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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Sto facendo un lavoro sullo scrittore friulano Carlo Sgorlon. Vorrei acquistare i seguenti libri che non riesco a trovare: I sette veli; Marco d'Europa; Il guaritore; Il Circolo Swedenborg. Grazie.

Ho avuto un altro ricovero in ospedale per cui dal 31 ottobre 2014 dovrò chiudere la rivista alle collaborazioni e agli annunci di qualunque tipo. Pubblicherò (forse non tutti i giorni) soltanto mio materiale d’archivio d’interesse generale fino ad esaurimento. E qualche volta qualcosa di mio. Non mi scrivete né telefonatemi e vi prego di non preoccuparvi della mia salute. Alle telefonate preferisco le -mail, se proprio necessarie, che mi consentiranno di rispondere in poche righe. Le precauzioni che sto prendendo sono necessarie e le migliori. Accetterò solo la corrispondenza dei familiari, le e-mail degli strettissimi amici e dei miei editori. Gli altri non avranno – e me ne scuso – risposta.

Amato nominato giudice alla Corte Costituzionale

12 settembre 2013

di Marzio Breda per il Corriere della Sera
(da “Dagospia”, 12 settembre 2013)

Giuliano Amato è il nuovo membro della Corte costituzionale. Sostituirà Franco Gallo, che dal 26 gennaio ha presieduto la Consulta e che è destinato a concludere il proprio mandato sabato 14 settembre. Il capo dello Stato, tra le cui prerogative rientra appunto anche quella di scegliere cinque dei quindici «giudici delle leggi» (gli altri sono eletti per un terzo dal Parlamento in seduta comune e per un terzo dalle supreme magistrature ordinaria e amministrativa), ha firmato il decreto di nomina ieri pomeriggio, dopo aver ricevuto Gallo in visita di congedo.

Giorgio Napolitano ha deciso l’investitura al termine di un’esplorazione condotta in prima persona e dopo aver valutato i profili di un’ampia – e comunque informale, cioè non pubblica – rosa di candidati. Rosa che, secondo alcune indiscrezioni circolate nelle scorse settimane, avrebbe compreso alcune figure di spicco. Per esempio l’attuale vicepresidente del Csm, Michele Vietti, e, tra altri personaggi accreditati del mondo giuridico, i costituzionalisti Filippo Satta e Nicolò Zanon.

Il «professor sottile», com’è stato definito Amato per il suo acume di politico dal lungo «cursus honorum» e di studioso che ha insegnato in diverse università non solo italiane, s’insedierà nel nuovo incarico in un momento complesso per la Corte, chiamata a pronunciarsi su casi assai critici per la nostra vita pubblica.

Da quello (atteso entro fine anno) sull’attuale legge elettorale a quello sulla legge Severino, posto che la giunta per le Elezioni del Senato finisca per accogliere la richiesta in tal senso su cui insistono i difensori di Berlusconi e che dovrebbe viaggiare in parallelo con i ricorsi in sede europea. Materie delicatissime, sulle quali si rischia che la Consulta torni bersaglio di spunti polemici (magari giocati persino in chiave preventiva) da parte del Pdl.

Infatti, tra i mantra del Cavaliere non va dimenticata l’eterna indicazione della Corte costituzionale come «corte rossa», «corte comunista» in quanto «su 15 giudici addirittura 11 sono di sinistra», e dunque secondo lui sempre ideologicamente orientata a esprimere verdetti sbilanciati e per partito preso sfavorevoli alle leggi varate dai suoi governi. Argomenti e contestazioni ripetute a oltranza, dalle stagioni in cui al Quirinale sedevano Scalfaro e Ciampi a quella di Napolitano.

Per inciso, tra i primissimi adempimenti che la Consulta dovrà assolvere c’è l’elezione del nuovo presidente. Incarico per il quale fino a pochi giorni fa, tenuto conto che di solito prevalgono i criteri dell’«anzianità», i nomi sui quali ci si è concentrati maggiormente sono quelli di Luigi Mazzella (eletto dal centrodestra) e di Gaetano Silvestri (in quota invece del centrosinistra).


Corte Costituzionale, Napolitano nomina Amato nuovo giudice
di Redazione
(da “Libero”, 12 settembre 2013)

Una nuova – l’ennesima – prestigiosa poltrona per Guliano Amato: è nuovo membro della Corte Costituzionale. Sostituirà Franco Gallo, che dal 26 gennaio ha presieduto la Consulta e che concluderà il proprio mandato tra due giorni, sabato 14 settembre. A nominarlo è stato Giorgio Napolitano: il capo dello Stato, tra i suoi poteri, ha quello di scegliere cinque dei quindici giudici della Consulta (gli altri vengono eletti dal Parlamento in seduta comune e, per un terzo, dalle supreme magistrature ordinaria e amministrativa). Il decreto di nomina è stato firmato da Re Giorgio nel pomeriggio di mercoledì 11 settembre.

La rosa – Amato, secondo quanto riportato da Marzio Breda sul Corriere della Sera, è stato scelto all’interno di una rosa di nomi, non pubblica, che comprendeva figure di spicco. Tra gli altri, l’attuale vicepresidente del Csm, Michele Vietti, e i costituzionalisti Filippo Satta e Niccolò Zanon. Alla fine, però, l’ha spuntata il “dottor Sottile”, politico di lungo, lunghissimo corso, studioso, professore non solo nelle università italiane e, in definitiva, uomo per tutte le stagioni. Napolitano ha scelto l’investitura al termine di un’esplorazione condotta in prima persona.

I nodi – La nomina di Amato arriva in un momento particolarmente delicato per la Consulta, che dovrà esprimersi su due temi cruciali. Il primo, entro la fine dell’anno, la costituzionalità della legge elettorale, il Porcellum. Il secondo, la costituzionalità della legge Severino, quella che rischia di far decadere il Cav dal suo ruolo da Senatore (ma la decisione è subordinata alla decisione della Giunta per le Elezioni del Senato, che dovrebbe accogliere la richiesta in tal senso sulla quale insistono i difensori di Berlusconi, e che dovrebbe viaggiare in parallelo con i ricorsi in sede europea).

Il Cav – E se mai la Corte Costituzionale sarà chiamata a decidere sulla Severino, la nomina di Amato può avere anche un’interpretazione “politica”. Il dottor Sottile, è cosa nota, è tra i personaggi più stimati dal Cavaliere tra le fila del centrosinistra, tanto che nei giorni delle consultazioni di febbario, più volte, si fece il suo nome. Amato, inoltre, ha fama di garantista, è un politico di lunghissimo corso ed è immune alle pulsioni di quello schieramento trasversale che tifa per l’esilio politico di Berlusconi. Una nomina, quella di Amato, che in definitiva assomilgia – anche – a un messaggio al Cav.


Napolitano ha nominato Giuliano Amato giudice della Corte costituzionale
di Redazione
(da “il Fatto Quotidiano”, 12 settembre 2013)

Presidente del Consiglio, ministro del Tesoro con Goria e dell’Interno con Prodi, già senatore e deputato, giurista e docente universitario. Con questo curriculum l’ex socialista e poi democratico Giuliano Amato diventa nuovo membro della Corte costituzionale. La firma della nomina da parte del presidente Giorgio Napolitano è avvenuta ieri. Amato era stato anche uno dei candidati del Pdl al Quirinale.

Il dottor Sottile “sostituirà Franco Gallo, che dal 26 gennaio ha presieduto la Consulta e che è destinato a concludere il proprio mandato sabato 14 settembre”. Ieri Gallo è stato ricevuto al Quirinale e dal presidente della Camera Laura Boldrini. Il capo dello Stato, tra le cui prerogative rientra appunto anche quella di scegliere cinque dei quindici giudici delle leggi, “ha firmato il decreto di nomina ieri pomeriggio, dopo aver ricevuto Gallo in visita di congedo”. I giudici costituzionalisti dovranno eleggere il nuovo presidente: tra i papabili, secondo il quotidiano di via Solferino, ci sono Luigi Mazzella (eletto dal centrodestra e già ministro della Funzione Pubblica del governo Berlusconi) e Gaetano Silvestri (in quota centrosinistra). La Consulta è composta da quindici giudici: cinque sono nominati dal Colle, cinque dal Parlamento e cinque dalla magistratura.

Una nomina che quindi potrebbe essere gradita dal governo delle larghe intese di Letta, ma soprattutto da Silvio Berlusconi. Amato non è mai sceso in trincea contro il Cavaliere, pur scegliendo il destino del centrosinistra (è stato presidente del Consiglio dopo il fallimento dei due governi D’Alema e poi ministro dell’Interno di Prodi nel 2006). E’ stato vicino a Bettino Craxi per anni (e quindi vige la proprietà transitiva) ed è stato in prima fila ai tempi dei decreti sulle antenne tv che hanno dato il via libera al duopolio anomalo che caratterizza il sistema televisivo italiano. Amato è il capo del governo che decise nottetempo i prelievi forzosi dai conti correnti (1992) a causa delle casse dello Stato disastrate.

“La nomina di Giuliano Amato alla Consulta non è solo il giusto riconoscimento per una personalità di grande intelligenza, cultura ed esperienza maturata, ad altissimo livello, in tutte le occasioni in cui è stato chiamato a servire il Paese. Questa nomina del presidente della Repubblica rende onore al Paese e dimostra una volta di più che, con Giorgio Napolitano, l’Italia è in buone mani” scrive in una nota, Giuliano Cazzola, dirigente nazionale di Scelta civica per l’Italia ed ex deputato del Pdl. “Io ho avuto la fortuna di conoscere già alcuni decenni orsono Giuliano Amato e di collaborare con lui, imparando ad apprezzarne le qualità. Con il suo ingresso alla Consulta sento valorizzato un pezzo di un’Italia migliore che mi appartiene, quando a fare politica non erano i saltimbanchi, i giovani turchi, gli studenti fuori corso o quant’altro ‘passa il convento’ in questi anni difficili”.


Mercoledì sera il voto sulla decadenza di Silvio Berlusconi
di Luca Romano
(da “il Giornale”, 12 settembre 2013)

La Giunta per l’immunità del Senato ha preso una decisione. Accogliendo la proposta del presidente Dario Stefàno (Sel) all’unanimità, ha messo in programma per mercoledì sera il voto sulla decadenza di Silvio Berlusconi.

Una data che sta bene al Pdl. Il capogruppo in Giunta, Andrea Augello, ha ricordato che il centrodestra aveva proposto di votare “mercoledì sera o giovedì” e che dunque la scelta non solleva nessun tipo di problema. Sul tipo di voto a cui si affiderà l’Aula non ha dato certezze. Se si sceglierà lo scrutinio segreto “lo vedremo quando ci sarà la seduta”.

Giuseppe Cucca, capogruppo Pd in Giunta, ha precisato che “i tempi non saranno lunghissimi, visto che ogni gruppo potrà intervenire, con un suo rappresentante, per non più di 10 minuti”.

La tabella di marcia

Dalle 15.15 di oggi e fino alle 20 andrà avanti la discussione generale sulla relazione di Andrea Augello, senatore Pdl che ha proposto la conferma della carica parlamentare per il leader del Pdl. I lavori riprenderanno lunedì e occuperanno le ore dalle 15 alle 20 e martedì, dalle 9 alle 14. Mercoledì sera, alle 20.30, le dichiarazioni di voto e il voto sulla decadenza,


Berlusconi resterà in campo
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 12 settembre 2013)

Chiudendo ieri a Sanremo «Controcorrente», la sei giorni di dibattiti organizzata dal Giornale, il segretario del Pdl Angelino Alfano ha sbarrato le porte a chi immagina che gli effetti della sentenza Mediaset, qualunque siano, metteranno Silvio Berlusconi fuori dalla politica. Non tutte le libertà sono comprimibili per legge o con l’uso della forza. E non lo è certo quella di continuare a essere il leader del più grande partito italiano. Si metta quindi il cuore in pace il giovane Renzi, che sempre ieri e da Porta a Porta ha parlato per Berlusconi di «game over», fine dei giochi. Chissà perché – lo ha ricordato anche Alfano – quando uno di sinistra intravede la possibilità di diventare il capo del Pd assume il ruolo del carnefice di Berlusconi, del servo stupido dei magistrati, del giustizialista a oltranza. Altro che «battere Berlusconi per via elettorale», come Renzi sosteneva fino a poche settimane fa per smarcarsi dalla marmaglia di sinistra e ingraziarsi gli indecisi di centrodestra. L’idea di confrontarsi nell’urna con il giaguaro di bersaniana memoria fa paura anche a Renzi, quindi meglio che i magistrati e i comunisti risolvano la questione in altro modo.

Renzi rischia di fare così la stessa fine dei suoi predecessori, che da Occhetto in poi si sono concentrati su come togliere di mezzo Berlusconi invece che sui problemi degli italiani. Il risultato è noto: ben sei presunti leader, l’ultimo è Bersani, ci hanno lasciato la pelle e sono ancora lí che si leccano le ferite. Altro che «game over», ho l’impressione che il Pdl, o meglio Forza Italia, stia per lanciare un «new game» che vedrà ancora protagonista un Berlusconi in versione inedita e al momento sconosciuta. All’uomo non manca certo la fantasia spiazzante e, da quello che ho capito in questi sei giorni di dibattiti affollati di gente, neppure il consenso degli elettori. Da Arcore, dove Berlusconi si è autorecluso, filtra la notizia che l’annuncio della nuova strategia è questione di ore. Sono curioso di capire e soprattutto ormai insofferente a questi balletti romani dentro i palazzi, palcoscenici di momentanea e vana gloria per figure di terzo e quart’ordine della politica. Si atteggiano a custodi della democrazia, scrittori di una memorabile e definitiva pagina di storia. In realtà sono figuranti di una commedia scritta da altri che in ogni caso non avrà il successo sperato e che passerà al massimo alla cronaca come fatto di avanspettacolo.


Il Pd (ex Ds) e il Monte dei Paschi di Siena
di Fiorenza Sarzanini per il Corriere della Sera”
(da “Dagospia”, 12 settembre 2013)

Una spartizione tra Pd e Pdl dove la sinistra ha sempre prevalso e poi è scesa a patti. Accordi su nomine e affari che venivano discussi a livello locale e avallati dai vertici nazionali dei partiti, passando per la presidenza del Consiglio. Nell’inchiesta sulla gestione del Monte dei Paschi di Siena, si apre il capitolo di indagine più delicato. È quello che porta direttamente nelle stanze della politica romana. Sono le deposizioni degli amministratori locali, di coloro che per statuto devono indicare i nomi da sottoporre alla scelta per la composizione dei consigli di amministrazione, a delineare quanto è accaduto negli ultimi anni.

Svelando come alla fine ci fosse sempre la necessità di trovare un’intesa che potesse garantire le varie parti. Spesso ignorando quali fossero le reali esigenze finanziarie e soprattutto le garanzie per gli azionisti. La maggior parte dei verbali sono stati depositati all’inizio di agosto scorso, quando i pubblici ministeri Antonio Nastasi, Aldo Natalini e Giuseppe Grosso hanno chiuso la prima istruttoria sull’acquisizione della banca Antonveneta avvenuta alla fine del 2007 per 9,3 miliardi di euro, con una plusvalenza calcolata in almeno tre miliardi di euro rispetto a quanto era stata pagata tre mesi prima dalla banca Santander.

«LE ANIME DEI DS»
Era stato il presidente della Fondazione Gabriello Mancini il più incisivo nel delineare i meccanismi di designazione in un interrogatorio del 31 gennaio 2013: «Era il presidente Giuseppe Mussari che decideva le nomine e mi informava. Il suo riferimento era Franco Ceccuzzi, di area dalemiana. Posso dire che aveva un cordiale rapporto anche con Walter Veltroni quando divenne segretario del Pd. Il punto di riferimento nel Pdl era l’onorevole Denis Verdini. Altra persona con cui aveva rapporti era Gianni Letta. Ricordo che Letta affermava che Mussari era il suo riferimento in banca, mentre io ero il suo riferimento in Fondazione».
Altri importanti dettagli li ha forniti ai magistrati Maurizio Cenni, sindaco di Siena dal 2001 al 2011.

Viene ascoltato come testimone il 4 ottobre 2012 e dichiara: «Devo dire che le diverse anime dei Ds erano fortemente interessate alla gestione di Banca Mps. È sufficiente leggere i giornali dell’epoca per ricordare ciò che l’onorevole Vincenzo Visco o l’onorevole Massimo D’Alema, ad esempio, pensavano della banca. Affermavano che era antistorico che una realtà di soli 60 mila abitanti potesse gestire, attraverso gli enti locali, un gruppo bancario importante come Mps. Affermavano che la banca doveva crescere, doveva acquisire altri gruppi bancari, essere più presente sul mercato italiano e internazionale. L’acquisizione di Antonveneta avviene anche in ragione della pressione psicologica che vi era sulla banca».

I CINQUE COMPONENTI
In uno stralcio di verbale reso noto qualche settimana fa, Fabio Ceccherini il presidente della Provincia di Siena dal 1999 al 2009, chiarisce che nel 2006, per le nomine di Mancini a presidente della Fondazione e Mussari a presidente della banca, di averne parlato «con Cenni, Ceccuzzi e con Franco Bassanini che era stato eletto nella circoscrizione di Siena e assieme all’onorevole Giuliano Amato erano quelli maggiormente attenti al territorio e alla banca. Ebbi colloqui anche con D’Alema che esprimeva perplessità sulla governance».

Altri dettagli sono stati aggiunti dal politico nel corso di quell’interrogatorio del 4 ottobre 2012. In particolare Ceccherini specifica che «il presidente nomina cinque componenti della deputazione» e sostiene di aver cercato sempre «di privilegiare il territorio per la nomina degli stessi». Secondo lui «c’era interesse, ma non ingerenza da parte dei responsabili nazionali dei Ds in ordine alle scelte riguardanti la banca». Ma specifica come proprio D’Alema «riteneva il sistema di nomine medievale perché troppo legato agli enti locali e auspicava un’apertura, un suo maggior radicamento sul territorio nazionale e una politica industriale che fosse più attenta alle esigenze del mercato».

L’ACCORDO CON IL PDL
Agli atti dell’inchiesta c’è la bozza di un patto siglato tra Ceccuzzi e Verdini predisposto il 12 novembre 2008 per la spartizione delle nomine. In calce ci sono i nomi, ma non le firme ed entrambi hanno dichiarato che «si tratta di una bufala». In realtà le «regole» fissate in quel documento sono le stesse poi ripetute a verbale da numerosi protagonisti come il senatore del centrodestra Paolo Amato che ai magistrati, parlando della nomina di Alberto Pisaneschi nel Cda di Mps in quota Pdl, aveva dichiarato: «Pisaneschi non è stato nominato da Verdini, ma è stato il frutto del “groviglio armonioso” senese. Poi Verdini lo ha gestito».

Una linea confermata da Mancini secondo il quale «per questa scelta è stato necessario l’avallo di Gianni Letta e il via libera finale di Silvio Berlusconi».

Non solo. Chiarisce Mancini: «Dopo l’acquisizione, la presidenza di Antonveneta venne affidata a Pisaneschi su indicazione di Mussari. Egli motivava questa sua indicazione con opportunità politica poiché Antonveneta aveva i suoi maggiori interessi in Veneto, regione a forte connotazione politica di centrodestra e dunque era opportuno che il presidente fosse della medesima area politica. Mussari mi disse di aver informato il presidente della Regione Giancarlo Galan dell’acquisizione di Antonveneta».


Caso Esposito, il Csm sventa il soccorso rosso
di Patricia Tagliaferri
(da “il Giornale”, 12 settembre 2013)

Roma – Mentre in Parlamento passa la cosiddetta norma «anti-Esposito» contro i giudici chiacchieroni come il presidente della sezione feriale della Cassazione che il primo agosto ha condannato Silvio Berlusconi per i diritti Mediaset, al Csm c’è ancora qualcuno che cerca in ogni modo di salvarlo.

Sono i consiglieri di sinistra a voler mandare in archivio la pratica che la prima commissione ha aperto per la famosa intervista al Mattino in cui Esposito spiega, subito dopo la condanna e prima che fossero note le motivazioni, perché il Cavaliere era stato ritenuto responsabile di frode fiscale.

Un’intervista che se la misura – prevista dal disegno di legge presentato a inizio legislatura (e dunque in tempi non sospetti) da Francesco Nitto Palma e approvato ieri dalla Commissione Giustizia del Senato – fosse stata già in vigore, avrebbe fatto scattare un’azione disciplinare nei confronti del suo autore. Il testo è passato con i voti di Pdl, Lega, Gal e Scelta Civica-Udc. Hanno votato no il Pd e il M5S, che annuncia battaglia in aula. Con questo disegno di legge, che la Anm considera una «grave limitazione della libertà di espressione dei magistrati», diventa un illecito disciplinare «rendere dichiarazioni che per il contesto in cui sono rese rivelano l’assenza dell’indipendenza, della terzietà e dell’imparzialità richieste per il corretto esercizio delle funzioni giurisdizionali». Insomma, Esposito non avrebbe avuto scampo per quel colloquio con l’amico giornalista, da lui stesso contattato, poi finito sulle pagine del quotidiano partenopeo con le anticipazioni delle motivazioni della sentenza Mediaset. Al grillino Enrico Cappelletti che attacca la «nuova legge vergogna contro la magistratura», il presidente della Commissione Giustizia del Senato Nitto Palma ricorda che «l’intervento normativo di tipo disciplinare sulle dichiarazioni fuori misura rese dai magistrati era stato auspicato dal Csm e dallo stesso presidente della Repubblica».

A Palazzo dei Marescialli, però, la sinistra non molla. Esposito va salvato a tutti i costi, nessuna incompatibilità per lui, le sue esternazioni sono state tutt’al più «inopportune». La richiesta di archiviare il caso stoppando un’eventuale procedura di trasferimento d’ufficio è stata avanzata dai togati di Area, Paolo Carfì e Francesco Vigorito, e dal laico del Pd Glauco Giostra, che non avrebbero neppure voluto aprire un’istruttoria contro Esposito ritenendo inutile anche l’acquisizione della trascrizione dell’intervista. L’istruttoria, invece ci sarà, e questo grazie al voto contrario del laico del Pdl Annibale Marini, del togato di Magistratura indipendente Antonello Racanelli e del relatore di Unicost Mariano Sciacca. I togati di Area ieri hanno anche chiesto al plenum un intervento a tutela dei magistrati, in particolare quelli di Md, attaccati dopo la sentenza Berlusconi.


Berlusconi rassicura il Pdl: presto farò la mossa decisiva
di Adalberto Signore
(da “il Giornale”, 12 settembre 2013)

Segna il passo il Cavaliere. E come un plotone che continua a marciare sul posto in attesa dell’alt o dell’ordine di riprendere l’avanzata, anche Silvio Berlusconi è incerto e per nulla deciso sul da farsi.
La giornata la passa ancora una volta chiuso ad Arcore, in compagnia dei figli e degli avvocati Niccolò Ghedini e Franco Coppi.
E al telefono con Roma, spesso in vivavoce, ascolta prima le colombe e poi i falchi del suo partito: da una parte chi gli consiglia di mediare e trattare e tenere in vita il governo e dall’altra chi è convinto che ormai la strada sia segnata e che nessuno gli farà sconti (soprattutto il Quirinale) e che l’unica soluzione è far saltare il banco per andare ad elezioni e fare una grande campagna elettorale sulla giustizia.

Berlusconi lascia parlare e, spesso e volentieri, concorda con entrambe. D’altra parte, la partita è complicata e ogni soluzione si porta dietro pro e contro. Con una certezza: difficilmente la questione potrà essere risolta definitivamente, perché sul tavolo non c’è solo il voto sulla sua decadenza da senatore ma pure la riformulazione delle pene accessorie della Corte d’appello e, guardando ancora più avanti, gli altri processi che sono in piedi (tra cui quello Ruby già in appello). Insomma, difficile pensare ad una soluzione definitiva.

Ecco perché il Cavaliere temporeggia, perché pur essendo più tentato dallo strappo che dalla trattativa lascia che gli ambasciatori – con il Pd e con il Colle – facciano il loro lavoro. «Presidente, è arrivato il momento di prendere una decisione», lo invitava ieri più di un interlocutore. Ma Berlusconi continua a frenare, ad evitare lo show down. E il massimo che gli riescono a strappare i colonnelli del Pdl che hanno occasione di sentirlo al telefono è la promessa che «entro pochi giorni scioglierà gli indugi». Per il momento, però, continua ad «aspettare un segnale», in particolare dal Colle. Un attesa che non dovrebbe durare più di qualche giorno, al massimo fino a quando la prossima settimana la Giunta per le elezioni del Senato si pronuncerà sulla relazione del senatore Andrea Augello. Allora, se il voto fosse compatto e contrario come probabilmente sarà, si dovranno tirare le somme. E decidere il da farsi.

Sul tavolo ci sono ancora tutte le ipotesi, come quella di staccare la spina al governo (perché in effetti sarebbe insostenibile restare nella stessa maggioranza con chi ti ha appena fatto decadere da senatore con un voto dell’aula) e sperare in elezioni anticipate con una campagna elettorale incentrata sulla giustizia. Sarà un caso, ma ieri nella nuova sede del partito in piazza in Lucina hanno iniziato a sventolare dai balconi (anche sul lato via del Corso) le bandiere di Forza Italia. Resta in piedi, però, anche la trattativa per una soluzione meno dura. Che magari potrebbe passare per la grazia o per un Berlusconi che decide di dimettersi prima del voto dell’aula così dal disinnescare la miccia.

A quel punto, il Cavaliere resterebbe sulla scena come leader del centrodestra alla Beppe Grillo, guiderebbe cioè il partito da fuori il Parlamento. Più probabilmente affidato ai servizi sociali più che agli arresti domiciliari. Sembra che l’ex premier propenda infatti più per la prima soluzione, che gli permetterebbe anche di avere una certa «agibilità politica». Se invece la scelta dovesse alla fine cadere sui domiciliari con ogni probabilità chiederebbe di trascorrerli ad Arcore.


Berlusconi, i figli gli chiedono di dimettersi e di chiedere la grazia
di Redazione
(da “Libero”, 12 settembre 2013)

Obiettivo, salvare papà. Lavorano uniti Marina, Pier Silvio e Barbara. La prole scende in campo, si presenta ad Arcore con alcune cartelle controfirmate: la richiesta ufficiale di grazia al Capo dello Stato. Ma Silvio Berlusconi non molla, non accetta (per ora). Il Cav tiene duro, in attesa di capire che fare. Attendere il voto in giunta, la decadenza e il probabile crollo delle larghe intese oppure le dimissioni? Già, perché le dimissioni, unite alla richiesta di grazia presentata dai figli, gli permetterebbero di lasciare a Giorgio Napolitano la possibilità di pensare alla commutazione della pena detentiva in pecuniaria. O alla grazia.

Il bivio – La situazione, in Giunta, resta tesissima. Dopo la fragile tregua di martedì sera è ripreso lo scontro tra Pd e Pdl. Il voto è inevitabile, la trattativa coi democratici è impossibile, tanto che anche il socialista Buemi ha sbottato, spiegando che arrivano diktat “non certo dal centrodestra” per far fuori il Cavaliere il prima possibile. In questo contesto, Berlusconi cerca di guadagnare tempo: se il voto arrivasse subito, prima che la situazione si sbloccasse (decidere sulla richiesta di grazia e la sfiducia a Letta), Napolitano verrebbe neutralizzato. Il voto definitivo dell’aula di Palazzo Madama farebbe precipitare la situazione: commutare la pena da detentiva in pecuniaria sarebbe più difficile.

Salvare papà – Così i figli, a Villa San Martino, sono tornati a chiedere al padre di accettare la proposta di grazia. Lo avevano già fatto nelle scorse settimane, ma Berlusconi non ne aveva voluto sapere. Marina, Pier Silvio e Barbara, ora, sono convinti che non la politica, ma solo loro possano salvare il padre. Ma, come detto, per portare a compimento il piano sono necessarie le dimissioni dal ruolo di senatore. “Un gesto di responsabilità e coraggio”, avrebbero detto i figli. Un gesto che, però, per il Cav assomiglia a una resa. E infatti, Angelino Alfano, parlando delle possibili dimissioni del leader ha commentato tranchant: “Non lo farà”.

Ragioni economiche – Dietro la pressione dei figli, oltre all’amore per il padre, ci sono però anche ragioni economiche. Una grazia per salvare Mediaset e le aziende di famiglia. Lo scenario viene tratteggiato da La Stampa, che parla di una “segretissima ragione” dei ripetuti summit familiari, ossia una sistemazione patrimoniale avviata da Berlusconi a favore dei figli per evitare contraccolpi giudiziari – in concreto sequestri di pacchetti azionari e provvedimenti simili – sui vari interessi dell’azienda di famiglia. Ieri, mercoledì 11 settembre – e forse non è un caso – il titolo Mediaset in Borsa ha guadagnato oltre il 3 per cento.


Il Pd ostaggio di Berlusconi e Grillo
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 12 settembre 2013)

Sarà pure vero, come dicono i falchi del Pd, che Enrico Letta ed il suo governo sono diventati ostaggio di Silvio Berlusconi. Ma è ancora più vero, come dimostra la vicenda della Giunta che deve decidere della decadenza del cavaliere, che una parte consistente del Partito Democratico ed in primo luogo il suo segretario Guglielmo Epifani, sono diventati ostaggio di Beppe Grillo, del Movimento Cinque Stelle e di tutti i più ottusi e furibondi giustizialisti dei giornali, delle televisioni e della rete presenti in Italia.

Se però sono vere le due ipotesi, cioè che il governo è condizionato dal Pdl e che il Pd è condizionato da Grillo e dai giustizialisti, la conclusione è fin troppo semplice. Poiché il governo è guidato dall’ex vice segretario del Pd e la base del partito della sinistra si sente irresistibilmente attratta dalle posizioni più estremiste dei grillini, vuol dire che in questa fase il partito guidato da Guglielmo Epifani ha perso la sua autonomia politica ed è destinato non ad essere l’asse portante della legislatura ma la ruota di scorta del Pdl da una parte e della sinistra populista e fondamentalista dall’altra. Il congresso, che non si sa se e quando si possa tenere, è di fatto già celebrato.

Oggi la linea politica del Pd è quella della subordinazione a forze alternative. Se vuole continuare a tenere in piedi il governo di Enrico Letta fortemente voluto e tenacemente sostenuto dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano non può non subire i condizionamenti imposti dal partito dell’odiato Cavaliere. Ma per coltivare la speranza di potersi liberare delle pressioni e dell’alleanza scomoda ed innaturale con il centro destra non può non finire sotto il ricatto di una base che è attratta come una falena dalla luce dall’estremismo più forsennato dei grillini e dei giustizialisti.

Per spezzare il doppio condizionamento il partito di Epifani dovrebbe celebrare sul serio il congresso decidendo da un lato di mandare all’aria il governo Letta per liberarsi di Berlusconi e di puntare risolutamente alle elezioni scacciando l’idea di sostituire le larghe intese con il centro destra con le piccole intese con i possibili fuoriusciti del Movimento Cinque Stelle. Ma liberarsi del Cavaliere può essere facile ed un Matteo Renzi in versione superstar può farlo tranquillamente. Come liberarsi, però, di una base elettorale che prende a secchiate d’acqua Luciano Violante, cioè il vero artefice della politica giustizialista, accusandolo di tradimento per non aver chiesto l’immediata esecuzione sommaria di Berlusconi? Chi pensa che con Renzi il Pd possa recuperare la sua autonomia politica s’illude.

Perché per conquistare il partito il sindaco di Firenze si è visto costretto a cavalcare l’onda del giustizialismo che gli ha alienato le simpatie che aveva tra i moderati. E perché non sarà la sua conversione tardiva agli umori dominanti della base del Pd a salvarlo dall’offensiva che Beppe Grillo gli muoverà forte della certezza di poter contare sulla quinta colonna giustizialista presente nella sinistra ortodossa. In queste condizioni il pallino torna nelle mani di Berlusconi. Anche nei panni di futuro decaduto da parlamentare!


Zanda, il falco democratico che ubbidisce a Repubblica
di Fabrizio Rondolino
(da “il Giornale”, 12 settembre 2013)

La premessa, sebbene non particolarmente originale, è incoraggiante: «Ciascun componente della Giunta giudicherà secondo la propria opinione e secondo la propria coscienza». Si parla, naturalmente, di Berlusconi e della sua possibile decadenza da senatore.

Poi però si capisce che per Luigi Zanda, capogruppo del Pd a Palazzo Madama, «opinione» e «coscienza» sono modi di dire, parole vuote che rivestono e imbellettano una verità di partito indiscutibile: «La legge è chiara e la sentenza della Cassazione è irrevocabile. Le conseguenze sono lineari e mi auguro che la giunta tenga conto all’unanimità di queste circostanze obiettive». L’«obiettività» delle circostanze impone l’«unanimità» della decisione: e dell’opinione e della coscienza dei senatori che fanno parte della Giunta, come nella caricatura di un processo staliniano, non resta nulla. Chi non vota contro Berlusconi è fuori dalla verità perché è contro «l’obiettività delle circostanze».

Questo modo di ragionare – come da un pulpito, investiti di una superiorità morale se non antropologica, e con la convinzione non di esprimere un’opinione fra le altre, ma di pronunciare ogni volta una verità oggettiva – non è infrequente a sinistra, e tende a prevalere in particolare nel cosiddetto «partito di Repubblica». Che naturalmente vede nel disfacimento confuso del Pd un’occasione d’oro per riaffermare e, se possibile, ampliare la propria egemonia.

Dicono i maligni che il senatore Zanda scruti con apprensione, ogni pomeriggio, la rubrica che Gianluca Luzi pubblica sul sito di Repubblica, dove si racconta la riunione di redazione del mattino e, soprattutto, si riferisce l’opinione di Ezio Mauro. Una volta saputa la linea, il senatore Zanda provvede poi a divulgarla in dichiarazioni e interviste. Sarà soltanto un pettegolezzo, ma certo il rapporto del capogruppo del Pd con il mondo debenedettiano è tanto stretto quanto duraturo.

Per tutti gli anni Ottanta Zanda è stato consigliere d’amministrazione del gruppo editoriale l’Espresso e vicepresidente dell’Editoriale periodici culturali dello stesso gruppo, che pubblica tra l’altro la bibbia del fondamentalismo antiberlusconiano, MicroMega. Curiosamente, nel decennio precedente era stato segretario e portavoce di Cossiga, che con l’Ingegnere non andò mai d’accordo: ma il passaggio al partito di De Benedetti non deve aver guastato i rapporti fra i due, perché sembra che proprio Cossiga, nel 2003, chiese a Berlusconi di non candidare nessuno nel collegio senatoriale di Frascati perché la Margherita aveva schierato proprio lui, Zanda. Il quale entrò dunque per la prima volta in Parlamento con la più bassa percentuale di partecipazione al voto dell’intera storia repubblicana (il 6,47%) e grazie alla benevolenza del Cavaliere. Negli anni successivi ci penserà il Porcellum a riportarlo ogni volta in Senato.

Non è ben chiara quale sia la posizione politica di Zanda, al di là di una generica origine democristiana e ministeriale (il padre fu capo della Polizia negli anni Settanta), e forse è per questo che ha saputo negli anni muoversi sempre sulla scia del vincitore del momento, alternando politica e gestione del potere in un impasto tipicamente romano. Zanda infatti è stato presidente del Consorzio Venezia Nuova, presidente di Lottomatica, e, nel ’95, presidente e amministratore delegato dell’Agenzia del Giubileo su nomina di Rutelli, con cui condividerà l’avventura politica della Margherita. E proprio la Margherita lo piazza nel Cda della Rai, nel 2002, prima di spostarlo al Senato dove quest’anno, divenuto bersaniano di ferro, è stato nominato capogruppo.

Uomo sfuggente e abile nella manovra tattica – alla Festa democratica di Genova, la scorsa settimana, si è rifiutato di commentare le candidature alla segreteria del Pd trincerandosi dietro il suo «ruolo istituzionale» – Zanda in questa fase si è idealmente posizionato a Largo Fochetti, autonominandosi portavoce di Repubblica nella convinzione che, qualunque cosa succeda alla disastrata sinistra italiana, il giornale di Ezio Mauro continuerà ad esistere e a prosperare. Facile dunque prevedere una sua imminente conversione al renzismo, visto l’endorsement pubblico di De Benedetti. Ma prima c’è da completare l’opera: eliminare il Caimano.


Boldrini come Fini: per lei dire “Pdl” è come un insulto
di Maria Giovanna Maglie
(da “Libero”, 12 settembre 2013)

Presidente Boldrini, che gaffe risentirsi proprio quando si nomina il Pdl per dire che il Pd gli assomiglia, anzi che è peggio, un po’ di democratica dissimulazione non guasterebbe. Ieri alla Camera spettacolino che manco alla fine della Prima Repubblica, quando i corsari leghisti improvvisatisi moralizzatori agitavano cappi e promettevano impiccagioni dei corrotti, e credevamo di aver visto il peggio dell’arroganza e dell’occupazione spacciato per nuovo. C’era allora un Giorgio Napolitano presidente della Camera a fare da arbitro, e interpretò con zelo più che altro la parte di un utile Ponzio Pilato, perfetto per liquidare lo scomodo riformista Bettino Craxi; oggi tocca a Laura Boldrini, che è certamente una neofita della politica e del Parlamento, non certo delle certezze ideologiche e del culto del politically correct, e le tocca la contestazione proprio nel giorno di massima tensione dell’estenuante partita sul Cav, a lei gestirsi il casino dei 5 stelle. Il tasso di conflittualità è alto, ma non fatevi fregare: sono amici nemici, sono fratelli coltelli, sognano di andare al governo insieme anche se si ricoprono di accuse e ingiurie, forse sogna di salvarsi in corner grazie a loro anche il Pd che si disse riformista e si immaginò laburista. Invece eccovi serviti, uno scenario affascinante, meglio che al cinema non fosse che la crisi ci morde, figuratevi se diventasse lo scenario del nuovo governo di servizio. Venti di questi energumeni dalla vostra parte, venti di questi sprovveduti a sostenere una maggioranza, davvero uno spettacolo da non perdere.

Tutto è partito dalla protesta dei grillini per l’istituzione del «Comitato dei 42», con cartelli esposti in difesa dell’articolo 138 della Costituzione, contro la riforma. Dopo l’impavido intervento dei commessi che hanno rimosso i cartelli, i deputati imperterriti hanno continuato a protestare braccia alzate, come se avessero ancora i manifesti in mano. «Mani che hanno difeso la Costituzione!», twitta la grillina marchigiana Patrizia Tenzoni, e non c’è dubbio che se potesse rispondere la Costituzione, signora molto anziana ed acciaccata, anche perché già non partorita in gran salute e da allora sempre tirata di qua e di là come un pupazzo di gomma, si incazzerebbe molto. Poi arriva uno dei piacioni del 5 stelle, Alessandro Di Battista, che ne dice di tutti i colori, nel momento clou dà dei «ladri» ai colleghi deputati, e specifica. «Sbagliavamo quando dicevamo che il Pd è uguale al Pdl – dice Di Battista – il Pd è peggio del Pdl!». «Non offenda, onorevole», sbotta allora la presidente, e ci duole farle sapere che si è qualificata come protagonista della più bella gaffe della legislatura.

Ci duole anche comunicarle che, lo voglia o no, come gestore dell’asilo Mariuccia era meglio anche la bimba Irene Pivetti. «Pezzi di merda», tuona l’onorevole Antonio Leone, con il rischio di passare dalla ragione al torto, tanto che la grillina Gilia Di Vita si mette a strillare come un’aquila perché si ritiene offesa. Nel casino generale un ex 5 stelle si dissocia disgustato, è Adriano Zaccagnini. «Sono stato 8 anni abbonato in curva sud con la Roma. Questa Aula è diventata lo stadio, un mercato, è inaccettabile, il Movimento 5 Stelle fa qui – tuona il deputato romano ora iscritto al gruppo misto – quello che non sa fare in piazza». Dai seggi del Pd applaudono convinti, allora la badessa 5 stelle Lombardi si incazza sul serio: «Zaccagnini applaudito in standing ovation dal Pd – scrive – Mo’ gli facciamo un fiocchetto in testa e glielo regaliamo!».

Prima di indignarsi per paragoni blasfemi tra sinistra e destra, il presidente Boldrini farebbe bene a controllare anche quel che scrive creativamente un altro 5 stelle, il suo vice, Luigi Di Maio. Cito: «Che il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano sia stato un commissario all’emergenza di questa Legislatura è chiaro. L’emergenza in particolare è quella dei partiti che rischiavano di scomparire dalla scena politica a causa della presenza del M5S e che invece, come fanno le aziende in tempo di crisi, si sono consorziati, Pd&Pdl». Non basta: «Napolitano facendosi rieleggere (contro ogni prassi costituzionale) ha messo in “standby” la diciassettesima Legislatura spingendo perché questo assurdo Governo non cadesse, ha finito per non garantire più le opposizioni». Re Giorgio non gradirà.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart