dei ministeri implicati non sono cambiati e, a quanto si sa, avevano avuto incarico di studiare il problema anche dal precedente governo, non capiamo quanto ancora ci sia da studiare e quanto si tratti, invece, di un problema di decisioni. Anche questo incide su aspettative e credibilità. Non ce lo possiamo permettere. Non è neppure accettabile nel confronto con i governi precedenti, che non godevano della straordinaria maggioranza parlamentare attuale. Il Parlamento italiano ha ben fatto presenti tutte queste anomalie al governo nella risoluzione di accompagnamento al Documento di Economia e Finanza approvata il 26 aprile u.s.. Si rifaccia ad essa, professor Monti, ed è forse ancora in tempo per invertire la rotta. È importante per la credibilità del suo governo e ne ha bisogno il Paese. Un&#8217;annotazione maliziosa: valorizzi sempre e comunque il lavoro di chi lo ha preceduto, ne trarrà solo benefici: per la verità storica, e in termini di simpatia. E soprattutto, faccia in modo che la cena del 23 maggio, a Bruxelles tra capi di Stato e di governo sul tema della crescita, non si trasformi, per inconsistenza economica e politica delle decisioni che in essa verranno, forse, prese, nell&#8217;ultima cena dell&#8217;Unione. Mentre cresce, un po&#8217; dappertutto, la voglia di tornare alle monete nazionali.</p>
<hr />
<p><strong>La preghiera di Aiace</strong><br />
di Barbara Spinelli<br />
(da &#8220;la Repubblica&#8221;, 16 maggio 2012)</p>
<p>Ci abituiamo talmente presto ai luoghi comuni che non ne vediamo più le perversità, e li ripetiamo macchinalmente quasi fossero verità inconfutabili: la loro funzione, del resto, è di metterti in riga. Il pericolo di divenire come la Grecia, per esempio: è una parola d&#8217;ordine ormai, e ci trasforma tutti in storditi spettatori di un rito penitenziale, dove s&#8217;uccide il capro per il bene collettivo. Il diverso, il difforme, non ha spazio nella nostra pòlis, e se le nuove elezioni che sono state convocate non produrranno la maggioranza voluta dai partner, il destino ellenico è segnato.</p>
<p>Lo sguardo di chi pronuncia la terribile minaccia azzittisce ogni obiezione, divide il mondo fra Noi e Loro. Quante volte abbiamo sentito i governanti insinuare, tenebrosi: &#8220;Non vorrai, vero?, far la fine della Grecia&#8221;? La copertina del settimanale Spiegel condensa il rito castigatore in un&#8217;immagine, ed ecco il Partenone sgretolarsi, ecco Atene invitata a scomparire dalla nostra vista invece di divenire nostro comune problema, da risolvere insieme come accade nelle vere pòlis.<br />
L&#8217;espulsione dall&#8217;eurozona non è ammessa dai Trattati ma può essere surrettiziamente intimata, facilitata. In realtà Atene già è caduta nella zona crepuscolare della non-Europa, già è lupo mannaro usato per spaventare i bambini. Chi ha visto la serie Twilight zone conosce l&#8217;incipit: &#8220;C&#8217;è una quinta dimensione oltre a quelle che l&#8217;uomo già conosce. È senza limiti come l&#8217;infinito e senza tempo come l&#8217;eternità. È la regione intermedia tra la luce e l&#8217;oscurità, tra la scienza e la superstizione, tra l&#8217;oscuro baratro dell&#8217;ignoto e le vette luminose del sapere&#8221;. Lì sta la Grecia: lontana dalle vette luminose dell&#8217;eurozona, usata come clava contro altri.</p>
<p>L&#8217;editorialista di Kathimerini, Alexis Papahelas, ha detto prima delle elezioni: &#8220;Ci trasformeranno in capro espiatorio. Angela Merkel potrebbe punire la Grecia per meglio convincere il suo popolo ad aiutare paesi come Italia o Spagna&#8221;. Il tracollo greco è &#8220;un&#8217;opportunità d&#8217;oro&#8221; per Berlino e la Bundesbank, secondo l&#8217;economista Yanis Varoufakis: nell&#8217;incontro di oggi tra la Merkel e Hollande, l&#8217;insolvenza delle Periferie europee (Grecia, e domani Spagna, Italia) &#8220;sarà usata per imporre a Parigi le idee tedesche su come debba funzionare il mondo&#8221;. Agitare lo spauracchio ellenico è tanto più indispensabile, dopo la disfatta democristiana in Nord Reno-Westfalia e il trionfo di socialdemocratici e Verdi, pericolosamente vicini a Hollande. La speranza è che Berlino intuisca che la sua non è leadership, ma paura di cambiare paradigmi.</p>
<p>Può darsi che la secessione greca sia inevitabile, come recita l&#8217;articolo di fede, ma che almeno sia fatta luce sui motivi reali: se c&#8217;è ineluttabilità non è perché il salvataggio sia troppo costoso, ma perché la democrazia è entrata in conflitto con le strategie che hanno preteso di salvare il paese. Nel voto del 6 maggio, la maggioranza ha rigettato la medicina dell&#8217;austerità che il Paese sta ingerendo da due anni, senza alcun successo ma anzi precipitando in una recessione funesta per la democrazia: una recessione che ricorda Weimar, con golpe militari all&#8217;orizzonte. Costretti a rivotare in mancanza di accordo fra partiti, gli elettori dilateranno il rifiuto e daranno ancora più voti alla sinistra radicale, il Syriza di Alexis Tsipras. Anche qui, i luoghi comuni proliferano: Syriza è forza maligna, contraria all&#8217;austerità e all&#8217;Unione, e Tsipras è dipinto come l&#8217;antieuropeista per eccellenza.</p>
<p>La realtà è ben diversa, per chi voglia vederla alla luce. Tsipras non vuole uscire dall&#8217;Euro, né dall&#8217;Unione. Chiede un&#8217;altra Europa, esattamente come Hollande. Sa che l&#8217;80 per cento dei greci vuol restare nella moneta unica, ma non così: non con politici nazionali ed europei che li hanno impoveriti ignorando le vere radici del male: la corruzione dei partiti dominanti, lo Stato e il servizio pubblico servi della politica, i ricchi risparmiati. Tsipras è la risposta a questi mali &#8211; l&#8217;Italia li conosce &#8211; e tuttavia nessuno vuol scottarsi interloquendo con lui. Neanche Hollande ha voluto incontrare il leader di Syriza, accorso a Parigi subito dopo il voto. E avete mai sentito le sinistre europee, che la solidarietà dicono d&#8217;averla nel sangue, solidarizzare con George Papandreou quando sostenne che solo europeizzando la crisi greca si sarebbe trovata la soluzione? Chi prese sul serio le parole che disse in dicembre ai Verdi tedeschi, dopo le dimissioni da Primo ministro? &#8220;Quello di cui abbiamo bisogno è di comunitarizzare il nostro debito, e anche i nostri investimenti: introducendo una tassa europea sulle transazioni finanziarie, e sulle energie che emettono biossido di carbonio. E abbiamo bisogno di eurobond per stimolare investimenti comuni&#8221;. L&#8217;idea che espose resta ancor oggi la via aurea per uscire dalla crisi: &#8220;Agli Stati nazionali il rigore, all&#8217;Europa le necessarie politiche di crescita&#8221;.</p>
<p>La parole di Papandreou, ascoltate solo dai Verdi, caddero nel vuoto: quasi fosse vergognoso oggi ascoltare un Greco. Quasi fosse senza conseguenze, l&#8217;ebete disinvoltura con cui vien tramutato in reietto il Paese dove la democrazia fu inaugurata, e le sue tragiche degenerazioni spietatamente analizzate. Sono le degenerazioni odierne: l&#8217;oligarchia, il regno dei mercati che è la plutocrazia, la libertà quando sprezza legge e giustizia. Naturalmente le filiazioni dall&#8217;antichità son sempre bastarde. Anche la nostra filiazione da Roma lo è. Ma se avessimo un po&#8217; di memoria capiremmo meglio l&#8217;animo greco. Capiremmo lo scrittore Nikos Dimou, quando nei suoi aforismi parla della sfortuna di esser greco: &#8220;Il popolo greco sente il peso terribile della propria eredità. Ha capito il livello sovrumano di perfezione cui son giunte le parole e le forme degli antichi. Questo ci schiaccia: più siamo fieri dei nostri antenati (senza conoscerli) più siamo inquieti per noi stessi&#8221;. Ecco cos&#8217;è, il Greco: &#8220;un momento strano, insensato, tragico nella storia dell&#8217;umanità&#8221;. Chi sproloquia di radici cristiane d&#8217;Europa dimentica le radici greche, e l&#8217;entusiasmo con cui Atene, finita la dittatura dei colonnelli nel 1974, fu accolta in Europa come paese simbolicamente cruciale.</p>
<p>Il non-detto dei nostri governanti è che la cacciata di Atene non sarà solo il frutto d&#8217;un suo fallimento. Sarà un fallimento d&#8217;Europa, una brutta storia di volontaria impotenza. Sarà interpretato comunque così. Non abbiamo saputo combinare le necessità economiche con quelle della democrazia. Non siamo stati capaci, radunando intelligenze e risorse, di sormontare la prima esemplare rovina dei vecchi Stati nazione. L&#8217;Europa non ha fatto blocco come fece il ministro del Tesoro Hamilton dopo la guerra d&#8217;indipendenza americana, quando decretò che il governo centrale avrebbe assunto i debiti dei singoli Stati, unendoli in una Federazione forte. Non ha fatto della Grecia un caso europeo. Non ha visto il nesso tra crisi dell&#8217;economia, della democrazia, delle nazioni, della politica. Per anni ha corteggiato un establishment greco corrotto (lo stesso ha fatto con Berlusconi), e ora è tutta stupefatta davanti a un popolo che rigetta i responsabili del disastro.<br />
Le difficoltà greche sono state affrontate con quello che ci distrugge: con il ritorno alle finte sovranità assolute degli Stati nazione. È un modo per cadere tutti assieme fuori dall&#8217;Europa immaginata nel dopoguerra. Ci farà male, questa divaricazione creatasi fra Unione e democrazia, fra Noi e Loro. La loro morte sarebbe un po&#8217; la nostra, ma è un morire cui manca il conosci te stesso che Atene ci ha insegnato. Non è la morte greca che Aiace Telamonio invoca nell&#8217;Iliade: &#8220;Una nebbia nera ci avvolge tutti, uomini e cavalli. Libera i figli degli Achei da questo buio, padre Zeus, rendi agli occhi il vedere, e se li vuoi spenti, spegnili nella luce almeno&#8221;.</p>
<hr />
<p><strong>Prima la doppia morale, adesso il doppio rating</strong><br />
di Andrea Cuomo<br />
(dal &#8220;Giornale&#8221;, 16 maggio 2012)</p>
<p>E adesso, tutti addosso a Moody’s. Compresa la Consob, che ha convocato i rappresentanti italiani dell’agenzia di rating per avere delucidazioni sul declassamento di 26 banche italiane.<br />
Agguato!, criminali!, si sente gridare da ogni parte. Anche da chi qualche mese fa, quando al governo c’era Silvio Berlusconi e non Mario Monti, prendeva per oro colato le «pagelle» delle agenzie internazionali di rating, portandole come prove a carico dell’allora grande imputato della politica italiana. Il portabandiera della doppia morale è Pier Ferdinando Casini, leader dell’Udc (Unione delle Contraddizioni?). Leggete infatti cosa scriveva il 20 settembre scorso, quando Standard and Poor’s declassò la valutazione del debito italiano da A+ ad A: «In questa caccia disperata al colpevole speriamo che non siano incolpate le agenzie di rating perché il problema non sono loro. Il problema siamo noi che non abbiamo saputo fare una manovra strutturale per la crescita. Il problema è la credibilità internazionale del governo». Oggi il governo italiano è internazionalmente credibile e la colpa diventa dell’arbitro. Sentite infatti l’incendiaria dichiarazione di ieri: «La decisione di Moody’s è di una gravità inaudita, c’è un disegno criminale delle agenzie di rating contro l’Italia e l’Europa. È un attentato all’economia di questo Paese e noi riteniamo che la perdita di credibilità delle agenzie di rating da oggi sia totale. Ecco perché è importante avanzare al più presto la proposta di un’agenzia di rating europea». Tra i pentiti avvistato anche Pier Luigi Bersani. Il 5 ottobre scorso, dopo un’altra mazzata targata Moody’s, il segretario Pd constatava: «A questo punto le favole non bastano più. L’Italia sta certamente meglio di quanto non dica il giudizio di Moody’s, ma siamo davanti a rischi di scivolamento ulteriore se non introduciamo un elemento di novità o di cambiamento». Una valutazione finanziaria trasformata in ingiunzione di sfratto per Berlusconi. Ora toni ben diversi: «Bisogna regolare queste benedette agenzie &#8211; dichiara Bersani a Porta a Porta &#8211; che si permettono di intervenire in un modo che farebbe sorridere, se non facesse piangere».</p>
<p>Naturalmente anche i banchieri non la prendono bene. «Un’aggressione all’Italia, alle sue imprese, alle sue famiglie, ai suoi cittadini», grida l’Abi, che parla delle agenzie di rating come «elemento di destabilizzazione dei mercati con giudizi parziali e contradditori». Disperato l’appello del presidente Giuseppe Mussari: «Chiediamo con forza che la Bce e le istituzioni europee non tengano conto di questi giudizi altrimenti diventa un corto circuito dal quale non usciamo». Più morbido il presidente Bnl, Luigi Abete, che parla di «atteggiamenti delle agenzie di rating un po’ volubili. Alcune volte il Paese e le imprese dei Paesi vengono attaccati perché non c’è troppo rigore, oggi perché la riforma applica il rigore».</p>
<p>In questo stracciamento di vesti generale, gli esponenti del Pdl non hanno problemi di coerenza: «Quella delle agenzie di rating che hanno declassato le banche italiane è l’ennesima dichiarazione di guerra non provocata e non giustificata», constata Margherita Boniver, presidente del Comitato Schengen. «È proprio il caso di dire che l’attacco di Moody’s è la goccia che fa traboccare il vaso», annota Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati del Pdl. E se anche il segretario dell’Ugl Giovanni Centrella parla di «segnale destabilizzante per il sistema bancario italiano, da parte di un soggetto portatore di interessi estranei a quelli europei», l’unico a giocare al tanto peggio tanto meglio resta Felice Belisario dell’Idv: «Le agenzie di rating non sono certo la Bibbia, perché il loro giudizio può essere frutto anche di interessi speculativi, ma il declassamento del Paese reale è sotto gli occhi di tutti ed è inutile negarlo».</p>
<hr />
<p><strong>Processo Mills, per i giudici Berlusconi andava assolto</strong><br />
di Luca Fazzo<br />
(dal &#8220;Giornale&#8221;, 16 maggio 2012)</p>
<p>«Nessun dato di fatto, nessuna prova storica». Difficile trovare, nella lunga e accidentata storia delle inchieste giudiziarie a carico di Silvio Berlusconi, una bocciatura così solenne delle tesi delle Procure.<br />
Il Cavaliere, come si sa, è sempre uscito incolume dai processi a suo carico. Ma &#8211; in virtù se non altro del sacro principio della colleganza &#8211; i giudici non infierivano mai sui pubblici ministeri. Invece i magistrati chiamati a giudicare Berlusconi (quando era ancora presidente del Consiglio) per la corruzione dell’avvocato Mills, maltrattano senza riguardi il pm Fabio De Pasquale, che per il Cavaliere aveva chiesto cinque anni di carcere. Se non fosse intervenuta la prescrizione, scrivono senza semitoni i giudici del tribunale di Milano, Berlusconi sarebbe stato assolto. Perché, piaccia o non piaccia, le regole del processo valgono per tutti, «anche quando siano scomode». E nessuna prova degna di questo nome è stata portata in aula che indicasse l’ex premier come il mittente dei 600mila dollari arrivati a Mills, testimone reticente nei processi degli anni Novanta a Berlusconi e alla Fininvest.</p>
<p>Il 25 febbraio scorso, quando il tribunale presieduto da Francesca Vitale dichiarò il proscioglimento di Berlusconi per «estinzione del reato», il coro fu quasi unanime: ecco, l’ennesima prescrizione, Berluska l’ha fatta franca con il Lodo Alfano e la Cirielli. Ma l’altro ieri il giudice Vitale deposita &#8211; con ampio anticipo sui termini &#8211; le motivazioni che ribaltano tutto. Sono 77 pagine che arrivano in diretta sulla prima pagina del Corriere, e che contengono anche giudizi severi sul ruolo svolto in questa lunga storia da altri giudici milanesi, accusati dalla Vitale di essere i veri responsabili della prescrizione. Ma in quelle pagine c’è una novità ben più rilevante. Ed è la bocciatura senza mezzi termini delle tesi della Procura.</p>
<p>Unica concessione: non esiste neanche la prova contraria, quella certezza solare dell’innocenza di Berlusconi che avrebbe costretto il tribunale a emettere un’altra sentenza, sorvolando sulla prescrizione e assolvendo l’imputato con formula piena. Sulla posizione di Berlusconi resta l’ombra delle dichiarazioni dello stesso Mills, che prima sostenne di avere ricevuto i soldi da lui e poi si rimangiò tutto, offrendo «spiegazioni assai poco convincenti» della sua retromarcia. Ma più in là di questo, dice il tribunale, non si può andare. E il fatto che la Cassazione abbia ritenuto provata la colpevolezza di Mills &#8211; che però se la cavò, lui sì, solo grazie alla prescrizione &#8211; non vuol dire affatto che sia colpevole anche Berlusconi.</p>
<p>Davanti alla nettezza di questo giudizio, ieri parte immediatamente la caccia al retroscena. Perché le motivazioni depositate in cancelleria portano la firma solo del presidente Vitale, e non anche dei giudici a latere Francesca Lai e Antonella Interlandi? Significa che solo la Vitale è convinta della mancanza di prove? Dietro, ovviamente, c’è un non detto: la Vitale non è quel che si dice una «toga rossa», e fin dall’inizio del processo è accusata di non avere sposato con sufficiente determinazione le tesi della Procura. Che sulla sentenza ci sia solo una firma, dimostra che è lei la cattiva, la garantista all’eccesso. Ma non c’è giallo, in realtà. La Vitale firma da sola perché era la presidente, e la sua firma è sufficiente: ma il testo, scelte lessicali a parte, non è farina solo del suo sacco. Almeno un altro giudice, nel segreto della camera di consiglio, ha condiviso le stesse opinioni.</p>
<p>Così, non resta che prendere atto serenamente di quello che è accaduto, e che prima o poi era inevitabile che accadesse. La sentenza dice che Berlusconi non poteva essere condannato, e arriva a dirlo smontando uno per uno i pezzi dell’accusa. È vero, dice, che Mills quando venne interrogato nei vecchi processi un po’ disse e un po’ non disse, evitando di raccontare chiaramente che i conti off-shore erano di Berlusconi: ma «non vi è certamente spazio per affermare che le testimonianze di Mills vennero pilotate o influenzate», «è evidente che quanto dallo stesso dichiarato nei processi Arces e All Iberian è stato frutto di una propria ed autonoma determinazione».</p>
<p>E le colossali perizie che sia l’accusa che la difesa hanno portato in aula per ricostruire il percorso dei soldi che costituirebbero la contropartita di quei silenzi non hanno in realtà chiarito un bel nulla: «nessuna verità, neppure processuale, può dirsi a questo punto raggiunta». «Spiace dirlo: ma la montagna ha partorito il topolino».</p>
<hr />
<p><strong>Il Cav e le assoluzioni che condannano i pm</strong><br />
di Alessandro Sallusti<br />
(dal &#8220;Giornale&#8221;, 16 maggio 2012)</p>
<p>In questo Paese succede anche che per sette anni il presidente del Consiglio in carica venga tenuto sotto scacco dalla magistratura con un processo che alla fine è risultato palesemente infondato.<br />
E può succedere che per questo nessuno pagherà, nonostante la cosa abbia gravemente condizionato il corso della politica, infangato il premier e screditato l’immagine dell’Italia nel mondo. È tutto scritto nelle motivazioni, anticipate ieri dal Corriere della Sera , della sentenza con la quale il giudice del tribunale di Milano Francesca Vitale ha assolto per prescrizione Silvio Berlusconi dall’accusa di corruzione dell’avvocato David Mills, a sua volta coinvolto nelle vicende del lodo Mondadori. Secondo il giudice, la prescrizione è colpa dei magistrati che hanno condotto malamente il processo e comunque Berlusconi andava assolto perché la presunta prova regina contro di lui non esiste e non è mai esistita.</p>
<p>Centinaia di paginate di giornale, decine di ore di trasmissioni tv di Santoro e compagni, infiniti dibattiti. Tutto sul nulla. È stato tutto puro accanimento giudiziario e mediatico che ha prodotto danni enormi, destabilizzato il sistema fino ad alterare l’effetto della vittoria elettorale del centrodestra. In un Paese normale il pm De Pasquale, grande accusatore, dovrebbe essere messo sotto processo, rimosso dall’incarico e dalla magistratura. Non accadrà, perché peggio della casta dei politici c’è soltanto quella delle toghe. Non so se qualcuno dovrà risarcire Berlusconi per ingiusto processo, mi chiedo chi e come potrà risarcire i dodici milioni di italiani che hanno visto anche per questo vanificata la propria scelta.</p>
<p>Siamo scettici perché è già la seconda volta che i pm contribuiscono a far cadere i governi Berlusconi sparando colpi che poi si dimostrano a salve. La prima fu nel ’94, con l’avviso di garanzia recapitato al summit di Napoli che si dimostrò poi completamente infondato. Quella lezione non bastò, la caccia è proseguita a tutto campo senza scrupoli e regole. Ora siamo alle riabilitazioni. Quella di ieri è la seconda in pochi giorni, segue le dichiarazioni di stima del procuratore Grasso per l’impegno e i risultati nella lotta alla mafia. All’appello mancano le scuse per il caso Ruby, operazione di squallido spionaggio domestico spacciata per inchiesta giudiziaria. E poi alla Procura di Milano non sorrideranno più gonfi di boria, esattamente come è capitato a Sarkozy (e presto capiterà alla Merkel), che a differenza di Berlusconi non se ne è andato spontaneamente ma è stato cacciato dagli elettori. Per ora dobbiamo accontentarci di magre consolazioni. Ma domani chissà.</p>
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		<title>STORIA: Il Papa in Toscana</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 04:47:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Costanza Caredio Con il suo silenzio sullo &#8220;sterminio delle femmine&#8221; e il suo pellegrinaggio al santuario de La Verna dove S.Francesco si identificò con il Cristo Crocifisso, papa Ratzinger sembra voler rilanciare un Cattolicesimo &#8220;servo sofferente di Dio&#8221; così come gli ebrei con la Shoa &#8211; togliendo personaggi e avvenimenti dal loro contesto e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Costanza Caredio</p>
<p>Con il suo silenzio sullo &#8220;sterminio delle femmine&#8221; e il suo pellegrinaggio al santuario de La Verna dove S.Francesco si identificò con il Cristo Crocifisso,<span id="more-24599"></span> papa Ratzinger sembra voler rilanciare un Cattolicesimo &#8220;servo sofferente di Dio&#8221; così come gli ebrei con la Shoa &#8211; togliendo personaggi e avvenimenti dal loro contesto e significato storico.<br />
Con l&#8217;esempio di Francesco ci viene rimproverata &#8221; la sfrenata ricerca del piacere &#8221; nella vita moderna ; tuttavia se i Religiosi la vivessero in prima persona o attraverso dei figli, capirebbero che si tratta di un quadro illusorio, fantastico, più rappresentato che reale. La vita è dura e abbellirla è un merito.<br />
Il silenzio sulle mogli-vittime, fa pensare a una sotterranea adesione a modelli, da noi superati , ma ancora attuali nei paesi mossulmani, e questa prospettiva è preoccupante.<br />
Anche la venerazione per l&#8217;immagine di Francesco va in questa direzione.<br />
Francesco d&#8217;Assisi (1182-1226) era il figlio di un ricco mercante che commerciava con la Provenza, cioé quella regione infiltrata da personaggi di origine bulgara (Bogomili), ma anche asiatica (Pauliciani) che rifiutavano la materia, il mondo, il sesso, il cibo, come fonte del male. I Catari vennero distrutti , ma non sappiamo quale impatto o tormento o rimorso, abbiano avuto questi eventi su un giovane sensibile e religioso. Francesco rigettò il modello paterno e cercò soluzioni diverse. Si recò sul Delta del Nilo dove gli eserciti della V° Crociata stavano assediando il porto di Damietta. Chiese e ottenne di essere ascoltato dal Sultano. Ma la benevola accoglienza da parte degli Islamici non era certo inaspettata: il movimento monastico-eremitico cristiano era nato in Egitto secoli prima: i giovani si rifugiavano nel deserto per sottrarsi agli obblighi di famiglia e al servizio militare sotto occupazione romana. Il loro esempio si estese per tutto il Medio Oriente greco-bizantino facilitando poi le conquiste arabe. Era interesse del Sultano che i Francescani prosperassero : con la loro &#8220;umiltà&#8221; e rifiuto della vita civile, la conquista dell&#8217;Europa era (ed è?) assicurata.</p>
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		<title>I brutti regali di Napolitano e di Monti</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 22:12:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Vi meravigliereste se vi dicessi che è già arrivato il tempo di avanzare le prime riflessioni sulla diarchia che ci sta governando e in cui siamo stati precipitati dall’insipienza dei nostri partiti e dal protagonismo, che avrebbe dovuto esercitarsi entro precisi limiti costituzionali, abbondantemente superati, del capo dello Stato. Ciò che sta accadendo in Europa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Vi meravigliereste se vi dicessi che è già arrivato il tempo di avanzare le prime riflessioni sulla diarchia che ci sta governando e in cui siamo stati precipitati<span id="more-24633"></span> dall’insipienza dei nostri partiti e dal protagonismo, che avrebbe dovuto esercitarsi entro precisi limiti costituzionali, abbondantemente superati, del capo dello Stato.</p>
<p>Ciò che sta accadendo in Europa conferma la tesi di coloro, tra i quali il sottoscritto, secondo i quali la malattia che grava sui Paesi più deboli, tra cui l’Italia, deve trovare la sua medicina in una concertazione più ampia, in cui siano coinvolti con ruoli decisivi la Bce e il parlamento europeo.</p>
<p>La crisi era servita a far affiorare e a misurare lo stato febbrile di alcuni Paesi, tra cui l’Italia, e a metterne in rilievo il virus che ne allontana la guarigione (da noi, il fortissimo debito pubblico, nostro tallone d’Achille preso di mira dalla speculazione), ma la soluzione di essa doveva essere ricercata in decisioni ben più ampie di quelle che ogni Paese avrebbe potuto intraprendere da solo.</p>
<p>Il governo Berlusconi aveva detto e ridetto queste cose ben prima di coloro che le sostengono oggi, ma siccome esse turbavano la Germaniae i suoi interessi, si è pensato bene di sbatterlo fuori della porta e di mettersi subito a disposizione dei tedeschi e della sua Cancelliera, facendoci suggerire l’uomo della provvidenza e i suoi “compiti a casa”.</p>
<p>Ieri abbiamo vissuto una giornata nerissima, e questa ha dimostrato, se ancora ce ne fosse stato bisogno, che la crisi non nasce in Italia e non si risolve in Italia. Monti finalmente se ne sta rendendo conto, e sta facendo qualche passo indietro, pur non volendo ancora riconoscere gli sbagli che ha commesso imboccando la direzione sbagliata.</p>
<p>Ma è <a href="http://www.corriere.it/esteri/12_maggio_15/merkel-hollande-vertice_ad9e1a52-9ec5-11e1-96f0-f194789fe706.shtml">Hollande</a>, e non Monti (che dunque viene considerato più come uno stimato ragioniere piuttosto che un vero premier in grado di ispirare una direzione di marcia), che forse riuscirà ad ottenere dalla Germania qualche significativo impegno per la crescita. Nel ruolo di premier dell’Italia, Monti continua a contare, ossia, come il due di briscola. In questo, perciò, nulla è cambiato dal tempo di Berlusconi. Mancano, è vero, le risatine dei nostri partners, ma ciò dipende semplicemente dal fatto che essi si trovano davanti un premier che ha l’apparenza di uno che non si deve essere divertito nemmeno da ragazzo.</p>
<p>Perfino la riforma delle pensioni fatta in tutta fretta allo scopo di ingraziarsi la Germania, è stata, a mio avviso, mal architettata. Il nostro sistema pensionistico da privilegiato qual era, è diventato tra i peggiori nel mondo e il peggiore in Europa. Tutta un’altra cosa la riforma Sacconi che aveva una sua misura meno traumatica e già era stata apprezzata sia dai sindacati che dalla governance europea. Monti ha voluto strafare, invece, allo scopo di entrare nei favori della Lady teutonica. Ma quando si eccede, si sbaglia sempre.</p>
<p>Dunque vediamoli i brutti regali che la diarchia Napolitano-Monti ha donato agli italiani.</p>
<p>1 – La sospensione della democrazia, mandando a casa un governo eletto dai cittadini e sostituendolo con un governo del Presidente.</p>
<p>2- La sottomissione di fatto del parlamento alla diarchia, con continui ammonimenti del capo dello Stato espressi in forme non autorizzate dalla Costituzione, la quale prevede che il capo dello Stato possa rivolgersi al parlamento soltanto tramite una apposita lettera. Dunque non con pseudo comizi e non con dichiarazioni alla stampa o articoli di giornale.</p>
<p>3 – Una tassazione che non ha precedenti e si assesta intorno al 50%, facendo dell’Italia un Paese con scarsa propensione non solo al risparmio ma anche al consumo. Un Paese, dunque, soffocato, e diventato arido come il deserto.</p>
<p>4 – La illusione di poter innestare la crescita in una economia desertificata.</p>
<p>5 – La ribellione estremamente pericolosa dei cittadini che stanno rifiutando la politica tout court a causa di questi errori.</p>
<p>6 – Il risorgere del terrorismo che, da sempre, trova il suo brodo di coltura nelle situazioni di crisi generate dalla inefficienza e dalla miopia della politica.</p>
<p>Meraviglia che, alla presenza di questi risultati estremamente negativi e allarmanti, ci sia ancora qualcuno che crede che sospendendo la democrazia e lasciando ai tecnici la guida di una Nazione, si possa far meglio di un governo eletto dal popolo.<br />
Quando si sospende la democrazia, ci si avvia sempre al fallimento. Anzi, la democrazia si prende sempre la sua rivincita, e quest&#8217;ultima, come dimostra la storia, e in specie la nostra storia, non è mai gradevole.<br />
Una tale biasimevole ed anomala diarchia deve essere, perciò, interrotta,  e al più presto.</p>
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		<title>Tre articoli</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 16:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[«Mills, la lettera-confessione non vale contro Berlusconi» di Luigi Ferrarella (dal &#8220;Corriere della Sera&#8221;, 15 maggio 2012) MILANO &#8211; Se «il 15 febbraio 2012» è calata la prescrizione sul processo a Silvio Berlusconi imputato di aver corrotto con 600.000 dollari nel 1999 il teste David Mills, la colpa è anche dei giudici del 2008 del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>«Mills, la lettera-confessione non vale contro Berlusconi»</strong><br />
di Luigi Ferrarella<br />
(dal &#8220;Corriere della Sera&#8221;, 15 maggio 2012)</p>
<p>MILANO &#8211; Se «il 15 febbraio 2012» è calata la prescrizione sul processo a Silvio Berlusconi imputato di aver corrotto con 600.000 dollari nel 1999 il teste David Mills,<span id="more-24616"></span> la colpa è anche dei giudici del 2008 del processo a Mills «presieduti dalla dott.sa Gandus», che all&#8217;entrata in vigore della legge Alfano (poi incostituzionale) separarono Mills da Berlusconi con «una scelta le cui ragioni, al di là della motivazione formale, restano sinceramente oscure» e che ha «posto una pesantissima ipoteca» sul processo all&#8217;allora premier: è il j&#8217;accuse contenuto nelle motivazioni scritte e firmate dalla sola presidente e relatrice Francesca Vitale, depositate ieri pomeriggio in anticipo sulla scadenza del 25 maggio e senza avvisare le colleghe Lai e Interlandi. Le 77 pagine definiscono «una montagna che ha partorito un topolino» la battaglia di perizie e controperizie contabili sui 600.000 dollari. E a sorpresa cancellano l&#8217;altro cardine dell&#8217;accusa, la lettera-confessione di Mills ai suoi fiscalisti inglesi nel 2004: benché abbia avuto valore di prova nel processo contro Mills (due condanne di merito prescrittesi infine in Cassazione nel 2009), Vitale sposa un&#8217;interpretazione procedurale per la quale la lettera non può invece avere valore di documento probatorio nel processo contro Berlusconi. Il quale, dunque, se per paradosso avesse rinunciato alla prescrizione, il 25 febbraio sarebbe stato assolto, seppure con il richiamo alla vecchia insufficienza di prove giacché «il quadro di incertezza non consente di affermarne l&#8217;assoluta estraneità ai fatti» e «non fornisce prova evidente dell&#8217;innocenza».</p>
<p>L&#8217;accusa sfiorisce un petalo alla volta. Già era scontato che l&#8217;interrogatorio di Mills nel luglio 2004, nel quale confermava ai pm De Pasquale e Robledo la lettera di febbraio 2004 («non ho mai mentito ma ho superato curve pericolose» per «tenere Mister B. fuori dal mare di guai nei quali l&#8217;avrei gettato se solo avessi detto tutto quello che sapevo»), non avrebbe potuto essere usato contro Berlusconi perché la sua difesa, dopo la separazione e l&#8217;inizio da capo del suo processo, non aveva prestato consenso. Restava però la lettera in sé, come documento bilanciato dalla successiva ritrattazione di Mills.</p>
<p>Ma ora Vitale, aderendo a una Cassazione del 2009, valuta che le dichiarazioni accusatorie verso altri, se contenute in un documento, non abbiano valore di prova «a meno che non siano accompagnate da una ulteriore illustrazione orale da parte dell&#8217;autore nella cornice dialettica garantita dal meccanismo orale di domanda e risposta». E qui il ragionamento della giudice si sdoppia. Pensa che Mills, «con un atto di contrizione (mal) recitato per tentare di allontanare da Berlusconi ogni sospetto», abbia dato una versione «infarcita di incongruenze, imprecisioni, inverosimiglianze». Ma ritiene che questa deposizione, in cui Mills «nega la veridicità di quanto rappresentato nella lettera», pur «in sé non credibile», però «svuoti di significato quale mezzo probatorio anche la lettera, e a cascata le stesse deposizioni dei fiscalisti Drennan e Barker, genuini e attendibili» ma che «perdono la loro forza probante».</p>
<p>Il risultato, per Vitale, è che «nessuna verità, neppure processuale, può dirsi raggiunta nonostante la profusione di energie di tutte le parti del processo»: sempre che, pare voler rivendicare, si osservi «il rispetto che si deve alle norme anche quando siano scomode e conducano a risultati insoddisfacenti non solo per la pubblica accusa ma anche per l&#8217;imputato».<br />
Vitale critica «le inopportune e reiterate sollecitazioni del pm sulla fissazione del calendario»; e circa l&#8217;«accoglimento della disponibilità dell&#8217;imputato a celebrare i suoi processi il lunedì» in cambio della non opposizione di legittimi impedimenti, rimarca che questa linea &#8211; «con il dissenso ripetutamente manifestato dal pm», ma «condivisa dallo stesso presidente del Tribunale di Milano» Livia Pomodoro e da «tutti i giudici» dei 4 processi al premier, convocati da Pomodoro in una riunione il 7 marzo 2011 dopo l&#8217;offerta dei legali &#8211; «ha consentito un evidente risparmio di attività processuale».</p>
<p>«Certamente &#8211; aggiunge &#8211; la ricusazione proposta da Berlusconi il 27 gennaio e decisa dalla Corte d&#8217;Appello il 23 febbraio ha costituito l&#8217;ostacolo finale alla tempestiva definizione almeno in primo grado del processo», di cui colloca la prescrizione al 15 febbraio. Ma tra «le cause estranee a questo collegio» Vitale evoca «la lunghezza delle indagini» del pm; «i 4 mesi e mezzo tra il rinvio a giudizio nel 2006 e la prima udienza nel 2007»; e il fatto che i colleghi Gandus-Dorigo-Caccialanza, separando nel 2008 Mills e Berlusconi dopo l&#8217;incostituzionale lodo Alfano, a suo avviso non si siano curati di lasciare al futuro processo al premier «appena 351 giorni» di vita, quando «tre gradi di giudizio per Mills hanno occupato 3 anni»</p>
<hr />
<p><strong>Monti non si salva</strong><br />
di Nicola Porro<br />
(dal “Giornale”, 15 maggio 2012)</p>
<p>La cronaca finanziaria di ie­ri ci riporta a novembre dell&#8217;anno scorso. Le banche italiane sono crollate e i rendimenti dei Buoni di Stato sono schizzati. Il differenziale (spread) dei tassi trai nostri titoli e quelli conside­rati sicuri come i tedeschi è dunque schizzato. Lo «spread» ha sfiorato quota 450 sulle obbligazioni a dieci anni.</p>
<p>Forse ha ragione Montale, che non era esattamente un economista: «L&#8217; unica nostra speranza è l&#8217;imprevi­sto». E cioè che i governi europei la smettano di fare sciocchezze. Che i greci non giochino alla roulette rus­sa. E, si parva licet, che i politici italia­ni la smettano di fare propaganda. Lo abbiamo scritto centinaia di volte: non era colpa di Silvio Berlusconi lo spread a quota 500. Non è oggi colpa</p>
<p>di Monti l&#8217;impennata dei rendimen­ti. Sia il primo sia il secondo possono aver fatto micidiali errori di politica economica (e i lettori del <em>Giornale </em>sanno bene quante critiche conti­nuiamo a muovere alle politiche fi­scali dei professori che deprimono la crescita), ma le tensioni europee na­scono dalla costruzione mal fatta del­l&#8217;euro. Ogni varco è buono per attac­care la moneta unica. Sapete per qua­le banale motivo gli investitori preten­dono il 5 per cento dai Btp italiani? Non tanto per il rischio di perdere il gruzzolo investito. Quanto per l&#8217;ipo­tesi di vederselo restituire in una mo­neta diversa dall&#8217;euro (la lira, la drac­ma, i dobloni o chiamatela come preferite) che abbia un po­tere d&#8217;acquisto inferiore a quello ga­rantito oggi dall&#8217;euro. Per questo gli investitori del debito pubblico euro­peo (Germania esclusa) sono ormai diventati autarchici: ognuno si com­pra e si tiene i titoli del Paese in cui vi­ve e che oggi artificialmente ha una moneta unica, ma che domani po­trà essere diversa.</p>
<p>Banca centrale europea ed Euro­pa devono a questo punto, come di cono ormai i banchieri, fare «all in» o come sostengono a Francoforte usa­re il «bazooka». Gettare sul tavolo tut­te le risorse di cui dispongono. Cor­riamo un pericolo micidiale. Che non riguarda la piccola economia greca. Il suo pro dotto interno lordo è inferiore a quello della Lombardia ed è la metà del Nord Reno-Vestfalia dove si è votato ieri. Ma la sua possi­bile uscita dall&#8217;euro avrebbe un effet­to contagio sui mercati. Sia chiaro: se non fosse mai entrata nell&#8217;euro, oggi non ci sarebbero grandi proble­mi. Il suo fallimento, data la sua di­mensione economica, varrebbe me­no di quello argentino. Il punto è che nell&#8217;euro è voluta entrare ed oggi il suo problema è anche il nostro. Usci­re da una moneta unica è già avvenu­to altre volte nella storia economica: Inghilterra e Irlanda fino al 1979 ave­vano la stessa moneta, così come Belgio e Lussemburgo fino al 1990.La Cecoslovacchiasi è divisa e l&#8217;unio­ne austroungarica si ruppe nel 1919, così come la zona del rublo sovietico si frantumò nel 1992-1993. Eppure l&#8217;uscita di scena della piccola Grecia rischia di fare molti più danni rispet­to a questi precedenti. Scrive bene Claudio Borghi (all&#8217;interno) che le conseguenze della nostra pessima costruzione monetaria e del possibi­le fallimento della Grecia, le stiamo già pagando, siano «già prezzate» nei titoli di Stato.</p>
<p>Ciò nondimeno resta il dubbio di come l&#8217;Unione europea possa af­frontare un rischio grosso (la rottura dell&#8217;euro nel fianco sud) quando non è riuscita a curare quello picco­lo. Basti pensare al probabile film nel casola Greciamolli la moneta unica. Per qualche giorno verranno chiuse le banche elleniche e ovvia­mente posti controlli sui movimenti di capitale: si assisterà alla sfilata dei risparmiatori agli sportelli. Di tutte le banche, non di una sola come è av­venuto nel Regno Unito per il caso Northern Rock. E come pensate che reagiranno i risparmiatori spagno­li? E quelli portoghesi? Penseranno forse di essere immuni? E quelli italiani?</p>
<p>Certo, se maila Greciadovesse sui­cidarsi, si dovrà far di tutto per cerca­re di arginare il panico. Si dovranno convincere i risparmiatori europei che quello è un caso unico. Mala spe­culazione (come racconta bene il 1992 con l&#8217;uscita della lira e della sterlina dal serpente monetario) get­terà benzina sul fuoco.</p>
<p>La situazione in cui ci troviamo ge­nera l&#8217;effetto palla di neve. Con rela­tivamente pochi miliardi di euro, l&#8217;Europa avrebbe potuto arginare il default greco. Oggi ci troviamo nella spiacevole condizione di dover af­frontare la disordinata rottura di un&#8217;economia continentale. Al pro­fessor Monti non resta che adoperar­si affinché l&#8217;Europa faccia «all in».</p>
<hr />
<p><strong>Agguato fiscale</strong><br />
di Maurizio Belpietro<br />
(da “Libero”, 15 maggio 2012)</p>
<p>Quando c&#8217;era lui, inteso come Silvio Ber­lusconi, in campo economico le cose non andavano granché bene. Da quando ci so­no loro, intesi come i professori, le cose però vanno peggio. L&#8217;ultima conferma è arrivata ieri a mezzo Istat, istituto che ha rilasciato una statistica sull&#8217;aumento della benzina: in un anno il prezzo è salito del 20,9 per cento, un record che non si vede­va dai primi anni Ottanta. Tuttavia, se con il pieno siamo tornati indietro di trent&#8217;an­ni, non è che il resto vada meglio: l&#8217;infla­zione sale infatti del 4,7 per cento, una ci­fra anch&#8217;essa da anni Ottanta. Al bollettino di guerra finanziario si sono poi aggiunte le notizie del crollo delle Borse e della ri­salita dello spread: di ritorno da un week end passato in compagnia della Grecia e della Cancelliera di latta Angela Merkel, il superindice dei titoli di Stato è arrivato a quota 450 punti, non molto distante dal li­vello in cui l&#8217;aveva lasciato il Cavaliere.</p>
<p>Già queste poche informazioni baste­rebbero a far andar di traverso a chiunque la giornata. Come si fa a parlare di crescita se da mesi ad aumentare sono solo le cat­tive notizie? Ma un motivo ulteriore per essere pessimisti è la soffiata di una nuova ondata di ingiunzioni fiscali nei confronti dei contribuenti. La lieta novella è stata annunciata a Franco Bechis da una delle sue fonti, la quale gli ha confidato come l&#8217;Agenzia delle Entrate stia inviando mi­gliaia di letterine per chiedere conto delle detrazioni di cinque anni fa. Che l&#8217;erario si presenti con un lustro di ritardo esigendo deluci­dazioni su pratiche rimaste a lungo a dormire in fondo a un cassetto già dimostra come sia­mo ridotti. Se poi ci si aggiunge che la missiva fissa una data pe­rentoria di 30 giorni per l&#8217;esibizione dei documenti originali di ciò che si è detratto, si capisce che siamo nel caos. In queste settimane gli italiani sono alle prese con il rebus dell&#8217;Imu e con la dichiarazione dei redditi e vista la confusione avrebbero bisogno di un aiuto per sempli­ficare le procedure, non per complicarle. E invece, lo Stato che fa? Intima loro di dimostra­re entro un mese di aver avuto diritto a ridursi le tasse e nel ca­so non siano in grado di rispet­tare la scadenza gli affibbia una sanzione.</p>
<p>Vi sembra una cosa sensata? Prima il fisco dorme e si fa i co­modi suoi, poi una mattina si sveglia e pretende. Un compor­tamento del genere potrebbe andare bene in una monarchia, dove i cittadini sono sudditi e non hanno diritto di lamentar­si, non in una democrazia. Ma è ancora una democrazia la no­stra? Si può ancora chiamare così un Paese in cui le persone non sono innocenti fino a prova contraria, ma sono ritenute col­pevoli fino a che non sono in condizioni di dimostrare la pro­pria innocenza? In materia fi­scale siamo a questo: il contri­buente è da considerarsi evaso­re fino a quando non dimostra di aver pagato le tasse. Una in­versione dell&#8217;onere della prova che ormai è comunemente ac­cettata.</p>
<p>Ovviamente, ci è chiaro a co­sa serve tutto ciò. Confidando nei tempi strettissimi e nel fatto che le case dei contribuenti non sono regge ma in genere biloca­li, qualche burocrate si augura che i destinatari abbiano butta­to la documentazione e non siano in grado di provare di aver rispettato le norme. Senza scontrini e ricevute sarebbero costretti a pagare e visto che spesso non si tratta di grandi somme, alla fine pur smocco­lando si rassegnerebbero. Il gio­co è vecchio almeno quanto il fisco, per lo meno di quello ita­liano. Da anni siamo inondati di cartelle pazze che pretendo­no da noi il versamento di bolli auto o vecchie multe. E pur­troppo, senza un pezzo di carta che provi il saldo dei tributi e delle sanzioni, non c&#8217;è via d&#8217;uscita e ci si deve rassegnare a mettere mano al portafogli.</p>
<p>Proprio per questa ragione, qualche giorno fa, avevamo lanciato l&#8217;idea di una moratoria fiscale, una specie di «cessate il fuoco» del fisco che consentisse ai contribuenti di potersi ri­prendere dal salasso di questi mesi. Purtroppo l&#8217;idea è caduta nel vuoto. Per cui, di fronte all&#8217;ennesimo agguato tributa­rio, ci permettiamo di dare un altro suggerimento: dato che in Italia i garanti abbondano ed esiste anche quello della morta­della (con tutto il rispetto perla Bolognae per il suo rappresen­tante più conosciuto, il profes­sor Romano Prodi, che dal cele­bre salume prese il sopranno­me), se ne faccia uno per il fisco. Un uomo super partes che va­luti se il comportamento dell&#8217;Erario è nei limiti, oppure se la molestia fiscale è insop­portabile. Anzi: già che ci sia­mo, si potrebbe vedere di allar­gare il concetto di stalker non solo a coloro che importunano una persona, ma anche ai go­verni che con un eccesso di ga­belle infastidiscono i contri­buenti. Ma, pensandoci bene, con una legge del genere non si salverebbe nessuno.</p>
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		<title>LETTERATURA: Johann Wolfgang Goethe (11)</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 04:52:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nino Campagna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>

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		<description><![CDATA[[Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (acitpescia@alice.it), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font size="2">[Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (<a href="mailto:acitpescia@alice.it">acitpescia@alice.it</a>), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore tanto preparato quanto appassionato. Non si finirebbe mai di ascoltarlo. Della cultura tedesca conosce non solo la letteratura, ma la musica e in modo tutto speciale – al contrario di quanto accade in Italia – la fiaba, che nella Germania gode di grande considerazione, quasi a livello di vero e proprio culto. Per la sua attività ultra quarantennale è stato insignito della croce al merito culturale concessagli dal Presidente della Repubblica Federale di Germania Horst Köhler. Essendo la sua opera protesa alla diffusione della cultura tedesca, la rivista è lieta della sua collaborazione, che ci farà conoscere molti aspetti interessanti di quella Nazione, e per questo lo ringrazia.]</font><span id="more-24354"></span></p>
<p align="center"><strong>Il viaggio in Italia </strong></p>
<p><strong>Kennst Du das Land wo die Zitronen blühen? </strong>(Conosci il Paese dove fioriscono i limoni?)</p>
<p>A trentotto anni Goethe poteva finalmente mettersi in viaggio e dirigersi verso l&#8217;Italia, il Paese dei suoi sogni. Soltanto adesso si sentiva &#8220;maturo&#8221; per intraprendere un’avventura del genere e si era deciso, con un passaporto falso intestato ad un certo Philipp Möller, di realizzare un desiderio a lungo accarezzato. Tutti coloro che lo conoscevano, ed in particolare gli amici più intimi, sapevano che tale pensiero era in cima ai suoi desideri. In una lettera a Körner del 12 agosto 1787 Schiller aveva avuto modo di scrivere: <em>&#8220;il suo viaggio in Italia se l&#8217;è portato in cuore fin dalla fanciullezza&#8221;.</em> Nel giugno e nel novembre del 1775, mesi in cui aveva soggiornato, seppure per breve tempo, in Svizzera, era stato ad un passo dall&#8217;Italia, ma ambedue le volte non aveva osato oltrepassare il San Gottardo; non si sentiva ancora preparato ad un’iniziativa del genere, che l’avrebbe finalmente portato nel Paese tanto agognato. In Italia il poeta sarebbe rimasto due anni, fra il 1786 e il 1788, ma la prima delle tre parti in cui si articola il “Viaggio in Italia” viene pubblicata solo ventotto anni dopo, nel 1816. A fare da base allo scritto gli appunti e i diari del periodo, assieme alle lettere inviate agli amici di Weimar, tra cui Charlotte von Stein e Herder. E così, dopo essere partito in gran segreto da Karlsbad il 3 settembre 1786, si ritrova la sera dell&#8217;8 settembre al Brennero, mitica stazione di confine per quei viaggiatori tedeschi che per venire in Italia sceglievano la via austriaca. Scrupoloso come era &#8211; o meglio da buon “tedesco” &#8211; può cominciare a stendere i primi appunti sul viaggio Monaco &#8211; Brennero: <em>&#8220;Eccomi giunto, quasi costretto dalla necessità di poter finalmente riposare in un posto così tranquillo, come me lo sarei solo potuto augurare. è stata una giornata il cui ricordo si può assaporare per anni&#8221;.</em> Il primo passo di quel viaggio così lungamente accarezzato era stato fatto. Adesso si trovava in Italia, in quella che veniva considerata la culla della cultura europea, sulle tracce dei suoi progenitori greci e romani. Da sempre aveva inteso il viaggio in Italia anche come fuga dal quotidiano e al contempo come occasione di ritrovarsi, di ricominciare una nuova vita. Alla sua “Bildung” (formazione) acquisita nelle Università di Lipsia e Strasburgo, perfezionata dal “praticantato” di futuro avvocato nella quiete di Wetzlar e poi messa in pratica nel “suo” regno di Weimar, mancava l’imprimatur ufficiale: proprio quel viaggio in Italia considerato da sempre la summa di un percorso veramente formativo. Così il “viandante” Goethe si preparava a quella che sarebbe stata la sua massima esperienza di vita. Nel &#8220;Paese dove fioriscono i limoni&#8221; ritrova l’humus ideale per far sviluppare tutte le sue potenzialità. Piante, rocce, uomini e soprattutto quella &#8220;cultura&#8221; italiana così impregnata di grecità e di romanità saranno d&#8217;ora in poi l&#8217;oggetto del suo totale interesse. Una miriade di impressioni che fin dall’inizio lo occuperanno totalmente, mettendo a dura prova la sua capacità di raccogliere e ordinare i suoi pensieri, i suoi sentimenti, le sue sensazioni. Fin dall’inizio si sente semplicemente sopraffatto da tutto quello che ha occasione di osservare e non sempre trova le parole adatte a descriverle. La sera stessa, riepilogando le impressioni di un&#8217;intera giornata riesce solo ad annotare: <em>&#8220;La giornata è lunga, la meditazione indisturbata e le meravigliose immagini di ciò che mi circonda non soffocano per nulla il sentimento poetico, anzi lo evocano tanto più vivamente grazie al moto e all&#8217;aria libera&#8221;.</em> Per venti giorni si intrattiene in questa regione di confine dove la lingua tedesca era di casa. Poi sarà la volta di Venezia, una città già così cara a suo padre. Il suo impatto con la città lagunare viene descritto con toni fatalistici: <em>&#8220;Nel libro del destino era dunque scritto, nella pagina che mi riguardava, che il 28 settembre 1786, alle cinque di sera secondo la nostra ora, entrando dal Brenta nella laguna, avrei visto per la prima volta Venezia, e subito dopo avrei toccato e visitato questa meravigliosa città insulare, questa repubblica di castori&#8221;. </em>A Venezia si ferma fino al 14 ottobre, poi è tutta una corsa e un veloce susseguirsi di città come Ferrara, Bologna e Perugia. Da un lato l&#8217;ansia di arrivare prima possibile a Roma, dall&#8217;altro il desiderio di soffermarsi ad osservare quei panorami che si accavallano. Questo dissidio insanabile gli procura veri attacchi di panico: <em>&#8220;Ho cercato di impiegare la mia giornata nel modo migliore possibile, vedendo e rivedendo, ma nell&#8217;arte è come nella vita, più ci si addentra e più vasto diventa il campo&#8221;</em> &#8211; così scriverà a Bologna il 19 ottobre. In fondo ha però in testa un unico obiettivo: Roma, la culla della classicità. La città eterna lo attira così irresistibilmente da fargli trascurare tutta la zona dell&#8217;Appennino tosco-emiliano. Persino per Firenze ha poco tempo, e i fiorentini, da elitari “Etruschi”, non glielo perdoneranno…. Vi si ferma tre ore e può solo fuggevolmente notare: <em>&#8220;Ho attraversato velocemente la città, il duomo, il battistero. Qui si apre ancora una volta ai miei occhi un mondo completamente sconosciuto. Il giardino di Boboli ha una posizione incantevole. Ne sono uscito velocemente, così come ne ero entrato&#8221;</em> (25 ottobre). A Terni, ormai nelle immediate vicinanze di Roma, non riesce più a frenare la sua impazienza, dorme vestito e non vede l&#8217;ora di essere svegliato per rimettersi in viaggio. Adesso neppure il paesaggio lo attira, sulla carrozza che lo trasporta finisce con l’appisolarsi, l’unico modo per recuperare le tante ore sottratte al sonno. Ancora pochi giorni e finalmente potrà farsi vivo con gli amici e con lo stesso Duca, che aveva lasciato insalutati a Weimar: <em>&#8220;Finalmente posso schiudere le labbra e porgere un lieto saluto ai miei amici. Chiedo perdono per essere partito segretamente ed essere arrivato fino a qui in incognito. Non osavo quasi confessare a me stesso dove ero diretto, persino durante il viaggio temevo di non portarlo a termine, solo quando attraversai Porta del Popolo ho avuto la convinzione che Roma mi apparteneva&#8221;</em> (1 novembre). Roma, la città lungamente desiderata, era finalmente sua. Solo così pensava di guarire da quella strana malattia che da anni lo tormentava. In una sorta di confessione lo stesso giorno annota:<em> &#8220;Si, negli ultimi anni è stata una vera e propria malattia, da cui poteva guarirmi solo la sua vista e la sua presenza. Adesso lo posso pure confessare: ultimamente non potevo più guardare nessun libro di latino, nessun disegno di una qualsiasi località italiana. La voglia di vedere questo Paese era più che matura. Adesso che è appagata, patria e amici tornano ad essermi profondamente cari, e desiderabile il ritorno…&#8221;.</em></p>
<p> A Roma Goethe sente scorrere nelle sue vene nuova linfa vitale. Comincia una nuova vita, si sente rinato, ed è il primo a compiacersi per quel suo stato d’animo che adesso lo pervade e che in fondo si era augurato fin dall&#8217;inizio del viaggio. Confronta la Romareale con quella fantastica dei suoi sogni e delle sue letture e la riconosce perfettamente. Il suo vuole essere un vero e proprio &#8220;viaggio di apprendimento&#8221;, un modo per completare la sua formazione spirituale. Tanti anni prima, quando era già forte il desiderio di conoscere l&#8217;Italia ma ancora più forte la coscienza che i tempi, i suoi tempi, non erano ancora maturi, aveva scritto in una lettera a Langer (27 aprile 1770): <em>&#8220;In Italia Langer! In Italia! Però non adesso. è ancora troppo presto; non possiedo ancora le conoscenze di cui ho bisogno, mi manca ancora molto. Parigi deve essere la mia scuola, Roma la mia università; una volta che la si è vista, si è visto tutto. Per questo non ho fretta di andarci&#8221;. </em>Aveva così inconsciamente introdotto il concetto di &#8220;Bildungsreise&#8221;, a cui abbiamo già fatto cenno; un viaggio che rappresentasse il coronamento di un percorso formativo; l&#8217;Università per coloro che avrebbero voluto vivere secondo il precetto dantesco: <em>&#8220;fatti non fosti per vivere come bruti, ma per seguir virtute e conoscen</em><em>za&#8221;. </em>Questo imperativo interesserà soprattutto Roma, ma può essere esteso a tutta l&#8217;Italia. Data la sua autorevolezza, Goethe è stato involontariamente il primo promotore del turismo culturale; un turismo mirato all&#8217;arricchimento spirituale, un turismo che si poneva come obiettivo la ricerca della classicità e del bello. Proprio grazie alla pubblicazione del suo &#8220;Viaggio in Italia&#8221;, che non era e non vuole essere una &#8220;guida turistica&#8221;, si affermerà tra la sua gente il desiderio di emulazione, di rifare lo stesso viaggio formativo alla scoperta delle radici culturali dell&#8217;uomo, per conoscere le realizzazioni più significative di cui è stato capace il suo genio e il suo ingegno. Il &#8220;Viaggio in Italia&#8221;, a cui tanti storici dell&#8217;arte rimproverano tra l&#8217;altro di aver trascurato il Gotico di Verona e di Venezia e il Barocco di Roma e della Sicilia, non aveva e non voleva avere la pretesa di fornire uno spaccato esauriente dell&#8217;Italia e della sua storia dell&#8217;arte, ma deve essere considerato come un diario, il diario personalissimo di un poeta che ha voluto completare il suo percorso umano; il diario di un viaggio intrapreso per conoscere se stesso e che per questo non può prescindere dalla conoscenza dei propri simili. La prima settimana romana è una corsa frenetica per la città, alla riscoperta di quella che secondo lui era la Roma eterna, modello insuperabile di umanità e di cultura &#8211; <em>&#8220;lentamente m&#8217;accosto alle maggiori bellezze e non faccio che aprire gli occhi e guardare, che andare e venire, dato che solo a Roma ci si può preparare a comprendere Roma&#8221; &#8211; </em>(7 novembre). Della parte antica è semplicemente suggestionato &#8211; <em>&#8221; si trovano vestigia di una magnificenza e di uno sfacelo che superano la nostra immaginazione, Ciò che hanno rispettato i barbari, l&#8217;han devastato i costruttori della nuova Roma&#8221; &#8211; </em>(1 novembre). Ha la netta sensazione che non può permettersi uno studio sistematico, vuole raccogliere sensazioni, conoscenze che gli servano poi per il resto della sua vita &#8211; <em>&#8220;Non sono qui per godere come più mi piace; voglio costringermi a studiare questi grandi monumenti e contribuire alla mia formazione spirituale prima di compiere quaranta anni&#8221; -</em> (10 novembre). Nel frattempo si accavallano le impressioni <em>- &#8220;verso sera ci</em> <em>recammo al Colosseo; era già quasi buio. Quando si contempla una cosa simile, tutto il resto appare un&#8217;inezia..&#8221; -</em> (11 novembre) e comincia a familiarizzare con monumenti e opere d&#8217;arte &#8211; <em>&#8220;tutte vecchie conoscenze, simili ad amici che ci si è fatti da lontano per corrispondenza e che ora possiamo finalmente vedere in viso&#8221;</em> (18 novembre). L&#8217;impatto con la Cappella Sistina lo sconvolge: <em>&#8220;Il giudizio Universale e il ciclo di affreschi di Michelangelo nel soffitto divisero la nostra ammirazione. Io non riuscivo che a guardare e a strabiliare. Non c&#8217;è parola per esprimere l&#8217;intima sicurezza e vigoria del maestro, la sua grandezza&#8221;</em> (22 novembre). Di tanto in tanto viene assalito dalla paura di non riuscire a vedere tutto, di fissare nella memoria tutto quello che avrebbe voluto portarsi dentro per sempre &#8211; <em>&#8221; Roma è un mondo e occorrono anni per raccapezzarsi in essa. Fortunati quei viaggiatori che vedono e ripartono…&#8221;</em> (13 dicembre). Con il passare del tempo si accorge che la città non è facile da conquistare &#8211; <em>&#8221; Mi diventa sempre più difficile dar conto del mio soggiorno a Roma. Così come si trova sempre più profondo il mare man mano che vi si avanza, non diversamente mi avviene nella conoscenza di questa città&#8221; -</em> (23 gennaio 1787). Ma non sono solo i monumenti ad impressionarlo, le belle giornate di sole, gli squarci paesaggistici, l&#8217;atmosfera di quei vicoli che trasudavano storia continuano ad avvincerlo: &#8220;<em>Della bellezza dell&#8217;andar su e giù per Roma con la luna piena, chi non l&#8217;ha provato non può averne un&#8217;idea. Ogni particolare viene inghiottito dalle grandi masse di luce e d&#8217;ombra, e l&#8217;occhio non percepisce che immagini immense, totali…” &#8211; </em>(2 febbraio). Dopo mesi dedicati a conoscere e studiare storia, monumenti e paesaggi arriva anche per Goethe il momento di lasciare Roma. Egli, ricordandosi delle raccomandazioni del padre, a suo tempo incantato da Venezia e Napoli, sente come una “tentazione” insuperabile, quella di spingersi ancora più a sud e concludere il viaggio proprio nella città partenopea: <em>&#8220;Se penso a Napoli, o addirittura alla Sicilia, ciò che colpisce sia nei racconti che nei quadri è che in questi paradisi terrestri si spalanchi con tanta violenza l&#8217;inferno dei vulcani, terrorizzando e facendo impazzire da millenni abitanti e turisti&#8221; (</em>16 febbraio). Il viaggio verso Napoli, passando per Velletri e le paludi Pontine, sarà una lenta immersione nel verde degli agrumi che lo avrebbe portato ad una convinta osservazione: <em>&#8220;Mignon aveva ben ragione di struggersi per queste terre. -&#8221; </em>(24 febbraio). Nella città del Vesuvio arriva il giorno dopo -<em> &#8221; E siamo finalmente arrivati anche qui, felici e sotto buoni auspici&#8221; </em>(25 febbraio) -. La prima cosa che lo colpisce è la gioia di vivere dei napoletani, che annota lo stesso giorno coniando un detto di cui gli saranno eternamente grati gli eredi di Pulcinella: <em>&#8220;Il napoletano è convinto d&#8217;avere per sé il paradiso e si fa un&#8217;idea ben triste delle terre del settentrione&#8221;.</em> La scoperta delle &#8220;meravigliose bellezze&#8221; della città lo affascina e gli offre l&#8217;occasione di rivolgere un commosso ricordo al padre, che così caldamente gli aveva raccomandato questa visita: <em>&#8220;Ricordai pure con commozione mio padre, cui proprio le cose da me vedute oggi per la prima volta avevano lasciato un&#8217;impressione indelebile. E così come si vuole che chi abbia visto uno spettro non possa più ritrovare l&#8217;allegria, si potrebbe dire all&#8217;opposto che mio padre non riuscì mai ad essere del tutto infelice, perché il suo pensiero tornava sempre a Napoli” </em>(27 febbraio). La città lo ammalia ed il poeta pensa di rendere onore alle sue meraviglie trascrivendo addirittura in italiano il detto così caro a tutti i napoletani <em>&#8220;Vedi Napoli e poi muori!&#8221; </em>(2 marzo). Col passare dei giorni comincia anche a rendersi meglio conto dell&#8217;attaccamento dei napoletani alla loro città e ne fotografa esattamente il loro stato d’animo: <em>&#8220;Se nessun napoletano vuol andarsene dalla sua città, se i poeti locali celebrano in grandiose iperboli l&#8217;incanto di questi luoghi, non se ne può fargliene carico, anche se vi fossero ancora un paio di Vesuvi nelle vicinanze. Qui non si riesce davvero a rimpiangere Roma; confrontata con questa ampia dislocazione la capitale del mondo sprofondata nel Tevere appare come un vecchio convento in una posizione infelice&#8221;</em> (3 marzo). Immerso in questa atmosfera di spontanea gioia anche lui ne rimane contagiato: <em>&#8220;Napoli è un paradiso, dove ciascuno vive in una sorta d&#8217;ebbrezza, dimentico di tutto. Mi succede la stessa cosa, non mi riconosco più, mi sembra di essere diventato un individuo completamente diverso. Ieri pensavo: &#8216; o eri matto prima, o lo sei adesso&#8217;&#8221; (</em>Caserta, 16 marzo). Concetto che ribadisce il giorno stesso in un&#8217;altra annotazione: <em>&#8220;Se a Roma si studia volentieri, qui si desidera soltanto vivere. Ci si scorda delle noie del mondo, e per me è una sensazione meravigliosa avere a che fare solo con gaudenti&#8221;. </em></p>
<p>Cominciava intanto a farsi strada un’altra tentazione, la possibilità di prolungare il viaggio andando a visitare la Sicilia: <em>&#8220;… Per quanto riguarda il mio viaggio in Sicilia è ancora in mano agli Dei, l&#8217;ago della bilancia oscilla da un&#8217;estremità all&#8217;altra”</em> (Napoli, 17 marzo). Alcuni giorni dopo l’irrevocabile decisione; la fantasia aveva ancora una volta vinto sulla razionalità. Scordandosi degli impegni gravosi di Weimar, di cui poteva essere considerato a tutti gli effetti il ministro plenipotenziario, e lo sconcerto degli amici, con in testa il Duca, privati della sua preziosa presenza, comunica laconicamente: <em>&#8220;Domani questa lettera a voi indirizzata partirà. Giovedì 29 mi imbarcherò… sulla corvetta, destinazione Palermo… Al mio temperamento questo viaggio farà bene, sarà addirittura necessario. La Sicilia mi fa pensare all&#8217;Asia e all&#8217;Africa ed essere di persona nel punto meraviglioso dove convergono così tanti raggi della storia non è una cosa da poco” </em>(26 marzo).</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Le nostre teste pensanti</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 22:16:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando scrivevo che non erano le misure adottate dal governo Berlusconi a far salire lo spread, chi sa quanti saranno rimasti perplessi. Com’era possibile? Lo gridavano tutti, fior di teste pensanti! No, la colpa è del governo Berlusconi, gridavano i sinistri della sinistra. Che di economia non ci hanno mai capito un’acca, mentre sono maestri [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando scrivevo che non erano le misure adottate dal governo Berlusconi a far salire lo spread, chi sa quanti saranno rimasti perplessi.<span id="more-24611"></span> Com’era possibile? Lo gridavano tutti, fior di teste pensanti! No, la colpa è del governo Berlusconi, gridavano i sinistri della sinistra. Che di economia non ci hanno mai capito un’acca, mentre sono maestri nell’orchestrare campagne di autentiche bugie da spacciare per oro colato.</p>
<p>La sinistra ha la sua platea inossidabile sempre pronta ad accogliere il verbo. Il suo errore sta però nel continuare a credere che in Italia tutti siano fatti allo stesso modo. Non osa ammettere a se stessa che il vangelo che cerca di diffondere tra tutti i cittadini, ne catechizza sempre la solita parte, mentre l’altra si scompiscia dalle risate.<br />
Peccato che quest’ultima lo fa rincantucciandosi come se fosse una colpa grave e pericolosa non confidare in quel vangelo.<br />
Così finisce che le bugie ricevono il placet e a forza di circolare diventano condivisibili.</p>
<p>Che l’innalzamento spaventoso dello spread fosse causato dalla presenza di Berlusconi al governo è stato il ritornello con il quale la sinistra ha schiantato la democrazia nel nostro Paese.<br />
La dittatura dello spread ha avuto il suo effetto devastante nel novembre dell’anno scorso, e ha trovato tra i suoi maggiori interpreti perfino il capo dello Stato.<br />
In quattro e quattr’otto è stato fatto fuori un presidente del consiglio voluto dagli elettori, e al suo posto è stato collocato un personaggio caro ai tedeschi, e alla cancelliera Merkel in particolare.</p>
<p>Oggi i diktat e i desiderata di questa donna ritenuta d’acciaio (ma in realtà soltanto cocciuta) stanno ricevendo il benservito dai più importanti Paesi europei, e perfino dagli elettori tedeschi.<br />
Il terremoto che la Merkel e la Banca centrale tedesca hanno provocato sta mettendo a rischio, addirittura, il processo di unificazione europea, vanificando i sogni e gli ideali dei padri fondatori, tra cui un tedesco insigne, Konrad Adenauer.</p>
<p>Nonostante la lezione del passato, la Germania è ancora morsicata dal germe dello strapotere. Forte in tutto ciò che fa, ad un certo punto non riesce ad arrestarsi e travalica il confine che trasforma la sua potenza in una debolezza, ed infine in un disastro. È successo e sta succedendo ora nei confronti di questa crisi.</p>
<p>Scrivevo mesi fa che la Germania ha da farsi perdonare molto, e in particolare dall’Europa. Avrebbero potuto, la Cancelliera e la sua Banca centrale, essere un po’ più disponibili ad ascoltare e a comprendere le ragioni altrui, e invece hanno alimentato e continuano ad alimentare un vento di devastazione che chi sa se si riuscirà ancora ad imbrigliare.</p>
<p>Monti, in Europa, è considerato il pupillo della Merkel, l’uomo imposto al Quirinale dalla Germania, anche se il Quirinale non l’ammetterà mai.<br />
Mi domando se Monti, dopo che ho ascoltato le prime dichiarazioni da lui rilasciate dopo la sconfitta elettorale della Merkel, si appresti a prenderne le distanze. Potrebbe anche succedere (in ciò siamo maestri). Ci potremmo addirittura trovare un Monti diventato il più accanito oppositore e critico della Germania. Vi meravigliereste?</p>
<p>E la sinistra? Vi siete accorti che non agita più lo spettro dello spread, che ieri <a href="http://www.ilgiornale.it/economia/le_borse_europee_crollanosulle_incertezze_deleurolo_spread_btp-bund_426/grecia-euro-angela_merkel-ribassi-borse_ue-spread/14-05-2012/articolo-id=587760-page=0-comments=1">ha raggiunto</a> quota 450. Al tempo di Berlusconi, con uno spread simile l’Italia stava per cadere nel baratro. Ed oggi, che la situazione è peggiorata e i provvedimenti montiani hanno raso al suolo la nostra economia, tarpando le ali ad ogni possibilità di ripresa, perché la sinistra non grida che anche Monti se ne deve tornare a casa?</p>
<p>Dunque, per il proprio tornaconto personale non predica più ai suoi fedelissimi il vangelo di novembre. Dovrebbe altrimenti riconoscere, e dovrebbe riconoscerlo anche Napolitano, che è stato un errore la sospensione della democrazia. Così che, per non perderci la faccia, preferisce che la nostra economia <a href="http://www3.lastampa.it/economia/sezioni/articolo/lstp/454094/" target="_blank">sprofondi</a> davvero nelle sabbie mobili della confusione e della sprovvedutezza.</p>
<p>Ho sempre ritenuto che il tempo è galantuomo, e prima o poi mostra anche ai ciechi e ai sordi dove stanno le verità e dove stanno le bugie.<br />
Oggi la democrazia, così duramente colpita a novembre, si prende la sua rivincita.<br />
Ma la domanda è: chi risponderà di questo disastro?</p>
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		<title>Una e-mail che ho ricevuto</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 19:44:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ho ricevuto da un amico una e-mail in cui è riprodotta una lettera che sarebbe stata scritta al Direttore di Repubblica. Questo il suo contenuto. Mi auguro che sia una scherzo, ma se non lo è, è giusto che costoro sia puniti dagli elettori nel 2013. Spero di ricevere e pubblicherò molto volentieri una smentita. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho ricevuto da un amico una e-mail in cui è riprodotta una lettera che sarebbe stata scritta al Direttore di <em>Repubblica</em>.<br />
Questo il suo contenuto. Mi auguro che sia una scherzo, ma se non lo è, è giusto che costoro sia puniti dagli elettori nel 2013. Spero di ricevere e pubblicherò molto volentieri una smentita. (<em>bdm</em>)<span id="more-24606"></span></p>
<p>&#8220;Spett. Direttore di Repubblica, io non mi sono mai sognato di fare antipolitica o polemica sterile ma quello che le riporto sono FATTI  e ci sono nomi e cognomi. Oggi c’è da aspettarsi di tutto, ma da chi si dice di sinistra queste cose non le accetto Perché di questo non si parla? Un ex elettore del PD. Preso da Facebook: Qualche giorno fa un fatto clamoroso ha scosso il Senato. Nella votazione sui tagli alle pensioni d’oro ai supermanager pubblici il governo (che voleva difenderle) è stato battuto grazie da un emendamento di Idv e Lega. Sorprendentemente, la maggioranza dell’Aula si è dichiarata favorevole ad intervenire sul trattamento pensionistico dei burocrati di Stato che oggi godono di stipendi favolosi e domani avrebbero goduto di pensioni altrettanto favolose. Ne abbiamo parlato qua. Forse, finalmente, si sono resi conto che in un momento in cui tutti gli italiani vengono chiamati a grandi sacrifici togliere qualche euro ai boiardi di Stato, che oggi percepiscono, come il presidente dell’Inps o quello di Equitalia, stipendi fino a 1.200.000 euro all’anno (pagati da noi) sarebbe stato un atto minimo di equità.E tuttavia, in 94 si sono battuti come leoni contro quell’emendamento e a favore del mantenimento delle pensioni d’oro. Tutto il Pd, ad eccezione di sette senatori che, in uno scatto di dignità, hanno votato contro. Ad esprimersi a favore delle superpensioni dei manager pubblici troviamo, per esempio, figure del calibro di Anna Finocchiaro, Enzo Bianco, Maurizio Gasparri o Pietro Ichino, lo stesso che va in giro a predicare il superamento del divario tra le generazioni. Non è stato facile trovare i nomi dei 94. Nessuno li ha pubblicati o diffusi, forse pensando così di occultare un dato importantissimo e imbarazzante. Noi invece pensiamo che gli elettori debbano sapere come si muovono i propri rappresentanti dentro il Parlamento, perché è lì, nei meandri dell’attività parlamentare, che va giudicato il loro lavoro e non sui giochetti retorici nei salotti tv. E allora ci siamo messi al lavoro: siamo andati sul sito del Senato, spulciato i resoconti stenografici, individuato (con difficoltà) il codice della votazione e infine elaborato questo elenco. E’ questo, secondo noi, il compito di chi fa informazione, anche di chi, come noi, la fa in maniera volontaria e gratuita. Di seguito l’elenco. Vi invitiamo a diffonderlo il più possibile<br />
1) Adamo Marilena (Pd), 2) Adragna Benedetto (Pd), 3) Agostini Mauro (Pd),4) Armato Teresa (Pd), 5) Astore Giuseppe (Gruppo Misto), 6) Baio Emanuela (Api),7) Barbolini Giuliano (Pd), <img src='http://www.bartolomeodimonaco.it/online/wp-includes/images/smilies/icon_cool.gif' alt='8)' class='wp-smiley' /> Bassoli Fiorenza (Pd), 9) Bastico Mariangela (Pd), 10) Enzo Bianco (Pd),11) Biondelli Franca (Pd),  12) Blazina Tamara (Pd), 13) Filippo Bubbico (Pd), 14) Antonello Cabras (Pd), 15) Anna Maria Carloni (Pd), 16) Maurizio Castro (Pdl), 17) Stefano Ceccanti (Pd),18) Mario Ceruti (Pd), 19) Franca Chiaromonte (Pd), 20) Carlo Chiurazzi (Pd), 21) Lionello Cosentino (Pd),22) Cesare Cursi (Pdl), 23) Mauro Cutrufo (Pdl), 24) Cristina De Luca (Terzo Polo), 25) Vincenzo De Luca (Pd), 26) Luigi De Sena (Pd), 27) Mauro Del Vecchio (Pd), 28) Silvia Della Monica (Pd), 29) Roberto Della Seta (Pd), 30) Ulisse Di Giacomo (Pdl), 31) Di Giovan Paolo Roberto (Pd), 32) Cecilia Donaggio (Pd), 33) Lucio D’Ubaldo (Pd), 34) Marco Filippi (Pd), 35) Anna Finocchiaro (Pd), 36) Anna Rita Fioroni (Pd), 37) Marco Follini (Pd), 38) Vittoria Franco (Pd), 39) Vincenzo Galioto (Pdl), 40) Guido Galperti (Pd), 41) Maria Pia Garavaglia (Pd), 42) Costantino Garraffa (Pd), 43) Maurizio Gasparri (Pdl), 44) Antonio Gentile (Pdl), 45) Rita Ghedini (Pd), 46) Giai Mirella (Gruppo Misto), 47) Basilio Giordano (Pdl), 48) Claudio Gustavino (Terzo Polo), 49) Pietro Ichino (Pd), 50) Cosimo Latronico (Pdl), 51) Giovanni Legnini (Pd), 52) Massimo Livi Bacci (Pd), 53) Andrea Marcucci (Pd), 54) Francesca Maria Marinaro (Pd), 55) Franco Marini (Pd), 56), Ignazio Marino (Pd), 57) Marino Mauro Maria (Pd), 58) Salvatore Mazzaracchio (Pdl), 59) Vidmer Mercatali (Pd),60) Riccardo Milana (Terzo Polo), 61) Francesco Monaco (Pd), 62) Enrico Morando (Pd), 63) Fabrizio Morri (Pd), 64) Achille Passoni (Pd), 65) Carlo Pegorer (Pd), 66) Flavio Pertoldi (Pd), 67) Lorenzo Piccioni (Pdl), 68) Leana Pignedoli (Pd),69) Roberta Pinotti (Pd), 70) Beppe Pisanu (Pdl), 71) Donatella Poretti (Pd), 72) Raffaele Ranucci (Pd),73) Giorgio Roilo (Pd), 74) Nicola Rossi (Pd), 75) Antonio Rusconi (Pd), 76) Gian Carlo Sangalli (Pd), 77) Francesco Sanna (Pd), 78) Giacomo Santini (Pdl), 79) Giuseppe Saro (Pdl), 80) Anna Maria Serafini (Pd), 81) Achille Serra (Terzo Polo), 82) Emilio Silvio Sircana (Pd), 83) Albertina Soliani (Pd), 84) Marco Stradiotto (Pd), 85) Antonino Strano (Pdl), 86) Salvatore Tomaselli (Pd), 87) Giorgio Tonini (Pd), 88) Achille Totaro (Pdl), 89) Tiziano Treu (Pd), 90) Simona Vicari (Pdl), 91) Luigi Vimercati (Pd), 92) Vincenzo Vita (Pd), 93) Walter Vitali (Pd), 94) Luigi Zanda (Pd)&#8221;</p>
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		<title>Due articoli</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 16:00:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Merkel sconfitta. E Monti si sveglia di Mario Sechi (Da &#8220;Il Tempo&#8221;, 14 maggio 2012) L’altro ieri il Financial Times raccontava in un pregevole reportage «I sette giorni che hanno scosso l’Europa» dopo i turni elettorali in Francia e in Grecia. Ieri, un’altra scossa: Angela Merkel ha subìto una pesante sconfitta nel land del NordReno-Westfalia, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Merkel sconfitta. E Monti si sveglia</strong><br />
di Mario Sechi<br />
(Da &#8220;Il Tempo&#8221;, 14 maggio 2012)</p>
<p>L’altro ieri il Financial Times raccontava in un pregevole reportage «I sette giorni che hanno scosso l’Europa» <span id="more-24590"></span>dopo i turni elettorali in Francia e in Grecia. Ieri, un’altra scossa: Angela Merkel ha subìto una pesante sconfitta nel land del NordReno-Westfalia, la Cdu è crollata passando dal 34,6 al 26 per cento dei consensi. La cancelliera è stata battuta da un’altra donna, il governatore socialdemocratico Hannelore Kraft e per la sfida alla Cancelleria nel settembre 2013 molti prevedono uno scontro tra lei e Merkel. L’ondata popolare contro il «rigorismo» a tutti i costi e la politica monetaria senza crescita della Bce, prosegue. Dopo l’elezione in Francia di Francois Hollande, Berlino vede il suo asse con Parigi indebolito, ma la via teutonica alla crisi continua ad essere battuta. L’altro ieri il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, ha martellato gli esiti del voto sotto la Tour Eiffel e il Partenone, minacciando sfracelli finanziari contro chi si opporrà al Fiscal Compact (Parigi) e al salvataggio con il cappio (Atene). Un delirio istituzionale: un banchiere centrale che detta la linea ai governi stranieri. Ai tempi di Willy Brandt e Helmut Kohl sarebbe stato mandato a casa. Ma la realtà è che in Europa siamo nel pieno dello scontro tra tecnocrazia e democrazia. Conflitto talmente grande da far sorgere ieri sulla Cnn a un analista come Fareed Zakaria la seguente domanda: La democrazia è uno dei problemi dell’Europa? Sì, lo è perché la finanza e i burocrati, i poteri irresponsabili, hanno preso il sopravvento. Mentre Angela Merkel assapora il gusto amaro della sconfitta, in Grecia continuano i colloqui per la costituzione del nuovo governo. È chiaro che il «memorandum» berlinese per far pagare i conti ad Atene è un disastro. Per salvare le banche tedesche e francesi si sta affamando un popolo. Non funziona. E non funzionerà anche se i greci trovano un accordo per un esecutivo transitorio. La cura è un veleno mortale. L’Europa sta vivendo uno dei momenti più gravi della sua storia e in mezzo a questo caos c’è l’Italia, Paese con il terzo debito pubblico del mondo. Il governo Monti è nato sotto gli auspici di Berlino, ma dopo alcuni mesi lo scenario europeo è cambiato e la situazione del Belpaese è peggiorata. Siamo in recessione, la produzione è crollata e la disoccupazione tra i giovani e le donne nel Sud è da incubo. La pressione fiscale ha aggravato la crisi e la rivolta contro le tasse è in pieno svolgimento, con tanto di canaglie armate di molotov in azione. È nitroglicerina e lo scriviamo da parecchio tempo. Monti ha finalmente compreso che «il Paese è segnato da una profonda tensione sociale». Bene. Cambi marcia e saluti Berlino. Ora può farlo.</p>
<hr />
<p><strong>D&#8217;Orrico intervista Manlio Cancogni</strong><br />
(tratto da &#8220;Dagospia&#8221;, 14 maggio 2012)</p>
<p>Nel giugno del 1946 la televisione non c&#8217;era e Manlio Cancogni, scrittore e giornalista quasi trentenne, si fece 130 chilometri in bicicletta per andare a vedere il Grande Torino che giocava all&#8217;Ardenza di Livorno. Fu un viaggio epico, perché la sua bicicletta era quello che era, le strade erano quello che erano e la guerra era stata quello che era stata (particolarmente dove passava la Linea Gotica, con i suoi eccidi, le sue distruzioni). Ma il miraggio di vedere dal vivo lo squadrone di Mazzola e di Ferraris II fu più forte di tutto.</p>
<p>Cancogni partì da Fiumetto, in Versilia, dove abita ancora e, seduto in poltrona, una camicia a quadri (ma senza il papillon che per anni è stato il tocco finale della sua eleganza, estrosa come la sua scrittura e la sua conversazione), rammenta quella lontana avventura che adesso è diventata un piccolo libro, Toro delle meraviglie, pubblicato da Urbano Cairo, l&#8217;editore che è anche il presidente del Torino. «Ma io volevo intitolarlo Torna Toro, per portare fortuna alla squadra ora in corsa per la serie A».</p>
<p>Cancogni, lei descrive il gioco del Grande Torino così: «Grezar vede Loik, Loik vede Mazzola, Mazzola vede Menti, Menti vede Gabetto». Ed è gol. Una ragnatela di passaggi rasoterra che mi ha fatto venire in mente il Barcellona di Guardiola.<br />
«È vero. Intendiamoci, era molto superiore il Torino. Il Barcellona mi sembra una squadretta. Tic toc, tic toc. E poi sono, fisicamente, delle mezze seghe. Alla fine arriva la palla a Messi e Messi è un fuoriclasse. Però le ha buscate l&#8217;altra volta dal Chelsea, che li ha messi fuori dalla Coppa dei Campioni. Che partita! Non credo che ce la farà il Chelsea a Monaco col Bayern. Però sarebbe una bella sorpresa. Battesse i crucchi in casa loro, non mi dispiacerebbe».</p>
<p>Ha visto anche la partita del Real Madrid con il Bayern?<br />
«Ed ero per il Real. Che peccato. Non è giusto uscire ai rigori. Bisogna fare come una volta, dopo i supplementari si procede a oltranza, chi segna prima ha vinto».</p>
<p>Ma lei le partite se le vede tutte?<br />
«Certo. E mi vedo anche il ciclismo. La mia passione è lo sport. Se mi avessero detto: preferisci vincere la maratona alle Olimpiadi o il Nobel? Io avrei detto la maratona».</p>
<p>Le piace Mourinho?<br />
«Molto. Mi è dispiaciuto per lui».</p>
<p>Che scena quando si è inginocchiato durante l&#8217;esecuzione dei rigori.<br />
«Mi piace anche per questo. Lui ci ha il rosario in tasca. E mi piace anche perché è un po&#8217; un furfante, un po&#8217; impostore. Non gli importa un fico secco delle squadre che allena, cambia quando gli pare a lui. È un po&#8217; una canaglia, lo dico con grande simpatia ovviamente».</p>
<p>Il Milan le piace?<br />
«No, sono degli avventurieri. Si sono fatti battere dalla Juve».</p>
<p>Non le piace Ibra?<br />
«No, gran delinquente, però è talmente delinquente che mi fa simpatia. Ibra è un mercenario. Mi ricorda i soldati di ventura. Mi ricorda Muzio Attendolo Sforza, o il suo rivale Fortebraccio. È quel tipo lì».</p>
<p>Nemmeno Cassano le piace?<br />
«Mi è odioso. Con quella testa a papero. Certo, aveva un talento incredibile. Quello che odio di più è Del Piero quando caccia la lingua di fuori e fa il bamboccio. Bel giocatore però».</p>
<p>Odia anche Balotelli?<br />
«No, se fossi un allenatore subirei tutti i capricci da un talento del genere. Cosa vuoi fare, se ha dei capricci contentiamolo per il piacere di vederlo giocare».</p>
<p>E così lo scudetto l&#8217;ha vinto la Juve di Conte.<br />
«La Juve l&#8217;ho sempre detestata. Nel 1976 ho scritto un articolo sul &#8220;Corriere&#8221; in cui celebravo le mie nozze di odio con la Juve. Perché la odio da quando a dieci anni, nel 1926, scoprii il calcio leggendo il giornale della sera che mio padre portava a casa. Quando uscì l&#8217;articolo delle mie nozze d&#8217;odio, mi telefonò l&#8217;avvocato Agnelli e mi invitò a Torino a vedere Juve-Bologna, la squadra della città dove sono nato (sono sempre stato un minoritario nella mia vita e mi dispiacerebbe non esserlo). Così andai. Pranzai con l&#8217;avvocato e la moglie e poi andammo alla stadio. Agnelli, prima della partita, mi portò negli spogliatoi e disse ai giocatori: &#8220;Questo giornalista è nemico della Juve. Fategli vedere chi siete&#8221;. Vinsero loro per uno a zero. E mi sentii colpevole. Agnelli mi aveva usato per gasare i suoi giocatori. Fu una gara mediocre. Ero annoiato. Agnelli invece era molto interessato, gli piaceva molto guardare le partite di pallone».</p>
<p>Torniamo alla prima volta che vide il Grande Torino. Dunque, lei parte per Livorno con una bicicletta che era un catenaccio ed è come un viaggio tra i fantasmi della guerra appena finita. Passa per la base dove gli americani tenevano i prigionieri. Dove era stato rinchiuso, in una gabbia come Hannibal the Cannibal, il grande poeta Ezra Pound accusato di tradimento. Poi entra all&#8217;Ardenza e vede che in curva ci sono i prigionieri tedeschi portati lì in vacanza premio e guardandoli lei capisce che la guerra è proprio finita. Intanto, l&#8217;altoparlante dello stadio trasmette «Symphony», la canzone americana che era la colonna sonora di quell&#8217;epoca.<br />
«Una musica bellissima. La conosce? Gliela accenno: Symphony ta-ta-ta-ta ta-ta-ta. Come erano belle le canzoni americane di allora».</p>
<p>Comincia la partita e il Livorno che tre anni prima, prima che il campionato fosse interrotto per la guerra, si era battuto per il titolo, si butta in avanti come una furia. Il Torino sta come a guardare. Fino alla mezz&#8217;ora del primo tempo quando, come se qualcuno avesse suonato la fine della ricreazione, il Torino va all&#8217;attacco.</p>
<p>Uso le sue parole per descrivere quello che successe: «Come per caso, Gabetto, Loik e Grezar si trovarono soli dove il Livorno non avrebbe mai dovuto permettere che si trovassero: a una dozzina di metri dalla porta». E qui c&#8217;è la zampata del leone. Lei scrive semplicemente: «Uno di loro tirò». Gol. E lei non fa nemmeno il nome del marcatore, perché non ce n&#8217;è bisogno, quasi come se i gol del Grande Torino fossero il risultato di un disegno superiore, qualcosa di ineluttabile.</p>
<p>Questa sua frase («Uno di loro tirò»), caro Cancogni, io la custodirò d&#8217;ora in poi nello scrigno che contiene le frasi più preziose della letteratura italiana accanto a «La sventurata rispose» e «E quell&#8217;infame sorrise». Poche parole, un soggetto e un predicato per dire che il destino bussa alla porta.<br />
«Ah ah ah, grazie. Senta, diamoci del tu».</p>
<p>Poi lei racconta, cioè scusa, poi tu racconti che la visione dal vivo del Grande Torino ti fece venire voglia di giocare a calcio. E così a Roma, dove lavoravi, andavi a giocare con altri due scrittori, Giorgio Bassani e Carlo Laurenzi, al Galoppatoio di Villa Borghese. Vi levavate la giacca, vi allentavate il nodo della cravatta, vi rimboccavate le maniche della camicia e i calzoni, vi incitavate l&#8217;un l&#8217;altro con urla tipo: «Dai Grezar, vai Gabetto, tira Loik&#8230;» e sfidavate, voi trentenni, i liceali che avevano marinato la scuola. In che ruolo giocavi?<br />
«A centrocampo. Facevo la spola, avevo un fiato. Non crollavo mai. Sono sempre stato un gran camminatore. A Bassani, gli facevo certi passaggi. Una volta si fece una partita in campo regolare, a undici, invitati da Pasolini che era un buon giocatore. Lui aveva la squadra con i suoi ragazzini. Noi eravamo tutti letterati. Ricordo che feci un lancio a Bassani e lui tac, gol e mi rimandò un&#8217;immagine di grande felicità. Gli avevo messo la palla davanti al piede e Bassani mi fu di una gratitudine per aver segnato quel gol contro Pasolini&#8230;».</p>
<p>Bassani, essendo tennista, doveva avere un bello stile.<br />
«Invece no. Aveva le gambe corte, il testone».</p>
<p>Poi nel libro racconti la fine del Grande Torino, l&#8217;aereo che si schianta contro la collina di Superga.<br />
«Quando accadde abitavo a Firenze, in piazza D&#8217;Azeglio. Ero stato operato di tonsille ed ero a letto. A un certo momento accesi la radio, una radiolina che avevo accanto su un tavolinetto. Sentii questa voce rotta che diceva: &#8220;Il Torino&#8230;&#8221;, ma non riusciva a continuare per i singhiozzi. E subito ho pensato: &#8220;È caduto l&#8217;aereo&#8221;, perché sapevo che stavano tornando da Lisbona. Fu commozione vera. Mai un lutto nazionale ha avuto un&#8217;eco così».</p>
<p>C&#8217;è una immagine bellissima nel libro, che dice tutto dell&#8217;amore per il Grande Torino, quella del cieco che andava a vederne le partite.<br />
«Me lo raccontò Laurenzi. Una volta che i granata giocavano a Roma, andò allo stadio e si trovò accanto un cieco di guerra con un accompagnatore che gli faceva la cronaca minuto per minuto. E lui, fissando gli occhiali neri sul campo, sembrava non ne perdesse un&#8217;azione. E gridava: &#8220;Dai Grezar! Vai Loik! Forza Toro!&#8221;».</p>
<p>C&#8217;è un problema, in quest&#8217;intervista dovevamo parlare di letteratura.<br />
«E che cosa abbiamo fatto finora? Lo sport è la cosa più bella del mondo moderno. La mia grande passione. Figurati che mi ricordo ancora a memoria l&#8217;ordine di arrivo del Tour del 1930. Avevo 14 anni. Vinse Leducq. Secondo Antonin Magne, terzo&#8230; Oh, Dio, mi sono punito da solo. Aspetta&#8230; Terzo Demuysere. Quarto&#8230; Possibile che faccio questa brutta figura? Oh, no».</p>
<p>Non importa. Non si preoccupi. Le credo sulla parola.<br />
«Dunque primo André Leducq. Secondo Antonin&#8230; no, che dico, secondo Learco Guerra, terzo Magne, quarto Demuysere, quinto Marcel Bidot, sesto Pierre Magne, settimo Bonduel, ottavo il mio amato Benoît Fauré, nono Charles Pélissier, uno dei tre fratelli Pélissier, e decimo Adolf Schön».<br />
Forza Manlio.</p>
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		<title>VENEZIA: Tullio Avoledo</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 14:54:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Bacheca]]></category>

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		<description><![CDATA[Venerdì 18 maggio, ore 17.30 Tullio Avoledo presenta il suo nuovo romanzo: Le radici del cielo, Metro 2033 Universe Libreria Sansoviniana (Piazzetta San Marco 13/a, Venezia) Venerdì 18 maggio, alle ore 17.30, alla Libreria Sansoviniana (Piazzetta San Marco 13/a, Venezia), nell’ambito della manifestazione nazionale “Il maggio dei Libri”) lo scrittore Tullio Avoledo presenta il suo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Venerdì 18 maggio, ore 17.30<br />
Tullio Avoledo presenta il suo nuovo romanzo: Le radici del cielo, Metro<br />
2033 Universe<br />
Libreria Sansoviniana (Piazzetta San Marco 13/a, Venezia)<span id="more-24603"></span></p>
<p>Venerdì 18 maggio, alle ore 17.30, alla Libreria Sansoviniana (Piazzetta<br />
San Marco 13/a, Venezia), nell’ambito della manifestazione nazionale “Il<br />
maggio dei Libri”) lo scrittore Tullio Avoledo presenta il suo nuovo<br />
romanzo: Le radici del cielo (Multipayer.it Edizioni, 2011).</p>
<p>Saluto di Maurizio Messina (direttore della Biblioteca Nazionale<br />
Marciana). Intervento di Riccardo Meggiato (redazione di Wired Italia).</p>
<p>Sarà presente l’autore. Ingresso libero (da Piazzetta San Marco 13/a)<br />
fino ad esaurimento dei posti disponibili.</p>
<p>Sotto l&#8217;Alto Patronato del Presidente della Repubblica<br />
Con il patrocinio della Commissione Nazionale Italiana per l&#8217;UNESCO<br />
______________________________</p>
<p>Tullio Avoledo romanza lo spin-off italiano di Metro 2033<br />
Le Radici del Cielo ha inizio a Roma nel 2033, una città ormai morta<br />
fatta solo di rovine. I suoi abitanti non sembrano ormai avere più<br />
niente di umano. Alla periferia di Roma vivono i resti della Chiesa<br />
cattolica. Nelle catacombe di San Callisto vivono un centinaio di<br />
persone dello Stato Vaticano in una situazione di confusione e<br />
perdizione. Il Papa è infatti morto e il potere sembra ormai prendere<br />
quasi del tutto verso la parte laica di questa comunità. La famiglia<br />
Morii sembra infatti essere vicina alla piena detenzione del potere, una<br />
famiglia spietata e senza scrupoli. Il cardinale Ferdinando Albani è<br />
riuscito ad ottenere da questa famiglia il permesso di effettuare una<br />
spedizione a Venezia. All’interno della basilica di San Marco sarebbe<br />
infatti disponibile un tesoro di inestimabile valore che il cardinale<br />
vorrebbe portare a Roma. In realtà però il cardinale Ferdinando Albani<br />
ha tutt’altro in mente. Sembra infatti che a Venezia viva il patriarca<br />
della città. Riuscire a portare il patriarca a Roma significherebbe<br />
poter di nuovo convocare un concilio per eleggere un nuovo Papa e fare<br />
in modo che il potere non vada nelle mani delle persone sbagliate. Per<br />
riuscire in questa impresa il cardinale convoca John Daniels, un<br />
sacerdote americano che si trovava proprio a Roma il giorno della<br />
distruzione dell’intera città. John Daniels decide di seguire il<br />
cardinale in questa segreta missione.</p>
<p>Note su Metro 2033 Universe:<br />
In Metro 2033: dopo una catastrofe nucleare, i sopravvissuti si trovano<br />
a vivere nelle gallerie della metropolitana di Mosca. Ogni stazione<br />
diventa uno stato, lo sfondo perfetto per storie e viaggi avvincenti.<br />
Nata come un’esperienza interattiva su web nel 2002, dopo essere stato<br />
d’ispirazione ad un videogioco (THQ 2010), e dopo aver raggiunto le 300<br />
mila copie vendute solo in Europa, tradotto in 35 lingue, ora le<br />
ambientazioni post-apocalittiche dei romanzi di fantascienza di<br />
Glukhovsky diventano un modello narrativo dando vita al Metro 2033<br />
Universe. Cosa succede nel mondo mentre la cittadinanza moscovita si<br />
rifugia nei tunnel della metropolitana? Fino ad ora hanno arricchito il<br />
progetto di Glukhovsky, autori di Regno Unito, Germania, Spagna, Cuba e<br />
probabilmente USA.<br />
Ad oggi gli spin-off made in Russia sono arrivati a 20 pubblicati dalla<br />
casa editrice dello stesso Glukhovsky. Tutte le informazioni sui romanzi<br />
della saga Metro 2033 Universe pubblicati in Italia, sono ora<br />
disponibili in un sito dedicato: www.metro2033universe.it.</p>
<p>Note sull’autore, Tullio Avoledo:<br />
Con il suo romanzo d’esordio, L’elenco telefonico di Atlantide (gennaio<br />
2003) pubblicato da Sironi, ha ottenuto un lusinghiero successo di<br />
critica e di pubblico e vinto il premio «Forte Village Montblanc –<br />
scrittore emergente dell’anno». Nel novembre 2003 viene pubblicato il<br />
suo secondo titolo, Mare di Bering (Sironi) e nel 2005 i due romanzi Lo<br />
stato dell’unione (Sironi) e Tre sono le cose misteriose (Einaudi),<br />
Premio Super Grinzane Cavour 2006 e finalista, nello stesso anno, al<br />
Premio Stresa. Nel marzo del 2007 è stato pubblicato il suo quinto<br />
romanzo: Breve storia di lunghi tradimenti (Einaudi), Premio Letterario<br />
Castiglioncello-Costa degli Etruschi e Premio “Latisana per il<br />
Nord-Est”. Suoi racconti appaiono in antologie pubblicate da Guanda e da<br />
Mondadori. Per Guanda, ne I delitti in provincia appare il racconto La<br />
traccia del serpente sulla roccia. Il suo sesto romanzo, La ragazza di<br />
Vajont, è uscito per Einaudi nel giugno del 2008. A settembre 2008 è<br />
stato pubblicato nella collana “VerdeNero” delle edizioni Ambiente il<br />
romanzo breve L’ultimo giorno felice (Premio “Tracce di Territorio”,<br />
Pavia), che narra la crisi esistenziale di un architetto cinquantenne<br />
coinvolto nella ecomafia delle discariche friulane. Il 10 novembre 2009<br />
è uscito per Einaudi il romanzo L’anno dei dodici inverni, finalista al<br />
premio Stresa e vincitore del Premio dei Lettori di Lucca 2010. Il 31<br />
maggio 2011 è uscito per Einaudi Stile Libero il romanzo Un buon posto<br />
per morire, un thriller scritto a quattro mani con Davide Boosta Dileo,<br />
tastierista del gruppo Subsonica.</p>
<p>______________________________________<br />
Info<br />
Ufficio stampa<br />
dott. ssa Annalisa Bruni<br />
tel. 041.2407238<br />
e-mail: bruni@marciana.venezia.sbn.it</p>
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		<title>LETTERATURA: Emanuele Trevi: &#8220;Qualcosa di scritto&#8221;, Ponte alle Grazie</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 04:43:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gordiano Lupi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>

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		<description><![CDATA[di Gordiano Lupi Emanuele Trevi Qualcosa di scritto Ponte alle Grazie – Pag. 256 – Euro 16,80 Qualcosa di scritto è tra gli undici finalisti al Premio Strega per opere di narrativa, il suo editore lo classifica come romanzo, anche se Emanuele Trevi, quasi per giustificarsi, inserisce in apertura la citazione da una lettera che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Gordiano Lupi</p>
<p>Emanuele Trevi<br />
Qualcosa di scritto<br />
Ponte alle Grazie – Pag. 256 – Euro 16,80<span id="more-24324"></span></p>
<p>Qualcosa di scritto è tra gli undici finalisti al Premio Strega per opere di narrativa, il suo editore lo classifica come romanzo, anche se Emanuele Trevi, quasi per giustificarsi, inserisce in apertura la citazione da una lettera che Pasolini scrisse a Moravia parlando di Petrolio: “È un romanzo ma non è scritto come i romanzi veri: la sua lingua è quella che si adopera per la saggistica, per certi articoli giornalistici, per le recensioni, per le lettere private o anche per la poesia”. Qualcosa di scritto non è un romanzo ma resta un grande libro, un piccolo capolavoro che ogni cultore di Pasolini non può fare a meno di leggere per capire a fondo la personalità e le idee del nostro più grande intellettuale del Novecento. Trevi racconta un Pasolini che ha studiato con passione attraverso la sua opera, ma narra anche l’amore viscerale di Laura Betti per un poeta visionario, la passione con cui questa attrice di talento ha cercato per tutta la vita di non far dimenticare un grande scrittore. Qualcosa di scritto è un’opera di saggistica su Pasolini, soprattutto sul romanzo postumo Petrolio, scritta come un romanzo, intervallata da momenti autobiografici di grande interesse universale. Per fare un paragone irriverente niente a che vedere con La casa sotto i portici di Carlo Verdone, scritto da un dilettante, infarcito di luoghi comuni e di pettegolezzi inutili. Qualcosa di scritto è letteratura allo stato puro, opera di un autore che dai venti ai trent’anni si è preoccupato soltanto di imparare a scrivere bene &#8211; per usare le sue parole &#8211; e ci è riuscito alla perfezione. Il libro ti fa venire voglia di andare a cercare Petrolio &#8211; il solo libro di Pasolini che non ho letto -, definito da Trevi “un grosso frammento, quello che resta di un’opera folle e visionaria, fuori dai codici, rivelatrice… una bestia selvaggia… una provocazione, una confessione, un’esplorazione, un testamento… tutto macchiato di sangue”. Petrolio è un romanzo che proviene da un’altra epoca, da un’altra dimensione, incomprensibile in una stagione letteraria dominata dalla bella storia, confezionata da un editor, resa omogenea e uniforme, a misura di lettore. Pasolini non avrebbe capito, perché non è mai esistito un intellettuale più anarchico di lui, più refrattario all’uniformità, al gusto unico nazionale, alla società berlusconizzata da consumi, pubblicità e televisione. Pasolini era una forza del passato che odiava la mediocrità, un autore da continuare a leggere perché specchio dei tempi e rivelatore di quel che siamo diventati. La sua lotta contro l’omologazione culturale, combattuta con le armi del cinema, della narrativa e della poesia, continua a far da monito anche in un mondo popolato dai nuovi barbari di una realtà postatomica. “Adesso non è più la borghesia a fare da modello alla plebe, ma è questa che, assorbito tutto quello che c’era da assorbire, si afferma come oggetto di imitazione, è il modello di tutti i borghesi, si accampa nei quartieri alti come accadeva nella visione apocalittica di Zola”, scrive Trevi. Come non condividere? Pasolini comprende a cinquant’anni compiuti di aver perso per sempre la gioia erotica, perché il mondo è ridotto a merce, per lui è uno scenario insostenibile, un inferno che si impadronisce della vita. Trevi ci induce a leggere Petrolio e a vedere un film estremo ma illuminante come Salò alla luce di questa considerazione: Pasolini adotta il punto di vista di un morto, si proietta ai confini della sua stessa vita. Trevi racconta la trama di Petrolio, insiste sulla poetica del doppio, sulla vita di Carlo che si scinde in due esistenze diverse, una da uomo e l’altra da donna, ci fa apprezzare i capitoli più violenti sotto una luce nuova, come la catarsi di un uomo che ha perso la voglia di vivere. Secondo Trevi, Pasolini era convinto che nella nostra società si stesse perpetrando un genocidio: “i compiti che i nazisti affidavano ai campi di concentramento, adesso venivano svolti dai supermercati”. Non c’è solo la figura di Pasolini in questo splendido lavoro di Trevi che ho riempito di sottolineature con la matita nera, viene fuori anche una genuina Laura Betti, la Pazza cinica e rabbiosa, la doppiatrice del demonio ne L’Esorcista. In un ricordo dell’autore afferma: “La verità è che s’invecchia sempre male, e se qualcuno vi dice il contrario mente, ma io a mentire non ce la faccio, non ho la vergogna di ammetterlo, possono avere un’aria più o meno decorosa, ma all’interno le persone della mia età sono tutte come me, i nonni felici sono solo alla tv”. E ancora: “Per farcela davvero ci vuole la rabbia. Pier Paolo l’aveva capito. La rabbia è un dono raro, bisogna coltivarlo…”.<br />
Un libro troppo bello per vincere lo Strega, dove di solito trionfa la mediocrità, così poco pasoliniana. Un libro troppo utile per essere capito da un pubblico anestetizzato da anni di Fabio Volo, Moccia, cantanti, registi e calciatori scrittori. Un libro scritto da un narratore sopraffino, da un nostalgico del Novecento incapace di amare la letteratura e il cinema del niente. Per dirla con il suo autore: “una macchia calda di sperma spruzzata sulla faccia del mondo”.</p>
<p>Gordiano Lupi<br />
<a href="http://www.infol.it/lupi">www.infol.it/lupi</a></p>
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		<title>Giuliano Ferrara nel solco di Scalfari</title>
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		<pubDate>Sun, 13 May 2012 23:44:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[BLOG]]></category>

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		<description><![CDATA[È da qualche tempo che seguo l’analisi politica di Giuliano Ferrara, i cui articoli leggo sempre volentieri. Si dice che sia una persona intelligente, e non lo dubito. Ricordo (la mia età me lo consente) quando scriveva le sua analisi su “Quindici”, allora smanioso di cambiamento e addirittura assetato di rivoluzione. Da sconosciuto quale era [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È da qualche tempo che seguo l’analisi politica di Giuliano Ferrara, i cui articoli leggo sempre volentieri.<span id="more-24583"></span><br />
Si dice che sia una persona intelligente, e non lo dubito. Ricordo (la mia età me lo consente) quando scriveva le sua analisi su “Quindici”, allora smanioso di cambiamento e addirittura assetato di rivoluzione.</p>
<p>Da sconosciuto quale era allora, ne ha fatta di strada fino a far parte di un governo Berlusconi, fino a diventarne consigliere personale, fino ad avere una trasmissione tutta per sé nel corso della quale, in pochi minuti, sfruculia sui vari temi del momento.<br />
In sovrappiù dirige “il Foglio”, il quale passa, a mo’ del suo direttore, per un quotidiano intelligente. Guai – si mormora nei salotti buoni – non dare una scorsa al Foglio di Ferrara.</p>
<p>Ma Ferrara comincia a portare scalogna come porta scalogna Eugenio Scalfari. Ho letto infatti, ad opera di influenti penne giornalistiche, che quando Scalfari pontifica sia in qualche convegno sia nei suoi editoriali, chi segue le sue indicazioni fa capitombolo, e di quelli che lasciano le ossa malconce e doloranti per un po’.<br />
Ferrara comincia a puzzare di Scalfari. Non credo che lui lo desideri, ma i fatti stanno proprio così.</p>
<p>Quando Fini lasciò il Pdl, la maggior parte dei pidiellini desiderava andare ad elezioni anticipate, da tenersi entro la fine dell’anno. Era l’estate del 2010. Avrebbero fatto cappotto. Contro questa eventualità non solo si scagliò la sinistra, consapevole di una sonora sconfitta nelle urne, ma anche Gianni Letta e Giuliano Ferrara, i quali facevano le ore piccole con Berlusconi per convincerlo ad essere più ragionevole. Che per loro significava e significa ancora oggi, praticamente, non urtare la suscettibilità del capo dello Stato.</p>
<p>Non vi è dubbio che entrambi devono soffrire una qualche empatia nei confronti di Napolitano; dal che si potrebbe dedurre che la sua figura domini spesso i loro irrequieti sogni e li induca, come fossero sonnambuli, a precipitarsi all’indomani e in tutta fretta da Berlusconi per consigliarlo di essere ragionevole. Così è accaduto che a forza di essere ragionevole Berlusconi è stato sbattuto fuori di casa.</p>
<p>Se Berlusconi, da coriaceo e combattente quale lo abbiamo conosciuto nel 1994, è diventato oggi una pavida marionetta nelle mani politicamente capaci ed abili del capo dello Stato, ciò lo deve alla sua infantile credulità, che lo porta ad enfatizzare chi gli mostra simpatia e gli sta vicino, riconoscendogli una infallibilità negata a se stesso. Finché non ritornerà a ragionare con la propria testa, Berlusconi potrà dirsi un ectoplasma politico.</p>
<p>Leggete cosa ha scritto <a href="http://www.ilgiornale.it/interni/la_tregua_e_stata_utileora_torni_democrazia/13-05-2012/articolo-id=587669-page=0-comments=1">ieri</a> Ferrara:</p>
<p>“E l’occasione la pone proprio il governo Monti, e quel che ha significato come tregua fattiva, come continuità istituzionale, come cultura e logica sottratta alle tendenze belluine espresse dal vecchio sistema del bipolarismo imperfetto, anzi impazzito.”</p>
<p>È ancora il ritornello che va cantando da qualche settimana (insieme con Giampaolo Pansa). La santificazione dell’ammucchiata, l’unica scelta possibile per il bene del Paese.</p>
<p>Che la politica recessiva e merkeliana di Monti ha messo sul lastrico imprese e famiglie desertificando il Paese e facendo tabula rasa di ogni possibilità di crescita laddove si è generato solo cenere, non sfiora minimamente Giuliano Ferrara. Che gli elettori di Germania, Francia, Grecia e Italia abbiano sonoramente respinto la linea politica della Merkel,  massacrante per gli altri Stati salvo che per la Germania, non sfiora minimamente Giuliano Ferrara. Che la politica filo tedesca di Napolitano-Monti abbia commissariato il Paese, facendo del parlamento uno zombi inginocchiato al nuovo potere, non sfiora minimamente Giuliano Ferrara. Mi viene da chiedere che cosa sognasse quando scriveva su Quindici, se poi oggi considera democratica una maggioranza costruita, non dagli elettori, bensì da un colpo di mano, e considera deleterio dare la parola agli elettori, che nelle occasioni in cui l’hanno avuta, e da ultimo le amministrative, hanno chiaramente fatto capire che si deve cambiare rotta. E il governo non lo fa.<br />
È diventato il popolo, per il giovanile rivoluzionario Ferrara, una massa di ignoranti che è bene tenere rinchiusa nell’ovile della insipienza e della nullità?</p>
<p>I popoli si stanno ribellando all’egemonia tedesca, perfino nella stessa Germania, e Ferrara si augura un’ammucchiata ben sapendo – come lo sa Napolitano – che ciò che i partiti dell’Abc potranno partorire, in seguito alle profonde differenze che li separano nei fini, è il classico topolino che nulla potrà contro la montagna di inefficienza del nostro Stato.</p>
<p>Sono già passati 6 mesi (e ormai ne mancano otto o nove al termine della legislatura) e le capacità di questo governo e della sua posticcia e sgangherata maggioranza, sono sotto gli occhi di tutti.La Confindustria, così critica ai tempi di Berlusconi, è tornata ad esserlo di nuovo nei confronti del governo Monti e denuncia la mancanza di prospettive per la nostra economia, finita in una recessione che più nera non si può.</p>
<p>Oggi anche il procuratore Grasso si è accorto che il governo Berlusconi non era quel demonio che l’opposizione e lui stesso dipingevano. Addirittura vorrebbe che lo si premiasse per l’efficace lotta condotta contro la mafia e per i notevoli obiettivi raggiunti.</p>
<p>Scrivo questo non per invocare il ritorno di Berlusconi, che non è augurabile almeno fino a quando resterà nelle mani di consiglieri troppo prudenti, o troppo furbi per essersi accorti della permeabilità dell’uomo politico, nonché della sua paura a trasformarsi, come gli aveva chiesto il suo elettorato, in un  bulldozer spazza tutto e porre le nuove basi per una democrazia moderna ed efficiente, ma piuttosto affinché i cittadini che ogni giorno stanno tribolando e si sentono impotenti reagiscano contro questa politica inconcludente e confusionaria.</p>
<p>Un altra occasione l&#8217;avranno la prossima domenica, in cui si terranno i ballottaggi.<br />
Chiedano nei dibattiti di questi giorni ai vari sindaci in pectore, che cosa, ad esempio, intendano fare per l’Imu. Monti girerà infatti a loro la patata bollente. Tasseranno la prima casa? Metteranno definitivamente in ginocchio quei cittadini che faticosamente stanno pagando il mutuo per assicurarsi un tetto per la loro vecchiaia? Considereranno, come Monti considera, la prima casa una ricchezza da tassare come fosse il frutto di una rendita? O di una vincita al superenalotto?</p>
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		<title>LETTERATURA: Giovanni Tesio: &#8220;I più amati. Perché leggerli? Come leggerli?, Interlinea editore</title>
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		<pubDate>Sun, 13 May 2012 04:56:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Improta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>

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		<description><![CDATA[di Francesco Improta I più amati. Perché leggerli? Come leggerli? È questo il titolo, fin troppo esplicito, dell’ultimo saggio di Giovanni Tesio, professore universitario, giornalista e critico letterario. Va precisato, però, a scanso di equivoci, che non si tratta di un’opera per addetti ai lavori; non è, cioè, un saggio accademico che si basi su [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Francesco Improta</p>
<p><span style="font-family: Times New Roman;"><em>I più amati. Perché leggerli? Come leggerli?</em> È questo il titolo, fin troppo esplicito, dell’ultimo saggio di Giovanni Tesio, professore universitario, giornalista e critico letterario.<span id="more-24375"></span> Va precisato, però, a scanso di equivoci, che non si tratta di un’opera per addetti ai lavori; non è, cioè, un saggio accademico che si basi su un’im­palcatura filosofica o più specificamente estetica, ma una confes­sione a cuore aperto sui motivi, decisamente personali, che lo han­no indotto a leggere e sulle ragioni, tutte validissime e non solo emotive, che dovrebbero spingere ognuno di noi alla lettura. Non è un caso che Tesio parta dall’infanzia e dal primo approccio al mondo che non avviene tramite un contatto diretto con le cose ma con i segni verbali o visivi (illustrazioni a colori) delle stesse. Non meraviglia, quindi, quell’aura magica che si respira fin dall’inizio e che rimane in sottofondo anche quando Tesio con argomen­tazioni incalzanti e raffinate citazioni procede alla definizione del­la sua concezione della letteratura prima e della poesia poi. </span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman;">Stupefatto sbalordimento e tenerezza disarmante accompagnano la scoperta da parte dell’autore di terre esotiche e di avventure fanta­stiche nelle opere di Salgari, London e Stevenson e lo inducono a sentirsi <em>come un puledro inesperto ma ghiotto di tutto</em>. Il libro si divide in tre sezioni: la lettura, la letteratura e la poesia, il grande amore della sua vita. Quella poesia che non è solo un sistema secondario di comunicazione o una forma particolare di cono­scenza che presuppone complicità tra il poeta e il lettore, ma anche un patrimonio di suoni e di voci, di echi e di citazioni, per accostare la quale ci vogliono virtù antiche come onestà, pazienza e umiltà. Ma è difficile se non impossibile definire la poesia e questo Tesio lo sa bene ed infatti evita affermazioni categoriche per evidenziare le caratteristiche e le possibilità che sono in un testo poetico o in un oggetto letterario: dalla musicalità, al ritmo, al fonosimbolismo, alla componente ludica che tutte insieme consentono al lettore di andare al di là del semplice contenuto che esso veicola, di balzare oltre gli steccati e i confini e di incontrare l’altro e l’altrove. Il linguaggio poetico, infatti, è universale “<em>come è universale la ricerca della verità, che è la ragione stessa della poesia, la luce segreta che resiste al soffio maligno di ogni presunzione di certezza.</em>” Non è un caso che nei regimi totalitari, come dice giustamente Hans Magnus Enzensberger, la poesia ab­bia vita difficile (libri messi al rogo e poeti imprigionati o giu­stiziati, valga per tutti l’esempio di Garcia Lorca) perché la poesia non solo invoca la libertà e cerca la verità, ma grida anche ciò di cui noi siamo defraudati “<em>ciò che</em> non <em>siamo</em> <em>e ciò che</em> non <em>vogliamo</em>”, direbbe Montale. Certo la poesia, come la bellezza – sempre che non siano la stessa cosa &#8211; non potrà salvare il mondo ma è vero che ci aiuta a sopportarlo, consolandoci e talvolta ren­dendoci migliori; non è un caso che durante l’assedio di Sarajevo, come dice Izet Sarajlic, ricordando le serate di poesie che si protraevano fino all’alba ed erano gremite di persone, “<em>Chi ha fatto il turno di notte per salvare il cuore del mondo? Noi, i poeti</em>”.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman;">Per quanto riguarda la letteratura che occupa la parte centrale del libro va detto che Tesio rifiuta e la letteratura di genere e soprat­tutto quella letteratura di moda o di tendenza, come si dice oggi, che guarda soprattutto al fatturato e al profitto, come i breviari dei comici televisivi, le memorie della divetta di turno, le ricette facili o elaborate che hanno invaso la nostra penisola, trasformandola in un laboratorio enogastronomico, facendoci perdere quasi il gusto della tavola e della convivialità. Questo rifiuto non nasce da sprez­zante disdegno ma da motivi ideologici e dalla convinzione che “<em>La letteratura deve farci sognare. Non nel senso che ci induce a uscire dalla realtà, ma nel senso che sa trasformare la realtà nella magia di un riscatto, di una redenzione.</em>” Ed è la scrittura a compiere questo miracolo, a trasferire la realtà su un altro piano e a indicarci una prospettiva di comprensione e di compassione nel momento stesso in cui ci immergiamo nella storia, tra le ferite e le sofferenze del mondo, a contatto con i vari personaggi e le diverse situazioni. Una letteratura, quindi, che deve essere sempre un luo­go di tensioni e di conflitti, non di fughe ed evasioni, di domande inquietanti e problematiche, non di rassicuranti certezze. Il libro di Giovanni Tesio, che si legge piacevolmente quasi fosse un rac­conto colto e raffinato, è ricco di citazioni. Non solo le tre sezioni di cui si compone ma i singoli capitoli sono preceduti da citazioni, suggestive, anticipatrici ed esemplificative, e per questo motivo vorrei porre fine a queste mie brevi considerazioni riportandone una di Mila Kundera che mi sembra particolarmente significativa: “<em>La scienza è rozza, la vita è sottile, ed è per correggere questa distanza che la letteratura c’interessa</em>.”</span></p>
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		<title>Due articoli</title>
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		<pubDate>Sat, 12 May 2012 16:00:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[BLOG]]></category>

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		<description><![CDATA[Niente alibi, vanno presi sul serio di Cesare Martinetti (da &#8220;La Stampa&#8221;, 12 maggio 2012) Il volantino del «nucleo Olga» con il quale la federazione anarchica informale ha rivendicato il ferimento dell’ingegnere dell’Ansaldo Roberto Adinolfi è insieme un documento vecchio e nuovo. Vecchio non solo per la citazione di Michael Bakunin (che essendo russo si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Niente alibi, vanno presi sul serio</strong><br />
di Cesare Martinetti<br />
(da &#8220;La Stampa&#8221;, 12 maggio 2012)</p>
<p>Il volantino del «nucleo Olga» con il quale la federazione anarchica informale ha rivendicato il ferimento dell’ingegnere dell’Ansaldo Roberto Adinolfi è insieme un documento vecchio e nuovo.<span id="more-24553"></span> Vecchio non solo per la citazione di Michael Bakunin (che essendo russo si chiamava in realtà Michail) ma per una generale rievocazione del format dei volantini degli anni di piombo. Nuovo perché puro prodotto dal mondo di oggi, deserto di politica e di ideologie, senza nessuna speranza o progetto di un mondo regolato da un ordine nuovo, ma genericamente rivolto al «sogno» anarchico, di una società senza stati e senza gerarchie.</p>
<p>La frase chiave ci sembra questa: «&#8230;non siamo alla ricerca del consenso. Quella che adesso cerchiamo è complicità». Annunciando nuovi attentati, i criminali del «nucleo Olga» con queste parole vogliono dire che non sono interessati ad azioni dimostrative banalmente rivolte a «cittadini indignati per qualche malfunzionamento di un sistema di cui vogliono continuare ad essere parte». A loro non interessa un «democratico dissenso», né la «generosità che si trasforma in assistenzialismo».</p>
<p>Loro vogliono «colpire dove più nuoce, l’insurrezionalismo di facciata» non fa altro che legittimare il potere. Di qui la scelta di impugnare «una stupida pistola», il salto di qualità che il capo della Polizia Manganelli aveva annunciato qualche mese fa senza enfasi e senza ottenere evidentemente l’attenzione dovuta. Gli anarchici sono passati all’azione: basta con la poesia alienante, dalle armi della critica sono passati alla critica delle armi.</p>
<p>Il documento intitolato a Olga che è in realtà Olga Ikonomidou, una degli anarchici arrestati nei giorni scorsi in Grecia, ha una lunga parte chiaramente rivolta al movimento, italiano e internazionale, a gruppi e gruppuscoli informali aderenti al Fai/Fri, la federazione internazionale anarchica. Ha dunque un importante aspetto interno che ci interessa relativamente.</p>
<p>Decisivo ci sembra invece ragionare su quell’appello alla «complicità» chiaramente rivolto a quelle parti di società impegnate e sensibili, all’area grigia, indistinta dove la scomparsa della mediazione politica più tradizionale ha diffuso il verbo dell’antagonismo rendendo labili i confini della legalità. Roberto Adinolfi è stato colpito in quanto «stregone dell’atomo dall’anima candida» – scrivono gli anarchici di «Olga» -, tecnico della scienza pulita, agente di quel capitalismo che uccide con l’aiuto della scienza e della tecnologia, un «solo unico moloch».</p>
<p>Ansaldo nucleare, tentacolo Finmeccanica, mostruosa «piovra artificiale», Avio, Alenia, Galileo, Selex, i caccia bombardieri F35, i «terribili droni, aerei senza piloti», treni ad alta velocità che devastano il territorio, centrali nucleari come Fukushima, bio e nano tecnologie: di tutto questo si compone l’incubo di un mondo mostruoso e allucinato contro cui si leva la nuova anarchia. I suoi ragazzi a Genova «con una certa gradevolezza» – scrivono &#8211; hanno armato le loro mani e sparato contro l’ingegner Adinolfi, per restituire «una piccolissima parte delle sofferenze che tu – il documento in questo punto si rivolge direttamente alla vittima – uomo di scienza stai riversando sul mondo».</p>
<p>Non commetteremo l’errore di definire «deliri» – come accadde all’apparizione dei primi documenti Br negli Anni Settanta – i contenuti di questo volantino. Sono qualcosa da prendere molto sul serio: sono un progetto politico e criminale. Sappiamo come andò a finire allora. Questa volta potrebbe essere peggio perché non c’è un partito armato strutturato e dotato di una cultura politica – criminale e sanguinaria fin che si vuole – che però a un certo punto prende atto della sconfitta. Nel contesto di oggi c’è una rabbia sociale diffusa e caotica sulla quale giocano aspiranti rivoluzionari che – nel documento diffuso ieri – si dicono pronti alla galera e al martirio.</p>
<p>Tutto questo richiama il governo e le forze politiche ad una responsabilità massima e senza debolezze. Ma richiama anche tutti quelli che si muovono nel sociale e nei movimenti a sapere che dopo i colpi di pistola di Genova niente è più come prima: manifestare è giusto e legittimo, dare alibi e copertura a chi ha preso in mano le armi è criminale. Le Br cercavano il consenso e sono state sconfitte perché non lo hanno avuto; questi qui vogliono dei complici. Attenzione.</p>
<hr />
<p><strong>Scrivere da liberale al tempo di Monti</strong><br />
di Piero Ostellino<br />
(Dal &#8220;Corriere della Sera&#8221;, 12 maggio 2012)</p>
<p>«Perché ce l&#8217;hai con Monti?», mi chiede chi legge i miei articoli e non mi conosce. Io non ce l&#8217;ho con Monti; ce l&#8217;ho con ciò che fa, o non fa, da capo del governo, come non ce l&#8217;avevo con Tremonti — sono stato il solo a criticare aspramente l&#8217;esecutorietà della sanzione amministrativa, mentre gli altri scrivevano di Ruby — del quale sono amico quanto lo sono di Monti. Non parlo mai di persone, ma (solo) di libertà e di diritti individuali. «Però, così, non sei in linea con la linea del Corriere che appoggia Monti». Non è vero. In primo luogo, il Corriere non lesina critiche a ciò che Monti fa, o non fa, con gli editoriali di Giavazzi e Alesina. In secondo luogo, la linea del Corriere la stabilisce il suo direttore, Ferruccio de Bortoli — col quale a volte non sono d&#8217;accordo, ma che è persona amabile e anche lui un vecchio amico — mentre di ciò che scrivo nella mia rubrica «Il Dubbio» rispondo solo io, aggiungendo, però, che anche «Il Dubbio» è sul Corriere, un giornale libero.<br />
Chiarisco un altro punto. Un conto, per me, è l&#8217;amicizia; un altro il mio mestiere. Con gli amici, se capita, vado volentieri a cena, magari anche per bisticciarci, se sono Monti, Tremonti e de Bortoli, ma non ho mai scritto nulla che non pensassi &#8211; neppure per amicizia dei direttori dei quali ero amico — né nessuno me lo ha mai chiesto in tanti anni di Corriere. Se non ho niente da dire, non scrivo. Se il direttore mi chiede di scrivere un editoriale su un argomento che non sento, ringrazio e gli consiglio di farlo scrivere a un altro. </p>
<p>Ammetto di essere, forse, troppo ingombrante, diretto, tranchant, e, quindi, spesso irritante per certi lettori e di essere stato persino ingombrante per i miei direttori. Ma non sono tanti, anzi, sono troppo pochi i liberali che scrivono sui nostri giornali — e quelli che ci scrivono, a volte, pare parlino alle autorità cittadine a una manifestazione ufficiale più che scrivere delle cose che non vanno nel nostro Paese — e, poiché ho persino la sensazione di essere il solo, sono grato al Corriere di poterlo fare sulle sue pagine.<br />
Ma se anche quei quattro gatti di liberali che ci scrivono fanno i pesci in barile, allora, tanto vale, per dirla con Sciascia, che lascino questo povero Paese nelle mani dei quaquaraquà. C&#8217;è, poi, anche un dato caratteriale &#8211; per cultura e natura diffido di ogni potere, quale ne sia il colore — che si riflette sulla scrittura. E me ne scuso. Non ritengo íl mio mestiere una missione; non voglio convertire nessuno, né pretendo che si sia d&#8217;accordo con me; mi basta interessare a ciò che scrivo. Non mi sognerei di lasciare l&#8217;Italia pur come è: metà collettivista e metà corporativa, intimamente (ancora) fascista, anche se molti suoi figli si credono (adesso) progressisti. 11 giorno in cui diventassimo tutti liberali passerei all&#8217;opposizione; sono contro il pensiero unico, compreso quello liberale. Però, vivaddio, lasciatemelo dire: se non si dice pane al pane e vino al vino, con competenza, che senso ha fare questo mestiere?</p>
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		<title>CINEMA: I film visti da Franco Pecori</title>
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		<pubDate>Sat, 12 May 2012 12:00:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Pecori</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>

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		<description><![CDATA[[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica - per Filmcritica, Bianco &#38; Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l'altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font size="2">[<a href="http://www.critamorcinema.it/">Franco Pecori </a>dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica - per Filmcritica, Bianco &amp; Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera.<span id="more-24570"></span> È autore, tra l'altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]</font></p>
<h2>Il richiamo</h2>
<p>Il richiamo<br />
Stefano Pasetto, 2010<br />
Fotografia Guillermo Nieto<br />
Sandra Ceccarelli, Francesca Inaudi, César Bordón, Guillermo Pfenning, Arturo Goetz, Julieta Cardinali, Hilda Bernard, Juan Cresta, Lola Berthet, Viviana Greco, Javier van de Couter.<br />
Villerupt 2010, Premio Amilcar.</p>
<p>Il richiamo del titolo è soprattutto un richiamo cinematografico. La macchina da presa è attratta dal materiale profilmico – sia il piede d’un pollo, sia il dorso d’una balena, l’orizzonte sconfinato della Patagonia o una vecchia barca da rimettere in mare o anche soltanto la mano sulla tastiera di un pianoforte – in maniera necessaria e insieme frammentaria. I particolari vanno a formare un insieme pieno di incognite simboliche e un vuoto di senso compiuto, organico e aperto non solo al respiro dei personaggi ma al complesso delle “cose” visibili e invisibili di cui è costituito il racconto. È certo che Lucia (Sandra Ceccarelli) e Lea (Francesca Inaudi), ciascuna per proprio conto, rispondo a un richiamo che viene dal profondo delle loro vite, diversissime eppure destinate a incrociarsi per un destino di “superficiale intimità” impossibile da definire senza perderne il sentimento, ma ciò che conta di più è la sfida, consapevole a livello di regìa, tra il limite d’un romanzo d’amore e la decostruzione d’una trama affettiva che mentre delinea il proprio progresso sfugge al consolidamento e predilige la fuga. Così sembra, fatto salvo il finale in forma di tango che riapre il gioco di un’esistenza a due (donne), pronta di nuovo – siamo portati a immaginare – a frammentarsi secondo necessità del richiamo. Stefano Pasetto, dopo il primo lungometraggio <em>Tartarughe sul dorso</em> (2005), già intriso di micro-ellissi di montaggio, conferma la sua tendenza alla fusione costitutiva di racconto e visione in un cinema tendente al non detto, un cinema dell’attrazione che si sofferma sugli “oggetti” per la difficoltà (impossibilità?) di definire le “idee”, coglie nei comportamenti il richiamo di un filo conduttore che il cinema non si sente di fermare in una sola immagine.  Lucia e Lea, provengono da due storie e da due mondi lontani tra loro, ciascuna con i suoi segreti, con le insoddisfazioni della vita di coppia – bravi i loro due uomini (César Bordón e Guillermo Pfenning) nell’esservi e non esservi, come richiesto dalla condizione “instabile” delle personalità – con i sogni e le depressioni, con gli affetti e i disturbi (in Lucia fino al limite della malattia grave). La sceneggiatura, dello stesso Pasetto e di Veronica Cascelli, pur con qualche cedimento all’”esibizionismo” della discrezione, lascia il dovuto spazio all’indefinizione espressiva, permettendo ai due caratteri di vivere di vita propria. Non in tutte le sequenze il livello espressivo tiene fede alla concezione estetica programmaticamente rigorosa, il risultato sfiora a tratti l’ingenuità, ma è degno di rispetto il tentativo di realizzare dei film secondo una concezione del cinema non standardizzata.</p>
<h2>Tutti i nostri desideri</h2>
<p>Toutes nos envies<br />
Philippe Lioret, 2011<br />
Fotografia Gilles Henry<br />
Vinvente Lindon, Marie Gillain, Amandine Dewasmes, Yannick Renier, Pascale Arbillot, Isabelle Renauld, Laure Duthilleul, Emmanuel Courcol, Anna-Bella Dreyfus, Thomas Boinet, Lena Crespo, Oriane Solomon, Eric Naggar.<br />
Venezia 2011, Giornate degli Autori.</p>
<p>«Credete a tutti i vostri desideri»: è lo slogan di uno di quei volantini che si possono trovare nella cassetta della posta. Andar dietro a simili suggerimenti può costare caro. Il 3% dei francesi, quasi 8 milioni di persone, non riescono a pagare i debiti contratti con le società di credito che, disposte a prestiti piccoli ma con alti tassi di interesse, non hanno scrupoli a trascinare in tribunale i debitori insolventi. Può succedere però, mettiamo a Lione, che il giudice sia una giovane donna come Claire (Marie Gillain, <em>Autoreverse</em> 2003, <em>L’enfer</em> 2005, <em>Coco avant Chanel</em> 2009), coscienziosa nel cercare di impedire la condanna di Céline (Amandine Dewasmes,<em>Les amants réguliers</em> 2005), madre di una compagna di scuola della figlia e “strozzata” dai prestiti al consumo. Capita anche – e qui il racconto si arricchisce di altri sentimenti – che Claire trovi aiuto in un collega più esperto, Stéphane (Vincent Lindon, <em>Chaos</em> 2001, <em>Welcome</em> 2009), e che tra i due nasca una certa simpatia. Claire è molto combattuta, ama il marito (Yannick Renier) ma non sa restare indifferente verso quell’uomo, sposato anche lui, disincantato nel lavoro ma appassionato di rugby, contenuto e corretto nel gestire la propria attrazione ma non per questo meno affascinante. Mentre i due s’impegnano a cercare soluzioni giuridiche che salvino dai debiti Céline – e Claire le offre addirittura ospitalità in casa – proprio per Claire arriva la sentenza dei medici: non le resta molto da vivere. Oltre all’elemento emozionale si aggiunge qui il tema importante delle scelte che riguardano la cura quando il male è senza speranza. Il film prende una piega melodrammatica, mantenendo tuttavia la complessità del contenuto. Coinvolgenti le sequenze di Claire in un’”ultima” fuga verso il fiume, accompagnata da Stéphane il quale la salva “inutilmente” dalle acque gelide. Tratto dal romanzo di Emmanuel Carrère, ”Vite che non sono la mia”, <em>Tutti i nostri desideri</em>si aggiunge al precedente film di Philippe Lioret, <em>Welcome </em>(2009), confermando la vocazione del regista parigino per un impegno che non lasci in sottordine la prospettiva umanistica delle storie più attuali.</p>
<h2>Sister</h2>
<p>L’enfant d’en haut<br />
Ursula Meier, 2011<br />
Fotografia Agnès Godar<br />
Léa Seydoux, Kacey Mottet Klein, Martin Comptson, Gillian Anderson, Jean-François Stévenin, Yann Trégouët, Gabin Lefebvre, Dilon Ademi, Magne-Håvard Brekke, Johan Libéreau<br />
Berlino 2012, Orso d’Argento Speciale.</p>
<p>Simon, il ragazzino (Kacey Mottet Klein), ha lo stesso volto di Julien, il figlio minore di Marthe (Isabelle Huppert) e Michel (Olivier Gourmet), la coppia di “baraccati consapevoli” che in <em>Home</em>, il precedente film di Ursula Meier (2008), viveva in mezzo a un campo a pochi metri da un’autostrada non finita. Di quella strana famigliola facevano parte anche due sorelle, la più grande delle quali, Judith (Adélaïde Leroux), sopportava quell’esperienza in disparte, prendendo il sole sul prato e pensando di andarsene. Passata dalla Semaine de la critique di Cannes alla Berlinale, la regista francese sembra aver seguito il destino di Judith. Ora la ragazza si chiama Louise, ha le sembianze di Léa Seydoux, attrice più che emergente, avendo conosciuto autori come Quentin Tarantino, Ridley Scott, Woody Allen; e qualcosa di non espresso al tempo di <em>Home</em> sembra dover emergere nel nuovo personaggio. Simon, orfano, la conosce come sua sorella, una sorella strana, con i suoi stivali bianchi e senza nemmeno una giacca a vento contro il freddo: va e viene ogni volta con un uomo diverso e soprattutto con l’aria scontenta e strafottente della giovane assalita da un destino contrario. Si vogliono bene e a loro modo cercano di aiutarsi, ma in sostanza sono soli, ciascuno aggrappato alle piccole opportunità occasionali e senza prospettiva per il futuro. Il bambino, pur avendo 12 anni, sembra più consapevole della propria sorte, cerca di mantenere un certo ordine di vita quotidiana, si organizza per la stretta sopravvivenza, si arrangia trafugando e rivendendo sci, tute e altri oggetti nella stazione sciistica dove si aggira durante i periodo tra Natale e Pasqua, quando la montagna è maggiormente frequentata dai turisti. In un certo senso, Simon è un “lavoratore stagionale”, un po’ come gli addetti all’impianto della funivia o alle cucine. Nel saliscendi della cabina il film trova il suo ritmo e un’indicazione di senso “provvisorio” che lega il bambino alla ragazza sul filo di un’inquietudine non solo sociale. Il merito della Meier è di non cedere a rimandi facili verso l’”esterno” e di attenersi invece, pur con qualche sfasatura dovuta alla ruvidezza stessa della regia, al singolo/singolare mondo dei due personaggi, autonomi nel loro tratteggio soltanto “abbozzato”. Se è vero che non sappiamo bene chi siano Louise e Simon – e nonostante la “rivelazione” che a un certo punto arriva sull’identità della giovane, restano indefinite le radici e i contorni del personaggio -, questa indeterminatezza della loro vita è però anche la forma estetica del film della regista francese. Il suo cinema ci tiene in una suspense attualissima, non assuefatta alla resa prospettica. Un’eccezione nel sistema dei megaprodotti “finiti”.</p>
<h2>Dark Shadows</h2>
<p>Dark Shadows<br />
Tim Burton, 2012<br />
Fotografia Bruno Delbonnel<br />
Johnny Depp, Eva Green, Michelle Pfeiffer, Bella Heathcoate, Jonny Lee Miller, Chloe Moretz, Gulliver McGrath, Helena Bonham Carter, Jackie Earle Haley, Bella Heathcote, Christopher Lee, Ivan Kaye, Susanna Cappellaro, Alice Cooper, Ray Shirley.</p>
<p>Ce la ricordiamo, non ce la ricordiamo: ma che importa? La serie televisiva americana da cui il film di Tim Burton è lontana e perduta nel tempo (1966-’71) e la sua memoria non conta al fine di giudicare questo nuovo <em>Dark Shadows</em>. Nuovo? questo, se mai, il punto. Mentre Tv e cinema più stanno separati e meno probabile è il danno per il cinema, vale la pena di considerare il portato “illuminista” del film con Johnny Depp rispetto alla tematica “vampiro” in generale e, in particolare, all’influenza oscurantista che negli ultimi tempi può avere avuto sul pubblico giovane una certa trasformazione del genere classico. Pensiamo alla saga <em>Twilight</em>, dove le ragazze sono messe di fronte alla scelta di una forma di vita anziché l’altra, il ragazzo reale e il vampiro “buono”. Tim Burton non propone simili alternative. E comunque il Barnabas/Depp lotta proprio contro la vendicativa Angelique/Green, configurando una specie di manifesto del giusto rifiuto verso la stregoneria in funzione amorosa. Il vampiro non è vampiro per destino ineluttabile e storico ma per la reazione della strega non corrisposta. Dalla presa di coscienza del proprio stato, “provvisorio” anche se esteso per secoli nel tempo, deriva una sorta di istanza disvelatrice che nel protagonista si manifesta sia a livello di sceneggiatura (Seth Grahame-Smith) sia di interpretazione attoriale. Le sottolineature espressive che di solito Depp usa specialmente a vantaggio della propria caratterizzazione vanno qui più fruttuosamente a vantaggio dell’esplicito rapporto dell’attore col pubblico. Burton lascia volentieri che il vampiro Depp sia quasi la guida per una nostra visita a casa Collins, una guida che fa ciò che il bravo insegnante dovrebbe fare a scuola, rendendo gli allievi consapevoli dei passaggi e delle relazioni anche le più lontane e meno ovvie tra elementi diversi della storia. La famiglia matriarcale (Michelle Pfeiffer è Eliabeth Collins) e la sua trasformazione imprenditoriale nel viaggio dall’Inghilterra al Maine (la questione delle fortune aziendali e delle possibili eredità), la figlia minore Carolyn (Chloe Moretz) che segna gli esiti culturali nelle forme del paradosso pedagogico tipico del 1971 e dintorni. E via dicendo, ciascun componente è il punto di riferimento per un possibile riesame della vicenda secondo un’ottica di aggiornamento. È pur vero che, a tratti la chiave dell’esplicito ironico si materializza in didascalia (punta massima è l’apparizione del mito shock rock Alice Cooper in persona durante la festa Happening celebrativa della rinascita dei Collins) rischiando di attenuare l’efficacia complessiva della forma pop, ma sostanzialmente il “confronto” interno della visione seicentesca con l’”attualità” dei nostri anni Settanta produce in alcuni momenti un divertimento non poco istruttivo. «Se un uomo può diventare un mostro, allora un mostro può diventare un uomo». Perfetto il tentativo grottesco di “trasfusione” del sangue – l’idea viene alla psichiatra di famiglia Julia Hoffman (Helena Bonham Carter). Più scontata l’attribuzione di bellezza sexy alla strega (Eva Green). Per il resto, la famiglia Collins è sufficientemente standard per apparire verosimile nel contesto televisivo in cui nasce, ma Burton ne corregge a dovere i connotati amplificando la spettacolarità degli spazi e utilizzando gli effetti digitali con proprietà di linguaggio.</p>
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		<item>
		<title>Mi sono ritirato dalla collaborazione con il Legno Storto</title>
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		<pubDate>Sat, 12 May 2012 10:03:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[BLOG]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8230; e quindi anche dalla sezione Scriptorium. Alcune delle motivazioni, qui.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8230; e quindi anche dalla sezione Scriptorium.<br />
Alcune delle motivazioni, <a href="http://www.legnostorto.com/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=34581" target="_blank">qui</a>.</p>
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		<title>Il duo Napolitano-Monti e il terrorismo</title>
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		<pubDate>Sat, 12 May 2012 07:37:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[BLOG]]></category>

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		<description><![CDATA[Ormai anche il celebre vignettista del Corriere della Sera, Emilio Giannelli, nato a Siena, dunque di buon sangue toscano, si diverte con Monti. E fa bene a mettere in risalto, come compete ad ogni autore satirico, le caratteristiche più discutibili (e perché no: più comiche) dei nostri protagonisti della politica. Monti, però, deve anche suscitare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ormai anche il celebre vignettista del <em>Corriere della Sera</em>, Emilio Giannelli, nato a Siena, dunque di buon sangue toscano, <a href="http://www.corriere.it/foto_del_giorno/home/index_20120512.shtml">si diverte</a> con Monti.<span id="more-24549"></span></p>
<p>E fa bene a mettere in risalto, come compete ad ogni autore satirico, le caratteristiche più discutibili (e perché no: più comiche) dei nostri protagonisti della politica.<br />
Monti, però, deve anche suscitare sgomento. Non solo per come è stato (e si è) insediato alla guida del governo, ma per i provvedimenti devastanti adottati di concerto con Napolitano.</p>
<p>Ciò che sta succedendo nel Paese è sotto gli occhi di tutti. Quando non si dà più al cittadino l’aria per respirare è gioca forza che la società vada in rotta di collisione con la sua guida politica.<br />
Non si può pretendere che chi sta soffocando, soggiaccia ai disegni che continuano a togliergli ossigeno.<br />
Ciò vale per il cittadino qualunque che deve ogni fine mese pagare il mutuo e non ha più soldi per onorare l’impegno, ciò vale (e a maggior ragione) per quelle attività produttive che sono le sole a generare l’ossigeno di cui c’è bisogno.</p>
<p>Chi non capisce che la mera contabilità non serve a gestire la politica, non può guidare un Paese dove la grande crisi ha bisogno di una visione non semplicemente contabile della società, ma in grado di analizzarne nei suoi gangli vitali lo stato di salute e individuare la cura per rivitalizzarli.<br />
La fase due, quella della crescita, non serve più quando si è fatto il deserto produttivo nel Paese. A chi dovrebbe essere indirizzata? Agli uomini e alle imprese che si sono suicidati o hanno chiuso?</p>
<p>Due assolutismi guidano il Paese, quello di Napolitano, che dimostra di essere rimasto comunista, nel momento in cui è l’ispiratore di una politica di soffocamento, allo stesso modo che da comunista approvò la repressione in Ungheria, e quello di Monti che, con la sua supponenza professorale, si è montato la testa e si crede il salvatore della Patria, qualunque cosa faccia.</p>
<p>Il realtà la corona che la vignetta di oggi ha messo in testa a Monti, dà l’idea di un re Mida alla rovescia, il quale distrugge tutto ciò che tocca.<br />
È anche a causa di questo binomio soffocante e terribile, Napolitano-Monti, che nascono le ultime preoccupanti ebollizioni della società.<br />
Essere tracotanti significa, spesso, e lo significa in queste circostanze, essere miopi e sordi; non accorgersi ossia della devastazione in cui si sta trascinando il Paese.</p>
<p>Ecco perché, se questo continuerà ad essere l&#8217;andazzo, la parola, rischi o non rischi da correre, dovrà essere restituita al popolo sovrano. Non restituendola si farà della democrazia una istituzione marginale, usa e getta, al servizio di coloro che la considerano, come ai suoi inizi, una scomodità, un rito da subire obtorto collo, reputando i cittadini degli inetti e degli ignoranti.</p>
<p>Quello della sospensione della democrazia è stato un tale colpo nefasto, improvvido e sorprendente da riportarci ai tempi risorgimentali, quando per il riconoscimento della sovranità dei cittadini, rispetto a quella della monarchia, si sacrificava addirittura la propria vita.<br />
Solo in tempo di guerra si possono adottare provvedimenti eccezionali di sospensione. E una crisi economica, pur grave che sia, non rientra nel novero delle guerre, giacché per risolvere i problemi non occorrono missili e carri armati, ma solo buone conoscenze dei meccanismi economici.</p>
<p>Il duo Napolitano-Monti ha largamente dimostrato di non possederne, avendo prima desertificato il paese con un diserbante potentissimo,  quale quello di una tassazione mortifera, e seminando poi su questa desertificazione diventata infeconda, una crescita di cui, peraltro, hanno smarrito perfino le coordinate.<br />
Non i semplici cittadini, ma fior di economisti, hanno segnalato a tempo debito  la pericolosità di un percorso simile, e i fatti stanno dando loro ragione, ma il duo Napolitano-Monti continua imperterrito per la sua strada.</p>
<p>Che fare di fronte a tanta arroganza e incompetenza?<br />
Sbagliato sarebbe allargare le braccia e attendere l’uomo della provvidenza.</p>
<p>Occorre invece far sentire con fermezza la propria voce affinché coloro che possono (i partiti in primo luogo) cambino rotta, ricollegandosi finalmente alla gente e ai suoi reali bisogni. Se il duo Napolitano-Monti non la intenderà, allora si dovrà staccare la spina al governo e tornare alle urne, poiché, nel bene e nel male, è questo il rimedio che prescrive la democrazia.</p>
<p>Se non lo faremo, spianeremo la strada al nuovo terrorismo (frutto anche dello sfrenato e stolto antiberlusconismo, come previdi, ahimè, tanto tempo fa), la più sordida ferita che può infettare la democrazia. E i <a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&#038;ID_articolo=10091" target="_blank">primi segni</a> che stanno apparendo non sono affatto rassicuranti<br />
Chi guida il Paese deve rendersi conto che il  soffocamento del popolo, messo in atto con provvedimenti di governo del tutto sballati, è il miglior modo per offrire al terrorismo uno dei suoi terreni più formidabili.</p>
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		<title>LETTERATURA: Frammenti di lettere scritte fra i margini del tempo.</title>
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		<pubDate>Sat, 12 May 2012 04:50:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Strafforello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>

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		<description><![CDATA[di Fabio Strafforello Sono pezzi di vita i nostri sentimenti e i nostri pensieri, posati nella nostra memoria con parole dette, azioni svolte o lettere lasciate scritte, per far ricordare quel che col passare del tempo sembra sempre più strano…  i sentimenti dell’uomo gelano senza il calore umano. E’ una prima lettera questa che pongo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Fabio Strafforello</p>
<p>Sono pezzi di vita i nostri sentimenti e i nostri pensieri, posati nella nostra memoria con parole dette, azioni svolte o lettere lasciate scritte, per far ricordare quel che col passare del tempo sembra sempre più strano…  i sentimenti dell’uomo gelano senza il calore umano.<span id="more-24336"></span></p>
<p>E’ una prima lettera questa che pongo alla vostra attenzione, la scrissi in ringraziamento al Sig. Pulinetti,  architetto di professione, non che uomo colto, moderno, di grande intelligenza e valido professionista, che esercita la propria attività, come titolare, nel suo bello e di ampia solarità studio tecnico posto nella parte urbana centrale della città di Sanremo. Come potrete leggere in maggiore dettaglio e al seguito di quanto ora vi sto anticipando, ho conosciuto Alberto alla fine del mese di febbraio scorso e da un breve nostro incontro, per motivi legati allo stage svolto da mia figlia Giulia nel suo studio, fra di noi ne è nato un contatto umano, culturale e di condivisione su tematiche di pensiero e di ricerca filosofica che ci hanno portato ad intrattenere una corrispondenza densa di significato e non meno di reciproca stima.<br />
Porrò, come primo effetto del nostro incontro e alla vista dei vostri occhi, la prima lettera con la quale ho iniziato questo percorso di scambio chirografico con Alberto  e che lo ha spinto, su indicazione avuta dalla lettura dei miei primi due libri, a dare una sua originale e significativa valutazione al riguardo.<br />
Sono molti gli impegni che quotidianamente occupano le giornate di tutti noi ed io stesso, motivato nel desiderio di voler disquisire su argomenti che sento interiormente con viva presenza fra i miei pensieri, ma che necessitano tempo per affrontarli, meditazione e particolari stati d’animo per poterli cogliere al meglio, nutro il piacere di coinvolgere quanti ne vogliano sapere del mio modo personale di sentire e di vedere le cose, tanto che indago sempre alla ricerca di interlocutori con cui poter comunicare. Segue, in questa pubblicazione alla mia lettera, una breve ma molto significativa missiva di Alberto, che testimonia quanto egli in modo preciso e attento abbia saputo prendere fra i miei migliori stati d’animo il messaggio più profondo  e i miei più sinceri intenti, capendone altresì le finalità con le quali ho esposto alla lettura degli altri i miei pensieri e le mie considerazioni per portarli alla loro valutazione. Missiva con la quale ho risposto ad Alberto con un’altra lettera che sto perfezionando e ultimando in questi giorni e che pubblicherò sulla rivista di Bartolomeo nei tempi a venire. La finalità della mia azione è da collocare fra il mio desiderio di realizzare la mia felicità personale e il piacere di fornire nuove informazioni e nuove interpretazioni a chi fosse interessato in questo campo di ricerca individuale. Ringrazio, per quanto è potuto accadere, Alberto Pulinetti, il quale ha dato prova di grande flessibilità, sensibilità e apertura mentale, concedendo la sua cultura e la sua ospitalità perché, sia io che mia figlia Giulia ci potessimo esprimere a piene mani in questo frangente e cogliendo le migliori opportunità.<br />
Un ringraziamento va altresì a Bartolomeo e a Gian Gabriele per avermi consentito, attraverso le pubblicazione e attraverso i relativi commenti, di rendere visibile questo percorso comunicativo.</p>
<p>Bellissimi (di Dolcedo) 28/04/12</p>
<hr />
Egregio Sig. Pulinetti  Alberto</p>
<p>Siamo a ringraziarla, io e mia moglie Paola, per la straordinaria opportunità  di lavoro- studio che ha concesso, in questo specifico frangente, a nostra figlia Giulia. Lo sentivo,  ed ora ne sono maggiormente sicuro per quanto ho potuto udire nei resoconti giornalieri fatti da mia figlia e già dal momento in cui ho chiesto consiglio e aiuto al cugino Bruno e alla cara Patrizia, in modo che fossero loro ad interessarsi perché Giulia potesse usufruire di un buon studio tecnico ove fare il suo tirocinio, avvertivo la sensazione che entrambi avrebbero potuto indicarci un ottimo contatto, e così è stato ed ora ne sono pienamente felice.</p>
<p>Sarà, forse, il mio, un volere mai evaso dal desiderio di voler lasciare in questa maniera un ricordo scritto del nostro passaggio nel tempo, e mi scuso se questa è la sua sensazione, ma ho sentito la necessità di esprimere la nostra gratitudine, per un uomo, Lei, capace, oltre che nel proprio lavoro, anche negli atteggiamenti della vita e della comprensione umana.  Ho utilizzato, così, data la mia pessima calligrafia, un programma di scrittura su computer, anche se avrei preferito scriverle su una pergamena e di mio pugno, quanto ci è caro farle sapere, in modo sentito e di profondo ossequio.</p>
<p>Appunto, un grande ringraziamento, per la bella esperienza collaborativa e di apprendimento che ha coinvolto la nostra cara Giulietta e che non dimenticheremo mai, certi che dalla deposizione di un buon seme, non possa nascere altro che una buona pianta.</p>
<p>Grazie per il prezioso tempo che ha dedicato a Giulia, rivolgendosi a lei in modo diretto e personale, nell’insegnamento della sua vasta materia di lavoro e non meno per l’impegno al quale ha delegato i suoi collaboratori, forse distogliendoli, anche se in modo parziale, da quello che avevano predefinito di fare nella loro giornata di lavoro. Non è molto  comune trovare persone, sia pur preparate nella loro materia di studio o di lavoro, che sappiano anche concentrare in se stesse qualità come semplicità, generosità, desiderio di intenti nel rendere partecipi  e nel donare una parte importante del loro sapere ad altri individui. Spero così che Giulia si sia dimostrata all’altezza di questa situazione, sia pur capendo in ella le diverse motivazioni che muovono l’interesse di una ragazza giovane, rispetto a chi è già da tempo nel mondo del lavoro, ad avvicinarsi concretamente e seriamente a questa professione o a qualsiasi altra attività.</p>
<p>Se Giulia, talvolta, non si fosse dimostrata all’altezza di questa situazione, ma credo che così non sia, la prego di scusarla ed ascrivo a noi genitori la responsabilità oggettiva e formativa di questa eventuale possibilità.  Io stesso mi rendo conto che tentare di insegnare cose importanti ai nostri figli, a volte non è facile, e sia pur cercando ogni buona occasione per poterlo fare, non sempre ci riusciamo, non centrando così pienamente alcuni degli obiettivi di crescita e di sviluppo più importanti per l’essere umano e quindi nello specifico per coloro a cui noi stessi abbiamo contribuito a dare la vita.</p>
<p><strong>La virtualità degli eventi porterà l’uomo a sognare la realtà</strong></p>
<p>In un periodo storico in cui l’abbondanza e la sensazione che tutto sia alla portata del nostro volere, è ancor più difficile motivare le nuove generazioni a porsi obiettivi importanti, ma lontani nel tempo e raggiungibili solo utilizzando al meglio e al massimo le nostre stesse capacità e caratteristiche personali, richiamando in noi il meglio dell’intelligenza e della forza di volontà, senza mai dimenticare l’impegno e il sacrificio a cui tutti siamo chiamati per rendere concreti tali proponimenti.</p>
<p>Questa esperienza di formazione servirà a Giulia, altresì, per schiarirsi le idee e capire qual ’è la sua strada, in quale direzione orientare le sue migliori energie, se continuare gli studi nell’ambito dell’architettura o orientarsi su altre materie, o addirittura se proiettarsi direttamente nel mondo del lavoro.</p>
<p>Così, se anche per Lei, Sig. Pulinetti, questa esperienza è stata tutto sommato positiva e di poco intralcio alla sua attività lavorativa e se vorrà accettare, naturalmente con una frequenza più dilatata nel tempo, che Giulia frequenti il suo studio per fare altra esperienza, sarà per tutti noi un piacere e un motivo di grande soddisfazione.</p>
<p>Queste due settimane di tirocinio presso di Lei sono passate, come sovente accade con tutte quelle situazioni che si vivono con piacere, molto velocemente e abbiamo visto Giulia molto felice, motivata, serena e interessata a condividere parte della sua vita con questa nuova attività, lì nel suo studio, in quel di Sanremo.</p>
<p>Era premura di nostra figlia, già di prima mattina, di adempiere ai compiti che le venivano assegnati nel pomeriggio del giorno prima… poi, sa come sono le donne, si doveva preparare con cura per fare al meglio la sua figura!</p>
<p>Insomma, una bella esperienza la sua, che l’ha portata, anche se per poco tempo, dallo studio al mondo del lavoro, un’ esperienza bella anche sotto il profilo umano e che credo non dimenticherà per tutta la vita, maggiormente consapevole che l’essere umano, tramite l’utilizzo delle proprie migliori qualità, possa condurre l’intero “Popolo del mondo” oltre i confini della miseria, dell’oppressione, del supplizio, della sofferenza, ove ogni individuo riveste un ruolo importante in questo cammino alla ricerca di una civiltà superiore.</p>
<p>Abbiamo pensato, con mia moglie, di farle dono di alcuni “lavorati” di nostra produzione, olio e olive naturali, non trattati chimicamente, così come il limoncello stesso, è preparato dalle preziose mani di Paola, utilizzando limoni senza alcun pesticida, speriamo così che riconosca in queste semplici cose il nostro desiderio di lasciare in Lei il piacevole gusto che arriva dalla campagna e dal nostro modo di ringraziarla.</p>
<p>Non sono un vero scrittore, ma ritengo comunque importante “depositare” una testimonianza del nostro passaggio in questa dimensione, riferendoci ai migliori intenti a cui noi esseri umani possiamo mirare, nella speranza che anche solo poche parole, possano servire di aiuto a qualcuno, e credo che in futuro qualcun altro le riconoscerà fra tante, anche se solo per se stesso, come vere.</p>
<p>Così fra le varie cose le ho messo altresì i miei sei libri… a Lei il giudizio sul loro contenuto.</p>
<p>Ora la saluto, così come saluto con gratitudine i suoi collaboratori e auguro a voi tutti un proseguo sereno della vostra vita, in modo consapevole e crescente nell’ordine della moralità, stella Polare dell’elevazione oltre i confini della apparente realtà.</p>
<p><strong>Grazie infinite Sig. Alberto… il luogo del tempo è fra le nostre mani, che non deve sfuggire!</strong></p>
<p>p.s</p>
<p>L’OCCASIONE MANCATA  DI VENERDÌ  SCORSO, COSÌ DA POTERCI INCONTRARE E  CONOSCERE PERSONALMENTE, SARÀ DI BUON AUSPICIO PER UNA NUOVA E SENTITA  OPPORTUNITÀ.</p>
<p> Bellissimi (di Dolcedo) 18/02/12</p>
<hr />
<p>Lettera scritta da Alberto Pulinetti e recapitatami a mano da Giulia verso la metà di<br />
aprile.</p>
<p><strong>Sanremo 6 aprile 2012</strong></p>
<p><strong>Fabio Strafforello è autentico:</strong><br />
<strong>ricorda tutto quello che non gli è stato insegnato</strong><br />
<strong>ma che ha imparato, </strong><br />
<strong>ricercato, vissuto e fortunatamente lo scrive.</strong></p>
<p><strong>Fabio non racconta la sua visione del mondo, ne tantomeno ci impone teorie,</strong><br />
<strong>ma forma, a nostro uso e consumo, un dizionario di parole-riflesse</strong><br />
<strong>strutturato in aforismi-intuito dominati dal contrasto.</strong></p>
<p><strong>Alberto Pulinetti</strong></p>
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		<title>LIBRI IN USCITA: Due libri di Gordiano Lupi</title>
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		<pubDate>Sat, 12 May 2012 04:17:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri in uscita]]></category>

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		<description><![CDATA[Nude… si ride – Le attrici e i registi della commedia sexy italiana vol. 1 &#8211; Profondo Rosso – Pag. 230 – Euro 25,00 Prefazione di Orchidea De Santis (Io e gli anni ruggenti del cinema italiano). In questo libro della serie “La storia, i generi e le attrici del cinema erotico in Italia dalle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Nude… si ride – Le attrici e i registi della commedia sexy italiana vol. 1</strong> &#8211; Profondo Rosso – Pag. 230 – Euro 25,00<span id="more-24522"></span></p>
<p>Prefazione di Orchidea De Santis (Io e gli anni ruggenti del cinema italiano). In questo libro della serie “La storia, i generi e le attrici del cinema erotico in Italia dalle origini a oggi”, Gordiano Lupi analizza e racconta i tanti film della commedia erotica degli anni Settanta con la liceale, l’infermiera, la poliziotta, la professoressa, Pierino e le numerose altre stravaganti (e nudissime) figure tipiche di questo scollacciato filone cinematografico tutto all’italiana. I capitoli: Breve storia della commedia sexy – Sergio Martino – Mariano Laurenti – Michele Massimo Tarantini – Fernando Cicero.</p>
<p><strong>Grazie… zie! – Le attrici e i registi della commedia sexy all’italiana &#8211; vol. 2</strong> &#8211; Pag. 260 – Euro 25,00</p>
<p>In questo nuovo libro della serie “La storia, i generi e le attrici del cinema erotico in Italia dalle origini a oggi”, Gordiano Lupi continua a raccontare i tanti film, registi e attrici affascinanti della commedia erotica degli anni Settanta. I capitoli: Nello Rossati – Giuliano Carnimeo – Marino Girolami – Non solo commedia sexy – Figure minori tra gli autori della commedia sexy. Un intero capitolo è dedicato a un mito del trash: incontri molto ravvicinati del quarto tipo, di Mario Gariazzo e Gianfranco Baldanello.</p>
<p style="text-align: right;">Gordiano Lupi<br />
www.infol.it/lupi</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Quattro articoli</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 16:00:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[BLOG]]></category>

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		<description><![CDATA[Grillo. Come Giannini usa i nomignoli ma a volte i demagoghi veri sono altri di Gian Antonio Stella (dal &#8220;Corriere della Sera&#8221;, 11 maggio 2012) «Abbasso tutti!». Così era scritto a carboncino sotto la testata de L&#8217;Uomo Qualunque, nata il 27 dicembre 1944. Ma davvero i grillini sottoscriverebbero quell&#8217;invettiva di Guglielmo Giannini? Ha senso accusare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Grillo. Come Giannini usa i nomignoli ma a volte i demagoghi veri sono altri</strong><br />
di Gian Antonio Stella<br />
(dal &#8220;Corriere della Sera&#8221;, 11 maggio 2012)</p>
<p>«Abbasso tutti!». Così era scritto a carboncino sotto la testata de L&#8217;Uomo Qualunque, nata il 27 dicembre 1944.<span id="more-24528"></span> Ma davvero i grillini sottoscriverebbero quell&#8217;invettiva di Guglielmo Giannini? Ha senso accusare il Movimento Cinque Stelle, come tuonano tante voci in questi giorni, d&#8217;essere un&#8217;orda di qualunquisti?<br />
D&#8217;accordo, Beppe Grillo dice le parolacce. Il giorno che fece la sua audizione in Senato, narrano le cronache, prese per i fondelli un po&#8217; di eccellentissimi rinfacciando loro che «su 20 che siete qua in 18 state leggendo il giornale» e arringò contro il premier («lo psiconano») e quel «Parlamento di nominati in cui sono stati scelti amici, avvocati e qualche zoccola». Al che Renato Schifani lo bacchettò: «Non si manca di rispetto al Parlamento!» Giusto. Ma, al di là del fatto che gli stessi grillini hanno ragione a dire che anche il Parlamento in quel caso ha mancato di rispetto verso i 350 mila cittadini che avevano firmato le tre leggi di iniziativa popolare non esaminandole mai (mai) a dispetto dell&#8217;articolo 71 della Costituzione, quante parolacce abbiamo sentito, in questi anni, in bocca a leader di partito e parlamentari e ministri, senza che i gelosi custodi della sacralità del Parlamento levassero vibranti proteste? Vogliamo fare l&#8217;elenco di quanti hanno alzato il dito medio e fatto le pernacchie e insultato i colleghi urlando «troia!», «checca!», «cesso!», «merda!», «culattone!», «coglione!», «truffatore!», «Giuda!», «Verme!»&#8230; Lo vogliamo fare? </p>
<p>Certo, Grillo è un istrione che nelle sue torrenziali sfuriate titilla qua e là anche dei sentimenti qualunquisti e anti-partitici. Ed è impossibile condividere certe sue sortite avventurose come quella di Palermo sulla mafia. Dice che l&#8217;hanno capito male? Peggio per lui: su certi temi ci pensi settanta volte sette. Ma chi come Gianni Alemanno lo accusa di essere «l&#8217;ennesimo pagliaccio che spara a zero senza fare proposte serie, credibili e concrete» e lo paragona a Giannini, sbaglia clamorosamente mira. </p>
<p>Perché le sfuriate sono solo un pezzo di Grillo e più ancora dei grillini. I cui programmi traboccano di proposte: dalla gestione dei rifiuti al rifiuto della vecchia ricetta del cemento, dalla trasparenza di ogni atto pubblico a un uso di Internet all&#8217;altezza di un Paese occidentale. Si può non essere d&#8217;accordo, ovviamente. E ogni proposta può essere smentita e combattuta. Anche aspramente. Ma lo stesso rigetto di certe metastasi del sistema politico è politico, non antipolitico. </p>
<p>Cosa c&#8217;entra l&#8217;Uomo Qualunque? Nella breve autobiografia sul primo numero della rivista che sarebbe arrivata a vendere 850 mila copie, Guglielmo Giannini concludeva: «Io sono quello che non crede più a niente e a nessuno». Perso in guerra un figlio che adorava («una meravigliosa creatura d&#8217;amore (&#8230;) che cessò di vivere all&#8217;età di ventuno anni, undici mesi, ventisette giorni, nel pieno della salute e della bellezza») il fondatore dei qualunquisti scriveva di rappresentare un popolino di reduci esausto dalla guerra, dal fascismo, dalla retorica della resistenza, della politica tutta e insomma il popolino «stufo di tutti, il cui solo ardente desiderio è che nessuno gli rompa più le scatole». Con il «comico-à-penser» genovese, ovvio, qualche punto di contatto lo puoi trovare. Come il piacere di inventare nomignoli corrosivi. Giannini se la godeva come un matto, a chiamare il Cln «Comitato Lavativo Nequitoso», il Pci «Partito Concimista Italiano» e i democratici cristiani «demofradici cristiani». Per non dire di come irrideva a «Fessuccio Parri» o «Pietro Caccamandrei». </p>
<p>E certo, quando tuonava indignato contro «l&#8217;ignobile spettacolo d&#8217;un arrivismo spudorato» e «l&#8217;assalto di una minoranza di vociatori, servitori, sfruttatori, iettatori» diceva cose si sarebbero risentite anche in questi anni, in questi mesi, in queste settimane. Ma diceva anche: «Non abbiamo bisogno di fare politica e non vogliamo farne». E qui anche il più accanito avversario dei grillini accusati di essere «troppo giovani, troppo ingenui, troppo combattivi, troppo inesperti», se lo deve chiedere: direbbero mai, loro, una scemenza simile? Direbbero mai come l&#8217;inventore dell&#8217;Uomo Qualunque di non avere alcun «bisogno che d&#8217;essere amministrati: e quindi ci occorrono degli amministratori, non dei politici&#8230; Per questo basta un buon ragioniere»?</p>
<p>Rischia grosso, come spiegano i sondaggi, chi sottovaluta il peso che potrebbe avere l&#8217;irruzione nei Comuni e nelle Regioni e poi in Parlamento di un&#8217;onda di ragazzi entusiasti, molto spesso più svegli, freschi e culturalmente attrezzati dei (rari) galletti e dei (tanti) capponi allevati nei vecchi partiti con la raccomandazione «ragazzo, mettiti in coda». E rischia grosso chi liquida tutto come «qualunquismo». Capiamoci: fa orrore, il qualunquismo. </p>
<p>Ma senza azzardare paragoni forzati era qualunquista Matilde Serao quando, indignata per la gestione di Napoli, diceva che a quel punto non le importava tanto il colore di chi avrebbe vinto purché non ci fossero «al Comune né affaristi, né compari di affaristi, né rappresentanti di affaristi, né amici degli amici degli affaristi»? Lo era Luigi Einaudi quando, schifato di come tanti confondessero i soldi pubblici e privati scriveva che «a Roma spadroneggia un piccolo gruppo di padreterni, i quali si sono persuasi, insieme con qualche ministro di avere la sapienza infusa nel vasto cervello»? Difficile da sostenere&#8230; E poi chi le solleva, le ondate di protesta? Chi denuncia gli scandali, magari con qualche villania, o chi dà scandalo agli occhi dei cittadini? Rileggiamo cosa scriveva nel 1898, Luigi Bertelli, più noto come creatore, con lo pseudonimo di Vamba, di Giamburrasca: «L&#8217;on. Qualunquo Qualunqui rappresenta al Parlamento italiano il secondo Collegio di Dovunque. Dalla 15ª legislatura fino agli ultimi tempi ha fedelmente combattuto nel partito dei Purchessisti, propugnando il programma Qualsivoglia e appoggiando il gabinetto Qualsiasi». Era un volgare qualunquista o aveva solo inquadrato ironicamente un prototipo che un secolo dopo abbiamo visto e rivisto?</p>
<p>E Corrado Tedeschi, l&#8217;avete mai visto in quello strepitoso cinegiornale del 1953 dell&#8217;Istituto Luce? Proclamava che il suo Partito della Bistecca, che aveva come slogan «La vita è una vitella» e «Viva la pacchia!», prometteva le seguenti cose: «Svaghi, divertimenti, poco lavoro e molto guadagno per tutti. Tre mesi di villeggiatura assicurati a ogni cittadino italiano. Abolizione di tutte le tasse. Grammi 450 di bistecca a testa assicurata giornalmente al popolo. Frutta, dolce e caffè. Con un programma come questo chi sarà più felice del popolo italiano?». Coro: ammappete!</p>
<p>Ma la domanda è: faceva sul serio o prendeva in giro i demagoghi veri, i qualunquisti veri, i populisti veri, che con parole magari più sobrie, prima e dopo di lui hanno promesso di tutto?</p>
<hr />
<p><strong>Voto, il terremoto parte dal Nord</strong><br />
di Marco Castelnuovo<br />
(da &#8220;La Stampa&#8221;, 11 maggio 2012)</p>
<p>Cos’è successo? Chi ha vinto le elezioni? Come si sono spostati gli equilibri? Il giorno dopo il voto tutti gli studiosi hanno preso in esame i flussi. L’analisi del voto dell’Istituto Cattaneo di Bologna rappresenta la fonte più autorevole per capire cos’è successo nel voto di domenica e lunedì.</p>
<p>Primo dato: sia il centrosinistra che il centrodestra hanno perso consensi. È difficile calcolare quanti dei voti di Pdl e Pd siano finiti alle numerose liste civiche, ma il calo è assodato per le coalizioni nel loro complesso.</p>
<p>I partiti a sostegno di Monti<br />
L’Istituto Cattaneo ha preso in considerazione 24 dei 26 Comuni capoluoghi al voto (i valori assoluti di Agrigento e Catanzaro non erano disponibili al momento dell’analisi) e ha calcolato che «il Partito Democratico ha subito una contrazione pari al 29 per cento dell’elettorato che lo aveva scelto nel 2010 (pari a un decremento di 91.000 voti)». Tuttavia esistono forti differenze territoriali. Al Nord (rappresentato da Alessandria, Asti, Cuneo, Como, Monza, Verona, Belluno, Gorizia, Genova, La Spezia) «la perdita si attesta attorno al 30 per cento (-60.000 voti) e in quelle della Zona rossa (Parma, Piacenza, Lucca, Pistoia) il calo è di 19.000 voti». Al CentroSud (Frosinone, Rieti, L&#8217;Aquila, Isernia, Brindisi, Lecce, Taranto, Trani, Agrigento, Trapani) invece, il Pd perde circa dodicimila consensi, ma il centrosinistra nel complesso «avanza significamente»: più ventimila voti.</p>
<p>Il Popolo della Libertà perde 175.000 voti rispetto alle regionali del 2010. «Se il calo riguarda soprattutto il Nord (-61 per cento, pari a -101.000) e la zona rossa (-60 per cento, ossia -33.000 voti), nel Centro-Sud l’arretramento è comunque consistente (40 per cento in meno)», spiegano i curatori della ricerca, Gianluca Passarelli e Andrea Pedrazzani, ricercatori del Cattaneo.</p>
<p>E infine l’Udc, che sostanzialmente tiene, «contenendo le perdite al 6,5 per cento a livello nazionale rispetto alle regionali del 2010». Va detto però che mentre l’Udc alle regionali 2010 si presentava da sola, ora si presenta come Terzo Polo insieme all’Api di Rutelli e al Fli di Gianfranco Fini.</p>
<p>La Lega Nord<br />
Il partito di Bossi è il vero sconfitto di queste elezioni. Il Carroccio arretra più di tutti (-67 per cento). «Le sue perdite sono molto forti nelle città del Nord, ma sono ancora più consistenti nella Zona rossa, con una perdita di quasi l’80 per cento dei voti conquistati nel 2010», spiegano i ricercatori. In effetti due anni fa la Lega ebbe un grande successo alle regionali in Emilia: prese oltre il 13% a livello regionale con punte del 17% in provincia di Parma o del 22% nel Piacentino. Che fosse un voto più legato alla protesta che alla proposta leghista lo si evince dal fatto che a Parma e Piacenza la Lega è decimata: circa 5% a Piacenza città e meno del 3% a Parma dove quasi due elettori su cinque della Lega hanno votato il candidato grillino Pizzarotti.</p>
<p>Per il resto, la Lega non solo inverte la tendenza sempre in crescita in tutte le consultazioni dal 2008 al 2011 ma crolla decisamente in molte Regioni. Nei Comuni (grandi e piccoli) in cui si è votato domenica e lunedì, il Carroccio ha preso in totale 145 mila voti. Negli stessi Comuni alle politiche 2008 prese 331.000 suffragi, alle Europee 2009 308.000 e alle regionali di due anni fa 311.000. «Il calo è stato quindi assai marcato, superiore al 50%», mettono nero su bianco Gianluca Passarelli e Dario Tuorto: «La Lega &#8211; spiegano i ricercatori &#8211; perde in termini percentuali meno (circa il 50%) in Lombardia e Veneto. La sconfitta è invece più ampia (fino al 70% in meno) in Piemonte e, soprattutto, in Emilia-Romagna, Regione dove il partito era cresciuto maggiormente negli ultimi anni».</p>
<p>Ma c’è un importante dato da sottolineare: il calo è inferiore &#8211; circa del 30% &#8211; nei piccoli Comuni, quelli sotto i 15 mila abitanti, mentre nelle grandi città il calo supera il 60%.</p>
<p>Il Movimento 5 stelle<br />
Il Movimento di Beppe Grillo ha conquistato un Comune (Sarego in provincia di Vicenza) ed è arrivato al ballottaggio in altri tre, fra cui un capoluogo di provincia (Parma, Budrio e Comacchio). Sempre riferendosi ai voti assoluti, l’analisi del voto e dei flussi svolta da Luca Pinto e Rinaldo Vignati segnala che, complessivamente, «il movimento ha presentato liste in 101 Comuni, conquistando quasi 200.000 voti, che rappresentano poco meno del 9% dei voti validi (per la precisione, l’8,74%)». 101 su 941, che è il totale dei Comuni al voto, ma che rappresentano circa il 30% della popolazione chiamata alle urne. In molti Comuni il Movimento 5 Stelle si presentava per la prima volta. Si può però fare un raffronto dove invece si era già presentato (alle regionali del 2010). Ad Alessandria ha preso l’8,5% in più rispetto al 2010, ad Asti +3,4%, a Belluno +5,5%, a Como + 2,5%, a Cuneo + 4,2%, a Monza +6,5%, a Palermo +1,7%, a Parma +13%, a Piacenza +5,1%, a Verona +6,2%.</p>
<p>Però gli studiosi sottolineano che «considerando i soli Comuni al di sopra dei 15.000 abitanti e ripartendo il territorio italiano nelle tre zone geopolitiche (Nord, «Zona rossa», e Centro-Sud), si può osservare che nelle prime due zone i risultati delle liste Movimento 5 Stelle sono stati di gran lunga più positivi».</p>
<p>In effetti se nel Centro-Nord si va da un minimo del 5% preso a Como a un massimo del 21% a Budrio, nel Bolognese, nel Centro-Sud i risultati sono molto più bassi. Il minimo è lo 0,9% di Nocera Inferiore, il massimo il 7,1% preso a Spoltore, in provincia di Pescara. «Le differenze fra le tre zone balzano ancor più all’occhio spiegano Pinto e Vignati -, qualora si considerino i valori medi: al Nord il Movimento ha ottenuto un risultato medio pari al 10,75%, nella zona rossa il risultato medio è pari al 12,7% mentre al Sud il risultato medio si ferma al 3,6%».</p>
<p>Questo è dovuto essenzialmente al fatto che la penetrazione di Grillo e del movimento che a lui si ispira è di molto inferiore nella parte meridionale del Paese. In Piemonte, per esempio, la lista è stata presente in 15 dei 16 Comuni in cui si è votato. Ma vi sono alcune Regioni del Sud – Molise, Basilicata, Calabria – in cui il Movimento cinque stelle non è riuscito a presentare liste in nessuno dei comuni in cui si è votato (21 in Molise, 26 in Basilicata, 84 in Calabria).</p>
<hr />
<p><strong>Berlusconi scioglie la riserva: &#8220;Governo avanti fino al 2013&#8243;</strong><br />
di Adalberto Signore<br />
(dal &#8220;Giornale&#8221;, 11 maggio 2012)</p>
<p>Magari con qualche titubanza, ma alla fine Silvio Berlusconi scioglie la riserva. Lasciando a tarda sera Montecitorio, infatti, l’ex premier non sembra avere esitazioni. «Spero l’abbiate capito anche voi che la priorità sono le riforme, altrimenti il Paese resterà ingovernabile», dice ai giornalisti che lo incrociano nei corridoi della Camera.<br />
Ingrandisci immagineInsomma, aggiunge il Cavaliere, la legislatura «andrà avanti fino al 2013» e con Monti «non ci sono problemi». Poi, via in macchina verso Palazzo Grazioli. Lasciandosi in qualche modo alle spalle la querelle che negli ultimi giorni ha tormentato il Pdl, spaccato tra chi teorizza il «governicidio» (decisamente la maggioranza del partito e dell’elettorato) e chi è invece convinto che si debba continuare nel sostegno «responsabile» all’esecutivo. Polemica in qualche modo messa nel congelatore se Berlusconi arriva a dire a favore di giornalisti che si va «avanti fino al 2013».<br />
Alla fine, dunque, quella linea che Gianni Letta aveva sostenuto con forza durante il vertice notturno di qualche giorno fa a via del Plebiscito pare averla spuntata. L’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, infatti, dopo un giro di tavolo in cui gli interventi di tutti i presenti erano stati piuttosto critici verso il governo, aveva insisto con forza sulla linea della «responsabilità»: «Ricordo a tutti che se Monti dovesse cadere i mercati ci punirebbero pesantemente e rischieremmo di fare la fine della Grecia». Parole nette e dette con tono perentorio. Berlusconi &#8211; alla Camera per ricevere il premio Guido Carli &#8211; non ripete il concetto, ma nel suo intervento davanti alla platea punta sulla necessità di «riformare l’architettura istituzionale» altrimenti il Paese non riuscirà ad uscire dal suo immobilismo. Con un dettaglio: Gianfranco Fini, che presenzia per oltre un ora la cerimonia insieme a Letta, lascia sul palco la sua sedia vuota pochi minuti prima che il Cavaliere venga premiato e inizi a parlare. Ovviamente un caso.<br />
Nella sua prima uscita pubblica dopo le amministrative, insomma, Berlusconi sposa la linea della «responsabilità». Al punto di auspicare che «al tavolo con l’opposizione si possa ancora trovare l’accordo su altri punti della riforma dell’architettura istituzionale». Non solo «sulla nomina e la revoca dei ministri da parte del premier» e «sull’eliminazione del doppio passaggio delle leggi» che fanno la spola tra Camera e Senato, ma «anche sulla modifica del sistema di nomina della Corte costituzionale e sulla possibilità che il premier chieda lo scioglimento del Parlamento». Un auspicio che, nei fatti, sopisce lo scontro interno al Pdl perché è chiaro che un percorso del genere lo si può immaginare soltanto evitando di mettere in crisi l’esecutivo.<br />
Il Cavaliere, poi, torna a lamentarsi della difficoltà di governare e ripete la metafora del ddl che arriva dal Consiglio dei ministri che è un «cavallo purosangue» ed esce dal Parlamento 500-600 giorni dopo che «è un ippopotamo». «Il disegno di legge &#8211; dice &#8211; già nasce inquinato dalla necessità del presidente del Consiglio in carica di trovare l’accordo con gli altri piccoli partiti che sono il frutto del voto degli italiani che danno, chessò, il 5% a Grillo, il 6% a Vendola, il 7% a Di Pietro, il 2 al Fli, il 10 alla Lega e via dicendo. Siccome tutti questi partiti agiscono guardando al proprio particolare interesse politico che coincide quasi sempre con l’interesse politico dei loro piccoli leader, il disegno di legge esce dal tavolo del Consiglio dei ministri non come lo vorrebbe il premier». È il frutto, insomma, della trattativa con i Grillo o i Vendola o i Di Pietro del caso.<br />
Riforme a parte, il Cavaliere continua a ragionare sul restyling del Pdl visto che, al più tardi, comunque si andrà al voto il 17 marzo del 2013 (pare sia l’ultima data utile). E anche ieri &#8211; nonostante la decisione della Cassazione di annullare il suo proscioglimento dall’accusa di aver diffamato Di Pietro non l’abbia propriamente messo di buon umore &#8211; l’argomento è stato trattato sia a Palazzo Grazioli che a via dell’Umiltà.</p>
<p>E per il rilancio del partito ci sarebbe anche chi ipotizza una data: quella del 24 maggio, dopo i ballottaggi. Di certo, c’è che continuano le manovre verso il centro e ci sarebbero stati altri contatti con Luca Cordero di Montezemolo. E chi sa se il fatto che ieri il Cavaliere fosse seduto in prima fila a mezzo metro da Diego Della Valle possa essere un segnale. Anche per gli applausi che l’ex premier gli ha riservato quando il proprietario della Tod’s si è alzato per ricevere il premio Guido Carli.</p>
<hr />
<p><strong>L&#8217;Europa sull&#8217;orlo di una crisi di nervi</strong><br />
di Mario Sechi<br />
(da &#8220;Il Tempo&#8221;, 11 maggio 2012)</p>
<p>L’Europa si sta giocando il suo futuro, la Germania la sua credibilità e forza, la Francia il suo ruolo di Paese dei Lumi, l’Italia la sua anima mediterranea, la Grecia la sua grandezza mitologica. Siamo a un passaggio decisivo della nostra storia. L’altro ieri a Bruxelles, al Parlamento europeo, ho avuto la netta sensazione che stiamo per attraversare il passo scosceso della rottura dell’Eurozona, che le forze irrazionali abbiano preso la guida della diligenza impazzita del Vecchio Continente. Corre verso il vuoto. Quando il presidente della Commissione Ue, il portoghese Josè Manuel Barroso, dice senza curarsi troppo del peso delle sue parole che «se la Grecia non rispetta i patti, allora è meglio che vada via dall’Euro», siamo allo scasso istituzionale. Il voto dei popoli per gli euroburocrati non conta niente. E invece no, caro Barroso, quel voto conta. Bisogna interpretarlo e trovare le soluzioni per un problema che l’Europa &#8211; insieme alla classe politica greca &#8211; ha creato. Non riconoscerò mai un’Unine che affama i bambini greci. E siamo in tanti a pensarlo.<br />
Nelle stesse ore in cui Barroso certificava il suo fallimento culturale, il presidente del Consiglio Mario Monti scriveva una lettera al capo dello Stato Giorgio Napolitano in cui ribadiva la «determinazione nella realizzazione del mandato che Lei ci ha affidato». Caro Monti, vuole farci la grazia di chiarirci qual è il mandato in questo scenario? L’Unione Europea si sta sfracellando sul muro di titanio eretto dalla Germania, noi che facciamo? Stiamo a guardare il dito della cancelliera Merkel che indica la luna o ascoltiamo l’urlo di disperazione che si sta alzando dalla parte produttiva del Paese? Fin dal suo insediamento il governo ha sciorinato analisi sulla crisi &#8211; tra l’altro, con non pochi punti di riferimento sbagliati e un’insufficiente conoscenza dell’operatività reale dei mercati finanziari &#8211; ma le soluzioni, quelle che hanno il dovere di fornire i governanti, sono state tutte improntate al torchio fiscale. Se escludiamo la riforma previdenziale, il resto, con tutto il rispetto, è tutto loden e tasse.<br />
Nel frattempo l’Europa sta saltando per aria e il rischio di un breakup dell’Eurozona è sempre più vicino. Due euro. Quando la scorsa estate pubblicammo sul nostro giornale i primi scenari sull’Euro a due velocità, qualcuno ci prese per matti. Avevamo solo fatto le letture giuste. Ora ci siamo. I grandi uffici legali internazionali mettono nei loro contratti la clausola della doppia moneta, le banche d’affari sfornano studi sulle conseguenze economiche e tutti sembrano scoprire l’acqua calda. E si bruceranno.</p>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 06:38:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Romanzi e Testi a puntate]]></category>

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		<description><![CDATA[Mi ritiro &#160; Dall’altro ieri, con una e-mail indirizzata a Marco Cavallotti, ho comunicato di voler interrompere la mia collaborazione con il Legno Storto. Do questa notizia per correttezza nei confronti dei miei lettori. So che Marco scriverà o commenterà in proposito e quindi, se sarà necessario, chiarirò i motivi che mi hanno spinto a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi ritiro</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dall’altro ieri, con una e-mail indirizzata a Marco Cavallotti, ho comunicato di voler interrompere la mia collaborazione con il Legno Storto.</p>
<p>Do questa notizia per correttezza nei confronti dei miei lettori. So che Marco scriverà o commenterà in proposito e quindi, se sarà necessario, chiarirò i motivi che mi hanno spinto a questa sofferta decisione.</p>
<p>Mi sono trovato bene con il Legno, e ho scoperto in Marco una persona di estrema sensibilità, cortesia e correttezza. Spero che l’amicizia via web maturata fra noi rimanga. Per parte mia, sarà così, e continuerò ad essere un lettore del quotidiano e anche, quando occorrerà, un commentatore.</p>
<p>Ho scritto che, se ancora gradito, resterò disponibile a continuare la gestione della sezione Scriptorium, almeno fino a quando potrò farlo.</p>
<p>La recente mancata pubblicazione di due articoli su tre (<a href="http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=24393">qui</a>, <a href="http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=24487">qui</a>) mi ha rafforzato nella convinzione di essere diventato scomodo per il giornale, e perciò mi ritiro in buon ordine.</p>
<p>Non c’è malanimo nei confronti della direzione, al contrario, devo ringraziare Marco Cavallotti, che mi ha dato modo di conoscere ed apprezzare tutti voi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>P.S.</p>
<p>Chi volesse seguire i miei articoli di contenuto politico (ce ne sono di nuovi), potrà trovarli sul mio Blog dove continuo la mia testarda e dura battaglia per il rinnovamento, di cui questa è l’url:</p>
<p><a href="http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?cat=20">http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?cat=20</a></p>
<p>Un bottone in alto a destra vi consentirà di accedere anche alla mia <em>Rivista d’arte Parliamone</em>, dove troverete articoli di miei collaboratori. Nella sezione <em>i Maestri</em> invece potrete leggere scritti di autori del passato che sono, in molti casi, autentiche rarità, frutto delle mie ricerche, che continuano.</p>
<p>Sul mio Blog, tutti i giorni, alle ore 18, pubblico, inoltre (quando ci sono), alcuni dei più interessanti articoli da me scelti ed estratti dalla rassegna stampa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>LETTERATURA: Francesco Troccoli: &#8220;Ferro Sette&#8221;, Armando Curcio Editore</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 04:44:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gordiano Lupi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>

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		<description><![CDATA[di Gordiano Lupi Ferro sette di Francesco Troccoli Armando Curcio Editore – Pag. 320 – Euro 15,90 www.armandocurcioeditore.it Francesco Troccoli è traduttore e speaker radiofonico, tra le sue tante attività scrive, anche se &#8211; come la maggior parte di noi &#8211; deve condurre una vita alternativa (che molti si ostinano a definire normale) come impiegato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Gordiano Lupi</p>
<p>Ferro sette<br />
di Francesco Troccoli<br />
Armando Curcio Editore – Pag. 320 – Euro 15,90<br />
<a href="http://www.armandocurcioeditore.it">www.armandocurcioeditore.it</a><span id="more-24314"></span></p>
<p>Francesco Troccoli è traduttore e speaker radiofonico, tra le sue tante attività scrive, anche se &#8211; come la maggior parte di noi &#8211; deve condurre una vita alternativa (che molti si ostinano a definire <em>normale</em>) come impiegato in una grande azienda. Quale migliore evasione della scrittura? Soprattutto se è narrativa fantastica, se la storia ci conduce in un futuro lontanissimo nel quale l’umanità ha perso le basi della sua stessa natura. Ora, non che siamo così lontani da un simile futuro, la fantascienza è sempre stata premonitrice di infausti eventi e purtroppo quasi sempre ci ha azzeccato. Il futuro postatomico, tanto per dire, me lo sento scivolare dietro le spalle, non è roba solo per il cinema, storie come <em>Fuga da New York</em> e tante imitazioni italiane alla Enzo G. Castellari potrebbero diventare presto triste realtà.<br />
Il protagonista di <em>Ferro sette</em> cerca la libertà, come ogni uomo che si rispetti, finisce per trovarla nel luogo più impensato, in mezzo a una comunità di reietti che vivono nelle viscere di un piccolo pianeta minerario ai confini dell’Alleanza. Una scoperta che gli cambierà la vita, al punto che prenderà coscienza di molti valori a lui ignoti. La conquista del segreto che rende liberi darà vita a un conflitto tra i Dominatori e il gruppo di rivoluzionari che rappresenta il nucleo fondamentale del romanzo.<br />
Un ottimo lavoro d’esordio che piacerà agli amanti del fantasy e del fantastico, scritto da un blogger molto attivo, animatore del sito internet <em>Fantascienza e dintorni</em> che coinvolge diversi appassionati. Scritto con uno stile che non ambisce a essere letterario &#8211; ed è un bene perché la narrativa di genere deve restare tale &#8211; adatto a un pubblico di ogni età, consigliato per i giovanissimi che cercano narrativa avventurosa e fantastica. L’autore padroneggia il dialogo, si trova a suo agio nel far incedere la narrazione facendo interagire tra loro i personaggi e non lascia pagine morte, prive di eventi importanti da raccontare. L’edizione è di taglio economico, l’editing curato, l’impaginazione senza errori di sorta. Armando Curcio si dimostra editore serio e competente anche nel settore libri.</p>
<p style="text-align: right;">Gordiano Lupi<br />
<a href="http://www.infol.it/lupi">www.infol.it/lupi</a></p>
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		<title>Le magie di Napolitano</title>
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		<pubDate>Thu, 10 May 2012 22:02:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[BLOG]]></category>

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		<description><![CDATA[Non vi è dubbio che Napolitano abbia qualche dote carismatica, che attrae  e trascina. Uno dei casi dimostrativi è rappresentato da Gianni Letta, la cui adorazione per Napolitano gli fece commettere l’errore di trascinare Berlusconi dentro la trappola preparatagli nel novembre scorso, ma anche nell’estate del 2010. Letta ci ha provato, e forse ci è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non vi è dubbio che Napolitano abbia qualche dote carismatica, che attrae  e trascina.<span id="more-24516"></span></p>
<p>Uno dei casi dimostrativi è rappresentato da Gianni Letta, la cui adorazione per Napolitano gli fece commettere l’errore di trascinare Berlusconi dentro la trappola preparatagli nel novembre scorso, ma anche nell’estate del 2010. Letta ci ha provato, e forse ci è riuscito, anche l’altro giorno nella riunione serale del Pdl, quando Berlusconi si è presentato arrabbiatissimo contro il capo del governo per quella sciagurata dichiarazione che addebitava al suo lavoro l’ecatombe di suicidi che sta piagando l’Italia.</p>
<p>Letta non ha ancora capito (o finge di non capire) che tanto Napolitano che Monti stanno lavorando, dopo essere riusciti a mandare a casa l’odiato leader del centrodestra, per disintegrare il Pdl, all’interno del quale le mine sono già pronte, come quelle rappresentate da Scaloja e da Pisanu.</p>
<p>A meno che (e il mio sospetto è sempre stato fortissimo) Letta non stia lavorando pure lui, oltre che per Napolitano, anche per Scaloja e Pisanu.</p>
<p>Del resto, ricordate tutti le rivelazioni che apparvero su quel sito di cui non ricordo il nome. Una di queste rivelazioni riguardava proprio Gianni Letta, che con l’ambasciatore americano di quel tempo non aveva avuto parole di rispetto per Berlusconi, anzi lo aveva messo in cattiva luce.<br />
Berlusconi se la cavò dicendo che non credeva a quanto pubblicato. Ma le cronache di quei giorni la pensarono diversamente.<br />
In ogni caso Letta seppe convincere Berlusconi della sua lealtà. E Berlusconi ci credette.</p>
<p>Ora Napolitano deve aver sviluppato un qualche sortilegio su Giuliano Ferrara (l’altro caso), attraendolo verso di sé a tal punto che oggi egli potrebbe benissimo farne il portavoce.<br />
Ricordate quando Napolitano, subito dopo le elezioni, ironizzò sul boom di Grillo? Certo che sì, perché fu un calcio alla democrazia vera, quella, ossia, che si esprime nella cabina elettorale, segno incorruttibile di sovranità.<br />
Ieri Giuliano Ferrara, nella sua trasmissione <em><a href="http://www.ilfoglio.it/soloqui/13381" target="_blank">Radio Londra</a> </em>praticamente ha megafonato le stesse cose, dando addosso a Grillo e ovviamente al grillismo.</p>
<p>Io non so che fine farà il grillismo, quale futuro il destino gli assegnerà nel mare di questa nostra politica corrotta e impresentabile. Ma c’è una cosa di cui sono sicuro, che Giuliano Ferrara, come del resto e a maggior ragione il capo dello Stato, non debbono trattare così un movimento che si è presentato correttamente alla prova dell’elettorato ed ha riscosso una adesione molto alta a paragone con le vistose cadute di tutti gli altri partiti. Il successo di Grillo lo ha collocato nelle percentuali che sono ordinariamente dell’Udc, e superano quelle del Fli e dell’Api, o di Rifondazione e così via.</p>
<p>Caro Napolitano e caro Ferrara, gli elettori devono essere rispettati, è il sale della democrazia.<br />
Dare addosso agli esiti elettorali di Grillo e agli uomini che entreranno nelle amministrazioni della cosa pubblica per volontà dei cittadini, è un comportamento che va contro la democrazia. Non ci sono giustificazioni. Sono atti sorprendenti e gravissimi.</p>
<p>Si deve cominciare da qui a ricostruire l’Italia.<br />
Brutta storia.</p>
<p><a href="http://www.i-miei-libri.it/">www.i-miei-libri.it</a></p>
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		<title>Quattro articoli</title>
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		<pubDate>Thu, 10 May 2012 16:00:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[BLOG]]></category>

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		<description><![CDATA[Un membro dell&#8217;esecutivo rivela: il Colle ha chiesto di far saltare il Pdl di Franco Bechis (da “Libero”, 10 maggio 2012) Il day after a Montecitorio è proprio come te lo immagineresti. Qualche sparu­to deputato arrivato timido timido alla spicciolata sulla propria anonima smart che ormai ha sostituito l&#8217;auto blu che fa in­furiare gli elettori. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Un membro dell&#8217;esecutivo rivela: il Colle ha chiesto di far saltare il Pdl</strong><br />
di Franco Bechis<br />
(da “Libero”, 10 maggio 2012)</p>
<p>Il day after a Montecitorio è proprio come te lo immagineresti.<span id="more-24506"></span> Qualche sparu­to deputato arrivato timido timido alla spicciolata sulla propria anonima smart che ormai ha sostituito l&#8217;auto blu che fa in­furiare gli elettori. I più si aggirano smarriti, colpiti dal voto amministrativo e nel Pdl pure tramortiti dall&#8217;atteggiamento di Ma­rio Monti che gaffe dopo gaffe sta rifilando loro sberloni tanto gratuiti quanto inattesi.</p>
<p>In aula ci sarebbe il ministro dell&#8217;Inter­no, Annamaria Cancellieri che riferisce dell&#8217;attentato genovese al manager di An­saldo energia. Ad ascoltare una cinquanti­na scarsa di onorevoli sui 630 previsti. Pre­siede Gianfranco Fini, ma solo finché parla il ministro. Poi lascia la conduzione a Rosy Bindi: nemmeno il possibile ritorno del terrorismo riesce a muovere un palazzo ormai terremotato e incapace di reagire. Solola Cancellierisembra essere attenta e avere il senso delle cose. Sorride, è disponi­bile con tutti, continua a ripetere: «Quel che non so non posso dire», guarda un po&#8217; stupita il cronista che le chiede «non erano un po&#8217; pochini i deputati ad ascoltarla?», e gentilmente replica. «Ah, non mi faccia commentare questo, per favore».</p>
<p>Meno guardingo un altro esponente del governo che off the records qualche noti­zia e spunto offre. «È un momento difficile per l&#8217;esecutivo, non bisogna nasconderce­lo. Parlando con molti del Pdl ti dicono che se si va a votare a novembre magari il par­tito ancora c&#8217;è. Se si va alla primavera 2013 non sanno nemmeno più quel che trovano. Il Pd pure avrebbe una gran voglia di votare con questa legge in autunno, per­ché sono sicuri di vincere. Il premier Mon­ti? Sì, anche a noi è sembrato strano il suo comportamento di queste settimane. Dall&#8217;attacco diretto ad Angelino Alfano all&#8217;ultima sulle responsabilità del governo di Silvio Berlusconi per la raffica di suicidi da crisi economica. Ma un&#8217;interpretazione nell&#8217;esecutivo circola. Io posso solo riferir­la come l&#8217;ho sentita&#8230;».</p>
<p>E allora, facciamola riferire al membro del governo, perché anche la fantapolitica se gira in quelle stanze qualche fondamen­to di verità deve avere. «Fra noi si dice», continua il membro dell&#8217;esecutivo, «che quelle di Monti non sono gaffes, ma uscite calcolate e volute, sia pure sotto una regia terza. Quale regia? Quella del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che gli ha chiesto di tagliare le ali dello schiera­mento. E per ali si intende anche la parte non centrista del Pdl. L&#8217;idea è quella di fa­cilitare le nozze fra Pier Ferdinando Casini, Pierluigi Bersani e una parte fuoriuscita dal Pdl con operazioni come quelle fatte da Beppe Pisanu nel Senato. Che riesca non lo so. Ma l&#8217;idea è che questo schieramento possa ripresentarsi alle prossime elezioni riproponendo Monti presidente. E qual­cuno dei miei colleghi pensa pure a un se­condo tempo per sé». Vero però che un ca­pannello a fianco di deputati Pdl del Nord Italia sembra avere sentito qualcosina del colloquio e fra loro uno sentenzia: «Il no­stro vero nemico è proprio Napolitano».</p>
<p>Nel Pdl sono stupiti per le uscite di Mon­ti, ma sembrano passare in secondo piano rispetto alla sberla elettorale e alle sue con­seguenze. Sembrano caffettiere in ebolli­zione Giorgio Stracquadanio e Guido Cro­setto &#8211; che nel cortile di Montecitorio ieri cinturava quasi sollevandolo IgnazioLa Russa. Aloro le politiche del governo Mon­ti non sono mai andate giù, tanto che han­no votato contro quasi tutti i provvedi­menti o non si sono presentati in aula. «Magari non mi ricandideranno più, ma almeno finisco con dignità», spiegava Stracquadanio.</p>
<p>Stesso vanto per Alessandra Mussolini: «Io non ho mai votato una sola cosa di Monti. E meno male!». Ma la vulcanica de­putata del Pdl ieri era soprattutto infuriata per avere letto che Berlusconi avrebbe fat­to fare un sondaggio sulle chance di Da­niela Santanchè come segretario del Pdl: «Pazzesco, dicono pure che non è inventa­ta&#8230;».La Mussoliniperò non sembra dare grande peso alle regie di Quirinale e palaz­zo Chigi contro il Pdl: «Siamo bravissimi a farci male da soli. A queste amministrative abbiamo candidato gente che sembrava­no avere fatto i tronisti o al massimo essere appena usciti da una puntata di Amici. Io sono andata a Palermo. Ho chiesto chi era il nostro candidato. Mi hanno fatto vedere quel ragazzo che già era tutto un program­ma così. Ma ho aspettato che iniziasse il suo comizio. Si è presentato sostenendo che lui era un &#8220;problem solving&#8221;. Ho alzato i tacchi e me ne sono andata. Quando ci si fa male così da soli, che vuoi che sia il male che ti fanno gli altri?».</p>
<hr />
<p><strong>Pdl, ore decisive</strong><br />
di Alessandro Sallusti<br />
(dal “Giornale”, 10 maggio 2012)</p>
<p>Monti chiede scusa all&#8217;ex go­verno del centrodestra. È stato un errore, ha riconosciuto il premier smentendo una sua affermazione di martedì, met­tere sul conto di Berlusconi il flagello dei suicidi causa crisi. La retromarcia salva la diplomazia politica ma non cambia la sostanza delle cose. Che è questa. Il go­verno in carica gongola a prendersi re­sponsabilità nei confronti dei salotti fi­nanziari, della Merkel e della Banca cen­trale, ma non ha alcuna intenzione di prendersela nei confronti degli italiani, intesi come persone fisiche alle prese con enormi problemi reali. Qualcuno si ammazza? Peggio per lui. Altri non ce la fanno a pagare tutte le (tante) tasse? Eva­sori da mettere all&#8217;indice. E via dicendo.</p>
<p>Il motivo di un simile comportamento non è soltanto genetico (la razza superio­re dei professori). Ognuno risponde ai suoi padroni. I loro sono Napolitano, le banche e qualche burattinaio senza vol­to. Non certo gli elettori. I partiti invece, per quanto sgangherati, affamati di soldi e infiltrati da mariuoli, agli affari nostri ci devono pensare eccome, pena il calcio nel sedere che li rispedisce a casa come dimostrato nelle recenti elezioni.</p>
<p>Per questo auspichiamo un veloce ri­torno della politica nella stanza di co­mando, ben consci del rischio che ciò comporta. Per questo abbiamo chiesto ie­ri al Pdl di prendere le distanze dal gover­no Monti prima che sia troppo tardi. Il tema è al centro del dibattito, non per meri­to nostro ma per una presa di coscienza generale. Il premier e i suoi, capita l&#8217;aria che tira, oltre alle scuse si sono affrettati a riagitare lo spettro della Grecia e a pro­mettere non meglio precisati provvedi­menti per lo sviluppo. Hanno bisogno di prendere tempo per salvare più che noi la loro faccia. Può il Pdl pagare un prezzo così alto per un obiettivo così inutile? Ber­lusconi ha avviato le consultazioni tra i suoi. Molti sono per un gesto di rottura; pochi, ma capitanati da Gianni Letta, per turarsi il naso e continuare ad appoggia­re il governo. Sono ore decisive e se pas­sasse la seconda ipotesi, speriamo che il brutto odore non stordisca altri milioni di elettori.</p>
<hr />
<p><strong>&#8220;Berlusconi ha dato a Monti la corda per farsi impiccare&#8221;</strong><br />
Intervista a Vittorio Feltri a cura di Paola Zanca<br />
(da “il Fatto Quotidiano”, 10 maggio 2012)</p>
<p>I consigli per la sopravvivenza del (fu) partito di maggioranza sono due. Il primo serve a far capire la posta in gioco: &#8220;Attenzione, la scontentezza è contagiosa&#8221;. Il secondo è utile a in­quadrare la situazione in cui ci si è cac­ciati: &#8220;Se uno ti mette un coltello alla schiena, la prima cosa che fai è toglier­lo. Poi decidi se provare a dialogare, fuggire o colpirlo tu&#8221;. Vittorio Feltri li ha serviti a colazione su II <em>Giornale </em>di ieri mattina. Il Pdl li sta ancora provan­do a digerire, intossicato com&#8217;è dai boccini amari che ha dovuto mandar giù con i risultati delle amministrati­ve.</p>
<p><strong>Feltri, il coltello ce l&#8217;hanno in mano i professori. E il Pdl li ha pagati cari.</strong></p>
<p>Berlusconi e i suoi sono usciti dall&#8217;e­sperienza di governo già feriti. Ora, se non mollano in fretta Monti, ri­schiano di morire.</p>
<p><strong>Gli elettori di centrodestra hanno voltato le spalle al Pdl.</strong></p>
<p>Come possono pensare di vin­cere le amministrative se ap­poggiano un governo che fa gli interessi di un elettorato che non li vota?</p>
<p><strong>L&#8217;Imu, le tasse, la lotta all&#8217;evasio­ne: non è roba per berlusconiani.</strong></p>
<p>A parte la riforma delle pensioni, per il resto il governo Monti è intervenuto solo sull&#8217;aumento della leva fiscale. Ma per questo non servivano i profes­sori! Non capisco perché uno come Berlusconi debba dare corda a Monti per essere impiccato.</p>
<p><strong>In campagna elettorale è stato praticamente sempre zitto.</strong></p>
<p>È normale, tra l&#8217;altro non mi pare che in questo momento fosse psicologica­mente preparato per affrontarla.</p>
<p><strong>Nelle piazze e in tv ha mandato il segretario Alfano, Mariastella Gelmini, la Bernini. Poco efficaci?</strong></p>
<p>Qui non è un problema di facce. D&#8217;al­tronde non ne vedo di molto efficaci nemmeno nel Pd o nel Terzo Polo. È che nel Pdl il capo, oltre che il padrone, è an­cora Berlusconi. E co­munque anche se ci fosse stato lui non sarebbe cambiato molto.</p>
<p><strong>Perché?</strong></p>
<p>Il Pdl ha fatto mille errori, ma i suoi elettori non sono incavolati perché il sindaco di Parma è uno che se n&#8217;è do­vuto andare a gambe levate, ma per­ché sono stati influenzati dal clima po­litico: il Pdl li ha persi di vista. Grillo ha vinto perché ha interpretato umori e malumori, non perché ha fatto leva sui problemi locali delle città.</p>
<p><strong>Grillo contro Monti spara a ze­ro.</strong></p>
<p>Appunto: si è fatto votare dalla gente, perché ha capito la gente.</p>
<p><strong>Napolitano dice che non è successo nulla.</strong></p>
<p>Se ignori un fenomeno così sei cieco, non vedere il boom significa essere ri­dicoli.</p>
<p><strong>Per il Pdl il boom è finito?</strong></p>
<p>Io ho la certezza che i voti che sono andati per molti anni a Berlusconi so­no ancora lì a disposizione. Il proble­ma è recuperarli in fretta e non è facile, specialmente se non si trova una guida al partito.</p>
<p><strong>Angelino Alfano?</strong></p>
<p>Non penso che sia sufficiente a sosti­tuire Berlusconi.</p>
<p><strong>Altri nomi?</strong></p>
<p>Non saprei. O si trova qualcuno in gra­do o si pensa a una équipe. Ma siamo sicuri che l&#8217;équipe sia possibile in un partito come il Pdl?</p>
<p><strong>Vista l&#8217;aria che tira, tornare al voto non è rischioso?</strong></p>
<p>Fossi in Berlusconi non mi preoccupe­rei. Intanto cominci a mollare Monti, poi se ne riparla.</p>
<p><strong>Qualcuno l&#8217;ha chiamata per discu­tere dei suoi consigli?</strong></p>
<p>Non mi chiama nessuno, gli sto sulle balle. Magari chiameranno il direttore Sallusti per insultarmi. Poi lui è carino, e non mi dice niente.</p>
<hr />
<p><strong>Perché Grillo vincerà ancora</strong><br />
di Mario Adinolfi<br />
(da “Europa”, 10 maggio 2012)</p>
<p>Spero di non toccare la suscet­tibilità del sempre ottimo di­rettore, né di farmi accusare di giovanilismo dal condirettore, ma voglio tornare al contestato artico­lo del 19 aprile, in cui avvertivo da queste pagine il Pd: Grillo non è un effetto ottico. Insomma, tiè, ve l&#8217;avevo detto.</p>
<p>In quel pezzo aggiungevo anche che il Movimento Cinque stelle prenderà milioni di voti alle poli­tiche del 2013 se il Pd non porrà rimedio, trasformandosi da orgo­glioso luogo politico dell&#8217;usato si­curo a territorio che interpreti un&#8217;idea profondamente innovativa di futuro. Prendo in prestito dai tweet del sempre ottimo Menichi­ni l&#8217;espressione sintetica: «Roba e facce nuove» (che lui riferiva all&#8217;esigenza del Terzo polo, ma va bene lo stesso).</p>
<p>Detto questo, ora chiediamoci insieme: quali sono le ragioni vere dell&#8217;enorme successo del M5S alle amministrative 2012 e, soprattut­to, di quello che avrà alle politiche tra un anno invadendo in parla­mento con decine di deputati? Vanno smontate subito le due principali analisi alla moda di que­ste ore, che hanno fatto capolino anche qui su <em>Europa: </em>quella della distinzione tra Grillo (cattivo) e grillini (buoni); quella del fenome­no transitorio neanche tanto ecla­tante, stile rozzo Uomo Qualun­que (premiata ditta Napolitano ­Ferrara). Va detto con precisione: i grillini non sono nulla senza Grillo, gli appartenenti al M5S ne sono consapevoli e accettano la regola, che prevede tra l&#8217;altro il ri­fiuto del contraddittorio televisivo. Fa tanto scandalo il rifiuto del con­traddittorio tv? È una tecnica con­solidata di chi si sente in vantag­gio, con trasversali casi eclatanti: Berlusconi rifiutò il contradditorio a Rutelli (politiche 2001), Veltroni lo negò ai suoi avversari alle pri­marie Pd (2007), Orlando lo rifiuterà a Ferrandelli. E sempre così, in politica: chi è avanti, pensa a parlare al suo popolo, il contrad­dittorio democratico è garantito dai media che ne criticheranno i contenuti criticabili, cosa che nel caso di Grillo è avvenuto <em>ad abun</em>­<em>dantiam.</em></p>
<p>Quanto all&#8217;accusa di essere un fenomeno transitorio e rozzo, che non ha neanche fatto boom, l&#8217;ana­lisi va compiuta con ancora mag­giore attenzione: il M5S è destina­to a durare, perché ha intercettato, grazie a una platea di militanti e votanti quasi tutti nati dopo il 1970, il mezzo e il messaggio: en­trambi in maniera per niente roz­za. Il mezzo è internet, il messag­gio è la contrapposizione della democrazia diretta alla democra­zia rappresentativa.</p>
<p>Con internet, che azzera da al­meno un decennio il vantaggio competitivo dei mediatori (se vole­vi viaggiare andavi in agenzia, ora compri direttamente; se volevi ac­quistare azioni andavi al borsino, ora operi con il trading on line e gli esempi potrebbero essere miglia­ia), ha abbattuto i costi della politi­ca e reso evidente il crimine del fi­nanziamento pubblico abnorme ai partiti e ai loro rappresentanti nelle istituzioni. Con il messaggio della contrapposizione direttista ai par­titisti, ha cancellato il ruolo del pro­fessionista della politica, a vantag­gio del sindaco (e domani deputato) Pinco Pallo prestato temporanea­mente all&#8217;amministrazione della cosa pubblica. Se Pinco Pallo batte (spesso travolge in termini di con­sensi) il professionista della politi­ca, la rivoluzione è compiuta. Il passaggio successivo sarà il gover­no della moltitudine dei Pinco Pal­lo contrapposto ai privilegiati iper­pagati del parlamento. L&#8217;esito della competizione è scontato. Non dico che sia necessariamente un bene.</p>
<p>Dico che se i partiti non capiscono questo e non mettono in moto la mac­china del rinnovamento radicale saranno travolti. Dal mez­zo, che provano a domare goffa­mente come un cavaliere medievale che cavalchi una Harley. E dal messaggio. Dalla democrazia diret­ta che, nei tempi del web diffuso, è più forte, ma molto più forte di questo straccio di democrazia rap­presentativa trasformato in oligar­chia partitocratica.</p>
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		<title>LETTERATURA: I MAESTRI: Carteggio tra Pancrazi e Panzini</title>
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		<pubDate>Thu, 10 May 2012 04:46:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[I Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>

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		<description><![CDATA[di Vittore Branca [da “La Fiera Letteraria”, numero 20, giovedì 18 maggio 1967] Il primo incontro con uno degli scrittori a lui più cari e congeniali, con Al­fredo Panzini, avvenne per Pietro Pancrazi ai tempi del suo noviziato giornalistico e letterario nella Venezia viva e combattiva alla vigilia della grande guerra. (1) Da poco uscito [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Vittore Branca<br />
[da “La Fiera Letteraria”, numero 20, giovedì 18 maggio 1967]</p>
<p>Il primo incontro con uno degli scrittori a lui più cari e congeniali, con Al­fredo Panzini, avvenne per Pietro Pancrazi ai tempi del suo noviziato giornalistico e letterario nella Venezia viva e combattiva alla vigilia della grande guerra. (1)<span id="more-23836"></span></p>
<p>Da poco uscito da quel Li­ceo Foscarini, dove più di trent’anni prima Panzini era stato allievo timido e melan­conico, (2) Pancrazi appena ventenne esordiva nella <em>Gaz­zetta di Venezia</em> di Zuccoli e di Cenzato, di Damerini e di Zorzi. Panzini, scrittore ormai autorevole nella Milano di Treves e delle sue affermate riviste, stava proprio allora superando, a cinquant’anni, il contrasto fra un’ispirazione schiettamente classica <em>(Il li­bro dei morti,</em> del tempo in cui traduceva Esiodo e Teocri­to e commentava Virgilio e Ovidio) e una narrativa <em>(La cagna nera, La biscia)</em> di un verismo romantico sul metro dei due Emilio milanesi, il Pra­ga e il De Marchi. Con <em>Santippe (piccolo romanzo fra l’an­tico e il moderno)</em> Panzini fin dal titolo cercava un rischio­so ma risolutivo equilibrio fra i due mondi: fra gli dèi della sua giovinezza che gli avevano insegnato la ricerca del bello-buono e il sacrificio dì sé alla legge, e il dubbio e l’ironia interiore che attraver­so l’osservazione della realtà già avevano roso e corroso quel mondo e avevano reso sottilmente inquieto il suo animo.</p>
<p>A Pancrazi quell’interpreta­zione moderna e un po’ deca­dente del filosofo antico piac­que: perché — come notava nella <em>Gazzetta dì Venezia</em> (22 VI 1914) — nella rappresenta­zione panziniana « sotto un velo cristallino di parole adu­nate e congiunte da un senso attico dello stile, vedete muo­versi e formarsi e disfarsi una fonda tristezza per il sa­piente [Socrate] che deve morire ».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>« Grazie del lungo, fine, bellis­simo scritto su la mia <em>Santip­pe</em> », gli scriveva Panzini il &#8217;23 giugno. « L’ironia divora se stes­sa! Benissimo detto. Si può ag­giungere: l’ironia è praticamen­te inutile. Ma per chi trova per lo meno inutili novantanove su cento delle azioni ed operazioni umane, si può ben lasciare il ba­dalucco dell’ironia come <em>solatium infirmorum</em> ».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Già questa prima battuta epistolare sembra impostare uno dei motivi fondamentali, in questi anni, nella corrispon­denza fra lo scrittore e il suo critico più fedele: cioè il rap­porto fra letteratura e vita. Era un tema naturale fra due spiriti che si erano avvicinati</p>
<p>attraverso la mediazione di Renato Serra (un anno dopo Pancrazi lo commemorava « caduto portando con sé una inquietudine umana che solo la morte ha potuto fermare »: e citava epigraficamente le pa­role famose dell’Esame: « For­se il beneficio della guerra, co­me di tutte le cose, è in se stessa: un sacrificio che si fa, un dovere che si adempie&#8230; » (<em>Gazzetta di Venezia,</em> 13 VIII 1915). (3)</p>
<p>« Non è tempo per le lette­re&#8230; anch’io ho due figlioli sot­to le armi, di cui uno non troppo lungi da lei » (29 II e 3 III ’16); e poi in una sem­plice cartolina: «Grazie e il mio cuore è con lei » (28 V ’16) scriveva, quasi rifiutando ogni discorso letterario, Panzini al suo giovane amico, ormai uffi­ciale al fronte (« 226° Fant. 12<sup>a</sup> Comp. Zona di guerra »): il quale tuttavia nelle procel­lose esperienze umane e cul­turali di quegli anni trovava il suo rifugio proprio nella let­teratura intesa come espres­sione di misura umana, di ci­viltà stessa. Fatto rientrare a Bologna e poi a Firenze per­ché gravemente ferito, mentre ancora era convalescente, sul­la fine del ’16, Pancrazi inizia­va quel fervido sodalizio con Papini che doveva mettere ca­po alla memorabile antologia , <em>Poeti d’oggi</em> (un combattuto sodalizio che già Emilio Cecchi ha illustrato da par suo sul <em>Corriere della Sera).</em> E si rivolgeva subito a Panzini:&#8217;</p>
<p>« Illustre Professore, non so proprio s’Ella conservi ancora memoria di me. Dopo un suo sa­luto — in una cartolina, a Firen­ze — nel maggio, nientemeno!, dell’anno scorso che mi giunse mentre mi caricavo lo zaino per il    fronte, mi par di non aver più trovata occasione di farmi vivo. E l’avrei voluto spesso. Ricordo d’avermi appuntato tutto l’itine­rario per Bellaria, in agosto, a Bologna quando stavo curando la mia ferita di guerra. Quella volta poi non. mi riuscì scappa­re. Dopo, ogni volta che incon­trassi una conoscenza comune, domandavo di lei. Così a Cecchi, ricordo, a Firenze; e più volte a Papini. E a Missiroli, e a Valo­ri. Ultimamente giunsi a Roma poche ore dopo una sua confe­renza su Machiavelli a quel di­sgraziato Excelsior. Dalla crona­ca di un giornale romano, crede­vo che la conferenza fosse fissa­ta per l’indomani. Trovai inve­ce, anche quella volta, Papini che mi disse d’averla accompa­gnata alla stazione da poco. E anche quell’occasione fu persa. Bisogna dunque che mi contenti d’averla amico da lontano. Ma non perderò adesso questa occa­sione per annoiarla. Con Papini si sarebbe combinato di pubbli­care quest’anno un’antologia di scrittori contemporanei o mo­dernissimi se crede: dopo il Pa­scoli. Qualche cosa come l’anto­logia dei <em>Poètes d’aujourd’hui, </em>pubblicata da Van Bever e Léautaud nell’edizione del <em>Mercure de France.</em> Si tratterebbe dunque di dare vari brani — per una ven­tina di pagine al massimo — di vari autori, preceduti da una no­ta biografica che segna la car­riera letteraria (anno di nasci­ta — e poi collaborazione, inse­gnamento, fortuna — o sfortu­na — nel pubblico e nella criti­ca) ; poi un paragrafo di biblio­grafia; e infine un appunto delle critiche più interessanti sull’au­tore: libri, saggi, articoli&#8230; Dopo tutto quest’apparato, i brani scel­ti. Con Papini ci siamo intanto divisi il lavoro sul quale verrà poi esercitato un controllo scam­bievole. Io dovrei intanto, tra l’altro, preparare i brani scelti della sua opera. Volendo evita­re le novelle — per ragioni so­prattutto di spazio — penso di scegliere dalla <em>Lanterna,</em> da <em>San­tippe,</em> dal <em>Romanzo della guer­ra,</em> e dal <em>Viaggio circolare.</em> Ora desideravo da lei: prima di tut­to, in linea generale il consen­so a questa scelta; poi al mo­mento opportuno un aiuto per ottenere da <em>casa Treves</em> il per­messo di riproduzione; infine che mi favorisse al più presto qualche appunto per quelle no­te biografiche che le dicevo; e che mi facesse avere il <em>Viaggio circolare</em> in volume o ma­gari in prestito in bozze appena possibile essendomi impossibile trovare qui quei numeri della <em>Nuova Antologia.</em></p>
<p>« Sono in campagna e in con­valescenza, dopo certi malanni di quest’inverno; e il futuro non e mio perché il 1° di luglio torno al mio reggimento. Così non posso perdere neppure que­sto poco tempo. L’antologia do­vrebbe uscire in autunno, edita dalla <em>Voce.</em></p>
<p>« E ora mi dica pure che son seccante e molesto, o magari che ci vuole una bella cotenna per occuparsi di questi ”ozii” a que­sta svolta di storia. Non potrei risponderle niente: se non che a me, e per quel pochissimo che mi riguarda, disegnando insom­ma un lavoro, mi pare un poco di ipotecare il futuro e di scen­derlo dalle inquiete ginocchia di Giove.</p>
<p>« Se ha vicino, come le augu­ro, quel suo figliuolo che l’anno scorso fu a Roma malato, gli può dire che lo ricorda ancora una sua infermiera (e mia zia): Licina Serlupi, e che avendole io di qui mandato un libro del pa­dre, mi ha ridomandato del fi­glio. E scusi anche questa. E mi creda con molti ossequi e saluti, cordialmente, Suo</p>
<p><em>Pietro Pancrazi </em><br />
Camucia (Arezzo) 6 V ’17 ».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma Panzini tutto turbato e inquieto («nessuno dei nostri scrittori si arrovellò intorno alla guerra come Panzini&#8230; », scriverà proprio Pancrazi), ri­spondeva due giorni dopo una di quelle sue cartoline stipate e concitate:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>« Caro Signore, mi pare così strano che ci si possa occupare di letteratura! Io ho due con­tratti con Treves, ma non vo­glio che stampi finché dura la guerra. Vorrei possedere l’azione invece del calamaio e la pen­na, e fare ciò che in una cartoli­na non si può dire. Ah Papini! È un nobile intelletto, è un grande intelletto, ma non sente odio contro quello che io odio. Pensa per ragione e per logica, sentirò Treves per quello che lei dice nella lettera, ma se ella può tralasciare me, il mio nome, le mie cose, me lo dica: mi pare un atto di vanità. Desidererei farne a meno; Le auguro di guarire bene! Suo Alfredo Panzini. Il <em>Viaggio</em> è inedito, li 8 maggio 1917 ». (Ma poi in <em>Poeti d’oggi </em>Panzini sarà presente con più di una ventina di pagine tratte da <em>La lanterna di Diogene, Viag­gio di un povero letterato,</em> la <em>Ma</em>­<em>donna di mamà.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nonostante queste diversità di temperamento e di sensi­bilità («Viviamo forse in at­mosfere diverse. 0 è effetto delle età diverse? », notava Panzini nello stesso periodo in una cartolina), anzi, forse pensando proprio alle reazio­ni appassionate dello scritto­re, Pancrazi, dopo il dramma di Caporetto, vorrebbe accan­to a sé l’« Illustre Professo­re » quale collaboratore del <em>Nuovo Giornale</em> di Firenze.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>« E’ l’organo democratico del­la Toscana. Nelmomento è anche l’esponente delle associazio­ni patriottiche di resistenza della città. Fu ed è interventista. L&#8217;attuale Direttore ci terrebbe molto e&#8230; io terrei anche più di lui ad averla qualche volta con noi. Tutto che ci vorrà mandare -sarà accettatissimo » (30 I 1918).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E Panzini sempre ansioso e sulla negativa, seppure non senza una cordialità tutta panziniana:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>« Nel momento presente, con molta perturbazione, non posso promettere niente. Abolisca pu­re l’<em>illustre</em> in questi tempi di economia nei consumi » (4 III 1918).</p>
<p><em> </em></p>
<p>E due mesi dopo (27 V ’18), scrivendo dall’ufficio della Croce Rossa — alla quale ave­va voluto dare la sua opera in quei mesi di rinascita civile e militare — più risolutamente scopre un’ansia umana che travolge ogni preoccupazione letteraria:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>« Caro Signore, io non so con quali parole ringraziarla del suo scritto sul <em>Nuovo Giornale</em> [22 V '18 <em>Ai critici di Panzini</em>]; e specialmente per avere ella det­to cose che non furono dette e vorrei che non si potessero dire: cioè la sensazione di dolore che deriva da qualche mio scritto.</p>
<p>«Così tutto quanto io ho scritto non fosse mai esistito, purché non fosse esistita la causa da cui proviene questo effetto d’arte! Sia parliamo d’altro. Il comm. Hoepli le manderà la 3<sup>a</sup> edizione del mio <em>Dizionario moderno.</em> Vi sono ancora errori e orrori; tut­tavia credo che sia meritevole di qualche cenno. Mi creda, Suo Al­fredo Panzini ».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Anche passata la grande bu­fera della guerra la corrispon­denza si intreccia sì più cal­ma e più letteraria, ma sem­pre mossa e commossa da umori morali e sociali, come era naturale a Panzini, ma an­che a Pancrazi (che preluden­do ai suoi <em>Scrittori d’oggi</em> con­fessava: . « La critica dei con­temporanei, se vuole rispon­dere all’ufficio suo, senza con­traddire ai canoni estetici, de­ve però attingere qualche co­sa anche da fuori: e qualcosa ritrarre dalle intelligenti ami­cizie e dall’umore del tempo e del costume»). Ma è soprat­tutto lo scrittore a esser in questo periodo ansioso e pes­simista, preoccupato e polemi­co: perché nella sua busso­la — osservava Pancrazi — « l’ago magnetico avvertì subi­to la scossa [delle revolvera­te di Saraievo]: e da allora non ebbe più requie si sposta ogni ora, ogni minuto; anche quando sembra restare fermo e orientato, conserva in sé il tremito di tutti gli spostamen­ti futuri » <em>(Resto del Carlino, </em>III 1924).</p>
<p>Dopo aver scritto il 6 dicem­bre del ’19 un articolo sul <em>Car­lino</em> a proposito del <em>Viaggio di un povero letterato</em> (4) (letto la prima volta in « una brutta camerata di una brutta caser­ma romana »&#8230; (Come una «tra le più belle prose »: lett. del 31 I ’19), Pancrazi riceveva un biglietto irto di bizze panziniane:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>« 10 XII ’19. Preg.mo Signore, La ringrazio con grande e senti­ta gratitudine del suo scritto del 6 u.s. Ella è ben sottile e se mol­ti sentissero come ella sente, io non sarei un <em>povero letterato</em> e forse nemmeno un <em>letterato po­vero.</em> Già Ambrosini (5) è un bel­lissimo ingegno ma ha troppa salute e perciò sente come difet­to assoluto quello che in me è difetto — lo so — ma relativo. Ha visto che edizione indecen­te? Mi pare di andar fra il pub­blico con un abito pieno di tur­pitudini! Ma quei Sigg. editori hanno saputo troppo ben circuir­mi. Mi creda suo dev.mo Alfre­do Panzini ».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center"><strong>L’ossessione della donna</strong><strong></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I turbamenti di quello che il critico definirà « l’inquieto Panzini » <em>(Secolo</em> 25 V 1922) si accrescono alla pubblicazio­ne di <em>Io cerco moglie.</em> « Non avendo veduta alcuna recen­sione suppongo che ella vo­glia, per cortesia, risparmiar­mi un’esecuzione. Ella ha <em>fu­cilato</em> Guido da Verona&#8230; » (12 XI ’19) (6). E Pancrazi a re­plicare con quella schiettezza e quella umiltà di voler anzi­tutto « capire » che resero così esemplare e decisivo il suo esercizio di critico militante:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>« Illustre Professore, Ella ha fatto un giudizio temerario. L’ar­ticolo su <em>Io cerco moglie</em> è nel cantiere dei miei articoli (da fa­re) che aspetta l’ora del varo. Se può interessarla e a mostrar­le il mio buon volere, le dirò che l’ho cominciato e ho strappato il principio tre volte. Come sa, per me non si tratta né di condanna­re, né di esaltare (non potrei e non saprei) ma più semplicemente di capire. E questa volta capire non mi è più facile. (7) Scusi e abbia pazienza. E segui­ti a non volermi male. Il suo aff.mo Pietro Pancrazi ». (26 II 1920: l’art. uscirà il 9 III 1920 sul <em>Carlino).</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Forse è proprio questo at­teggiamento, impegnato e pa­cato al tempo stesso, a solle­citare gli sfoghi morali-socia­li dell’« inquieto » Panzini, mentre l’uno dietro l’altro escono <em>Io cerco moglie</em> (1920), <em>Il mondo è rotondo</em> (1921), il <em>Padrone sono me</em> (1922).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>« Caro Signor Pancrazi, La rin­grazio della recensione. Le vor­rei dire molte cose, ma ciò sarà a voce in Aprile. Lo spostamen­to sociale sta producendo, anzi ha prodotto, uno spostamento nel mio pensiero. E’ un difetto? A quanto leggo, pare di sì. E co­sì sia. Quanto al fenomeno <em>don­na</em> idem. Altro difetto. Se lei ve­de nella <em>Rassegna Italiana </em>[1920] un mio scritto, in quat­tro puntate, <em>Il diavolo nella mia libreria</em> (8), troverà anche più forte questa specie di fissazione o difetto. Mi creda affettuosa­mente Suo A. Panzini.</p>
<p>« E’ morto Tozzi. Povero fi­gliuolo dopo tanto insistere per la gloria! Roma li 23 III 1920 ».</p>
<p>« Prima di condannare la per­turbazione che in essi libri tro­verà per le cose presenti, consi­deri se per avventura le lettere amene in Italia non siano trop­po amene per la loro impertur­babilità » (6 IX 1920).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E naturalmente tornava a toccare il tasto della « donna », che Pancrazi aveva rilevato essere l’« ossessione » di Pan­zini.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>« Roma, li 6 nov. 1920. Caro Pancrazi, grazie di cuore. Sven­turatamente io scriverò ancora altri libri&#8230; perché li ho scritti, e lei vedrà che non sono total­mente paranoico per la donna. Del resto non ho nulla da dire contro ciò che ho detto su l’al­tra metà del genere umano. An­zi converrà dire di più. Veda: anche la guerra mondiale è do­vuta al ventre della donna, che, se si impregna, fa troppi uomi­ni; se non si impregna fa&#8230; pu­trefazione sociale. Ci pensi. Ella è critico troppo fine per non su­perare la letteratura. E per il <em>Diavolo</em> nel <em>Carlino</em> nulla? Salu­ti <em>affettuosamente</em> Papini. Suo Alfredo Panzini ».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>« Lasci la letteratura. E’ il meglio ormai », aveva del re­sto scritto a Pancrazi — fa­cendo coro con gli amici co­muni Moretti, Baldini, Fratel­li, Alessi — in una scherzosa cartolina da Cervia il 20 ago­sto di quello stesso anno.</p>
<p>L’atteggiamento problemati­co, in quell’inquieto dopoguer­ra, in quell’atmosfera di incer­tezze in cui sonanti erano scoppiate le « conversioni » di vari letterati e soprattutto di Papini (ricordato spesso « af­fettuosamente » nella corri­spondenza), aveva del resto, alle volte, persino singolari ri­sonanze spirituali in un Panzi­ni che risolutamente rifiutava ormai il suo <em>cliché</em> più accla­mato.</p>
<p>« In tutti i miei scritti voglio­no vedere questo odioso Panzini. Il mio libro ultimo [<em>Il mondo è rotondo</em>] è uno sforzo — non so se riuscito — di far capire che esiste un problema dell’ani­ma, cioè di qualcosa che non riempie la panza, ma senza il cui nutrimento l’uomo diventa una bestia, anche se con la mar­tingala e il profumo <em>un jour viendra</em> » (8 I ’21). « Roma li 25 V ’21). Caro Pancrazi, Lei vuol far fiorire il Melograno [cioè l’antologia panziniana del ’21]. Io la ringrazio. La sua acu­tezza è mirabile, ma qualche vol­ta, per effetto di sottigliezza, tra­passa (9). Quel disgraziato Pan­zini poi, sembra un bruscolo nel­l’occhio. Sa, caro Pancrazi, che io ho strane sensazioni? Ma glie­le dirò a voce. E d’altronde non sono io: è il tempo che mi fa co­sì: è quest’età <em>folle</em> che dà la <em>follia,</em> (10) e non tutti hanno Gesù Cristo a disposizione come il guanciale che si prende alle stazioni per appoggiare la testa. Le sono gratissimo per ciò che el­la dice di me in relazione a Car­ducci. Sì è così proprio. Purtrop­po! Mondadori le manderà un volume <em>Signorine:</em> lì vedrà che bruscolo diventa il suo aff.mo A. Panzini. Una preghiera: Di chi è la <em>Vispa Teresa</em>? Sono anni che cerco ».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E ancora, dopo l’articolo pancraziano sul <em>Secolo</em> (25 V ’22) a proposito del <em>Padrone sono me:</em> « &#8230;Grazie delle ulti­me parole, in ispecie, e del pagar di <em>persone</em> che ella dice. Ma perché <em>irrequieto</em> o <em>inquie­to!</em> Caso mai la colpa è del treno pazzo che corre » (27 V ’22).</p>
<p>L’assestamento politico-so­ciale imposto dal fascismo — accettato sostanzialmente sep­pur non servilmente — calmò da una parte certe inquietudi­ni in Panzini e dall’altra ne frenò gli sfoghi col critico prediletto restato risolutamente sull’altra sponda. Ma a parte un richiamo delicato di Pancrazi a Panzini negli ulti­mi mesi di giornalismo libero (« Perché non scrive un po’ più spesso su<em> Carlino</em>? La vecchia compagnia s’è quasi sciolta&#8230; », 4 IV ’24) ci sono ancora e spesso nel carteggio ormai volutamente « lettera­rio » (anche nella parte ri­guardante la collaborazione a <em>Le più belle pagine</em> del Tre­ves dirette da Ojetti e Pan­crazi) allusioni e umori che muovendo dalla letteratura puntano alla vita: ad esempio le carducciane reazioni contro i « pazzi dell’estetica », contro la riforma della scuola e il suo autore, Giovanni Gentile, il « nemico numero uno della grammatica », della disciplina stilistica, della « buona » reto­rica, « ufficialmente abolita dalle scuole » proprio in que­gli anni di orge di « cattiva » retorica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>« A giorni riceverà <em>La vera istoria dei tre colori</em> », scriveva Panzini a Pancrazi il 1&#8243; aprile del ’24. « Vi troverà il bianco, il ros­so, il verde, e anche quel nero che gli italiani credono Che non si vede perché è nascosto sotto i fiori della Rettorica: ma si sen­te! Lo sa (è vero?) che Gentile ha abolito la Retorica? ». E Pan­crazi di rimando: « Quanto alla Rettorica (con un <em>t</em> o con due) hanno un bell’abolirla: è un nu­me autoctono e rinasce sempi­terna come l’alloro di cui è qua­si fratello o sorella, come vuole. Non crede? (4 IV ’24).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E’ questa fedeltà a una di­sciplina e a una chiarezza in­sieme stilistiche e umane quel­la che soprattutto lega in que­sti anni Panzini e Pancrazi, i quali proprio come scrittori si incontrano ormai frequente­mente sulle colonne del <em>Corriere.</em> All’ideale manifesto — conclusivo di una serie di ap­pelli — di Panzini alla vigi­lia di entrare nell’Accademia d’Italia <em>(Difendo la Retorica, Corriere della Sera</em> 14 II ’29) (11) fa riscontro la tenace campagna nello stesso senso di Pancrazi, culminata in quel <em>Dove va la prosa? (Corriere della Sera,</em> 5 XII ’36) che l’ac­cademico applaudiva di gran cuore:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>« Anch’io critico, ma non più giovanetto, le darò il mio voto per il suo bel componimento <em>Do­ve va la prosa?,</em> cioè 10 con lode. Quanto poi alla parte finale che riguarda le mosche, gliene rac­conterò delle belle quando ci tro­veremo insieme » (7 XII ’36).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il dissenso sul piano politi­co fra l’Accademico d’Italia e il critico antifascista rimane­va in discreta sordina, con si­gnorile comprensione recipro­ca; come, ad esempio, a pro­posito del romanzo più impe­gnato politicamente <em>Legione X.</em> Panzini dapprima incalza­va perché Pancrazi, nonostan­te le riserve, ne scrivesse co­me al solito:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>« Caro Pancrazi, io non trovo punte: ma già che lei parla di velluto, saranno quelle naturali asperità che deve avere ogni broccato. Parli del velluto soltan­to, e lasci stare le brocche. Que­sto le domando, se pure le sue cortesi parole non rappresenta.- rio una forma di rifiuto. Suo A. Panzini » (10 IV ’34).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma poi non dovette, insiste­re, se un anno dopo si rivol­geva a Pancrazi così:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>« Caro Pancrazi, lo scorso an­no lei, con ragioni benissimo sot­tintese, mi significò che non de­siderava fare recensione sul <em>Cor­riere</em> del mio libro, <em>Legione X. </em>Che non me ne sia avuto a ma­le è prova la presente&#8230; » (8 III ’35).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center"><strong>Gli anni di Bologna</strong><strong></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’intesa fra i due amici — che, segno dei tempi, per più di vent’anni, manterranno fra di loro il civile « lei » — con­tinuava, soprattutto negli ulti­mi anni dello scrittore, sotto il segno di due grandi amori letterari: quello per gli one­sti e cari narratori minori dell’800, e quello per un « mae­stro » di vita e di poesia come il Carducci, « professore » ama­tissimo di Panzini negli anni universitari bolognesi, ritrat­to da lui continuamente, per­sino in varie pagine narrati­ve. (12)</p>
<p>Il primo mette capo all’an­tologia sansoniana <em>Racconti e </em>novelle <em>dell’Ottocento</em> (1938), preparata in parte fra Bellaria e Rimini.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>« Firenze 5 III 1938. Eccellen­za, e caro Panzini, l’altr’anno, nella via tra Bellaria e Rimini, Lei mi parlò con ammirazione di un romanzo del Padre Bresciani che veniva leggendo. Ora io per un’antologia di narratori dell’800 che faccio vorrei scegliere una decina o ventina di pagine anche del Bresciani. Può darmi un buon consiglio? Dove cerca­re, cosa scegliere? E scusi que­sta noia&#8230; Le manda molti osse­qui e affettuosi saluti l’aff.mo suo Pietro Pancrazi ».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>« Caro Pancrazi, non ho con me l’<em>Ebreo di Verona.</em> Credo che a Firenze se lo possa procurare. Le mando questo di quattro volu­metti, sui <em>Costumi di Sarde­gna</em> (13). Lo leggerà con dilet­to e ne trarrà belle pagine (ca­ni, cavalli in mezzo, donna dal seno scoperto pudicamente in fi­ne!). Questo gesuita leccato, le­ziosamente toscaneggiante è pur una grazia! Grazie del rimando del libro, quando crederà e se si ricorderà, e questo le dico per­ché credo sia difficile trovare. Suo A. Panzini » (11 III ’38).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E appena uscita, l’<em>Antologia </em>è accolta con festa, commossa e nostalgica insieme, da Pan­zini, che mai aveva potuto di­menticare la lezione del no­stro realismo romantico (e specialmente di <em>Demetrio Pianelli</em> e della <em>Famegia del San­tolo).</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>« Caro Pancrazi, che bella, che nobile opera di rivendicazione hai fatto verso il povero Otto­cento letterario! Grazie a te an­che per il riposo che mi procuri. Riposo o tristezza rileggendo co­se lette e obliate? Staccia, stac­cia il setaccio della storia: quel­lo      che ancora rimane nel setac­cio o vaglio è ancora il meglio delle vane e crudeli opere uma­ne. Affettuosamente e grazie an­cora a nome di Titì [la figlia]. Tuo Alfredo Panzini. 3 XI ’38 XVI ».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>« Eccellenza e caro Panzini, La sua lettera è per me la ri­sposta più gradita e più cara che potesse venire al mio libro ot­tocentesco. Gliene sono grato dal cuore: e ringrazio anchela Ti­tì (che io ricordo sempre, come la prima volta, in lunghe trec­ce) dell’attenzione al vecchio li­bro. Molti ossequi e auguri e salu­ti affettuosi dal suo Pietro Pan­crazi » [lettera senza data].</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>« Eccellenza, e molto caro Pan­zini, Lei mi ha fatto il più bel regalo di Natale; e io gliene dico grazie di cuore. Certe cose, dette da Lei, sono più care, e valgono più, che dette da ogni altro. E io    sono molto contento e per me e per quegli scrittori dell’ ’800&#8230; Che del resto, a giudicare da co me il libro è accolto dal pubblico, incontrano il gusto, o almeno il piacere d’oggi, molto più che i rivoluzionari non dicano.</p>
<p>Mando a lei e a tutti quelli a cui lei vuol bene, il più affettuo­so Buon Natale e Buon anno!</p>
<p>Il suo Pietro Pancrazi<br />
Camucia, 25-12-1938</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’altro grande amore, quel­lo per il Carducci, è al centro di uno scambio di lettere pro­prio nell’ultimo mese di vita di Panzini: e ancora per una progettata pubblicazione otto­centesca, quella che — dopo la lunga parentesi della guer­ra — sarà realizzata nel ’48 da Pancrazi e Valgimigli nel de­lizioso volumetto panziniano <em>Per amore di Biancofiore</em> (e colpisce, quasi un presa­gio, sul margine estremo dell’epistolario quell’accenno alla « penna non so se arrugginita o abbacchiata », e quell’accen­to insolitamente vibrato posto sul « coraggio » di scrittore).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Firenze, 15-3-1939</p>
<p>« Eccellenza, e carissimo Pan­zini, ho riletto questi giorni (lo avevo letto molti anni fa, ma senza farci la giusta attenzione: ero troppo giovane) il suo libro sull’evoluzione del Carducci. Che bel libro, (anche nelle sue gio­vanili fratture) e quante cose del Carducci, e sulla letteratura e sulla civiltà italiana del secolo nuovo! Ne sono ancora molto commosso&#8230; Ma qui viene, (mi scusi carissimo Panzini), la sec­catura per lei. Io non sono mai riuscito a procurarmi in proprie­tà questo libro. L’ho sempre avu­to, e anche questa volta, da una biblioteca. E se lei ne avesse (non si sa mai) una copia di più; oppure sapesse dirmi dove possa acquistarla&#8230; mi farebbe un vero e grosso regalo. Mi scu­si se la domanda è importuna. E creda sempre ch’io le voglio molto bene e sono il suo devoto e aff.mo Pietro Pancrazi ». Roma 21 marzo 1939.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>« Caro Pancrazi, scusi se le scrivo a macchina perché la pen­na è un poco, non so, se arrug­ginita o abbacchiata. Mi dispiace non poterle fare avere una co­pia della mia operetta giovanile <em>Evoluzione di Giosuè Carducci.</em> <em>Quell’ evoluzione</em> è veramente brutta parola, ma risente dei tempi. Fu quella allora, un’ope­retta molto coraggiosa, come so­no coraggiose tutte quante le co­se che io ho scritto, benché mia figliola sia quasi sempre dell’opi­nione contraria. Tanti cari salu­ti, suo A.- Panzini ».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Solo venti giorni dopo Pan­crazi — certo ripensando an­che al suo conversare e al suo carteggiare con l’amico scom­parso — scriveva: « L’arte di Panzini dovette conciliare&#8230; questa intima natura contrad­dittoria: da una parte l’idillio, dall’altra l’impressione e la reazione più nobili dinanzi al­la vita contemporanea. Fu il suo tormento, ma anche la sua gloria di scrittore. Un classi­cista tutto percorso e inquie­to di sensibilità moderna; e un moderno che ha ancora in sé attivo il ricordo e il sape­re degli antichi <em>(La morte di Alfredo Panzini</em>: <em>Corriere del­la Sera,</em> 11 IV ’39). E passati pochi mesi soggiungeva più pacatamente e quasi con di­stacco di storico: « Nato scrit­tore nella più schietta tradi­zione, fin dal principio inna­morato di un suo umanesimo non delle lettere soltanto ma dell’anima, in cinquant’anni d’arte l’impegno di Panzini fu d’immettere in quella luce, in quell’ordine, in quell’ereditato e rinnovato senso del bello, quanto più sentimento nuovo e più cose di vita vera egli poté. E questo soprattutto lo assicura del tempo: su altri scrittori suoi contemporanei il nostro giudizio è ancora incer­to: ma Panzini, nella sua mi­sura, ci sembra già stare nella nostra storia letteraria con la composta sicurezza di un classico ». <em>(Invito a Panzini, </em>in <em>Romanzi d’ambo i sessi</em> di A. Panzini, Milano, Mondado­ri, 1941).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>NOTE</strong></p>
<p>Gli originali delle lettere qui pubblicate sono conservati: quel­li di Panzini dalla signorina Maria Pancrazi, sorella di Pietro; quelli di Pancrazi da Piero e Emilio Panzini, figli di Alfredo. Purtroppo molta parte del car­teggio è andata dispersa, anche per le traversie subite duran­te la guerra ultima da casa Pan­zini. Ai familiari dei due scrit­tori il mio ringraziamento più vivo per la liberalità con la qua­le hanno messo a disposizione questi preziosi cimeli e ne hanno consentito la pubblicazione. Del rapporti Panzini-Pancrazi ho già accennato brevemente in un arti­colo sul « Corriere della Sera » del 19 giugno 1966.</p>
<p>1) Pi questo periodo vedi la fine rievocazione critica di C. Galimberti, « Gli anni veneziani di Pietro Pancrazi » in « Lettere Italiane » VI 1954; e gli articoli di (i. Damerini nel « Gazzettino » 4 e 3 giugno 1965.</p>
<p>2) Basti rileggere « Il cuore del passero » (1897) e « Le av­venture di un paterfamilias » (1911) oggi in « Romanzi d’ambo i sessi», Milano 1941; «Il trionfo della penna d’airone » in « Trionfi di donna », Milano 1903; « Memorie di scuola » in « Nuova Antologia » 1 luglio 1907; « Il regno tuo venga » in « Le fiabe della virtù » Milano 1911 ecc.</p>
<p>3) Il primo di una serie di articoli di Pancrazi su Serra ne­gli anni veneziani è « Tra pa­rentesi. Un critico nuovo: Rena­to Serra » in « Gazzetta di Vene­zia », 29-10-1914. Flora notava « … Serra, lo scrittore che a me pare più di tutti abbia influito, forse anche per ammirazione di contrasto, sopra il Pancrazi » « (Scrittori italiani contempora­nei », Pisa 1952, pagg. 88). Non è senza significato che Pancrazi stesso ordinando la sua « summa » « Scrittori d’oggi » abbia accostato il saggio « Renato Ser­ra » all&#8217;« Invito a Panzini » (vol. III, 1946, pp. 3 ss.).</p>
<p>4) Com’è noto il « Viaggio ili un povero letterato » Milano. Treves, 1919 era apparso in pri­ma forma sotto il titolo « Viag­gio circolare in prima classe ili un povero letterato » nella « Nuova Antologia » nel gen­naio-febbraio 1915. E Pancrazi osserverà venticinque anni diopo « Si può dire che tutti gli umoristi dòpo il viaggio semi- mentale, e dopo il &#8220;Reisobilder” amarono viaggiare. Ma nessuno scrittore nostro, tra quanti si so­no provati, ha fatto mai tanto suo pro del viaggio letterario come Panzini. Addirittura Pan- zini ha ricreato il genere, egli ha fatto rientrare nei suoi viag­gi, con un modo e un pungente suoi, anche i romanzi, le novel­le, le filosofie, le storie che non scrisse » « (La morte di Alfredo Panzini », « Corriere della Sera » 11-4-1939 »).</p>
<p>5) Luigi Ambrosini, l’amico di Renato Serra, collaboratore in quegli anni della « Voce » e del­la « Nazione ».</p>
<p>6) Allude a esempio all&#8217;articolo su « Il libro del mio sogno errante » di Guido da Verona pubblicato il 23 febbraio 1919 sul « Nuovo Giornale »; e al più recente « Vacanza completa » in « Il Resto del Carlino », 5 febbraio 1920. E cfr. poi « Ritorno di Da Verona» in « Corriere della Sera », 10-7-1926.</p>
<p>7) Dichiarazione che anticipa direttamente le prese di posizione più ragionate e mature in « Scrittori d’oggi»: «Di quello che non posso criticamente tra­sferire in termini di ragione a me è negato parlare&#8230; Non andrò esercitare sui poeti l’analisi logica, ma sento di doverla sem­pre esercitare su di me, e dove non posso, smettere »; « di fron­te a certi ermetismi non mi fi­do. Bisognerebbe sganciarsi dal­la ragione&#8230; »; « che Montale quando proprio non può fare a meno faccia uso anche del buio; ma negli altri casi si ricordi an­che di noi che dalla sorte, ahi, fummo condannati a capire ».</p>
<p>8 ) Poi pubblicato in volume da Mondadori, Milano 1920.</p>
<p>9) Panzini si riferisce all’articolo di Pancrazi « Il melograno &#8211; «Il Resto del Carlino», 24-5-1921.</p>
<p>10) E nella nota preparata ne ’24 per la breve biografia « Poeti d’oggi » scriveva di essersi allontanato dalla scuola « per una specie di crisi morale, non sapendo più qual è la morale che nell’età presente si può sostenere davanti ai giovani ».</p>
<p>11) Cfr. per esempio « Il punto esclamativo si difende » in « Corriere della Sera », 15-10-1924; « Conseguenze del punto esclamativo » ibid., 1-11-1924); « Battaglia di parole » ibi., 27-8-1926; «Predica al giovanotto beato » ibid., 5-5-1927; e anche « In difesa della Retorica » 3-11-1929.</p>
<p>12) Basti pensare oltre a quelle raccolte a cura di Valgimigli in « Per amore di Biancofiore » (Firenze, Le Monnier 1948), alle pagine nel « Viaggio di un povero letterato ».</p>
<p>13) Proprio con passi dei « Costumi di Sardegna » è presentato il Bresciani nell’antologia del Pancrazi.</p>
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		<title>C’è poco da sperare</title>
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		<pubDate>Wed, 09 May 2012 22:02:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[È tornato (ma in realtà non se n’è mai andato) Gianni Letta a consigliare Silvio Berlusconi. Quando le disgrazie cominciano è molto difficile porvi riparo. Gianni Letta è colui che ha ispirato le mosse sbagliate del Cavaliere sia nell’estate del 2010, quando Fini se ne andò, sia nel novembre scorso quando consigliò Berlusconi di esaudire [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È tornato (ma in realtà non se n’è mai andato) Gianni Letta a consigliare Silvio Berlusconi. Quando le disgrazie cominciano è molto difficile porvi riparo.<span id="more-24501"></span></p>
<p>Gianni Letta è colui che ha ispirato le mosse sbagliate del Cavaliere sia nell’estate del 2010, quando Fini se ne andò, sia nel novembre scorso quando consigliò Berlusconi di esaudire Napolitano che non voleva il decreto a riguardo delle misure da adottare  secondo gli impegni dettati dall’Ue. Fu l’inizio del declino e l’altro giorno, con le amministrative, della disfatta.<br />
Se tanto mi dà tanto, il ruolo di Gianni Letta non fa sperare nulla di buono.</p>
<p>Sembra che Berlusconi l’altro ieri sera fosse infuriato con il governo Monti, sia per l’impudenza che aveva avuto di addossare i suicidi che stanno diffondendosi in Italia all’operato del governo Berlusconi, sia perché le recenti elezioni hanno bocciato senza mezzi termini la politica bocconiana, dando a Berlusconi la colpa di tenere in vita uno schiacciasassi che stritolerà l’Italia senza che ciò porti alcun beneficio.</p>
<p>Invece, come <a href="http://www3.lastampa.it/politica/sezioni/articolo/lstp/453566/"><span style="color: #800080;">si legge</span></a> su “La Stampa”, Gianni Letta è riuscito a calmarlo e a convincerlo che il governo non si può mollare.<br />
Ciò significherà la distruzione del Pdl, ma forse a Gianni Letta questo non interessa.</p>
<p>Chi mi legge sa che ho sempre imputato a Gianni Letta gli errori commessi dal Cavaliere, e mi sono domandato e mi domando ancora come mai egli non abbia mai tratto conclusioni logiche dalle sue disgrazie.<br />
L’amicizia di Letta con Napolitano ha favorito Napolitano e non certo Berlusconi. Berlusconi se n’è mai reso conto?<br />
Spero che si tolga il velo dagli occhi e le nebbie dalla mente.</p>
<p>Come <a href="http://www.ilgiornale.it/interni/dai_silvio_molla_monti/09-05-2012/articolo-id=587031-page=0-comments=1"><span style="color: #800080;">scrive</span></a> Feltri, è giunta l’ora di mollare Monti per il bene del Paese, costi quel che costi, perfino la probabilissima vittoria del Pd.</p>
<p>Anche Giuliano Ferrara è tornato ad essere il pompiere che abbiamo conosciuto nel 2010, quando, uscito Fini, sconsigliò il cavaliere ad andare ad elezioni anticipate. Come ormai anche i sassi sanno, questo fu – tra i tanti errori – quello più grave.<br />
Oggi Ferrara auspica che nel 2013 si riformi la grande coalizione con Monti timoniere.<br />
Che è una grande corbelleria. Poiché non sarà mai possibile, come dimostra l’esperienza Monti, fare alcunché quando a sostenere l’azione del governo ci sono partiti che hanno finalità contrapposte.</p>
<p>Si segua l’appello di Feltri, si stacchi la spina a Monti, prima che il disastro verso cui sta portando l’Italia diventi irreversibile.<br />
Filippo Facci <a href="http://www.liberoquotidiano.it/news/Libero-pensiero/1009691/Il-grillino---che-e-in-me---quasi--esulta.html"><span style="color: #800080;">ieri</span></a> ha scritto di sentirsi un po’ grillino.</p>
<p>Beh, anch’io me lo sento. Per la rabbia di non trovare un solo partito che faccia l’interesse del Paese, piuttosto che i propri.</p>
<p><a href="http://www.i-miei-libri.it/"><span style="color: #800080;">www.i-miei-libri.it</span></a></p>
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		<title>Sette articoli</title>
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		<pubDate>Wed, 09 May 2012 16:00:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Monti ammette: ci ha stangato per far piacere alla Merkel di Massimo De&#8217; Manzoni (da &#8220;Libero&#8221;, 9 maggio 2012) I tecnici, per assecondare il rigore voluto dalla Cancelliera, hanno caricato il Paese di tasse portandolo alla recessione. Con la modestia e la finezza che lo contraddistinguono, ieri Mario Monti ha elegantemente scaricato sulle spalle di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Monti ammette: ci ha stangato per far piacere alla Merkel</strong><br />
di Massimo De&#8217; Manzoni<br />
(da &#8220;Libero&#8221;, 9 maggio 2012)</p>
<p>I tecnici, per assecondare il rigore voluto dalla Cancelliera, hanno caricato il Paese di tasse portandolo alla recessione.<span id="more-24482"></span></p>
<p>Con la modestia e la finezza che lo contraddistinguono, ieri Mario Monti ha elegantemente scaricato sulle spalle di chi lo ha preceduto la catena di suicidi per motivi economici che sta costellando i suoi primi mesi di governo: «Le conseguenze umane della crisi dovrebbero far riflettere chi ha portato l’economia in questo stato e non chi da quello stato sta cercando di farla uscire», ha scandito un premier sempre più nervoso per l’inefficacia dei provvedimenti adottati e per la fibrillazione dei partiti che lo sostengono, duramente puniti nelle urne elettorali e quindi tentati di fargliela pagare. Di fronte alle reazioni degli uomini del Pdl e dei leghisti, Palazzo Chigi ha poi emanato l’ormai consueta nota di rettifica («non ha parlato di suicidi») che non ha rettificato alcunché, essendo le «conseguenze umane» nient’altro che le tragedie indotte dalla disperazione, delle quali il Professore ritiene Berlusconi colpevole, mentre lui si considera immacolato come le sue camicie. Ora, che i problemi del Paese abbiano radici lontane è fuori discussione. E che l’esecutivo del Cavaliere abbia responsabilità per non averli affrontati con la dovuta risolutezza questo giornale l’ha scritto decine e decine di volte. Ma è piuttosto grave che Monti parli della crisi come di un prodotto esclusivamente italiano, anzi dei governanti italiani, ignorandone l’origine internazionale e fingendo di non sapere che, ben più delle nostre colpe, a portarci in questa situazione è stata la pessima gestione dell’attacco speculativo da parte della governance europea e in primo luogo della sua amica Angela Merkel.</p>
<p>E ancor più sbalorditivo è che se ne chiami fuori fischiettando, proprio lui che sulle spalle già curve degli italiani ha caricato una mole impressionante di nuove tasse, portando il Paese in recessione. Anche perché c’è una pesantissima ombra sulla necessità della bastonata fiscale da 40 miliardi inflittaci da Monti non appena insediato dal blitz di Napolitano nella stanza dei bottoni. Lui l’ha sempre giustificata con la sua litania preferita: «Eravamo sull’orlo del baratro, abbiamo rischiato di non pagare gli stipendi, senza di me facevamo la fine della Grecia». Ma tra gli economisti i dubbi c’erano, eccome. Già l’8 dicembre scorso su Libero scrivevamo: «Diciamo le cose come stanno. La manovra Monti è stata fatta per compiacere la Germania. Le precedenti stangate non avevano fatto schizzare abbastanza sangue e, di conseguenza, oltre le Alpi non avevano sentito i lamenti di quei lazzaroni degli italiani. Ora, finalmente, sì. E forse adesso la Merkel acconsentirà a ritoccare un po’ le regole europee».</p>
<p>Il governo dei sobri si era guardato bene, ovviamente, dall’ammettere le vere ragioni della spremuta di tasse. E anzi aveva poco sobriamente continuato ad aggiungere pennellate al quadro apocalittico che, parola di Professori, ritraeva alla perfezione l’Italia prima del loro provvidenziale intervento.</p>
<p>Però ieri, 8 maggio, a pagina tre di Repubblica, abbiamo letto il seguente virgolettato attribuito a Mario Monti: «La Germania, prima di accettare di discutere di crescita, voleva che gli europei del Sud piangessero un po’. Adesso abbiamo pianto abbastanza». Non essendo stavolta arrivata alcuna smentita dai solerti portavoce montiani (usi, come detto, a smentire con prontezza qualsiasi affermazione priva del bollino doc, fosse pure favorevole al premier, come per esempio l’intenzione di parlare con l’uomo asserragliato con ostaggi all’Agenzia delle Entrate), siamo autorizzati a registrare che, esattamente cinque mesi dopo, il nostro leader in loden ammette di aver scarnificato il Paese per essere ammesso alla tavola di Frau Merkel e non per reale stato di disastro dei conti pubblici.</p>
<p>Ha pensato di accreditarsi attraverso le nostre sofferenze, il bocconiano preferito dal Quirinale. Ha voluto dimostrare che lui i compiti a casa li sa fare meglio di chiunque altro, l’italiano che si considera più tedesco dei tedeschi. L’ha fatto, ha spiegato, per poi avere più voce in capitolo con i partner europei. E noi speriamo naturalmente che sarà così e che qualche risultato per il nostro povero Paese prima o poi dai suoi viaggi a Berlino, Parigi e Bruxelles lo porterà a casa. Ma non ci venga a raccontare che con «le conseguenze umane» della crisi lui non ha nulla a che fare: perfino ai robot può crescere il naso.</p>
<hr />
<p><strong>Dai Silvio, molla Monti</strong><br />
di Vittorio Feltri<br />
(dal &#8220;Giornale&#8221;, 9 maggio 2012)</p>
<p>Caro presidente Berlusconi, mi scusi per questa incursione nei suoi affari di partito, ma sento che è dovere del-Giornale farle notare quali siano gli umori dei lettori, in particolare, e, in generale, dei cittadini vicini al Pdl.<br />
Umori che, tra l’altro, emergono nettamente dagli ultimi risultati elettorali. È vero: è stata una consultazione che ha coinvolto poco più di 9 milioni di italiani, un campione significativo, ma non sufficiente per capire dove andrà il Paese. È altresì vero che la scelta dei sindaci non comporta necessariamente un’adesione politica: sul piano locale, talvolta pesa di più la reputazione dei candidati che non il loro partito. Ma c’è un ma. In questa congiuntura tira aria cattiva.<br />
Trionfa l’antipolitica,che è poi generica protesta verso un sistema (anche istituzionale) inadeguato e obsoleto, e verso partiti traviati dalla corruzione e dall’inefficienza. In più, abbiamo un governo tecnico che ha tradito la fiducia, inizialmente eccessiva, del Parlamento e del popolo, cui non mancava certo la speranza di veder risolti i problemi causati dalla crisi economica: la disoccupazione, la cosiddetta stagnazione (ora la recessione), i ritardi dello Stato nell’onorare i propri debiti, le angherie di un fisco cattivo con i buoni contribuenti e indulgente con gli elusori e gli evasori, eccetera. Per andare giù piatti, il voto, dato il clima, è stato fortemente influenzato dalla politica dell’esecutivo; e le vicende locali sono passate in secondo piano, anche perché le casse municipali piangono ancora di più di quelle statali. Chi è andato al seggio non ha pensato al campanile, bensì a quanto avviene nelle stanze romane del potere. E ha approfittato della circostanza per manifestare un profondo dissenso nei confronti di Mario Monti, accusato, specialmente dagli elettori del Pdl, di aver promesso molto e di aver realizzato poco, e quel poco a danno degli italiani: tasse a iosa in ogni campo, perfino sulla casa, di norma acquistata con denaro già ipertassato alla fonte e spesso gravata da mutui con rate cospicue che falcidiano gli stipendi, quindi di fatto di proprietà della banca per effetto dell’ipoteca. I tecnici hanno fatto del loro meglio per comprimere i consumi, costringere imprese piccole e medie a chiudere i battenti, aumentare la disoccupazione e indurre al suicidio gli imprenditori più deboli, massacrati da un fisco crudele e sordo a ogni appello alla clemenza. Non bastasse, è diffusa la sensazione di vivere in uno stato di polizia, dove le intercettazioni telefoniche costituiscono un fenomeno unico al mondo (per quantità e continuità nel tempo), dove l’Agenzia delle entrate trasforma in show ogni controllo. C’è dell’altro. Il governo, mentre si è accanito col bastone delle imposte sul groppone dei connazionali, ha bellamente trascurato di tagliare la spesa pubblica. Nessun risparmio, se si esclude quello introdotto dall’innalzamento dell’età pensionabile. Per il resto la spending review è stata una bufala. I ministri ne hanno discusso fino alla nausea, ma non hanno combinato un accidente. Totalmente incapaci, tant’è che,da tecnici privi di tecnica, hanno assoldato altri tecnici per individuare i rami secchi da recidere. Comicità involontaria. Sarebbe bastato leggere i libri di Mario Giordano e quelli di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo per farsi un’idea degli sprechi da eliminare. Zero. I professori geniali si sono ridotti a chiedere ai cittadini qualche consiglio, attraverso il sito web di Palazzo Chigi, circa le voci su cui intervenire con le cesoie. Però, che professori. Perdoni l’ardire, presidente. Ma lei, con il suo partito, appoggia un governo così sgangherato e pressappochista senza immaginare di far girare le scatole agli elettori che le sono fedeli? Mi sembra strano che sia tanto ingenuo. La gente di centrodestra detesta tutto ciò che hanno fatto, e non fatto, bocconiani e «complici». Guardi l’articolo 18. L’hanno menata mesi e mesi con l’abolizione di questo obbrobrio. Poi Giorgio Napolitano ha starnutito e l’hanno accantonato terrorizzati. Non ricordo quanti decreti il capo dello Stato abbia firmato per approvare in fretta provvedimenti montiani, ma quando si è trattato di far passare la riforma del lavoro, alt! Nessun decreto. Si discuta la legge in Parlamento.<br />
Come dire: ciò che dispiace alla sinistra non s’ha da fare. E non si farà. Davanti a questo spettacolo, gli aficionados del Pdl sono inorriditi, e alla prima occasione, domenica e lunedì scorsi, molti di essi si sono prodotti nel gesto dell’ombrello.Scheda bianca o voto di protesta. Molti altri non si sono nemmeno presi la briga di recarsi alle urne: astensionisti. L’atteggiamento dei suoi ex elettori, se lei non muterà indirizzo, se non abbandonerà al suo destino infausto l’esecutivo dei docenti e dei bidelli,sarà ancora più severo col Pdl il prossimo anno, quando si tornerà alle urne per rinnovare il Parlamento. Mi consenta &#8211; per usare un verbo a lei caro- un suggerimento: dimentichi la mossa dorotea dell’appoggio esterno; esca dalla maggioranza, e così sia. In questo modo riconquisterà quelli che, disgustati dalle manfrine montiane, le hanno voltato le spalle. Tenga conto, per concludere, che il premier è implicato nelle politiche europee di cui, anzi, è interprete e difensore. Politiche che fanno il gioco della Germania e penalizzano noi. Politiche superate, esiziali. La Ue è una struttura burocratica, i Paesi membri sono diseguali, non hanno un comune denominatore, parlano lingue diverse, hanno economie diverse, culture diverse. Però la loro moneta è unica. Una forzatura. Sono i popoli che esprimono una moneta e non viceversa. La Grecia rifiuterà l’euro, la Francia non lo ha in simpatia, l’Olanda rimpiange il fiorino, la Spagna e il Portogallo sono perplessi. E noi che facciamo? Ci lasciamo infinocchiare dai burosauri e dai banchieri che tutelano gli interessi di tutti tranne i nostri? Presidente, saluti la maggioranza scellerata. Vada all’opposizione. Gli esattori delle tasse si arrangino. Cadono? Amen. Gli elettori del centrodestra non hanno cambiato maglietta, l’hanno gettata,pronti a riprendersela se lei sarà all’altezza delle loro attese.<br />
Silvio BerlusconiIngrandisci immagine</p>
<hr />
<p><strong>L&#8217;&#8221;eliminazione&#8221; tecnica del Pdl</strong><br />
di Mario Sechi<br />
(da &#8220;Il Tempo&#8221;, 9 maggio 2012)</p>
<p>C’è qualcosa che non torna nel rapporto tra Monti e il Pdl. E va al di là della normale dialettica tra un partito che sostiene l’esecutivo e il presidente del consiglio. Anche al netto di una situazione certamente anomala e straordinaria come quella in cui si trova il governo Monti, non si può fare a meno di notare un atteggiamento che spesso è da due pesi e due misure rispetto a quello usato con il Pd. C’è sotto una questione culturale che non va sottovalutata: i tecnici si sentono antropologicamente superiori alla politica, in particolare al centrodestra italiano che, è vero, non si ispirava a Lord Brummel, ma ha pur sempre esercitato il potere attraverso la via democratica del voto. Monti difende il suo lavoro e fa bene, ma deve essere più cauto, rispettoso della storia politica di chi va in Parlamento e vota i provvedimenti del governo. Ho sostenuto il suo arrivo a Palazzo Chigi, lo ritengo senza alternative credibili (per ora) ma non condivido certi discorsi che provengono da Palazzo Chigi. I partiti avranno ancora una funzione, liquidarne la storia &#8211; sia essa di destra o di sinistra &#8211; significa non capire in quale campo da gioco si sta correndo. Il Pdl ha pagato a caro prezzo nelle urne la sua scelta di sostenere Monti e in queste ore tantissimi parlamentari si chiedono se sia il caso di continuare con il «suicidio tecnico». Il disagio di dover votare provvedimenti che massacrano l’elettorato di centrodestra è palese. Consiglio al premier: ci vada piano, non stuzzichi deputati e senatori, ritorni alla sobrietà e dica ai suoi ministri e consulenti «esternator» di parlare di provvedimenti specifici senza lasciarsi andare a giudizi politici. A meno che Monti non stia cercando l’incidente utile per innescare un progetto politico alternativo che punta alla liquidazione dell’esperienza berlusconiana tout court. In quel caso le elezioni anticipate sarebbero la via maestra non del Pdl ma del Pd della foto di Vasto con la stampella di Casini. Il risultato sarebbe quello di trarre d’impaccio Monti dalle difficoltà attuali e rilanciarlo come candidato non più di una larga intesa ma di un’armata «Normal» indecisa tra hollandisti, merkeliani e inciucioni. Bonne chanche.</p>
<hr />
<p><strong>Napolitano più furbo che cieco</strong><br />
di Alessandro Sallusti<br />
(dal “Giornale”, 9 maggio 2012)<strong></strong></p>
<p>Il presidente Napolitano ieri ha detto di non aver visto un boom del partito di Grillo. E dove diavolo stava guardando? Forse pe­sano i problemi che l&#8217; età porta inevita­bilmente alla vista. Se fosse così sareb­be scusato, prima o poi sono guai che toccano a tutti. Ma a pensarci bene, per Napolitano, la miopia è un proble­ma non nuovo, ne è afflitto fin da giova­ne. A metà degli anni Cinquanta, già politico d&#8217;alto bordo, non ve de le atro­cità commesse dai soldati russi nell&#8217;invasione dell&#8217;Ungheria, che infatti benedice sventolando la bandiera rossa in segno di festa. Passa il tempo e, da vicesegretario del Pci, non vede il flusso di rubli che Mosca riversa in nero nelle casse del partito (finanzia­mento illecito ai partiti). La vista poi continua a peggiorare. Negli anni No­vanta non vede i privilegi di cui gode come presidente della Camera, e nep­pure vede bene come i partiti, compre­so il suo, decidono di finanziarsi con soldi pubblici nella misura in cui oggi sappiamo. Le cose non migliorano al Quirinale: la miopia gli impedisce in­fatti di vedere che mentre fuori la gen­te tira la cinghia lui vive come un re nel­l&#8217;istituzione più costosa al mondo (quattro voltela Casa Bianca).</p>
<p>È da capire Napolitano. Che forse non ci ha visto bene neppure quando, dopo aver volutamente fatto macera­re il governo Berlusconi nella palude del conflitto istituzionale, ha insedia­to Monti come salvatore della Patria. Perché le cose non stanno andando come aveva pre-visto, soprattutto è in forse la fase due del piano: consegna­re il Paese alla sua adorata sinistra. Già, perché come se non bastassero gli inciampi di Monti è pure arrivato imprevisto quel pazzo di Grillo a pro­sciugare il già arido mercato dei voti.</p>
<p>Da suonatore, il presidente rischia di diventare suonato e più che la vista perde nervi e controllo. L&#8217;arbitro si rivela giocatore, quale è, e non riconosce i milioni di legittimi voti raccolti dal capocomico genovese. Napolitano mi sembra co­me Scalfaro nel &#8217;93: con i suoi amici e colleghi magistrati aveva preparato la salita al potere della sinistra di Occhet­to quando all&#8217;ultimo spuntò dal nulla tal Berlusconi, che non era comico ma ci divertì uguale. Apra gli occhi, presidente Napolitano, ma soprattut­to teniamoli ben aperti noi.</p>
<hr />
<p><strong>Adesso nel pdl c&#8217;è bisogno di una rivoluzione</strong><br />
di Maurizio Belpietro<br />
(da “Libero”, 9 maggio 2012)</p>
<p>Come immaginavamo, nonostante la scoppola elettorale non abbia risparmiato nessuno dei partiti tradizionali, il giorno dopo c&#8217;era chi cantava vittoria e chi, non potendo festeggiare per l&#8217;evidenza della sconfitta, si accontentava di minimizzare. Qui a fianco potrete trovare un articolo in cui il nostro Bechis smonta l&#8217;esultanza di Bersani e compagni: non solo il Pd non ha conquistato un voto in più, ma studiando con cura i dati ci si accorge che ne ha persi parecchi. Per quel che ci riguarda, ognuno è libero di raccontarsi quel che gli pare, anche con le balle, ma non vorremmo che l&#8217;abitu­dine assai diffusa a sinistra contagiasse pu­re la sponda opposta.</p>
<p>Dagli esponenti più in vista del centro &#8211; destra, abbiamo infatti ascoltato discorsi un po&#8217; troppo auto assolutori, che non ci piacciono. È, vero che Pdl e Lega hanno per­so perché si sono presentati divisi all&#8217;ap­puntamento elettorale e per di più sba­gliando nella scelta dei candidati. Prendete ad esempio Verona, dove il sindaco uscen­te era un leghista stimato e molto popolare come Flavio Tosi. Invece di riconfermarlo senza star troppo a discutere, il Pdl si è mes­so a litigare. Risultato: una parte dei suoi esponenti è passata armi e bagagli con l&#8217;uomo di Maroni e l&#8217;altra si è avviata alla scon­fitta scegliendo come suo rappresentante un banchiere, dimenticando che gli istituti di credito, di questi tempi, non godono di ottima reputazione. Stessa storia a Genova, dove contro il marchesino rosso di Sinistra e Libertà è stato schierato un uomo di Cari­ge, altra banca. Così, tra Rifondazione (co­munista) ela Fondazione(bancaria) gli elettori hanno votato la prima. Il peggio è però quanto capitato a Parma, dove anzi­ché cercare l&#8217;alleanza con altri partiti mo­derati, il centrodestra ha deciso di candida­re l&#8217;ex vicesindaco di una giunta cacciata coi forconi, ottenendo una percentuale omeopatica.</p>
<p>Tuttavia se il Pdl ha dovuto dire addio a capoluoghi che controllava fino a una setti­mana fa non è solo perché ha litigato e sba­gliato cavallo, ma anche per la scelta di ap­poggiare il governo. Dopo le dimissioni di Silvio Berlusconi il Popolo delle Libertà, in­vece di pretendere le elezioni come aveva sempre sostenuto, ha accettato di sostene­re Mario Monti: una scelta dettata dalla responsabilità, è stata la giustificazione dei vertici per l&#8217;improvviso cambio di rotta. Può darsi, ma, appena insediatosi, il neo presidente del Consiglio ha fatto il contra­rio di quanto fino al giorno prima il centrodestra aveva promes­so ai propri elettori.</p>
<p>I quali magari non si aspettava­no che si riducessero le tasse, ma almeno che nessuno mettesse le mani nelle loro tasche. Il nuovo esecutivo invece non solo le mani le ha messe, ma le tasche dei contribuenti le ha pure svuotate, au­mentando il prelievo e ripristinando le imposte sulla prima casa. Dei tagli alla politica e di quelli promessi alla spesa pubblica, altri cavalli di battaglia dell&#8217;area moderata, invece nemmeno l&#8217;om­bra: di rinvio in rinvio siamo arrivati ai tecnici che nominano altri tecnici per decidere dove vanno fatti i tagli tecnici. Una barzelletta.</p>
<p>Non meglio è andata con la riforma del mercato del lavoro: dove­va essere epocale &#8211; così la definì il premier &#8211; ma a forza di «ritocchi­ni» è diventata un mostro, un po&#8217; come capita a quelle signore che a forza di interventi di chirurgia plastica non si riconoscono più.<br />
Poteva essere contento l&#8217;elet­tore di centrodestra di tutto ciò?</p>
<p>Poteva riuscire a mandar giù e andare allegramente a votare candi­dati sbagliati dopo i pasticci combinati prima dal governo Berlusconi e poi dal governo Monti? Ovviamente no. Una buona parte infatti se n&#8217;è rimasta a casa, delusa e sconfortata, mentre un&#8217;altra per rabbia non ha esitato a mettere la croce sul simbolo con le cin­que stelle. Che le cose siano anda­te così è del tutto evidente. L&#8217;elet­torato moderato non è evaporato e neppure ha cambiato bandiera: si è solo scocciato. Inutile dunque minimizzare o dare la colpa al ronzino divenuto candidato. Se il Pdl e il centrodestra sono stati sconfitti è perché non ne hanno combinata una giusta negli ultimi tempi e se vogliono tornare a vin­cere devono darsi una mossa.</p>
<p>Anche se ai vertici non piace sentirselo dire, bisogna dunque rifondare il partito e l&#8217;area che es­so rappresenta. Serve un nuovo programma di pochi ma credibili punti, sulla spesa pubblica, sui ta­gli alla Casta e sull&#8217;economia. Ma soprattutto c&#8217;è bisogno di una nuova classe dirigente e di una nuova leadership. Sono pronti i capi del Popolo della Libertà a fare tutto ciò senza occuparsi solo del­la loro poltrona, ma anche di quelle assai scomode su cui sie­dono gli italiani? Noi ce lo augu­riamo, ma il tempo stringe. Le prossime elezioni politiche sono alle porte.</p>
<hr />
<p><strong>Crisi di nervi al Quirinale</strong><br />
di Antonio Padellaro<br />
(da “il Fatto Quotidiano”, 9 maggio 2012)</p>
<p>Perché mai Giorgio Na­politano, in piena campagna per i ballot­taggi del prossimo 20 maggio, si lascia andare a una battuta sprezzante contro Beppe Grillo, negando l&#8217;in­discutibile successo del Mo­vimento 5 Stelle alle elezioni comunali di domenica scor­sa? Come è possibile che un personaggio politico di lun­ghissimo corso, sempre così attento alle liturgie istituzio­nali, non si renda conto che al presidente della Repubbli­ca, mentre la partita eletto­rale è in corso si addice un silenzio assoluto, tombale per non sentirsi dire, altri­menti, di avere comunque interferito? E che dire della immediata replica dell&#8217;altro che, giocando in punta di Costituzione, ricorda che il ruolo di garanzia del Presi­dente riguarda tutti ma pro­prio tutti i cittadini, anche quelli che l&#8217;inquilino del Col­le ha sulle scatole. Talché alla fine, tra battute e moniti, non si capiva chi era il co­mico e chi l&#8217;uomo di Stato. Che il grillismo parlante met­ta Napolitano di pessimo umore si era già capito lo scorso 25 aprile, nel discor­so che partiva dai valori re­sistenziali per difendere la democrazia dei partiti e de­plorare il qualunquismo dei &#8220;nuovi demagoghi&#8221; eredi di Guglielmo Giannini. Ne se­guì vivace polemica che mol­ta acqua portò al mulino di 5 Stelle, come del resto auspi­cato dall&#8217;ex comico, fedele alla regola: molti nemici mol­ti voti.<br />
Chissà, forse il boom di Gril­lo ha scompigliato il sottile disegno quirinalesco della grande coalizione, pietra an­golare della prossima legisla­tura tecnica e costituente. Di<br />
cui restano solo macerie, co­me ha lealmente riconosciu­to Pier Ferdinando Casini con <em>il de profundis </em>sul centro moderato. Perché di mode­rati, in un paese devastato da crisi, tasse e disoccupazione, ce ne sono sempre di meno. E di crisi di nervi sempre di più. Anche Lassù.</p>
<hr />
<p><strong>Fini, fine di un traditore</strong><br />
di Salvatore Tramontano<br />
(dal “Giornale”, 9 maggio 2012)</p>
<p>Sotto la poltrona niente. Ormai non è più un sospetto.<br />
Forse perfino Gianfranco Fini si è reso conto che tutto il suo pa­trimonio politico è quella presidenza della Camera dove si è seduto grazie alla vittoria di Berlusconi nel 2008. È per questo che quando la sua pattuglia di uomini lo invita a dimettersi, a lasciare il ruolo istituzio­nale e discendere nell&#8217;arena politica, magari prendendo davvero in mano le redini del partito, lui, vec­chio delfino da decenni in cerca di una consacrazione, si aggrappa a quella poltrona come fosse una zattera. È tutto quel che ha, come le medaglie d&#8217;ottone sul panciotto di certi sottufficiali di carriera, false ono­rificenze di battaglie mai com­battute. Fini non è stupido. Ha capito che lo strappo con Berlu­sconi non ha pagato.</p>
<p>Quel «che fai, mi cacci?» dove­va essere il gesto d&#8217;orgoglio di un numero due finalmente pronto a diventare grande, un colpo alle certezze del Pdl gettato sul tavo­lo per sparigliare le carte. Era, do­veva essere, la mossa furba del braccio destro che abbandona la nave prima di fare la fine del co­mandante e ricominciare un&#8217;altra vita senza più il peso del berlu­sconismo sulle spalle. Era, come è stato, anche il ripudio dei co­lonnelli che avevano condiviso con lui la metamorfosi del Msi, l&#8217;avventura di An e anni di fred­da amicizia. La certezza di rico­minciare da un&#8217;altra parte con la compagnia gracchiante di Boc­chino e Granata. Solo che il viag­gio è finito presto. IlFli, con i suoi futurismi, era una barchetta sen­za rotta. Così dopo poche miglia ha gettato l&#8217;ancora nel primo por­ticciolo a disposizione, quello che con molta presunzione l&#8217;ar­chitetto Casini ha battezzato co­me grande centro.</p>
<p>La beffa per Fini è che come navigan­te vale come il suo alter ego, quel Francesco Rutel­li che sfidò nel 1993, quando Gianfranco sem­brava una promes­sa sicura. Tutti e due a fare i vassalli a quella volpe post democristiana di Casini. Se un anno fa qualcuno ancora si chiedeva quanto pesa in voti il Fli, da un po&#8217; di tempo si dava più o meno per scontato che era un partito leggerissimo. Volatile. Le amministrative di domenica e lunedì hanno dato l&#8217;ultima conferma. I pessimisti si sbagliavano per difetto. È anda­ta molto peggio. Si mormora di un due per cento a livello nazio­nale. Ma al di là di questo, l&#8217;evi­denza è che il Fli non conti nulla, non sposta, non entra in compe­tizione, è marginale come quei partitini che nelle percentuali fi­gurano nella casella «altri». Co­me una margherita nell&#8217;acqua di un vaso d&#8217;appartamento, sem­bra viva, ma è già defunta (che so­lo uno Stato in catalessi può con­tinuare a concimare fregandose­ne degli sprechi).</p>
<p>Fini per restare aggrappato al­la sua zattera ha lasciato a Casini il palcoscenico politico. È Pier­furby che si è inventato il grande centro. È lui in prima fila come sponsor dei tecnici. È la sua C a comparire nel pacchetto di mag­gioranza che sorregge Monti. È lui, sempre lui, quello che ha chiuso l&#8217;Udc per aprire il partito della nazione, ipotetico conteni­tore per il popolo dei moderati, con l&#8217;ambizione di fare concor­renza a Berlusconi sul suo terre­no. Ma anche in questo Fini ap­pare sfortunato. Non solo fa la fi­gura dell&#8217;eterno numero due, ma il suo principale non sta otte­nendo i successi sperati. Seguire la scia di Berlusconi gli aveva per­lomeno permesso di costruirsi una carriera. Stare lì a succhiare le ruote di Casini significa inve­ce vivacchiare al centro del gruppo, sempre più stanco, sempre più invisibile. Gianfranco Fini al momento è quindi solo un ruo­lo. Tutto il suo peso politico è nel vestito blu che porta addosso. Il risultato è che ha l&#8217;appeal di un attaccapanni.</p>
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		<title>Il ritorno di Berlusconi?</title>
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		<pubDate>Wed, 09 May 2012 10:42:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tra le righe, l’articolo di stamani di Vittorio Feltri (qui) lo auspica, ed esorta il Pdl a mollare il governo di Mario Monti. Il quale, per fini suoi (intenzione di candidarsi nel 2013 alla testa di uno schieramento di centrosinistra? Vedere qui l&#8217;analisi di Bechis sulle perdite del Pd in queste amministrative) non esista ad [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tra le righe, l’articolo di stamani di Vittorio Feltri (<a href="http://www.ilgiornale.it/interni/dai_silvio_molla_monti/09-05-2012/articolo-id=587031-page=0-comments=1" target="_blank">qui</a>) lo auspica, ed esorta il Pdl a mollare il governo di Mario Monti.<span id="more-24487"></span></p>
<p>Il quale, per fini suoi (intenzione di candidarsi nel 2013 alla testa di uno schieramento di centrosinistra? Vedere <a href="http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&amp;currentArticle=1EO2SH" target="_blank">qui</a> l&#8217;analisi di Bechis sulle perdite del Pd in queste amministrative) non esista ad insultare Berlusconi, addirittura attribuendo a lui e ai suoi ministri i suicidi di questi ultimi mesi.<br />
Una tracotanza che somiglia come una goccia d’acqua a quella di Napolitano, che ha liquidato sprezzantemente l’avanzata dei grillini.<br />
Di questo passo andremo sempre più di male in peggio. Uomini che sono alla testa delle Istituzioni non sono in grado di leggere ciò che sta accadendo nella società (vedere anche Filippo Facci, <a href="http://www.liberoquotidiano.it/news/Libero-pensiero/1009691/Il-grillino---che-e-in-me---quasi--esulta.html" target="_blank">qui</a>).<br />
Perfino la gambizzazione del dirigente dell’Ansaldo è stata messa in disparte, come infelice accadimento perturbatore del percorso del governo Monti e del suo ispiratore al Colle.</p>
<p>Dunque, un Pdl che appoggia il governo e ne subisce gli insulti, può andare avanti così? Gli è rimasta un po’ di dignità?<br />
Monti non si è nemmeno preoccupato di riflettere che lo sfaldamento del Pdl è frutto dell’appoggio al suo governo.<br />
Il personaggio Monti si rivela perciò per quello che è: un professore saccente, presuntuoso ed insensibile. E, in sovrappiù, un economista che dimostra tutte le falle della sua presunta competenza.</p>
<p>Probabilmente Monti si comporta così, contro il Pdl, poiché, secondo la strategia suggerita l’altro giorno da Giovanni Sartori, vuole provocare la crisi di governo imputandone la colpa al Pdl, e poi agire per conto proprio con la formazione di un nuovo schieramento di centrosinistra, appoggiato dal Pd.<br />
I pensatori del Pdl temono che Monti riesca nel disegno e per paura si trattengono dal reagire come si conviene alle provocazioni montiane.</p>
<p>E invece sbagliano, perché, da queste amministrative, dovrebbero avere capito che l’elettorato di centrodestra vuole un Pdl con gli attributi.<br />
Dunque, ben venga l’articolo di Feltri, che scuote Berlusconi dal torpore e lo esorta a prendere in mano le redini della situazione e a rispondere a tono agli uppercut di Monti.</p>
<p>Sono d’accordo per questa linea. Forse il Pdl non farà in tempo a riorganizzarsi. Forse il Pd vincerà le elezioni del 2013, ma questo è il solo modo per non scomparire e per non lasciare i moderati alla deriva.</p>
<p>Tuttavia Berlusconi deve mettere in conto che presso gli stessi moderati la sua credibilità è ridotta ai minimi termini. Per quanto mi riguarda è ridotta a zero.<br />
Dunque, ha un dovere verso noi scettici, quello di dimostrarci che fa sul serio, che antepone i suoi problemi personali a quelli del Paese, che è pronto a lottare senza risparmio di energie per realizzare le promesse che non sono state mantenute.<br />
Deve cercare il modo di riabilitarsi, insomma (anche a riguardo della sua vita privata).<br />
Compito non facile, però, quello di recuperare tutti coloro che sono rimasti ustionati dalle delusioni.</p>
<p><a href="http://www.i-miei-libri.it/"><span style="color: #800080;">www.i-miei-libri.it</span></a></p>
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		<title>LETTERATURA: I MAESTRI: Una possibilità comune di scrittura (il « Gruppo ’63 »)</title>
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		<pubDate>Wed, 09 May 2012 04:45:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[I Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>

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		<description><![CDATA[di Angelo Guglielmi [da “Quindici”, numero 12, 15 settembre 1968] Il « Gruppo ‘63 » ha funzionato nel campo della nostra cultura, come, nel rinnovamento della nostra società, la resistenza rispetto al fascismo. Giustamente puniti e a morte feriti nei loro affetti più cari dal rabbioso vento della libertà ritrovata, i fascisti si scoprirono con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Angelo Guglielmi<br />
[da “Quindici”, numero 12, 15 settembre 1968]</p>
<p>Il « Gruppo ‘63 » ha funzionato nel campo della nostra cultura, come, nel rinnovamento della nostra società, la resistenza rispetto al fascismo.<span id="more-23369"></span> Giustamente puniti e a morte feriti nei loro affetti più cari dal rabbioso vento della libertà ritrovata, i fascisti si scoprirono con il fiato più che mozzato per poter riu­scire a imbastire una pur misera difesa.</p>
<p>Sparirono letteralmente e per qualche anno dopo il ’46 (e per analogia dopo il ’63 sparì la reazione o la destra letteraria) di loro non se ne seppe più nulla. Anzi i più furbi, quelli che erano riusciti a salvare la testa, si affret­tarono, approfittando del momento di tregua sopravvenuta al fatto che era venuto meno e si era dissolto il nemico da  colpire, si affret­tarono dunque a cambiare le carte in tavola, a camuffarsi, a pronunciare pubblicamente ipo­criti mea culpa, a riconoscere non tanto i pro­pri errori, quanto che il vento della libertà qualche seme fecondo l’aveva portato.  Dun­que, i più furbi o i più giovani — cioè quelli che non erano stati fucilati per rispetto pietoso della loro giovane età — improvvisarono una qualche forma di adeguamento, la decisione di mettersi in qualche modo a livello, entrando in un dialogo (che naturalmente dall’altra par­te non trovava risposta) con gli uomini della resistenza, dai quali mutuavano qualche giudizio, peraltro tra i più scontati e ormai vuoto di ogni carica sovvertitrice, e qualche inno­cente proposito. Così rinfrescati i vestiti, con­certata con il proprio coiffeur di sempre una acconciatura più attendibile i fascisti sono riap­parsi ed hanno ricominciato a parlare. Intanto non parlano più il linguaggio che già li fece infami: ma mimano modi di dire, espressio­ni, giri di pensieri appartenenti al patrimonio espressivo e di comportamento dei resistenti, cioè di coloro da cui hanno subito le maggiori offese e nei cui confronti sono ferocemente animati da propositi di rivalsa. Comunque per riapparire alla ribalta i fascisti hanno appro­fittato non solo della propria capacità di mi­metizzazione, ma anche del momento di sban­damento e d’incertezza che le forze della resi­stenza hanno accusato, del processo d’impo­verimento che aveva colpito i loro metodi di lotta e, insomma, il loro stesso linguaggio a partire dal momento in cui questo linguaggio era diventato oggetto di appropriazione da parte di chi non era assolutamente in grado di gestirlo e se lo incorporava a scopi di potere e di lustro cioè di conservazione. Così, di fron­te allo stupefacente (e nemmeno tanto) augu­rio espresso dalle colonne di uno degli scorsi numeri di <em>Epoca</em> da Domenico Bartoli, che il partito socialista italiano nelle prossime com­petizioni elettorali potesse ottenere una forte affermazione quale unica garanzia del neces­sario consolidamento della democrazia in Ita­lia, non possiamo fingere di non accorgerci che tanto Bartoli ha potuto ardire in quanto il partito socialista nel tentativo di mettere a punto strumenti concreti d’intervento — ten­tativo che nasceva dalla convinzione che l’evo­luzione dei tempi aveva fatto decadere l’at­tualità della protesta astratta, cioè dell’oppo­sizione dall’esterno — aveva dovuto prestarsi ad un processo di normalizzazione a causa del quale aveva esposto ad un rischio mortale la sua incolumità di partito rivoluzionario, e aveva reso possibile che un reazionario con­fesso, seppur con una buona dose di malafede e sotto la spinta di un volgare calcolo elet­torale, si spingesse a comprenderlo nel cahier delle sue speranze.</p>
<p>Ma ora è tempo di uscire dalle analogie: a continuarlo il giuoco diventa pericoloso e può creare degli equivoci: certe parole <em>fascisti</em> e <em>resistent</em>i hanno ancora una forza in proprio ed esprimono sempre molto di più di quello che vuole dire chi le adopera. Infatti, non stabilendo una connessione tra fascisti e scrittori ritardatari non vogliamo assolutamente gettare sospetti o pronunciare giudizi sul comportamento politico di uomini che anzi nella maggior parte hanno fatto e continuano a fare pratica di antifascismo e hanno lottato e continuano a lottare per la libertà. Si tratta dunque di una connessione del tutto formale e per così dire di posizione: come le forze della resistenza si organizzarono contro il fascismo e questo aspramente combatterono, così la neoavanguardia italiana si trovò di fronte lo scrittore ritardato e contro di lui si rovesciò. Naturalmente anche la connessione tra resistenti e scrittori di avanguardia è puramente formale, in questo caso non fosse altro perché questi ultimi quando si combatteva la resistenza erano ancora bambini.</p>
<p>Conviene quindi ormai portare avanti il discorso fuori di ogni analogia giacché il peri­colo di equivoco che essa comporta è stato interamente corso e sfruttato al massimo del vantaggio in esso implicito. E’ notorio come una tendenza controllata all’equivoco è espres­samente da coltivare come possibilità di arric­chire le dimensioni del discorso e di allargare, di là dai movimenti onestamente consentiti, le aperture dei significati. Così non siamo scontenti degli equivoci che abbiamo colla­borato a creare, tuttavia ci rendiamo conto di non poter spingere più oltre il giuoco senza rischio d&#8217;impoverire e appiattire il nostro discorso. Ora parliamo più apertamente.</p>
<p><strong>UN PROCESSO D&#8217;IMPOVERIMENTO</strong></p>
<p>Il fatto è che stiamo assistendo a un proces­so sempre più rapido d’inflazionamento della avanguardia, dovuto a intromissioni estranee, che hanno utilizzato in una prospettiva di puro profitto, e dunque disperso, il patrimonio di rivolta accumulato dall’avanguardia, e alla stessa<strong> </strong>avanguardia che, dopo un primo eroico periodo di chiarezza di fini e speditezza d’in­terventi, ha cominciato recentemente a sof­frire di una incertezza di movimenti accom­pagnata dalla consapevolezza che gli strumenti e le tecniche fin qui usati risultano seriamente logorati e di incerta efficacia. Insomma, la neoavanguardia italiana, nei limiti delle inven­zioni fino ad oggi messe a punto e delle pro­spettive fin qui inseguite, avverte un indeboli­mento fin troppo preoccupante del proprio potere di contestazione, cioè della propria fun­zione di rottura di ogni forma di cristallizza­zione dell’esperienza intellettuale e di solleci­tazione e d’incitamento verso una scoperta o forse un uso della realtà come campo ine­sauribile di sempre nuove verifiche, come possibilità di sempre nuove de­cisioni e interventi. E qui dobbiamo fare una digressione che poi ci tornerà utile nel prosie­guo del nostro discorso.</p>
<p>Ho l’impressione che ogni proposito di con­testazione per<strong> </strong>quanto non possa che nascere in un ambito settoriale (si ha cosi la contesta­zione portata dagli scrittori di avanguardia, la contestazione proclamata dagli studenti, quella di cui fan professione certe forze politiche, ecc.) si allarghi sempre e subito ad un intento più ampio, e anzi tanto più agisce oltre il bersaglio particolare che vuole colpire quanto più tiene ferma la mira a quel bersaglio particolare. La parola contestazione indica un valore nuovo che si definisce come tale nella misura in cui non si configura come semplice e generica opposizione, come intento di revisione o proposito di ristabilire all&#8217;interno di un ambito categoriale una situazione di equi­librio, di giustizia. La contestazione è sempre e solo contestazione al sistema, è un rifiuto pronunciato nei riguardi del tutto e -— non lo ripeteremo mai troppo — proprio nella misura in cui meglio individua il suo proprio limitato bersaglio e per colpirlo allestisce le armi più idonee, proprio allora rivela le radici anarchiche del suo valore e la natura globale, stilizzante della sua protesta. Di qui, sulla base della descrizione sopra proposta, nascono due conseguenze: uno, l’impossibilità di ado­perare questo concetto a sproposito e con leg­gerezza (ciò che purtroppo oggi accade), giac­ché questo concetto significa qualcosa di ben preciso e drammatico; due, la neoavanguardia italiana essendo sorta — non vi è dubbio — come funzione di contestazione, proprio nel momento in cui proclamava la sua assoluta indipendenza e l’autonomia dei suoi mezzi e dei suoi scopi finiva per scatenare una carica di energie che agiva al di là del contesto di origine, e anzi in questo contesto in tanto ri­sultava vitalmente attiva in quanto agiva anche, e chissà forse soprattutto, oltre di esso. Così accadeva che la neoavanguardia italiana pro­prio nel momento in cui metteva a punto una delle sue più vitali e non contestabili (né al­lora né mai) invenzioni, e cioè che la lette­ratura è la letteratura, cioè che la letteratura ha confini invalicabili e non ha nulla a che fare con ogni altra sorta di esperienza intellet­tuale o pratica, dalla scienza alla politica, pro­prio nel momento in cui proclamava « l’inutili­tà » della letteratura, in questo momento pone­va le basi di un discorso totale in cui erano implicite istanze, alle quali certo la letteratura non poteva rispondere, ma che si ponevano come bisogni irrimandabili, e in cui la inutilità della letteratura diventava socialmente utile.</p>
<p><strong>IL DISCORSO DELLA LETTERATURA</strong></p>
<p>La neoavanguardia italiana nacque come forza di contestazione. Caratteristica premi­nente della contestazione (in assenza della quale è assente anche l’oggetto destinatario della qualificazione) è di porsi come globale. Sulla base di queste due affermazioni ci pare di poter sostenere che le incertezze che la neoavanguardia sta vivendo sono collegate alla crisi che ha investito quella funzione di con­testazione nel cui segno l’avanguardia era nata: cioè la crisi che ha investito la letteratura come discorso totale tuttavia portato avanti attraverso un discorso particolare e speciali­stico. Ora, alla letteratura non è rimasto che questo discorso particolare e di settore; ora cioè la letteratura, attraverso il discorso della letteratura, non può e non riesce a fare altro che il discorso della letteratura. Ecco, la let­teratura di avanguardia compiendo il suo so­lito gesto — che è l’unico che sa fare, anzi l’unico che può fare e che passa attraverso la proclamazione dell’autonomia della lettera­tura e della necessità della sua inutilità — riu­sciva a compiere (pur se la sua unica prospet­tiva naturalmente era la realizzazione dei suoi fini particolari) un gesto più ampio che era un gesto di contestazione, di discorso totale. Oggi la funzione della contestazione è passata in altre mani. Come la neoavanguardia italia­na l’aveva tolta o meglio ricevuta da alcune forze politiche e in particolare dal fronte della sinistra che fino allora l’aveva gestita e nel cui contesto si era logorata, così oggi quella funzione, non trovando una risposta sufficien­te nel lavoro degli intellettuali di avanguardia, è tornata a farsi gestire da forze orientate verso l’azione che questa volta non saranno più e certo i partiti politici, ma sono le grandi voci della protesta internazionale, dal potere negro, alla rivolta del terzo mondo &#8211; cosi diversa dalle rivolte nazionali e d’indipendenza che sconvolsero l’Europa nell’800 e più oltre fino ai primi decenni nostro secolo — ai grandi movimenti giovanili, con una drammaticità che non ha pari scoppiati in Europa, in Asia, in America, dove alimen­tano fiumi di forze intatte e disposte all’attac­co che avanzano precipitosamente discendendo da ogni parte, alla ricerca di una confluenza che ancora non conoscono.</p>
<p>In questo momento d’incertezza, voglio dire di vitalità ridotta, in cui la neoavanguardia italiana, pur continuando a fare il suo discorso di sempre (le cui caratteristiche sono — non ci stancheremo mai di ripeterlo — l’autono­mia e l’autosufficienza), ne vede tuttavia sem­pre più assottigliarsi le frange di risonanza, che cosa possono fare gli intellettuali italiani, quali reazioni approntare (sto parlando di quelli che hanno fin qui gestito la neoavan­guardia e non degli altri che non m’interes­sano e che mi fanno solo sorridere quando esultando gridano: l’avanguardia è finita!) sen­za che queste reazioni comportino ulteriori guasti e rovine? Intanto devono guardarsi e, ove si mostrasse, prontamente sconfiggere ogni tentazione di abbandonare la letteratura. Si tratta di una tentazione infida giacché si mostra all’improvviso quando meno te l’aspet­ti ed ha potenti armi di convinzione. Ti sban­diera dinanzi agli occhi le lusinghe del teatro e soprattutto del cinema come i soli luoghi di espressione dove è possibile continuare a fare un discorso totale senza rinunciare u costruire un discorso particolare e autonomo. Non è vero: per il teatro non ho le idee chia­re (a parte l&#8217;incontrovertibile verità che esso presenta un massimo d&#8217;equivocità proprio dove fa consistere la sua più tipica caratteri­stica strutturale, dico il contatto diretto con il pubblico): ma per il cinema ne sono sicuro: non è in grado di costruire un discorso auto­nomo: il cinema non parla mai se stesso: è sempre parlato da qualche cosa di altro: non è forse vero che quei grandi alti temi che paiono fatti apposta per fare colare a picco un romanzo (stiamo parlando dei grandi temi della guerra e della pace, della giustizia e dell’ingiustizia, della paura, del coraggio e del­l’onestà) sono proprio quelli che all’incontra- rio fanno « riuscire » il cinema, mentre tutte le volte che il cinema, in uno sforzo d’imita­zione della letteratura, si prova ad affrontare tematiche più astratte o comunque privilegia il momento strutturale e del linguaggio tuttalpiù riesce a fare della cattiva letteratura? Dun­que, passare dalla letteratura al cinema non significa per niente scegliere un mezzo di espressione più idoneo ad un discorso totale, ma piuttosto scegliere di rinunciare ad espri­mersi in termini di esteticità, scegliere di pro­porre un discorso affatto precario cioè tale per cui la sua vitalità si manifesta e si esau­risce con il consumo. Dunque prima regola: rimanere fedeli alla letteratura senza disde­gnare magari (se volete) di coltivare accanto altri interessi, di votarsi nel contempo a pra­tiche maggiormente connesse con l’azione ver­so la quale pare la funzione di contestazione voler trasmigrare.</p>
<p><strong>LE RIVE AL LARGO</strong></p>
<p>Dunque, prima regola è rimanere fedeli alla letteratura, regola peraltro sulla quale sembra superfluo insistere visto che perlomeno per il momento qui in Italia (in Francia forse è diverso) non pare trovare tra gli intellettuali di avanguardia contraddittori di sorta. Tuttavia, nello stesso momento in cui il nostro scrittore di avanguardia sa che deve continuare a scri­vere (cioè che la ricerca di una alternativa al suo impegno di scrittore è solo un tentativo di evasione), nel contempo scopre che non può farlo come lo aveva finora fatto giacché in­tanto qualcosa è accaduto che ha provocato uno spostamento o comunque uno sfocamento degli obiettivi cui finora aveva mirato e un logoramento degli interessi (le poetiche) con cui finora aveva cercato di colpirli.</p>
<p>Volendo paragonare il cammino dell’avan­guardia a quello di una nave che si scosta dalla riva e si spinge in alto mare e tenendo conto di quanto prima appurato e cioè che la neoavanguardia italiana nacque in primis e soprattutto come forza di contestazione, si può dire che nei suoi primi anni, cioè con le sue prime prove e impegni, per riuscire a costituirsi come « valore » le era sufficiente allontanarsi dalla riva. Ora tuttavia — lo ab­biamo visto — la riva si è ulteriormente avvi­cinata, si è spostata anch’essa in alto mare con tante misere zattere improvvisate e arran­giate (stiamo parlando degli imitatori del­l’avanguardia) che hanno approfittato dei gran­di solchi e scoperte aperti dalla nave della neoavanguardia per fare rapide e irrespon­sabili puntate verso significati e orizzonti che continuano a rimanere loro perfettamente estranei e ignoti secondo quella meccanica — che è poi la caratteristica più propria della civiltà consumistica — per cui conoscere non è la condizione per consumare, anzi si con­suma ciò che non ci appartiene, ciò che non si sa.</p>
<p>Dunque raggiunto l’alto mare e peraltro nel contempo vistosi di nuovo stretto e assediato dalla riva lo scrittore di avanguardia accusa un momento di sbandamento. Che fare? In­tanto vediamo quello che non deve fare (e che purtroppo, da alcuni indizi, pare tentato di fare). E cioè non deve assolutamente tornare indietro. Ci spieghiamo.</p>
<p>Scrive Renato Barilli intervenendo sulle nuove prospettive del romanzo che occorre « tornare ad affrontare decisamente l’inauten­tico » e, più in particolare, che « una via d’uscita potrà essere intravista d’ora in poi nell’assunzione calcolata e consapevole del ro­manzesco più trito e codificato ». Si tratta di indicazioni sommamente equivoche. Né è im­portante che Barilli per fondare e meglio chia­rire la sua proposta porti come esempio l’ope­razione che Carmelo Bene ha fatto con « Cre­dito italiano » in cui a suo dire (a dire del Barilli) la molla che muoverebbe il protago­nista lungo tutto l’arco del romanzo sarebbe « il proposito di accettare l’azione nel suo ritmo esuberante e dispersivo, salvo a deviarla continuamente dalla sua rotta naturale ». E non è importante giacché Barilli con ciò o non vuole dire niente di nuovo riferendosi a una operazione che nell’ambito delle ricerche di avanguardia è in atto da sempre (si pensi ad Arbasino che non da oggi sull’esempio di Gadda costruisce i suoi romanzi pescando a più mani nel sacco dei materiali più sdati, dei contenuti più triti, tuttavia questi sottoponendo od un trattamento di ludibrio e d’irrisione, in conseguenza del quale quei materiali rica­rica di una energia « autre » e li fa rotolare precipitosamente verso un effetto di pastiche ilare c sregolato). Oppure vuole dire come vuole dire qualcosa di nuovo. Ed è questo qualcosa di nuovo che ci preoccupa. In effetti Barilli allorché predica il ritorno all’inauten­tico propone al limite un’operazione di re­stauro, lancia un invito a rimettere in vita vecchie strutture romanzesche trascrivendole tuttavia qualche linea più su e più in là rispet­to a quelle nelle quali originariamente si svol­gevano. Propone cioè di costruire il nuovo ro­manzo sulla base di un montaggio scorretto, cioè allineando fuori posto e in un ordine diverso quegli ingredienti che da sempre costi­tuiscono il romanzo tradizionale. Che è come esercitare una pressione su una figura ela­stica, con che ne provochiamo indubbiamente un rinnovamento dei tratti, che tuttavia non è niente meno che illusorio, giacché è altret­tanto indubbio che non appena si venga a produrre un alleggerimento nella pressione eser­citata quella figura immediatamente si rista­bilisce sulla sua forma tradizionale e ori­ginaria.</p>
<p><strong>VIENE IL MOMENTO DELL&#8217;IMMERSIONE</strong><strong></strong></p>
<p>Così ho proprio paura che dietro la propo­sta di Barilli — che peraltro non sembra essere una voce isolata — si nasconda e si agiti lo spettro del neofigurativismo, del ritorno ad una narrativa di contenuti nel cui contesto questi ultimi non sono semplicemente una « manifestazione della forma » ma costitui­scono un apporto aneddotico cioè estraneo e non pertinente che tuttavia finisce per essere decisivo per la costruzione del senso (cioè del­l’opera). Si tratta di vecchie parole che — e non da ieri — non hanno più corso e che &#8211; lo abbiamo visto — non riesci a rica­ricare di vigore col semplice riscriverle oggi scorrettamente giacché rimangono sempre le stesse vecchie parole. (Ciò in cui consiste per esempio l’operazione di Vacchi, che nel campo della pittura è quello che realizza più fedel­mente la proposta di Barilli, giacché in fondo la prospettiva dentro la quale Vacchi lavora è la costruzione di un quadro-racconto al cui significato collabora a pari titolo con gli in­gredienti formali la dimensione aneddotica dei materiali impiegati). Per questa strada tutto il patrimonio di scoperte e d’invenzioni messe a punto dalla neoavanguardia e a cui lo stesso Barilli ha tanto collaborato, quella che è la sua più importante, anzi la vera e più deci­siva scoperta della neoavanguardia italiana, e cioè che l’opera e quindi il suo significato è soprattutto, anzi in tutto e per tutto, la sua struttura, cioè che l’opera « significa » solo se stessa, si smarrisce e si disperde di colpo. E con essa il nostro lavoro di tanti anni. No, dobbiamo assolutamente sfuggire la analogia col marito adultero che con l’arrivo della vecchiaia ritorna nelle braccia della moglie o anche, se volete, l’analogia col marito che sus­siegosamente si convince e afferma che lo adulterio è l’unico modo per tener vivo il rapporto con la propria legittima consorte. Questo marito è il vero difensore del matri­monio, cioè è il vero e unico nemico di ogni tentativo di mettere in crisi la sacralità del­l’istituto matrimoniale. Dunque guardiamoci dal tornare indietro. Sull’adulterio non ci fac­ciamo affidamento più di tanto. L’adulterio non risolve il momento veramente controverso e non più sostenibile dell’istituto matrimoniale che è la sua indissolubilità e il suo essere un sacramento. Così è il ritorno all’inautentico, o, come anche Barilli dice, la riassunzione del romanzesco. Avremmo un bello sforzarci a realizzare questo ritorno nei termini più licen­ziosi e liberi (secondo le indicazioni di Barilli) ma non servirebbe a niente. Non eviteremmo per questo di cadere in trappola. Allo stesso modo in cui con l’adulterio — si sa — non si evita il matrimonio.</p>
<p>Ma riprendiamo la nostra immagine mari­nara. Abbiamo lasciato la nave dell’avanguar­dia alle prese con un problema di rotta. Dove volgere la prua? Che fare? Intanto abbiamo visto ciò che deve evitare. Ora occorre accor­darsi sulla scelta che può e deve fare.</p>
<p>Le soluzioni di cui dispone sono a mio av­viso tre o, meglio, tre sulla carta e solo due in pratica. Consideriamole un po’ da vicino. La prima è spingersi ancora più al largo, verso spazi sempre più lontani e inesistenti. Natural­mente questa soluzione prevede la necessità di tenere ancora per buono il criterio che uno dei modi o forse il modo supremo con cui la neoavanguardia realizza il proprio valore è allontanarsi dalla riva. Ma noi abbiamo visto che questo criterio era sostenibile fino a che alla neoavanguardia toccava il compito di ge­stire una funzione di contestazione, quella fun­zione la cui gestione oggi condivide — lo abbiamo più sopra visto — con altre forze ed istituti. Sicché allontanarsi ancora significa compiere uno sforzo inutile. Un atto vellei­tario e non ripagato. Stiamo pensando a tutti quei romanzi — e non so nemmeno se ce ne siano, e quanti, e, tanto per intenderci, uno forse potrebbe essere « Fughe » di Di Marco — che si costruiscono per intero come protesta o, per meglio dire, come pura provocazione, attuando una sorta di poetica del contrario per cui tutti i segni vengono automaticamente rovesciati, gli oggetti inopinatamente infranti, gli indicatori di senso brutalmente interrotti. Questi romanzi, in una prospettiva in cui la neoavanguardia ha perduto — lo abbiamo ap­pena detto e lo ripetiamo — la gestione della funzione contestativa, si configurano come ge­sti che non hanno più un senso rilevante, come sforzi e impegni superflui, nel migliore dei casi proponendosi come esercizio d’impotenza, nel peggiore come esercizio di goliardia. La secon­da soluzione è, ora che si è raggiunto il largo, metterci le radici. Dove prima era importante allontanarsi ora è il momento di costituirsi come stazione di partenza per una pratica di pesca in profondità. E’ il momento d’immer­gersi. Che cosa significa? Intanto, che si tratta di una prospettiva quanto mai ardua all’in­terno della quale fare lo scrittore diventa sempre più difficile. E’ in continuo aumento la richiesta di consapevolezza formale occor­rente per affrontare il problema del fare romanzo. Esso nella misura in cui non si pone più e tanto come scoperta della realtà quanto e soprattutto come organismo linguistico e alla prospettiva della conoscenza ha sostituito quella della funzionalità, deve cercare la pro­pria soluzione in un quadro più ampio in cui confluiscono gli apporti più eterogenei, pro­venienti dai più vari settori di ricerche e di esperienze intellettuali e, in particolare, dalla scienza, protagonista di sempre nuove scoperte dello strutturalismo (inteso come metodologia della lingua) e dalle sue varie applicazioni nel campo dell’estetica e, più in generale, della poetica delle forme. Questa operazione è at­tuata in Francia dagli scrittori e romanzieri raggruppati intorno alla rivista <em>Tel Quel</em> e in Italia soprattutto, anche se variamente, da Ba­lestrini e Sanguineti. Naturalmente questa ope­razione ha due limiti:</p>
<p>1) tende a svariare sul « carino », sul « grazioso », sul « decorativo » e, insomma, sul­la pagina bella;</p>
<p>2) è un atto legato al talento di chi lo compie, cioè tale che per riuscire può fare conto soltanto sulle capacità individuali e dei singoli e per nulla su motivazioni di atmosfera e per così dire d’insieme che allorché esistono dànno anche a colui che ha poco talento la possibilità di esprimersi non inutilmente.</p>
<p>Ciò che accadeva nei primi tempi della nascita della neoavanguardia, quando esisteva di fatto un empito, una retorica di gruppo che aiutava anche i meno abbienti a proficuamente dare.</p>
<p><strong>L’ALLEGRIA DEL LINGUAGGIO</strong></p>
<p>Esiste infine una terza soluzione che a tutt’oggi è l’unica che offra garanzie di un lavoro comune, cioè di un lavoro personale protetto da un movimento di squadra, ovverosia di un lavoro personale che — ferma restando la responsabilità diretta del singolo — tuttavia si sviluppa in una direzione che si costituisce come prospettiva di gruppo.</p>
<p>Questa direzione è la letteratura umoristica intendendo per essa quell’operazione che tende ad alterare i termini del discorso spostandoli verso un non senso che tuttavia non intende costituirsi a sua volta come un nuovo senso ma piuttosto come denuncia della frigidità di ogni comportamento semanticamente corretto e, nel contempo, come messa in mostra ed evidenziazione dei puri meccanismi intellet­tuali che tanto più potentemente agiscono, quanto meno strettamente si votano a cause troppo particolari di discorso. E&#8217; in questa chiave che si deve intendere l’affermazione che compito della letteratura è tenere in funzione il linguaggio. Un romanzo sensato, cioè che si costruisca come un luogo semanticamente corretto, è un romanzo che ha sacrificato al senso il linguaggio. Che è come sacrificare la vita ad una impresa. Ora le imprese alle quali si può sacrificare la vita sono veramente po­chissime e soprattutto, nella loro infinita no­biltà, rispondono a un giuoco di domande vo­glio dire a una meccanica di tipo decisamente utilitaristico che non è quella che presiede e nel cui ambito si compie l’operazione lette­raria. In essa, incapace come è (se volete di­sgraziatamente) di essere utile, non vi è posto per nessuna ragione e motivo che consenta e giustifichi il sacrificio del linguaggio. In let­teratura il sacrificio del linguaggio è semplice­mente e solamente il sacrificio della letteratura.</p>
<p>Obiettivo della letteratura umoristica è l&#8217;al­legria del linguaggio, celebrata a spese di ogni perentorietà di discorso, il cui impianto attra­verso la provocazione dell’assurdo o in qual­siasi altro modo sottoposto a spinte e pressioni incontenibili, esplode e scoppia, liberando una carica di dolce masochismo, cioè di violenza contro se stesso, automaticamente rigenerantesi.</p>
<p>Così ritornando alla nostra immagine mari­nara possiamo dire che mentre la prima solu­zione è — come si è visto — allontanarsi ulte­riormente, la seconda fermarsi per fare il nido, la terza è fingere di allontanarsi per poi ritor­nare e quindi di nuovo ripartire in un giuoco di girotondo o comunque di peregrinazione a sorpresa che spiazzi continuamente le aspet­tative e le attese e getti confusione e dispera­zione tra i funesti zatteroni che si sono impu­nemente avvicinati in un inutile sforzo d’imi­tazione e di scimmiottatura di modi, imprese e avventure il cui senso e la cui reale capacità di compierle sfugge totalmente alle loro possi­bilità e comprensione. Questa terza soluzio­ne — voglio dire la letteratura per così dire umoristica — presenta qualche vantaggio. In­fatti pare poter essere praticata più facilmente giacché in questo caso, tenendo ferma l’imma­gine della navigazione, per procedere è suffi­ciente saper accendere i motori, la strada o la rotta non essendo da cercare, essendo essa dap­pertutto intorno e da ogni parte.</p>
<p>Tuttavia, proprio perché la navigazione è più facile, è anche più difficile metterne a punto una eccitante giustificazione formale, cioè il tipo di impegno cui questa terza solu­zione costringe richiede un’arguzia d’immagi­nazione, una sottigliezza intellettuale, un em­pito umorale oltremodo raffinato e vigoroso che nello scrittore italiano da sempre e quasi per natura (cioè diciamo anche nel migliore scrittore italiano) ha fatto difetto: sic­ché questo spiega perché oggi la letteratura umoristica mentre vanta i quadri più ricchi (Malerba, Guerra, Frassineti, Manganelli, Cal­vino, Parise, Volponi, Bene, Landolfi, Spatola, ecc.) non sempre riesce a fornire i risultati più alti. Comunque sia, quello che si può dire è che la letteratura umoristica è oggi l’unica possibilità di fare letteratura se per letteratura non si intende il singolo scrittore isolato ma una possibilità comune di scrittura e una co­munità d’intenti e di obiettivi e quindi impli­citamente una possibilità di scuola o di futuro. Al contrario, la letteratura che nasce nel­l’ambito della seconda soluzione è una lette­ratura che forse ha dato e potrà dare qualche risultato più alto ma è un gesto solitario legato esclusivamente all’alea del talento di chi la pratica: è una specie di linea di resistenza, di difesa avanzata destinata a morire perché il         grosso delle truppe (la letteratura umoristica) si metta in salvo e si stabilisca su posizioni più salde e durature. E dove soprattutto C possibile una vita in comune. Clic è la con dizione preliminare della vita tout court. Che è cioè ancora stabilire delle condizioni protettive per cui la sopravvivenza non è prerogativa di pochi ma è un diritto di tutti.</p>
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