<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Bartolomeo Di Monaco &#187; Rivista d&#8217;arte Parliamone:</title>
	<atom:link href="http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?feed=rss2&#038;cat=17" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.bartolomeodimonaco.it/online</link>
	<description>Libri, leggende, informazioni sulla città di Lucca</description>
	<lastBuildDate>Mon, 06 Sep 2010 08:46:42 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.0.1</generator>
		<item>
		<title>LETTERATURA: Sandra Petrignani: “E in mezzo al fiume”, Editore Laterza</title>
		<link>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13667</link>
		<comments>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13667#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 06 Sep 2010 04:58:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefania Nardini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13667</guid>
		<description><![CDATA[di Stefania Nardini Poche parole, complici : «Sono sicura che ti interessa». Il biglietto accompagnava il libro “E in mezzo al fiume. A piedi nei due centri di Roma” (ed. Laterza) di Sandra, la mia amica Sandra Petrignani.  Me ne aveva parlato. Anzi mi aveva chiesto qualche aneddoto, qualche storia su Trastevere.  Glissai. Ed ora [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Stefania Nardini</p>
<p>Poche parole, complici : «Sono sicura che ti interessa». Il biglietto accompagnava il libro “E in mezzo al fiume. A piedi nei due centri di Roma” (ed. Laterza) di Sandra, la mia amica Sandra Petrignani.<span id="more-13667"></span>  Me ne aveva parlato. Anzi mi aveva chiesto qualche aneddoto, qualche storia su Trastevere.  Glissai. Ed ora le confesso ciò in queste righe sperando non me ne voglia.</p>
<p>La verità è che Roma, dove sono nata, dove sono le mie radici, dove sono cresciuta e diventata giornalista, è un’ossessione.  Quando certe persone parlano di Roma attraverso cliché che sanno di precotto, con molto garbo evito il discorso. E’ un amore tradito, Roma, la mia città. Che io ho ricambiato diventando una specie di cittadina del mondo. E continua a provocarmi sentimenti contrastanti: amore e rabbia.  Non mi sono mai sentita tradita invece da Sandra Petrignani con la quale ho avuto il piacere di lavorare quando eravamo giovani esploratrici del giornalismo. Oggi, scrittrice apprezzata e di grande talento (Il suo ultimo romanzo è “Le dolorose considerazioni del cuore” che ebbi modo di recensire su questa pagina), non ha alcun bisogno di dimostrare il suo valore di persona e di professionista.  Ma questa volta il suo nuovo lavoro toccava le mie dolenti note. Al di là della certezza che il suo libro non sarebbe stato il “solito”. Anzi ricevendolo con il suo biglietto mi sono anche sentita in colpa. Avrei potuto fornirle qualche “dritta” visto che decenni or sono pubblicai un testo dal titolo “Roma Nascosta”.</p>
<p>Ma veniamo a “E in mezzo al fiume”.  Ho capito subito, dalle prime pagine, che questo libro è vero.  Una medicina per la mia “ossessione”.  Perché Petrignani per scriverlo è tornata cronista, ha guardato la gente negli occhi, è entrata nelle case, si è sporcata le mani con il bene e il male, come è giusto che sia. Infatti né esce un ritratto di Roma, di quella parte di Roma attraversata dal Tevere, in cui la storia si intreccia con la realtà, in cui finalmente &#8211; e sottolineo finalmente &#8211; la città è stata restituita alla sua memoria, al suo modo di essere generosa e sfacciata, greve e romantica. Un viaggio che Sandra Petrignani ha affrontato dal primo momento raccontando chi sono i romani di oggi, recuperando con dovizia di particolari quella città che rischia sempre di più l’invisibilità dopo le “calate” di occupanti in giacca e cravatta che nella capitale vivono da saccheggiatori, da predatori di bellezza oltre la quale c’è una storia, un linguaggio, mille complicità e un codice: la passione.</p>
<p>Infatti Sandra Petrignani finalmente fa parlare la gente in dialetto, quello vero, che ha diverse sfumature tra un rione e l’altro, ci racconta del Ciriola che gestiva lo stabilimento balneare a Lungotevere, della sora Wilma che ricorda Cacarella e le Piscione quando passava la botticella con i cavalli. Ci racconta di un“de qua e un de là” per dire che il Tevere ha sempre, nei secoli, diviso la città facendo di Trastevere uno dei rioni più rissosi e malfamati.  L’antica erboristeria dei frati, le Mantellate, gli stornelli che erano veri e propri racconti orali oggi dimenticati. Ma l’operazione della Petrignani, attenzione, non è nostalgica. Ha solo rimesso le cose a posto. Una città è di chi ci vive, e lei ha fatto parlare scrittori, registi, giornalisti, fruttaroli, panettieri, strappandola a quel ricatto che oggi è certa banalità mediatica. Roma, come raccontano i personaggi del libro, è sempre stata una capitale aperta a tutti e dal grande cuore. A tale proposito ricordo una storia emblematica.  Il terribile 16 ottobre del ‘43, quando iniziò il rastrellamento degli ebrei, anche il cielo annunciava ciò che si stava per consumare. Pioveva, e una certa sora Celeste, popolana considerata un po’ “toccata”, da Trastevere, affannata, attraversò Ponte Garibaldi per raggiungere il Ghetto.  Aveva saputo, da fonti sicure, quello che era il piano dei nazisti.  “Scappate, vi giuro che è la verità”.  Urlava. Ma le famiglie ebraiche non la presero in considerazione.  «Ve ne pentirete! Se fossi una signora mi credereste …». La sora Celeste con gli occhi spiritati, sciatta e fradicia voleva impedire con tutte le sue forze quella che è ancora oggi la grande ferita. Superò il Tevere mettendo a repentaglio la sua vita. Quando si dice “er core de Roma”&#8230;</p>
<p>(Dal “Corriere Nazionale”)</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?feed=rss2&amp;p=13667</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>LETTERATURA: Equivoco sentimentale</title>
		<link>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13635</link>
		<comments>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13635#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 05 Sep 2010 04:56:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Camaiani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13635</guid>
		<description><![CDATA[ di Mario Camaiani      Franco e Angelo, due fratelli gemelli somigliantesi come due gocce d’acqua,   erano ormai due bei giovanotti. Anche nel carattere e nelle abitudini erano assai  simili; ma una differenza cominciava a delinearsi: nelle faccende amorose. Franco si mostrava più leggero, più superficiale, mentre Angelo tendeva ad essere più ponderato, più serio.      [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> di Mario Camaiani</p>
<p>     Franco e Angelo, due fratelli gemelli somigliantesi come due gocce d’acqua,   erano ormai due bei giovanotti. Anche nel carattere e nelle abitudini erano assai  simili; ma una differenza cominciava a delinearsi: nelle faccende amorose.<span id="more-13635"></span></p>
<p>Franco si mostrava più leggero, più superficiale, mentre Angelo tendeva ad essere più ponderato, più serio.</p>
<p>     Quel giorno Angelo, uscito dall’ufficio, si recò ai “Grandi Magazzini” per comprare un paio di cravatte alla moda.  Cominciò a girare da un banco all’altro, osservando la merce di tutte le varietà bellamente esposta, finchè giunse al banco dove c’erano cravatte.  Si soffermò a lungo prima di scegliere; poi, rivolgendosi alla commessa, disse: &#8211; Signorina, desidero questa cravatta a pallini rossi e quest’ altra…..- Ma rimase imbambolato. Una figurina incantevole stava innanzi a lui. Occhioni celesti che le illuminavano tutto il viso e un sorriso smagliante: mai vista una ragazza così graziosa!</p>
<p>     La commessa notò l’ammirazione e l’imbarazzo del giovane e un po’ per divertirsi, un po’ per curiosità, si mise ad osservarlo, attendendo quale altra cravatta desiderasse. Però…..però le piacque subito: alto, atletico, un bel viso……e poi doveva essere un bravo ragazzo, se arrossiva per così poco! Infine la ragazza ruppe il silenzio: &#8211; Ecco quella a pallini rossi e poi? – Quella marrone, soggiunse il giovane riprendendo fiato. Poi passò alla cassa e uscì. Ma che tumulto in cuore! Forse era l’amore? Il classico colpo di fulmine: non c’era da dubitare e Angelo, pur timido per natura, si scosse e decise: “L’aspetterò stasera quando esce dal lavoro e…poi si vedrà!”</p>
<p>     Allegre e chiassose, le commesse uscirono dai “Grandi Magazzini”. Ada, così si chiamava la ragazza che aveva colpito il cuore di Angelo, si staccò dal gruppo insieme all’amica Carla, con la quale doveva fare un po’ di strada insieme; ma subito si accorse di Angelo che si mise a seguire le due ragazze. Ada parlò a Carla del giovane e l’amica commentò:</p>
<p>-         Sì; è un discreto giovanotto e penso, da come t ’interessi a lui, che tu abbia preso una “cotta”! Del resto è normale: hai diciotto anni!</p>
<p>-         No, no! –Reagì Ada, niente cotte! Ma per chi mi prendi? Non so cosa siano! Certo che però mi piace: starò in attesa con molta cautela.</p>
<p>   Giunte in Piazza Italia le due amiche si separarono e allora Angelo si fece coraggio e abbordò Ada: &#8211; Buona sera, signorina, mi riconosce?</p>
<p>   La ragazza non disse niente, ma sorridendo lo invitava a continuare e il giovane riprese – Oggi mi ha venduto due belle cravatte……ma non sono qui per questo. Ecco, lei è così diversa dalle altre donne, cosi carina, che io…..insomma, vorrei conoscerla! Concluse con una certa forza non sapendo più che dire, rosso come un pomodoro. Anche Ada era un po’ confusa e il comportamento di Angelo le piacque.</p>
<p>-         Sì, mi ricordo di lei, gli disse; possiamo pure conoscerci….e si soffermò.</p>
<p>   Così’ Angelo le parlò di sé, narrandole con semplicità della sua vita e anche Ada corrispose nello stesso tono. Ormai la cosa era avviata e i due giovani si separarono davanti alla casa della ragazza, dandosi appuntamento per il giorno dopo.</p>
<p>    I due gemelli facevano la consueta chiacchierata prima di dormire. Angelo, stranamente loquace e contentissimo, si tradì subito e dopo un abile interrogatorio condotto da Franco, gli narrò che si era innamorato di una ragazza meravigliosa, senza però narrargli i particolari. –Ah!, fece Franco, così presto! E magari fra un anno ti sposerai! Comunque fai come credi. Per me per ora preferisco stare scapolo e, anzi, osserverò la tua esperienza: mi servirà!</p>
<p>    L’indomani, verso mezzogiorno, Franco passeggiava tranquillamente nei pressi dei “Grandi Magazzini”, in attesa dell’ ora del pranzo. Ma osservando distrattamente l’interno dei locali, notò che una bella ragazza bruna le sorrideva. Non stette a pensare su: rispose al sorriso e la salutò con piena corresponsione da parte della ragazza. Il giovane pensò: “Deve essere una gran civetta, quella commessa: comunque, se le vado tanto a genio, l’aspetto all’uscita e ci faccio amicizia”.</p>
<p>    Frattanto Ada, notato quello che credeva Angelo fuori ad aspettarla, era piena di contentezza: “Mi vuol proprio bene, pensava, se anziché stasera, come d’accordo, viene adesso, per vedermi!”.</p>
<p>   Giunse infine l’ora dell’uscita di Ada dal lavoro. Subito si avvicinò a Franco e questi la prese confidenzialmente a braccetto, dicendole: &#8211; Buon giorno bellezza, mi sento proprio un re accanto a lei! Ma la battuta non fece colpo. Ada rimase di stucco dal tono del giovane e da qualcosa di strano che era in esso: ma eppure era proprio lui!</p>
<p>-         Ma, fece la ragazza, che modi sono questi? E staccò il giovane da sé.</p>
<p>-         Come!, riprese Franco, dopo tanta simpatia che mi ha dimostrato, ora pretende di trattarmi così? Allora si è burlata di me!</p>
<p>   Ada trattenne a stento le lacrime e proruppe: &#8211; Basta! Se ne vada! E scappò via, allontanandosi da Franco.</p>
<p>   All’ inizio del lavoro pomeridiano Carla notò subito che Ada non era tranquilla, Poi si accorse che piangeva. –Che ti è successo? –le domandò. –Niente, niente, rispose Ada. Ma non poteva celare il suo grande dolore e si confidò  con l’amica raccontandole tutto.</p>
<p>-         …..E così quel mascalzone ha gettato subito la maschera. Pure mi sembrava tanto buono e gentile! Non ci capisco proprio nulla:  non mi sembrava più lui! Ed io che già pensavo ad una chiesa infiorata dove venivano benedette le nostre nozze! Che sciocca che sono stata…….e continuava a piangere.</p>
<p>-         Eh, gli uomini non si conoscono mai abbastanza, la consolò Carla, figuriamoci  il tuo corteggiatore che lo conoscevi da appena un giorno! Ma ti puoi considerare fortunata se hai capito subito di che tipo si trattava.</p>
<p>   Per tutto il pomeriggio Ada tirò avanti il suo lavoro come un automa. Giovane com’ era, al suo primo amore, la delusione così cocente l’aveva profondamente colpita.</p>
<p>   Così si giunse nuovamente all’uscita serale. Ed ecco l’incredibile! Carla dette una gomitata ad Ada: &#8211; Eccolo!, le disse. Proprio così: Angelo, sorridente, si avvicinava verso le due ragazze ignaro, ovviamente, di tutto. E se la vide passare davanti senza rispondere al suo saluto e proceder altezzosamente.</p>
<p>-         Che tipo, che sfacciato, fece Carla.</p>
<p>-         Ma che succede? Pensò Angelo, sogno o son desto? Ma come è possibile? E si mise a seguire le due donne. Poi, quando Ada restò sola, le si affiancò e fece per attaccare discorso; ma la ragazza lo prevenne:</p>
<p>-         Mi lasci in pace, gli disse. E allungò il passo. Al colmo dello sbalordimento, Angelo se ne tornò a casa.</p>
<p>La cena è pronta: ti aspettavamo. Sei in ritardo, gli disse sua madre. Poi osservando i suoi  due figli, la donna esclamò: &#8211; Com’è che siete così seri? Vi è accaduto qualcosa?</p>
<p>-         No, niente, mamma.</p>
<p>-         Saranno innamorati, intervenne sorridendo il babbo e a queste parole i due giovani ebbero un sussulto.</p>
<p>Quella sera, coricati nei propri letti, i due gemelli non avevano ancora fatto la consueta chiacchierata. Franco infine ruppe il silenzio: &#8211; Dunque, che hai? Non mi rispondere che ti va tutto bene, perché si vede benissimo che sei attanagliato da un dispiacere……Forse l’amore ti fa già soffrire?</p>
<p>-         Lo puoi ben dire, proruppe Angelo. Ma non mi accadrà più! Sono stato inspiegabilmente piantato, se così si può dire dopo un giorni di relazione; hai ragione tu: bisogna giudicare freddamente prima che l’amore ci faccia perdere la testa.</p>
<p>-         Proprio così! Esclamò Franco. Anche a me oggi è capitato di conoscere quanto siano civette le ragazze: figurati che una commessa mi ha invitato, a forza di sorrisi e ammiccamenti, affinché l’attendessi fuori dal negozio e poi se n’è andata in malo modo! E tutto, penso, per ridere alle mie spalle con le sue amiche, mentre ero fuori ad aspettarla! E’ meglio pensare ai nostri sport e lasciare stare le donne, chè ci portano guai!</p>
<p>Angelo, assorto nei suoi pensieri, non dette tanto ascolto alle parole del fratello e spense la luce. Ma, dopo qualche minuto, gli risuonò nella mente ciò che aveva detto Franco: riaccese la luce e si alzò a sedere sul letto, dicendo:</p>
<p>-         Che hai detto? Di che commessa parli?</p>
<p>-         Sei impazzito, gridò Franco, sobbalzando sul letto.</p>
<p>-         Dimmi, dove hai visto quella ragazza?</p>
<p>-         Ai “Grandi Magazzini”, ma perché?</p>
<p>-         Ah, poveri noi! Esclamò Angelo, ma allora tutto è spiegato!</p>
<p>Così i due gemelli chiarirono la faccenda ricredendosi del tutto sul comportamento di Ada e si preoccuparono di rimediare  l’equivoco nato per motivo della loro somiglianza.</p>
<p>-         Domani è domenica, fece Angelo e Ada non andrà al lavoro; allora andremo a piantonare la sua casa e attenderemo che esca.</p>
<p>-         Ben detto! Rispose il fratello. Faremo così.</p>
<p>   Seduti ad un tavolo del bar dirimpetto all’abitazione di Ada, i due gemelli la videro uscire con i genitori. Non era il momento di farsi vedere e seguirono i tre che andavano in chiesa, alla Santa Messa. I due gemelli assistettero alla celebrazione del Santo Sacrificio, poi uscirono, restando sul sagrato della chiesa. Poco dopo, Ada, bellissima, uscì anch’essa e il suo sguardo si posò sui due fratelli che la osservavano sorridenti.</p>
<p>   Quale fu il suo stupore! Per qualche secondo restò come pietrificata; poi intuendo la verità si avvicinò ai due e riconobbe, nel confronto diretto, il suo Angelo che le rivolse la parola:</p>
<p>-         Buon giorno, Ada…Ti presento mio fratello gemello Franco. C’è stato  un brutto malinteso; ma fortunatamente tutto si è risolto bene.</p>
<p>   Ada, commossa fino alle lacrime, sorrise felice e Franco si accomiatò dicendo:</p>
<p>-          Ho un appuntamento, vi lascio: vogliate scusarmi.</p>
<p>    E, sorridendo soggiunse:</p>
<p>-   E poi penso che un gemello qui sia di troppo&#8230;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?feed=rss2&amp;p=13635</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>LIBRI IN USCITA: Gianluca Chierici: &#8220;Hanno amore&#8221;, Perdisa Pop</title>
		<link>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13742</link>
		<comments>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13742#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 05 Sep 2010 04:22:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri in uscita]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13742</guid>
		<description><![CDATA[In libreria dal 15 settembre I temi del romanzo: Infanzia, Paura, Streghe, Orfanotrofi, Sette Dalla quarta di copertina   Camminando attraverso il prato percepivo le sensazioni della mia infanzia. Le preghiere di mia madre e la palla che rimbalzava monotona contro le pareti della casa. Mio padre che spaccava la legna nel capanno e i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In libreria dal 15 settembre   <strong>I temi del romanzo:</strong> Infanzia, Paura, Streghe, Orfanotrofi, Sette</p>
<p>Dalla quarta di copertina  <br />
<em>Camminando attraverso il prato percepivo le sensazioni della mia infanzia. Le preghiere di mia madre e la palla che rimbalzava monotona contro le pareti della casa. Mio padre che spaccava la legna nel capanno e i tuoni che facevano tremare il pavimento della mia stanza. Come due ladri arrivammo di fronte alla porta d&#8217;ingresso. Una nube, sopra la casa, aveva chiuso la luna fuori alla notte. </em><span id="more-13742"></span>    </p>
<p><strong>Gianluca Chierici</strong> <strong><a href="http://newsletter.airplane.it/nmanager/inc/rdr.asp?22641___1092143212___http://www.albertoperdisa.it/Catalogo/Perdisa-pop/Babele-Suite/Hanno-amore.aspx"><br />
HANNO AMORE</a></strong> <strong></strong> <br />
Collana Babele Suite // Perdisa Pop //<br />
euro 10,00 // pagine 128 //<br />
Isbn 978 88 8372 498 5 //    </p>
<p>Il destino di <strong>due bambini </strong>è segnato da un mistero spaventoso. Qualcosa li lega a un luogo abitato da <strong>presenze oscure</strong>: un bosco, dove la luce della luna danza con il fuoco e con le ombre. Il loro incontro da piccoli è l&#8217;inizio di un continuo sfiorarsi, nel corso degli anni, all&#8217;interno dei sogni. Per loro due, la realtà si mescola alla memoria fino a confondere. Per loro due, <strong>l&#8217;idea dell&#8217;amore come salvezza</strong> dovrà inevitabilmente scontrarsi con la <strong>morte</strong>.<br />
<em><strong>Hanno amore</strong></em> è un ispirato <strong>racconto stregonesco</strong>, in cui realtà e immaginazione non sembrano separati da un confine netto.<br />
Al centro della storia ci sono <strong>due personaggi</strong>, il loro <strong>misterioso e spaventoso passato</strong>, la <strong>ricerca</strong> delle proprie <strong>radici perdute </strong>e un ricordo tenebroso, che contamina il loro destino, legandoli per sempre.<br />
Dichiarata<strong> riscrittura in chiave nera del mito di Diana e Atteone</strong>, la novella si struttura come una discesa inevitabile, consecutiva, verso qualcosa che fin dall&#8217;inizio appare inspiegabile, un evento che attiene al passato o forse al <strong>mondo onirico</strong>, dove paradossalmente sembra risiedere la verità ultima.<br />
Il libro è sostenuto da una prosa scorrevole e calibrata, che misura alla perfezione <strong>incubo</strong> <strong>e delicatezza</strong>, <strong>tensione e sentimento</strong>. Il mistero sarà infine svelato con un atto di lucida immaginazione, in cui avrà un valore fondamentale la parola, prima che per qualsiasi genere di contenuto, per la sua esigenza di essere detta, fatta ascoltare, usata per capire, per cercare di farsi capire.<br />
<strong>Gianluca Chierici</strong> è nato nel 1977 a <strong>Milano.</strong> Ha pubblicato: <em>Il libro del mattino </em>(Acquaviva, 2005); <em>L&#8217;eterno ritorno </em>(Sentieri Meridiani, 2007, Premio Castelpagano); <em>La madre delle bambole</em> (Tracce, 2008, Premio Fondazione Caripe); <em>Il nome del confine </em>(Joker, 2009); <em>La stirpe del mare</em> (L&#8217;arcolaio, 2010). Ha scritto e diretto per lo schermo: <em>L&#8217;ultimo compleanno di Venere; Hystera; La crudeltà dell&#8217;angelo; Dannati; La chiave dei grandi misteri</em>. È tra i fondatori della ManyHands Entertainment.</p>
<p>Ufficio stampa<br />
Anna Maria Riva<br />
mob +39 329 0974433<br />
e-mail <a href="http://newsletter.airplane.it/nmanager/inc/rdr.asp?22641___1092143212___mailto:annamaria.riva@gruppoperdisaeditore.it">mailto:annamaria.riva@gruppoperdisaeditore.it</a><br />
<a href="http://newsletter.airplane.it/nmanager/inc/rdr.asp?22641___1092143212___http://www.gruppoperdisaeditore.it/">http://www.gruppoperdisaeditore.it/</a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?feed=rss2&amp;p=13742</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>CINEMA: I film visti da Franco Pecori</title>
		<link>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13760</link>
		<comments>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13760#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 04 Sep 2010 12:00:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Pecori</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13760</guid>
		<description><![CDATA[[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica - per Filmcritica, Bianco &#38; Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l'altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: small;">[<a href="http://www.critamorcinema.it/">Franco Pecori </a>dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica - per Filmcritica, Bianco &amp; Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera.<span id="more-13760"></span> È autore, tra l'altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]</span></p>
<h2>Shrek E vissero felici e contenti 3D</h2>
<p>Shrek Forever After<br />
Mike Mitchell, 2010<br />
Fotografia Yong Duk  Jhun<br />
Animazione</p>
<p>Quarto e ultimo appuntamento con l’orco verde, buono e simpatico, diverso ma uguale. Se la fiaba finisce bene, non è certo una sopresa. La forma 3D rafforza l’impressione di realtà diminuendo la fantasia, pur restando di livello altissimo la tecnica produttiva della Dreamworks. Passabilmente divertente, l’ultimo Shrek perde però di smalto, tutto teso come sembra nel tener dietro alla “morale della favola” &#8211; tanto strutturata da tradursi quasi in tesi politica. Tutto il film è percorso da una rincorsa alla restaurazione. All’inizio Shrek, orco “normalizzato” dalla vita famigliare &#8211; moglie e tre figli &#8211; è sul punto di morire di noia. Oh gli orchi di una volta! La giostra con i piccoli e con Fiona nel giorno del primo compleanno degli orchini fa traboccare il vaso. Un urlo feroce e volgare sgorga spontaneo dalla gola di Shrek, il quale sembra per un attimo ritrovare la primitiva energia. Ma il grido resterà a mezz’aria, diversità e normalità saranno inconciliabili. E la normalità riconquisterà il primato assoluto. La “vittoria” avrà il sapore dolciastro dell’amore ritrovato, Shrek e Fiona vivranno “felici e contenti” (per una volta il titolo italiano rende bene l’idea), sconfitta l’ingannevole lusinga del nano Tremotino. Ironia della sorte (o della tesi), non ultimo per importanza risulterà l’aiuto del Ciuchino nel trovare la via d’uscita da una situazione che l’intelligenza dell’orco (tutto cuore ma poco cervello) non avrebbe saputo risolvere. Il nano, quasi fosse un Faust, aveva tentato di “vendere” all’orco la felicità di un giorno? Facile: un “bacio di vero amore” prima dell’aurora e tutto ritornerà come prima, cioè come dopo il matrimonio normalizzatore. Addio Shrek, questo non è un paese per orchi. I piccoli spettatori, chiamti a gremire le sale, avranno forse avuto un qualche sentore di “rivoluzione”, ma tutto passa presto quando si è molto giovani.</p>
<h2>Nightmare</h2>
<p>A Nightmare on Elm Street<br />
Samuel Bayer, 2010<br />
Fotografia Jeff Cutte<br />
Jackie Earle Haley, Rooney Mara, Kyle Gallner, Katie Cassidy, Thomas Dekker, Kellan Lutz, Clancy Brown, Connie Britton, Charles Tiedje, Lia D. Mortensen.</p>
<p>Sfinimento da incubo. Nightmare “mortale” a Elm Street. Bayer, dopo aver diretto la fotografia del contributo Usa (di Sean Penn) nel film composito <em>11 Settembre 2001</em>, passa alla regia infilandosi nel tunnel senza luce di un remake stiracchiato più sull’iconologia del trascorso che su una nuova produzione di senso legata al mito di Freddy Krueger. L’incubo originale, di Wes Craven (1984), aveva il volto e l’arte  consapevole di Robert Englund. Il Fred di Jackie Earle Haley fa poco più che il verso a un certo genere di manichini che lasciano tutto sulle spalle dello spettatore il peso dell’horror. Il mostro che vive nei sogni e “uccide” quanti subiscono le sue “intromissioni” si aggira ancora per la provincia americana, dove ebbe a togliersi delle soddisfazioni nel 1984. Ma ora agisce con qualche pretesa in più, di carattere psicoanalitico e filosofico. E lascia al regista il duro compito di dare alle sequenze e al montaggio il potere di una rappresentazione “impossibile”. Il malessere dei liceali Kris, Dean, Jesse, Nancy e Quentin lascia intendere qualcosa di grave e di difficilmente spiegabile, qualcosa di profondo che si sarebbe annidato nella loro mente sin da quando erano fanciulli all’asilo. Un rospo da buttar fuori prima che Fred finisca il suo giro vendicativo. Qual’è la “colpa” che i giovani scoprono di dover scontare? Perché incide così radicalmente nella loro psiche da renderli vittime sacrificali della propria stessa esistenza? Non possono permettersi di addormentarsi giacché nel sonno arriva Fred/Nightmare e li uccide. E da svegli non resta loro che andare a scovare il ricordo infantile di scene che hanno voluto dimenticare. Il meccanismo è elementare, la sua rappresentazione, più che inorridire, fa apparire sproporzionato l’impegno profuso nell’assemblaggio di un immaginario che stenta a tenersi insieme. È il famoso &#8211; diremmo primordiale &#8211; problema della verosimiglianza del film/cinema, non verso il referente esterno bensì nella propria interna consistenza. Non a caso nel film di Bayer i tratti esteticamente più interessanti sono prodotti dalla suspence “immaginata” e non mostrata, appartengono ai momenti in cui le immagini non-dicono, non svelano il mistero che i ragazzi portano dentro di sé. E vale di più la loro angoscia per un destino maligno di cui avvertono la presenza che non lo scroscio pseudo-improvviso dell’irruzione del massacratore dal guanto omicida &#8211; invenzione che fece epoca ma che ora non regge all’attacco implicito della parodia. Quando poi veniamo a sapere che Fred fu “soltanto” un pedofilo “giustiziato” dai paesani per le rivelazioni dei bambini, sentiamo nascere l’esigenza di un approfondimento anche artistico. Insomma ci vorrebbe un altro film. L’horror o è per ridere o è una cosa seria.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?feed=rss2&amp;p=13760</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>LETTERATURA: “Immaginare è la nostra libertà”</title>
		<link>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13598</link>
		<comments>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13598#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 04 Sep 2010 04:51:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13598</guid>
		<description><![CDATA[di  Fabio Strafforello “Immaginare è la nostra libertà” è un libro di circa 125 pagine diviso come segue: Sezioni Forme poetiche espressive e frammento di lettera. Frasi introspettive e di concetto. Articoli e commenti trasportati dalla via informatica al cartaceo. Forme poetiche espressive e frammento di lettera. La poesia, nelle varie forme in cui si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di  Fabio Strafforello<br />
<em>“Immaginare è la nostra libertà” è un libro di circa 125 pagine diviso come segue:</em><br />
<em></em></p>
<p><em>Sezioni</em></p>
<p>Forme poetiche espressive e frammento di lettera.<br />
Frasi introspettive e di concetto.<br />
Articoli e commenti trasportati dalla via informatica al cartaceo.<span id="more-13598"></span></p>
<p><strong><em>Forme poetiche espressive e frammento di lettera.</em></strong></p>
<p>La poesia, nelle varie forme in cui si manifesta, consente la creazione di immagini ed emozioni, tramite le quali l’essere umano può far rivivere i propri sentimenti, come presenze di cui avverte il palpito, fortunatamente senza poterne dare una spiegazione razionale. <strong><em>Senza poesia il mondo sarebbe null’altro che un oggetto senza motivo, o il solo motivo di essere un oggetto</em></strong>. Anche quelle persone che vivono la loro vita, o meglio il passaggio in questa dimensione, senza avvertire lo scorrere del tempo, o la percezione del mondo interiore stesso come genesi della nostra presenza, coloro hanno bisogno più di altri di emozionarsi, di percepire il mistero che li circonda, così da potersi rifugiare lontano dallo squallore del loro vivere quotidiano…</p>
<p><strong><em>La poesia è in ogni luogo, l’ho sentita nell’apostrofe del silenzio, mostrarmi come potrei vivere con quel che ho… non c’è un pensiero che la sappia raccogliere.</em></strong></p>
<p><strong>Introduzione</strong></p>
<p>Tutti i disegni di copertina dei miei primi quattro testi, con le nuove edizioni dei primi due, sono stati realizzati in modo magistrale e originale da Pierangela Fierro, la moglie del caro amico e compaesano Trincheri Natale da Bellissimi.</p>
<p>Bellissimi è un ridente borgo di circa cinquanta persone, una volta forse toccava anche le centocinquanta, disteso sulle alture di Dolcedo e rivolto verso il mare, immerso fra le colline ulivate e una serenità di fondo, quasi a confermarne il nome. Con Natalino, negli anni settanta, ho condiviso tanti momenti speciali, e irripetibili, legati ad avvenimenti del nostro percorso in questa vita: andavamo assieme ai “Laghetti” a pescare; sul Monte Faudo a quota 1150 metri a dormire nelle tende o nei “Casoni”, vecchi ruderi adibiti a fienili o ad abitazioni temporanee per il taglio del fieno o in cerca di funghi… Lui è stato per noi, che eravamo più giovani, come una specie di Cicerone. Erano i tempi spensierati nei quali la presenza dell’uomo, tramite le sue opere, salvaguardava l’ambiente stesso, nella ricerca di un equilibrio finalizzato a consentire alle generazioni a venire, di poter ricavare dalla terra almeno il necessario per la sopravvivenza.</p>
<p><strong>Ora tutto è cambiato, il senso stesso dell’uomo è cambiato e la natura stessa deve fare i conti agli umani stessi! </strong>La poesia che andrete a leggere nel passo successivo, è servita di riferimento per costruire l’immagine di copertina, essa nasce da un fatto realmente accaduto e “ripreso ad immagini” sia dalla matita di una brava interprete, che da me, così che, tramite accostamenti all’animo umano e ai desideri più reconditi che vivono in noi, ho cercato il mistero nella nostra esistenza, accostandolo all’istinto che gli animali possiedono come unica forma di conoscenza del mistero stesso. Nella ricerca delle pace l’uomo si orienta fra la certezza e il mistero… <strong>Ho capito chi sono fin dove ho accettato chi sono, nascosto nel segreto del mio poco tempo.</strong></p>
<p><em>                               Terre</em><br />
<em> </em><br />
<em>                               Ho visto</em><br />
<em>                               migrar d’uccelli,</em><br />
<em>                               nuotar fra venti</em><br />
<em>                               le nuvole in cielo.</em></p>
<p><em>                              Cercare fra orizzonti</em><br />
<em>                              il luogo dove andare,</em><br />
<em>                              spinti all’aria o</em><br />
<em>                              richiamati al sole.</em></p>
<p><em>                              D’un mutar formazione,</em><br />
<em>                              veder passare avanti</em><br />
<em>                              quel che ultimo sembrava…</em><br />
<em>                              come un ordine senza fiatare.</em></p>
<p><em>                              Quel che mi sento mancare</em><br />
<em>                              è il distacco </em><br />
<em>                              dalla terra al cielo,</em><br />
<em>                              ove il mondo poter guardare.</em></p>
<p><em>                             Volare alto </em><br />
<em>                             lontano dall’inganno,</em><br />
<em>                             a cercare il luogo</em><br />
<em>                             del riposare </em><br />
<em>                             attendere il mio affanno.</em></p>
<p><em>                            Vorrei dire a voi giovani,<br />
</em><em>                             nella semplicità</em><br />
<em>                             di cercar mistero,</em><br />
<em>                             dove tutto avverti </em><br />
<em>                             ma solo dall’amore</em><br />
<em>                             attingi al vero.</em></p>
<p><strong><em>C’è un orientamento nell’uomo come a volerlo indirizzare nei luoghi della speranza. </em></strong><em>Gli animali lo conservano ancora, fino a che l’essere umano non taroccherà le carte a sfavore anche per loro. </em>Mi trovavo, in un pomeriggio di fine inverno, in una campagna di uliveto ad eseguire dei lavori, quando incontro una amica, anch’essa intenta a svolgere la sua attività nel suo terreno. Sarà un caso, ma<strong> </strong>ogni volta che ci incontriamo Lei mi porta in dono qualche bel pensiero, reale e vero su cui poter immaginare. Mi dice: <strong><em>Hai sentito… le anatre volare in alto,  migrare da un luogo all’altro?… E’ uno spettacolo da vedere!</em></strong><em> </em>Le rispondo che noi moderni, per non sentir silenzio, talvolta ci nascondiamo nelle parole degli altri, in effetti stavo ascoltando musica con l’auricolare del telefonico riposto nel lobo dell’orecchio sinistro. Ad un certo momento, attratti da versi provenir dal cielo, guardammo in su e vedemmo una lunga distesa d’uccelli in volo. Lei mi disse: <strong><em>Vedi l’anatra che ora è ultima in formazione, poi passerà davanti a guidare la colonna, </em></strong>è<em> </em>in quel momento che ho visto due immagini passare nel mio pensiero. La prima è il riscatto al quale esseri della stessa specie sono soggetti, senza truccare le carte a loro favore, l’altra è la speranza di vedere passare per primo chi per ultimo in questa vita stava, con occhio triste ad osservare girare il mondo e quindi come una sorta di rivincita nella progressione della ricerca dell’equilibrio universale. Ora muovono in cielo, intenti a scrutare il vento, ove farsi trasportare, così da risparmiare energie utili a poter volare e dove terra e mare sono indicazioni in cui poter contare. <em>Credo che l’uomo, alla ricerca di una perfezione solo nel parlare, distruggerà tutte queste immagini che lo richiamano alla presenza di se stesso, tramite l’istinto, in un migrare fra realtà, sogni e speranze, alla ricerca della terra promessa.</em></p>
<p><strong><em>Nelle speranze d’altri… all’occasione, ritrovo il mio pensiero.</em></strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?feed=rss2&amp;p=13598</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>LETTERATURA: Che ci fanno, qui?</title>
		<link>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13550</link>
		<comments>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13550#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 04:48:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Dal Falco</dc:creator>
				<category><![CDATA[I Maestri]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13550</guid>
		<description><![CDATA[di Nicola Dal Falco  Che ci fanno, qui, la stanza dei canarini nella casa del parroco e la conchiglia del porcaro, usata come una tromba marina? La tonaca di Don Mario batte al vento con tenacia e brilla nell’afa simile ad un getto d’acqua sul selciato. Un attimo di cupa allegria, d’ombra, mentre riprendi fiato. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Nicola Dal Falco </p>
<p>Che ci fanno, qui, la stanza dei canarini nella casa del parroco e la conchiglia del porcaro, usata come una tromba marina?<span id="more-13550"></span><br />
La tonaca di Don Mario batte al vento con tenacia e brilla nell’afa simile ad un getto d’acqua sul selciato. Un attimo di cupa allegria, d’ombra, mentre riprendi fiato.<br />
Su per il paese di sasso, dentro la chiesa, fiorita di gerani bianchi e di muffe violacee, la sua voce sostiene il peso, s’incrina e s’inchina, sfiorando i sassi mentre scorre continua la piena dei discorsi, degli sgarbi e delle scuse, tutta l’ingrata prosopopea di razze e villaggi.</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p>Il dono, solo il dono ha la capacità di togliere distanza al giudizio senza incrinare l’annuncio che si ripete ad ogni parola divina.<br />
Ma come farsi re? Come diventare musico, seminando il silenzio d’orecchie? O tutti e due?<br />
L’incertezza appartiene tanto al riso che al pianto e fuori dai sacramenti, è un lusso capire.<br />
Chi volge la mente a dio, ne sposa il corpo, più mutevole infine che invisibile.<br />
È necessario, quindi, esercitarsi nel tocco, comparire e scomparire. Farsi soprattutto ricordare.<br />
Perciò, il parroco, al primo piano della canonica, in fondo al corridoio, ha sacrificato una stanza.<br />
Se l’è tolta per ospitare lo stuolo dei canarini, la famiglia dei fringuelli, quei due o tre cardellini di passaggio, mai dimenticati.<br />
Il pavimento scricchiola e, qua e là, fonde di guamo.<br />
Ad ogni traversata, ne scivola un po’ anche sulla tonaca, incollando piumette e fili d’erba secchi.<br />
Un bosco dalle pareti stinte che s’apre e richiude con un semplice giro di chiave. Ad essere donata è sempre e solo una coppia, vivace nei gorgheggi, che per un tempo atteso fu anche libera.</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p>Dove, invece, s’inerpica la collina e appare il monte, un tempo pascolavano i maiali.<br />
Vivevano bradi, ubbidienti alla tromba del porcaro che, soffiando dentro la conchiglia, ne cavava un canto estraneo da tritone.<br />
Quasi un muggito di balena o una risacca o un pianto, ma solo con la luna, di ninfa e di sirena.<br />
A lui, al porcaro, destava in fondo al cuore una dolce, fatale, letizia d’abissi mentre ai maiali lasciava intatto, nello sguardo, il sereno ardore della bestia.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?feed=rss2&amp;p=13550</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>LIBRI IN USCITA: Lupo Editore</title>
		<link>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13708</link>
		<comments>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13708#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 04:05:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri in uscita]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13708</guid>
		<description><![CDATA[Anteprima – Vita di San Giuseppe da Copertino 31 agosto, 2010 Questo manoscritto del 1668 è rimasto sconosciuto e chiuso negli archivi Vaticani. Scritto da Padre Giacomo Roncalli, un compagno di cella di San Giuseppe da Copertino, mentre Fra Giuseppe era in esilio a Osimo e completata pochi anni dopo la sua morte, è la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Linka a Anteprima – Vita di San Giuseppe da  Copertino" rel="bookmark" href="http://www.lupoeditore.com/index.php/2010/08/31/anteprima-vita-di-san-giuseppe-da-copertino/">Anteprima – Vita di San Giuseppe da Copertino</a><br />
<small>31 agosto, 2010 </small><a rel="shadowbox[post-3825];player=img;" href="http://www.lupoeditore.com/wp-content/uploads/2010/08/S.-Giuseppe.jpg"></a>Questo manoscritto del 1668 è rimasto sconosciuto e chiuso negli archivi Vaticani.<span id="more-13708"></span> Scritto da Padre Giacomo Roncalli, un compagno di cella di San Giuseppe da Copertino, mentre Fra Giuseppe era in esilio a Osimo e completata pochi anni dopo la sua morte, è la prima biografia in assoluto del Santo dei Voli, in seguito “seppellita” preferendo quella del padre Nuti del 1700 sicuramente molto dotta ma priva di quella umanità che caratterizzava San Giuseppe e che emerge da questa  monumentale opera curata da Padre Bonaventura Danza. Oggi, dopo 342 anni, l’opera manoscritta nel 1668  da padre Roncalli (OFMconv.) vede la luce a settembre 2010 in occasione della festa di San Giuseppe da Copertino. </p>
<p><a title="Linka a Parola di Dio/Kalimat Allah" rel="bookmark" href="http://www.lupoeditore.com/index.php/2010/08/31/parola-di-diokalimat-allah/">Parola di Dio/Kalimat Allah</a><br />
<small>31 agosto, 2010 </small><a rel="shadowbox[post-3773];player=img;" href="http://www.lupoeditore.com/wp-content/uploads/2010/07/ligotti.jpg"></a>Gaza City. Il caldo che la soffoca non è solo quello dell’afa, ma soprattutto quello del fiato dell’integralismo islamico e delle bombe israeliane: due inferni.<br />
Qui vive la famiglia di Kabul, specialista in neuroplastica formatosi in gioventù a Gerusalemme, che ha lasciato dopo l’assassinio di Rabin e il crollo delle speranze di pace per dedicarsi alle sofferenze del suo popolo.<br />
È Kamil, suo figlio maggiore, a narrare la rovina della sua casa ma anche l’inaudita violenza di un potere che fa della crudeltà lo strumento privilegiato. Una visita inaspettata devasta l’esistenza di Kamil e dei suoi familiari. Prima che il suo destino si compia, Kamil si ribella contro lo stravolgimento dei valori più sacri e degli stessi  principi religiosi. Il suo grido vuole raggiungere un mondo che continua ad assistere alla condanna di generazioni spinte alla morte o all’estremismo da un eterno conflitto.<br />
Dalla penna dell’esordiente <strong>Federico Ligotti</strong> nasce un libro drammatico e provocatorio. </p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?feed=rss2&amp;p=13708</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>LETTERATURA: La petite chinoise</title>
		<link>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13543</link>
		<comments>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13543#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 02 Sep 2010 04:49:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mariapia Frigerio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13543</guid>
		<description><![CDATA[di Mariapia Frigerio  Gli aprì direttamente l’idraulico. «Allora, Toschi, risolti i problemi con la caldaia?». «Sì, sì. Tutto a posto, Gino». Gino Guarducci sembrava soddisfatto. E anche la coppia di cinesi a cui aveva dato in affitto la casa gli sorrideva riconoscente. I due uomini stavano per andarsene quando, sulla porta di una stanza, comparve [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Mariapia Frigerio </p>
<p>Gli aprì direttamente l’idraulico.<br />
«Allora, Toschi, risolti i problemi con la caldaia?».<br />
«Sì, sì. Tutto a posto, Gino».<br />
Gino Guarducci sembrava soddisfatto. E anche la coppia di cinesi a cui aveva dato in affitto la casa gli sorrideva riconoscente.<br />
<span id="more-13543"></span>I due uomini stavano per andarsene quando, sulla porta di una stanza, comparve una bambina.<br />
«E questa?» chiese il Guarducci all’idraulico.<br />
«Occupa l’altra camera insieme alla madre e al padre. Insomma, sono in subaffitto. Almeno così mi sembra d’aver capito».<br />
La madre, una donna piccola e insignificante, cercò di richiamarla, ma Sofia Lam Nang andò spedita verso Gino: «Tu Gino padlone qui?».<br />
«Padrone… che parola! Certo… la casa è mia, ma io ve l’affitto volentieri. E tu come ti chiami?».<br />
«Mio nome Sofia Lam Nang. Mio velo nome altlo, ma pel Italia nome italiano. Pel scuola italiana bene Sofia».<br />
«Che classe fai?».<br />
«Faccio telza».<br />
«E sei brava?».<br />
«No… molto difficile capile vostlo modo di sclivele. La maestla dice che Sofia non bene a scuola».<br />
«Vedrai che le faremo cambiare idea. Una bambina che si chiama Sofia non può non essere brava a scuola. Sofia vuol dire sapere. Allora tu studia, mi raccomando, e se ti serve qualcosa questo è il mio numero» e Gino Guarducci, prima di uscire, consegnò il suo biglietto da visita alla madre.<br />
La donna lo guardò allibita. Poi con un gesto frettoloso lo mise nella tasca del grembiule.<br />
Il Toschi, che lo conosceva da una vita, rimase pure lui esterrefatto.<br />
«Ma che ti prende, Gino, ti vuoi mettere a fare opere di bene? Non si può neppure pensare che tu lo faccia per le due donne. Brutte entrambe. Non so chi più delle due, se l’affittuaria o la subaffittuaria… ».<br />
«E come ti è venuta la storia delle opere di bene?».<br />
« “…se ti serve qualcosa questo è il mio numero” non è che proprio lo si dice per… ».<br />
«Toschi, ascolta. Abbiamo sempre lavorato insieme. Io mi fido di te più di qualsiasi altra persona. Ma su quello che riguarda la mia vita privata non voglio che nessuno ci metta bocca. Neppure mia moglie, lo sai».<br />
«D’accordo, scusa. Comunque ti va sempre bene se vado domani dai Mezzetti per quel tubo di scarico?».<br />
«Certo. Ciao, Toschi. Ci vediamo».<br />
Gino Guarducci camminava verso casa. Con passo spedito. Ogni tanto rallentava, però, per guardarsi riflesso in qualche vetrina. Si guardava e pensava di sé: «Per gli anni che ho non sono da buttar via. Non fosse per questa pancia…».<br />
A casa trovò Anna. Come sempre stava leggendo.<br />
«La cinese ha detto che tra dieci minuti è pronto in tavola».<br />
«Ma è possibile che tu ti esprima in questo modo? “La cinese”! La cinese ha un nome: Lin».<br />
«Non lo dicevo per offenderla… ».<br />
«Già! Saresti contenta di essere chiamata l’italiana anziché Anna?».<br />
«Non ci ho mai pensato… ».<br />
Anna era disarmante. O, almeno, lo era per Gino. Non una cattiva donna, ma una donna a cui la vita scivolava addosso senza lasciare traccia.<br />
«E allora pensaci, invece di stare sempre a leggere! Ti servissero almeno a qualcosa tutti quei libri… ».<br />
«Hai ragione, Gino, starò più attenta».<br />
Per giunta era una donna arrendevole. Sempre pronta a dar ragione agli altri, mai a difendere le proprie di ragioni. Sempre che di ragioni ne avesse. Ma, anche questo, era un modo di farsi scivolare la vita addosso.</p>
<p>Gino pure gli era scivolato addosso. L’aveva sposato perché lui glielo aveva chiesto, come spesso succede, ma di emozioni e sentimenti nemmeno l’ombra. Così, dopo aver deposto volentieri in un cassetto il suo diploma di maestra, aveva iniziato la sua vita coniugale. Poi era venuta Priscilla, la loro unica figlia, una bambina che non aveva mai creato problemi fino a che anche lei si era sposata… E qui qualche problema era venuto fuori, a dire il vero, soprattutto per Gino.</p>
<p>A tavola mangiarono in silenzio, come sempre. Solo Gino, quando Lin portava le pietanze, non tralasciava mai di ringraziarla.</p>
<p>Poi Anna, quasi d’improvviso, come se si fosse svegliata dal suo torpore: «Domani viene Priscilla a portarci i bambini. Ce li lascia tre giorni».<br />
«Questa sì che è una buona notizia» fu il commento di Gino.</p>
<p>I nipotini. Marta sei anni, Matteo quattro. Chi l’avrebbe detto che Gino sarebbe stato un nonno modello? Paziente e amoroso. E anche Anna non era da meno. Quando aveva i bimbi con sé abbandonava i suoi libri e tutto il suo tempo lo dedicava a loro.</p>
<p>«Certo che non mi sarei mai aspettato che ti piacesse tanto fare la nonna» fu quanto disse Gino alla moglie alzandosi da tavola.</p>
<p>Passò poi dal salotto prima di andare a riposare. Gettò uno sguardo alla piccola libreria.</p>
<p>Composte e in bell’ordine vide tutte le edizioni Mursia: “Rosella”, “Violetta la timida”, “Priscilla”. Sbottò: «Chiamare la figlia come la protagonista di un romanzo per signorine!». Continuò a leggere i titoli sulle costole dei libri: “Uccelli di rovo”, “Va’ dove ti porta il cuore”, “I ponti di Madison County”, “Il codice da Vinci”.</p>
<p>Scosse la testa. Non era un lettore e non capiva nulla di letteratura. Capiva, però, che quella doveva essere roba di serie B.</p>
<p>Sul letto rimase un po’ ad occhi aperti. Nella sua mente ai pensieri degli impegni pomeridiani &#8211; <em>lo scarico dei Mezzetti… no, per quello ci va domani il Toschi. Oggi è il tetto dei Floris che va fatto rivedere… </em>- si alternavano quelli per Sofia. Quella bambina lo aveva cercato. Non era stata timidamente (altro che “Violetta la timida”!) al fianco della madre. O, addirittura, chiusa nella stanza. Era uscita. Aveva voluto vedere. … Otto anni. Due più di Marta. Quattro più di Matteo. E a loro &#8211; i suoi nipotini – cosa mancava? Avevano una bella casa, due nonni benestanti, un futuro. E se non l’avessero avuto, per via del padre, lui, Gino, avrebbe provveduto a tutto.</p>
<p>Sovrappose l’immagine di Marta, così bella, bionda all’immagine della piccola cinese. Immaginò Marta chiusa in uno di quei locali malsani dove le donne cinesi cuciono ore e ore, pagate una misera. Dove prima o poi anche Sofia sarebbe finita. Allora nella sua testa ci fu una ribellione: «Eh, no! Stavolta c’è di mezzo il Guarducci, cara maestra. Sofia avrà chi pensa a lei!».</p>
<p>La sera, a cena, chiese ad Anna se fosse disposta a seguire una bambina cinese che aveva difficoltà con la lingua italiana.<br />
«Dopotutto sei una maestra… ».<br />
«Non ho mai insegnato, lo sai, e nella scuola tante cose sono ormai cambiate con l’avvento della multietnicità… No, non credo proprio che ne sarei all’altezza». Poi ci ripensò – a quella curiosa richiesta del marito – e aggiunse: «Si può sapere chi è questa bambina? Non abbiamo già i nostri nipoti da seguire?».<br />
«Appunto. Proprio perché adesso abbiamo dei nipoti mi sento maggiormente in dovere di fare qualcosa per lei. Ho paura che finisca come la madre chiusa in uno stanzone a cucire… ».<br />
«In fondo è il loro destino… ».<br />
«Destino un corno! Non dimenticare che anche Marta e Matteo sono, a modo loro, multietnici, come dici tu, visto che quella scema di Priscilla non ha trovato di meglio che non sposare un mio operaio albanese. Ardi Smoqi. Il più lazzarone e il più furbo. Ma tu ti sei subito entusiasmata all’azzurro dei suoi occhi. Credi abbia dimenticato? “Che ragazzo dolce! E come si amano”. E ora? Chi li campa quei quattro?».</p>
<p>Anna, remissiva, tacque. Del resto cosa avrebbe potuto rispondere? Il marito aveva ragione.<br />
Quando Priscilla lasciò i figli alla madre ebbe inizio la festa a quattro. Perché, tutto sommato, era una vera e propria festa per i coniugi Guarducci avere quei piccolini. C’era la gioia del bagnetto serale nell’enorme vasca con idromassaggio (manie di grandiosità del Guarducci visto che né lui né la moglie ne avevano mai fatto uso) riempita di pesci, rane, barchette di plastica colorata. Poi il borotalco… nuvole di Roberts dappertutto. La lettura nel lettone delle fiabe. Le cene cucinate per loro appositamente da Anna e non da Lin. I solitari. I giochi dell’oca. I giri sulle giostre. I pranzi in bei ristoranti. L’acquisto di abiti (c’era sempre, secondo i Guarducci, qualcosa che mancava nel loro abbigliamento…). Insomma un’atmosfera di grande serenità.</p>
<p>Quella sera, dopo che già Marta e Matteo si erano addormentati, Gino rimase a letto con la luce del comodino accesa.<br />
«Non dormi?» gli chiese Anna.<br />
«No, non ancora». Non pensò che la luce potesse darle fastidio. La vide girarsi dall’altra parte e la sentì dire sommessamente: «Notte!».<br />
Non le rispose. Era una vita che non le rispondeva. E lei non se n’era mai lamentata. La immaginò immergersi in qualche sogno cretino come i libri che leggeva. Pensò a quel suo corpo senza più alcuna attrattiva. Cercò di ricordare l’ultima volta che avevano fatto l’amore… Vent’anni prima o di più?  Avevano smesso tutto sommato piuttosto presto… Priscilla era ancora una ragazzetta. Ne sentiva la mancanza? No, no. Era sempre stata una cosa meccanica sia per lui che per lei. Nulla di emozionante. Neppure le prime volte. Lui si era, in ogni caso, arrangiato diversamente.</p>
<p>Guardò di nuovo Anna. Dormiva. Lui ne percepiva il suo sonno quieto. Allora, quasi per invidia, decise di abbandonarsi anche lui a un sogno. E il suo sogno avrebbe avuto un nome: Sofia.</p>
<p style="text-align: center;">****  ****  ****  ****</p>
<p>Non ci volle molto prima che la piccola cinese si facesse viva. Era lei direttamente che lo chiamava al cellulare. Non la madre.</p>
<p>Sempre qualcosa che le serviva. Aveva iniziato con le cose per la scuola: quaderni, astuccio, blocchi per disegnare. Gino non le aveva mai detto di no. Poi c’era stata la piscina… la tessera andava rinnovata trimestralmente.</p>
<p>E la recita scolastica? Chi se non lui le poteva procurare una tunica bianca per la parte dell’angelo? Quella volta aveva chiesto aiuto a sua moglie che, tra vecchie camicie da notte, ne aveva trovata una che faceva proprio al caso.</p>
<p>Non aveva neppure perso tempo per quanto riguardava un’insegnante che la seguisse. Sofia aveva avuto così, due volte la settimana, l’aiuto della vecchia Nora, in pensione chissà da quanto.</p>
<p>Ugualmente la bambina faticava molto e c’era bisogno dell’intervento di Gino per convincerla ad applicarsi.</p>
<p>Dal canto suo Anna, che mai si era interessata della vita fuori dalle mura domestiche di suo marito, iniziò a nutrire una sottile gelosia per tutto quell’interesse.</p>
<p>Così, quando questa la pungeva un po’ troppo, lei s’informava di cosa facesse di nuovo la <em>petite chinoise</em>.<br />
«Questa poi! Adesso ti metti a parlar francese? Credi che non senta una punta di sarcasmo nella tua voce?».</p>
<p>E, in questi casi, Anna non ribatteva, ma neppure si giustificava.<br />
 “La piccola cinese” era per lei un pericolo potenziale per i suoi nipotini oltre ad essere la prima donna che le avesse smosso della gelosia. Perché, lo dovette ammettere con se stessa, ne era effettivamente gelosa.</p>
<p>Con gli anni la gelosia non la abbandonò, anzi andò sempre più prendendo piede nel suo cuore.<br />
Prese talmente piede che le fece abbandonare i suoi libri, la fece divenire sempre più insofferente con la povera Lin (che nessuna colpa aveva a parte l’essere anche lei cinese) e possessiva e piena di pretese con i nipoti. Quasi li volesse mettere in competizione con Sofia.</p>
<p>Impose a Gino che questi prendessero ripetizioni e lezioni. Volle che praticassero tutti gli sport più esclusivi con l’unico risultato di diventare da nonna amata, una nonna a fatica sopportata.</p>
<p>Ora, quando Priscilla per essere libera li voleva portare da sua madre, sia Marta sia Matteo facevano storie. Diverso era il loro attaccamento al nonno.</p>
<p>Gino era felice di spendere per loro così come lo era di spendere per l’educazione di Sofia. Anzi, proprio perché amava loro, sentiva delle responsabilità anche nei confronti di lei.</p>
<p>Così alle difficoltà delle elementari seguirono i successi della scuola media. Gino era orgoglioso di quella sua “creatura” tanto da volere che frequentasse il liceo, né più né meno di come avrebbe voluto, dopo soli pochi anni, per Marta e Matteo.</p>
<p>Ma il tempo della grande serenità sua, di Anna, e dei nipoti era finito.<br />
Per sempre.</p>
<p style="text-align: center;">****  ****  ****  ****</p>
<p>Quando Sofia si iscrisse a Economia e Commercio, Anna si ammalò. Fu, il suo, un lento deperire. I medici (Gino non badò a spese per la salute della moglie) non ne trovarono mai la ragione. Forse la donna era in preda a un malessere psicologico che non era facile diagnosticare. La vita non le scivolava più addosso. Ora trovava ostacoli in tutte le sue nevrosi. Sofia sempre più importante per suo marito. I nipoti che l’abbandonavano e non rispondevano – come la <em>petite chinoise</em> – alle sue aspettative. Il matrimonio di Priscilla con quell’albanese &#8211; che ora non vedeva più come l’Ardi Smoqi dagli occhi azzurri e tanto innamorato &#8211; che faceva acqua da tutte le parti. Smise di camminare. Di leggere aveva già smesso da tempo. Quando si pensò a una clinica psichiatrica fu troppo tardi. Anna si spense, inaspettatamente, nel sonno.</p>
<p>Gino ormai era solo. Non era più giovane. Non si fermava più a guardarsi riflesso nelle vetrine. La solitudine gli pesava. Anna gli mancava. Era la mancanza di un inutile soprammobile – neanche di gran pregio – a cui però ci si è abituati. Che è una parte della nostra vita. Marta e Matteo erano studenti mediocri e si scordavano di andarlo a trovare. Priscilla aveva iniziato una nuova relazione con un uomo più vecchio di lei e non si curava più di tanto dei figli. Meno ancora del padre. Ardi Smoqi gli aveva chiesto un “prestito” e poi era sparito dalla circolazione.</p>
<p>Lui se ne stava sempre con la fedele Lin, che sembrava, per certi aspetti, aver preso il peggio da Anna. Era una cinese a cui la vita scivolava addosso.</p>
<p>Quasi ogni sera, però, il campanello suonava e Lin accompagnava in salotto, dove Gino passava la maggior parte del suo tempo, Sofia.</p>
<p>Sofia non si era dimenticata di lui. Sofia era l’unica per cui ancora avesse un senso vivere.<br />
«Allora, <em>ma petite chinoise</em>, cosa mi racconti?».<br />
«Sai, Gino, allo studio c’è molto da fare, ma mi dà grandi soddisfazioni. Il dottor Giuntoli mi ha chiesto di diventarne socia… una piccola quota… ».<br />
«E ti servono soldi?».<br />
«No, no, grazie. Ce la faccio da sola».</p>
<p>Quella sera Sofia non se ne stava seduta sulla sua poltrona, come sempre. Girava per il salotto. Come se cercasse qualcosa… Poi chiese a Gino: «Non vedo nessuna foto di tua moglie… Ci pensi che non me l’hai mai fatta conoscere?».<br />
«La foto c’è, ma è sul mio comodino. Ora mando Lin a prenderla. E comunque non è che non te l’ho fatta conoscere. È lei che non ti ha mai voluto conoscere».<br />
«E perché?».<br />
«Perché era gelosa di te».<br />
«Gelosa di me?».<br />
«L’animo delle donne è misterioso. Anch’io non l’ho capita per lungo tempo. Gelosa di una bambina! Poi ho scoperto che non aveva del tutto torto. Anzi, a pensarci bene, aveva proprio ragione. Non c’è mai stata una donna per quanto bella, intelligente, affascinante che mi abbia distolto da lei. E… tanto ormai sei grande… di donne ne ho conosciute, sai? Ma tu sei stata l’unica che mi ha occupato la mente e il cuore».<br />
«Ma se ero solo una bambina rispetto a lei e rispetto a te… ».<br />
«Eri quello che lei chiamava <em>la petite chinoise</em> con una punta di gelosia e, piccola cinese che tu fossi, eri sempre una donna… e su questo aveva ragione».<br />
«E i tuoi nipoti? È un po’ che non me ne parli».<br />
«Due scapestratelli. Ho speso l’ira di Dio per fargli finire il liceo. Naturalmente privato. Sai, quei diplomifici a pagamento. Poi hanno iniziato l’università, ma non c’è stato verso di fargliela finire. Ora gli ho posto un aut aut: o vi trovate un lavoro o non venite più a batter cassa da me. I cordoni della borsa sono definitivamente chiusi. Anzi, se mi permetti, ti chiederei un favore…».<br />
«Dimmi, Gino, con tutto quello che hai fatto per me…».<br />
«L’ho fatto perché te lo meritavi. Non per altro. Comunque adesso che diventi socia del Giuntoli se magari tu potessi far fare qualcosa a quei due… Anche cose da poco… manovalanza spicciola».<br />
«Stai tranquillo. Farò tutto quello che mi è possibile. Tu mandameli quanto prima».<br />
«E soprattutto non ti dimenticare di me. Sei l’unica persona che mi è rimasta…».<br />
«E come potrei?» gli disse mentre si infilava il cappotto e si chinava a baciarlo.</p>
<p style="text-align: center;">****  ****  ****  ****</p>
<p>Due giorni dopo i nipoti di Gino Guarducci, Marta e Matteo Smoqi, suonarono al numero 5 di via Verdi. Accanto al campanello una grossa targa in ottone lucido con la scritta in corsivo inglese “Dottor Riccardo Giuntoli – Commercialista” e, poco più sotto, “Dottoressa Sofia Lam Nang – Commercialista”.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?feed=rss2&amp;p=13543</wfw:commentRss>
		<slash:comments>3</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>LIBRI IN USCITA: Gordiano Lupi: &#8220;Una terribile eredità&#8221;, Perdisapop</title>
		<link>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13698</link>
		<comments>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13698#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 02 Sep 2010 04:00:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri in uscita]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13698</guid>
		<description><![CDATA[R O M A N Z O  Collana Walkie Talkie // diretta da Luigi Bernardi //  Perdisa Pop // euro 12,00 // pagine 128 //  Isbn 978 88 8372 376 6 //  Un soldato cubano in Angola vive un incubo di cinque anni che lo porterà a conoscere orrore su orrore, fino all’esperienza indicibile del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>R O M A N Z O <br />
Collana Walkie Talkie // diretta da Luigi Bernardi // <br />
Perdisa Pop // euro 12,00 // pagine 128 // <br />
Isbn 978 88 8372 376 6 // <span id="more-13698"></span></p>
<p>Un soldato cubano in Angola vive un incubo di cinque anni che lo porterà a conoscere orrore su orrore, fino all’esperienza indicibile del cannibalismo. Da reduce, quel ricordo diventerà per lui insopportabile, un peso destinato a trasformarsi in brama di carne. Metodico come il più inumano degli assassini, sceglierà allora le strade povere dell’Avana per dare la caccia alle sue vittime innocenti. </p>
<p>Creando un affascinante connubio di horror e reportage, Gordiano Lupi torna a Cuba per raccontare una parabola che afferra allo stomaco, una storia cupa sull’ossessione del male e, insieme, un viaggio impietoso in una terra che resta ancora da scoprire. </p>
<p>L’esplorazione della cultura di un popolo s’intreccia alle trame spietate di una guerra condotta in modo barbaro fino all’inverosimile. Il punto di partenza è infatti l’Angola, dove i soldati cubani sono costretti a vivere un tormento assurdo e privo di logica, nel cuore di un’Africa selvaggia, tra mangiatori di scimmie, ritualità macabre e violenza efferata. A vivere l’incubo è un cittadino comune, con una moglie incinta che lo attende all’Avana e, come sorte, un percorso senza ritorno nella follia. </p>
<p>Asciutto, teso e lucido, il romanzo procede con ritmo inflessibile per concentrarsi sul ritorno a casa del reduce, dove la spersonalizzazione operata dalla guerra e dalle crudeltà di un regime segneranno le ultime tappe del suo destino. Rimasto vedovo, l’uomo si ciberà di innocenza, paradossalmente senza smettere la propria sensibilità, l’amore per il figlio, né il senso di colpa. Così la storia si fa emblematica, disegnando scenari in cui il macabro s’allea con la realtà, la pena con la follia, l’amore con la morte. </p>
<p><strong>Gordiano Lu</strong>pi (Piombino, 1960) ha tradotto i romanzi del cubano Alejandro Torreguitart Ruiz. I suoi lavori più recenti sono: Cuba Magica &#8211; consersazioni con un santèro (Mursia, 2003), Un&#8217;isola a passo di son &#8211; viagio nel mondo della musica cubana (Bastogi, 2004), Orrori tropicali &#8211; storie di vudu, santeria e palo mayombe (Il Foglio, 2006), Almeno il pane Fidel &#8211; Cuba quotidiana (Stampa Alternativa, 2006), Avana Killing (Sered, 2008), Mi Cuba (Mediane, 2008), Per conoscere Yoani Sanchez (Il Foglio, 2010). Cura la versione italiana del blog &#8220;Generaciòn Y&#8221; della scrittrice cubana Yoani Sànchez e ha curato il suo primo libro Cuba libre (Rizzoli, 2009).</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?feed=rss2&amp;p=13698</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>LETTERATURA: Maria Antonietta Pinna: &#8220;Dalle galee al bagno al carcere&#8221;</title>
		<link>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13532</link>
		<comments>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13532#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 04:53:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Antonietta Pinna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13532</guid>
		<description><![CDATA[di Salvo Zappulla MARIA  ANTONIETTA PINNA Armando Siciliano Editore, pp. 197, € 15 Un percorso dettagliato nella storia, nella storia degli uomini sottomessi ad altri uomini. Vittime e carnefici procedono per vie parallele accomunati dalla stessa sorte ingrata. Maria Antonietta Pinna, esperta criminologa, in questo suo libro di esordio, pubblicato da Armando Siciliano Editore, ci [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Salvo Zappulla</p>
<p>MARIA  ANTONIETTA PINNA<br />
Armando Siciliano Editore, pp. 197, € 15<span id="more-13532"></span></p>
<p>Un percorso dettagliato nella storia, nella storia degli uomini sottomessi ad altri uomini. Vittime e carnefici procedono per vie parallele accomunati dalla stessa sorte ingrata. Maria Antonietta Pinna, esperta criminologa, in questo suo libro di esordio, pubblicato da Armando Siciliano Editore, ci fa conoscere tutti gli aspetti aberranti sui sistemi di detenzione e di pena dal XVI secolo fino al carcere da guerra. Uomini costretti a remare fino allo sfinimento, immersi nei loro stessi escrementi, torturati e seviziati fino alla morte. Allora non c’era il Lodo Alfano a tutelare i malfattori, che spesso non erano malfattori ma semplici persone cadute in disgrazia o invise ai potenti. E’ stupefacente scoprire aspetti della natura umana così perversi, il piacere subdolo degli aguzzini nell’infierire con compiaciuta crudeltà nei confronti di esseri inermi, impossibilitati a difendersi. E tutto in nome di una legalità  completamente astrusa e illusoria. La detenzione non come strumento di recupero teso alla rieducazione del condannato ma quale coercizione e annientamento dell’individuo. I prigionieri mangiavano una volta al giorno, solitamente all&#8217;imbrunire per non vedere cosa avevano nella scodella: il rancio del marinaio era costituito da galletta, impasto di acqua e farina condita da aceto per coprire il gusto di marcio, da qui il nome rancio, ossia rancido, acido. Dormivano nelle panche legati, e soffrivano dello scorbuto, malattia che insorge per carenza di vitamina C. Il vino era molto apprezzato dai forzati e pur di averlo erano disposti a sottoporsi alle umiliazioni peggiori, persino a lasciarsi sodomizzare. Questo saggio di  Maria Antonietta mi ha portato in un mondo a me sconosciuto, come addentrarsi nelle viscere dell’inferno e scoprirne gli orrori, tastarli con mano pagina dopo pagina. Un libro ben curato, con numerose illustrazioni e riferimenti. Ne consiglio la lettura a quanti desiderano qualche volta volgere lo sguardo al passato e seguire passo dopo passo le conquiste dell’uomo verso la civiltà.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?feed=rss2&amp;p=13532</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>LETTERATURA: Vincenzo Pardini: &#8220;Banda randagia&#8221;, Fandango, 2010</title>
		<link>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13096</link>
		<comments>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13096#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 31 Aug 2010 04:55:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13096</guid>
		<description><![CDATA[di Bartolomeo Di Monaco [Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]   “Donata era bella quanto misteriosa. La sua solitudine ne accentuava il fascino.” Donata è la protagonista del primo dei nove racconti, “La moglie del serpente”, che formano la raccolta. Nata già un po’ ritrosa, un tentativo di violenza subito da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Bartolomeo Di Monaco<br />
[Per le altre sue letture scorrere <a href="http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?page_id=574">qui</a>. Il suo blog <a href="http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?cat=20">qui</a>.]  </p>
<p>“<em>Donata era bella quanto misteriosa. La sua solitudine ne accentuava il fascino.</em>” Donata è la protagonista del primo dei nove racconti, “<em>La moglie del serpente</em>”, che formano la raccolta. Nata già un po’ ritrosa, un tentativo di violenza subito da un compagno la segna ancora di più nel carattere. Dubiterà degli uomini. Non le andrà mai di parlare con altri della sua vita intima. “<em>Essere aggredita, stuprata era un timore da cui non riusciva a liberarsi.</em>”<span id="more-13096"></span></p>
<p>La sua natura e la terribile esperienza accentueranno in lei alcune perversioni latenti. Facilitata in ciò dalla sua bellezza, si troverà a vivere esperienze di forte morbosità. Non si sottrarrà nemmeno al desiderio di uccidere. Un serpente boa acquistato in un negozio cinese, da cui si sente attratta, la renderà protagonista di una insolita storia d’amore.</p>
<p>La scrittura di Pardini è veloce, fatta di frasi stentoree. Il sesso vi compare come elemento dominante della vita, al quale nessuno può sottrarsi, e che riesce a far esplodere le più nascoste e inquiete verità su noi stessi.</p>
<p>Anche Eldo, il protagonista di “<em>Banda randagia</em>”, è un tipo introverso, come Donata. Appartato, silenzioso, non ama intrattenersi con i compagni. Troverà una pistola e sarà spinto dal desiderio di uccidere.</p>
<p>Pardini sta mettendoci in contatto con l’anima più tormentata e direi anche più animalesca dell’uomo. Sesso e aggressività lo contraddistinguono, e lo governano. Tanto più se vive asserragliato in una sua inquieta solitudine. Il ritrovamento di una pistola nella fabbrica dove lavora scatenerà in lui istinti omicidi: “<em>Riprese sonno pensando alla pistola. Non l’avrebbe solo divertito, ma anche appagato di qualcosa che doveva ancora capire.</em>”</p>
<p>A volte sono i piccoli avvenimenti che scatenano l’imprevedibile: “<em>Ebbe una sensazione che lo turbava e lo esaltava; la medesima di quando sentiva suo padre e sua madre fare l’amore.</em>”</p>
<p>Quella di Pardini è una scrittura meno dura, meno aspra, di quella che abbiamo conosciuto nel passato. Più letteraria, meno anarchica, senza quella ruvidezza terragna che incontriamo, ad esempio, nello stupendo racconto, “<em>Broggi</em>”, in “<em>Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo</em>”, uscito quasi contemporaneamente.</p>
<p>In quei racconti i veri protagonisti, dominatori perfino degli uomini, sono gli animali. Qui l’indagine di Pardini si concentra sull’uomo. E, per l’occasione, sembra aver scelto di adottare modi un po’ più dolci prima di immergersi nella sua anima.</p>
<p>I delitti compiuti da Eldo cadono sotto l’attenzione di un ispettore esperto, Gregorio Giurati, che si avvede che sono stati compiuti da uno stesso individuo. Comincia la caccia. Sarà un cane, Nerone, a metterlo sulle sue tracce. E una banda di cani randagi ad ucciderlo.</p>
<p>Pardini si è concesso con questo thriller una specie di pausa dai suoi temi e dalle sue ambientazioni preferiti, un tentativo, non nuovo peraltro, di percorrere una strada che lo incuriosisce. Lo vedremo anche in altre storie di questa raccolta. Probabilmente la sua esperienza di guardia giurata l’ha portato a vivere situazioni in cui dominano i risvolti psicologici di una natura umana malata e inquietante: “<em>L’assassino era figlio della negatività che lì allignava.</em>”</p>
<p>Un tale proposito di indagare l’anima umana appare ancora più evidente nel terzo racconto intitolato “<em>Ferrovia parallela</em>”. È un racconto tra onirismo e fantasy. Una strana locomotiva a carbone sta percorrendo una linea ferroviaria misteriosa, che attraversa stazioni presidiate, tunnel bui, lande desolate, foreste. Il protagonista, guardia giurata, deve sorvegliare due valigie dal contenuto sconosciuto. Lungo il percorso fa strani incontri. Molti sono soldati. Vede perfino dei mammut. Anche numerosi cadaveri. Grossi ratti. Si sente prigioniero di qualcuno, che non sa definire.</p>
<p>I racconti vedono spesso delle guardie giurate in azione. Questo, in modo speciale. Confessa: “<em>ho creduto di capire chi sono: un fantasma che vive d’ombra, ospite privilegiato delle tenebre. Lo ammetto: mi sono innamorato della notte come la più proibita e lasciva delle amanti. In essa, a mio modo, trovo conforto e comprensione.</em>”</p>
<p>Fa capolino anche l’invocazione a Cristo: “<em>Un pensiero, allora, traversa la mente: che la mia faccia assomigli un poco a quella di Cristo sotto le scudisciate. Una preghiera inconscia. La stessa, m’avvedo, che non ho mai cessato di rivolgergli. Vorrei essere tutto Suo.</em>”</p>
<p>È un viaggio che agisce dentro il protagonista, volto a cambiarlo. Addirittura a distruggerlo. Sarà possibile difendersi solo con un atto di violenza.</p>
<p>Egisto, il protagonista del racconto “<em>Lo chiamavano orso</em>”, è un bel ragazzo, che si accorge di essere attratto più dagli uomini che dalle donne. S’innamora di un coetaneo, Vittorio, ed inizia con lui un’avventura omosessuale. Si sente felice, realizzato.</p>
<p>È il racconto più denso di umori, dove l’odore del grosso cinghiale che lo zio Berto vuole abbattere si mescola con quello forte del sesso. La caccia al cinghiale fa rivivere altre pagine memorabili di Pardini. A mio avviso, il migliore della raccolta, riassuntivo dei principali temi cari all’autore.</p>
<p>Seguono altri racconti più brevi, ma tutti vicini per temperamento al racconto “<em>Lo chiamavano orso</em>”, ossia muniti di una solidità più consistente. “<em>Lo chiamavano orso</em>” segna dunque lo spartiacque tra due parti che sembrano avere ispirazione e consistenza differenti, delle quali la seconda appare la migliore. Una frase significativa del mondo caro ed evocato da Pardini, si trova nel racconto “<em>Il coltellino</em>”: “<em>Non è vero che il passato si cancella. L’abbiamo intorno e dentro, ma non si lascia vedere, solo percepire.</em>”</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?feed=rss2&amp;p=13096</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>LETTERATURA: Gli anni Trenta in Germania rivisitati attraverso le poesie di Bertolt Brecht ed  illuminati da alcune riflessioni di Willy Brandt (6)</title>
		<link>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=12669</link>
		<comments>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=12669#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 30 Aug 2010 04:43:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nino Campagna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=12669</guid>
		<description><![CDATA[di Nino Campagna [Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (acitpescia@alice.it), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Nino Campagna</p>
<p><span style="font-size: small;">[Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (<a href="mailto:acitpescia@alice.it">acitpescia@alice.it</a>), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore tanto preparato quanto appassionato. Non si finirebbe mai di ascoltarlo. Della cultura tedesca conosce non solo la letteratura, ma la musica e in modo tutto speciale - al contrario di quanto accade in Italia - la fiaba, che nella Germania gode di grande considerazione, quasi a livello di vero e proprio culto. Per la sua attività ultra quarantennale è stato insignito della croce al merito culturale concessagli dal Presidente della Repubblica Federale di Germania Horst Köhler. Essendo la sua opera protesa alla diffusione della cultura tedesca, la rivista è lieta della sua collaborazione, che ci farà conoscere molti aspetti interessanti di quella Nazione, e per questo lo ringrazia.]</span><span id="more-12669"></span></p>
<p>In quel periodo cade anche l’addio di Willy Brandt alla sua città natale, Lubecca, e alla sua Germania. Con una dote di 100 marchi consegnatigli  dal nonno, che gli aveva fatto da padre e che qualche anno dopo (1935) si doveva suicidare per  la disperazione provocatagli da un Regime a cui non c’era ormai alternativa, egli liquida con due parole quel triste distacco:“Non si è trattato di un addio difficile, quello che io in uno dei primi giorni di aprile 1933 presi da Lubecca. Dovevo andar via, se non volevo rischiare la pelle e l’anima…” (da “Erinneringen”, Ricordi). Via Danimarca, dove è ospite del compagno socialdemocratico Oscar Hansen, noto poeta e giornalista, quel viaggio doveva proseguire poi verso la Norvegia (7 aprile), e precisamente a Oslo, dove,  su incarico della direzione del partito, avrebbe dovuto assumersi, nonostante la giovane età, il compito di reggere le fila della già programmata centrale operativa per il sostegno dell’attività clandestina di coloro che avevano deciso di rimanere in Germania. La Norvegia, un Paese monarchico contraddistinto da un forte partito socialdemocratico che, a partire dal 1935, sarà chiamato a governare, diventerà per Willy Brandt una vera seconda patria. Qui si avvale del concreto aiuto del giornalista Finn Moe, che a sua volta era stato per anni corrispondente da Berlino per il  giornale “Arbeiderbladet”, l’organo centrale del partito dei lavoratori norvegesi (NAP). Dalla Norvegia, della cui lingua si impadronirà presto,  segue con apprensione gli avvenimenti tedeschi, scrivendo articoli contro il regime nazista e raccogliendo firme per petizioni contro le ingiustizie più gravi, come per esempio l’arresto a Berlino di 24 compagni della direzione della SAP, che – almeno stando all’accusa di “alto tradimento in combutta con l’estero” – rischiavano la pena di morte. Questa lettera del 22 ottobre 1934 indirizzata al Ministero della giustizia del Reich e firmata da autorevoli giudici e avvocati norvegesi, sosteneva la tesi che in nessun Paese civile la legge viene applicata retroattivamente e salverà dalla pena capitale tutti gli arrestati, condannati a pene detentive relativamente lievi (inizio dicembre 1934).</p>
<p>Intanto in Germania continua l’opera di demolizione di ogni traccia che potesse ricordare i partiti della sinistra e i sindacati. La festa del 1° maggio viene sostituita dalla “Festa del Lavoro Nazionale” e diventa<strong> </strong>occasione per altre<strong> </strong>imponenti coreografie. Il Führer, intenzionato ad accattivarsi le simpatie dei Generali e della Wehrmacht, pensa ad una nuova politica estera che ridia alla Germania l’onore perduto a causa dell’armistizio &#8211; il famoso “Dolchstoss”   - dell’11 novembre 1918. La prima decisione è quella di  uscire dalla Società delle Nazioni. Per dare una patina popolare ad una scelta, che gli procurerà la riprovazione dell’Europa intera, chiede un plebiscito e lo fissa per il 12 novembre 1933. Per la stessa giornata vengono indette nuove elezioni politiche, questa volta  con una lista unica: quella del partito nazista. I risultati saranno plebiscitari: 96% nel Referendum e 92% nelle elezioni!</p>
<p>I Brecht, Bertolt, Helene Weigel e Stephan (Barbara era rimasta dal nonno a Augsburg e solo dopo sarà portata via da una signora inglese di religione quacquera che la fece passare come propria figlia…) , avevano, come abbiamo visto, lasciato  Berlino il giorno dopo l’incendio del Reichstag, il 28 febbraio 1933, puntando su Praga. Subito dopo fanno tappa a Vienna dove risiedeva la famiglia della Weigel. Una famiglia benestante, che conduceva una vita agiata in un ambiente tipicamente borghese. Persone per bene, per nulla impegnate politicamente, di sicuro conservatori per indole e per nulla contente della scelta della figlia &#8211; attrice e per giunta comunista! -. Questa famiglia, che aveva trovato immotivato e semplicemente esagerato l’invito rivoltole dalla figlia e dal genero di abbandonare Vienna prima che fosse tardi, avrà purtroppo modo di rimpiangere amaramente questa scelta solo alcuni anni dopo. Ad occupazione dell’Austria avvenuta da parte dei Nazisti, sarà tra le prime ad essere arrestata, deportata e annientata nei campi di concentramento&#8230;.</p>
<p>A marzo Brecht si reca in Svizzera, dove si trovavano Feuchtwanger, Döblin e Anna Seghers. Da Lugano scrive una lettera conciliante a Thomas Mann, complimentandosi per il suo intervento &#8211; “Das freie Wort” (La parola libera) &#8211; tenuto al Congresso degli scrittori di Berlino e proponendo un fronte comune contro Hitler. Thomas Mann non reagisce (non si fida e non si fiderà mai del “Socialismo”…), dato che preferisce non prendere posizione per non compromettersi con gli scrittori già emigrati. Il 30 marzo visita Hermann Hesse a Montagnola. In Aprile fa un breve viaggio a Parigi, dove incontra Anna Seghers, Hanns Eisler, Kurt Weill e Lotte Lenya; vi ritorna a maggio e si stabilisce in un piccolo Hotel. A giugno 1933 parla con Bernard Brentano dell’opportunità di fondare una “Künstlerkolonie-Idee”. La sua è una vera fucina di proposte, il tentativo di non lasciarsi inghiottire dalla malinconia e dal tedio, “vizi capitali” sempre in agguato tra chi è costretto ad espatriare per  sopravvivere  e a trovare riparo in ambienti stranieri e non sempre ben disposti. Ecco quindi i propositi di un giornale tedesco per l’emigrazione e addirittura  di  un teatro tedesco “Theater der Prozesse”. Sempre a Parigi Brecht riceve verso la<strong> </strong>fine dell’anno un invito dalla scrittrice danese Karen Michaelis e lo accetta. La famiglia “allargata” di Brecht (viveva con loro anche la Steffin, una giovane collaboratrice dei tempi berlinesi, a cui Brecht era molto legato…) si reca quindi in Danimarca dove alla fine del 1933 è ospite della Michealis sull’isola Thuro. Alla fine di dicembre i Brecht comprano una casa colonica in Skovbostrand sull’isola Fünen &#8211; “das dänische Strohdach” (il tetto di paglia danese)  &#8211; e un’auto usata (Ford modello T). </p>
<p>La “resistibile” ascesa di Hitler si era ormai conclusa e a Brecht, esule, non rimane che l’amarezza, per nulla consolatoria, di aver previsto tutto questo e di averlo inutilmente denunciato. Sulla “preveggenza” degli scrittori avrà modo di riflettere anche Willy Brandt nel suo discorso al Congresso degli scrittori di Stoccarda (21.11.1970). Egli, partendo da questa intuizione, sottolinea la sua convinzione che sarebbe oltremodo auspicabile una  stretta collaborazione tra letteratura e politica: “Spesso lo scrittore riesce, riflettendo sulla realtà, a mostrare sviluppi sociali per il futuro, prima che il politico, guadagnando distanza, si possa liberare dai condizionamenti del presente. Anche in questo caso la politica ha bisogno dello scrittore”.</p>
<p>Al poeta ormai lontano non resta che guardare alla sua terra con infinita malinconia e seguire con rabbia le imprese dell’imbianchino,  come ormai molti  chiamavano il Führer. Sarà questo il periodo in cui proprio ad Hitler sono dedicate molte poesie, con l’intento di denunciare all’opinione pubblica internazionale il pericolo di un dittatore che può diventare fatale per tutti.</p>
<p>Das Lied vom Anstreicher Hitler (La canzone dell’imbianchino Hitler), 440  &#8211; 1933 -</p>
<p><em>1</em></p>
<p><em>L’imbianchino Hitler</em><br />
<em>Disse: Cara gente, lasciatemi fare!</em><br />
<em>E prese un secchio di vernice fresca</em><br />
<em>E imbiancò la casa tedesca tutta a nuovo.</em><br />
<em> </em></p>
<p><em>2</em></p>
<p><em>L’imbianchino Hitler</em><br />
<em>Disse: Questa operazione la faccio in un attimo!</em><br />
<em>E i buchi e le fessure e le crepe</em><br />
<em>Tutto coprì semplicemente con la vernice.</em><br />
<em>Tutta la merda ricoprì.</em><br />
<em> </em></p>
<p><em>3</em></p>
<p><em>O imbianchino Hitler</em><br />
<em>Perché non sei stato un muratore? Nella tua casa,</em><br />
<em>Quando l’imbiancatura prende la pioggia,</em><br />
<em>Tutta la casa di merda viene di nuovo fuori.</em><br />
<em> </em></p>
<p><em>4.</em></p>
<p><em>L’imbianchino Hitler</em><br />
<em>Non aveva studiato niente altro che colore</em><br />
<em>E, quando lo si lasciò fare,</em><br />
<em>Allora ha imbrattato tutto.</em><br />
<em>Tutta la Germania ha imbrattato.</em></p>
<p>Alle prepotenze delle camicie brune, che scorrazzavano sul territorio imponendo i loro metodi brutali di violenza e sopraffazione, viene dedicata una sconsolata  riflessione fissata nella “Ballata dell’albero e dei rami”, che si chiude con un barlume di speranza:</p>
<p>Die Ballade vom Baum und den Aesten (La ballata dell’albero e dei rami), 452 &#8211; 1933 ? -</p>
<p><em>1</em></p>
<p><em>E nelle loro camicie brune vennero da noi </em><br />
<em>E pane e companatico erano scarsi</em><br />
<em>E vuotarono con  discorsi sfacciati avidamente le pentole </em><br />
<em>In cui non c’era più quasi nulla.</em><br />
<em>Qui ci divertiremo un mondo, dicevano, </em><br />
<em>Qui possiamo rimanere a meraviglia, dicevano,</em><br />
<em>Perlomeno mille anni. </em><br />
<em>Bene, dicono i rami, </em><br />
<em>Ma il tronco tace</em>.<br />
<em>Ancora qui, dicono gli ospiti, </em><br />
<em>Fino a che l’oste non porta il conto.</em><br />
<em> </em></p>
<p><em>2</em></p>
<p><em>E ricercarono i posti migliori, vennero ordinati nuovi scrittoi.</em><br />
<em>E si sentivano proprio a casa.</em><br />
<em>Non chiedevano i costi, non si preoccupavano del denaro:</em><br />
<em>Erano fuori dal tempo più brutto.</em><br />
<em>Qui ci divertiremo un mondo, dicevano, </em><br />
<em>Qui possiamo rimanere a meraviglia, dicevano,</em><br />
<em>E si tolsero gli stivali: Bene, dicono i rami, </em><br />
<em>Ma il tronco tace. </em><br />
<em>Ancora qui, dicono gli ospiti, </em><br />
<em>Fino a che l’oste non porta il conto.</em></p>
<p><em>3</em></p>
<p><em>E scaricarono le loro pistole in ogni testa migliore della loro  </em><br />
<em>E a venire sono almeno in due.</em><br />
<em>E poi vanno a prendere tre marchi dalla loro pentola d’oro. </em><br />
<em>Adesso erano finalmente arrivati.</em><br />
<em>Rimarrà sempre bella piena, dicevano, </em><br />
<em>Ci divertiremo a lungo, dicevano, </em><br />
<em>Fino alla fine del tempo.</em><br />
<em>Bene, dicono i rami, </em><br />
<em>Ma il tronco tace. </em><br />
<em>Ancora qui, dicono gli ospiti, </em><br />
<em>Fino a che l’oste non porta il conto.</em></p>
<p><em>4</em></p>
<p><em>E il loro imbianchino dipinse le crepe della casa con intonaco bruno </em><br />
<em>E loro livellarono tutto. </em><br />
<em>E se dipendesse da loro, noi ci daremmo del tu: </em><br />
<em>Pensavano, allora interveniamo!</em><br />
<em>Qui ci divertiremo un mondo, dicevano, </em><br />
<em>Allora possiamo rimanere a meraviglia, dicevano,</em><br />
<em>E costruirci un Terzo Reich. </em><br />
<em>Bene, dicono i rami, </em><br />
<em>Ma il tronco tace. </em><br />
<em>Ancora qui, dicono gli ospiti, </em><br />
<em>Fino a che l’oste non porta il conto.</em></p>
<p>Il significativo silenzio del tronco, che di sicuro non condivide la criminale disinvoltura dei suoi rami, è ad ogni strofa coronato da una certezza: prima poi ci sarà qualcuno che porterà il conto e questo dovrà essere onorato! Ma, nonostante qualche scatto di orgoglio, rivolto soprattutto ad infondere coraggio a chi deve confrontarsi quotidianamente con tutta una serie di debilitanti soprusi, Brecht non può fare a meno di rivolgere un commosso pensiero al suo paese, a quella Germania dove si sta consumando un dramma impietoso: </p>
<p>Deutschland (Germania), 487 &#8211; 1933 -<br />
Possano altri parlare della loro vergogna,<br />
        io parlo della mia.</p>
<p><em>O Germania, pallida madre!</em><br />
<em>Come siedi imbrattata</em><br />
<em>Tra i popoli.</em><br />
<em>In mezzo ai sudici</em><br />
<em>Tu salti all’occhio.</em><br />
<em> </em></p>
<p><em>Dei tuoi figli il più povero</em><br />
<em>Giace abbattuto.</em><br />
<em>Quando la sua fame fu tanta</em><br />
<em>Gli altri tuoi figli</em><br />
<em>Hanno sollevato il braccio su di lui.</em><br />
<em>Questo è diventato di dominio pubblico.</em><br />
<em> </em></p>
<p><em>Con le loro braccia sollevate</em><br />
<em>Sollevate contro i loro fratelli</em><br />
<em>Scorazzano adesso in modo insolente davanti a te</em><br />
<em>E ti ridono in faccia.</em><br />
<em>Questo lo si sa.</em><br />
<em> </em></p>
<p><em>Nella tua casa</em><br />
<em>Si grida ad alta voce la menzogna</em><br />
<em>Ma la verità</em><br />
<em>Deve essere taciuta.</em><br />
<em>È così?</em><br />
<em> </em></p>
<p><em>Perché ti lodano dovunque gli oppressori, ma</em><br />
<em>Gli oppressi ti accusano?</em><br />
<em>Gli sfruttati ti indicano a dito, ma</em><br />
<em>Gli sfruttatori lodano il sistema</em><br />
<em>Che è stato inventato a casa tua!</em><br />
<em> </em></p>
<p><em>E pur tuttavia tutti vedono te</em><br />
<em>Nell’atto di nascondere l’orlo della gonna insanguinato</em><br />
<em>Dal sangue del tuo</em><br />
<em>Figlio migliore.</em><br />
<em> </em></p>
<p><em>Ascoltando i discorsi che vengono fuori dalla tua casa, si sorride.</em><br />
<em>Ma chi ti vede, questi impugna il coltello</em><br />
<em>Come alla vista di un masnadiero.</em><br />
<em> </em></p>
<p><em>O Germania, pallida madre!</em><br />
<em>Come ti hanno conciato i tuoi figli in modo</em><br />
<em>Da sedere tra i popoli</em><br />
<em>Come scherno e terrore!</em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?feed=rss2&amp;p=12669</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>PITTURA: Gauguin e il Sintetismo</title>
		<link>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13515</link>
		<comments>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13515#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 29 Aug 2010 04:58:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Pieraccini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pittura]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13515</guid>
		<description><![CDATA[di Francesco Pieraccini Laddove gli impressionisti cercavano nei  loro quadri l’immagine della natura e della realtà, impressa nei loro occhi dai tremolanti effetti della luce, Gauguin procede oltre e ad essa sostituisce  quella  che la natura scolpisce nella sua anima. Per raggiungere questo scopo, elabora un’arte quasi totalmente distaccata da ogni forma di realismo, creando [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Francesco Pieraccini</p>
<p>Laddove gli impressionisti cercavano nei  loro quadri l’immagine della natura e della realtà, impressa nei loro occhi dai tremolanti effetti della luce, Gauguin procede oltre e ad essa sostituisce  quella  che la natura scolpisce nella sua anima.<span id="more-13515"></span></p>
<p>Per raggiungere questo scopo, elabora un’arte quasi totalmente distaccata da ogni forma di realismo, creando uno stile eclettico che univa insieme varie tecniche appartenenti all’arte primitiva: dalle vetrate medievali,all’ arte giapponese,  agli antichi fregi orientali.</p>
<p>Questa nuovo stile è appunto il sintetismo, a cui Gauguin aderisce in risposta alla società moderna della seconda metà dell’ottocento, giudicata dall’artista ipocrita e artificiosa. Abbiamo già osservato che anche gli impressionisti avevano espresso il loro dissenso con la società  del tempo, denunciandone il senso di alienazione e la sua monotonia, ma con Gauguin assistiamo ad un rifiuto netto di essa: lo stesso artista per dipingere si ritirerà in luoghi arcaici e primitivi, incontaminati dalle istanze della cultura moderna, come la Bretagna e la Polinesia.E’ lo stesso Gauguin a dire:      ”Amo la Bretagna, vi trovo il selvaggio, il  primitivo”.</p>
<p>Ed è proprio in Bretagna che nel 1888 ha</p>
<p>inizio il periodo sintetista di Gauguin con il dipinto “La Visione dopo il Sermone” (chiamato anche “ Giacobbe Lotta con l’Angelo”), quadro che dal pittore Emile Bernard sarà visto come un plagio della sua opera “Donne Bretoni sul Prato”. In realtà non è affatto così: se in entrambi i dipinti possiamo incontrare affinità di tecnica e di soggetti, infatti entrambi i pittori rappresentano le donne bretoni, caratterizzate dal particolare abbigliamento arcaico del luogo, e le rendono attraverso uno stile primitivo, dalle forme esemplificate  dipinte con colori puri e brillanti, con un distacco quasi totale dai tradizionali canoni prospettici, troviamo tra i due una differenza concettuale non indifferente.</p>
<p>Di fatto quadro di Gauguin è  permeato da un forte misticismo che si confonde col mondo reale arcaico della Bretagna.</p>
<p>Il pittore rappresenta la visione che delle donne bretoni hanno dopo aver assistito alla messa; ponendo esse in primo piano, fa in modo che lo spettatore assuma il loro medesimo punto di vista,  permettendogli di distinguere nella scena tanto il mondo reale, rappresentato appunto dalle figure in primo piano, quanto il mondo mistico, ovvero Giacobbe e l’angelo in lotta su di un paesaggio che trascende la natura e caratterizzato da figure oltremodo irreali e sproporzionate. Ed è questa la vera essenza dell’ arte di Gauguin, del mondo arcaico e primitivo il pittore non apprezza soltanto la semplicità e la genuinità, ma anche il forte misticismo che permea ogni aspetto della vita, in un misto di religione e superstizione.</p>
<p>Questa concezione si può trovare in diverse opere del periodo bretone, tra le quali spicca</p>
<p>“La Bella Angéle” Si tratta del ritratto di Marie Angélique Satre, considerata la donna più bella di Pont-Aven. Tuttavia l’artista, più che porre l’accento sulla sua bellezza terrena, lo pone sulla sua bellezza spirituale, racchiudendo la donna dentro una sorta di cornice ponendola come un’ icona sacra, la figura è caratterizzata da forme molto elementari e da una fissità innaturale che la pongono in una dimensione ultraterrena. Accanto ad essa sulla sinistra la statua di un idolo primitivo contribuisce ulteriormente a suggerire una lettura in chiave mistico-religiosa dell’immagine.</p>
<p>Si racconta che Marie Angèlique rimase alquanto perplessa da questo ritratto, evidentemente non conosceva Gauguin così affondo…</p>
<p>Nel 1891 Gauguin si trasferisce a vivere in Polinesia a Tahiti e in seguito nelle isole Marchesi, sempre per cercare un contatto maggiore con le popolazioni primitive e per fuggire al disagio esistenziale della civiltà moderna.</p>
<p>Da questo momento in poi si aggiungerà nelle sue opere un gusto spiccatamente esotico e maggiormente decorativo, senza però abbandonare i principi da cui la sua opera sintetista era partita.</p>
<p>Se prima i soggetti erano gli abitanti della Bretagna adesso sono gli indigeni indonesiani, e il misticismo del cristianesimo primitivo si fonde con i culti e le superstizioni locali, in una dimensione trascendentale che assume la forma di un “Eden Tropicale”.</p>
<p>Possiamo a tal proposito prendere in esame “Ia Orana Maria” (Ave Maria), dove assistiamo ,similmente alla pri  ma opera di Gauguin, ad una visione mistica, ma ambientata in terra Indonesiana.</p>
<p>Sono infatti rappresentate due donne indigene che pregando, vedono di fronte a se Maria con il Bambino, che, sia per sottolineare il carattere soggettivo della visione, sia per ribadire il concetto di una religione più pura e vicina alle persone, sono scuri di pelle e vestiti come la gente del posto. Intorno a loro il paesaggio, con la sua varietà  e i suoi colori accesi, trasforma il paesaggio orientale in una natura mistica e trascendentale, così come l’angelo, decorato da colori molto accesi.</p>
<p>Più vicino alle superstizioni ed ai culti locali è il quadro “Manaò Tupapaù”, che significa “Lo Spirito dei Morti Veglia”,  Gauguin prende infatti ispirazione dalla credenza indonesiana che gli spiriti maligni  dei morti si manifestassero di notte nell’oscurità. Ancora una volta il mondo reale e il mondo mistico si fondono assieme,il quadro raffigura una ragazza indonesiana sdraiata su di un letto, spunto dall’ Olympia di Manet, osservata da un sinistro essere nero, che rappresenta lo spirito maligno,caratterizzato dalla tradizionale fissità e ieraticità delle figure ultraterrene. Su quasi tutto il dipinto prevalgono diverse sfumature accese del viola, che suggeriscono il senso di angoscia e paura che è legato alla presenza dello spirito, in netto contrasto con le tonalità di bianco e giallo che avvolgono la fanciulla, che sembra cercare rifugio nel suo giaciglio.</p>
<p>Verso la fine dell’ ottocento, il sintetismo di Gauguin raggiunge la massima maturazione, nei suoi quadri si ritrovano uno stile primitivo eclettico, soggetti legati ad una civiltà primitiva ed un simbolismo sempre più marcato rivolto a temi mistici ed esistenziali.</p>
<p>Di questo periodo è il dipinto “Rupe Rupe”.</p>
<p>Sullo sfondo del dipinto domina il colore giallo, che ci rimanda al colore aureo dei dipinti medievali, che sottolinea l’aspetto trascendente dell’opera, il cui centro è occupato da una figura di spalle che sta cogliendo un frutto, allusione al peccato originale o ,in generale, all’atto di peccare, alla cui sinistra si trovano due figure femminili circondate da un paesaggio ameno e paradisiaco, e alla cui destra troviamo raffigurati un cavaliere curvo su un cavallo nero e dei cuccioli. Il quadro sembra rappresentare dunque la condizione umana, posta a metà tra l’agire rettamente, che porta a raggiungere la pace nel Paradiso, e il peccare, che allontana l’uomo da Dio verso una  vita puramente terrena, caratterizzata solo dalla angosciosa successione senza soluzione di continuità di vita (rappresentata dai cuccioli) e morte(il nero cavaliere).</p>
<p>RIFERIMENTI</p>
<p><a href="http://www.google.com/imgres?imgurl=http://www.frammentiarte.it/dall%27Impressionismo/Gauguin%2520opere/3%2520Paul%2520Gauguin-visione%2520dopo%2520il%2520sermone.jpg&amp;imgrefurl=http://www.frammentiarte.it/dall%27Impressionismo/Gauguin%2520opere/4%2520visione%2520dopo%2520il%2520sermone.htm&amp;usg=__UzapjVR2vr06BfBQrUHVnb7bO2U=&amp;h=765&amp;w=967&amp;sz=419&amp;hl=it&amp;start=0&amp;sig2=fTVD3Sg5GR8SuAyYcGtdYA&amp;tbnid=2BQ4XFD7iZ44LM:&amp;tbnh=117&amp;tbnw=148&amp;ei=MRdsTJq1JqaiOMnnjZoC&amp;prev=/images%3Fq%3Dgauguin%2Bvisione%2Bdopo%2Bil%2Bsermone%26hl%3Dit%26biw%3D1024%26bih%3D510%26gbv%3D2%26tbs%3Disch:1&amp;itbs=1&amp;iact=rc&amp;dur=846&amp;oei=MRdsTJq1JqaiOMnnjZoC&amp;esq=1&amp;page=1&amp;ndsp=8&amp;ved=1t:429,r:1,s:0&amp;tx=57&amp;ty=47">Visione dopo il Sermone</a>  </p>
<p><a href="http://www.google.com/imgres?imgurl=http://4.bp.blogspot.com/_fD4YFJ_knZA/SdHd-sXqDZI/AAAAAAAAAFw/WlA1XT5mSMA/s400/bernard-emile-02.JPG&amp;imgrefurl=http://aquaeductus2.blogspot.com/2009/03/emile-bernard-e-la-scuola-di-pont-aven.html&amp;usg=__F7UlT_ihJNKLg7BgerQ3NQXZ6RY=&amp;h=307&amp;w=400&amp;sz=46&amp;hl=it&amp;start=0&amp;sig2=4779hOFZkDr1hFNKyiiaew&amp;tbnid=eqXKvJOtwJ_iKM:&amp;tbnh=117&amp;tbnw=161&amp;ei=YRtsTJHfPI6fOJa2mZoC&amp;prev=/images%3Fq%3Dbernard%2Bdonne%2Bbretoni%2Bsul%2Bprato%26hl%3Dit%26biw%3D1024%26bih%3D510%26gbv%3D2%26tbs%3Disch:1&amp;itbs=1&amp;iact=hc&amp;vpx=297&amp;vpy=67&amp;dur=2574&amp;hovh=197&amp;hovw=256&amp;tx=160&amp;ty=96&amp;oei=YRtsTJHfPI6fOJa2mZoC&amp;esq=1&amp;page=1&amp;ndsp=17&amp;ved=1t:429,r:1,s:0">Donne Bretoni sul Prato (Bernard)</a></p>
<p><a href="http://www.google.com/imgres?imgurl=http://www.oceansbridge.com/paintings/artists/recently-added/paul-gauguin/big/Paul-Gauguin-XX-La-Belle-Angele-%28aka-Madame-Angele-Satre-the-Inkeeper-at-Pont-Aven%29-1889.jpg&amp;imgrefurl=http://www.oceansbridge.com/oil-paintings/product.php/56139/0%3Fa%3Dbruce&amp;usg=__06iCgWcqrvAt49hUekt4VBitTa4=&amp;h=642&amp;w=500&amp;sz=374&amp;hl=it&amp;start=0&amp;sig2=TR_l1-hjCMd7WV3zjBUCTw&amp;tbnid=oeVOKRBRZUqb1M:&amp;tbnh=121&amp;tbnw=86&amp;ei=pBtsTMubI6SVOOmKnZoC&amp;prev=/images%3Fq%3Dgauguin%2Bla%2Bbelle%2Bangele%26hl%3Dit%26biw%3D1024%26bih%3D510%26gbv%3D2%26tbs%3Disch:1&amp;itbs=1&amp;iact=hc&amp;vpx=111&amp;vpy=165&amp;dur=526&amp;hovh=254&amp;hovw=198&amp;tx=127&amp;ty=220&amp;oei=pBtsTMubI6SVOOmKnZoC&amp;esq=1&amp;page=1&amp;ndsp=22&amp;ved=1t:429,r:14,s:0">La Bella Angèle</a></p>
<p><a href="http://www.google.com/imgres?imgurl=http://www.bestpriceart.com/vault/gauguin6.jpg&amp;imgrefurl=http://www.bestpriceart.com/painting/%3Fpid%3D14508&amp;usg=__nL3-Uo5BLaMc61h61lMczg-bEkY=&amp;h=800&amp;w=589&amp;sz=157&amp;hl=it&amp;start=0&amp;sig2=5UgB6mGRvYC4kqZupITE_g&amp;tbnid=YLHzToiFkhaIbM:&amp;tbnh=115&amp;tbnw=82&amp;ei=0htsTNH7OIGOOPmZpJoC&amp;prev=/images%3Fq%3Dgauguin%2Bia%2Borana%2Bmaria%26hl%3Dit%26biw%3D1024%26bih%3D510%26gbv%3D2%26tbs%3Disch:1&amp;itbs=1&amp;iact=rc&amp;dur=866&amp;oei=0htsTNH7OIGOOPmZpJoC&amp;esq=1&amp;page=1&amp;ndsp=24&amp;ved=1t:429,r:1,s:0&amp;tx=48&amp;ty=59">La Orana Maria</a></p>
<p><a href="http://www.google.com/imgres?imgurl=http://www.copia-di-arte.com/kunst/paul_gauguin/manao_tupapau.jpg&amp;imgrefurl=http://www.copia-di-arte.com/a/paul-gauguin/manao-tupapau-the-spirit.html&amp;usg=__LCvppw91SFjOkhIy-lc92mPv4-w=&amp;h=436&amp;w=550&amp;sz=50&amp;hl=it&amp;start=0&amp;sig2=eaSKIxQRCTrTKcjGP8BFjA&amp;tbnid=jHgtDUfdS16s9M:&amp;tbnh=117&amp;tbnw=139&amp;ei=-xtsTIOxDomROIjEmJoC&amp;prev=/images%3Fq%3Dgauguin%2Bmana%25C3%25B2%2Btupapa%25C3%25B9%26hl%3Dit%26biw%3D1024%26bih%3D510%26gbv%3D2%26tbs%3Disch:1&amp;itbs=1&amp;iact=rc&amp;dur=630&amp;oei=-xtsTIOxDomROIjEmJoC&amp;esq=1&amp;page=1&amp;ndsp=15&amp;ved=1t:429,r:3,s:0&amp;tx=111&amp;ty=44">Manaò Tupapaù</a></p>
<p><a href="http://www.google.com/imgres?imgurl=http://www.art-prints-on-demand.com/kunst/paul_gauguin/2624_v1.jpg&amp;imgrefurl=http://www.art-prints-on-demand.com/a/paul-gauguin/rupe-rupe.html&amp;usg=__FLKaGp03nlRePV7MknjprZlJUqE=&amp;h=400&amp;w=600&amp;sz=51&amp;hl=it&amp;start=0&amp;sig2=F2n1J0xgdTEULcBSC_aS7A&amp;tbnid=KG0Wd9T4FZH-cM:&amp;tbnh=118&amp;tbnw=153&amp;ei=EhxsTOiCC4vaOInf_KwH&amp;prev=/images%3Fq%3Dgauguin%2Brupe%2Brupe%26hl%3Dit%26biw%3D1024%26bih%3D510%26gbv%3D2%26tbs%3Disch:1&amp;itbs=1&amp;iact=rc&amp;dur=419&amp;oei=EhxsTOiCC4vaOInf_KwH&amp;esq=1&amp;page=1&amp;ndsp=15&amp;ved=1t:429,r:12,s:0&amp;tx=93&amp;ty=67">Rupe Rupe</a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?feed=rss2&amp;p=13515</wfw:commentRss>
		<slash:comments>4</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>ARTE: PITTURA: I MAESTRI: I poderosi nitriti di Bruno Cassinari</title>
		<link>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13011</link>
		<comments>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13011#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 28 Aug 2010 04:18:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[I Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[Pittura]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13011</guid>
		<description><![CDATA[di Dino Buzzati  [dal “Corriere della Sera”, domenica 4 febbraio 1968]  Una mostra importante di un artista importante.  Alla galleria Cavour (piazza Cavour 1) Bruno Cassinari espone nove sculture e trenta­sei dipinti, tutti recenti. Le no­ve sculture sono cavalli, di cui uno con cavaliere in groppa. E cavalli figurano in trenta di­pinti.  Solo nel comprensorio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Dino Buzzati <br />
<font size="2">[dal “Corriere della Sera”, domenica 4 febbraio 1968]</font> </p>
<p>Una mostra importante di un artista importante. <br />
Alla galleria Cavour (piazza Cavour 1) Bruno Cassinari espone nove sculture e trenta­sei dipinti, tutti recenti. Le no­ve sculture sono cavalli, di cui uno con cavaliere in groppa. E cavalli figurano in trenta di­pinti.<span id="more-13011"></span> </p>
<p>Solo nel comprensorio nazionale esistono, di cavalli, vari reputati allevamenti. Ci sono gli statuari cavalli di De Chirico con la maestosa coda fi­no a terra, che giganteggiano su deserte spiagge iperboree tra bianchi ruderi antichi. Ci sono i pazzi gaudiosi cavalli policromi di Aligi Sassu. Ci sono i cavalli, così bonari e nostrani, di Cesetti, che si ag­girano in branco per i pascoli. Ci sono i nebbiosi cavallucci di Music che trottignano at­traverso le forre dalmate. </p>
<p>Ma i cavalli coi quali qui viene istintivo il confronto so­no quelli celebri di Marino Ma­rini. Si tratta di una somi­glianza dovuta a due motivi: sia gli uni sia gli altri non portano criniera e hanno la coda, quando c&#8217;è, ridotta a un moncherino senza frangia; sia gli uni sia gli altri sono con­cepiti in una sagoma compat­ta e glabra, testa collo torace e posteriore sono fusi in una sola struttura dinamica, in certi casi rastremata al punto da far pensare ai remotissimi sauri da cui trassero origine i mammiferi, questo anche per­ché le orecchie, o mancano del tutto, o sono retratte cosi da non formare sporgenza. </p>
<p>Si avverte però tra i destrie­ri di Martini e quelli di Cassinari una profonda e sostan­ziale differenza, che li attri­buisce a due mondi completa­mente diversi. </p>
<p>Prima di tutto l&#8217;essenzialità dei cavalli mariniani si ricol­lega a un&#8217;aura di monumentalità arcaica, se non primor­diale, mentre quelli di Cassinari sono senz&#8217;altro dei nostri giorni. In secondo luogo, men­tre i primi, anche in cammi­no, conservano una solenne e magica compostezza, oltre che un rigoroso silenzio, i secondi manifestano una irrefrenabile tensione interna, emettono po­tenti e lamentosi nitriti. La equinità, per così dire, è sta­ta dai due artisti portata al grado più intenso e alla sinte­si più espressiva. Ma nell&#8217;uno è cristallizzata in una densa staticità da idolo, nell&#8217;altro si scioglie e scatena in allarme, trepidazione, orgasmo, paura, fuga (senza toccare la cruda tragicità dei cavalli di Picasso, sventrati e morenti, chiara re­miniscenza delle corride). </p>
<p>Direi insomma che ai caval­li di Marini, che vivono in una Terra adolescente e pura, criniera e coda hanno ancora da spuntare; ai cavalli di Cassinari, invece, criniera e coda sono cadute in seguito a drammatici eventi. Chi o che cosa li ha denudati? Semplicemen­te un&#8217;angoscia di tipo esisten­zialista? O sono stati i pati­menti? O un vento d&#8217;apocalis­se? Oppure il riverbero di una esplosione nucleare? Ce n&#8217;è uno, grande, in bronzo, eviden­temente disperato, che tenta un estremo galoppo ma  le gam­be anteriori gli si piegano sot­to. Un altro, che figura in due versioni, bronzo e gesso dipinto, è ancora in piena salute ma sta lì teso come un arco, dinanzi a un misterioso peri­colo, pronto a scattare. Uguale spavento pervade quelli che galoppano, si rovesciano, si contorcono sulle originalissime tele acquarellate sulla base del rosso e del verde, fantasiose e pure di disegno come grafiti di preistoriche caverne. </p>
<p>Ci sono anche sei quadri a olio, senza cavalli, del più for­te Cassinari, ormai liberato da ogni lontano ricordo di influs­si picassiani, definitivamente signore autonomo di un feudo creato da lui. I due più belli si presentano subito, laggiù in fondo, a chi scende la scala: a sinistra, tre smaglianti galli in un controllatissimo delirio dì colori, a destra una sontuosa figura di donna che sembra ab­bia un fuoco dentro, tanto vi­bra e si accende quel rosso car­ne che è così tipico del pit­tore piacentino.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?feed=rss2&amp;p=13011</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Fumetti: La famiglia Bertolini</title>
		<link>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13001</link>
		<comments>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13001#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 27 Aug 2010 04:37:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fumetti]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13001</guid>
		<description><![CDATA[[da:”Enciclopedia dei fumetti” a cura di Gaetano Strazzulla, Sansoni, 1970]  L&#8217;AUTORE  LINO LANDOLFI &#8211; Uno dei più indiscussi meriti editoriali del settimanale a fumetti cattolico Il Vittorioso fu quello, nell&#8217;anteguerra e prose­guito poi negli anni postbellici, di dare l&#8217;oppor­tunità d&#8217;affermarsi a una équipe via via rinno­vatasi (o rinforzata con elementi più giovani) di disegnatori italiani. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font size="2">[da:”Enciclopedia dei fumetti” a cura di Gaetano Strazzulla, Sansoni, 1970]</font> </p>
<p>L&#8217;AUTORE </p>
<p>LINO LANDOLFI &#8211; Uno dei più indiscussi meriti editoriali del settimanale a fumetti cattolico <em>Il</em> <em>Vittorioso </em>fu quello, nell&#8217;anteguerra e prose­guito poi negli anni postbellici, di dare l&#8217;oppor­tunità d&#8217;affermarsi a una <em>é</em><em>quipe </em>via via rinno­vatasi (o rinforzata con elementi più giovani) di disegnatori italiani.<span id="more-13001"></span> La «scuola italiana» del fumetto di cui talora si parla in scritti evocativi dal sapore forse un po&#8217; troppo mitizzante e in saggi storicistici che cercano di dividere senza nostalgie, di quel periodo, il grano da loglio, trovò una buona porzione d&#8217;alimento sulle pa­gine di quel menzionato giornalino; più ancora che in quelle di altri pur generosi periodici dell&#8217;epoca, in testa il mondadoriano <em>Topolino. </em>E Lino Landolfi, nato a Roma nel 1925, venendo alla ribalta di quel variopinto « spettacolo » grafico ch&#8217;è l&#8217;universo a fumetti — a ven­tidue anni — nel 1947, fu quindi la logica conseguenza di un preciso piano appunto edi­toriale che mirava a proseguire una linea crea­tiva (e ideologica) a cui si devono generosi e proficui frutti. </p>
<p>Iniziò dunque con <em>Il Vittorioso </em>dando vita a una storia automobilistica intitolata <em>Ticco e Cicca. </em>Non limitandosi a lavorare per quella sola te­stata, anche se — com&#8217;egli stesso racconta in un&#8217;intervista apparsa in anni recentissimi sul settimanale <em>Vitt (Il Vittorioso </em>rinnovatosi, alli­neatosi con i tempi, più piccolo e in gran parte dedicato alla ristampa di cose del passato) — quando si presentò con un fascio di fogli dise­gnati sottobraccio il direttore di un periodico gli disse bell&#8217;e tondo di piantarla. La sua vita e le notizie dei suoi antichi ante­nati duchi longobardi, gli hanno dato lo spunto per un sacco di avventure per le storie di Procopio&#8230; Procopio: rimane davvero il grande personaggio di Landolfi. Sessanta storie ha di­segnato con al centro questo poliziotto grassottello dal naso a patata capace di moltipli-carsi in una serie infinita di antenati che si chiamano come lui e che gli somigliano come un&#8217;immagine riflessa nello specchio, i quali agi­scono in storie autonome ambientate in ogni epoca. </p>
<p>Procopio è certamente il <em>character </em>più lucroso di Landolfi: la quintessenza della espressività del disegno caricaturale ma agganciato a precisi riferimenti realistici che domina le tavole di que­sto autore aperto alla più sfrenata immagina­zione con precise intenzioni via via educative e anche didattiche. Doti tutte formatesi sulla ma­trice ideologica che caratterizzava in ogni sua pagina <em>Il</em> <em>Vittorioso.</em> </p>
<p>È stato detto che Landolfi doveva a un certo punto proseguire con uno stile nuovo l&#8217;umo­rismo sgangherato di Jacovitti e quello preve­dibilmente permeato di perbenismo di Craveri formato dal noto « bestiario ». Landolfi vi si in­serì in modo brillante, facendosi posto profit­tando (lo scriviamo con allusione figurata) dei suoi scomposti personaggi: caratteristica delle sue figurazioni è quella di assumere infatti un&#8217;esagerazione fisica che finisce per sconfinare talora dal riquadro all&#8217;interno del quale è fatto agire, per cui spingono da ogni lato agi­tandosi. E a questo proposito condividiamo <em>in toto </em>quanto di lui scrisse Gianni Brunoro, ch&#8217;è un po&#8217; il « biografo » e il « critico » uffi­ciale del Nostro: « Lo stile di Landolfi merita più di qualche attenzione: anzitutto un grafismo personale, che poco o nulla deve ad altri (un autore di minore personalità avrebbe facil­mente assorbito lo stile dei vicini Sebastiano Craveri e Benito Jacovitti). Se proprio gli si volessero trovare delle affinità, dovremmo cer­carle in certi racconti di Faustinelli (Pompeo Bill, Ray &amp; Roy), soprattutto per il comune modo di deformare la figura umana: toraci possenti, di cui le gambe sembrano essere piccole appen­dici, ma con piedi abnormi, il capo minuto, le braccia invadenti, proiettate in tutti gli angoli della vignetta; la quasi totale assenza di linee « spigolose », a favore di quelle curve e di figure opulente. </p>
<p>Le tavole di Landolfi sono pervase da un forte dinamismo: le figure, che talora escono dalla vignetta per invadere quelle attigue, mostrano ancora un notevole senso plastico, quasi un&#8217;evi­denza tridimensionale. Se si aggiunge la per­sonale morbidezza e fluidità del segno, sempre preciso — conclude Brunoro — tanto nella de­scrizione dei minuti particolari, quanto nella vasta gamma delle espressioni fisionomiche, sarà allora evidente che Landolfi, mai mono­tono e opprimente, era l&#8217;umorista più indicato per la creazione dell&#8217;eroe buono, con fun­zione di antieroe demistificatorio ». Procopio, infatti, è di tutto ciò l&#8217;immagine con­creta, palpabile. In una delle sue sessanta sto­rie Landolfi lo fa agire come contro altare del superman tuttomuscoli vestito della tuta fasciante munita di cappuccio e mascherina: qual­cosa che somma insieme l&#8217;Uomo Mascherato di Falk e Moore (con tutti i suoi derivati imita­tivi) e l&#8217;Asso di Picche di Hugo Pratt e la sua <em>é</em><em>quipe </em>veneziana. Di quest&#8217;ultimo richiama alla mente pure il nome, Poker d&#8217;Assi. E come nello scontro tra Davide e Golia, chi ne esce con le ossa rotte è il forzuto « giustiziere » di fantasia, sconfitto dal piccoletto, ma realistico, poliziotto Procopio. </p>
<p>Landolfi è tanto affezionato a Procopio, per il quale ha disegnato un totale di circa cinquemila tavole (qualcosa, volendo fare i pignoli, come quarantamila vignette), da averlo preso a pre­testo per l&#8217;inizio e la conclusione di quello che rimane probabilmente il suo fumetto-capolavoro: una fervida interpretazione del <em>Don Chisciotte </em>di Cervantes, apparsa a puntate nel nuovo <em>Vitt: </em>il segno di una autentica maturità, e in­sieme la più estrosa, geniale e spiritosamente colta versione a fumetti del poema avente a pro­tagonista il «cavaliere dalla triste figura» che altri — tra cui Bioletto (il disegnatore dei <em>Quat­</em><em>tro Moschettieri </em>di Nizza e Morbelli e delle con­seguenti figurine-concorso) e Jacovitti — hanno voluto interpretare a loro modo nelle tavole a fumetti. </p>
<p>Lino Landolfi si è misurato in varie occasioni con testi classici della letteratura. Accanto cioè a personaggi nuovi, usciti dalla sua immagina­zione (o costruiti sulla scorta di soggetti ori­ginali scritti da altri) quali Ali Cai, Zenzero, Ponzio, Bertolini con la sua famiglia, ha ridotto graficamente <em>Bertoldo </em>di G. C. Croce, <em>Un ame­</em><em>ricano alla Corte di </em><em>R</em>e <em>Art</em><em>ù</em><em> </em>e <em>Hanno rubato </em><em>l&#8217;elefante bianco </em>di Mark Twain, <em>Tartarino di </em><em>Tarascona </em>di Alphonse Daudet, e ha scritto, illustrandoli naturalmente, vari libri per ragazzi. Confrontando il suo stile agli inizi degli anni cinquanta (Tartarino) con quello rivelato verso la fine degli anni sessanta (Don Chisciotte), sco­priamo una evoluzione sostanziale che ha del prodigioso. </p>
<p>Oggi Lino Landolfi, alla sua carica prorompente ilarità, al suo dinamismo caricaturale attento, a precisi realistici messaggi morali, masche­rati d&#8217;avventura (o viceversa: avventure insa­porite di risvolti educativi), ha aggiunto con piena maturità il segno creativo dell&#8217;artista au­tentico. Il fumetto italiano, cioè, ha in lui un nuovo maestro. </p>
<p><strong>I PERSONAGGI</strong><strong> </strong> </p>
<p>LA FAMIGLIA BERTOLINI &#8211; Codesto campio­nario di <em>m</em><em>é</em><em>nage </em>all&#8217;italiana, filtrato logicamente attraverso una satirica visione della vita che si ferma ai contorni umoristici, senza abbando­narsi quindi a considerazioni di tono acre, co­minciò ad apparire sul periodico cattolico <em>Il</em> <em>Messaggero dei Ragazzi </em>a partire dal 1962. Sarebbe facile trovare per esso degli agganci nelle <em>strip </em>d&#8217;oltre Oceano, così sovrabbondanti di situazioni di tipo familiare. Sbaglieremmo però poiché la famiglia di Landolfi non ha nulla da spartire con il matriarcato e altre condizioni psicologiche che imbrigliano (o sono la loro « delizia ») mariti come Arcibaldo o Dagwood. Se qualche parentela con il fumetto del mede­simo filone volessimo ostinarci a cercarla, la troveremmo probabilmente nel Ferd&#8217;nand di Dahl Mikkelsen, che però non è americano ma danese, svincolato quindi da una precisa menta­lità extraeuropea. Tuttavia quest&#8217;ultimo, nato alla fine degli anni quaranta, si ferma con la sua aria un poco tontolona a piccoli intoppi quoti­diani: il caso gli è avverso e lui non può far altro che rintanarsi in una filosofica rassegna­zione. Anche nei rapporti con il figlioletto e con la moglie. </p>
<p>Il ragionier Venanzio Bertolini ha pure un figlio e una moglie: sue delizie e sue croci. Però da buon latino mediterraneo, esuberatamente centrato dal pennino di Landolfi (e non poteva essere altrimenti), può trovare degli agganci a posteriori con la televisiva Famiglia Benvenuti, in quell&#8217;architetto con il volto di Enrico Maria Salerno che soprattutto nella seconda serie di puntate, solo in città con i parenti al mare, si affanna a trovare motivi di distrazione impi­gliandosi invece dentro una collezione di pic­cole imprese domestiche disastrose. Con qual­cosa in più, che ne rende maggiormente com­pleta la dimensione psicologica. Si è fatto per queste tavole autoconclusive il nome di Alberto Sordi: il Sordi naturalmente non di oggi ma de­gli anni cinquanta, interprete di quell&#8217;italiano medio, di mentalità abbastanza qualunquistica, accomodante, ricolma di slanci apparentemente altruistici che ripiegano spesso nella viltà spic­ciola. Insomma il ragionier Venanzio Bertolini sta nel mezzo tra Salerno e Sordi, tra i perso­naggi interpretati dai due attori per lo schermo cinematografico e il video casalingo, proprio perché lo spettatore piccolo borghese potesse in esso riconoscersi, e ridere un poco di se stesso, dei suoi sterili affanni, dei suoi innocui tic, delle sue perenni insoddisfazioni. L&#8217;umori­smo allora, grazie al preciso tratto in china di Landolfi, assume colorazioni anche patetiche, con punte inaspettatamente sferzanti. « Vien da chiedersi — scrive Brunoro nell&#8217;<em>AZ</em> <em>Comics </em>— come mai [il ragionier Venanzio] non sia an­cora stato colto da nevrosi, schiacciato tra la smania di essere <em>in </em>e le circostanze che peren­nemente lo tengono <em>out. </em>Ma l&#8217;ironia di Landolfi è di stampo buono ». Asserzione giustissima che collima con la tematica di sempre del disegna­tore, il cui fine, appunto, è stato in continua­zione quello di divertire il suo lettore, dandogli dentro una dimensione caricaturale della vita di ieri e di oggi un sapore inconfondibilmente autentico. Venanzio Bertolini quindi impersona l&#8217;italiano tipico, che in qualsiasi circostanza deve parare frontalmente i casi della vita: siano questi legati alla sua condizione d&#8217;impiegato alle prese con il proprio superiore, oppure du­rante il tempo libero immerso nei suoi <em>hobbies </em>solitari (la pesca) o di gruppo (le bocce). Rica­ricandosi di ottimismo per la puntata seguente, nuovo frammento di una saga dallo squisito e inconfondibile sapore quotidiano e casereccio.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?feed=rss2&amp;p=13001</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>PITTURA: Crivelli: Un fantastico interprete del vero</title>
		<link>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=12967</link>
		<comments>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=12967#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 26 Aug 2010 04:32:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pittura]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=12967</guid>
		<description><![CDATA[di Anna Bovero [Classici dell’arte, Rizzoli, 1975] Crivelli! Chi era costui? Così, parafrasando il manzoniano don Abbondio, poteva domandarsi, nel 1950, chi per caso, ad Anco­na, si fosse trovato a visitare una mostra di antica pit­tura veneta dove, fra i quattrocentisti, Carlo Crivelli si faceva la parte del Icone. Né serviva gran che al mi­lanese [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Anna Bovero<br />
<font size="2">[Classici dell’arte, Rizzoli, 1975]</font></p>
<p>Crivelli! Chi era costui?<br />
Così, parafrasando il manzoniano don Abbondio, poteva domandarsi, nel 1950, chi per caso, ad Anco­na, si fosse trovato a visitare una mostra di antica pit­tura veneta dove, fra i quattrocentisti, Carlo Crivelli si faceva la parte del Icone.<span id="more-12967"></span> Né serviva gran che al mi­lanese non digiuno di Brera ricordare la <em>Madonna</em><em> </em><em>della candeletta </em>così adorna e conte­gnosa fra quelle mele di prima scelta, e le pere e le ciliege &#8216;che paion vere&#8217;, e fiori così perfetti &#8216;che paion finti&#8217;. Questo era tutt&#8217;altro Crivelli, puntiglioso osser­vatore del vero e fantastico osservatore, volgare, raffi­nato, violento e tenero; inquietante, insomma. Un di­segnatore straordinario in ogni modo, e un mago del colore, che ti fa accettare gli accostamenti più strani, i contrasti più insolenti: un Cristo morto rattrappito co­me un poveromo, con un nasone storto, incuneato fra un&#8217;Annunziata lieve come una piuma e un arcangelo tutto curve dorate; in mezzo a due sofisticate principes­se, un san Pietro scamiciato, con occhi fanatici e manacce da far paura. Artigiano eccezionale, il Crivelli è così innamorato del buon mestiere, che ti fa &#8216;sentire&#8217; come sia liscia la ceramica e screpolata la pietra, quan­ti livelli abbia il broccato e quanti punti compongono un ricamo; &#8216;vero&#8217; e &#8216;finto&#8217; si affrontano, si esaltano e, magicamente, si scambiano: l&#8217;uccello ricamato su una manica spiega le ali, vivo, e come un pollo star­nazza il diavolo sotto i piedi dell&#8217;arcangelo Michele; ma lì sul davanzale il domestico cetriolo si gonfia di mistero in ogni sua verruca; e la chioma studiatamen­te composta in ricci dalle pinze del parrucchiere pro­rompe a un tratto in vortici di torrente. Persino i frut­ti dell&#8217;orto, caratterizzati fin nelle minuzie della buccia, ti si mutano sotto gli occhi in incorruttibili pietre dure.</p>
<p>Se, alla mostra di Ancona, fra i non iniziati preva­leva la sorpresa, gli storici dell&#8217;arte trovavano una buona occasione per ridiscutere un caso interessante, che per scarsezza di notizie certe lasciava largo campo all&#8217;ipotesi e all&#8217;intuizione, e da più di un secolo era oggetto di ricerche erudite, di rigoroso esercizio filologi­co e di sottili analisi stilistiche. Si trattava, dunque, di una fama limitata alla cerchia degli specialisti, e tali si potevano considerare anche i mercanti d&#8217;arte che, fin dai primi anni dell&#8217;Ottocento, erano andati a cac­cia di pitture crivellesche per rifornirne le più preziose e gelose raccolte d&#8217;Europa. Prima che l&#8217;esperienza di Ancona e, undici anni più tardi, una più ampia rasse­gna a Venezia rivelassero il Crivelli a un più vasto pub­blico, includere il pittore veneziano fra i &#8216;classici del­l&#8217;arte&#8217; sarebbe parsa idea stravagante.</p>
<p>Da vivo, il Crivelli, certo, non ebbe difetto di pub­blico, se è vero che fra il 1468 e il 1494 non c&#8217;era in tutte le Marche bottega paragonabile alla sua. Ed era pubblico di città e di piccoli borghi, vastissimo e schiettamente popolare, lo stesso che, una generazione prima, san Bernardino da Siena aveva catechizzato per mezza Italia; un pubblico a cui servivano esclusi­vamente pale d&#8217;altare e quadretti destinati alla devo­zione domestica. Se al Crivelli capitavano committen­ti laici, non avevano pretese di cultura umanistica o cavalleresca, non esigevano mitologie più o meno in­tinte di neoplatonismo, non allegorie complicate, e nemmeno interpretazioni eleganti di novelle famose. Né si chiamavano Medici o Portinari, da sentirsi de­gni di ritratti memorabili, ma Odoni, Ronci, Bacchet­ti: modesti notabili di provincia, gente alla buona che ordinava un quadro principalmente per salvarsi l&#8217;ani­ma e, se mai, trovava posto fra i santi come pupazzet­to minuscolo, ginocchioni in un cantuccio. Bastava l&#8217;e­pigrafe a esprimere l&#8217;orgoglio, e magari il rimpianto per il prezzo &#8216;non modico&#8217; del dipinto. Ma per lo più trittici e polittici usciti dalla celebre bottega del Cri­velli prendevano la via delle chiese conventuali. Due volte soltanto il vescovo di Ascoli si fece servire dal pittore, nel 1473 e nel 1486, e per l&#8217;eccezionale cliente il Crivelli impegnò tutte le risorse della sua fantasia. Clienti assidui erano i frati di san Francesco, i Minori Osservanti che avevano raccolto l&#8217;eredità di san Bernardino, presenti in ogni città, borgata e paesetto del­le Marche. Con loro il Crivelli non aveva da scervel­larsi per variare soggetti e schemi tradizionali, ma era liberissimo d&#8217;interpretarli nella forma che più gli pia­cesse. I padri domenicani, invece, volevano rispettare certe convenienze, e palesemente limitarono la libertà dell&#8217;estroso pittore, che per loro lavorò più di rado e con esito non sempre felice.</p>
<p>In ogni modo il pittore dei frati, l&#8217;esule ridottosi in una regione appartata dai più vitali centri della cultu­ra umanistica non poteva contare sui letterati, di­spensatori di gloria; e infatti lo ignorarono tutti i trat­tatisti del Cinquecento, a cominciar dal letteratissimo Vasari.</p>
<p>A raccogliere le prime, scarse notizie sul Crivelli furono gli eruditi veneziani del Seicento, il Ridolfi e il Boschini, che ricordano solo opere giovanili lasciate dal pittore a Venezia, e oggi perdute. Solo alla fine del Settecento il Crivelli trova posto in una storia ge­nerale dell&#8217;arte italiana, grazie a un dotto marchigia­no. Non per vanagloria regionale, tuttavia, o per sfog­gio di erudizione se ne occupò Luigi Lanzi, ma perché incuriosito da una pittura tanto diversa da quella che si affermava nell&#8217;Italia dei suoi tempi, ormai neoclas­sica. Le poche righe dedicate dall’ &#8216;antiquario&#8217; del granduca di Toscana all&#8217;antico pittore, per lungo tem­po restano senz&#8217;eco fra gli storici, ma coincidono con l&#8217;inizio della fortuna grandissima che, specialmente nell&#8217;Ottocento, arrise al Crivelli presso i collezionisti. Già cominciava ai tempi del Lanzi l&#8217;esodo di opere crivellesche verso Roma; papi e cardinali danno l&#8217;av­vio alla sistematica spoliazione delle chiese marchigia­ne, e sul mercato romano confluiscono, per essere ven­duti oltralpe, anche quadri e quadretti tolti da cap­pelle private e case nobiliari. E fu gran fortuna che le requisizioni napoleoniche deviassero parte di quell&#8217;e­sportazione verso Milano, che a Brera andava costi­tuendo il Louvre del Regno Italico.</p>
<p>Più che in Francia, i dipinti del Crivelli ebbero successo nei paesi di cultura tedesca e, soprattutto, in Inghilterra, dove già nel primo Ottocento si sviluppa rigoglioso il gusto dei &#8216;primitivi&#8217;. I preraffaelliti si professano debitori del Quattrocento fiorentino; ma fra i languori e le sottili perversità vittoriane che in­crinano la loro interpretazione del Botticelli o del Pol­laiolo spunta qua una forma angolosa, là un inconsue­to accostamento di tinte, o un aggrovigliato decorati­vismo che può tradire inconfessate simpatie per il pro­vinciale isolato e tanto meno celebre.</p>
<p>Né poteva mancare l&#8217;apprezzamento di un così impeccabile mestiere là dove un Ruskin, un William Morris, si adoperavano alla rivalutazione dell&#8217;artigianato.</p>
<p>Nemmeno una riga, veramente, dedica il Ruskin al nostro artista; il fatto è, però, che i collezionisti in­glesi se ne contendevano i dipinti, e a poco a poco la National Gallery, mise insieme l&#8217;antologia crivellesca più cospicua d&#8217;Europa. Era tempo che allo spontaneo favore del pubblico rispondesse una più attenta e cir­costanziata valutazione da parte degli storici dell&#8217;arte.</p>
<p>Da quando il Cavalcaselle pubblicò la sua <em>Storia </em>fino a oggi, molto si è studiato del Crivelli; pazienti ri­ricerche d&#8217;archivio ci hanno consentito di ricostruire la biografia, non senza lacune, ma nelle linee essenziali, contribuendo anche a riordinare cronologicamente le numerose pitture superstiti e a ricomporre idealmente il contesto di opere smembrate e disperse. Dove manca­no i documenti scritti, sottentra l&#8217;analisi stilistica, e ci restano abbastanza dipinti per risalire alla prima for­mazione culturale del loro autore, per seguirne l&#8217;evolu­zione nei suoi valori autonomi e per valutare quanto debba il Crivelli a contatti occasionali o continuati con altri ambienti e altre esperienze figurative.</p>
<p>Per quel che ne sappiamo oggi, il giovane educato alla pittura nella Venezia di Jacopo Bellini, dove an­che aveva gran peso l&#8217;officina muranese dei Vivarini, già verso il 1456 dovette orientarsi risolutamente verso le novità stimolanti che emergevano nell&#8217;ambiente pa­dovano, e si compendiano nel termine &#8216;squarcionismo&#8217;: assimilazione tutt&#8217;altro che pacifica della nuova cultura toscana, anzi aspramente polemica, ma pro­fonda, vitale, e suscettibile di esiti diversissimi: dalla tensione volontaristica del gusto archeologico mantegnesco all&#8217;intima, luminosa classicità belliniana, o alla disperata alchimia dei ferraresi. Il nostro pittore guardò, sì, a Francesco Squarcione e dal Mantegna degli Eremitani ricevette un&#8217;impressione profonda, destinata a dar frutti a distanza di molti anni. Ma sul momento, fra i discepoli diretti del caposcuola pa­dovano, il più vicino gli fu lo Schiavone, il dalmata Giorgio Ćulinović, il più spinoso, contorto, anticlassico degli squarcioneschi. Che i due coetanei usassero un vo­cabolario comune appare fin troppo chiaro a chiunque confronti la <em>Madonna</em><em> della Passione </em>con il qua­dretto del dalmata conservato nella Galleria Sabauda di Torino; ma nelle prime <em>Madonne </em>del Crivelli è an­che più chiara l&#8217;aspirazione a una purezza di volumi semplificati, a cui lo Schiavone rimane estraneo.</p>
<p>Assai stretto dovette essere il sodalizio fra i due giovani pittori se, quando lo Schiavone se ne tornò in Dalmazia, al Crivelli, in guai con le autorità venezia­ne, parve opportuno accompagnarlo, o seguirlo a poca istanza. L&#8217;attività del pittore a Zara è questione interessante, ma ancora da determinare, e l&#8217;esplorazione è appena agli inizi. Quando il Crivelli ricompare di qua dell&#8217;Adriatico e, nel 1468, firma il polittico di Massa Fermana dimostra di aver maturato la propria cultura nelle sue componenti venete, ma è ormai intano dallo Schiavone.</p>
<p>I primi cinque anni marchigiani sono il periodo più felice del Crivelli, che dal polittico di Massa Fermana a quello per il duomo di Ascoli elabora con estremo rigore ed arricchisce di modulazioni sempre nuove quella sua straordinaria sensibilità lineare per cui, commentando la mostra veneziana del 1961, ma rivista francese lo presentava come il più raffinato lei pittori veneziani. Raffinatezza, per altro, irriducibile all&#8217;aulica preziosità dei pittori, miniatori o arazzieri il Francia, così come è lontana dalla vibrante elegan­za fiorentina. Se è l&#8217;antitesi delle molli cadenze tardo-gotiche, l&#8217;indomita energia del segno crivellesco diverge sostanzialmente da quella di un Pollaiolo &#8211; ma anche di un Mantegna &#8211; per il netto rifiuto della cultura classica. Non solo perché pittore dei frati, ma per innato impulso il Crivelli obbedisce a criteri stilistici che gli son valsi la qualifica di attardato, o, peg­gio, di reazionario.</p>
<p>Che il riferimento costante all&#8217;antico non sia essenziale per un artista del Quattrocento; che occorra giudicare il Rinascimento anche in prospettiva diversa da quella toscana, si è detto, e molto autorevolmente, da un pezzo; e un ampliamento dell&#8217;orizzonte storico può aiutarci a comprendere perché, in passato, sul pittore veneziano si siano pronunziati giudizi spesso acuti, ma così disparati, e come i modi stilistici che gli valevano le lodi di un critico, gli attirassero i fulmini di un altro non meno competente.</p>
<p>Non c&#8217;è dubbio, il Crivelli non apre la via alle ge­nerazioni future, anzi &#8211; ed è un limite grave — negli ultimi anni tende a vivere di rendita su invenzioni, sue o d&#8217;altri, anche remote: come lo sfondo architettonico dell&#8217;<em>Annunciazione </em>londinese, riccamente arti­colato e davvero affascinante ma ispirato &#8211; nel 1486! -da un affresco padovano del Mantegna giovane; o il susseguirsi, nei venticinque anni marchigiani, delle Ma­donnine affacciate al davanzale, così simili nell&#8217;impaginazione, nella posa, nella struttura formale, da costi­tuire talvolta un rompicapo per chi voglia stabilirne la successione cronologica. Se non reazionario, conser­vatore è, certamente, il Crivelli; intelligente, però, da fare invidia a molti contemporanei più celebri, e, a suo modo, aggiornato. Infatti il persistere dell&#8217;oro nel fondo, tra le cornici ostinatamente gotiche, non gli vie­ta di scoprire il valore della luce naturale, come gene-ratrice di una sintesi formale che, negli esempi più al­ti, ha molto in comune con quella di Antonello da Messina. E gli occhi sul vero, il pittore li ha bene aperti, pronti a coglierne gli aspetti più sottili, così che si torna sempre a parlare del suo &#8216;fiamminghismo&#8217;. Niente di strano: è impensabile che fosse ignota al Crivelli l&#8217;attività di colleghi, fiamminghi o fiammingheggianti, a Urbino e a Napoli, non così lonta­ne, poi, dal Piceno (e a Urbino lavorava anche Piero della Francesca, con altro timbro di luce, altro senso del colore, ma certo poté insegnare qualcosa al vene­ziano). Anche il fiamminghismo del Crivelli, tuttavia, è eterodosso, perché il pittore studia il vero soltanto per farsene gioco in un contesto accesamente fanta­stico, tanto che riduce i critici a parlar di effetto sur-reale, o a chiamare in causa, per analogia, l&#8217;espres­sionismo.</p>
<p>Ma &#8216;espressionismo&#8217; è termine che si usa volentie­ri &#8211; dilatando oltre misura un fenomeno storicamen­te ben delimitato &#8211; per indicare quella tensione for­male, coloristica, emotiva, propria dell&#8217;arte tedesca. Chiunque si accosti alla pittura sviluppatasi fra il Re­no e il Danubio nel corso del secolo decimoquinto, più d&#8217;una volta è indotto a ricordare il Crivelli.</p>
<p>A differenza dei fiamminghi, i tedeschi non erano grandi esportatori di quadri. A Venezia non era igno­ta la loro pittura, e nelle chiese lavoravano abili inta­gliatori transalpini; pittori del Tirolo scendevano a Padova, e a una comune esperienza padovana risalgo­no le non trascurabili e non casuali coincidenze fra il Crivelli e Michael Pacher. Ma come spiegare le inne­gabili analogie fra il Crivelli attivo a Montefiore in­torno al 1471 e lo Schongauer delle <em>Vergini sagge </em>posteriori almeno di un decennio, se non risalendo a un modello comune, probabilmente a una o più stam­pe?</p>
<p>Ascoli ospitava una notevole colonia tedesca, da cui uscirono i primi tipografi della regione; e, poco dopo la metà del secolo, tedeschi pionieri della nuova arte avevano cominciato a spargersi per l&#8217;Italia; va da sé che, insieme con i testi, si diffondessero le illustra­zioni, intagliate su legno o incise in rame, che costi­tuiscono un aspetto non certo minore dell&#8217;arte tedesca in quel secolo. Ora, che al Crivelli fosse familiare l&#8217;ambiente degli stampatori, lo dichiara il rilievo che acquistano nei suoi dipinti i caratteri dell&#8217;alfabeto, incisi con fine gusto epigrafico, o dipinti in oro al modo dei miniatori. E come gli piacevano i libri; chiusi e ben rilegati, ma più sovente aperti, sfogliati dal vento o da una mano irrequieta, visti in ogni possibile pro­spettiva, massicci codici e rotuli fitti di elegante scrittu­ra sono, più che accessori dei santi, oggetti di per sé de­gni di specialissima, amorosa attenzione. Osservando, poi, le evidenti qualità di miniatore rivelate dal Cri­velli nei suoi non frequenti paesaggi, doti persistenti dagli anni giovanili ai più tardi, è naturale domandar­si se mai egli abbia atteso all&#8217;illustrazione di libri; ed è recente la proposta di riconoscerlo in certe ghirlande di fiori e frutti, indipendenti affatto dai modi consueti alle più note botteghe di miniatori del tempo, che or­nano un incunabolo edito a Roma dopo il 1470 dai te­deschi Sweynheim e Pannartz. Rimane, questa, una proposta suggestiva, in attesa di conferme che, si spe­ra, verranno. Ma è proposta che riconduce il Crivelli <em>a </em>rapporti con un aspetto molto specifico dell&#8217;arte transalpina.</p>
<p>C&#8217;è un altro aspetto dell&#8217;arte crivellesca, che vale la pena di mettere in luce: questo arredatore di altari frateschi è, almeno nei suoi anni migliori, affatto alie­no da quel tipo di pittura, che si usa chiamare devota. La violenza tragica delle sue <em>Pietà, </em>i bruschi trapassi nel grottesco, lo spregiudicato verismo dei particolari, sono cosa tutta terrestre e profana; e fecero perdere la bussola a più di uno storico avvezzo alla dignità tosca­na o troppo facilmente commosso dalle &#8216;dolcezze um­bre&#8217;. Né, ripetiamolo, sante principesse e santi cava­lieri del Crivelli si possono ridurre a immagini di ro­manzo cortese, perché troppo individuati, troppo pre­potentemente vivi; ma neppure son santi, questo è il guaio&#8230; o meglio, questo è il fascino aspro e singolarissimo del Crivelli migliore: entro il vecchio schema del polittico gotico, stretta fra l&#8217;oro del fondo e l&#8217;oro della cornice, una figura come la <em>Maddalena</em><em> </em>di Montefiore sbaraglia ogni idea di santità; così provocante e nervosa, può tener testa al diavolo, ma da sé senza l&#8217;aiuto del ciclo, come ci assicura l&#8217;ardita occhiata di traverso.</p>
<p>Potevano passar sopra a cose simili gli Osservanti, memori di san Bernardino che, citato a Roma per so­spetto di eresia, raccontava francamente: &#8220;Chi mi vo­leva fritto e chi arrostito&#8221;. È un po&#8217; il linguaggio che dall&#8217;altare dorato parlano certi rudi santi del Crivelli; e quando ad essi egli contrappone una figura elettissi­ma, come il sant&#8217;Emidio del polittico ascolano, gli esce di mano così tesa e vibrante d&#8217;impeto appena con­tenuto, così anticonformista, che si ripensa alle parole del predicatore senese: &#8220;S&#8217;io ci fossi venuto&#8230; per vo­stro vescovo, elli mi sarebbe stata serrata la metà della bocca. Vedi, così, così sarei stato, che non avrei potuto parlare se non con la bocca chiusa&#8221;.</p>
<p>Quando la tensione si allenta, il Crivelli scade; a ragione lo Zeri denuncia le debolezze del polittico di­pinto nel 1476 per i Domenicani di Ascoli, debolezze imputabili proprio alla dolcezza, alla compostezza di­gnitosa di prammatica, priva d&#8217;inquietudini, ma, in fondo, priva d&#8217;anima. Si tratta di una crisi, presto su­perata; ma dopo l&#8217;86 &#8211; e nemmeno l&#8217;<em>Annunciazione </em>(n. 125) di quell&#8217;anno è un quadro devoto, ma una bril­lante fantasia su un fatto di cronaca cittadina &#8211; la stan­chezza, il troppo certo successo, il prevalere della bot­tega spengono a poco a poco la forza creativa del Cri­velli nelle ampie composizioni, ora sì, devote, ahimè, di una devozione tutta esteriore, e ne spengono via via anche il colore; a meno che la tragedia umana ridesti nel vecchio maestro uno scatto d&#8217;energia, il che gli av­viene nelle parti meno &#8216;ufficiali&#8217; dell&#8217;opera, sia una predella, sia una cimasa, in cui egli possa liberamente, in una scena di tortura, di battaglia, di pianto non rassegnato, secondare la propria immaginazione vio­lenta, acutissima, fondamentalmente eretica.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?feed=rss2&amp;p=12967</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>LETTERATURA: Salvo Zappulla: &#8220;I ladri di sogni&#8221;</title>
		<link>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13512</link>
		<comments>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13512#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 25 Aug 2010 04:54:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Antonietta Pinna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13512</guid>
		<description><![CDATA[di Maria Antonietta Pinna Di cosa sono composti i sogni? Impalpabili, fluttuanti sulle palpebre stanche, viaggiano nel liminare, nel subcosncio, ad un livello profondo, lunare, notturno, in parte inattingibile, fatto di nebbie e contrasti, misteri, assurdità e trame fitte di desideri inespressi, di pulsioni vive e ribelli all’attività censoria esercitata dal concreto mondo ragione. Sogno, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Maria Antonietta Pinna</p>
<p>Di cosa sono composti i sogni?<br />
Impalpabili, fluttuanti sulle palpebre stanche, viaggiano nel liminare, nel subcosncio, ad un livello profondo, lunare, notturno, in parte inattingibile, fatto di nebbie e contrasti, misteri, assurdità e trame fitte di desideri inespressi, di pulsioni vive e ribelli all’attività censoria esercitata dal concreto mondo ragione.<span id="more-13512"></span></p>
<p>Sogno, simbolo, radice di vita e spesso, per fortuna ribellione alla stessa, al suo grigiore monotono.<br />
L’uomo è una creatura indifesa, per quanti beni possa accumulare, è sempre fragile, nudo e tremante in balia della sorte.</p>
<p>Non c’è oro che colmi l’angoscia, non c’è argento che plachi l’ansia del non-esserci.<br />
Burattini. Non siamo nulla nell’economia generale dell’Universo, puntini, entità facilmente sostituibili, possiamo morire da un momento all’altro per un banale qualsiasi motivo.<br />
Nessuno è indispensabile.</p>
<p>Anche oggi, nell’era tecnologica, immagini su immagini riversate su di noi, di tutti i colori, affreschi e illusioni, oggi che si acquista qualsiasi cosa con un pezzo di carta, la carne conosce la putrescenza, la morte non può essere amica della sua transeunte bellezza.</p>
<p>Bellezza?<br />
A che serve?<br />
A farci sognare.</p>
<p>Ma il sogno che c’entra? A sua volta qual è  la sua utilità, il suo scopo?<br />
Il sogno è come un’ancora di salvezza, un bene prezioso, una forza primigenia e ancestrale da tutelare, uno scrigno elementare di gioielli dal valore inestimabile. In esso pieno e vuoto si identificano, fondendosi in un’unica sfera.</p>
<p>Un uomo senza sogni è finito, annientato, come una pagina bianca, come un albero senza radici.<br />
Rubare un sogno, equilibri sconvolti.</p>
<p>Tutto inizia così a Ficodindia, piccolo paese della Sicilia, un luogo dell’anima in cui tutti si conoscono. I personaggi sembra di toccarli, di vederseli davanti, partoriti dalla semplicità e scorrevolezza della narrazione. Dalle pagine si avverte il loro odore di miseria stantia, di duro lavoro, di stenti, le loro paure, lo stile di vita.</p>
<p>«Giuseppe Calabrò&#8230; nato a Ficodindia&#8230;Il soggetto in questione appariva al cospetto del sottoscritto, carabiniere ausiliario Bucciarelli Carmine, in condizioni fisiche e mentali a dir poco pietose. Gli abiti, se abiti si potevano definire gli stracci che portava addosso, emanavano un senso di squallore, di povertà e desolazione, e il volto aveva qualcosa di animalesco: i capelli irti come aculei di istrice, le sopracciglia aggrottate in una turpe espressione rendevano lo sguardo ora ebete ora allucinato&#8230;il viso stesso risultava gravemente penalizzato da lineamenti verso i quali madre natura è stata particolarmente avara&#8230;»</p>
<p>I dialoghi intrisi di ironia danno forma ai caratteri.<br />
Su tutto aleggia la notte in cui la vicenda si svolge.<br />
Notte, buio, oscurità, regno del meraviglioso e della fantasia, dominio di spiriti erranti.<br />
È un metatempo in cui tutto assume un altro colore, una dimensione ovattata, oniroide, alla rovescia.</p>
<p>Nei sentieri notturni l’immaginifico, per riafferrare i fili della vita e tenerli stretti nella ricerca della strada e della desiderabile verità.</p>
<p>Il furto dei sogni è metafora dell’incertezza, della fragilità, danno e privazione, riflessione sul destino umano e sulle priorità individuali.</p>
<p>Chi osa rubare un sogno è un depauperatore di coscienze, un distruttore, genera angoscia e pianto, perché senza sogni diventiamo il dominio del nulla.</p>
<p>Conservare i sogni è un atto di autoaffermazione, di stima e valutazione della propria esistenza nel tempo cosmico del pianeta.</p>
<p>Ficodindia è un paese qualsiasi. La luna e le stelle vivrebbero lo stesso anche senza quest’angolo gocciato dalla penna di uno scrittore, queste pietre letterarie. Proprio per questo la sua storia è quella di altri luoghi realmente esistenti il cui destino potrebbe essere quello di un furto metafisico di sogni. La loro assenza è intollerabile su qualunque piano ci si trovi, realtà o fantasia.</p>
<p>“I ladri di sogni” è un romanzo godibile e simbolico, ricco di spunti che inducono ad ampie e meditate riflessioni su temi universali da cui è stato tratto anche un Atto unico per il teatro, secondo classificato a Napoli, al premio 2006, Massimo Troisi.</p>
<p>Sicuramente una lettura da fare.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?feed=rss2&amp;p=13512</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>LETTERATURA: I MAESTRI: Manzoni e la critica</title>
		<link>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=12914</link>
		<comments>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=12914#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 24 Aug 2010 04:50:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[I Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=12914</guid>
		<description><![CDATA[di Cesare Angelini [dal “Corriere della Sera”, giovedì 15 maggio 1969] Lanfranco Caretti nel presentare questa antologia della   critica manzoniana (Manzoni e la critica, ed. Laterza, pp. 319, L. 1700) ha l&#8217;aria di scusarsi d&#8217;avere « antologizzato » anche se stesso « adoperando sue parole precedenti per costitui­re le note introduttive e di primo orientamento [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Cesare Angelini<br />
<font size="2">[dal “Corriere della Sera”, giovedì 15 maggio 1969]</font></p>
<p>Lanfranco Caretti nel presentare questa antologia della   critica manzoniana (<em>Manzoni e la critica, </em>ed. Laterza, pp. 319, L. 1700) ha l&#8217;aria di scusarsi d&#8217;avere « antologizzato » anche se stesso « adoperando sue parole precedenti per costitui­re le note introduttive e di primo orientamento critico che introducono ciascuna delle tre sezioni della prima parte del libro », che è poi quella che più prende e più conta: il noviziato poetico (1801-1809), la grande liri­ca e il teatro (1810-1822), il romanzo e il suo matu­rarsi attraverso le tre suc­cessive stesure (1821-1840).<span id="more-12914"></span> In verità, la discreta presenza dei suoi <em>corsivi </em>ha il peso di un sapiente arbi­traggio oltre che d&#8217;un ponte tra l&#8217;una e l&#8217;altra sezione, formando tutt&#8217;insieme uno dei capitoli più illumi­nanti del volume.</p>
<p>Il quale, dunque, è diviso in due parti: la prima rac­coglie i giudizi dei <em>critici </em>in senso stretto, diremmo gli addetti al lavoro; l&#8217;altra, i giudizi degli <em>scrittori, </em>come dire i colleghi di lavoro. Ora, contando i critici che sono ventitré, più gli scrittori che sono diciannove, ne vien fuori un vistoso e mai visto schieramento di testimonianze da formare una autorevole linea critica del­l&#8217;opera manzoniana, men­tre si risolve in un omag­gio al poeta grazie al qua­le l&#8217;Italia moderna è riuscita ad avere una grande letteratura.</p>
<p>Su tutti, si alza il De Sanctis coi suoi grandi capi­toli di fondatore della cri­tica manzoniana: il <em>Cristianesimo degli inni </em>e<em> il Realismo manzoniano</em>, nei quali sostiene che la base idea­le degli inni è sostanzial­mente democratica, « è l&#8217;i­dea del secolo evangelizzata ». Verità anche più po­tentemente espressa nel ro­manzo dove il cristianesimo è ricondotto alla sua idealità armonizzata con lo spi­rito moderno. Cosi il De Sanctis individuava i gran­di temi manzoniani, via via ripresi da quelli venuti do­po di lui per le impostazio­ni di fondo dei loro scritti critici.</p>
<p><strong>Inni e romanzo</strong></p>
<p>Non parve giovarsene lo stesso Carducci? Al quale, dopo la leggenda d&#8217;una sua avversione giovanile al Manzoni, bastò entrare in Lombardia e spingersi fino a Lecco, per sentire il volo dell&#8217;aquila lombarda e di­chiarare che «negli inni, così schivi di dogmatica, vedeva risplendere i princi­pi della rivoluzione»; do­lendosi, lui che amava la gran poesia in versi, che il Manzoni «giunto alla mag­gior potenza della sua fa­coltà poetica coi cori dell’<em>Adelchi</em> e con la <em>Penteco</em>­<em>ste</em>, ristesse»; ma conso­landosi che poi, vòltosi alla prosa del romanzo, « rin­novasse la coscienza lette­raria e civile di nostra gen­te con la verità che, intuita in tutti i suoi aspetti, di­veniva per se stessa idea­lità ».</p>
<p>Più spicco, forse, merita­va il Croce, il quale col suo criterio di « poesia e non poesia », trova che le liri­che e l&#8217;<em>Adelchi</em> rappresen­tano veramente la poesia del Manzoni per il libero moto che vi scorre delle pas­sioni, e quindi per un&#8217;au­tentica vibrazione poetica; mentre nel romanzo si ini­zia — dice — il periodo della riflessione morale e della prosa a danno della fantasia. Ne deriva che il carattere del romanzo, più che poetico è oratorio e di propaganda, rispondendo a un proposito etico. Dell&#8217;e­quivoco si rese conto lo stes­so Croce nei suoi ultimi tempi, confessando di tro­vare nel romanzo qualcosa di più di un&#8217;opera oratoria: un&#8217;opera di alta poesia.</p>
<p>L&#8217;equivoco continuò ne­gli scolari; nel Russo, per esempio, che torna a chie­dersi: — <em>Pöeta an orator?</em> E, da buon scolaro, calcò la mano, e mise sotto ac­cusa non soltanto il ro­manzo ma anche la lirica, in ogni sua parte, trovan­dovi, con vicenda assidua, l&#8217;alternativa di momenti li­rici, di momenti riflessivi e momenti di parenetica cat­tolica. E&#8217; da dire che que­sta invenzione dell&#8217;orato­ria in Manzoni, è caduta oramai con la scomparsa dei suoi sostenitori, sgon­fiandosi come un fantoccio polemico.</p>
<p>Se il Croce e i suoi han­no letto il Manzoni por­tandovi qualche diffidenza, per i loro pregiudizi este­tici e morali, altri lo han­no letto con una più umile disposizione di partecipa­zione e di consenso, avvi­cinandosi meglio alla sua verità: il Momigliano. Nes­suno ci ha insegnato a leg­gerlo meglio di questo pro­bo israelita, e a capirne l&#8217;anima e l&#8217;arte e il pro­fondo senso cristiano; sicché il suo resta un com­mento perpetuo alle liriche, ai drammi, al romanzo che egli intende « come un poe­ma ». E trova la ragione della sua armonia («Dio gli ha dato un po&#8217; della sua armonia») nella fede, la quale « è la chiave che ha aperto alla fantasia del Manzoni le porte del mondo e gliel&#8217;ha spiegato dinanzi in una chiarità contempla­tiva che nessun altro poeta nostro ha conosciuto ». E dice anche: «Nel roman­zo, le <em>Osservazioni </em>sono di­ventate creature, un mon­do vivo e luminoso ».</p>
<p><strong>Cecchi e Bacchelli</strong></p>
<p>E&#8217; la finissima scoperta che svilupperà, più tardi, il De Robertis, quando nelle <em>Osservazioni </em>(sulla morale cattolica) sentirà già di lontano la voce di Federi­co, o la verità che si fa creatura viva. Ascoltatore attentissimo di poesia, il De Robertis arriva in tempo a fare il bilancio di un lungo lavoro, di un&#8217;epoca; sopra tutto per quella sua capa­cità dì ascoltare e assapo­rare i valori verbali e gli echi e le voci segrete che si alzano dalle pagine, non senza un effetto di sugge­stione. E, in fatto dì lingua, fu il primo a segnalare l&#8217;uso che il Manzoni ha fatto del<em> Vocabolario milanese-toscano</em> del Cherubini, o la prima sciacquata dei panni in Arno; magari per farci con­cludere che, in fondo, era meglio l&#8217;Adda che l&#8217;Arno.</p>
<p>Finissime cose dice an­che il Cecchi, parlando deilla <em> elaborazione del romanzo</em>, cioè « percorrendo le grandi tappe attraverso le quali raggiunge la sua ul­tima perfezione il più bel romanzo che sia mai sta­to scritto, e la formida­bile conquista poetica ». E pagine sostanziose scrive il   Bacchelli   sullo   « sliricamento » (abbandono del verso, ripudio della lingua classica e poetica, con la creazione di un linguaggio nuovo, il parlato) e sulla « diseroicizzazione » o mor­tificazione dell&#8217; eroico, di ogni eroico, che non sia quello della Fede, ragione e gloria della sua poesia su­prema.</p>
<p>In questa linea di ammi­razione consapevole dell&#8217;ar­te manzoniana e del rico­noscimento che essa culmi­na nella rappresentazione del sentimento religioso, piace trovare anche il Sa-pegno che, in pagine sulla novità del Manzoni, affer­ma che il romanzo « è una grande opera di poesia pro­prio in virtù dei suoi pre­supposti morali che hanno dato fastidio a più d&#8217;uno ». E aggiunge: «Proprio per il tramite della conversio­ne e della adesione al cattolicismo, l&#8217;ideale morale del giovane Manzoni si riempie di un contenuto vero e acquista una for­za espansiva, riconoscendosi nella faticata saggezza e nella secolare esperienza degli umili, e, inversamen­te, il principio egualitario cristiano per la prima vol­ta scende con lui dal cielo sulla terra e diventa crite­rio di interpretazione e di­scriminazione delle vicende storiche e degli atteggia­menti umani ».</p>
<p>Coi critici o lettori del poeta per amore di poesia, si mescolano, negativi e il­legittimi, i « progressisti » che nella lettura del poeta portano i loro umori infe­lici e le loro passioni di par­te e di partito. Gramsci, per esempio; che parlando de­gli umili nei <em>Promessi spo­si</em> (fra Galdino, il sarto, Renzo e la stessa Lucia) di­ce che il Manzoni li presen­ta « in maniera sprezzante e ripugnante »; dice che « i popolani per il Manzoni non hanno vita interiore né personalità morale, ma sono animali, e il Manzo­ni è benevolo verso di loro della benevolenza di una cattolica società di prote­zione degli animali ecc. ». Opinioni imprudenti e in­giuriose che nascono quan­do uno legge il Manzoni pensando a Marx.</p>
<p><strong>Canoni marxisti</strong></p>
<p>Della stessa parrocchia è il Moravia, viziato delle stesse ideologie, rispettabili nella vita, ma assurde quan­do si prendono come crite­rio di giudizio in sede let­teraria. Lette le sue pagine (accuse di decadenza, di oratoria, di propaganda, di presenza ossessiva della re­ligione) non si sa da dove incominciare per ribatter­le, tanto sono poi contrad­dittorie. Ma siamo grati al­l&#8217;antologia che le fa subito seguire da quelle ariose e divertite del Gadda; il qua­le, col suo sano senso mila­nese e manzoniano, s&#8217;inca­rica di smontarle tutte, a una a una, e gli oppone « ciò che incanta in quel li­bro, e incanta massima­mente un lombardo ».</p>
<p>Nel nostro elenco, ci sia­mo fermati particolarmente sui nomi che nell&#8217;antologia sono presenti con saggi o trattazioni di problemi o esperienze fondamentali che più direttamente aiutano la formazione della critica manzoniana e, coi loro ri­sultati, ne segnano e deter­minano il progresso.</p>
<p>Ma  altri  sono presenti con saggi e contributi tut-t&#8217;altro che secondari, an­che se parziali e di aspetti minori. Il Baldini, per esempio, a cui l&#8217;epilogo del romanzo pare una cosa a se stante, quasi un passag­gio dal romanzo storico al­la novella borghigiana. O il Contini,  che   nel   Cànone della Messa rintraccia l&#8217;onomastica manzoniana con pia e argutissima sagacia.</p>
<p>Il Raimondi, che negli inni sacri vede una svolta capitale nella storia del Manzoni, dov&#8217;è in gioco tutto il suo futuro di romantico. Il Migliorini,   che   trova la grande innovazione manzoniana della lingua nel trasformare una disputa di letterati in  un problema civile. Il Terracini, che pe­netrando nel mondo lessi­cale del Manzoni, cerca « le parole umane e fraterne ».</p>
<p>E chiudiamo con uno sti­molante avvertimento del De Sanctis, che par racco­gliere il senso del nostro discorso: « Ora ci siamo ri­svegliati e cominciamo una nuova storia; e la pietra miliare della nostra nuova storia è <em>questo romanzo, </em>dove risuscita con tanta potenza il senso del reale e della vita ».</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?feed=rss2&amp;p=12914</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>LETTERATURA: Memo, Racconti in grigio, Libertà edizioni 2009</title>
		<link>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13087</link>
		<comments>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13087#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 23 Aug 2010 09:49:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marisa Cecchetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13087</guid>
		<description><![CDATA[di Marisa Cecchetti Tra i “Racconti in grigio”, genere letterario che Memo dimostra di saper padroneggiare, “L’inquilina” è senza dubbio la storia che dà corpo all’intera raccolta. Le mura della città, ma soprattutto interni grigi di palazzi del centro storico, fanno da sfondo alla storia di lui, anziano e premuroso infermiere della moglie malata, e di lei, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Marisa Cecchetti</p>
<p>Tra i “Racconti in grigio”, genere letterario che Memo dimostra di saper padroneggiare, “L’inquilina” è senza dubbio la storia che dà corpo all’intera raccolta.<span id="more-13087"></span> Le mura della città, ma soprattutto interni grigi di palazzi del centro storico, fanno da sfondo alla storia di lui, anziano e premuroso infermiere della moglie malata, e di lei, una giovane donna arrivata in questa città per lasciarsi alle spalle un passato pesante e trovare nuova energia e nuova vita. L’altro è un giovane presso la cui agenzia la donna ha trovato lavoro. Un incipit narrativo pacato si trasforma rapidamente, in un crescendo di tensione, con la sensazione di una trappola in agguato. L’anziano, che vede nella giovane l’ultima sua possibilità di amare dopo la scomparsa della moglie, ne diventa un astuto persecutore, e con mente criminale la svuota di ogni energia psicologica, fino a dominarne mente e corpo. Inutile ogni tentativo del giovane amico della ragazza, che esplode in un gesto di follia ed apre su un finale di violenza crescente. Sono racconti che lasciano un disagio profondo, che colgono il male di vivere, la sconfitta, e negano la possibilità della gioia. Sono personaggi privi di luce interiore, di forza vitale, forse simboli di una società che non riesce a individuare qualcosa di vero e profondo per cui combattere?</p>
<p>Memo, Racconti in grigio, Libertà edizioni 2009</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?feed=rss2&amp;p=13087</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>STORIA: I MAESTRI: Chi ha perso l’ultima guerra?</title>
		<link>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13454</link>
		<comments>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13454#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 22 Aug 2010 04:19:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[I Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13454</guid>
		<description><![CDATA[di Mario Cervi [dal “Corriere della Sera”, domenica 14 dicembre 1969] Già nel titolo Storia d&#8217;Italia nella guerra fascista 1940-1943, ed Laterza, pp. 650, L. 5000) l&#8217;ultimo libro di Gior­gio Bocca rivela la sua im­postazione dì fondo: la ricer­ca cioè di una interpretazio­ne e di una chiave politica e sociale, prima ancora che mi­litare; una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Mario Cervi<br />
<font size="2">[dal “Corriere della Sera”, domenica 14 dicembre 1969]</font></p>
<p><em>Già nel titolo </em>Storia d&#8217;Italia nella guerra fascista 1940-1943, ed Laterza, pp. 650, L. 5000)<em> l&#8217;ultimo libro di Gior­gio Bocca rivela la sua im­postazione dì fondo: la ricer­ca cioè di una interpretazio­ne e di una chiave politica e sociale, prima ancora che mi­litare; una chiave che con­senta di penetrare le intime ragioni dell&#8217;avventura disa­strosa, e della sconfitta. Guer­ra fascista, in contrapposi­zione ad una vera guerra di popolo; e, in qualche modo, guerra di classe.</em><span id="more-13454"></span></p>
<p><em>Ecco infatti, proprio nelle ultime righe del grosso volu­me, la diagnosi che la lunga narrazione imponeva: «La sconfitta dell&#8217;Italia fascista non è solo la sconfitta del partito fascista, </em>e <em>tantomeno la sconfitta di &#8216; un uomo, un uomo solo &#8216;; è la sconfitta del regime borghese che prima ha cercato la scorciatoia au­toritaria, e poi ha accettato l&#8217;azzardo della guerra. La na­zione la disconosce, se ne dis­socia, non se ne sente impli­cata ».</em></p>
<p><em>Il libro di Bocca è serio; e approda a questa conclusione con solidi argomenti. Direi anzi che la parte più interes­sante del saggio — che non rivela, né ha pretese di que­sto genere, importanti docu­menti inediti o retroscena sconosciuti — sta proprio nel ritratto penetrante della so­cietà italiana di allora, fasci­sta, </em>o <em>parafascista, </em>o <em>antifa­scista: tutto, fuorché moder­na. E perciò la meno adatta ad inserirsi con un ruolo decisivo in un conflitto che veniva combattuto da nazio­ni altamente industrializzate e tecnologicamente svilup­pate.</em></p>
<p><em>La scrittura di Bocca, ta­gliente, adatta allo sdegno moralistico più che alla espo­sizione pacata o ironica, è uno strumento di particolare efficacia per questo lungo at­to d&#8217;accusa. Nessuno, in campo fascista, si salva: ma Mus­solini ne esce meglio di altri, e si spiega. Le origini socia­liste del duce, i suoi ricor­renti conati di populismo, possono predisporre a una certa indulgenza chi, come Bocca, voglia soprattutto in­dicare le arretratezze, gli egoismi, le meschinità di un « establishment » cinico che accettò, nei suoi rapporti con il regime, umiliazioni e ser­vilismi, ma non il rischio per­sonale.</em></p>
<p><em>Lo hitlerismo, ideologia bar­bara, si affidava a un eser­cito forte e a una nazione obbediente. Il fascismo, no­nostante i pennacchi, il pas­so romano, le coreografie im­periali, era ben altra cosa: « La tradizione democratica, per quanto debole, ha lascia­to un certo rimpianto nella borghesia liberale; le feuda­lità economiche e militari so­no avide, ma di corto respi­ro, sempre esitanti di fronte agli impegni imperialistici. C&#8217;è la monarchia con la sua corte e c&#8217;è la Chiesa, con la sua sede apostolica. Il Te­vere è stretto: la dottrina della violenza deve essere cor­retta, addolcita. A differenza di Hitler, Mussolini avverte che il suo regime monolitico è tutto lavorato da correnti sotterranee, e si estenua a mediarle, a comporle, sicché la rotta ideologica del fasci­smo va per continue accosta­te, fra il rifiuto d&#8217;ogni defi­nizione teorica e l&#8217;illusione di trovarne una buona per tutti gli usi, tra la pratica del po­tere e la ricerca dell&#8217;anima fascista tanto invocata e mai raggiunta ».</em></p>
<p><em>Il fascismo — il rilievo, giustissimo, è implicito nel­l&#8217;affresco introduttivo di Boc­ca — naviga a ritroso nella grande corrente della storia: è colonialista quando l&#8217;era del colonialismo volge al tra­monto, propugna la battaglia del grano, ossia una agricol­tura povera ed estensiva, quando dovrebbe puntare sul contrario, è autarchico, esal­ta il vivere rustico, depreca « il nefasto urbanesimo ». Le sue direttrici sono anacroni­stiche. Il mondo operaio e il mondo dell&#8217;industria sono, per ragioni dissimili ma non opposte, estranei all&#8217;essenza psicologica del fascismo. Mus­solini esalta la forza del nu­mero, e non si accorge che, sempre più, la potenza va mi­surata in termini di efficien­za tecnica, di produttività, di specializzazione: annota un rapporto sul potenziale bel­lico degli Stati Uniti con la frase « Militarmente l&#8217;Ameri­ca non interessa». Fosse sta­to una volta a Detroit avreb­be cambiato parere.</em></p>
<p><em>L&#8217;Italia fascista è provin­ciale, battagliera nei fogli d&#8217;ordine del partito e pacifi­sta nell&#8217;intimo. Le forze ar­mate non hanno capi che posseggano l&#8217;unica qualità ve­ramente indispensabile a un militare, il carattere; e sono impreparate. L&#8217;equazione che Bocca traccia consente un so­lo risultato, l&#8217;otto settembre e l&#8217;altra, più cupa tragedia che ne seguì. La rievocazio­ne degli avvenimenti bellici è, in Bocca, veloce — molta è la carne al fuoco — ma non sbrigativa. I protagonisti e anche parecchi comprimari delle vicende vengono trat­teggiati con sicurezza: qual­che istantanea è impietosa, nessuna è sfuocata. Ogni sto­ria dell&#8217;ultima guerra ci la­scia alla fine con la bocca amara perché gli avvenimenti sono (quando non si scenda all&#8217;episodio personale, che può risultare fulgido), privi di luce. L&#8217;alleato si accaparra, nei momenti risolutivi, tutta l&#8217;attenzione. Il nostro Stato Maggiore non realizza un pia­no di battaglia che meriti la qualifica di brillante, né una manovra a vasto respiro che veramente pesi sull&#8217;andamen­to delle grandi battaglie.</em></p>
<p><em>Sacrifici, sangue, questo sì. Morti, feriti, al fronte e nelle città. La guerra fascista, vo­luta o no, è la guerra del­l&#8217;Italia. I distinguo non ser­vono molto, né sul piano del­le sofferenze, né su quello internazionale. Ma</em> <em>il distin­guo di Bocca, che del resto obbedisce ad una intuizione intelligente e valida pare, per un suo aspetto, insidioso. Lo scarico di ogni responsabili­tà per la cattiva prova mi­litare sul fascismo e sulla bor­ghesia libera il paese, nel suo complesso, da fastidiosi dub­bi.  Dà  la  sicurezza  che in altre circostanze, per altra causa, con altri capi, le forze armate avrebbero retto bene. Ora non c&#8217;è dubbio che una guerra sentita, soprattutto una guerra difensiva, sareb­be stata combattuta con assai diverso mordente. Guardia­moci però dal sostituire un&#8217;en­fasi classista all&#8217;enfasi fasci­sta della romanità.</em></p>
<p><em>Talune debolezze della na­zione nell&#8217;avversità, una cer­ta volubilità, furono il pro­dotto non solo del costume fascista, tracotante e legge­ro, e perciò sommamente di­seducativo, ma di fattori storici che risalivano indietro nei secoli. Finché ci si ferma all&#8217;analisi sociale le accuse alla borghesia del 1940 resta­no sacrosante: se ci si inol­tra sul terreno della attitu­dine militare, una discrimi­nazione troppo netta rischia di illudere gli italiani e di esimerli da una consapevole autocritica. Queste osserva­zioni, sia ben chiaro, voglio­no integrare l&#8217;impostazione di Bocca, che si riallaccia, coe­rentemente, al fenomeno del­la Resistenza. Bocca, che del­la guerra partigiana è stato lo storico, la contrappone al­la guerra fascista; vede in essa la dimostrazione della capacità reattiva di un po­polo « discutibile ma vivo ».</em></p>
<p><em> </em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?feed=rss2&amp;p=13454</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>LETTERATURA: GASTRONOMIA DEI RICORDI</title>
		<link>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13503</link>
		<comments>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13503#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 21 Aug 2010 22:13:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13503</guid>
		<description><![CDATA[di Carlo Capone Un napoletano che non abbia contato i soldi per andare in friggitoria desta sospetti. Ai miei tempi un &#8216;pezzo&#8217; costava 10 lire e la quantità canonica ne prevedeva in ragione di dieci. Con cinque non c&#8217;era sfizio. Primo perchè erano pochi ( ma avete visto come si sciolgono in bocca le paste [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://carlocapone.altervista.org">Carlo Capone</a></p>
<p>Un napoletano che non abbia contato i soldi per andare in friggitoria desta sospetti. Ai miei tempi un &#8216;pezzo&#8217; costava 10 lire e la quantità canonica ne prevedeva in ragione di dieci. <span id="more-13503"></span> Con cinque non c&#8217;era sfizio. Primo perchè erano pochi ( ma avete visto come si sciolgono in bocca le paste cresciute?) e poi perchè si poneva il problema: più zeppole o più panzarotti? Io ero per il compromesso: 2 e 2 più uno scagliuozzolo. E qui siamo alle soglie del mistero. Di che sa uno scagliuozzolo? e, più in generale, di cosa è fatto? confesso di averci pensato parecchio, da ragazzino, poi, come succede per la Befana e Babbo Natale, qualcuno mi spiegò che è polenta fritta.<br />
Due ricordi mi legano alle fritture. Il primo data metà i primi sessanta. Feci una sorta di primina dalle suore di vico Parete, una ripida traversa dell&#8217;Arco Mirelli. A uscita scuola ci si menava a perdifiato, per quella discesa, a volte incappando in uno di quei capitomboli da cui solo un bimbo esce vivo. Motivo di tanto era un omino in grembiule bianco che si sistemava giù all &#8216;incrocio ed esponeva zeppole, panzarotti e scagluozzoli dentro un cassetto ricoperto da un telo. C&#8217;era un’altra ragione per far presto. Se mia mamma mi beccava a gustare frittura erano guai. Faceva male! E perciò non avevo mai appetito.</p>
<p>Altro luogo gastronomico della mente è la limonata con schiuma, gustata dall’acquafrescaio. Mi servivo da un timido e taurino culattone a Mergellina. Il chiosco di Ciaciotto, come lo chiamavamo noi ( ma l&#8217;insegna recitava &#8216;da Chiquito&#8217;). L&#8217;azienda era a carattere familiare, si avvicendavano: Ciaciotto, la madre e un paio di fratelli, tutti uguali. Lui poi uno spettacolo, troneggiava dal banco, guardandosi intorno in continuazione, e tagliava, tagliava. Tagliava arance e limoni a ripetizione. Quando ci andavi, bastava un cenno e capiva : metteva i mezzi limoni sotto la pressa e li spremeva con una botta di leva (certi bicipiti, Ciaciotto!). Non erano un granchè i suoi agrumi, ce ne volevano tre o quattro per due dita di bicchiere. Rimediava riempiendo con acqua, sempre scrosciante da due rubinetti, e con addizione di un mezzo cucchiaio di bicarbonato. Le sere in cui si andava a mangiare e poi si stentava a digerire, la sosta da Chiquito era un must. Scolavi il beverone a piena gola, e delle due l&#8217;una: o vomitavi l&#8217;anima di chi gli è stravivo o digerivi. Ma era il senso di fresco e pulito, malgrado il lercio nerume della strada, l&#8217;incessante scorrere di acqua, il profumo di agrumi, a conferire al chiosco un&#8217;aura di verzura.</p>
<p>Chi sa che fine ha fatto. Tempo fa ci sono tornato, lui non c&#8217;era, e anche il chiosco era diverso. Non più a vista, nel senso che l’hanno cinto con finestroni.<br />
Manco Ciaciotto hanno lasciato in pace, i kamorristi.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?feed=rss2&amp;p=13503</wfw:commentRss>
		<slash:comments>3</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>LETTERATURA: I MAESTRI: Arbasino giudica i suoi scritti: “Super-Eliogabalo”</title>
		<link>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13451</link>
		<comments>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13451#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 21 Aug 2010 04:14:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[I Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13451</guid>
		<description><![CDATA[di Alberto Arbasino]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Alberto Arbasino<br />
<font size=2">[dal “Corriere della Sera”, domenica 15 febbraio 1970]</font></p>
<p>Normalmente ricevo giudizi molto disparati: magnifiche lodi e incomprensio­ni totali, imbarazzanti si­lenzi e orribili insulti. Forse perfino elogi per errore. Da parte mia, quando scrivo un libro, cerco di «program­mare una struttura », di « mettere a punto una mac­china ».<span id="more-13451"></span> E simmetricamen­te, quando faccio una recen­sione, tento di « smontare un congegno » per vedere come <em>è fatto dentro.</em></p>
<p>Nel caso del <em>Super-Eliogabalo, </em>il &#8216;progetto&#8217; preve­deva una rapida farsa con scatti molto moderni, roma­na ma non « in costume » (in costume da bagno, sem­mai) intorno all&#8217;imperato­re più emblematico della de­cadenza latina e del deca­dentismo europeo. Poi: usa­re questa <em>pochade </em>come struttura portante svergo­gnata di una spaventosa trama ideologica oggi in­tensamente <em>qui. </em>Cioè: la De­cadenza non è davvero una fase storica che va da un anno a un altro, bensì una dimensione costante dello spirito umano, fin troppo umano: il<em> </em>Decadentismo. Ovvero: quell&#8217;Irrazionalismo che (dopo tutto) funziona come strumento di cono­scenza capace di arrivare più <em>in fondo. </em>Già: il pro­gresso scientifico sa sper­perare tutte le risorse del­l&#8217;Uomo e della Terra per costruire apparecchi sempre più oppressivi e repressivi. Però le sue deliranti manìe non lasciano spazio ad al­cuna attenzione per la Ter­ra dell&#8217;Infelicità, cioè l&#8217;ani­mo umano.</p>
<p>In quanto alla « esecuzio­ne », partivo dunque dai due estremi gran gesti del razionalismo occidentale: Ubu Roi, e Zarathustra. Ossia, tendevo a recuperare da un lato la straordinaria attrezzeria comica di quella linea Alfred Jarry-Ràymond Roussel-Charles Vitrac-Antonin Artaud, cosi «umbra­tile » e cosi geniale nei con­fronti della secca appassita <em>clarté</em><em> </em>di marca <em>Nouvelle Revue Frangaise. </em>D&#8217;altra parte, tentavo di raggiungere il calunniato Nietzsche attra­verso le suggestioni «ereti­che » della scuola di Ador­no, e secondo le riletture spasmodiche eseguite dai « maestri occulti » francesi come Klossowski, Bataille e perfino Lacan.</p>
<p>Occorreva ovviamente dir di no a tutti gli aspetti do­rati e sontuosi avvinghiati al decadentismo <em>fin-de-siècle. </em>Così ho lavorato su un irrazionalismo «funzionale» senza melagrane né lapislazzuli, secondo un proces­so di <em>riduzione </em>sistematica. E allora: nessun gran viaggio dalla Siria a Roma con immensi corteggi (come <em>Eliogabalo </em>di Artaud), bensì un misero <em>week-end </em>a Ostia con poche lettighe e parecchi debiti. Mai ceri­monie pubbliche: solo contrattempi privati. Pochissi­mi personaggi, e <em>tutti mi­nori. </em>Niente scene-madri o capitoli « scritti bene », ma <em>sketches </em>sommari che am­miccano al « taglio » di Pa­lazzeschi, all&#8217;ironia di Ma­lerba, o addirittura alle tor­te in faccia. Niente Trimalcione, né Salammbò: al massimo, pomodoro e mozzarel­la, e i materiali triviali dei <em>mass media </em>scadenti. E nes­sun Tempio: al suo posto, un supermarket. Ma questo accumulo deliberatamente forsennato di tanti elemen­ti depauperati e straniti, poi, tira a comunicare un certo « senso » di irrazionalismo contemporaneo: nemico del­la Scienza (per legittima di­fesa), e ostile alla Storia (un po&#8217; per celia e un po&#8217; per non morir)&#8230;</p>
<p>Cosa mi attendevo dai critici? Un&#8217;anatomia, un in­ventario! Ho poi avuto le recensioni più felici da par­te dei coetanei, la rapida bonarietà dei più anziani, un paio di villanate da de­stra, nonché un confronto di poetiche opposte da par­te di Carlo Bo. Su questo giornale Bo svolge infatti un impegnativo riscontro generazionale e generale: da un lato, la scelta, il rigore; dall&#8217; altro, l’accu­mulo che diventa sper­pero (e viceversa). In­somma, <em>Madame Bovary </em>contro <em>Bouvard et Pécuchet: </em>ravvisando tuttavia nei copisti di Flaubert gli anti-eroi piuttosto dell&#8217;In­formale frenetico, e non già dell&#8217;Enumerazione, del buon uso della Neo-Retorica. La più sottile analisi specifica della mia operazione viene invece eseguita da Renato Barilli sul <em>Resto del Carlino. </em>Ne indaga senso e funzioni e ideologia con profonda lu­cidità, individuando le ra­gioni precise dell&#8217;uso sfac­ciato dei materiali più <em>cheap. </em>Una linea « alla Barthes » affine ritrovo in Giu­liano Gramigna sul <em>Cor­riere d&#8217;informazione, </em>con osservazioni finissime sul­l&#8217;avventura del linguaggio nel racconto «che non imita» (se non se stesso), sul­la pratica della derisione, sull&#8217;uso delle tecniche reto­riche e stilistiche. Ah, se invece di riportare al <em>Tristram Shandy </em>la struttura « frantumata » del testo, avesse indicato addirittura <em>Roma </em>o <em>Il Doge </em>di Palaz­zeschi!</p>
<p>Al « carissimo Aldo » si richiama volentieri la cri­tica non <em>nouvelle, </em>riferen­dosi però all&#8217;antico « lascia­temi divertire! », e non già ai suoi giovanissimi roman­zi recenti. Pietro Bianchi, sul <em>Giorno, </em>si rifà alla Sto­ria romana e ad Artaud, e alla lunga sorride: « Si trat­ta, a guardar bene, di un divertimento non privo di serietà ». Paolo Milano, sul­l&#8217;Espresso, si rifà ad Ar­taud e a Marinetti e al bal­letto, ma apprezza abba­stanza l&#8217;uso dell&#8217;Enumerazione e della contaminazio­ne ironica, Lorenzo Gigli, sulla <em>Gazzetta del Popolo, </em>segue per un po&#8217; il coacervo frenetico, poi gentilmente si stufa, e dichiara la sua no­stalgia per i miei vecchi racconti.</p>
<p>La maggior parte dei giu­dizi appare poi « controversiale », giacché il libro è provocatoriamente « scritto male », e « fa viaggiare » una trama ideologica fin troppo seria sopra un « vei­colo » non di gravità ma di irrisione. Così Piero Dallamano, su <em>Paese-Sera, </em>con­nette il « Super » del titolo ai caroselli televisivi, ma « considerando il momento dei Caroselli tra i più istrut­tivi, simpatici e sugosi di quanti ne offra la televisio­ne ». (Però io pensavo a Jarry: <em>Il Super-Maschio). </em>G. A. Cibotto loda sul <em>Gior­nale d&#8217;Italia </em>il divertimento di un <em>pastiche </em>« sostanzial­mente riuscito », anche se eccessivo, mentre Michele Rago, <em>sull&#8217;Unità, </em>recensisce più che altro il caso del <em>Manifesto. </em>Parla infatti di «violenza dall&#8217;alto», di «po­tere delegato ad altri per fatalismo o viltà », di « fare i conti col sistema che si mira a condizionare », a proposito di « un&#8217;opera che vorrebbe acclimatare una problematica ancora troppo estranea alla cultura italia­na e non bada a mezzi ». Per <em>L&#8217;Osservatore Romano, </em>invece, si tratta di « un li­bro edificante <em>per absurdum&#8230; </em>dove raffinatezza e stupidità si danno la ma­no ».</p>
<p>Decisamente favorevoli mi suonano infine i giudizi di Enzo Siciliano <em>(La Stam­pa), </em>Mario Lunetta <em>(Rina­scita), </em>Carlo della Corte <em>(Il Gazzettino)</em>, Claudio Carab­ba <em>(La Nazione). </em>Parlano infatti di « veicolo per ri­durre la storia all&#8217;indistin­to naturale », « una specie di Rabelais dell&#8217;età dei con­sumi », di « pudore e ver­gogna per i luoghi co­muni », di « eroe positivo del rifiuto e della strafot­tenza ». Apertamente nega­tivi si dichiarano invece Walter Pedullà <em>(Avanti!) </em>deluso da una prosa « mol­to diversa da quella ricca, complessa e spumeggiante che a tutti è toccato ammi­rare nel passato » ; e Giu­seppe Bonura <em>(Avvenire) </em>depresso da un « puro in­trattenimento che sposa a occhi chiusi l&#8217;ideologia del consumismo»; e Giancarlo Vigorelli <em>(Il Dramma) </em>indi­gnato per « un tonfo di gra­vità quasi inimmaginabile ». A metà strada, Pasolini. Sul</p>
<p>Tempo: «Bene, bene, anche se si tratta manifestamen­te di una sceneggiatura. Ma bene anche per questo ».</p>
<p>Risponderei, brevemente. Perché tante volgarità e ba­nalità, nel mio libro? Per­ché Roma è sempre stata molto pecoreccia. E perché niente sesso, allora? Per­ché sarebbe sciocco agghin­dare gli straordinari rap­porti di Elio Lampridio e di Dione Cassio. Dunque li ho tradotti, senza togliere aggettivi, né aggiungere av­verbi, né spezzare coordi­nate. Del resto, <em>gags </em>e nomi e suppellettili, oltre che dal surrealismo e dagli storici, derivano direttamente dalle fonti: Plinio il Vecchio, Au­lo Gellio, Apollonio Rodio, Ovidio, Claudiano, Pausa-nia, l&#8217;<em>Historia Augusta, </em>l&#8217;<em>An­tologia Palatina, </em>l&#8217;<em>Apollo­nio di Tiana, </em>gli <em>Orfici</em>, il <em>Sublime. </em>L&#8217;azione, la volevo visiva, quasi televisiva: ma immagini e sequenze deri­vano da uno scontro fra il classicismo decadente della pittura tedesca (Böcklin, Klinger, Feuerbach, Von Marées) con gli <em>environments </em>della pittura-scultura post-pop. Il falso montalismo delle canzonette è sta­to ricavato trascrivendo brani di Bachelard e di La­can secondo la poetica dei Beatles.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?feed=rss2&amp;p=13451</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>CINEMA: I MAESTRI: I sette samurai</title>
		<link>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13448</link>
		<comments>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13448#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 20 Aug 2010 04:12:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[I Maestri]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13448</guid>
		<description><![CDATA[di Filippo Sacchi  [da “al cinema col lapis”, Mondadori, 1958]  Chi ha capito e ammirato il realismo demoniaco di Rasciomon non mancherà di vedere I sette samurai sapendo che vi troverà lo stesso regista, Akira Kurosawa, e lo stesso interprete, quello scatenato Scinodu Hascimoto che impersonava Tagiomaru, il sel­vaggio bandito. E per prima cosa stupirà, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Filippo Sacchi <br />
<font size="2">[da “al cinema col lapis”, Mondadori, 1958]</font> </p>
<p>Chi ha capito e ammirato il realismo demoniaco di <em>Rasciomon </em>non mancherà di vedere <em>I</em> <em>sette samurai </em>sapendo che vi troverà lo stesso regista, Akira Kurosawa, e lo stesso interprete, quello scatenato Scinodu Hascimoto che impersonava Tagiomaru, il sel­vaggio bandito. E per prima cosa stupirà, come tutti stupimmo l&#8217;anno scorso a Venezia, di trovare un film completamente diverso.<span id="more-13448"></span> Noi siamo ormai talmente abituati a veder sfruttare sino alla con­sumazione ogni minima trovata che abbia avuto fortuna, che ci pare impossibile che avendo in mano il regista e l&#8217;attore di <em>Ra­</em><em>sciomon </em>il produttore giapponese non si sia subito precipitato a dare un seguito a quel film, che rappresentò pure uno strepitoso successo mondiale girando (faccio così per dire) <em>Il</em> <em>ritorno di Ta­</em><em>giomaru, </em>o magari <em>Rasciomon, amore e gelosia, </em>questo beninteso in compartecipazione italo-giapponese! </p>
<p>Ma la freschezza d&#8217;invenzione essendo l&#8217;appannaggio della ef­fervescenza creativa, e il cinema giapponese trovandosi per il mo­mento ancora in quel fortunato stadio, si vede che non avevano nessun gusto a rimasticare le idee. Anche quella dei <em>Sette samurai </em><em>è </em>una grande idea. Siamo nell&#8217;antico Giappone medioevale e feu­dale, quella eroica e favolosa età in cui essi amano proiettare i loro dilemmi attuali e insieme le loro poetiche fantasie. E una torbida età di fazioni e di violenze. Condottieri feroci, al servizio di signorotti o per ruberia, corrono alla testa di bande armate le province, combattendosi quand&#8217;è il caso, ma più spesso scaricando la loro furia in devastazioni e saccheggi contro villaggi inermi e poveri contadini. Gli abitanti di uno di questi villaggi, sentendo che una grossa banda ha invaso il territorio, hanno nella loro in­genuità una curiosa pensata: ingaggiare alla loro volta dei samurai, ossia di questi mercenari che fanno professione di portar armi, e, offrendo una lauta vita al villaggio, persuaderli di venire a stare con loro per difenderli contro gli assalitori. </p>
<p>Il più svelto è mandato dunque alla città vicina, per avvicinare i samurai che coi loro spadoni e pennacchi e fieri cipigli gironzolano per le piazze e i mercati in cerca di scrittura, come faceva­no una volta i gigioni in Galleria, ma probabilmente se ne tor­nerebbe scornato, perché quei gradassi hanno altro in mente che mettersi al servizio di spregevoli villani, se non si imbattesse per caso in un vecchio e saggio samurai, ormai per età vicino ai limiti della professione, e che dall&#8217;esercizio funesto della guerra ha im­parato l&#8217;odio della violenza e l&#8217;umana pietà per i deboli. Costui, attratto dal caso, un po&#8217; con le buone un po&#8217; con le cattive persuade altri sei a seguirlo, compreso un finto samurai, un samurai mistificatore che diventerà il capro espiatorio e lo zimbello della compagnia. </p>
<p>Cosi i sette samurai vanno al villaggio. Ci vanno (tranne il vec­chio) con un loro programma preordinato: mangiare e bere a ufo, ma non arrischiare per nessun patto la pelle, e al primo odore di combattimento squagliarsela senza lasciar traccia. Ma poi le cose prendono un giro diverso. Stando assieme, quegli uomini così lon­tani per mentalità e per costume imparano a conoscersi. I samurai entrano nella vita dell&#8217;umile comunità, finiscono per dividerne i pa­timenti e i problemi, per cui lentamente sono trascinati loro malgra­do .i investirsi di quella missione che avevano intrapresa senza cre­derci. Essi difenderanno il villaggio. Sotto la guida del vecchio sa­murai, predisposto un piano di difesa, erigono sbarramenti, tagliano accessi, e incominciano a istruire i contadini all&#8217;uso delle armi per­ché come pari combattano al loro fianco. Kikuciyo, il falso samu­rai, che si rivela per un buffo e servizievole diavolaccio, fa da caporale istruttore, tra la delizia dei ragazzini. </p>
<p>Finalmente viene il giorno temuto, lo stormo dei razziatori si<strong> </strong>avvicina al villaggio. Si appicca una battaglia furiosa, in cui samurai e villani compiono gomito a gomito prodigi di valore, e gli assalitori sono alla fine massacrati. Kikuciyo, il povero falso samurai, è caduto da valoroso con altri quattro compagni e vien seppellito su di un&#8217;altura che domina i campi dorati di messi che egli ha contribuito a difendere. Il vecchio capo, che ne ha il potere, pianta sulla sua tomba la spada, e cosi lo consacra nella morte vero samurai. E<em> </em>guardando intorno nella campagna le schiere dei contadini affaccendati nell&#8217;allegro tramestio della mietitura, saluta nel suo savio cuore la loro fatica, l&#8217;avvento dell&#8217;operosa pace sopra la maledetta guerra. </p>
<p>Questo il racconto, che necessità di tagli (il film originale era lunghissimo) in parte hanno reso confuso nell&#8217;edizione italiana. Però anche la sola traccia basterà per far capire al lettore quali straordinarie possibilità apra in tutte le direzioni, come visione spettacolare, come interesse drammatico, come prestazione istrionica, come ispirazione morale e, non ultimo, come sintomo dei liberi fermenti che agitano il nuovo Giappone. E bisognerebbe aggiungere, come materia musicale, perché il commento dei <em>Sette samu­</em><em>rai, </em>tutto costruito, come Bach, intorno a un monolitico nucleo sonoro, è riuscito per forza, aderenza, fuoco lirico, strumentale no­vità, una delle più memorabili partiture che il cinema abbia dato.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?feed=rss2&amp;p=13448</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>LEGGENDE: Montuolo e la ragazza del fiume</title>
		<link>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=12827</link>
		<comments>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=12827#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 19 Aug 2010 04:55:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Leggende]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=12827</guid>
		<description><![CDATA[di Bartolomeo Di Monaco [Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]   Dovete sapere che, a due passi da Montuolo, tuttavia nella sua giurisdizione, in direzione di Pisa, si trova una località denominata Fornacette, ancora oggi un piccolo agglomerato di case. Qui vivevano, ai primi del &#8217;900, alcuni ragazzi e ragazze che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Bartolomeo Di Monaco<br />
[Per le altre sue letture scorrere <a href="http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?page_id=574">qui</a>. Il suo blog <a href="http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?cat=20">qui</a>.]  </p>
<p>Dovete sapere che, a due passi da Montuolo, tuttavia nella sua giurisdizione, in direzione di Pisa, si trova una località denominata Fornacette, ancora oggi un piccolo agglomerato di case. Qui vivevano, ai primi del &#8217;900, alcuni ragazzi e ragazze che ogni mattina, a piedi, andavano a Lucca per frequentare la scuola. <span id="more-12827"></span></p>
<p>Dovevano alzarsi molto presto. <br />
Oggi sarebbe inimmaginabile un tale sacrificio per studiare! <br />
Ma trovandosi insieme, la cosa veniva meglio sopportata. <br />
Lungo la strada si raccontavano barzellette, si prendevano in giro.<br />
Era tutt&#8217;altra musica, però, quando arrivavano i giorni del freddo e della neve; i genitori trepidavano nel vederli partire nel buio del mattino con sciarpe e cappotti, e grossi zoccoli ai piedi.<br />
Qualcuno dei ragazzi, passando a quell&#8217;ora davanti all&#8217;antica chiesa di Montuolo, scorgendone nel buio il basso campanile, aveva momenti di malinconia.<br />
Cominciava ad albeggiare quando erano vicini alla città. Ed era bello, nei giorni della neve, vedersi comparire davanti, all&#8217;improvviso, le Mura possenti, adagiate sui prati innevati e, dentro la città, i campanili alti sopra i bianchi tetti delle case. Sembrava ai ragazzi di assistere ad una magia. </p>
<p>In un giorno di quegli inverni si verificò il fatto che voglio raccontare.<br />
Era una giornata carica di neve.<br />
Aveva nevicato ininterrottamente da più giorni. Lungo la strada si vedevano di quando in quando rami spezzati caduti dagli alberi.<br />
Una delle ragazze si chiamava Caterina.<br />
Magra come un uscio, più alta della sua età, era tra le più vivaci del gruppo. Aveva sempre pronta la battuta e gli amici si divertivano volentieri con lei, che sapeva rispondere per le rime. </p>
<p>Ebbene, finite le ore della scuola, quella volta che la strada era stracolma di neve decise con un&#8217;amica di prendere il sentiero del fiume.<br />
Voleva ammirare il Serchio, vederlo scorrere tra mezzo agli argini imbiancati, gustare gli antichi colori delle poche case che lo fiancheggiavano. <br />
L&#8217;amica fu entusiasta dell&#8217;idea. Possedeva anche lei quell&#8217;anima sensibile che spesso frusta la ragione e la vince. </p>
<p>Il Serchio fluiva superbo, gonfio d&#8217;acqua.<br />
Caterina camminando sull&#8217;argine, i libri appoggiati al petto, confidava la sua gioia all&#8217;amica estasiata.<br />
Quale incanto sapeva offrire la natura! <br />
Ma ecco che all&#8217;improvviso il piede scivola. Sotto la neve non c&#8217;è il poggio dell&#8217;argine, e Caterina precipita giù.<br />
Lesta l&#8217;amica allunga la mano per afferrarla; Caterina tende il braccio. Ma ancora ruzzola giù; si capovolge, piomba nell&#8217;acqua.<br />
Il Serchio l&#8217;ha presa. </p>
<p>Attonita, confusa, muta, l&#8217;amica si affaccia dall&#8217;argine.<br />
Nessun segno viene più dal fiume. <br />
Disperata fugge a casa; e racconta piangendo. <br />
Tutti si precipitano fuori. <br />
Qualcuno grida di correre al fiume. <br />
Presto, bisogna far presto! <br />
L&#8217;argine è pieno di gente. La neve è calpestata, non è più candida come prima, ma infracidita, scura. <br />
I genitori scrutano e chiamano. <br />
«Caterina!» <br />
«Caterina!» </p>
<p>Anche dalle casupole del fiume sono accorsi. Hanno preso le barche, remano. <br />
Ancora chiamano. Le voci percuotono il silenzio della neve. <br />
Ma cosa succede ad un tratto laggiù nell&#8217;acqua, nel profondo della corrente, dove il Serchio è più gonfio, più nero?<br />
Qualcuno vede un&#8217;ombra salire. <br />
Tutti fissano quel punto. Le barche vi stanno intorno, sono increduli i rematori. <br />
È proprio Caterina che sale dall&#8217;abisso! Dal fondo del fiume sta tornando ai vivi. <br />
È sorridente. Ha pronta la battuta pei rematori, che le tendono le braccia, non sanno che dire. <br />
I genitori la chiamano. Caterina riconosce la loro voce; il suo sguardo fruga, li trova. Alzandosi dalla barca, li saluta. </p>
<p>In tutta la città di Lucca per giorni e giorni non si parlò d&#8217;altro.<br />
Caterina era di nuovo tra la gente più bella che mai. <br />
Qualcuno diceva che era stato il fiume a riportarla tra i vivi, e che il fiume aveva voluto premiare l&#8217;amore della gente. Ma soprattutto aveva voluto premiare lei, Caterina; ricompensare in quel modo il suo grande amore per la vita.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?feed=rss2&amp;p=12827</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>MUSICA: I MAESTRI: La rivincita di Berlioz</title>
		<link>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13445</link>
		<comments>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13445#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 18 Aug 2010 04:07:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[I Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[Musica]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13445</guid>
		<description><![CDATA[di Lorenzo Bocchi [dal “Corriere della Sera”, lunedì 31 marzo 1969] L&#8217;8 marzo 1869 moriva a Pa­rigi, incompreso, disperato, Hector Berlioz. A settantacinque anni. La Bibliothèque Nationale celebra il centenario con una di quelle esposizioni a gran spettacolo di cui conosce il se­greto. Ha riunito un mezzo mi­gliaio di documenti per rievo­care l&#8217;uomo, l&#8217;artista, il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Lorenzo Bocchi<br />
<font size="2">[dal “Corriere della Sera”, lunedì 31 marzo 1969]</font></p>
<p>L&#8217;8 marzo 1869 moriva a Pa­rigi, incompreso, disperato, Hector Berlioz. A settantacinque anni. La Bibliothèque Nationale celebra il centenario con una di quelle esposizioni a gran spettacolo di cui conosce il se­greto. Ha riunito un mezzo mi­gliaio di documenti per rievo­care l&#8217;uomo, l&#8217;artista, il suo carattere, la sua evoluzione, la sua epoca, le influenze esercitate e subite dal creatore e dal teo­rico.<span id="more-13445"></span></p>
<p>Incensato dagli uni, criticato e ridicolizzato dagli altri, allora come oggi, Berlioz non lascia nessuno indifferente. Per Mendelssohn era « una vera carica­tura senza l&#8217;ombra di talento ». Per Mussorgski c&#8217;erano due gi­ganti nella musica, « il pensa­tore Beethoven e il superpensatore Berlioz ». Per Stravinski egli è « povero d&#8217;invenzione ». Secondo Darius Milhaud « c&#8217;è più invenzione e più forza crea­trice in qualche misura di Ber­lioz che in parecchi sviluppi verbosi, e ridondanti di Wag­ner». Di chi fidarsi?</p>
<p>Il solo grande musicista ro­mantico che la Francia abbia avuto sta prendendosi una bel­la rivincita. A Londra è stata iniziata l&#8217;edizione integrale del­le sue opere (« Symphonie fan-tastique», «Lelio», «Nuits d&#8217;été», « Harond en Italie », « Benve­nuto Cellini », « Requiem », « Roméo et Juliette », « Ouver­ture du carnaval romain », « La damnation de Faust ». « Les troyens » ne sono le cime) mentre Colin Davis, dopo averlo ripe­tutamente celebrato al Festival di Edimburgo, sta registrando tutta la sua musica. A Parigi, poco prima dell&#8217;inaugurazione della mostra alla Nationale, è stato pubblicato il primo dei quattordici volumi della sua opera letteraria.</p>
<p>Un campione del romantici­smo anche nello stile di vita. Fino in fondo. All&#8217;arrivo del suo corteo funebre al cimitero di Montmartre i cavalli del carro si imbizzarrirono e si precipita­rono verso le tombe: un ingres­so nell&#8217;eternità che sarebbe pia­ciuto al musicista se avesse po­tuto vederlo. Giovane provin­ciale inviatp a Parigi per stu­diar la medicina, Berlioz si sen­te irresistibilmente attirato dal­la musica. Il padre gli toglie i viveri. Il giovane — che per tutta la vita sarà perseguitato dai creditori — fa il biblioteca­rio, il corista, il critico, tutto per poter continuare a studiare e a comporre. Nel 1821, durante una rappresentazione di « Iphigénie en Tauride » di Gluck è colto da spasimi e da una crisi di pianto. Nel &#8217;27 assiste al­l&#8217;« Amleto » rappresentato al­l&#8217;Odéon da una compagnia in­glese («Il più grande dramma della mia vita: Shakespeare, ca­dendo così d&#8217;improvviso su di me, mi folgorò ») e si innamora pazzamente dell&#8217;attrice Harriet Smithson che ha visto soltan­to dalla platea. Non dorme più. Perseguitato dalla sua immagi­ne erra senza meta per boschi e prati nei dintorni di Parigi. Fa di lei il tema di una sinfo­nia, le scrive lettere infuocate che resteranno senza risposta, la maledice quando gliene parlano male, la sposa quando lei torna in Francia sei anni dopo. Nel frattempo si è innamo­rato di un&#8217;altra, ha voluto ucci­derla e suicidarsi quando quel­la l&#8217;ha lasciato. Ma una volta sposato abbandona la moglie per seguire un&#8217;attricetta spagno­la né bella né brava, Maria Recio, di cui diventa il protettore e, nel &#8217;54, il marito.</p>
<p>A 27 anni, uscendo dall’<em>Institut</em><em> </em>dove per la quarta volta ha sostenuto il concorso per il Prix de Rome, trova la rivolu­zione. E&#8217; il 28 luglio 1830, l&#8217;ul­tima delle <em>Trois Glorieuses. </em>Senza esitare, con una pistola in ciascuna mano, va a raggiun­gere sui <em>boulevards </em>la « santa canaglia » degli insorti. Poi scrive un&#8217;orchestrazione della «Mar­sigliese » per due cori e la de­dica all&#8217;autore, Rouget de Li­sle, che lo ringrazia per l&#8217;onore fatto alla sua « povera creatu­ra » vestendola di nuovo e co­prendo la sua nudità con i bril­lanti della sua immaginazione. Nel 1831 il soggiorno in Italia: la Villa Medici sul Pincio, dal­la quale si gode « uno dei più bei panorami del mondo », Spo­leto (« Fuggo sulla montagna dove passo buona parte del mio tempo, obbedendo soltanto al mio capriccio » ). Amalfi.</p>
<p>A Parigi Paganini lo trasci­na, dopo un concerto, in mezzo all&#8217;orchestra e si mette in gi­nocchio davanti a lui. Vediamo la lettera che gli ha scritto il violinista il 18 dicembre 1838: « Caro amico, Beethoven spen­to non c&#8217;era che Berlioz che po­tesse farlo rivivere ed io che ho gustato le vostre composi­zioni, degne di un genio qual siete, credo mio dovere di pre­garvi a<strong> </strong>voler accettare in segno del mio omaggio ventimila franchi, i quali vi saranno ri­messi dal signor barone di Rothschild dopo che gli avrete presentato l&#8217;acclusa ».</p>
<p>Molte altre le « voci » italiane dell&#8217;esposizione: Cherubini, il terribile direttore del Conserva­torio che tentò di sbarrare la strada al giovane Berlioz; Spontini, uno dei suoi idoli; Rossini e Verdi (« Verdi è alle prese con tutti i tipacci del­l&#8217;Opera&#8230; Il poveraccio mi fa pena&#8230; E&#8217; un degno e stimabile artista&#8230; Rossini è arrivato, rac­conta storielle tutte le sere sul <em>boulevard, </em>ha l&#8217;aria di un vec­chio satiro in pensione»), Fer­dinando Paèr. La rassegna com­prende spartiti, ritratti, mano­scritti, cimeli (la bacchetta re­galata a Berlioz da Mendels-sohn, la chitarra regalata da Paganini, la medaglia dell&#8217;or­dine del Falcone Bianco conse­gnata a Berlioz da Liszt nel &#8217;52) tutti gli strumenti fabbri­cati da Adolphe Sax e che il musicista fece entrare per pri­mo nell&#8217;orchestra, i manifesti del tempo e molte caricature.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?feed=rss2&amp;p=13445</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>LETTERATURA: La stanza</title>
		<link>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13413</link>
		<comments>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13413#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 17 Aug 2010 04:50:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mariapia Frigerio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13413</guid>
		<description><![CDATA[di Mariapia Frigerio a O. F. che mi manca Lucetta si chiedeva perché suo padre si ostinasse a portarla da zio Maso. Più volte glielo aveva domandato, come se la risposta, data una volta, potesse, la volta successiva, cambiare. Restava invece identica. «Tuo nonno non c’è più. Zio Maso, suo fratello, è l’unico legame che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Mariapia Frigerio</p>
<p style="text-align: right;"><em>a O. F.<br />
che mi manca</em></p>
<p>Lucetta si chiedeva perché suo padre si ostinasse a portarla da zio Maso. Più volte glielo aveva domandato, come se la risposta, data una volta, potesse, la volta successiva, cambiare. Restava invece identica.<span id="more-13413"></span></p>
<p>«Tuo nonno non c’è più. Zio Maso, suo fratello, è l’unico legame che ci rimane con lui». Poche parole. Sempre le stesse.</p>
<p>La bambina aveva cercato di spiegargli che c’era una bella differenza tra nonno Bernardo e lo zio. Ma il padre, imperturbabile, ogni domenica usciva in macchina dalla città per raggiungerne la bicocca.</p>
<p>Al termine del viaggio percorrevano il sentiero polveroso e lievemente in salita. Il vecchio li aspettava fuori di casa sulla sua seggiola impagliata. Indistintamente estate e inverno.</p>
<p>Maso Gragnani non era felice di quella visita. Semplicemente la subiva come un tributo da pagare a chissà chi. Non amava le famiglie. «Famiglie, vi odio» diceva tra sé facendo eco a Gide. Non per nulla era rimasto scapolo.</p>
<p>E neppure sopportava tutte le domande che la bambina regolarmente gli faceva.</p>
<p>«Non sono un architetto come tuo nonno né un libraio come tuo papà. Neppure un professore come Foscolo. Sì, mio padre… il tuo bisnonno Foscolo. Io sono un contadino. E i contadini parlano poco».</p>
<p>Le sue mani nodose confermavano, agli occhi di Lucetta, che quello che diceva era vero. Sempre con la vanga o ogni altro genere di attrezzo in mano. Sempre con i Monni, la famiglia di contadini che gli abitavano vicino. Sempre con Bertino, la Rita e loro figlio Franco. Dell’età di suo nipote Arnolfo, il padre di Lucetta.</p>
<p>La sua vita improntata alla più totale solitudine.</p>
<p>Non fosse stato per Recoleta e Leone.</p>
<p>Lucetta trovava sfogo, in quelle visite, proprio nel giocare con la gatta Recoleta e con il cane Leone.</p>
<p>Poi la gatta era morta.  Da Franco aveva saputo che lo zio aveva voluto che Recoleta fosse sepolta scendendo il declivio, verso l’oliveto. Ma da zio Maso non aveva saputo nulla. Né lei, del resto, aveva mai osato chiedere.</p>
<p>Ora le era rimasto solo Leone, il grosso cane a cui lanciava una palla, rincorrendolo e facendosi rincorrere.</p>
<p>«<em>Raus… raus</em>» bofonchiava Maso spostando il toscano spento che teneva immancabilmente tra i denti quando cane e nipotina, con i loro giochi, gli si avvicinavano troppo.</p>
<p>«Perché zio Maso si chiama così?»</p>
<p>Ogni volta che risaliva in auto col padre per rientrare in città, Lucetta sentiva il bisogno di parlare. Non che suo padre fosse un parlatore, ma rispetto allo zio…</p>
<p>«Perché mio nonno Foscolo era professore di storia dell’arte. Amava pittori come Maso di Banco. Amava i giotteschi».</p>
<p>«I grotteschi?»</p>
<p>«No, i giotteschi. Gli allievi di Giotto».</p>
<p>«Quello del campanile?»</p>
<p>«Sì, sì, quello».</p>
<p>Arnolfo non aveva nessuna dote di pedagogo. Parlava con la figlia come se parlasse a se stesso. Che la bambina avesse solo dieci anni era un problema che sembrava non riguardarlo. E comunque era anche lui un Gragnani. E, come tutti i Gragnani, di poche parole.</p>
<p>Era un Gragnani anche per le famose “questioni di principio” a cui, come comandamenti, non si poteva venire meno.</p>
<p>Così era stato anche quando la sua compagna di corso di bibliografia e biblioteconomia, alla Facoltà di Lettere, era rimasta incinta.</p>
<p>Cécile era francese. Spregiudicata. Non ci aveva, infatti, pensato un attimo all’idea di sbarazzarsi di quella gravidanza indesiderata. E lo aveva comunicato ad Arnolfo. Lui ne aveva reso partecipi i genitori.</p>
<p>Ma il ’68 con tutta la sua ventata libertaria non aveva toccato i Gragnani. O meglio… sì, certo… per parlarne con gli amici… per animate discussioni serali. L’architetto Bernardo e sua moglie Fernanda erano di idee avanzate. Poi la stessa Facoltà di Architettura, su cui ancora gravitava Bernardo, era stata quella più sensibile a tutti gli stravolgimenti. Ma erano persone aperte in teoria, non nei fatti. Così quando Bernardo e la Fernanda seppero dell’<em>incidente</em> si appellarono alle famose “questioni di principio” e sostennero che se c’era di mezzo un bambino questo dovesse nascere. A costo di prendersene cura loro.</p>
<p>Arnolfo riferì a Cécile il parere dei suoi genitori provocandone un’inaspettata ira. Irragionevole addirittura, per lui.</p>
<p>«Io non ne parlo con i miei, tengo la cosa per me e tu… subito dai tuoi. Ma quando vi libererete della famiglia, voi italiani, mi sai dire quando? Ho lasciato la Francia per venire a specializzarmi in Italia, vivo sola, ho la mia indipendenza, le mie ambizioni. Non crederai che per le vostre idee antiquate io blocchi il mio futuro! E neppure penserai che mi adatti a fare la moglie di un libraio, <em>pardon</em>, di un libraio-antiquario, come ti piace che si dica. Questa città, bella, affascinante fin che ti pare, è per me solo una tappa. Non voglio che si trasformi in una trappola».</p>
<p>L’amore, se mai c’era stato, finì. La bambina nacque per volere della Fernanda che aveva promesso di sobbarcarsi le fatiche di allevare la nipotina. Cécile, che si sentiva vittima di quella gravidanza quasi obbligata, dopo aver imposto la sua volontà nella scelta del nome – Lucetta &#8211; uscì dalla vita dei Gragnani e forse anche dall’Italia.</p>
<p>Lucetta crebbe con i nonni e con il padre. Sul fatto che non ci fosse la mamma, la Fernanda si era data da fare perché non trapelasse, né dal marito né dal figlio, il minimo accenno alla verità. Non poteva tollerare che la sua nipotina potesse anche solo intuire di essere stata rifiutata. Così le aveva inventato di certi lavori umanitari &#8211; in India e in altri paesi poveri &#8211; a cui la madre, dopo averla accudita nei primi anni di vita, non si era potuta sottrarre.</p>
<p>La bambina non aveva mai fatto domande più di tanto. Forse &#8211; intuendo qualcosa di anomalo &#8211; per una forma di autodifesa. Ugualmente era cresciuta serena con quei nonni dediti solo a lei.</p>
<p>Poi, nel giro di due anni, prima la Fernanda poi Bernardo se n’erano andati. E nella grande casa di Borgo Pinti erano rimasti solo Arnolfo e la figlia.</p>
<p>Era la gita domenicale il momento in cui Lucetta poteva parlare col padre. Durante la settimana lui era sempre in libreria. A pranzo tornava raramente. Sovente neppure a cena.</p>
<p>Dopo la morte dei nonni era stata così trovata Vanna, una ragazzona di campagna, perché si occupasse di lei nei momenti in cui era libera dai suoi impegni: la scuola, le lezioni di piano, le ore con Mrs Kemp per l’inglese, il tennis.</p>
<p>Arnolfo aveva realizzato che, dopo la morte della madre, doveva trovare per la bambina delle attività che la distraessero dal dolore della perdita subita. E fu un bene, perché Lucetta aveva iniziato a vivere, da quel momento, in simbiosi col nonno Bernardo. Condividevano tutto: ricordi, rimpianti, e anche certi rimorsi di quest’ultimo. Avevano creato un rapporto molto stretto, ma non adatto ai dieci anni della bambina.</p>
<p>Bernardo Gragnani – nell’unico anno in cui sopravvisse alla moglie – era riuscito a conquistarsi un ruolo di fondamentale importanza nel cuore della piccola. Lui, abitualmente di poche parole, ne era divenuto il confidente e il consigliere.</p>
<p>Per questo la bambina faticava a vedere in zio Maso, così rozzo e scorbutico, il fratello più grande di quello che per lei era stato il suo meraviglioso nonno.</p>
<p>Quando venne l’inverno iniziarono i problemi. Come sempre zio Maso aspettava l’arrivo di Arnolfo e Lucetta davanti a casa, seduto sulla seggiola impagliata.</p>
<p>Ora indossava, anziché camicie a quadri sbiadite, un giubbotto marrone di velluto a coste. Una specie di sacco informe. Immancabile il toscano spento tra i denti.</p>
<p>Lucetta per il freddo non poteva stare fuori. Così quella visita pomeridiana si svolgeva dentro la grande cucina.</p>
<p>Un locale ampio, con un grande camino davanti al quale stava un antiquato dondolo ad uso esclusivo dello zio, un tavolo di legno rustico con seggiole tutt’intorno, una madia, una cucina economica. Nessun libro, nulla su cui scrivere, nessun quadro alle pareti. Solo cartoline di varie località appoggiate su una mensola al muro. E, sempre al muro, il telefono. Muto. Mai una volta che suonasse.</p>
<p>La bambina aveva più volte chiesto allo zio di far entrare Leone. La risposta era sempre stata negativa: «<em>Nein»</em>.</p>
<p>Lucetta taceva intimorita. Ma un giorno, in uno di quegli interminabili pomeriggi che lei trascorreva leggendo appoggiata al tavolo i libri che si era portata da casa, fu presa da uno strano coraggio e, rivolgendosi allo zio, disse:</p>
<p>«Perché non vuoi Leone in casa?»</p>
<p>«Perché odio quella bestia. Da quando è morta Recoleta ha sempre cercato di prenderne il posto. Ha sempre cercato di intrufolarsi qui. Ma qui dentro era il regno della mia gatta. E non sarà mai il suo».</p>
<p>Lucetta, a sua volta, iniziò, da quel momento, a odiare lo zio.</p>
<p>Di rientro in città, quella sera, le domande di Lucetta al padre furono sulla stranezza dei nomi della famiglia Gragnani. Compreso quello del cane e della gatta. Per il padre furono quasi un sollievo quelle domande. I pomeriggi in totale silenzio, con zio Maso sul suo dondolo e lui su una seggiola impagliata, erano pesanti anche per uno di poche parole come Arnolfo. Perché, se non ci fosse stata di mezzo la “questione di principio”, avrebbe fatto volentieri a meno di quella visita a uno zio mai amato.</p>
<p>«Allora… vediamo. Riguardo al nome di mio nonno Foscolo, ma… non ti so proprio dire perché. Ti ho già detto invece del nome di zio Maso. Maso di Banco, un giottesco. Nonno Foscolo insegnava e amava l’arte».</p>
<p>«Maso di Banco è quel pittore che ha dipinto il drago cattivo?»</p>
<p>«Brava, Lucetta, e come lo sai?»</p>
<p>«Mi portò una volta nonno a vederlo in una chiesa… Non ricordo quale… ».</p>
<p>«Nella chiesa di Santa Croce il cui architetto fu Arnolfo di Cambio. Arnolfo… come il mio nome.</p>
<p>Il tuo nonno, che  era architetto, considerava il più grande architetto di questa città non Brunelleschi o Leon Battista Alberti, ma proprio Arnolfo che oltre a Santa Croce aveva progettato il Duomo e Palazzo Vecchio».</p>
<p>Ancora una volta la mancanza di pedagogia di Arnolfo fu evidente, tanto che la bambina lo interruppe con:</p>
<p>«E perché nonno si chiamava Bernardo?».</p>
<p>«Maso &#8211; per Maso di Banco &#8211; il primo figlio. Bernardo &#8211; per Bernardo Daddi  - il secondo. Insomma… un altro giottesco».</p>
<p>«E Leone e Recoleta?».</p>
<p>«Recoleta è un quartiere di Buenos Aires. Una zona molto elegante dove zio Maso ha vissuto per un lungo periodo».</p>
<p>«Ma come fanno i contadini a vivere in un posto elegante?»</p>
<p>«Beh, zio Maso è un contadino <em>sui generis</em>».</p>
<p>«Perché è <em>sul genere</em>?»</p>
<p>«Non <em>sul genere</em>. <em>Sui generis</em>».</p>
<p>«Non capisco, papà».</p>
<p>«Te lo spiego un’altra volta».</p>
<p>«E Leone?».</p>
<p>«Mmh, … Leone per il grande scrittore russo Leone Tolstoi… ».</p>
<p>«Ma zio Maso non legge. Non c’è nessun libro nella sua casa!»</p>
<p>«Zio Maso è stato un grande lettore e immagino lo sia ancora…».</p>
<p>«Allora perché… ».</p>
<p>«Basta, Lucetta, basta con tutte queste domande. Mi fai scoppiare la testa!».</p>
<p>«Papà, dimmi ancora perché mi chiamo Lucetta. Poi sto zitta fino a casa».</p>
<p>«Lucetta l’ha voluto tua madre. Non so, forse per una femminista… ».</p>
<p>«Perché ero femmina?».</p>
<p>«Sì, sì, sì! Perché eri femmina» tagliò corto, infastidito, Arnolfo. E un muro di silenzio calò nell’abitacolo dell’auto.</p>
<p>«Devo fare pipì. Dov’è il bagno, zio Maso?»</p>
<p>«La prima porta a destra del corridoio».</p>
<p>«Il corridoio… Non l’ho mai visto. Chissà che stanze ci sono… » pensò Lucetta. Perché, nonostante da mesi tutte le domeniche le trascorresse lì, della casa di zio Maso lei conosceva solo la grande cucina e il fuori, con la casa sul poggio di Bertino e della sua famiglia e il declivio degli ulivi. Null’altro.</p>
<p>Percorse il breve corridoio, ma non si fermò nel bagno. Proseguì fino in fondo dove, sulla sinistra, una porta socchiusa lasciava intravvedere una piccola stanza con un letto. L’altra porta, proprio al termine del corridoio, era invece chiusa. Lucetta cercò di aprirla. Inutilmente. La porta era chiusa a chiave. Allora rapida entrò nel bagno e poi tornò in cucina.</p>
<p>Ma la stanza chiusa iniziò, da quel momento, a far parte dei suoi pensieri.</p>
<p>Fu verso l’inizio dell’estate che nella visita domenicale Arnolfo volle parlare con suo zio. Lucetta, col ritorno del caldo, aveva ripreso i suoi giochi con Leone che ora, per gli anni, si reggeva a fatica sulle zampe posteriori.</p>
<p>«Senti, zio, per una settimana dovrò andare via. Per lavoro, ovviamente. Vanna, la ragazza che si occupa di mia figlia, non ci potrà essere. Ha la madre malata. Lucetta avrà finito la scuola. Non so a chi altri chiederlo… ».</p>
<p>«E ti sembro un tipo da bambini?»</p>
<p>«No, zio, lo so, ma… ».</p>
<p>«Va bene, va bene. Se non sai come altro fare, portamela».</p>
<p>Mai il nipote si sarebbe aspettato una simile arrendevolezza.</p>
<p>«Sarà dalla prossima domenica a quella successiva… ». Poi aggiunse:</p>
<p>«Del resto non ti ho mai chiesto niente… ».</p>
<p>«Ti ho già detto che la tengo. Non dire altro prima che ci ripensi… ».</p>
<p>E borbottando tra sé: «E cosa avrebbe dovuto mai chiedermi? Sfrontato! Uno dei Gragnani. Uno della setta Gragnani. Non devo niente a nessuno, se Dio vuole. Niente: né materialmente né affettivamente».</p>
<p>Quando venne il momento di rientrare in città, Lucetta andò a salutare zio Maso.</p>
<p>«Allora ti aspetto domenica e… ».</p>
<p>La bambina  rimase muta. Senza capire. Poi il padre, dalla macchina, la chiamò.</p>
<p>**** **** **** ****</p>
<p>«Non ci voglio andare da zio Maso da sola. Non voglio! Ho paura di zio Maso e della sua casa» disse tra i singhiozzi Lucetta quando seppe cosa le si sarebbe prospettato la domenica successiva.</p>
<p>«Su, non essere sciocchina. Cosa vuoi che ti faccia? Potrai giocare con Leone, leggerai i tuoi libri, andrai un po’ dalla Rita quando è libera dai suoi impegni».</p>
<p>«Ma a nessuno piace zio Maso. Nonno Bernardo diceva sempre che era una testa matta e che aveva fatto morire suo padre Foscolo. E anche tu… ».</p>
<p>«Senti, non ho voglia di tanti discorsi. Io devo lavorare e non ho altri a cui affidarti in quella settimana. Quindi smetti di piangere. Mi innervosisci».</p>
<p>La domenica successiva, come stabilito, Lucetta venne lasciata da zio Maso. Arnolfo partì immediatamente. Senza quasi salutarla.</p>
<p>Il vecchio la fece entrare in casa. Le chiese se volesse bere. Poi la accompagnò nella piccola stanza da letto che già la bambina aveva, una volta, sbirciato.</p>
<p>«Sai, io non so cosa ti possa servire. Però qui c’è il tuo letto. Guarda… la Rita ti ha messo delle lenzuola con i fiorellini».</p>
<p>«Che belle, zio!».</p>
<p>«Poi c’è un tavolino se vuoi leggere o scrivere… Perché lo so che ti piace leggere…».</p>
<p>«È vero! Ho portato dei libri con me» e si chinò sulla cartella per prenderli e mostrarglieli.</p>
<p>E Maso fingendo interesse: «Vediamo… “Storie delle storie del mondo”… Sai, io sono un contadino… anche un po’ ignorante… mi dici di cosa parla?»</p>
<p>«Racconta della guerra di Troia. È stata tutta colpa di una donna bellissima, Elena, che lascia il marito per andare via con Paride che era un principe. Però il marito era un re…».</p>
<p>«Deve essere bello…».</p>
<p>«Bellissimo. Se vuoi ti racconto tutta la parte che ho letto…».</p>
<p>«Un’altra volta. Ora fammi vedere gli altri».</p>
<p>Dalla cartella vennero fuori “Il giornalino di Gianburrasca”, “Gli otto cugini”, “Piccole donne”.</p>
<p>«Questo è quello che preferisco» disse mostrandogli l’ultimo «me lo lesse tutto la nonna. Ora lo rileggo da sola».</p>
<p>Zio Maso mostrò poi alla nipote il bagno e le annunciò che la sera erano invitati dai Monni a mangiare la pizza.</p>
<p>«Ti piace?»</p>
<p>«Sì, sì, molto. Possiamo portare anche Leone con noi?»</p>
<p>«Non è possibile. Hai visto come è invecchiato da quest’inverno. Si regge a fatica sulle zampe posteriori… ».</p>
<p>«Ma la casa dei Monni è vicina!»</p>
<p>«Tre minuti a piedi. Per noi non sono niente. Per Leone troppi».</p>
<p>«Lo so che tu lo odi… ».</p>
<p>«Odiare Leone? E perché dovrei?».</p>
<p>«Perché vuole prendere il posto di Recoleta. E tu non vuoi».</p>
<p>«Beh, sì, Recoleta era la mia gatta… Ed è vero: c’è stato un periodo in cui ho pensato che Leone fosse felice della sua morte per prenderne il posto. Non avevo capito che anche lui avrebbe voluto il mio affetto. Ora so che è un cane molto buono. Un cane che si è sempre tenuto in disparte. No, Lucetta, non lo porto con noi solo perché sarebbe troppo faticoso per lui. Credimi».</p>
<p>Quando arrivarono dai Monni, la Rita venne incontro festosa alla bambina. E quando fu il momento di sedersi alla grande tavola apparecchiata all’aperto, rivolgendosi allo zio, disse: «A capotavola, signor Maso».</p>
<p>«Sì, qui» aggiunse Bertino scostandogli la seggiola.</p>
<p>«Benissimo. Grazie Bertino. Grazie Rita».</p>
<p>         «Allora, ti è piaciuta la pizza della Rita?».</p>
<p>«Molto, zio. Ma perché ti chiamano signor Maso e tu non li chiami signora Rita e signor Bertino?».</p>
<p>«Perché loro sono persone educate. Io, invece, un gran maleducato».</p>
<p>«Franco però ti chiama Maso. È anche lui maleducato?».</p>
<p>«No, è giovane… Più giovane di loro. Ha l’età di tuo padre. L’ho conosciuto piccolo… e quando si è piccoli non si sanno tante cose».</p>
<p>Rientrarono in casa in tempo per sentire suonare il telefono. Era la prima volta che Lucetta ne sentiva lo squillo. Fino ad allora era stato, per lei, solo un oggetto curioso che, muto, stava appeso alla parete della cucina.</p>
<p>«Pronto!» disse in tono deciso zio Maso «Ah, sì, te la passo… » e senza aggiungere altro porse la cornetta alla nipote.</p>
<p>Maso accompagnò poi la bambina nella sua camera. Si erano fatte quasi le 11. Era ora di dormire, non solo per Lucetta, ma anche per lui. Nella monotonia della sua vita, la giovane presenza aveva portato uno scombussolamento, una fatica che sicuramente gli pesava più dei lavori manuali.</p>
<p>«Buona notte e per qualunque cosa vieni a bussarmi. Le scale di legno che si intravvedono in fondo alla cucina portano alla mia stanza».</p>
<p>«Senti, zio Maso… io… io… ».</p>
<p>«Che c’è?» la investì burbero lo zio, seccato di non potersene subito andare.</p>
<p>La bambina di nuovo ne ebbe paura: «Niente… ». E tacque.</p>
<p>Ma a lungo tenne la lucina del comodino accesa mentre pensava a quella stanza chiusa, fuori dalla porta della sua camera.</p>
<p>Aveva voglia di piangere e nello stesso tempo non ne trovava il coraggio.</p>
<p>Poi il sonno s’impadronì di lei.</p>
<p>Quando la mattina dopo Lucetta si alzò, trovò zio Maso in cucina alle prese con una scatola di biscotti Pavesini.</p>
<p>La bambina gli si avvicinò e gli disse: «I Pavesini. È sempre l’ora dei Pavesini».</p>
<p>Zio Maso non capì: «Sempre l’ora di cosa?». Il tono dello zio impaurì nuovamente la bambina. Poi, facendosi coraggio: «È una <em>réclame</em> della televisione… ».</p>
<p>Maso si accorse di aver usato un tono di voce sbagliato.</p>
<p>«Ora fai colazione svelta. Poi vai da Leone».</p>
<p>Il cane stava fuori dalla legnaia. La presenza di Lucetta gli fece fare uno sforzo per alzarsi. Sforzo inutile perché le zampe posteriori non ressero il suo grosso corpo e il cane cadde mugolando.</p>
<p>La bambina riuscì ugualmente a divertirsi salendo fino dai Monni e seguendo la Rita nei suoi lavori di casa e Bertino nell’orto.</p>
<p>Mangiò da loro e solo verso sera ridiscese dallo zio.</p>
<p>Aveva saputo dalla Rita che lo zio non voleva mai essere aiutato e lei doveva faticare perché lui accettasse che ogni tanto gli pulisse la casa. Ma sui pranzi era irremovibile. Se non era invitato dai Monni voleva provvedervi da solo. La Rita aveva l’accortezza &#8211; quando scendeva in paese &#8211; di fare un po’ di spesa anche per lui. Lui brontolava, ma sotto sotto non gli doveva spiacere.</p>
<p>Quando la bambina entrò, trovò lo zio indaffarato intorno alla vecchia cucina economica.</p>
<p>«Sai apparecchiare?» le disse senza neppure salutarla. E, senza aspettare la risposta, le indicò dove stavano piatti, posate, bicchieri.</p>
<p>Lucetta apparecchiò con cura come le aveva insegnato nonna Fernanda: le forchette a sinistra, i coltelli a destra. La lama all’interno. Ma si capiva che non era un lavoro usuale per lei. E procedeva lenta, misurando la giusta distanza tra posate e piatti, attenta alla simmetria del suo posto con quello dello zio.</p>
<p>«Smettila con questi virtuosismi. La pappa al pomodoro è pronta» le disse impaziente zio Maso.</p>
<p>La bambina ci rimase male. Anche se non capì quella strana parola: <em>virtuosismi</em>. Ma, ovviamente, non ne chiese spiegazione.</p>
<p>A tavola gli propose di raccontargli la guerra di Troia, ma lo zio le rispose<span style="text-decoration: underline;"> </span>qualcosa di incomprensibile.</p>
<p>E la cena si svolse, così, nel più assoluto silenzio.</p>
<p>Ora veniva il momento peggiore. Quando, di nuovo, si sarebbe trovata sola nella piccola camera di fianco a quella porta chiusa.</p>
<p>Ma questa volta, quando lo zio l’accompagnò, non seppe più trattenersi:<em></em></p>
<p>«Io ho paura di quella stanza chiusa a chiave. Ho paura che…».</p>
<p>«Che?».</p>
<p>«Che sia come la stanza delle mogli di Barbablu».</p>
<p>«Questa poi! Me ne hanno dette tante, ma Barbablu… nessuno mi ha mai detto Barbablu» e non riuscì a trattenere una risata.</p>
<p>Lucetta lo guardò incredula. Era la prima volta che zio Maso rideva. Allora, timidamente, rise anche lei.</p>
<p>«Senti, Lucetta, io non sono Barbablu e in quella stanza ci sono delle cose belle, talmente belle – almeno per me – che non voglio che nessuno veda. Ci sono i miei segreti. E io ne sono geloso. Però sarei felice di farli vedere a te. Potremmo guardarli domani mattina, ti va bene?».</p>
<p>«Sì, zio Maso» gli rispose Lucetta in parte rassicurata.</p>
<p>«E ora dormi. Dormi tranquilla».</p>
<p>«Ci aspetta la stanza di Barbablu!» disse zio Maso cercando di essere affabile quando vide, la mattina dopo, la nipotina entrare in cucina.</p>
<p>La bambina iniziava a provare simpatia per quello strano zio che si affaccendava intorno alla cucina economica, che le versava il latte nella tazza, che risciacquava ciotole e posate nel vecchio lavello di pietra. Addirittura si azzardò a sedersi sul suo dondolo: «Posso, vero?».</p>
<p>«Come no! Ma prima porta un pezzo di pane secco al nostro amico Leone».</p>
<p>Rapida Lucetta gli ubbidì.</p>
<p>«E ora andiamo nella stanza».</p>
<p>Maso si levò una chiave dalla tasca dei calzoni e aprì la porta. Lucetta si accorse che era la stanza più grande della casa. Vide pareti ricoperte di libri e un enorme scrittoio sul quale facevano mostra di sé foto di donne e di animali. Riconobbe Recoleta fotografata sul dondolo di zio Maso e Leone fuori dalla legnaia. Poi si accorse di un grande mappamondo. Nei pochi spazi liberi delle pareti alcuni quadri.</p>
<p>«C’è molta polvere. Spero non ti dia fastidio. Ma qui non voglio entri nessuno. Nemmeno la Rita che ogni tanto vuole farmi le faccende…».</p>
<p>La bambina rimase in silenzio.</p>
<p>«Come vedi non ci sono mogli assassinate né tracce di sangue per terra».</p>
<p>Lucetta restava muta.</p>
<p>«Allora, non mi dici nulla? Ti piacciono o no i miei segreti?».</p>
<p>«Oh, sì. E vorrei farti tante domande… Ma papà si stanca quando gli chiedo le cose e poi mi dice che gli faccio venire mal di testa».</p>
<p>«Ma io non sono tuo padre. A me le puoi fare le domande. I contadini non soffrono di mal di testa».</p>
<p>«Ma tu sei un contadino <em>sul genere</em> come dice papà… anche se io non capisco bene cosa vuole dire».</p>
<p>«<em>Sui generis</em>. Tuo padre ti avrà sicuramente detto così. Vuol dire che non sono un vero contadino. Che sono un contadino particolare. Ma Arnolfo, come tutti  i Gragnani del resto, ama parlare difficile».</p>
<p>«Ti ho sempre visto anch’io fare lavori da contadino…».</p>
<p>«Certo. Per scelta, non perché lo fossi».</p>
<p>«E poi hai una casa da povero… non come quella dei nonni in Borgo Pinti con tanti tappeti, argenti, quadri e librerie antiche».</p>
<p>«È una scelta anche questa. Ho odiato quella casa. Mai ne avrei voluta una simile».</p>
<p>«Allora anche tu hai abitato lì?».</p>
<p>«Sì. Era la casa di mio padre. La casa di tuo bisnonno Foscolo».</p>
<p>«E perché non hai mai vissuto con noi?».</p>
<p>«Non andavo d’accordo con mio padre. Non accettavo le sue idee. Non ero un figlio ubbidiente e devoto come tuo nonno Bernardo. Non avrei mai potuto vivere né con lui né con voi».</p>
<p>«Quali idee aveva tuo padre?».</p>
<p>«Le sue… ma voleva che fossero di tutti. Voleva imporle a tutti. Non amava, per esempio, i soldi. Li considerava volgari. Volgari loro e volgare chi ne parlava».</p>
<p>«Anche a me papà dice che non si deve parlare di soldi».</p>
<p>«Non se ne deve parlare, forse, ma bisogna averli. Io ho sempre avuto chiaro questo: che per essere liberi bisogna avere soldi. Io volevo essere libero, quindi avevo bisogno di soldi.</p>
<p>Così delusi in fretta mio padre quando decisi di iscrivermi a Economia e Commercio. Fu quasi uno scandalo. In una casa di persone colte un figlio che sceglie una facoltà perché prospetta lavori redditizi… ».</p>
<p>«Redditizi?»</p>
<p>«Voglio dire… lavori che fanno guadagnare».</p>
<p>«Allora ti piacciono i soldi come a Paperon de’ Paperoni?».</p>
<p>«Sei un bel tipo! Prima mi credi Barbablu, ora Paperone. Ma che testolina hai? Non amo i soldi per i soldi. Preferisco lavarmi con l’acqua piuttosto che in una piscina di dollari. Ma amo la libertà che ti possono dare. Anche la libertà di scegliere una vita da povero. È molto diverso».</p>
<p>«A me piace Paperino e mi è antipatico Gastone».</p>
<p>«Il più antipatico, però, è Topolino» aggiunse zio Maso. E tra sé: «Un piccolo mediocre Gragnani».</p>
<p>«Sono molto contenta che anche tu lo leggi».</p>
<p>«Diciamo che lo leggevo a Franco. Quando era piccolo».</p>
<p>«E a papà, no?»</p>
<p>«Nessuno mi portava mai tuo padre, quando era bambino. Forse avevano anche loro paura che fossi Barbablu… ».</p>
<p>«Adesso continua la tua storia».</p>
<p>«Già… eravamo rimasti all’università. La feci con rabbia e in quattro anni mi laureai. Mi laureai a pieni voti… che vuol dire con bellissimi voti».</p>
<p>«E poi?».</p>
<p>«Poi, visto che mio padre non parve neppure accorgersene di quel mio successo, preso com’era dalla bravura di tuo nonno al primo anno di ginnasio, decisi di andarmene».</p>
<p>«Dove?».</p>
<p>«In Argentina».</p>
<p>«In Argentina?».</p>
<p>«Lo sai dov’è l’Argentina?».</p>
<p>«Con la mia maestra abbiamo fatto l’Italia e l’Europa, ma non c’era l’Argentina… Forse una volta papà… no… no… non ricordo di averla vista».</p>
<p>«Guardala allora con me, qui, sul mappamondo… ecco, vedi, questo piccolo stivale è l’Italia e l’Argentina è dall’altra parte del mondo».</p>
<p>«È molto lontana. Perché hai voluto andare in Argentina?».</p>
<p>«Avevo bisogno di spazi immensi, di luoghi dove lo sguardo si potesse perdere, di infinito».</p>
<p>«Come quella poesia di Leopardi?»</p>
<p>«Conosci Leopardi?»</p>
<p>«La mia maestra ci ha raccontato che era gobbo perché aveva studiato tanto. Ci ha detto che lui si sedeva davanti a una siepe su una montagna vicino alla sua casa che era un palazzo. Perché la sua famiglia era ricca. Però poi non era più tanto ricca. E poi ci ha fatto imparare a memoria la sua poesia che s’intitola “L’infinito”».</p>
<p>«Beh, io non potevo accontentarmi come lui di immaginarlo, l’infinito, io lo volevo realmente. Poi non ne potevo più né di Firenze né dei fiorentini né della mia famiglia».</p>
<p>«È per quello che è morto nonno Foscolo?»</p>
<p>«No, no e non credere che sia stato io a farlo morire come mi hanno detto sia tuo nonno che tuo padre. È morto perché ha deciso di morire… Perché le persone si stancano a volte di vivere… perché molte persone vorrebbero dominare la vita e non accettano, invece, di seguirne i voleri… ».</p>
<p>Il dialogo tra zio e nipote procedeva parallelamente. In modo curioso ognuno seguiva un suo ragionamento. Ognuno parlava quasi per sé. Ugualmente questo dialogo parallelo aveva un non so che di intimo, creava una nuova affettività tra i due.</p>
<p>«Allora non sei cattivo?».</p>
<p>«Credi che tuo padre ti avrebbe lasciata da me se pensasse che sono cattivo? Non sono cattivo. Sono… sono soltanto diverso… da lui, da tuo nonno, dal tuo bisnonno».</p>
<p>«Adesso raccontami dell’Argentina… se però non ti faccio venire mal di testa».</p>
<p>«Te l’ho già detto che ai contadini non viene mal di testa».</p>
<p>«Neanche a quelli <em>del genere</em> come te?»</p>
<p>«Neanche. Allora arrivai in Argentina».</p>
<p>E a questo punto narrò alla nipote del suo lavoro come commercialista nella zona della Recoleta, la zona ricca di Buenos Aires e delle sue amicizie letterarie, prima con Borges rientrato da pochi anni dall’Europa, poi con le sorelle Ocampo, Victoria e Silvina.</p>
<p>«Mi chiedo se non ti annoino tutte queste storie… ». Maso Gragnani prendeva lentamente coscienza che il racconto per la nipote era, per lui, un ripercorrere la sua vita.<span style="text-decoration: underline;"> </span></p>
<p>«Oh, no, zio, io amo le storie!».</p>
<p>Aprì quindi un cassetto dello scrittoio. Ne trasse una carta della città. La aprì. Le spiegò le varie zone. La Recoleta, ricca. La Boca, povera. Belgrano, residenziale. Palermo, dove aveva vissuto vicino a Borges, in quegli anni ancora un sobborgo. Cercò anche di spiegarle, con i versi del poeta, il fascino del sobborgo. Il sobborgo sentito come spazio quieto dell’anima. Pigro e domestico, a misura umana, una quasi-campagna dove la città si assottiglia fino a perdersi in quella meraviglia che è lo spazio argentino.</p>
<p>Lucetta, pur capendo poco, seguiva con grande attenzione.</p>
<p>«E quella signora seduta con un libro e con quelle bellissime scarpe?» chiese indicando una delle due foto.</p>
<p>«È Silvina. Silvina Ocampo, una scrittrice».</p>
<p>«È molto bella e anche elegante».</p>
<p>«Lo so. Le sorelle Ocampo erano belle. Avevano una grande villa a San Isidro, a nord di Buenos Aires. Un posto per ricchi. E loro erano ricche e libere».</p>
<p>«E tu? Eri riuscito a diventare ricco?».</p>
<p>«Sì, ho lavorato molto, ho guadagnato tanti soldi».</p>
<p>«Ti posso fare una domanda?».</p>
<p>«Non fai che farmi domande… e mi chiedi anche il permesso!».</p>
<p>«Te le faccio perché a te non viene mal di testa».</p>
<p>«Allora, testolina, cosa vuoi sapere?».</p>
<p>«Perché non ti sei sposato con Silvina?».</p>
<p>«Diciamo che lei non ha voluto sposare me… però… ».</p>
<p>«Però?».</p>
<p>«Però… ci siamo voluti bene… per un certo periodo».</p>
<p>«E allora perché non ti ha sposato?».</p>
<p>«Perché le donne non sanno amare come gli uomini… neanche quelle che credono di innamorarsi. Silvina veniva da una famiglia importante, aveva viaggiato molto. Io avevo tanti interessi, ma non facevo parte del suo ambiente».</p>
<p>«Cos’è l’ambiente?».</p>
<p>«Che domande difficili! Vediamo se riesco a spiegartelo… è come dire il mondo in cui vivi. Io e Silvina era come se vivessimo in due mondi diversi. E comunque, molti anni dopo, ha sposato uno scrittore del suo ambiente. Uno scrittore più giovane di lei, Adolfo Bioy Casares».</p>
<p>«E quella signora bionda con la frangetta?».</p>
<p>«Oh, quella è Greta… la mia Greta. Era arrivata da Amburgo a Buenos Aires. Amava il tango. La incontrai alla Confiteria Ideal».</p>
<p>«E lei era del tuo mondo?».</p>
<p>«Sì, più di Silvina».</p>
<p>«E perché non l’hai sposata?».</p>
<p>«Perché era già sposata… E un giorno il marito la venne a riprendere».</p>
<p>«E tu volevi sposare una tedesca?».</p>
<p>«Certo! Perché, cos’hanno i tedeschi?».</p>
<p>«I tedeschi sono cattivi. Hitler ha fatto ammazzare tanti ebrei. Il nonno me lo diceva che a te piacevano e che li aiutavi quando c’era la guerra».</p>
<p>«Ascolta, testolina, Hitler è Hitler e i tedeschi non sono tutti come Hitler. Vicino alla casa dei Monni c’era una vecchia cascina. Lì stava una guarnigione tedesca. Li ho aiutati quando me lo hanno chiesto e loro hanno aiutato me. Erano padri di famiglia costretti dalla guerra lontano da casa. Erano persone degnissime. Li avrei aiutati anche se fossero stati russi, turchi, ostrogoti. Quando si aiuta non si deve guardare in faccia a nessuno».</p>
<p>Lucetta guardò i libri tutt’ intorno.</p>
<p>«Hai anche quelli dello scrittore che ha il nome di Leone?».</p>
<p>«Sì. Nel terzo scaffale a destra ci sono tutti i libri di Tolstoi. Più in qua quegli degli altri russi. Poi ho tutti gl’inglesi, i francesi, i tedeschi, gli spagnoli, gli americani. E, naturalmente, gli argentini. Ora basta, però. Andiamo a vedere come sta Leone e se se la sente di fare una passeggiata con noi».</p>
<p>         La sera, quando zio Maso l’accompagnò a letto, gli chiese di leggerle “Piccole donne”.</p>
<p>E solo quando la nipotina si fu addormentata, Maso salì nella sua camera. Si sentiva addosso uno strano affanno. Faticò a fare le scale ripide che portavano alla sua stanza.</p>
<p>Nel sonno sentì i lamenti di Leone.</p>
<p>Il mattino successivo Lucetta trovò zio Maso al telefono.</p>
<p>«Sì, dottor Vitali, venga quanto prima».</p>
<p>Leone aveva avuto un peggioramento. Con l’aiuto di Bertino, zio Maso lo aveva sdraiato dentro la legnaia. Gli aveva preparato una specie di materassino perché il suo corpo stanco non toccasse direttamente il cemento.</p>
<p>All’arrivo del veterinario il cane non fece il minimo cenno per alzarsi.</p>
<p>Gli furono fatte iniezioni. Fu detto che c’era solo da aspettare.</p>
<p>Quel giorno Lucetta lesse, fece dei compiti, aiutò la Rita a stendere il bucato su un lunghissimo filo teso, dietro il poggio.</p>
<p>Zio Maso cucinò per la bambina. Ma era pensieroso. Non insofferente alla sua presenza, solo addolorato.</p>
<p>Nel pomeriggio salì i gradini di legno e si andò a sdraiare sul suo letto. Era la prima volta, in tanti anni, che si concedeva un riposo pomeridiano. Che, soprattutto, ne sentiva necessità.</p>
<p>E quando venne la sera, anticipò la lettura di “Piccole donne”. Poi disse a Lucetta: «Ora vai a dormire. Io vado un po’ nella legnaia da Leone. Credo che ora abbia bisogno della mia compagnia».</p>
<p>La bambina tacque e se ne andò ubbidiente nella sua stanzetta. Poi fu più forte di lei raggiungere zio Maso nella legnaia.</p>
<p>Entrando lo vide coprire il cane con un vecchio plaid a quadri.</p>
<p>«Perché non sei a dormire?».</p>
<p>«Perché voglio stare con te e con Leone».</p>
<p>«Allora siediti su quel panchetto di legno. Povero cane! Ho dovuto coprirlo perché ha i brividi».</p>
<p>La bambina scorse del dolore sul volto dello zio. Avrebbe voluto abbracciarlo, ma ancora gli suscitava un certo timore. Allora, con la sua piccola mano, iniziò ad accarezzare la testa di Leone.</p>
<p>Verso mezzanotte zio Maso stabilì che era ora di rientrare, visto che anche il cane sembrava dormire.</p>
<p>La mattina dopo Lucetta non vide nessuno in cucina. Uscì. Nella legnaia con Leone insieme a zio Maso c’erano Bertino e la Rita.</p>
<p>«Male, molto male. Oggi chiamerò il veterinario dopopranzo perché ponga fine alle sue sofferenze».</p>
<p>«Come?».</p>
<p>«Con un’iniezione che lo farà dormire… dormire per sempre».</p>
<p>«Che lo ucciderà?».</p>
<p>«No, non lo ucciderà. Gli provocherà una morte dolce…».</p>
<p>«Oh, zio Maso…» e questa volta la bambina non poté fare a meno di stringerlo con le sue piccole braccia.</p>
<p>Rientrarono per la prima colazione. Come sempre zio Maso si indaffarò tra cucina economica, bricco del latte, ciotole da sciacquare nel lavello.</p>
<p>Il resto della mattinata fu dedicato a Leone. Zio e nipote dentro la legnaia. Leone sempre coperto col plaid. La bambina china su di lui a carezzarlo. Lo zio sulla seggiola impagliata a dire, come in una litania: «Un buon cane, un bravo cane. Mai disturbato una volta. Neppure ora. Un cane dignitoso».</p>
<p>«Allora gli vuoi bene. È per quello che ti ho visto tanto triste?».</p>
<p>«Non so piangere. Non ho mai pianto in vita mia. Forse quando ero bambino… ma tutta questa dignità in un animale è davvero commuovente… anche per uno come me».</p>
<p>Rientrarono solo per pranzo. Al loro posto era rimasta la coppia Monni. Lo zio, mentre preparava la panzanella, disse: «Aspetterò le tre. Poi chiamerò il veterinario perché proceda». La bambina apparecchiava.</p>
<p>Mangiarono in silenzio. Nei pensieri di entrambi c’era solo Leone. E non c’era bisogno di sprecare parole.</p>
<p>Bussarono alla porta. Era Bertino che veniva a dare la notizia che il cane se n’era andato.</p>
<p>Raggiunsero la legnaia. La Rita stava accanto al corpo della bestia senza vita. Lucetta urlò: «Ma non è morto! È ancora vivo» quando vive Leone con i grandi occhi aperti.</p>
<p>Zio Maso le posò una mano sulla spalla: «No, cara, è morto. Diamogli ancora qualche carezza… di sicuro se ne accorgerà».</p>
<p>La Rita chiese nel frattempo se poteva usare il telefono del <em>signor </em>Maso &#8211; senza stare a risalire il poggio fino alla sua casa &#8211; per avvertire suo figlio, giù alla falegnameria.</p>
<p>Dopo neanche un quarto d’ora videro Franco arrancare sudato in bicicletta su per il sentiero. Gettò la bici e si precipitò nella legnaia. Carezzò il cane e tra le lacrime disse: «Addio, Leone, il mio unico amico».</p>
<p>Lucetta chiese perché Franco non avesse amici. «È un solitario o forse pretende dalle persone troppo… non si accontenta di quello che possono dare».</p>
<p>Poi zio e nipote rientrarono in casa.</p>
<p>Dopo poco li raggiunse Franco. «Maso, lo seppelliamo vicino a Recoleta?»</p>
<p>«Certo, certo. Pensate voi alla fossa questa volta. Io sono stanco. Chiamateci quando è il momento».</p>
<p>Tornò più tardi.</p>
<p>«Allora se volete venire… noi l’abbiamo portato con la carriola e babbo ha già scavato la fossa… ah, Maso, mia madre mi ha detto di riportarti il tuo plaid».</p>
<p>Lucetta e lo zio scesero insieme il declivio degli ulivi. Il vecchio diede la mano alla bambina per aiutarla nei punti più difficili della discesa.</p>
<p>Poi, mentre con le vanghe Bertino e Franco ricoprivano il cane, zio Maso – parafrasando il finale de “Le affinità elettive” &#8211; iniziò a dire sommessamente, quasi come una preghiera: <em>«Così riposano Leone e Recoleta, l’uno accanto all’altra. Pace aleggia sulle loro tombe […] e sarà un momento felice, quando si ridesteranno un giorno insieme».</em></p>
<p>«Che bella preghiera, zio!».</p>
<p>«Non è una preghiera. Sono le parole di un grande scrittore tedesco. Sono parole di Goethe. Come vedi i tedeschi non sono solo Hitler e non sono tutti cattivi se sanno scrivere parole come queste».</p>
<p>**** **** **** ****</p>
<p>La prima cosa che fece zio Maso alla partenza di Lucetta fu di telefonare al notaio Paroli.</p>
<p>«Sono Maso Gragnani. Grazie, signorina, sì, proprio il dottor Paroli».</p>
<p>«Mi dica, Gragnani».</p>
<p>«È per via di un lascito… ».</p>
<p>«Per vostro nipote Arnolfo?».</p>
<p>«No, per sua figlia Lucetta. I suoi dati glieli ho già inviati. Ma lei prepari carte e ogni cosa e poi, quanto prima, venga qui da me».</p>
<p>«D’accordo, Gragnani». Poi, dopo aver riattaccato: «Ma chi si crede di essere con i suoi ordini. Questa poi! Adesso lascerà tutto alla bambina… A me poi che m’importa… finché paga e paga abbondantemente… ».</p>
<p>Alcuni giorni dopo Franco bussò. «Scusa, Maso, ma ho incontrato il postino giù in paese e mi ha dato questa per te».</p>
<p>Era una lettera di Lucetta.</p>
<p>Maso, seduto sul suo dondolo, non ebbe la forza di leggerla.</p>
<p>         Si alzò, infatti, poco dopo per telefonare alla Rita:</p>
<p>«Senta, Rita, non avrebbe del brodo?».</p>
<p>La donna lo sentì ansimare.</p>
<p>«Non sta bene, signor Maso?».</p>
<p>«No… ».</p>
<p>«Non si preoccupi per la cena. Verrò io».</p>
<p>La Rita gli scaldò il brodo e glielo servì. Maso Gragnani lo sorbì a fatica. Poi prese la lettera di Lucetta andò a posarla sullo scrittoio. Richiuse a chiave la stanza e salì a dormire.</p>
<p>La mattina dopo alle 10 era ancora a letto. La Rita trovò – cosa insolita &#8211; la casa chiusa e solo verso mezzogiorno vide comparire il vecchio sulla soglia.</p>
<p>«Le serve qualcosa, signor Maso?».</p>
<p>«No, Rita, grazie».</p>
<p>«Si sente bene?».</p>
<p>«Sì, sì. Ho dormito e ora sto bene».</p>
<p>Ma sapeva di mentire.</p>
<p>Quel giorno a pranzo non mangiò. Si appisolò sul dondolo. A intervalli regolari si svegliava. Quando qualcosa nella sua mente di colpo lo scuoteva. Poi la stanchezza aveva di nuovo il sopravvento. Un’alternanza di sonno e veglia molto faticosa.</p>
<p>Inconsapevole &#8211; come in un sogno &#8211; ripercorreva tutta la sua vita. Un sogno che si tramutava sovente in incubo.</p>
<p>Alle 16 raccolse tutte le sue energie e si rinchiuse nella stanza. Aprì la lettera e lesse.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Caro zio, sono a Firenze e voglio scriverti. Sono stata contenta con te. Papà mi vuole portare sulle montagne che si chiamano Dolomiti, ma io volevo stare ancora da te perché non c’è più Leone e tu sei solo. Ma lui non vuole. Dice che mi fa bene l’aria della montagna. A me fa più bene l’aria di ***  e con te sto bene. Ma papà comanda lui. Lui non mi legge “Piccole donne” perché dice che è un libro sciocco. A te non sembra sciocco. Papà vuole insegnarmi delle cose che mi annoiano. A me piacciono le tue storie di Buenosaire e dei tedeschi. Le cose che mi dice papà sono sempre noiose. Quando sono grande mi porti con te a Buenosaire? E mi fai vedere anche lo zoo dove c’è la tigre del Bengala? Poi quando sono grande voglio leggere i libri che mi dici tu. Anche quelli del tuo amico Borches. Non voglio leggere quelli della signora Silvietta perché non ha sposato te, ma quello scrittore più giovane che si chiama come Hitler.</em></p>
<p><em>Prima di andare a letto leggo ad alta voce le parole dello scrittore tedesco, ma che era buono che mi hai scritto sul mio quaderno rosso e fingo che sono una preghiera per Leone. Aspetto che la vacanza finisce così torno la domenica da te. Tu aspettami fuori sulla seggiola col tuo sigaro. Papà dice che fa male fumare. Non so se è vero perché tu sei più vecchio di lui e hai sempre fumato il sigaro.</em></p>
<p><em>Ti mando un bacio</em></p>
<p><em>                                 Lucetta</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Maso ripose la lettera nella busta. Prese un foglio e iniziò a sua volta a scrivere.</p>
<p><em>Cara Lucetta, ho appena letto la tua lettera, seduto allo scrittoio di quella stanza che per lungo tempo ti ha fatto paura. Quella stanza sempre chiusa, che nessuno ha mai visto e che io ho aperto solo per te. Ora sai che non fa paura. Sai che qui ci sono i miei libri, le foto di Silvina e Greta, quelle di Recoleta e di Leone. </em></p>
<p><em>Ho addosso il plaid a quadri con cui abbiamo coperto, nelle sue ultime ore, Leone. Ho addosso il suo odore… è tutto quanto mi rimane di lui. Ora serve a coprire me… nelle mie ultime di ore. Sì, Lucetta, sento la morte avvicinarsi. La sento, a dire il vero, proprio vicina. Se tu non fossi così giovane mi sarebbe di conforto la tua presenza accanto a me. Magari anche con una carezza data dalle tue piccole mani. Quelle belle manine che guardavo mentre percorrevano il pelo di un cane ormai alla fine. Con garbo, con delicatezza. Con amore soprattutto.</em></p>
<p><em>Sto facendo un grande sforzo a scriverti. Uno sforzo fisico. Ma questo sforzo te lo devo. È uno sforzo di gratitudine. Perché in quei pochi giorni trascorsi insieme tu mi hai fatto capire l’importanza, per un uomo, di avere una donna accanto. Anche se, come te, è solo una piccola donna. Proprio come quel libro che volevi ti leggessi. Quale delle sorelle March preferivi? Credi l’abbia dimenticato? Eri entusiasta di Amy e di quel suo viaggio in Europa con la vecchia zia brontolona… viaggio in cui  forse trovava anche un fidanzato. Ma qui la memoria non mi aiuta più. </em></p>
<p><em>Rimpiango di non averti voluto conoscere prima. Di averti sempre “subita” – nelle visite domenicali con tuo padre &#8211; non tanto perché amavo la solitudine e odiavo le famiglie &#8211; ma perché ti consideravo una Gragnani.</em></p>
<p><em>Invece, in quei pochi giorni insieme – soli – ho scoperto che non lo eri. Le tue parole continue erano un viatico per la mia anima stanca. Così come le tue domande e le tue risate. Non avevi il peso di quei silenzi che abbiamo tutti noi Gragnani. Un silenzio incolore e inodore. Un silenzio che non nasconde nulla. Un silenzio che copre solo un grande vuoto. </em></p>
<p><em>Credo che questo tuo carattere, invece, che questa tua grazia naturale ti vengano da tua madre. Cécile… che bella donna. E che intelligenza. Ha fatto bene a sparire. E se l’esperienza di un vecchio vale qualcosa allora ti dico che la ritroverai, che vi ritroverete e sarà, quello, un giorno felice per entrambe.</em></p>
<p><em>Non l’ho mai detto a nessuno, ma quando era in attesa di te e ancora non s’era allontanata dall’Italia, un giorno la vidi arrivare. Ero seduto, come sempre quando non lavoro, sulla mia seggiola davanti a casa. Sentii il rumore di una macchina e vidi il polverone alzarsi nell’ultimo tratto del sentiero. Poi vidi parcheggiare una Nuova500 gialla di fianco a casa di Bertino. E lei discendere il poggio e venirmi incontro con un abito leggero. A fiori. </em></p>
<p><em>Non amavo mio padre… non lo amavo perché non aveva la clemenza di un padre, l’amorevolezza di un padre, ma l’arroganza di un giudice. Lui sapeva comunque tutto. Ciò che era bene e ciò che era male. Come un Dio in terra. Quel Dio di giustizia che mi ha allontanato da qualunque pratica religiosa. La giustizia è degli uomini. Da un Dio, che è sopra gli uomini, avrei voluto bontà e misericordia. Da quel mio padre, che io vedevo come un Dio di giustizia, mi sentivo rifiutato, abbandonato, tradito perché ero diverso da lui. Cancellato addirittura quando &#8211; io decenne &#8211; nacque mio fratello Bernardo, tuo nonno… Lui sì che era un figlio degno: docile e remissivo. Cancellato…  È orribile, sai, per un figlio. Ma che vuoi… ho dovuto rassegnarmi, ugualmente, ai suoi continui insegnamenti. Li ho – diciamo così – interiorizzati. Per cui ti devo dire che non vidi Cécile, tua madre, scendere dalla piccola auto, ma la Primavera del Botticelli. E non solo per l’abito, ma anche per i capelli, per lo sguardo, per le labbra.</em></p>
<p><em>Mi venne incontro sorridente.</em></p>
<p><em>«Immagino che lei sia Maso. Lo zio Maso».</em></p>
<p><em>Annuii incantato dalla sua bellezza.</em></p>
<p><em>«Io sono Cécile. Non so se i Gragnani le hanno parlato di me… Di lei sì… come della pecora nera in una famiglia tanto per bene. Ma non mi hanno mai detto altro. Io aspetto un figlio da suo nipote Arnolfo. Non lo voglio. Non amo suo nipote. Ho fatto l’amore con lui, ma… senza amore. Succede. Ma lo farò, questo figlio per “una questione di principio”. Lo farò per loro, non per me. Credo a questo punto di essere io la vera pecora nera».</em></p>
<p><em>«Perché sei venuta?».</em></p>
<p><em>«Perché ho avuto la sensazione che lei fosse l’unico a potermi capire. Una sensazione… quasi una certezza».</em></p>
<p><em>«Io non capisco nulla di donne, di bambini e di famiglie».</em></p>
<p><em>«Non ci credo, ma non ha importanza. Quando ero piccola, nella nostra casa in boulevard Raspail, facevamo il presepe. A me era lasciato il compito di disporre le pecore. Ne avevamo tante. Tutte bianche. Una sola nera. Il posto per quella m’impegnava particolarmente. Amavo quella pecorina».</em></p>
<p><em>«Non mi sento proprio una pecora… né bianca né nera».</em></p>
<p><em>«Non le voglio rubare più tempo. Volevo solo conoscerla. Dirle che amo la vita e che un domani amerò anche questo figlio. Ma ora no. Un figlio vuol dire famiglia… anzi famiglie. Io non me la sento di vivere la vita dei Gragnani né Arnolfo di vivere una vita con me… C’è sempre la sua famiglia in primo piano. Le famiglie italiane mi spaventano. Ma un giorno, se mio figlio potrà capire e, forse, perdonare, io ci sarò».</em></p>
<p><em>«Dici a me queste cose come se io…».</em></p>
<p><em>«Gliele dico perché anch’io ho bisogno di comprensione… Anch’io ho bisogno di calore. Ora la saluto e, se mi permette, la bacio». </em></p>
<p><em>Non ebbi la prontezza né l’educazione di dire qualcosa. Ero tramortito. Ma tua madre mi baciò e fu, quello, l’ultimo bacio di una donna prima dei tuoi.</em></p>
<p><em>Non mi ero alzato quando era arrivata né mi alzai nel momento in cui se ne andò. Ero turbato. Turbato e sedotto. La seguii con lo sguardo mentre si avviava all’auto, risalendo il poggio, ondeggiante nel suo vestito leggero che lasciava trasparire il ventre ingrossato. Mise in moto e di nuovo la polvere del sentiero si alzò nascondendo quel giallo violento. Ricordo che pensai: «Che colore! Solo una come lei poteva sceglierlo. Una così cos’ha a che fare con la famiglia Gragnani dove tutto è misura, forma, disciplina… vuoto!».</em></p>
<p><em>Per lungo tempo il pensiero di tua madre occupò la mia mente. Poi ritornai a incancrenirmi nella mia solitudine.</em></p>
<p><em>Il resto è ormai storia nota anche a te. La morte di tua nonna, di mio fratello Bernardo, poi le visite domenicali tue e di tuo padre. Perdonami, ma mi sembra di sentirlo mio nipote: «Si va da zio Maso. È una questione di principio».</em></p>
<p><em>Ecco perché ero indifferente, impassibile, infastidito dalle vostre venute.</em></p>
<p><em>Lo zio Maso non è quel cattivo che per un certo tempo hai creduto. So che ora anche tu lo sai. Ed è anche per questo che con i brividi della morte addosso continuo a scriverti.</em></p>
<p><em>E ora veniamo a te, mia piccola donna. Cresci serena e libera. Senza “questioni di principio” da seguire. Non esistono principi e, se esistono, non sono mai così importanti da ostacolare il naturale fluire della vita. Non farti intrappolare da niente e da nessuno. E goditi il tuo corpo, senza nessun principio, ma con naturalezza. Un corpo che sarà anche un piacere per la vista altrui se dovesse, anche solo di poco, assomigliare a quello di tua madre.</em></p>
<p><em>Ti dissi, guardando insieme le foto nella stanza “segreta”, che sono gli uomini a innamorarsi più delle donne. Ma ci sono anche donne che s’innamorano, come la mia Greta, e allora hanno una dedizione da animale e, come gli animali, sanno usare il loro corpo. </em></p>
<p><em>Sai, mi sei talmente piaciuta in quei giorni trascorsi insieme che, dopo il tuo rientro in città, non ho fatto che pensare a te. L’idea della morte vicina mi libera da ogni pudore. Allora… allora… ti dico che ti ho immaginata ragazza, bella, attraente e ho provato quelle gelosie, quelle paure che i padri o i nonni provano all’idea di qualunque pratica… sì, insomma… all’idea che un uomo… così, magari solo per divertirsi, potesse un giorno sfiorarti – peggio &#8211; toccarti malamente Poi risentivo la tua voce… ripensavo a Greta e a me e mi dicevo che può esistere anche un amore fisico sublime, che senza nulla levare al piacere dei sensi e della carne, eleva gli esseri umani. Li eleva e li completa. E allora il pensiero di un amore così anche per te mi ha tranquillizzato.</em></p>
<p><em>Poi mi ha tranquillizzato pensare a tua madre, a tua nonna, a te orfana &#8211; per certi aspetti &#8211; dell’una e dell’altra &#8211;  eppure… eppure anche tu così forte, così prodiga con un vecchio come me, privo di quelle buone maniere a cui ti aveva abituato mio fratello Bernardo. E ho ripensato che se le donne s’innamorano meno degli uomini è perché sono, fin da piccole come te, prese da impegni più importanti. Non abbiamo condiviso, forse, lo strazio della morte di Leone? Con chi altro se no? </em></p>
<p><em>Grazie, Lucetta, per avermi dato il tuo tempo e la tua allegria. Grazie per non essere una Gragnani, ma per aver saputo amare anche i Gragnani.</em></p>
<p><em>Io, purtroppo, sono stato una pecora nera in quella famiglia. Ma i miei silenzi sono stati silenzi di rabbia, non servivano a ricoprire un vuoto, un abisso. Solo un cuore sofferente.</em></p>
<p><em>Lo stesso cuore che tra poco cesserà di battere e che tu hai fatto palpitare con più velocità </em></p>
<p><em>Sii felice</em></p>
<p><em>                                   Zio Maso</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>PS. Ho stabilito che questa lettera ti venga consegnata dal notaio Paroli alla tua maggior età. Immagino che allora molte nebbie sulla tua vicenda si saranno dissipate, per cui non sarò io a levare il velo su verità che ti sono state nascoste perché la tua crescita fosse serena, ma che io credo tu intuissi già nei tuoi dieci anni… </em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Erano le 18 quando Maso Gragnani uscì dalla stanza e andò al telefono. Quel telefono al muro, che tanto aveva divertito Lucetta, ora rappresentava per lui un ostacolo. Le gambe non lo reggevano. Prese una seggiola. Si sedette. Poi nuovamente si alzò e compose il numero.</p>
<p>«Dottor Paroli, sono Maso Gragnani. Le devo consegnare una lettera per mia nipote Lucetta. L’aspetto domattina al più presto… Sì, alle 9 andrà benissimo. Non dopo perché ho da fare».</p>
<p>Gianni Paroli si rivolse alla segretaria: «Sempre per quella nipote. Ma che gli sarà preso? Poi mi mette anche fretta. Ha da fare quel vecchio! Figuriamoci… In ogni caso con i soldi che gli levo… sarò puntuale all’appuntamento».</p>
<p>L’abituale polverone accompagnò l’arrivo della macchina del notaio. Cosa insolita la seggiola impagliata sull’uscio era vuota. Paroli bussò e entrò in casa.</p>
<p>Nessuno nella grande cucina. L’unica stanza da tutti conosciuta.</p>
<p>«Che sia rimasto a letto? Mmh, questi signori d’altri tempi!» e il notaio salì le ripide scale di legno. Nella camera il letto era già stato rifatto. Ridiscese pensando di salire al poggio per chiedere alla Rita, ma, ritornato in cucina, si accorse che in fondo al corridoio c’era – stranamente &#8211; una luce accesa. Allora vi si diresse dicendo con tono deciso: «Gragnani, è qui?».</p>
<p>Silenzio.</p>
<p>Quando entrò nella stanza inciampò in un plaid a quadri. Poco distante, per terra, Maso Gragnani. Sullo scrittoio due buste. Una con la scritta: <em>«Per il dottor Paroli. Da consegnare a Lucetta Gragnani, mia nipote, al raggiungimento della sua maggiore età».</em> L’altra indirizzata <em>Al Signor Maso Gragnani, via del Poggio, 16 &#8211; **** (Firenze)</em>. La grafia era quella ancora grande e un poco incerta di una bambina.</p>
<p>Il notaio Paroli consegnò – come stabilito &#8211; la lettera a Lucetta al compimento dei suoi diciott’anni.</p>
<p>Era il maggio dell’88. Nello stesso mese la ragazza venne in possesso di quanto lasciatole da zio Maso.</p>
<p>L’anno successivo, dopo la maturità, Lucetta partì da Firenze per raggiungere la madre a Parigi.</p>
<p>Non è dato conoscere nulla del loro incontro. Possiamo solo ipotizzare che la figura di zio Maso, con la sua pace faticosamente raggiunta, avrà aleggiato sul loro ritrovarsi.</p>
<p>Arnolfo Gragnani rimase, quasi vestale, nella casa di Borgo Pinti a vigilare su mobili, tappeti, quadri, argenti – quell’<em>accumulo intollerabile della memoria </em>- nella solitudine più completa.</p>
<p>Inconsapevole di qualsiasi <em>oblio purificatore</em>.</p>
<p>Ma forse Borges non era, come per zio Maso, uno dei suoi autori preferiti.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?feed=rss2&amp;p=13413</wfw:commentRss>
		<slash:comments>3</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>LETTERATURA: Titti Follieri, Piccoli smarrimenti quotidiani, Zona 2009</title>
		<link>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13084</link>
		<comments>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13084#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 16 Aug 2010 04:56:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marisa Cecchetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13084</guid>
		<description><![CDATA[di Marisa Cecchetti Una raccolta di racconti, “Piccoli smarrimenti quotidiani”, dove Titti Follieri è attenta osservatrice dei comportamenti umani, dei sentimenti, ma non si escludono le cose, gli oggetti. Il tema trasversale, sia pur presente in modo metaforico, è quello del viaggio, sintetizzato dal riferimento al quadro di Kandinskji, nell’omonimo racconto, dove tre cavalieri al tramonto avanzano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Marisa Cecchetti</p>
<p>Una raccolta di racconti, “Piccoli smarrimenti quotidiani”, dove Titti Follieri è attenta osservatrice dei comportamenti umani, dei sentimenti, ma non si escludono le cose, gli oggetti.<span id="more-13084"></span> Il tema trasversale, sia pur presente in modo metaforico, è quello del viaggio, sintetizzato dal riferimento al quadro di Kandinskji, nell’omonimo racconto, dove tre cavalieri al tramonto avanzano su cavalli bianchi al galoppo. Viaggio reale e interiore. E’ proprio questo, con uno scendere sempre più a fondo nel buio dell’inconscio per riportare a galla qualcosa di rimosso eppure fondamentale, che dà densità alla prosa della Follieri. Si vuol portare un po’ di chiarezza nel magma, per arrivare alla consapevolezza del valore inestimabile della nostra libertà, al di fuori di ogni forma di oppressione, liberi da gabbie mentali. E’ uno stato di grazia che dà la possibilità di apprezzare “la gioia di abbandonarsi all’esistenza”, di vivere in modo pieno il rapporto col proprio corpo e con l’altro. Il culto dell’arte e della bellezza fanno tutt’uno con questo percorso, l’immaginazione e il sogno rimangono una cura per l’anima. Nei racconti, nonostante  un velo di malinconia, c’è il senso della preziosità di ogni giorno, finché possiamo vedere tramontare il sole.</p>
<p>Titti Follieri, Piccoli smarrimenti quotidiani, Zona 2009</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?feed=rss2&amp;p=13084</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>LETTERATURA: Gli anni Trenta in Germania rivisitati attraverso le poesie di Bertolt Brecht ed  illuminati da alcune riflessioni di Willy Brandt (5)</title>
		<link>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=12672</link>
		<comments>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=12672#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 15 Aug 2010 04:50:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nino Campagna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=12672</guid>
		<description><![CDATA[di Nino Campagna [Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (acitpescia@alice.it), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Nino Campagna</p>
<p><font size="2">[Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (<a href="mailto:acitpescia@alice.it">acitpescia@alice.it</a>), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore tanto preparato quanto appassionato. Non si finirebbe mai di ascoltarlo. Della cultura tedesca conosce non solo la letteratura, ma la musica e in modo tutto speciale - al contrario di quanto accade in Italia - la fiaba, che nella Germania gode di grande considerazione, quasi a livello di vero e proprio culto. Per la sua attività ultra quarantennale è stato insignito della croce al merito culturale concessagli dal Presidente della Repubblica Federale di Germania Horst Köhler. Essendo la sua opera protesa alla diffusione della cultura tedesca, la rivista è lieta della sua collaborazione, che ci farà conoscere molti aspetti interessanti di quella Nazione, e per questo lo ringrazia.]</font><span id="more-12672"></span></p>
<p>Le elezioni del novembre 1932, conclusesi &#8211;  come abbiamo già visto – con un pesante arretramento dei nazionalsocialisti e un minaccioso avanzamento dei comunisti, che raggiungeranno proprio in quella occasione il loro limite massimo, offrono lo spunto a Hitler per dipingere a tinte fosche il futuro della Germania. Forte dello slogan &#8211; “Se domani crolliamo noi nazisti, dopodomani in Germania ci saranno altri dieci milioni di comunisti” &#8211; il Führer sembra irremovibile nella sua convinzione di non collaborare giusto con quei politici, leggi von Papen, che egli riteneva i maggiori responsabili dell’avanzata comunista.  Ma, a dire il vero, il piano di von Papen di accontentare Hitler con un vicecancellierato e qualche ministero, più che per il diniego del Führer fallì per le manovre del generale von Schleicher, che, negandogli  l’appoggio dell’esercito, causò le sue dimissioni. Al vecchio Presidente non restava a quel punto altro che convocare il capo del partito più forte nel Reichstag, e attendere gli sviluppi degli eventi, che sarebbero maturati in un colloquio a quattrocchi. Questa volta von Hindenburg si mostrò insolitamente gentile e affabile con quel politico, che, solo qualche anno addietro, aveva ricevuto con molta sufficienza e inusuale freddezza.Tuttavia dopo l’infruttuoso colloquio, visto che Hitler reclamava un governo presidenziale sganciato da ogni pastoia parlamentare, in altri termini i pieni poteri, riassunti nella sua ormai proverbiale formula “o tutto o nulla”, l’incarico viene affidato al generale von Schleicher.  Ha così inizio tutta una serie di manovre dello stesso von Schleicher, che  tenta di spaccare i Nazisti, offrendo Ministeri importanti al capo dell’ala sinistra, Gregor Strasser. Questi non fu insensibile a  offerte, tra cui il vicecancellierato, che considerava allettanti, e a proposte obiettivamente interessanti, come quella di affrontare subito la piaga della disoccupazione, visto che  i cittadini senza lavoro erano ben sette milioni. Ad un certo punto si era sparsa la voce che Strasser stava per cedere, accettando quanto gli veniva proposto. Di queste trame venne subito messo al corrente Hitler, che, appoggiato da Göring e da Goebbels, convocò una riunione straordinaria, nel corso della quale ebbe un feroce alterco con Strasser, da lui definito senza mezzi termini “traditore”. Dopo ore di furenti scambi di accuse, contrassegnate  dalle proverbiali sceneggiate del Führer, che alternava attacchi isterici a pianti dirompenti, ad uscire vincitore incontrastato fu ancora una volta il capo indiscusso del partito nazionalsocialista. Fatto fuori Strasser, costretto a  dimettersi, fu Hitler in persona a condurre le trattative per la formazione di un nuovo governo e a mettersi d’accordo con von Papen. Alla fine, con un von Hindenburg ricattabile<strong> </strong>assieme al figlio &#8211; il generale Oskar -, per aver beneficiato di illeciti fondi statali previsti dalla Osthilfe,  si dimostrerà decisivo il peso della<strong> </strong>Reichswehr,<strong> </strong>o meglio di un autorevole personaggio della stessa, il generale Werner von Blomberg, che, garantendo la neutralizzazione di un eventuale colpo di Stato dell’ancora Cancelliere von Schleicher,  sarà poi ripagato con il Ministero della difesa. Di conseguenza non c’era ormai alcun ostacolo per la formazione di un governo con Hitler Cancelliere e von Papen suo vice.</p>
<p><strong>                                                       </strong><strong>Il fatidico 1933</strong></p>
<p>Così  il 30 gennaio del 1933 Hitler riceve l’incarico e giura nelle mani di von Hindenburg. Erich von Ludendorff, generale dell’estrema destra considerato eroe nazionale, reagisce in modo violento a quella nomina. Egli, che conosceva bene Hitler per anni di comune militanza nel partito appena costituito del nazionalsocialismo,  aveva  preso decisamente le distanze da lui subito dopo il fallito putsch di Monaco. Anzi proprio in quell’occasione aveva avuto l’ardire  di  accusarlo di viltà…. Questo generale, che godeva ancora di assoluto prestigio e non solo tra la destra reazionaria, indignato per quella designazione, invia a von Hindenburg  il seguente telegramma: “…con la nomina di Hitler a Cancelliere del Reich, Ella ha ceduto la nostra sacra patria tedesca a uno dei peggiori demagoghi di tutti i tempi. Le preconizzo che questo malvagio individuo getterà in un abisso il nostro Reich infliggendo immani sciagure alla nostra nazione. Le future generazioni La malediranno nella tomba per questa Sua scelta”. Lo storico Georg Hallgarten, riferendosi a Hitler, annota amaramente quel giorno stesso nel suo diario:  “Figura e comportamento di uno psicopatico grave, si dice che abbia di continuo schiuma in bocca… So bene, il capitano (von Hindenburg) del gigantesco battello, su cui navigo, è debole di mente e il timoniere pazzo…”.  Di Brandt, che è ancora a Lubecca, ci resta una testimonianza altrettanto pregnante, consegnata, come riporta Merseburger (cfr. bibliografia),  ad un volantino che in cima ha il titolo “Lettera ad un giovane lavoratore” e in basso la firma, ambedue scritte di pugno di Willy Brandt. Questo volantino  è incentrato sullo slogan in rima – che purtroppo si perde nella traduzione in italiano &#8211; “Wenn die Arbeiter zusammenstehen, müssen Hitler und Papen stempeln gehen” (Se i lavoratori stanno assieme, Hitler e Papen devono andare a firmare il cartellino di disoccupazione).</p>
<p>Ad essere ovviamente entusiasta dell’operazione è il vicecancelliere von Papen, convinto di essere riuscito ad ingabbiare Hitler in un governo di coalizione e avergli concesso solo tre ministeri su undici. Alla prima riunione di gabinetto, ancora privo di una maggioranza parlamentare perché composto solo dai nazisti e dai tedesco-nazionali, che nel Reichstag disponevano assieme di 247 seggi su 583, fu prospettato il coinvolgimento dei settanta deputati del “Zentrum”. Scartata questa ipotesi come pure quella di dichiarare decaduti i cento parlamentari comunisti dopo aver messo fuori legge il partito (KPD), rimaneva praticabile solo un ulteriore ricorso alle urne per elezioni politiche, che &#8211; e su questo erano perfettamente d’accordo sia il Cancelliere che il suo vice – dovevano essere le ultime!</p>
<p>A far precipitare la situazione un atto criminale scientemente preparato: l’incendio del Reichstag. Ad essere incolpato ed arrestato un giovane comunista olandese, uno sbandato trovato lì per caso, mentre, come sarà appurato in seguito, il fuoco era stato appiccato in più parti e da mani ben esperte.</p>
<p>Sarà una poesia di Brecht a fornire un’idea precisa sulla “dinamica” dei fatti:</p>
<h2>Die Morität vom Reichstagsbrand (La vera storia dell’incendio del Reichstag), 408 &#8211; 1933 -</h2>
<p> </p>
<p><em>1                              </em></p>
<p><em>Nonostante il trombettiere per tredici anni</em><br />
<em>A tutto il mondo abbia annunziato</em><br />
<em>I crimini della Comune</em><br />
<em>Non ne fu perpetrato ancora nessuno.</em></p>
<p><em>&#8230;</em></p>
<p><em>3</em></p>
<p><em>Un giorno, era ancora inverno,</em><br />
<em>Si rimase sulla spiaggia di Panke</em><br />
<em>Infatti il Führer disse: nella</em><br />
<em>Aria oggi  c’è un incendio del Reichstag.</em></p>
<p><em>4</em></p>
<p><em>E la sera di quel lunedì</em><br />
<em>Un imponente edificio era in fiamme</em><br />
<em>Terribile era il crimine</em><br />
<em>Sconosciuti  gli esecutori.</em></p>
<p><em>5</em></p>
<p><em>A dire il vero fu trovato un ragazzo</em><br />
<em>Che portava solo pantaloni </em><br />
<em>E rivestita di tela</em><br />
<em>La tessera della Comune</em></p>
<p><em>….</em></p>
<p><em>15</em></p>
<p><em>E prima che fosse trascorsa la notte</em><br />
<em>Di quel febbraio insanguinato</em><br />
<em>Fu giustiziato o imprigionato</em><br />
<em>Chi di Hitler era un nemico.</em></p>
<p><em>…</em></p>
<p>Era la sera del 27 febbraio, ed il giorno dopo Brecht lascia definitivamente Berlino, per ritornarci solo a guerra finita…</p>
<p>L’incendio del Reichstag era in ogni caso proprio  il pretesto tanto atteso per emanare un ulteriore decreto, questa volta per la  “difesa del popolo e dello Stato”, in base al quale si sospendevano tutte le garanzie costituzionali e si conferiva alla polizia la facoltà di arrestare chiunque per ragioni di ordine<strong> </strong>pubblico. Gli 81 deputati comunisti,  che di lì a poco dopo (5 marzo) saranno democraticamente eletti, non sono stati in condizione di varcare la soglia del Reichstag, convocato per la seduta inaugurale tre settimane dopo (21 marzo). La maggior parte di essi era già stata arrestata e internata nei campi di concentramento, mentre altri erano riusciti appena in tempo ad emigrare o a scomparire nella clandestinità. Venivano così annientati in un colpo solo le traballanti  istituzioni democratiche e i diritti fondamentali della persona.<strong> </strong>Cominciava una vera e propria caccia all’uomo, i cui destinatari  non erano soltanto gli avversari politici. Da quella fine di febbraio il già tristemente noto campo di concentramento di Sonnenburg farà fatica a reggere all’improvviso sovraffollamento…</p>
<p>Sonnenburg, 1933 &#8211; 454 -</p>
<p><em>1</em></p>
<p><em>C’è a Sonnenburg</em><br />
<em>Un lager tedesco</em><br />
<em>Detenuti e guardie</em><br />
<em>Sono entrambi magri.</em></p>
<p><em>2</em></p>
<p><em>Gli affamati che vanno fuori</em><br />
<em>Fanno la guardia a chi sta dentro</em><br />
<em>In modo che non si ribellino</em><br />
<em>E sfuggano alla fame</em></p>
<p><em>3</em></p>
<p><em>Mostrano anche le armi:</em><br />
<em>Verghe e pistole</em><br />
<em>Con cui di notte</em><br />
<em>Vanno a prelevare gente affamata.</em></p>
<p><em>4</em></p>
<p><em>Quando vedono il Führer</em><br />
<em>Restano immobili come pareti</em><br />
<em>E levano in alto il braccio</em><br />
<em>E mostrano le mani</em></p>
<p><em>5</em></p>
<p><em>In modo che quello veda come giorno e notte</em><br />
<em>Siano dietro ai loro fratelli</em><br />
<em>Ma le loro mani sporche di sangue </em><br />
<em>Siano ancora vuote.</em></p>
<p><em>6</em></p>
<p><em>Se fossero più saggi, dalle catene</em><br />
<em>Strapperebbero prima possibile</em><br />
<em>Gli uomini magri</em><br />
<em>E andrebbero a prendere i grassi!</em></p>
<p><em>7</em></p>
<p><em>Allora avrebbe il Lager</em><br />
<em>Di Sonnenburg una utilità.</em><br />
<em>Quando i grassi puliranno</em><br />
<em>Ai magri gli stivali.</em></p>
<p>La situazione da delicata diventa drammatica. Per la sinistra, sia quella parlamentare della SPD, che quella rivoluzionaria del KPD, non c’era più spazio. A resistere e a fare barricate rimane il piccolo partito della SAP, il cui giovanissimo responsabile per la propaganda di Lubecca, Frahm, firma volantini con cui accusa  apertamente  i Nazisti dell’incendio del Reichstag. Egli, come testimonia Merseburger, si serve di questa forma di propaganda per sostenere che: “se Hitler e le sue SA hanno potuto metterci i loro stivali sulla nuca, questo si deve prevalentemente al cosiddetto riformismo di Sindacati e SPD. Il Willy Brandt del marzo 1933 non aveva alcun dubbio che i socialdemocratici erano stati gli affossatori del proletariato, spianando così la via ai fascisti, perché avevano inculcato nei lavoratori i concetti di democrazia e di repubblica come sacre reliquie. Erano stati proprio i socialdemocratici a marciare fianco a fianco con i nemici mortali della classe dei lavoratori, a sedere con loro nel governo e a sopportare ancora la loro dittatura, quando essi stessi hanno ricevuto la pedata”. Tuttavia il 3 marzo anche il direttivo della SAP decide di sciogliere il partito, nella convinzione che solo movimenti di massa avrebbero potuto opporsi alla imponente avanzata dei nazionalsocialisti. Nei giorni seguenti c’è ancora un timido tentativo di salvare il partito e per questo motivo viene  convocato un congresso clandestino da tenersi in un ristorante nei pressi di Dresda nei giorni 11 e 12 marzo. Frahm partecipa al congresso come delegato di Lubecca. Quasi tutti i sessanta delegati, dato che sono  perfettamente al corrente dei rischi che corrono,  prendono un nome di battaglia.  Herbert Frahm sceglie Willy Brandt, un nome che lo accompagnerà per tutta la vita e, assieme alla stragrande maggioranza dei delegati, decide di opporsi allo scioglimento della SAP e di mettere al centro dell’azione chiaramente illegale “la lotta di liberazione” nel Reich. Per l’occasione vengono prefigurati dei centri di appoggio internazionali e nominati i rispettivi responsabili per Parigi e Oslo. Da queste centrali operative bisognava provvedere a tenere aggiornata e soprattutto a finanziare  tutta l’organizzazione clandestina. A Dresda viene anche eletto un direttivo e Brandt resta confermato nell’incarico di responsabile dell’Ufficio propaganda di Lubecca.</p>
<p>Intanto i nazionalsocialisti, pur avendo stravinto le elezioni politiche, non hanno raggiunto l’auspicata maggioranza assoluta per poter governare senza dover ricorrere a coalizioni da loro aborrite. Convinti come sono di avere ormai in pugno opinione pubblica e Paese, forzano  von Hindenburg  a sciogliere il Reichstag appena eletto e a indire nuove elezioni, che vengono fissate per il 5 marzo. La decisione viene salutata dai Nazisti con manifestazioni imponenti e minacciose. Ebbri di gioia e letteralmente invasati, più di 25.000 uomini armati, appartenenti alle famigerate SA e SS, marciarono  nelle loro tristemente note divise (camicia bruna e camicia nera) davanti al palazzo presidenziale e alla Cancelleria. Era una dimostrazione di forza senza precedenti, in grado di convincere i dubbiosi e di intimorire gli avversari politici. Hitler, da parte sua, dà segnali altrettanto precisi. Erano trascorsi solo due giorni dalla sua presa del potere, quando,  con un appello dai toni inequivocabili, si rivolge via radio al popolo tedesco, rivelando un’intima convinzione che toccava un nervo scoperto di tantissimi tedeschi: “quattordici anni di marxismo hanno rovinato la Germania. Un anno di bolscevismo la distruggerebbe”. Ma non erano solo i comunisti gli obiettivi dei suoi strali feroci; il 4 febbraio, prendendo a pretesto una serie di articoli che avevano denigrato Wagner, di cui ricorreva il 50° della morte, emana un provvedimento di urgenza contro la libertà di riunione e di stampa. Si trattava di una misura chiaramente liberticida contro cui si scaglia tra gli altri  Carl von Ossietzky con un articolo apparso sulla  “Weltbühne”, da lui diretta. Questi segnali di per sé inquietanti, rivolti a quelle frange di opinione pubblica che ancora si illudevano di tenergli testa, dovevano di lì a poco essere addirittura seguiti da ulteriori provvedimenti, rivolti espressamente contro i candidati della sinistra. A costoro fu resa difficile, per non dire impossibile,  la partecipazione alla stessa campagna elettorale; squadracce di energumeni provvedevano a delle vere e proprie operazioni di pestaggio, mentre si vietavano o si strappavano i loro manifesti. Molte redazioni di giornali furono addirittura costrette alla chiusura. A quel punto la misura era veramente colma e il clima troppo avvelenato per chi ancora si illudeva di restare in Germania. Comprensibile quindi come chi era nelle condizioni di farlo rompesse ogni indugio, lasciando in tutta fretta casa e beni. Comincia così una generale fuga da un Paese, dove non era ormai garantito alcun diritto. La scelta dell’esilio era per certi versi obbligatoria. Fuggono all’estero schiere di intellettuali e di letterati, mentre la caccia ai comunisti si fa  impietosa. Quell’ignobile decreto, emesso all’indomani dell’incendio e accettato supinamente sia dal Presidente del Reich che dagli alleati di governo, faceva adesso della Germania uno Stato di polizia, rendendo “legali” l’arbitrio e la violenza. Era il presupposto su cui si sarebbe fondata una dittatura che di lì a poco avrebbe gettato la Germania e l’Europa in una tragedia senza eguali. Ormai le elezioni del 5 marzo incombevano e l’intera nazione, soggiogata dal flauto per nulla magico di Hitler, sembrava letteralmente impazzita, contagiata com’era da quel delirio di onnipotenza che ormai regnava nel partito nazionalsocialista. In questo contesto di irrefrenabile esaltazione doveva rimanere inascoltata la flebile, seppur coraggiosa voce dell’ex cancellire Brüning, che, oltre a minacciare pesanti<strong> </strong>rivelazioni sull’incendio del Reichstag, confidava<strong> </strong>ancora in un scatto di orgoglio del Vecchio Generale, forgiato da una lunghissima militanza nelle fila della “Wehrmacht”, da sempre paladina dell’onore della patria e custode della libertà della Nazione. A continuare  ad imperversare era invece Göring, assurto al ruolo di incontrastato secondo nella scala gerarchica dei Nazisti. Questo figuro, che tanta strada dovrà fare nel governo del Reich, non ha ormai alcuna remora a palesare il suo  bieco quanto viscerale anticomunismo: “La mia missione è distruggere e sterminare. Non mi preoccupo della giustizia. Sfrutterò fino in fondo i poteri dello Stato e le forze della polizia per strangolarvi con le mie mani, miei cari comunisti.” Il suo ordine di fare uso delle armi è diretto contro tutti gli avversari politici: “… ogni pallottola che scappa dalla pistola della polizia, è una mia pallottola. Se questo viene definito omicidio, sono stato io ad ordinarlo, allora sono stato io a uccidere. Io ho ordinato tutto, io coprirò tutto”.</p>
<p>Questo era il clima in cui ebbero luogo le elezioni politiche del 5 marzo 1933, le ultime che conobbe la Germania prima di inoltrarsi nella lunga notte della nebbia e del terrore. Tuttavia, sebbene dalle urne non fosse arrivata neppure questa volta l’auspicata maggioranza assoluta, la giornata viene proclamata “Giornata del risveglio nazionale”. Il partito di Hitler, pur passando dal 33,1 al  43,9 per cento, deve appoggiarsi per governare ai tedesco-nazionali e agli “Stahlhelm” (Elmi d’acciaio). Solo così può ottenere una risicata maggioranza  in Parlamento. Nel Paese infatti rimaneva ancora una larga fetta di potenziali oppositori, visto che la SPD, con poco più di sette milioni di voti, si confermava il secondo partito e i comunisti, nonostante gli omicidi e le deportazioni, erano pur sempre quasi cinque milioni. Hitler non nasconde il proprio disappunto per il mancato trionfo e non sono certo le affermazioni di Goebbels – “Che cosa mai significano le cifre? Siamo i padroni assoluti in Prussia e in tutto il Reich. Questo per ora ci basta. ” – a mitigarne  l’amarezza. Per completare l’opera di nazificazione dell’intero paese, fu estesa la tristemente nota “Gleichschaltung” (livellamento), in base alla quale era “legale” sostituire tutti i responsabili al massimo livello delle Regioni, delle Province, delle città e delle forze di polizia con gente di assoluta fiducia. Compiuto su scala nazionale questo livellamento, non restava ora che celebrare in pompa magna la nascita ufficiale del Terzo Reich. Per la cerimonia, che doveva assurgere ad evento unico ed irripetibile, tutto viene scelto con la massima cura. Di conseguenza eccezionale doveva essere la data, quella del 21 marzo 1933, che coincideva con la ricorrenza della nascita del Secondo Reich; eccezionale la città, Potsdam, che era l’antica residenza dei re di Prussia; eccezionale la chiesa, quella “Garnisonkirche”, che custodiva le spoglie degli antichi Re di Prussia.  Non si sarebbero potute mettere assieme condizioni- quadro più degne per dare vita ad una inaugurazione, che doveva essere solenne e imponente al contempo, capace di impressionare deputati e opinione pubblica. La coreografia e la scena, studiate e realizzate per offrire una cornice degna alla giornata, erano coinvolgenti. In una interminabile processione di autorità e notabili, spiccavano grandi uniformi, divise e armature storiche e moderne, bandiere, labari, il tutto in un’atmosfera mista di esaltazione e di commozione. In questo scenario che incuteva soggezione e timore reverenziale sarà  il  vecchio von Hindenburg a prendere per primo la parola: “Auguro che lo spirito antico di questo luogo sacro alla nostra storia scenda sugli uomini di oggi…”. Parole stanche e forse poco convinte di un uomo ormai alla fine della sua esperienza terrena. A questo intervento il Führer contrappose la sua incrollabile fede nella “Provvidenza”, di cui si sentiva una diretta emanazione e della cui protezione era fermamente convinto. Solo due giorni dopo, nella prima riunione del nuovo Reichstag, egli ottiene finalmente i pieni poteri e, grazie alla “legge per eliminare le sofferenze del popolo e del Reich”, calpesta ed annienta quella libertà, che tanto ipocritamente aveva promesso di rispettare, giurando davanti alla tomba di Federico il Grande.  Trattandosi tuttavia di una legge che incideva pesantemente sui dettati costituzionale, c’era bisogno di una maggioranza dei due terzi del parlamento. L’approvazione avviene grazie alla docilità di Hindenburg e alla connivenza del  “Zentrum” di monsignor Kaas, al quale era stato promesso il rispetto dei diritti della Chiesa. A<strong> </strong>pesare, e non poco, anche le assenze forzate dei deputati socialdemocratici e comunisti, questi ultimi in parte fisicamente eliminati, in parte arrestati e internati nei campi di concentramento. Decimata l’opposizione &#8211; dodici dei centoventi parlamentari socialisti erano stati tra l’altro arrestati per garantire al governo una tranquilla maggioranza… &#8211; risuonò deciso nell’aula del teatro “Krolloper”, che per l’occasione sostituiva l’inagibile sede del Reichstag, l’intervento coraggioso del capogruppo della SPD Otto Wels, che, come scriverà Brandt nei suoi “Ricordi”, motiverà il suo fermo no alla legge dei pieni poteri con una coraggiosa presa di posizione: “Nessun decreto potrà darvi il potere di distruggere le idee della libertà. Voi ci perseguitate, ma noi socialdemocratici tedeschi confermiamo in questo tragico momento storico la nostra fedeltà ai principi di umanità e di giustizia&#8230; Siamo senza armi, senza armi, ma non senza onore” (da “Erinnerungen”. Ricordi). Spietata la reazione di Hitler chiamato direttamente in causa. Egli con parole di fuoco ed un tono sempre più fremente investì l’oppositore, scrivendo involontariamente una pagina tra le più funeste nella storia del Reichstag: “Nessuno ha chiesto i vostri voti perché voi siete già morti e già risuonano i rintocchi funebri. La Germania sarà libera senza di voi. Oggi ci accusate di perseguitarvi, ma avete dimenticato gli anni e il carcere che ci avete inflitto… Per anni mi avete ingiuriato rinfacciandomi di essere un imbianchino e mi avete minacciato di scacciarmi dalla Germania come un cane rognoso. Mi ritenete uno zotico, un barbaro. Sì, noi siamo barbari e vogliamo esserlo perché noi ringiovaniremo il mondo”. Dopo questo intervento rabbioso e minaccioso al contempo, la legge venne approvata con una schiacciante maggioranza (quattrocentoquarantuno a favore e novantaquatttro contrari!). Questo può essere considerato  il degno prologo dell’era nazista, che, secondo il Cancelliere, sarebbe dovuta durare mille anni… Forte di questo decreto,  Hitler intima il 31 dello stesso mese ai parlamentari dei Länder di sciogliersi e di ricostituirsi rispettando i risultati delle ultime elezioni nazionali. Viene così di colpo cancellata la  struttura federale della Germania per dare vita ad uno stato fortemente centralizzato. Ormai è il Führer a decidere per tutti. Su pressione delle SA il 1° aprile viene proclamata una giornata di boicottaggio nazionale dei commercianti ebrei. Nelle vetrine dei loro negozi vengono collocati grandi<strong> </strong>cartelli con la scritta “Juden”, che comportava  il divieto di entrare e di acquistare. Nello stesso mese vengono emanate le leggi razziali.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?feed=rss2&amp;p=12672</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Sarò fuori casa dal 14 al 21 agosto</title>
		<link>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13423</link>
		<comments>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13423#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 14 Aug 2010 04:57:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[BLOG]]></category>
		<category><![CDATA[Rivista d'arte Parliamone:]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=13423</guid>
		<description><![CDATA[Sarò fuori casa dal 14 al 21 agosto. Gli articoli sulla rivista sono già programmati. Non inviatemi e-mail nel frattempo, perché non saranno lette. Cominciate a scrivermi a partire dal 22 agosto. Grazie. bdm]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sarò fuori casa dal 14 al 21 agosto. Gli articoli sulla rivista sono già programmati. Non inviatemi e-mail nel frattempo, perché non saranno lette. Cominciate a scrivermi a partire dal 22 agosto. Grazie. <em>bdm</em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?feed=rss2&amp;p=13423</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>LETTERATURA: Curzio Malaparte: &#8220;Mamma marcia&#8221;, 1959</title>
		<link>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=12947</link>
		<comments>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=12947#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 14 Aug 2010 04:51:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=12947</guid>
		<description><![CDATA[di Bartolomeo Di Monaco [Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]   Tra onirismo ed espressionismo si apre questo romanzo – confessione, uscito postumo, a cura di Enrico Falqui, due anni dopo la morte dell’autore (al secolo Kurt Erich Suckert – Prato, 9 giugno 1898 – Roma, 19 luglio 1957). La confessione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Bartolomeo Di Monaco<br />
[Per le altre sue letture scorrere <a href="http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?page_id=574">qui</a>. Il suo blog <a href="http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?cat=20">qui</a>.]  </p>
<p>Tra onirismo ed espressionismo si apre questo romanzo – confessione, uscito postumo, a cura di Enrico Falqui, due anni dopo la morte dell’autore (al secolo Kurt Erich Suckert – Prato, 9 giugno 1898 – Roma, 19 luglio 1957).<span id="more-12947"></span></p>
<p>La confessione consiste nel ripercorrere la sua vita con le gioie e le delusioni che l’hanno contraddistinta. La madre sta morendo, il figlio è accorso al suo capezzale. La madre sa che è la prima volta che il figlio si apre a qualcuno ed è felice che lo faccia con lei. Qualche volta si appisola penetrata a poco a poco dalla morte, ma l’autore non si arresta, non fa pause. Davanti a quella morte avverte la necessità di fare il bilancio anche della sua vita. Troveremo scritto più avanti che un uomo comincia a morire soltanto quando muore sua madre.</p>
<p>Il titolo viene da questa frase: “<em>L’Europa è ormai una mamma marcia</em>”.<br />
È l’Europa del dopo guerra, percorsa dalle oniriche farfalle nere e dalle formiche rosse che divorano i cadaveri. L’Europa dove sottoterra stanno le donne morte incinte che generano figli: “<em>basta il peso del nostro passo sulle macerie dell’Europa, per far uscire dall’utero di questi cadaveri incinti i feti della gioventù.</em>”</p>
<p>Sono immagini forti che provengono dall’esperienza di guerra dell’autore, inviato speciale al fronte del <em>Corriere della Sera</em>. Vi appaiono i segni di una morbosità quasi avanguardistica, di un ritorno all’esperienza futurista che lo vide collaboratore della rivista <em>Lacerba</em>.</p>
<p>Nel dolore c’è compiacimento. La morte, quanto più è nauseabonda, tanto più ha poteri rivitalizzanti: “<em>Dal ventre della donna usciva a poco a poco la testa di un bambino, calva e rosea. La donna morta aveva la faccia contratta, i denti stretti, gli occhi spalancati. Stringeva con le mani l’erba; era come aggrappata alla terra. Era una cosa orribile e meravigliosa, vedere il bambino vivo nascere dal ventre della donna morta. Era una cosa meravigliosa, e paurosa, vedere il cadavere di una donna, una mamma morta, una mamma marcia, dare alla luce un essere vivo, un figlio vivo.</em>”</p>
<p>Nella letteratura troviamo raramente immagini così nitide e terrificanti, sapientemente espresse. Bisogna riandare allo stesso Malaparte di “<em>Kaputt</em>” e de “<em>La pelle</em>”: gli occhi sgranati, cupidi e impauriti che ritraggono la realtà e la trasfigurano. Non è a caso che due aggettivi che compaiono affiancati siano quasi sempre gli stessi: <em>“terribile” e “meraviglioso”</em> Il meraviglioso risiede nell’imprevisto che si avvera, e il terribile, l’orribile, nel fatto che i nuovi figli “<em>Porteranno sempre in sé qualcosa di morto, di marcio.</em>”</p>
<p>La guerra segna le generazioni. Malaparte è tornato mutato, la madre se n’è accorta. Il mutamento è dovuto, spiega il figlio, non tanto alla cattiveria necessaria a combattere il nemico, ma a ciò che accadeva di terribile nell’esercito italiano: “<em>A voi facevano vedere la guerra nelle cartoline illustrate. Ma io, dietro la stazione di Belluno, nei fossi intorno a Treviso, ecc., ho visto fucilare dei poveri siciliani, dei poveri sardi, dei poveri calabresi, giunti con ventiquattro ore di ritardo dalla licenza solo perché la loro tradotta era giunta in ritardo. Li ammazzavano come cani rognosi</em>”.</p>
<p>La vita di Malaparte è un continuo temere la morte, un tentativo continuo di fuggirla, ma con un esito contrario. Temendo la morte, Malaparte le va incontro. Davanti alla madre morente, sono i ricordi di morte che prevalgono, il fratello Sandro, il nipote Giorgio rivivono come se fossero risorti, ma con il pallore della morte impressa sul volto. È una morte spettrale quella che domina la prima parte del romanzo: una morte composta di silenzio e del nulla: “<em>Io ho natura di cane, e avverto gli odori, le presenze invisibili, gli oggetti trasparenti, incorporei.</em>”</p>
<p>A poco a poco il silenzio e il nulla diventano strumenti di un panteismo che fa nascere ogni specie vivente da una stessa matrice. La madre diventa la donna, da cui tutto si genera per correre, però, verso la morte.</p>
<p>Significativo del delirio in cui versa la società, dall’Italia fino all’Europa, è l’episodio della fucilazione di un poveretto presso il paese di Coltano, tra Livorno e Pisa. Costui, nell’attesa che il plotone gli spari, non fa altro che ridere. E anche Malaparte lo farà, finché il poveretto non sarà ucciso. Dirà: “<em>il riso è una condanna.</em>”</p>
<p>La guerra è una pazzia, e molti vigliacchi, come i fucilatori, approfittano dei poveri cristi che lascia nelle loro mani la guerra, per decidere la vita degli altri. Per mostrare che anche loro contano qualcosa.</p>
<p>Il romanzo si tinge sempre più di una profonda ed irreversibile amarezza. Malaparte non ha fiducia nell’avvenire e negli uomini. La guerra ha mostrato il marcio dell’umanità, che ora è dilagato ovunque: “<em>per un uomo che ha fatto la guerra, non c’è patria né bandiere né gloria né vittoria né pace, che possano fargli dimenticare la guerra.</em>”</p>
<p>Il ruolo della madre morente è quello di raccogliere una confessione che altrimenti non sarebbe mai stata fatta ad altri. Lo stupore che a volte dichiara sommessamente dà alla confessione del figlio quell’eterea armonia spirituale che rende la scrittura quasi un afflato di sofferta poesia: “<em>Un uomo muore, quando sua madre muore. La vera morte di un uomo – disse mia madre – comincia quando sua madre muore.</em>”</p>
<p>Dio è un continuo bersaglio di Malaparte e della sua rabbia. È crudele, egoista, cinico, disinteressato ad amare gli uomini.</p>
<p>Di questo Dio non c’è traccia tra gli uomini. Per questo taluni quadri descritti dall’autore hanno qualcosa di osceno, di grottesco e di tragico, così come abbiamo imparato a vedere nei due romanzi maggiori, “<em>Kaputt</em>” e “<em>La pelle</em>”.</p>
<p>La descrizione della morte del sottotenente Jacoboni, colpito da una scheggia di granata nei pressi di Reims, è un grido disperato indirizzato ad un Dio crudele: “<em>La scheggia gli aveva squarciato il ventre, gli intestini gli colavano lungo le gambe, erano quasi giunti alle ginocchia, già si spargevano intorno a lui, per terra, come un groviglio di maccheroni troppo cotti.</em>” Muta ed indifferente è anche la natura.</p>
<p>Accanto alla coralità emergente dal rapporto tra madre e figlio, descrizioni come quella della morte di Jacoboni costituiscono i vari a solo, lugubri e laceranti, di cui è cosparsa l’opera.<br />
Malaparte dilania se stesso, così come la guerra ha dilaniato l’umanità e Dio ha schernito gli uomini.</p>
<p>Lo spietato capitolo dedicato alla fame, non solo fisica, ma intellettuale, una fame anche di libertà, non risparmia che pochi tra gli scrittori e i poeti, diventati ridicoli e marci. Malaparte è posseduto da uno spirito di rivalsa e di ribellione che fa paura. Sbriciolerebbe il mondo, con tutti gli uomini che lo abitano.</p>
<p>Solo il ricordo saltuario degli anni giovanili e della terra natia stemperano una tale furia. Allora sono i colli colmi di olivi, le loro foglie argentate, la luna che illumina le notti di quei luoghi quasi sacri, a lasciar trasparire la possibilità, anche se remota e ingannevole, di una vita migliore. L’innocenza trascorsa e perduta è il sottofondo autorevole, se pure sommesso, di questo romanzo.</p>
<p>Sono squarci, barlumi. Poi torna ad imporsi la guerra con le sue nefandezze e gli orrori che ha seminato in Europa. Alla guerra Malaparte imputa anche la responsabilità di aver sparso nel continente il comunismo, una piaga altrettanto pericolosa che il nazismo. Accusa di ciò alcuni intellettuali, e in specie Jean Paul-Sartre, Louis Aragon, Tristan Tzara (“<em>quella sporca tribù di Saint Germain des Prés</em>”). Non c’è alcuna differenza tra Hitler e Stalin. Al punto che Malaparte ricorda come, contrariamente a quanto è stato tramandato, la gioventù sovietica accolse compiaciuta e con curiosità l’arrivo dei soldati tedeschi: “<em>Bastarono alcune settimane perché quei giovani si intendessero perfettamente con i giovani soldati tedeschi, italiani, romeni, ecc. Parlavano, in sostanza, lo stesso linguaggio, avevano in comune lo stesso disprezzo per la cultura sovietica o nazista, e ridevano insieme della civiltà nazista e sovietica, sebbene a voce bassa, e guardandosi intorno.</em>”</p>
<p>Firenze e la collina di Bellosguardo non sono i soli scenari evocati da Malaparte. Accanto a veloci flash back che ricordano il suo peregrinare per l’Europa, uno scenario dominante è rappresentato dalla Francia e dalla sua intellighenzia. Per Malaparte, Parigi in modo speciale è un punto di osservazione rappresentativo dell’intera Europa. Tutto il marcio dell’Europa si ritrova e si condensa a Parigi.</p>
<p>Nella parte III troveremo riflessioni e descrizioni che già abbiamo incontrato nella parte II. Si leggerà nella nota finale: “<em>abbiamo, di necessità, lasciato immutate alcune parziali ripetizioni, che solo l’Autore avrebbe, da ultimo, certamente evitato, rimaneggiando l’intero brano. Farlo noi, adesso, esulava dal nostro compito.</em>” Non pesano, tuttavia, e in ogni caso Malaparte ha il dono di trasportarci da un momento all’altro nella magia del suo raccontare, come accade di lì a poco con la storia del partigiano russo ferito ad una gamba e rifugiatosi tra i partigiani norvegesi. Nei suoi racconti il cielo, quasi sempre puro, “<em>femminile</em>”, ha un ruolo di indifferenza, quasi di assenza dispregiatrice, che ben si attagliano al pessimismo cupo e devastante di Malaparte: “<em>Il cielo s’incurvava dolcissimo, immenso, sopra il deserto paese artico, di un tenue color verde, che scendendo verso l’orizzonte si addensava in un roseo di carne, un cielo femminile, triste e puro.</em>”</p>
<p>Due documenti concludono questo romanzo (che è più verosimilmente una raccolta spuria di brani ricordo, tutti di grande efficacia e drammaticità): “<em>Lettera alla gioventù d’Europa</em>”, e “<em>Sesso e libertà</em>”.</p>
<p>Nel primo vi è il riconoscimento che i giovani non cambiano sostanzialmente con il passare delle generazioni. Sono sempre stati incerti, indecisi, spesso in contraddizione con ciò che saranno da adulti.<br />
Ma non temono l’avvenire. Il loro modo di essere e di sentire è identico a prescinde dalla loro condizione sociale.</p>
<p>Malaparte appare ossessionato anche dal fenomeno della estensione della omosessualità e delle perversioni sessuali nella società capitalistica e arriva a concludere che esse rappresentano una specie di rivolta contro la tirannia. Quanto più si riducono gli spazi di libertà tanto più progredisce la perversione sessuale. La storia antica dimostra un tale connubio. In questo documento, viste le accuse che furono fatte, e ancora persistono, contro il papa Pio XII di non aver aiutato gli ebrei, Malaparte ricorda la conversione al cattolicesimo del Gran Rabbino di Roma e di tutta la sua famiglia, e ne spiega le ragioni: “<em>Fu un gesto assai singolare, che il Gran Rabbino, in alcune interviste, giustificò con tre ordini di ragioni: la gratitudine per la Chiesa, che aveva aiutato e protetto gli Ebrei durante l’occupazione tedesca; la riconoscenza verso il popolo italiano, che era stato prodigo di aiuti agli Ebrei perseguitati dai Tedeschi; e il disgusto per alcuni fenomeni di delazione, che ebbero a protagonisti principalmente Ebrei.</em>”</p>
<p>Pagine ancora fresche e attuali sono quelle che descrivono la gioventù italiana negli anni dell’ultima Guerra mondiale, sensibile al fascino dell’America intellettuale e artistica, e al contempo alle lusinghe del comunismo.</p>
<p>Interessante, nel secondo documento “<em>Sesso e libertà</em>”, la contrapposizione tra il Rinascimento, considerato un periodo di mollezze effeminate, e il Trecento, considerato un secolo virile. Netta la differenza tra l’epoca di Lorenzo il Magnifico e del Poliziano e quella di Dante, Petrarca, Boccaccio, Sacchetti, Cimabue e Giotto, i quali “<em>se hanno i vizi essi sono vizi decenti, dignitosi, accettabili, umani, virili, non quel vizio della sodomia che fa tanto incerta ed equivoca l’umanità del Quattrocento.</em>”</p>
<p>Anche qui troviamo descrizioni di grande intensità come quella della donna condannata a morte dai partigiani comunisti. Dà occasione a Malaparte di confortare la sua teoria che l’uomo, quando è intimorito da qualcuno più forte di lui, si femminilizza: “<em>Poiché sente che ciò che la tirannia tenta di colpire in lui è il suo animo virile, il suo elemento maschile, la sua virilità, nel senso classico della parola, il sesso dell’uomo si maschera, si nasconde, si femminilizza, per sfuggire alla minaccia.</em>” Ma anche, talvolta, “<em>non si nasconde per paura, per sfuggire al pericolo, ma per meglio lottare, per meglio difendersi.</em>” Come accade alla donna che, per difendere i propri figli minacciati, si mascolinizza.</p>
<p>Questo secondo documento, non privo di qualche contraddizione (Lorenzo de’ Medici è rappresentato prima molliccio, poi virile), ha molti richiami storici e ci fa rivivere un pezzo dell’Italia rinascimentale.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?feed=rss2&amp;p=12947</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
