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STORIA: Le donne nella Storia: Alice di Antiochia e il Vescovo Radolfo

15 settembre 2007

racconto di Loreta Cerasi Mandrelli

[L’ultimo romanzo di Loreta Cerasi Mandrelli: “Arlette. Il romanzo di una donna dell’anno Mille concubina del duca di Normandia Roberto il Magnifico e madre di Guglielmo il Conquistatore”, Il Segno dei Gabrielli, 1999]

La grande sala della torre, una delle quattrocento che si alzavano dalle mura fortificate di Antiochia, era addobbata con magnifici tappeti e pannelli ricamati che ricoprivano interamente le ruvide pietre del pavimento e delle pareti. Dalla finestra aperta a mezzogiorno, entrava a fiotti la luce del sole a illuminare il rosone centrale di un tappeto persiano finemente tessuto e raffigurante un enorme astro circondato da raggi d’oro che si spingevano, sul fondo blu, fino all’elaborata cornice in filigrana.
Era un luminoso pomeriggio d’aprile dell’anno 1136.

La Principessa Alice di Antiochia sedeva nell’incavo dell’alta bifora su una panca coperta da cuscini di seta; la dama indugiava alla finestra, il corpo inarcato e teso, il capo eretto, le mani intrecciate, lo sguardo apparentemente perso nel vuoto. Incurante dei nobili che aveva convocato, e che si aggiravano impazienti nella sala, contemplava con malcelata passione ed ansia la città che si dispiegava sotto i suoi occhi, fino al mare.
Alice guardava la sua Antiochia, bianca sotto il sole: le mura giustinianee, il sobborgo di Daphne, le cascate d’acqua, i bagni, le fontane; ne ascoltava la voce salire dai mercati che ingombravano le strade, dilatava le narici respirando con voluttà l’odore di spezie, di fiori, d’umanità e di cammelli che si levava dai vicoli e dalle piazze. Pensava che la sua era davvero la più bella città d’Outremer, la perla d’Oltremare che tutti volevano.
Mirava ad essa, avidamente, il Re di Gerusalemme Folco V d’Angiò, reggente di Antiochia e cognato di Alice, giacché aveva sposato sua sorella Melisenda; e la voleva Alessio, l’Imperatore d’Oriente. Lo stesso Jocelin II, giovane Conte di Edessa, da poco succeduto al padre, grande amico degli Antiocheni, era un alleato temporaneo, che aspettava solo di mettere le mani sulla preda. Soltanto il turco Zengi era realmente interessato a far rimanere indipendente Antiochia sia dal Regno di Gerusalemme, sia dall’Impero.
Ma nei fatti, chi, fra loro, aveva la reale convinzione che a governare fosse proprio lei, Alice di Antiochia, vedova di Boemondo II e madre di una bimba di appena nove anni? Quanti conoscevano il suo fiuto politico? La sua avvedutezza?
La vedovanza e il timore per il regno cominciavano a segnare il suo bel viso d’armena incorniciato dai folti capelli neri e ravvivato dalla fascia di velluto cremisi che, dalla fronte alla nuca sottile, teneva raccolta la pesante chioma.
Alice guardava assorta la sua città, mentre i piedi giocherellavano disegnando arabeschi e grovigli di linee su una stuoia di lana intrecciata con raffinata maestria a pesanti fili d’oro: era un dono fattole dall’atabeg Zengi, il sovrano turco.
La luce violenta che invadeva il salone le rimandava lo scintillio dei ricami preziosi, e il suo pensiero, quasi a concedersi una sosta, si trovò a vagare fra i racconti della sua infanzia, quando lei e la sorella Melisenda si divertivano ad ascoltare le storie favolose dei primi Crociati.

“Da dove viene l’usanza di intrecciare alle stoffe i fili d’oro?”, avevano domandato alla madre, l’armena Morphia[1], che stava ornando una stuoia con ricami dorati.
“E’ un’usanza antichissima, ma da noi è diventata una regola da quando la contessa Adelaide di Sicilia è venuta in oriente a sposare il re di Gerusalemme Baldovino I”, rispondeva la madre, e sembrava che narrasse una fiaba.
“I Crociati erano poveri e in cerca di fortuna; fra loro c’erano molti figli cadetti di grandi famiglie della Francia, della Normandia e di altri regni cristiani. Pochi possedevano ricchezze personali, ma tutti erano prodi guerrieri e riuscirono a ritagliarsi un feudo in oriente. È stata Adelaide a introdurre nel nuovo Regno Cristiano di Gerusalemme il gusto per gli arredi impreziositi in questo modo. Adelaide di Salona era la contessa reggente di Sicilia e madre dell’erede, Ruggero II il Normanno. Era la più desiderabile vedova d’Europa, perché era immensamente ricca. Quando il figlio giunse alla maggiore età, lei accettò la proposta di matrimonio del Re di Gerusalemme e partì per il Santo Regno, viaggiando con un fasto e una pompa mai più visti sul Mediterraneo dal tempo in cui Cleopatra l’aveva solcato per recarsi a Roma.”
“Chi era Cleopatra?”, chiedevano le due bimbe, incuriosite.
“Era una grande regina dell’Egitto, vissuta oltre mille anni fa. Avrebbe gradito diventare sovrana di Roma, ma non le riuscì. Anche la contessa Adelaide era molto attratta dal titolo regale che andava ad assumere. Giunse in Oriente su una nave bellissima e scintillante, con la prua laminata d’oro e d’argento, come le triremi che la scortavano! Dietro di loro, seguivano sette imbarcazioni con le stive cariche del suo tesoro personale: la contessa era ricchissima! Possedeva lussuosi tappeti che si portava appresso; e quei tappeti lucevano d’oro e di ricami splendenti.”
Lo sguardo delle bimbe si perdeva nel vuoto, affascinato dal racconto di quelle meraviglie.
“Non altrettanto ricchi erano i Principi Crociati, né lo sono ancora.”, notava Morphia, maliziosamente. “Essi, allora, s’erano installati da poco sui troni di recente acquisto, dopo la liberazione del Santo Sepolcro, e solo a prezzo di ripetute razzie nei territori musulmani hanno potuto gareggiare con il lusso dei Normanni di Sicilia!”
“Noi siamo Principesse di Gerusalemme, vero mamma?”
“Sì, bambine, ed io ero Principessa del regno armeno di Melitene, prima di sposare vostro padre Baldovino, il secondo re di Gerusalemme.”

“Ormai sono passati venticinque anni”, rifletté Alice tornando al suo difficile presente. “Gli antichi Crociati sono quasi tutti morti. A stupire i visitatori d’occidente – Franchi, Normanni, Veneziani, Inglesi, Alemanni e quanti altri vengono in Terrasanta – restiamo noi, i figli, la seconda generazione. Ostentiamo uno sfarzo degno del più antico fasto bizantino e siamo capaci di sbranarci per assicurarci un feudo. Il mio Principato di Antiochia è uno dei più ricchi ed ambiti.”
Girò gli occhi di colpo vigili nel sentire le voci dei gentiluomini presenti alzarsi di tono.
“So per certo che sarà un marito di comodo”, stava dicendo Jocelin a Zengi, il temuto padrone della Siria. “Mi hanno riferito che è un forte giocatore. Del resto, per essere ancora scapolo a trentasette anni… vuol dire che nessuno l’ha voluto, in Europa… Folco sa quel che fa, proponendolo per marito ad Alice.”
“Folco mira a farla da padrone in questo Principato, e conta sul fatto che ha sposato la sorella della Principessa: prima o poi brigherà per dare un marito altrettanto di facciata a Costanza, quando la piccola erede sarà in età di sposarsi… Non so cosa ne sarà di Alice, quel giorno…” La voce di Zengi suonava sinceramente preoccupata; si ritirò in un angolo e guardò la donna con aria pensierosa. Alice ricambiò lo sguardo con un’ombra di sorriso, ricordando per quanto tempo non si era fidata del sovrano turco… Ora era l’amico più sincero, forse anche un po’ innamorato di lei; di certo, si preoccupava più degli altri dell’arrivo del suo futuro sposo, partito dall’Inghilterra circa un anno prima e non ancora giunto a lei.
“Io sono interessato solo a far rimanere il Principato indipendente dal Regno di Gerusalemme e dall’Impero”, proseguì l’atabeg turco. “Se questo sposo, questo Raimondo di Poitiers lotterà contro il re di Gerusalemme e contro l’imperatore di Bisanzio per l’indipendenza di Antiochia, avrà tutto il nostro appoggio.”
“Aspettiamo di conoscerlo”, s’interpose Pons, Conte di Tripoli. “Mi sembrano discorsi prematuri. Vedremo, poi, se e come intervenire.”
Alice volse uno sguardo intorno al salone e si sentì rassicurata dalla presenza dei suoi vecchi amici e interessati alleati. Poteva contare su di loro, su tutta la schiera dei suoi baroni antiocheni e… sulla sua rocca… Si sentiva al sicuro fra le possenti mura di quella fortezza custodita da una fedelissima guarnigione che aveva combattuto sotto la guida di suo marito Boemondo II, e nei cui ranghi non mancavano mercenari saraceni.
La donna desiderava intensamente che quella città così bella e gloriosa, tanto diversa da tutti i sudici agglomerati urbani d’Oriente – compresa la stessa Gerusalemme – diventasse definitivamente sua. Capiva ed apprezzava il Normanno Boemondo I, che l’aveva conquistata durante la Prima Crociata e, nonostante gli accordi, non aveva mai voluto consegnarla all’Imperatore; altrettanto comprendeva i suoi successori, Tancredi, Ruggero e Boemondo II, che avevano lottato, complottato, intrigato e tradito per mantenerla indipendente e principesco feudo normanno.
Aguzzando gli occhi, Alice guardò ancora verso il mare, sperando di vedere spuntare all’orizzonte la vela che le avrebbe portato la conferma del suo legittimo potere nelle vesti di un insignificante marito: la vela straniera che le avrebbe restituito la piena legalità di sovrana. Scrutò in prossimità del porto con lo sguardo ansioso: non c’erano né i vessilli, né i legni forestieri che cercava. Al largo, il mare offuscato di bruma sfumava i contorni delle cose in un chiarore cilestrino che uniformava le tinte delle imbarcazioni. Nulla!

S’irrigidì e volse il capo di scatto sentendo un paggio annunciare l’arrivo di Radolfo di Domfront; si compiacque, sorridendo malignamente, che il servo lo avesse annunciato tacendone il rango: proprio come lei aveva ordinato.
Radolfo si era fatto proclamare primate di Antiochia dalla plebaglia cristiana della città, senza attendere l’elezione canonica. La carica – assicuravano ad Alice i suoi giuristi – era irregolare, nonostante il successivo riconoscimento del Re Folco di Gerusalemme.
Il prelato era un uomo alto e di bell’aspetto. Amante del fasto, non colto, ma affascinante parlatore, eloquente e persuasivo, sapeva nascondere sotto un’apparente affabilità il carattere ambizioso e scaltro. Entrò nella sala avvolto in lussuosi paramenti vescovili, ma dal fianco gli pendeva una lunga spada e, sotto la cotta ricamata in oro, s’intravedeva il lucore della corazza. Gli speroni tintinnarono sul pavimento mentre, incurante dei signori presenti, egli avanzava deciso verso Alice.
Questa non attese che il vescovo giungesse alla bifora dove sedeva, ma, alzandosi di scatto, si portò con passo veloce al centro della sala e si assise, alzando il mento, sul seggio di destra del duplice trono principesco.
“Radolfo”, disse a voce alta perché tutti la udissero. “Sei venuto finalmente a renderci omaggio?!”
Il presule si fermò a due passi dal trono, volse uno sguardo sprezzante sui dignitari che si affollavano intorno e, con calma benevola, rispose ad Alice:
“Come uomo ti ossequio, Signora, perché sei nobile ed anche molto bella. Come cavaliere ti riverisco, perché sei la vedova di Boemondo II, signore di Antiochia, e la madre di Costanza, sua legittima erede. Come vescovo, ti benedico e porgo al tuo bacio l’anello pastorale.”
“Dici a me, Radolfo? O stai parlando a qualcun altro, visto che non mi guardi?” domandò Alice con una nota di sarcasmo nella voce, ma ammiccando ai suoi baroni che sghignazzavano.
“I miei occhi sembrano guardare altrove”, rispose il vescovo in tono amichevole, ma arrossendo di rabbia, perché era strabico. “In realtà, essi vedono solo te, Signora. Ti osservo con grande ammirazione e mi rallegro del fatto che tua figlia, la principessa Costanza, unica erede del Principato, ti somigli tanto. Certamente da grande diverrà bella come te e sarà degna di suo padre.”
“Costanza ha solo nove anni”, ribatté Alice con una brusca alzata di spalle che le allentò la chioma. “Per ora governo io: io sono la reggente del Principato di Antiochia, non dimenticarlo!”
“Tutti sono contenti sotto il tuo governo; particolarmente Ebrei e Saraceni. A proposito, cosa stava bofonchiando il tuo amico Zengi, che ti gira intorno così sollecito?” sibilò con voce piatta Radolfo; poi, senza attendere risposta, continuò: “Ma la legge è legge: tu sei vedova, non hai un uomo al tuo fianco, quindi non puoi essere legalmente reggente di Costanza…”
“Tu mi vieni a parlare di legalità?! Con quale diritto?  Proprio tu che sei un falso vescovo?! Tu, e lo sanno tutti, tu non sei stato eletto legittimamente. Sei solo un barone fra i tanti e, se non fosse per gli abiti sacri che illecitamente indossi, dovresti inchinarti… e baciarmi l’orlo della veste… e…”
Alice, fremente di rabbia, lasciò in sospeso la minaccia sbarrando sul volto del prelato i nerissimi occhi fiammeggianti, mentre i nobili mormoravano e si agitavano ostili, additando l’impassibile vescovo.
“Signora”, disse Radolfo volgendo intorno uno sguardo accattivante. “Signora, sono vecchie questioni. Lo so che tu preferivi un patriarca greco, ma il re Folco ha convalidato la mia elezione; tuttavia, se lo ritieni proprio necessario, il re convocherà un sinodo per formalizzare la mia posizione. Ora, però, ti prego di mettere da parte lo scherno per il mio strabismo e l’ironia sulla mia posizione che a te appare illegale. Io ti chiedo perdono per le parole che ho pronunciato poc’anzi, non volevo dispiacerti… Sono qui per tutt’altro…”
Alle sue parole Alice aveva ostentatamente volto il capo verso la finestra: quelle vuote chiacchiere cominciavano ad annoiarla. Ormai l’aveva dileggiato abbastanza; in quel momento, poi, non era attratta né da sinodi, né da vescovi, né da patriarchi.
Stava per alzarsi e tornare al suo posto d’osservazione quando avvertì l’ultima frase di Radolfo che la incuriosì; si girò di scatto verso di lui e scorse nei suoi occhi, per un istante, un lampo maligno, presto sopito da un veloce batter di palpebre, mentre la sua voce, come a smentire la violenza dello sguardo, riprendeva il discorso in tono mite e paterno.
“Ascoltami con benevolenza, Signora, perché proprio io ti porto la notizia che attendi ansiosamente: il tuo futuro marito sta arrivando. Un veloce sciabecco lo ha avvistato al largo, a bordo di una galera veneziana che approderà, se il vento non cambia, prima del tramonto. Puoi vestire l’abito nuziale, nobile Signora, e, se vuoi, sarò io stesso a celebrare le nozze che ti consentiranno di sedere legittimamente su quel trono, accanto al tuo sposo. Come vedi, non sono qui per rammentarti le leggi di governo, che tu ben conosci, ma per offrirti perpetua pace ed alleanza, e garantire con la mia sacra persona l’appoggio della Chiesa alla reggenza.”
Alice avvertì con disagio una vaga intimidazione nelle ultime parole pronunciate da Radolfo con voce lenta e tranquillizzante, ma, nella gioia dell’arrivo tanto sospirato del futuro consorte, allontanò quell’impressione fastidiosa.
“In fondo”, pensò adagiandosi più comodamente sul trono, “in fondo il vescovo si arrende ed ammette la sua sconfitta. Cos’altro posso temere, ormai? Raimondo di Poitiers è in procinto di sbarcare; Radolfo chiede soltanto l’onore di celebrare le nozze e il riconoscimento legale della sua elezione. Lo concederò e, finalmente, la lunga lotta per il potere che ho intrapreso alla morte di Boemondo, sarà conclusa.”
Le parve di uscirne vincitrice e ripensò con animo pacato alle vicende degli anni di vedovanza.

Morto Boemondo, Alice non aveva aspettato che il padre Baldovino, quale sovrano, designasse un Principe reggente: la giovane, forte del suo ruolo legittimo di vedova-madre, aveva assunto lei stessa la tutela. Ma in Antiochia era ben nota la sua ambizione e si temette che lei desiderasse governare non in veste di tutrice della figlia di due anni, bensì come sovrana regnante.Fu avvisato Baldovino che si affrettò a partire da Gerusalemme per dirimere la questione.
Quando Alice seppe che suo padre, accompagnato dal genero Folco, era già in viaggio, ben deciso a nominare come reggente un guerriero, temette che il potere le sfuggisse dalle mani.
“Non è possibile che io stessa debba sottostare alla tutela di mio padre! Sono la vedova di Boemondo, la Principessa-madre, e mi spetta per legge la reggenza di Antiochia! Il Re vuole che io sia affiancata da un forte guerriero? Ebbene, in qualche modo lo avrò.”
Nello smarrimento provocatole dalla notizia dell’arrivo del padre e del cognato, la donna perse la testa e compì un gesto inconsulto: chiese al suo barone Zengi di darle un forte appoggio armato!
“Quando il re constaterà che ho il sostegno di quel gran condottiero, dovrà adattarsi a non intromettersi nella guida del Principato”, pensò Alice.
Scrisse una lettera ed inviò un ambasciatore all’atabeg di Aleppo. Il messo recava in dono a Zengi uno splendido cavallo magnificamente bardato, e la dichiarazione di Alice che prometteva di rendere omaggio al sovrano turco se questi le garantiva il possesso del Principato con la forza del suo esercito.
Ma il messaggero, appena fuori delle porte di Antiochia, fu catturato dagli uomini del Re che, per suo ordine, lo impiccarono immediatamente.
Alice, saputa la notizia, si barricò in una torre ben fortificata.
“Chiudete le porte delle mura”, ordinò alle sue truppe saracene. “Che nessuno entri, neppure il re di Gerusalemme!”
Durante la notte, mentre lei vegliava tremante e furiosa, ma sicura che i suoi guerrieri l’avrebbero protetta a fil di spada, alcuni cavalieri normanni fecero entrare nascostamente il sovrano in città.
“Signora, il re di Gerusalemme è penetrato in Antiochia! La tua vita è in pericolo!”, fu l’annuncio sgomento di un fedelissimo, alle prime luci dell’alba.
La partita era perduta!
Alice si vestì rapidamente, ma si abbigliò con magnificenza. Sebbene sconvolta e spaurita, voleva comparire con i segni della sua regalità al cospetto del padre che l’attendeva nella reggia di Boemondo, al centro della città.
Sola, il capo coperto da un velo scuro in segno di sottomissione, si recò al Palazzo e chiese udienza al re. Piena di vergogna, e, soprattutto, di terrore, s’inginocchiò davanti a lui con gli occhi bassi.
“Maestà”, implorò con voce flebile. “Vi chiedo umilmente di perdonarmi. Avevo perso la testa. Mi appello al vostro cuore!”
Baldovino era un padre affettuoso e voleva evitare lo scandalo. Le perdonò i fatti, però la destituì dalla reggenza e la esiliò a Lattakieh e Jabala, le terre che il marito Boemondo II le aveva destinato in doario[2]. Egli stesso assunse la reggenza e affidò al conte di Edessa, la tutela di Antiochia e della sua Principessa-bambina.
Alla morte del padre, seguita da quella del tutore, Alice era tornata nella capitale. La sua prima mossa era stata di offrire la figlioletta in sposa a un principe di Bisanzio, Manuele, nipote dell’imperatore Alessio: era la soluzione più opportuna per la conservazione del Principato di Antiochia e dimostrava l’avvedutezza politica di Alice.
“Sarebbe un bel colpo governare attraverso una bimba e un fantoccio bizantino…”, aveva progettato la giovane vedova. “Potrei concedere all’Imperatore quell’ipoteca su Antiochia alla quale aspira da tanto tempo, e mi sbarazzerei del vescovo Radolfo, sostituendolo con un patriarca ortodosso che mi consentirebbe una politica di pacificazione con i Saraceni.”
In effetti, sarebbe stata la scelta migliore. Purtroppo, si rivelò impossibile. Il suo gesto sembrò ispirato dall’ambizione e dal capriccio, piuttosto che dalla sagacia di cui la sovrana era dotata. L’ostilità del popolo e dei baroni a tornare sotto l’egida bizantina provocò reazioni e tumulti che vanificarono il progetto.
Dopo matura riflessione, Alice aveva mostrato ancora una volta un notevole intuito politico e si era sottomessa al cognato Folco, divenuto re di Gerusalemme alla morte del suocero.

Alice aveva accolto con disappunto la nomina del cognato a Re dei Cristiani d’Outremer; aveva anche saputo che l’ascesa al trono di Folco e Melisenda era stata celebrata con solenni festeggiamenti, e ne era stata contrariata. C’era in lei, latente, un sentimento d’insofferenza, non scevro da gelosia, verso la fortuna della sorella e verso Folco d’Angiò, ricchissimo e potente. Eppure era riuscita a rivolgersi a lui, prevenendo intrighi e cospirazioni tendenti ad esautorarla, sia da parte del vescovo, sia dei vassalli. Li aveva spiazzati con astuzia e tempismo.
“Maestà”, aveva scritto ufficialmente al re, “quale umile suddita, chiedo a Voi, sovrano del Regno di Gerusalemme, di designarmi un nuovo marito, un forte guerriero che mi affianchi nella reggenza di mia figlia Costanza, ancora in minorità.”
Folco, sollecitato dalla moglie Melisenda di cui era pazzamente innamorato, non aveva saputo rifiutare. Inviò ad Alice un messaggio di consenso in cui le comunicava di averle scelto come sposo Raimondo di Poitiers, cadetto del duca Guglielmo IX d’Aquitania, che dimorava presso il re d’Inghilterra Enrico I, figlio del Conquistatore.
“Mi assicurano che Raimondo sia molto bello, alto, aitante e dotato di grande forza fisica; ha circa trentasette anni ed è noto per la purezza dei suoi costumi: un vero cavaliere”, aveva aggiunto di suo pugno il re nella risposta ufficiale alla principessa di Antiochia.
La proposta di Folco era stata gradita dalla giovane vedova.

Ora, nell’attesa del bell’Aquitano del cui arrivo non poteva più dubitare, la donna passava in rassegna gli eventi accaduti, mentre i suoi occhi scrutavano l’espressione di Radolfo, apparentemente sincera e bonaria. Alice sapeva che il momento del trionfo era vicino, ma, stranamente, non si sentiva esultante; le sembrava che il presule fosse troppo arrendevole, e la vittoria su di lui, troppo facile e improvvisa. L’indefinibile disagio insorto in lei alle prime parole del vescovo non l’aveva ancora abbandonata, ma volle scrollarselo dalla mente esaminando tutte le congetture possibili.
“A questo punto, come può nuocermi costui? Che cosa potrebbe ancora macchinare? Un ratto? Difficile rapire un cavaliere francese attorniato dai suoi, un Raimondo di Poitiers dotato di grande vigore fisico. Un attentato? Ma, ucciso un marito, ne troverei un altro… Certo, ci vorrebbe del tempo… Forse da questo intendeva mettermi in guardia mia sorella Melisenda quando mi ha mandato in segreto quella missiva piena di allusioni oscure a suo marito Folco e a Radolfo…?!”
Alice corrugò la fronte e valutò molte ipotesi fattibili, ma le respinse tutte giudicandole assurde.
“Radolfo non può attentare alla vita del mio futuro sposo, né rapirlo per evitare le nozze: sarebbe la sua rovina! Io ho qui i miei baroni, tutti guerrieri valorosi che, ad un cenno, mi libererebbero dalla sua presenza molesta proteggendomi altresì dalle mire di mio cognato. Quanto a Melisenda… meglio soprassedere. Le chiederò in seguito che cosa ha inteso segnalarmi con i suoi fumosi avvertimenti. Ormai non c’è più tempo per inviarle un messaggio. Lei, del resto, è sempre sospettosa e non si rende conto che le fa difetto l’intuito politico che, invece, contraddistingue me. Di cosa va cianciando, nella sua lettera così vaga e confusa? Poverina! Accanto a quel marito!”
Meditò ancora un poco e concluse che, almeno apparentemente, Radolfo di Domfront riconosceva la sua sconfitta. Altrettanto formalmente, lei avrebbe accolto la sua richiesta di celebrare le nozze. No, non intendeva farsi alleato l’ambiguo vescovo, lo sentiva infido, ma poteva concedergli quella vuota soddisfazione da esibire al popolo che, in fondo, lo aveva eletto.
Si rivolse di nuovo al presule e le parole uscirono lente dalla sua bocca: “Radolfo, come ci hai appena annunciato, io avrò tra breve un nuovo sposo al mio fianco. Da questo trono, potrò governare il Principato quale reggente legittima di Costanza, figlia mia e di Boemondo d’Altavilla, Principe di Antiochia. Ebbene, ho deciso che lo farò con la tua benedizione: accetto la pace che mi offri e ti riconosco vescovo della città.”
Radolfo s’inchinò gravemente: “La pace è fatta, mia Signora; le nozze la suggelleranno. Questo sarà un giorno d’allegrezza. Affrettati a indossare l’abito che farà di te la più bella e desiderata delle spose”, aggiunse con un sorriso di soddisfazione, “e concedimi di andare al porto a ricevere Raimondo per condurlo da te e celebrare il matrimonio alla presenza dei tuoi baroni.”
Jocelin avanzò di un passo e si rivolse ad Alice, ignorando il vescovo: “Non ci sono in questa sala abbastanza gentiluomini per ricevere lo sposo? Perché Radolfo chiede per sé quest’incarico? Vuole rendersi grato a te, nel momento del tuo trionfo? E noi, noi che abbiamo combattuto e ci siamo ribellati al re Folco di Gerusalemme per sostenere i tuoi diritti, noi dovremmo essere privati di quest’onore?”
Radolfo, rivolgendosi anch’egli solo ad Alice e trascurando il giovane conte di Edessa, fu pronto a ribattere:
“Signora, il popolo constaterà solo più tardi la nostra raggiunta pace; per ora, le fazioni tumultuano nelle strade. Se io, col mio pastorale, farò largo a Raimondo attraverso la folla fino a questa rocca, tutti deporranno ogni animosità, s’inchineranno, chiederanno la mia benedizione ed agiteranno rami di palma in segno di pace. Se, invece, vedranno Raimondo incedere attorniato dai tuoi fedeli armati, ci saranno risse e tafferugli. Per evitare ogni pericolo, incarica me, Signora…”
“Ma sì, che ostenti pure la raggiunta pacificazione con la Signora di Antiochia”, pensò Alice alzandosi e stirando con grazia il suo bel corpo rimasto troppo a lungo irrigidito sul trono. “Se ci tiene, gli consentirò di celebrare lui stesso, e prontamente, le mie nozze. Ci penserà ‘mio marito’ a rimetterlo al suo posto, se dovesse in seguito mostrarsi troppo invadente.”
Il pensiero dell’imminente matrimonio le provocò un guizzo di desiderio. Uno spasmo di ardente sensualità le traversò le viscere e le restituì il sorriso: era tempo di riavere un uomo nel suo letto!
Volse uno sguardo rasserenato ai vassalli e chinò il capo verso Radolfo: “Sia la santità della Chiesa di Antiochia a dare il benvenuto al mio sposo”, concesse benignamente. “Quando Raimondo scenderà dalla nave, non vi siano né armi né armati: gli faccia strada il Santo Pastorale. Voglio che siano distribuiti rami di palma e d’olivo e che tutti inneggino alla pace. Io, nell’attesa, ascolterò le voci esultanti del popolo e queste saranno il mio inno di nozze.”
Con un gesto deciso scacciò dalla mente dubbi e sospetti su quel vescovo, che congedò in fretta: doveva abbigliarsi per la cerimonia nuziale.
Radolfo s’inchinò e, incurante dei baroni presenti, scuri in volto ma incapaci di reagire, con un sorriso obliquo s’incamminò verso la porta segnando l’aria a dritta e a manca con due dita benedicenti.

Alice si ritirò nelle sue stanze e, aiutata dalle ancelle, s’immerse in una vasca di porfido riempita con acqua di rose. Mentre si lavava, un pensiero molesto le si affacciò alla mente: non aveva avvisato e convocato sua figlia Costanza che viveva affidata alla nutrice nel palazzo di Boemondo. Scosse il capo per scacciare l’uggia di quella ragazzina biondastra, che non le somigliava per nulla – e nemmeno al padre! – così magra, col volto affilato e l’aria scontrosa: non contava niente, quella bambina! Ci sarebbe stato tutto il tempo per informarla. Ora doveva pensare solo a se stessa!
Il suo trionfo politico non le faceva dimenticare che era donna, una splendida donna ancora giovane, vedova da troppo tempo, e che quel Raimondo, era sì un marito di comodo, ma era anche un bell’uomo di trentasette anni. Altro che il marito di sua sorella, così brutto e sgraziato! Anticipò con la mente l’amplesso che sarebbe seguito alla cerimonia, nel tepore e nel lusso delle sue stanze nella rocca: meglio non aver fra i piedi quella bambina dispettosa! L’indomani, giorno dei cortei e dei festeggiamenti ufficiali, si sarebbe tirata dietro Costanza a far la sua parte di erede in tutela.

La toilette richiese lunghe ore: Alice, meticolosissima nella cura della persona, si vestì di bianco, come quando era andata sposa a Boemondo. Anche se non aveva più la sua verginità, era, tuttavia, una donna casta: dalla morte del marito non aveva mai condiviso il letto con nessuno e non si era abbandonata alla dissolutezza, come altre vedove del suo rango. Lei ambiva al potere e, soltanto come sovrana, si era circondata di uomini armati e di sottili diplomatici. Ebbe un sorriso di sprezzo pensando al comportamento licenzioso della seconda moglie di Baldovino I, la figlia del guerriero armeno Thatul, la quale, invece di andare in convento come aveva ordinato suo marito nel ripudiarla, aveva preferito stabilirsi a Bisanzio, luogo più confacente alla sua indole libertina.
Ma la figlia di Thatul non aveva avuto un marito come Boemondo!
“Ben altre nozze furono le mie!”, ricordò Alice, continuando a prepararsi. “Boemondo aveva diciotto anni e veniva a prendere in consegna la sua eredità: Antiochia. Quando lo vidi rimasi fulminata!”
Alice aveva accompagnato il padre ad Antiochia sapendo che avrebbe dovuto sposare il Normanno: era la secondogenita e le spettava un principe; a Melisenda sarebbe toccato un re. Entrambe dovevano sottostare alla ragione di stato. Ma lei non si aspettava un tale marito!
“Ha la stessa, magnifica corporatura di suo padre”, aveva osservato Baldovino andando incontro al futuro genero che scendeva dalla nave. Alice si era emozionata: il Principe era alto, biondo e bello. Un vero Normanno. Poi lo aveva sentito parlare: un incanto!
… Era salpato da Otranto lasciando le sue terre in Italia al cugino Ruggero II di Sicilia… Recava con sé una squadra di ventiquattro navi che trasportavano gran quantità di soldati e di cavalli… Aveva impiegato un mese a giungere ad Antiochia…
Alice aveva ascoltato – già innamorata – il resoconto del viaggio, e notato con meraviglia l’aristocratica educazione che veniva al giovane Normanno dalla madre Costanza, figlia del re di Francia Filippo I.
Baldovino aveva accolto Boemondo con grandi onori e altrettanta gioia: non vedeva l’ora di essere sollevato dall’impegno della reggenza antiochena per dedicarsi al suo regno di Gerusalemme. Dopo aver consegnato all’Altavilla tutta la sua eredità, amministrata per lui con grande scrupolo, il sovrano aveva fatto prontamente sposare i due giovani[3].
La donna sospirò ricordando le sue prime nozze.
“Com’eravamo belli, e giovani, e appassionati! ”

Completamente presa dai ricordi e dai preparativi, Alice udiva a malapena, attraverso le finestre, gli osanna della folla.
“Non avrei mai immaginato che il popolo fosse tanto entusiasta del mio nuovo marito”, pensò distrattamente.
Quando fu pronta, il sole tramontava imporporando le nuvole basse sull’orizzonte. Il mare, visto così, dall’alto della torre, sembrava un lago di fuoco, o di sangue, che scendeva verso la città. Alice ebbe un brivido.
“Quante volte ho ammirato da quassù il sole che si tuffa in mare… Perché stasera mi appare come un triste presagio?”
Respinse il presentimento angosciante e, seguita dalle dame e dalle ancelle, entrò in tutto il suo splendore nella grande sala, il capo ben eretto e ornato da una corona fitta di rubini che, in triplice fila, adornavano anche il collo di un candore madreperlaceo, fresco come quello di una giovinetta.
Notò che Pons e Jocelin erano scomparsi; se l’aspettava. Quale interesse avevano a restare, ora che non potevano più mestare nel torbido del suo potere incerto e contestato? Meglio così. Nessuno avrebbe turbato le sue nozze.
Si sedette sullo scanno di destra, mentre dame e cortigiani si sistemavano lungo le pareti. Un piede calzato di seta ed oro si sporse dalla lunga veste e cominciò a battere con impazienza sulla pedana che sollevava il duplice trono da terra. Il suono, attutito dal tappeto dorato, fu ben presto sopraffatto da quello delle note osannanti, sempre più vicine, rimbombanti, adesso, sotto le volte della torre. Le voci invasero la sala e, improvvisamente, quando Radolfo fece il suo ingresso, tacquero.
Il vescovo aveva sul capo la mitria e impugnava un pastorale d’oro, ma la spada gli pendeva ancora dal fianco. Sembrava divenuto più imponente. Gli occhi divergenti brillavano in modo strano e un sorriso sghembo gli traversava il volto. Aveva accanto uno straniero alto, prestante, vestito elegantemente e pettinato secondo la foggia inglese, con i capelli lunghi a incorniciare il volto roseo, irrigidito in un sorriso: Raimondo di Poitiers.
Alice lo giudicò in un lampo.
“Bell’uomo, indolente, debole di carattere; non mi darà fastidio! Il migliore dei mariti”, pensò soddisfatta.
Dietro ai due faceva capolino una figurina in abito dimesso che cercava di aprirsi un varco fra l’uno e l’altro, ma era ricacciata indietro dalla mano del presule.
“Costanza!”, sospirò Alice. “Quegli sciocchi hanno portato con sé anche la bambina… Almeno l’avessero fatta vestire per la circostanza… Pazienza! La rimanderò a Palazzo subito dopo la cerimonia.”
La piccola folla si fermò sulla porta, mentre Radolfo si diresse verso Alice attraversando lentamente la sala. Con uno sforzo costrinse gli occhi guerci a raddrizzarsi per configgerli entrambi nel volto della principessa. Si fermò a due passi da lei e, ostentatamente, la squadrò con insolenza da capo a piedi; poi fece un gesto strano: s’inchinò verso il seggio vuoto del duplice trono.
Alice, sdegnata da quell’atteggiamento incomprensibile, ruppe gli indugi e mise da parte il cerimoniale.
“Vescovo”, gli disse con voce irritata, “se quello è il mio sposo, portalo qui e dichiaraci subito marito e moglie!”
Radolfo le volse un lungo sguardo indecifrabile; ora i suoi occhi, non più strabici, ardevano di un fuoco trattenuto a pena. Alzò il pastorale sopra il capo e parlò con voce altisonante che echeggiò come uno squillo di tromba nel silenzio della sala:
“Rendete omaggio alla vostra Signora, Principessa di Antiochia!”
Alice si sistemò con una mano il diadema sfavillante di rubini sulla chioma bruna, erse il capo e sorrise, condiscendente ed altera. Incontrò gli occhi di Costanza e, per un lungo istante, non capì.
La figlia, guardandosi intorno con sussiego, aveva preso Raimondo per una manica e, trascinandoselo appresso, lo conduceva verso il trono. Si fermò davanti alla madre e la fissò irridente, batté un piedino sul tappeto, quindi si volse sbuffando verso il vescovo che, fatto un cenno d’assenso, proseguì rivolto ad Alice rimasta impietrita ad ascoltare la sua condanna.
“E tu, donna, signora di Lattakieh, vassalla della principessa Costanza di Antiochia e del principe Raimondo, tu, donna, come osi sedere su quel seggio che non ti appartiene? Scendi ed inchinati alla tua sovrana, legittima erede di Boemondo, la quale, per il matrimonio con Raimondo di Poitiers da me stesso celebrato poc’anzi, è divenuta idonea a governare legalmente il Principato. Sali sul trono, mia Signora!”, disse facendo un ampio gesto d’invito verso la piccola.
La sposa-bambina, ancora attaccata alla manica del consorte, salì i gradini del piedistallo, si sedette compunta sullo scanno vuoto e si volse alla madre inorridita che la fissava senza vederla.
Sembrò ad Alice di essere schiacciata da un macigno. Il respiro si fermò nella sua gola riarsa e la mente smarrita rifiutò la realtà:
“No, no, non può essere vero che mentre io mi vestivo per le nozze, quest’essere immondo, questo vescovo mendace ed impostore, abbia trascinato Raimondo di Poitiers al palazzo reale, abbia fatto chiamare la piccola Costanza e lì, su due piedi, li abbia dichiarati marito e moglie. No! Non può finire così…”
Tentò di urlare, ma nessun suono uscì dalla sua bocca inaridita; roteò gli occhi vacui sulla folla e le parve che un demone l’afferrasse, le stringesse la gola e la trascinasse giù… giù, sempre più giù…
La testa bellissima e sdegnosa, appoggiata fieramente allo schienale di porpora, si abbandonò priva di sensi sul bracciolo dorato del seggio principesco, mentre il suo corpo scivolava sul tappeto d’oro, quietamente, simile a un fiore di seta bianca sul quale rotolò la fulgente corona purpurea.
Nel silenzio sbigottito degli astanti, Raimondo di Poitiers si staccò furiosamente dalla bambina e corse a sollevare da terra la donna svenuta. Percepì il calore della pelle attraverso la stoffa leggera, aspirò il lieve profumo di rosa, sentì sotto le dita la dolcezza delle carni morbide e piene, ammirò il viso esanime, ma pur sempre bellissimo che gli gravava sul braccio…
“Che peccato!”, si rammaricò il cavaliere, novello Principe di Antiochia, mentre deponeva con un sospiro la dama su un letto turco. “Sarebbe stata una magnifica notte di nozze…”.

FINE

La Storia

Il re di Gerusalemme, Folco, e il vescovo di Antiochia, Radolfo, nascostamente, avevano offerto a Raimondo di Poitiers non la mano di Alice, bensì quella della piccola Costanza, unica erede di Antiochia. Nonostante avessero osservato la più rigorosa segretezza, la notizia era trapelata al re Ruggero II di Sicilia, perché, fra i Normanni d’Inghilterra e quelli dell’Italia Meridionale, le relazioni erano sempre molto strette. Il re normanno aveva provocato ritardi e fastidi a Raimondo, sperando che non riuscisse a sposare Costanza, una delle ereditiere più importanti d’Outremer.
Radolfo e Folco avevano fatto credere ad Alice – in cerca di uno sposo che l’affiancasse nella reggenza che, peraltro, le spettava per legge – che l’affascinante straniero veniva per chiedere la sua mano. Alice, sebbene diffidente e guardinga, non aveva sospettato di nulla, perché Raimondo aveva trentasette anni, lei circa trenta e la bambina soltanto nove: l’età della figlia le aveva impedito di fiutare l’inganno.
Alla madre beffata non rimase che ritirarsi nei suoi feudi, dove visse nell’oblio. Solo alcuni anni più tardi fu riconosciuta da avversari ed alleati la saggezza della sua politica; ma, ormai, Raimondo di Poitiers governava saldamente il Principato ed Alice non ebbe più alcuna possibilità di tornare.

Folco d’Angiò, detto il Plantageneto, per l’abitudine di portare sul cappello un rametto di ginestra (in francese genêt), successe sul trono di Gerusalemme al suocero Baldovino II di cui aveva sposato la figlia primogenita Melisenda, sorella di Alice. Folco era allora un uomo di quarant’anni, già vedovo, rosso di capelli, brutto, basso e tarchiato. Era il capo di un grande casato e aveva costituito uno dei più ricchi e potenti feudi di Francia. Suo figlio Goffredo aveva sposato l’Imperatrice Matilde, erede al trono d’Inghilterra e di Normandia, perché nipote diretta del Conquistatore e vedova dell’Imperatore di Germania Enrico V.

Boemondo II d’Altavilla, marito di Alice, morì in battaglia quattro anni dopo il matrimonio. La sua morte fu un disastro per Antiochia, perché egli era sovrano per diritto ereditario e l’unica erede, Costanza, aveva solo due anni.

Per la cronaca: la piccola Costanza, appena fu in grado, diede al suo sposo quattro figli. Raimondo di Poitiers fu un abile sovrano.


 
Note


  • 1. Morphia, figlia dell’Armeno Gabriele, re di Melitene, sposò nel 1103 Baldovino II, re di Gerusalemme dal 1117 (morte di Baldovino Primo). Alice, la secondogenita dopo Melisenda, nacque probabilmente intorno agli anni 1106-7.
  • 2. Il doario (detto anche dovario, vidualitium o dotalitium) dal latino dos,dotis, ‘dote’, era, nel diritto medievale, l’assegno o dono che il marito faceva alla moglie, in occasione delle nozze, per il caso di vedovanza.
  • 3. Steven Runciman: “Storia delle Crociate”, vol. primo, Torino, 1966, pgg. 426 e sgg.


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Bart