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LETTERATURA: I MAESTRI: Le rive del Giordano20 marzo 2010
di Cesare Angelini La fantasia pugnace del giovane Carducci un giorno indugiò disarmata sulle rive del fiume sacro, e nella commossa contemplazione della scena evangelica di turbe che traevano verso la mite apparizione del giovane Messia e di madri che gli portavano i figli a benedire, gli parve di ritrovare le sorgenti dell’amore e della bontà. Certo trovava l’occasione di disinfettarsi delle sue ire politiche non sempre magnanime né giuste. I versi del poeta (l’attacco è bello anche se il resto scade) ci restituiscono la visione serena del fiume biblico, in questi giorni diventato brutalmente teatro di fucilate e cannonate tra arabi e ebrei « due popoli per una patria ». Sui rottami del ponte di Allenby, che univa Gerusalemme ad Amman in Transgiordania, ora passa la frontiera dell’odio e della vendetta Leggendo la storia sacra, il Giordano con quei favolosi miracoli che volge e rivolge tra le sue rapide acque, un tempo ci appariva come il fiume che scorreva negli immediati dintorni del paradiso. E, a dir vero, non abbiamo provato troppa delusione, quando, più tardi, l’abbiamo visto coi nostri occhi, scendere dai fianchi maestosi del grande Hermon, la montagna che unisce il cielo alla terra, pur riconducendolo alla sua dimensione reale. Fiume che attraversa la Palestina quant’è lunga, il Giordano ha contribuito a darle un’impronta singolare e a determinarne la storia. Anche i fiumi hanno una loro vocazione. Per la sua partecipazione ai fatti straordinari del popolo di Dio, lo si avvicina con una specie di horror religiosus, sacro; come accade a chi sale il Sinai e pensa: — Prima di me, ci è passato il Signore. Solitamente lo si raggiunge da Gerico, per la strada immersa nel deserto e nel vento che porta ai guadi dove fu battezzato Gesù. Orme di patriarchi e voci di profeti ci accompagnano; e i beduini che sbucano dalle tende, spingendo i loro piccoli greggi di capre e di pecore in cerca d’un pascolo o d’un pozzo, ci aiutano a ritrovare con un senso di simultaneità millenaria i loro volti perduti e gli usi e la forma della loro vita; essi stessi frammenti vivi del glorioso passato. * E, d’improvviso, ecco il fiume, silenziosissimo. Piccolo in confronto a quello che s’era immaginato? Neanche. La meraviglia non è che sia più o meno piccolo (anche dove è più largo, raramente supera i trenta metri); la meraviglia è di trovarci in presenza del fiume che respira attraverso le pagine immense del libro di Dio. Su queste rive e in questa vallata rimaste immutate, la storia d’Israele risplende lungo i suoi millenni, epica, tragica, sacra; storia di èsodi, di misteriose partenze, di guerre, di vittorie, di sconfitte, di esilii, di catastrofi sostenute con speranze infrangibili, con fede sempre volta alla meta fissa, alla vocazione prefissa: l’aspettazione messianica. Storia che, prima che dalla Bibbia scritta, esce dalla terra, bibbia vissuta e viva. In principio era la terra, poi venne il libro, che ne è l’eco e l’esaltazione. Il vento che mi viene incontro, portandomi l’aroma di terra viva, è ben vento di storia sacra; quello stesso che inaspriva la barba di Abramo quando, lasciato il paese dei Caldei, insieme con Lot e la moglie e i servi e il gregge, giunse dopo mille chilometri nella terra del Chanaan che Dio aveva promessa a lui e alle sue maestose discendenze, le sacre figure dei patriarchi sulle quali appoggerà il suo nome: Deus Abraham, Deus Isaac, Deus Iacob. E’ ancora il vento che gonfiava il mantello di Elia, che qui, tra Gerico e Gàlgala, incontrò Eliseo mentre arava i suoi poderi con dodici paia di buoi. E questo sole che ora si leva dall’orizzonte come uno sposo che esce dal suo talamo, è ben quello che fecondava le vigne d’Engaddi e abbronzava il volto della Sunamite cantando versi d’amore. Il paesaggio lirico si fa improvvisamente epico al ricordo di Giosuè che, sceso coi suoi quaranta battaglioni dai monti di Moab, passò il fiume a piede asciutto (per ventun ore l’acque stettero ferme come alti argini) dietro il comandamento di Dio: « Passa questo Giordano, tu e il tuo popolo, e prendi possesso della terra promessa ai tuoi padri ». Dall’alto del monte Nebo, Mosè al quale non fu concesso di entrarci, guardava accoratamente quella terra e il suo popolo che dilungava oltre il Giordano, verso le belle montagne e il mare. * Era tempo di primavera quando Giosuè si stanziò sulla terra promessa ai padri, che, nel lessico familiare e mistico del popolo, si chiamerà la Terra Promessa. Un popolo, una terra, una vocazione: l’attesa del Messia. E vissero sotto le tende, nella sapienza d’una vita pastorale e contadina a cui sottostava anche il re; sempre pronti a spiantarle per andare verso nuove conquiste di pascoli e di pozzi, o per difendersi dalle incursioni nemiche. Codice di vita era il Decalogo avuto da Mosè sulla montagna, e l’Arca dell’alleanza testimoniava l’amicizia col Signore. Crescendo di numero, si organizzarono in dodici tribù, restando tuttavia legate nel ricordo dei padri e nel culto del Dio Unico, trascendentale e vicinissimo, ospite spesso delle loro tende. Si movevano in pellegrinaggi ai santuari dove Dio era apparso e ne segnavano gli altari con una pietra o un albero, spargendo ovunque il senso del sacro. Né dei santuari all’aperto si dimenticarono mai, nemmeno dopo la costruzione del Tempio in Gerusalemme, il luogo santo dove convenivano da ogni parte nelle feste prescritte, cantando i salmi di Davide. Nelle ore tristi delle infedeltà a Dio o alle parole dei padri, venivano morsicati dai virulenti appelli dei profeti, che li aiutavano a svelenirsi dalle contaminazioni forastiere; come li confortavano nelle disfatte nell’esilio in terra straniera, inculcando nei cuori il ricordo di Gerusalemme e il tempo dei padri, i cui nomi raccolti in genealogie diventavano quelli dei grandi antenati del Messia. Finché, sulle rive del Giordano, per bocca dell’ultimo profeta risuonò l’annunzio: — Il Regno di Dio è in mezzo a voi. — Proprio lì dove l’antico Israele aveva inaugurata la sua missione, in un prolungamento di visione religiosa il Messia inaugurava la sua, che era l’attuazione di quei valori di prefigurazione e di aspettazione. E il fiume ebraico diventa cristiano quando Gesù col suo battesimo nelle sue acque crea l’anello di congiunzione tra la nascente civiltà e l’antica, che ne era antefatto. * Ora, lungo il Giordano gli Israeliani combattono contro gli Arabi, popolo bellissimo e infelice, il parente povero, vittima del suo temperamento estatico di popolo rimasto ai bordi del deserto a contemplare e a fantasticare, custodendo il mistero. E, forse, vittima più ancora della insipienza dei suoi capi e dei raggiri delle astute diplomazie. Ma la loro guerra, gli Israeliani la combattono con un particolarissimo impegno; che non è quello di dominare il mondo, ma di salvare alla storia biblica il suo popolo, e al popolo la sua terra. Quel pezzo di terra, piccolo e immenso. Letto 118 volte. Nessun commento »Non c'è ancora nessun commento. RSS feed dei commenti a questo articolo. TrackBack URI Lascia un commento |
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