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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Alfredo Bianchi: “Il Paesetto”, 2010

14 ottobre 2011

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

Questo romanzo esce postumo (nato a Camaiore il 16 aprile 1922, l’autore è morto a Lucca il 23 novembre 2009), a cura dell’Associazione culturale “Cesare Viviani”, che già promosse il suo primo libro, “Il fiore rosso”, ambientato in una Versilia comunista e anarchica ai tempi del fascismo.

Bianchi, che fu anche pittore, oltre che direttore didattico, si ricollega per temperamento e scrittura agli autori di quella terra, Pea, Viani, Tobino, Micheli, Giannini, ad esempio, poco inclini ad un sentimentalismo sterile e piagnone, fine a se stesso (“La narrativa, come la poesia, deve commuovere.”, scrive Bianchi, ed è altra cosa), e invece piuttosto ruvidi e arcigni. Una scrittura bella, perché mai levigata: una scrittura sorgiva.

Tale è anche quella di Alfredo Bianchi. Dopo “Il fiore rosso”, a confermarlo è questo nuovo romanzo, “Il Paesetto”, diviso in quattro parti, ciascuna identificata con il nome di una stagione. Si comincia con l’inverno e chi narra è un bambino, Andrea, nel quale l’autore si è rappresentato.

Il Paesetto era chiamato un sobborgo della città di Viareggio, che non esiste più: “poche case, molte vigne, la ferrovia ed un bambino biondo, dagli occhi azzurri che spesso guardava il cielo sopra la fascia scura della pineta e pensava che oltre ci fosse il confine del mondo.” È l’incipit, l’inizio dell’avventura, il principio dello stupore di un ragazzino che scopre il mondo attraverso l’anima.

Virginia e Amìde, madre e figlia, sono i primi personaggi a mostrare la bizzaria di una terra ribelle e anarchica. Chiedono la carità, e Amìde trascorre le sue giornate a scrivere lettere al re e al principino. Raccontano del loro casato, gli Zanotti, un tempo ricco e rispettato ed ora ridotto in miseria. Sono andati a vivere nella casa di Andrea, che le ha sotto gli occhi tutti i giorni. Amìde somiglia un po’ a taluni personaggi tobiniani, un po’ lunatici e strampalati, con una luce di follia nello sguardo.

O alle onde del mare, che “impennacchiate sembravano i cavallini della giostra.”)

È la Viareggio di prima dell’ultima guerra. Ogni tanto dalla ferrovia transitava il treno reale e molti accorrevano al suo passaggio, ammirando anche le uniformi dei soldati schierati sull’attenti, ad ossequiare il passaggio del re e della regina: “I ragazzi fecero appena in tempo a vedere sparire come un lampo il corto treno reale. I soldati erano ancora immobili, sul presentat-arm.

Sono ritratti di vita e di personaggi che hanno caratterizzato una civiltà contadina fatta di poche e semplici cose. Ci si divertiva con l’aquilone, ci si muoveva a piedi o al massimo con la bicicletta, ci si divertiva con poco, in mezzo alla strada. D’inverno, le volte che nevicava, Andrea usciva con il fratellino Marchino e con l’Amìde, che sembrava la più lieta di quell’evento, e si mettevano a fabbricare il pupazzo di neve. Diceva l’Amìde: “Ci sono le fate! Guarda le perle sui paletti e i maghi avvinghiati alle viti… Guarda, un guerriero con la lancia e, più in là, un frate che prega… E guarda… Guarda il Santo Padre che benedice… Oh, là c’è la Fatina dai Capelli Turchini…”; “L’Amìde gli aveva raccontato che, sui pini più alti, nidificavano gli Angeli Custodi. A sera scendevano e andavano a sedersi vicino ai letti dei bimbi ma nel folto giocavano anche i folletti lanciandosi grosse pigne argentate.

C’è tutto il sapore di una fantasia che la modernità ha fatto scomparire. Non solo, c’è anche l’intimità che la natura sapeva risvegliare nell’uomo: “Sua madre lo aiutò a spogliarsi, gli fece fare il segno della croce.

Sono gli anni in cui si afferma il fascismo. Gli uomini in camicia nera girano per la città “con il fucile sulla spalla ed il pugnale alla cintura.” Da poco è stato firmato il Concordato e la Chiesa ha definito Mussolini “l’Uomo della Provvidenza”. Andrea chiede al padre, Giovanni, se anche lui è fascista. Il padre risponde deciso: “No”.

La raccolta degli aghi di pino, che servivano per il fuoco (“il soffice volo degli aghi di pino che l’Amìde chiamava ‘la neve rossa’”), la pesca delle arselle, sono quadri di una vita intensamente vissuta e amata: “Cinse una grossa cintura di canapa e l’attaccò al sostegno verticale: il trespolo era pronto. Andando a ritroso, il babbo prese ad arare il mare. Non c’erano onde e l’acqua era verde con piccoli occhi di luce che accecavano. Alcuni gabbiani volavano bassi, l’aria aveva un odore dolce, il babbo era allegro, non aveva più freddo.” La cottura del pane nel forno: “accendeva il forno con una bella fiammata di pinugliori sui quali gettava fascine di tralci e qualche pezzo di legno di pino. Il forno sembrava l’inferno, le fiamme roteavano sulla volta concava come se avessero voluto scappare, muggivano e avvampavano il volto.

Il lettore si sarà fatta a questo punto un’idea della sobria scrittura dell’autore; una scrittura controllata che non offre al sentimento se non ciò che è strettamente necessario. E tuttavia quanto risulta da una tale sapiente sorveglianza assume un fascino destinato a durare.

Chi è abituato agli strumenti moderni, forse non sa neppure che cosa fosse il grammofono. La musica doveva essere suonata da una puntina che girava sul disco di vinile. Si consumava presto e i suoni che ne uscivano non erano di buona qualità, disturbati dal fruscio del contatto: “Le punte erano acuminate come chiodi e venivano strette sulla testa del braccio del grammofono. Il disco girava ma, ogni tanto, se mancava la carica, mandava lamenti impossibili.

Brani che, attraverso i racconti del padre, rievocano la prima guerra mondiale e le trincee del Carso, rivestono di pathos una storia lontana che oggi le nuove generazioni apprendono freddamente dai libri di storia. I vari episodi raccontati fanno tornare alla mente tanti film dedicati a quel periodo, ed in particolare “Uomini contro” del 1970, di Francesco Rosi, tratto dal romanzo di Emilio Lussu, “Un anno sull’Altipiano”: “Non ci posso pensare: gente che stava accanto a te, la vedi rovinare per terra come un sacco, alcuni gridano – Mamma! – Ma tu non vedi, salti i morti, cerchi di farti piccolo come un insetto, curvo, vicino a terra.”; “Tutto a un tratto, si sente un brontolio come un tuono lontano o il rumore di un carro che corre sulla terra smossa… e allora, d’istinto, tutti giù, faccia a terra e mani sulla testa. Ci parve, per un attimo, di vedere qualcosa che somigliava ad un coperchio di pentola roteare sopra le nostre teste. Il postino no, non aveva fatto in tempo a buttarsi giù. La testa volò via come un cocomero marcio e lui rimase in piedi per un attimo, così, senza testa, la grossa borsa a tracolla…

Sono pagine vivide, di un realismo reso con mano felicissima.

Come quella descritta da Tobino, anche questa di Bianchi è una Viareggio che non c’è più. Resta qualche usanza, ma praticata da pochi e quasi in sordina, come la pesca, a tarda sera, delle cèe, ossia delle anguille appena nate. Qualche volta è capitato anche a me di vedere, lungo il molo, con accanto le piccole lanterne a fare un po’ di luce, i pescatori seduti su di una seggiolina o direttamente sul margine del canale Burlamacca. Uno spettacolo di luci suggestivo. E tanto silenzio.

L’uso frequente di parole dialettali, come sovente accade agli scrittori versiliesi, insaporisce la scrittura.

Vicino al Paesetto c’era il campo di aviazione. Ancora oggi quel luogo ha mantenuto il toponimo. Vi atterravano piccoli aerei, e quando ciò accadeva la gente si riversava “verso il campo di aviazione attraverso i viottoli che si incuneavano tra le siepi ed i fossati” e riempiva il prato. L’aeroplano “pareva una farfalla a riposo.

Siamo giunti all’estate. L’inverno è trascorso portando la neve e il carnevale, la primavera la pesca delle arselle e delle cèe, ora tocca al mare e al sole divenire protagonisti di questa avventura che vede il ragazzo Andrea scoprire il mondo: “Il sole ride a crepapelle e il mare gli fa il verso”.

Nel Paesetto le strade sono ancora sterrate e l’arsura porta polvere. Quando corrono, la sollevano, soprattutto quando gareggiano con i carretti, costruiti con assi di legno e con piccole ruote fatte di cuscinetti, manovrate da funi. Spesso scoppiavano liti e si tornava a casa sanguinanti.

È la stagione dei bagni, i villeggianti vengono da fuori, specialmente da Firenze. Si fanno nuove conoscenze e nuove amicizie.

Andrea conosce Giuliana, una coetanea, orfana del babbo. Da lei riceve il primo bacio.

Quando il padre organizza coi compagni di lavoro una gita sul monte Matanna, porta anche Andrea. Conosco il Matanna, che così splendidamente è descritto dall’autore: “un gigante senza vita, immenso, lucido e acuminato come la punta di una lancia, roseo di sole, rosso di oscurità misteriose, bianco di rocce fredde come quelle della luna.” Nelle chiacchiere che si fanno lungo l’ascesa, il ragazzo sente per la prima volta parlare della ingiustizia sociale. Una scoperta.

Non dimenticherà più quella montagna. Anche stando sulla riva del mare si volterà sempre a guardare le Apuane, e la riconoscerà.

Come non si dimenticherà del modo che avevano gli uomini di irrigare i campi: “In quel punto la ferrovia di Lucca fiancheggiava i canali e c’erano molte ruote di mulino che servivano ad annaffiare i campi. A giornate gli uomini stavano sulle ruote, un piede più alto, uno più basso e si muovevano a ritmo cantando stornelli o berciando tra loro per darsi il tempo, facevano girare le ruote che riversavano acqua nei canali aperti nei campi. Le piante sollevavano la testa come cristiani, respiravano, nella grande afa, gli uomini delle zappe che aprivano i canali, accaldati, con le camicie fuori dai calzoni rimboccati fino ai ginocchi, spesso bestemmiavano urlando ai compagni delle ruote.

Un capitolo dedicato all’Angelo Custode ci incuriosisce circa il rapporto dell’autore con la religione, o meglio con Dio. Nei due romanzi che ho finora letto, compreso questo, non c’è molto spazio per Dio. Bianchi è attratto dalla vita reale, soprattutto da quella della povera gente, sempre in lotta con il destino. Bianchi è affascinato da questo mondo. Vi ha fatto parte, lo ama, ne conosce la sofferenza e anche il vigore, che non è mai prono alla rassegnazione. Raramente cerca il conforto in Dio. In questo capitolo, Andrea, nel ricordare l’Amìde, morta tragicamente, una notte sogna l’Angelo Custode e ci parla. Chiede perché non abbia protetto la vita della donna. Il colloquio che si svolge è di una dolcezza malinconica: “Io le volevo bene e ora sono triste.” L’Angelo lo conforta e gli parla di Dio. Gli fa capire che tutto ciò che si svolge sotto i nostri occhi è voluto da Dio, anche se la sua volontà a noi mortali sembra incomprensibile. Dio sa sempre perché certe cose accadono.

È un Bianchi che gli tiene testa (“A me pare che ci sia anche chi è sempre felice e chi mai!”), pronto tuttavia a cedere e a riconoscere la funzione di Dio.

Il padre di Andrea, falegname, è incaricato di alcuni lavori di restauro alla villa di Chiatri, un paesino sopra il Monte di Quiesa, a Lucca, appartenuta a Giacomo Puccini, e abbandonata subito dopo la sua morte. Era in uno stato pietoso.

Andrea vi entra incuriosito, ma anche impaurito dal buio delle stanze e dall’isolamento in cui si trovava, specie di notte: “Andrea tremava di paura, una paura fatta di buio e di strani echi che si accendevano nell’ampio ingresso dove troneggiava l’organo del maestro, con le canne alte come quello di una chiesa.” Così entriamo con il piccolo Andrea, anche se per un attimo, nelle atmosfere che accompagnarono qui (e non solo a Torre del Lago: “Caro amico, sono qui per la caccia ma soffro di una ‘torrelaghite acuta’”) la vita e le musiche del grande compositore lucchese: “Al mattino il sole accecava e le stanze diventavano oasi di aria fresca piene di cinguettii. Chiatri era il paese degli uccelli.

Andrea (ossia Bianchi) ha conosciuto Frack (Efraim Salvetti il suo vero nome), l’uomo che, quando il maestro era in giro per il mondo, ne accudiva la villa, e ce ne dà una descrizione che non è facile trovare altrove. Una rarità che vale la pena riprodurre. Va ricordato che Frack gestiva lassù la trattoria che ancora oggi porta il suo nome. Ad aiutarlo era sua moglie, “una donnona, cuoca, cameriera e moglie”: “Lui era un omino melenso, con un cappellaccio sempre piazzato in testa e se ne stava a giornate dietro il banco della bottega, ornato di festoni di salsicce. Per intero non si vedeva quasi mai e la sua figura rimaneva misteriosa, un mezzo uomo dotato di mani per scrivere i conti su pezzi di carta gialla da incartare, con il mozzicone della matita in mano o dietro l’orecchio.” A Frack ho dedicato una delle mie leggende, “Villa Puccini a Chiatri”.

Uno sfratto porterà Andrea e la sua famiglia lontano dal Paesetto, dove non tornerà più. Andrà a vivere a Camaiore, la sua città d’origine. Lo colpirà la sua casa grande, con tante stanze, al punto che lui e Marchino avranno una cameretta tutta per loro, e alcune scene di vita del luogo, tra cui un funerale: “Lunghe file di incappucciati vestiti di nero, una pezzuola forata all’altezza degli occhi, salmodiavano monotone litanie, quattro di quelli scortavano la bara alzando sopra la testa torce biancastre che mandavano un fumo resinoso che restava nell’aria per parecchio tempo, come un odore di morte.” Ma il Paesetto rimarrà sempre nel suo cuore.


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Bart