Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
I miei libriRivista d'arte Parliamone

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui
Download VIVERE CON L'ACUFENE.

A corto di idee e senza capitali

3 aprile 2013

di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi
(dal “Corriere della Sera”, 3 aprile 2013)

I tempi della democrazia e della politica mal sopportano vincoli esterni, sia quelli che derivano dai nostri impegni europei, sia quelli imposti da chi possiede i titoli del nostro debito pubblico. L’apparente tranquillità dei mesi recenti può indurre nell’errore di farci sentire liberi di decidere, di muoverci nella direzione in cui ci porta la navicella del fragile equilibrio politico. Non è così.

La soluzione adottata per salvare le banche di Cipro potrebbe cambiare il modo in cui d’ora in avanti verranno affrontate le crisi bancarie nell’area euro. Tre anni fa le banche irlandesi furono salvate facendo pagare un conto salatissimo ai contribuenti e proteggendo tutti i depositanti (grandi e piccoli) e chi ne aveva acquistato le obbligazioni. A Cipro invece lo Stato non interverrà: i 10 miliardi di euro che l’isola riceverà dall’Europa non potranno essere usati per salvare le banche. Le loro perdite verranno assorbite da chi vi aveva investito, acquistandone azioni, obbligazioni o aprendo un conto corrente. Verranno salvati solo i depositi di ammontare inferiore ai 100 mila euro.

Questa decisione ha due conseguenze:
1) da oggi rafforzare il patrimonio delle banche (il tallone d’Achille del sistema finanziario europeo) è più difficile, perché chi ne acquista le azioni o le obbligazioni deve affrontare un rischio maggiore;
2) una parte dell’attività bancaria potrebbe emigrare verso i Paesi le cui banche sono più solide.

È vero che i piccoli depositanti sono salvi (a meno di imposte speciali sulla ricchezza), ma le imprese e i grandi investitori fanno e ricevono pagamenti che spesso superano il limite di 100 mila euro. Molti di essi d’ora in poi saranno tentati di effettuarli con banche di Paesi dove non si rischia una parziale confisca dei depositi. Questo potrebbe creare un circolo vizioso e indebolire ancor più le banche.

Per noi sono tutte cattive notizie. Uno degli ostacoli alla crescita, nel breve termine forse il maggiore, è la scarsità di capitale di cui dispongono le banche. Il motivo principale per cui esse lesinano il credito è che hanno troppo poco capitale. Hanno molta liquidità, grazie ai finanziamenti della Bce, ma per fare un prestito e sostenere l’economia la liquidità non basta, serve anche il capitale, cioè la riserva che la banca deve mettere da parte per far fronte a prestiti non rimborsati. E oggi nella recessione ciò accade sempre più spesso. Le banche italiane tradizionalmente hanno sempre avuto relativamente poco capitale: uno dei motivi è che i loro padroni, le fondazioni bancarie, hanno risorse limitate, ma non vogliono perdere il controllo delle banche, quindi scoraggiano gli aumenti di capitale sul mercato.

L’altra conseguenza della crisi di Cipro è che le parole oggi contano di più. Gli investitori saranno ora attentissimi a qualunque proposta di tassare i depositi bancari, o di ristrutturare il debito, come fece Mussolini nel 1926, o di rinegoziare gli impegni presi con l’Europa, o addirittura di considerare un’uscita dall’euro. In questo momento così delicato, non solo le azioni ma anche le parole pesano, e nel mezzo di una crisi politica fra le più difficili del dopoguerra, di parole senza senso se ne ascoltano parecchie.


Le oligarchie dei sapienti
di Barbara Spinelli
(da “la Repubblica”, 3 aprile 2013)

CONVIENE stare attenti, quando si fanno paragoni con paesi europei che hanno governi introvabili per mesi. Il Belgio, spesso citato da Grillo, ha traversato nel 2010-2011 una lunga ingovernabilità (541 giorni) che diede frutti negativi e positivi. Negativa fu la non-dimissione del governo bocciato alle urne: per nulla diminuito, l’esecutivo prese decisioni cruciali (bilancio di austerità, guerra libica), ignorando il Parlamento.

Positivo fu l’insorgere di movimenti cittadini che diedero vita a nuove forme di democrazia deliberativa, correggendo dal basso l’atrofizzata, oligarchica democrazia rappresentativa.

Non meno fuorviante il modello olandese, caro agli uomini di Monti e sfociato nei due comitati di Saggi incaricati da Napolitano di negoziare punti d’accordo istituzionali ed economici fra destra, centro e sinistra. Due volte, nel 2010 e nel 2012, i Paesi Bassi ricorsero ai Facilitatori (Napolitano ricusa la parola Saggio), dopo voti dall’esito dubbio. Nel 2010, la regina nominò suoi “esploratori” sette volte. Il metodo funzionò male, ed ebbe come conseguenza un Parlamento esautorato, l’espandersi della partitocrazia (più precisamente: del male che andava combattuto), e una monarchia screditata.

Il 13 settembre 2012, la Costituzione olandese fu riformata, abolendo i poteri d’influenza del monarca – e delle sue camarille partitiche – nella formazione dei governi. Il futuro Presidente italiano farebbe bene a trarne insegnamento: incoraggiare inciuci
rigettati da gran parte dell’Italia estenua la forza della carica. Il Parlamento olandese fece sapere alla regina che i Sapienti erano in Parlamento, non nelle regali stanze. Napolitano si dice abbandonato dai partiti che pure ha assecondato.

Ma anche il secondo tentativo olandese, che nel 2012 facilitò una grande coalizione all’insegna di “Costruire Ponti”, è un esempio bislacco. Se l’ingovernabilità ha dominato i Paesi Bassi così a lungo, è perché nel 2010 aveva fatto irruzione, rompendo gli appassiti equilibrismi fra destre e laburisti, un inedito soggetto politico: Geert Wilders, islamofobo e nazionalista. Le sue idee sono già ben radicate nella destra italiana (nella Lega, in parte del Pdl). Con Grillo hanno poco a che vedere. Una sinistra rinnovata può allearsi con 5 Stelle e approvare leggi democratiche essenziali; con personalità che somigliassero a Wilders no.

Obiettivo del modello olandese era estirpare Wilders, tramite un arco costituzionale comprendente il mondo di ieri. In Italia l’esigenza è tutt’altra: formare un governo che incorpori alcune richieste molto sensate di Grillo. Un’occasione purtroppo persa dal M5S, che per settimane si è rifiutato di proporre il nome di un Premier, finendo col propiziare l’odierna ricaduta nell’inciucio. Ma l’occasione potrebbe ripresentarsi. Bersani, formalmente ancora incaricato, potrebbe fermare la deriva del Pd. Così come si spera che sinistre e Cinque Stelle facciano un nome, per il Quirinale, che voli alto. Che ignori la logica escludente dei 10 Saggi e l’intesa sinistra-Berlusconi su cui lavorano.

I 10 Facilitatori scimmiottano l’Olanda, e l’obiettivo è escludere l’avulso, l’alieno Grillo/Wilders. A guidarli: l’istinto di sopravvivenza di un ordine politico ammaliato sin dagli anni ’70 dalle larghe intese. Non dimentichiamo che di ingovernabilità si cominciò a discettare in quell’epoca. Oberato da un “sovraccarico” di domande, sociali e civili (da una cittadinanza indisciplinata e sprecona, scrisse Gianfranco Pasquino), il potere diede risposte neoconservatrici: la democrazia, per tranquillizzarsi, doveva ridurre tali domande. La politica si sarebbe difesa emancipandosi dalla società civile. Fu allora che la parola riforma degenerò: non significò più miglioramento, ma sacrifici e peggioramento.

È con la forza dell’inerzia che quest’ordine fa oggi quadrato contro Grillo, per neutralizzarlo e spegnerlo. Sbigottito dalla democrazia partecipata e dalle azioni popolari, il vecchio sistema si cura coi veleni che ha prodotto, indifferente alla vera nostra anomalia che è Berlusconi: anomalia che spiega Grillo e le sue rigidità. I veleni sono le cerchie di potenti, legati ai partiti e non all’elettore, e si sa che la democrazia, quando si moltiplicano le domande cittadine, secerne le sue ferree leggi delle oligarchie. “I grandi numeri producono il potere di piccoli numeri”, disse tempo fa Gustavo Zagrebelsky: “L’oligarchia è l’élite che si fa corpo separato ed espropria i grandi numeri a proprio vantaggio. Trasforma la res publica in res privata” (Repubblica, 5-3-11).

I nomi dei Saggi designati da Napolitano sono quasi tutti figli delle oligarchie (Onida e Rossi sono un’eccezione). L’esempio più ominoso è quello di Luciano Violante: passato ormai alla storia per aver ammesso, nel 2003 alla Camera, che il Pd non era sospettabile dal governo di destra visto che sin dall’inizio aveva favorito Berlusconi, al punto da infrangere una legge del 1957 sull’ineleggibilità dei titolari di concessioni pubbliche. Riportiamo le parole che disse, perché non tutti avranno visto il film di Sabina Guzzanti (Viva Zapatero!): “L’on. Berlusconi sa per certo che gli è stata data la garanzia piena, non adesso ma nel 1994, che non sarebbero state toccate le televisioni, quando ci fu il cambio di governo. Lo sa lui, e lo sa l’on. Letta! (…) Voi ci avete accusato di regime, nonostante non avessimo fatto il conflitto di interessi, avessimo dichiarato eleggibile Berlusconi nonostante le concessioni, (avessimo permesso) che il fatturato di Mediaset, durante il centrosinistra, aumentasse di 25 volte!”. In altre parole: abbiamo patteggiato col diavolo dell’illegalità, ed ecco come ci ripagate!

Se così stanno le cose, è inane la protesta contro l’assenza di donne o giovani nei comitati. Forse che questi verrebbero nobilitati, se fosse cooptata una donna o un rottamatore? Difficile crederlo: il problema delle commissioni paracadutate dall’alto è la loro natura oligarchica, la loro dipendenza dall’ordine lottizzatore dei partiti, l’esclusione della cittadinanza che ha portato Grillo in Parlamento. Il male è quello che Adriano Olivetti (fondatore del Movimento Comunità, europeista) denunciò già nel 1959: “I sistemi congegnati e intrapresi dagli uomini della politica vorrebbero risanare la situazione e trovare la soluzione dall’alto, attraverso la macchina della burocrazia centrale, la penombra delle commissioni, e la potenza occulta degli apparati di partito”.
L’ultimo atto di Napolitano è disperato, solitario e conservatore (ben più ardito e coraggioso il suo europeismo). Al Corriere, ieri, ha detto che altre strade non c’erano: le Commissioni dureranno poco, non indicheranno governi. Tuttavia, anche se i Saggi saranno rapidi, i nomi prescelti proteggono la vecchia partitocrazia e già prefigurano una coalizione. Non costruiscono ponti verso il nuovo. Premiata è quella che Zagrebelsky chiama l’accidia della democrazia: “sulla libertà morale, prevale il richiamo del gregge e la tendenza gregaria”.

Oligarchie e greggi non sono tuttavia il ferreo destino della democrazia: sono solo una possibilità. Il Parlamento può aprirne altre, diverse: esigendo che subito siano istituite le commissioni parlamentari, senza attendere il nuovo governo, per deliberare su conflitto di interessi, legge elettorale, finanziamento dei partiti, reddito di cittadinanza, politica estera, austerità europea da rivedere. Subito può riunirsi la Giunta delle elezioni, per valutare se la legge sia stata rispettata quando Berlusconi fu ripetutamente eletto. Subito può chiedere che Monti agisca come deve: non come prospettato dal Quirinale (“d’intesa con le istituzioni europee e con l’essenziale contributo del nuovo Parlamento”), ma previa intesa col nuovo Parlamento e con il contributo di un’Europa da rifondare. Altre vie non s’intravvedono, sempre che si voglia smettere di trattare i cittadini come scolari spreconi e uscire dalla penombra delle commissioni.


Per l’elezione del presidente ora lo scontro è tra poteri deboli
di Concita De Gregorio
(da “la Repubblica”, 3 aprile 2013)

Dei vecchi non è rimasto più nessuno. È un bene, diranno in molti. Non del tutto, però, se si son portati via insieme all’indecenza dell’antico malaffare anche le chiavi della più misteriosa delle alchimie politiche lasciando i nuovi – i barbari, gli ignari – davanti a una gigantesca porta chiusa. Tutto può cambiare, nella geografia e nella grammatica della politica passata attraverso mutazioni d’epoca ciclopiche e arrivata fin qui al tempo nuovo, il tempo in cui tutto è diverso. Ma c’è una cosa – una sola – che non cambia. Come si fa un Presidente. Cosa governa il gioco, quali sono le regole che portano alla nomina più ambita: quella che dura sette anni, un’eternità quando l’unità di misura del potere sono i giorni. Il segreto, quello, è intatto. Non c’è tsunami che possa violarlo. Il varco per entrare nella porta si trova all’incrocio fra il calcolo e il caso, fra l’esperienza e l’ignavia.

Lo conosce Giulio Andreotti, venti volte ministro e sette presidente del consiglio, che aveva 29 anni quando all’alba dell’11 maggio 48 bussò alla porta di Luigi Einaudi, una villetta sulla Tuscolana, per convincerlo che il suo essere zoppo non gli avrebbe impedito di fare il presidente: “Del resto anche Roosevelt”, gli rammentò con discrezione… Ma per la prima volta, questa volta, Andreotti non ci sarà. Se avesse potuto votare, fra qualche settimana, avrebbe eletto il suo dodicesimo presidente. L’unico politico
vivente insieme ad Emilio Colombo ad essere arrivato sin qui dalla Assemblea Costituente: Teresa Mattei se n’è andata pochi giorni fa ed era da molto fuori dalla politica, delusa e lontana. Ma Andreotti sta molto male, la sua famiglia non lascia che nessuno lo avvicini.

E’ ancora alle sue ultime parole, tuttavia, che bisogna ricorrere per decifrare il primo degli enigmi che portano al Colle. “Non c’è nessun metodo che garantisca la vittoria: ci sono solo errori da non commettere”. Sorride, a riascoltare queste parole, Paolo Cirino Pomicino: l’ultimo dei democristiani attivi della vecchia scuola, Forlani essendosi da tempo, dopo il pegno pagato ai lavori socialmente utili cui la giustizia l’aveva destinato, chiuso in un riserbo inviolabile. Dice Cirino: “Com’è noto il vuoto in politica non esiste. Nel tempo in cui gli uomini contano più dei partiti le carte le dà il Quirinale, e Napolitano è lì a dimostrarlo. Il nostro tempo, il tempo in cui i partiti scrivevano la storia, è finito. Non esiste più. Alla supremazia della politica si è sostituito il leaderismo proprietario di cui Berlusconi ha il copyright e che tutti, purtroppo, hanno imitato”.

Nel tempo dei leader la selezione della classe dirigente avviene in senso cortigiano: ne deriva la mediocrità della classe dirigente. Nessuno ha più la stoffa né la possibilità di indicare il nome di un presidente come fecero millenni fa Fanfani e Dossetti seduti su una panchina dei giardinetti: ah, poi ci sarebbe da decidere il Presidente.
Nessuno dei nuovi – i giovani neoeletti nel Parlamento che scriverà la prossima pagina di storia – ha memoria e a volte neppure nozione dei lunghi e tortuosi processi le cui minute sono custodite dagli anziani funzionari del Colle. Uno di loro, da tempo fuori dai giochi, sorride alla domanda impertinente – il segreto, per favore, il segreto – e dice così: “I presidenti che ho visto eleggere nelle mia lunga vita sono arrivati al Colle per caso, per obbligo, per sbaglio o per dispetto”.

E’ così, è una corsa al buio. E’ come uno slalom di cui non sia indicato il tracciato. Non ci si candida, al Quirinale. Oggi si dice che Romano Prodi sia il nome che Berlusconi teme, che il centrosinistra cova. Ma non si candida, non può farlo e non deve, sarebbe un errore fatale. La via del Colle è lastricata di cadaveri eccellenti e nobilissimi. “E’ una presa in giro molto ben organizzata”, diceva Merzagora che ne fu vittima. Emma Bonino, che il 13 maggio ’99 quando fu eletto Ciampi prese 15 voti, dice sarcastica che “ci si ritrova eletti per una forma di telepatia collettiva: nessuno pronuncia mai nessun nome ad alta voce a meno che non voglia bruciarlo, poi nella notte – una certa notte – tutti vengono raggiunti nel sonno dall’informazione decisiva e, in trance, votano la stessa persona”.
Non è così, naturalmente, ma è anche così. Molti, moltissimi anni fa al nome giusto si arrivava per accordi tra i grandi blocchi di potere: i partiti, che allora c’erano. La Dc, il Pci. “Il metodo del Pci – dice Achille Occhetto ricordando gli anni in cui di quel partito era dirigente, poi segretario – era quello di lasciare che i candidati democristiani si elidessero a vicenda, poi individuavamo l’uomo che rompeva il sistema e all’improvviso convergevamo su quello. Così andò con Gronchi, con Saragat, con Scalfaro per quanto sull’elezione di Scalfaro abbia giocato l’imprevisto, che sempre è in agguato. Lì ci fu la strage di Capaci”.

Che si elidessero a vicenda. I verbi che portano al Quirinale sono tutti indicatori di sottrazione: si diventa capo dello Stato per reciproco abbattimento, per evitare l’elezione d’altri, per togliere, per non urtare, per evitare. Nel segreto dell’alta politica spiegato ai profani questo è l’arcano: bisogna lavorare molto, sì, serve un kingmaker ma non è detto che l’ambizione vinca sull’ingenuità, il calcolo sull’errore. Anzi. L’astuzia non paga. Sono stati eletti sempre, quasi sempre presidenti candidati all’ultimo da chi li aveva bocciati prima, accettati in estrema battuta da chi aveva finto al principio di proporli.

Dice Gennaro Acquaviva, che ai tempi di Craxi è stato l’uomo di collegamento col Vaticano, che “oggi gli interessi hanno preso il posto dei partiti”.

Vediamoli dunque questi “interessi”. Quelli che tradizionalmente hanno orientato la scelta sono la Chiesa, l’America, una volta la Russia, i grandi poteri economici internazionali, le banche. Per questo, dice Cirino Pomicino, “Amato e Prodi sono oggi sulla carta e ai nastri di partenza i candidati forti”. Perché a questo bisogna non dispiacere, e in quest’ordine: le grandi banche d’affari e poi l’America ivi compresa la postazione mediterranea d’Israele, infine la Chiesa. “Quando vedo l’interesse dell’ambasciata americana per i Cinquestelle, quando vedo che vanno a rapporto e rispondono penso: quando mamma chiama picciotto risponde”.

L’euro debole, il dollaro forte: questo l’interesse Usa oggi, dice il vecchio notabile dc, già consigliere di Berlusconi. E tuttavia non basta questo. Il quadro è mutato e l’imprevisto in agguato. La figura del Presidente della Repubblica, dal principio degli anni Novanta in poi, ha cambiato profilo. Non basta che garantisca le “agenzie esterne”, non basta che sia gradito ai santi protettori d’oltreoceano e d’Oltretevere. Deve anche rispondere a una formula – oggi si potrebbe dire laico, condiviso, centrista, di garanzia – che parli allo scenario interno. Deve essere nuovo, dice qualcuno con buoni argomenti, perché nuova è la stagione. Dovrebbe essere donna, dice qualcun altro, è maturo il tempo: ad Amato, che per primo auspicò una donna alla vigilia dell’elezione di Ciampi, toccò precisare, viste le reazioni: “Ho detto una donna, non un coleottero”.

Chissà se il nuovo papa Francesco potrebbe essere per Emma Bonino, eterna candidata, meno ostile di quanto non lo siano stati i suoi predecessori. “Certo se mi chiamassero non direi che ho da coltivare tulipani – dice lei stessa – ma credo che non accadrà: tra i mille elettori tende a prevalere lo spirito di conservazione”. Sì, tende a prevalere. Disse Giorgio Amendola, poco prima dell’elezione di Pertini, che i candidati – Nenni, La Malfa, Pertini stesso – “parevano una riedizione del Cln, il comitato di liberazione nazionale”.

I candidati di oggi – Prodi, Amato, Marini, D’Alema e numerose altre declinazioni di una stagione politica estinta – sembrano una riedizione del mondo di allora. Ma dei vecchi non è rimasto più nessuno, tra i kingmaker sono al lavoro in questi giorni di Pasqua Letta Gianni per il centrodestra, Letta Enrico suo nipote per il centrosinistra: insieme agli auguri si saranno scambiati certo qualche opinione. Il nuovo ambasciatore americano ha ricevuto i Cinque stelle e papa Francesco viene dalla fine del mondo, ha molto altro a cui pensare. Mai come questa volta la posta più alta è stata così incerta. Mai le forze in campo così deboli e variabili, mai il segreto così ben custodito.

La seconda parte, qui. La terza parte, qui. La quarta parte, qui.


“Un attentato alla Costituzione: così stanno sfasciando tutto”
Vittorio Macioce intervista Marco Pannella

Non è passato a prendere il té. Solo caffè, sigarette, toscanelli e una bottiglia d’acqua. Marco Pannella è fatto così, solo lui è capace di arrivare qui, puntuale, alle cinque della sera, nella redazione romana di questo giornale, tirare fuori dalla tasca vecchi ricordi del ’56, quando chiacchierava con Indro a pochi passi dalla frontiera ungherese, Montanelli a cercare di raccontare quello che quasi nessuno voleva vedere e lui ad accogliere i ragazzi in fuga da Budapest e a soccorrerli un convento dei piaristi, dove si mangiavano solo patate lesse.

Marco avrà 83 anni fra un mese e pensi che sia ancora uno dei pochi in grado di guardare lontano. Lo fa, ci riesce, perché non cerca alibi. Lui parla, si perde, ti perdi, fa giri immensi di parentesi a spasso nel tempo, sembra ogni volta che stia smarrendo il filo, poi torna e con una parola ti fa capire tutto. E ti accorgi che alla fine il suo modo di guardare al mondo è semplice, scarno, essenziale. La parola questa volta è «liquefazione». L’importante è seguire i suoi viaggi verbali e metterli a terra. Allora tutto viene facile. Liquefazione è il problema: liquefazione del diritto, della Costituzione, delle istituzioni, della politica. Il responsabile è il presidente, Giorgio Napolitano. La cura è la solidità. E l’unico modo per ritrovare solidità è tornare alla legge, al diritto, alla Costituzione. Il medico, per Marco, è Emma. Sottointeso. Se dici Bonino dici Pannella, e viceversa.

Stallo, non c’è uno straccio di governo, i saggi saggiano, il tempo passa. Come si esce? Che ci si inventa?
«Niente, per carità. Si sta inventando già di tutto Giorgio. Basta seguire l’abc del diritto».

E Napolitano non lo fa?
«No. Tecnicamente il suo modo d’agire è un attentato alla Costituzione. Ma non è colpa sua. Giorgio lo conosco da una vita, lui ha sempre risposto al partito. È un comunista. E ora che non c’è più il partito mica pensa di dialogare con il Parlamento. No, lui inventa».

La strada normale, senza invenzioni, quale sarebbe?
«Quella che non ha mai seguito. Un presidente non parla al popolo, al Paese, ma tramite messaggi alle Camere. In sette anni non lo ha mai fatto. Sai perché? Perché in Parlamento c’è il rischio che un qualcuno risponda, fosse solo un povero fesso. La piazza non può rispondere. E così può andare avanti con il suo monologo».

Le consultazioni le ha fatte?
«Con i partiti. Per tornare alla normalità basta fare le cose classiche e riattivare la vita istituzionale. Vuoi dare un messaggio di benvenuto alle nuove Camere, che consentirebbe ai presidenti di convocarle, attivando uffici di presidenza, commissioni. Bisogna interrompere questo salto e tornare al lavoro puro e normale delle istituzioni. Gli incontri vanno fatti in Parlamento, non negli alberghi. Non servono i saggi a indicare le priorità e a riaprire la discussione tra i partiti. Se il Parlamento si rimette in moto e un deputato, magari a 5 stelle, prende la parola, quello che dice finisce stenografato e Radio Radicale lo manda in onda».

E il governo?
«Lascia stare. Intanto si dia il via alla legislatura, se stai lì prima o poi un accordo se lo trovano. In 5 giorni vedrai che troveranno la quadra. Io questo farei, ma lui non lo ha fatto».

E chi può farlo? Il prossimo presidente?
«Emma. Emma lo farebbe. È sempre stata un elemento di mediazione, non di rottura. Ovunque. Da commissario Ue e da ministro. Noi aggreghiamo. Siamo gente che crede ai fondamentali della democrazia. Noi in qualsiasi alleanza siamo stati gli ultimi giapponesi. Non abbiamo mai tradito, mai sfasciato, ma ogni volta abbiamo trovato l’equilibrio tra le opposte tendenze».

Bonino for president?
«Sarebbe la cosa più naturale. Emma da 15 anni è plebiscitata dal popolo. I numeri del suo consenso sono impressionanti. Due italiani su tre, secondo tutte le indagini demoscopiche, la vorrebbero sul Colle. Mai vista una cosa del genere. È una candidatura popolare e insieme antipopulistica. E invece ora spingono la prefetta, la Cancellieri, che fino all’anno scorso non conosceva nessuno, perché si stanno cercando la nuova Polverini. Il guaio è che la sua candidatura è forte e fa paura a tutti. Fa paura il diritto. Lo stesso problema delle carceri per noi è in primis una questione di rientro nella legalità. Sono 25 anni che continuiamo ad essere denunciati e deplorati dall’Europa. Una condizione che fu condivisa dall’Italia fascista per soli sei anni, in quel caso rispetto alla Società delle Nazioni».

Pannella non la smetterà mai di rompere le scatole?
«E come faccio? Ho cominciato a 16 anni, e non ho mai smesso. Il guaio è che non mi fanno parlare agli italiani, non mi mandano in tv. Lo sai chi è il leader politico italiano?».

No.
«Il signor Littizzetto, detto Fazio».


L’analisi di Dagoreport, qui.


Letto 7765 volte.


1 commento

  1. Comment by cars — 28 maggio 2013 @ 17:14

    Have you had the experience of looking for a car only to end up feeling frustrated and overwhelmed by the process?
    It may be just be the case that you need some solid advice beforehand.
    The information included here can simplify the entire process of purchasing a car.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart