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Ferracuti, Angelo

7 novembre 2007

Un poco di buono  

“Un poco di buono”

Il libro si apre con una corsa affannosa del protagonista Andrea Giuliani, ormai un uomo vicino ai quarant’anni, in mezzo alla neve, che ad un tratto torna a cadere sempre più fitta. Sappiamo che deve confessare qualcosa di brutto che è accaduto e cerca una chiesa e un prete. Poi cade, si sloga una caviglia, non riesce a proseguire e allora invoca soccorso, urlando disteso sulla neve. Non sapremo più che cosa sarà di lui.

Comincia con questa scena suggestiva il romanzo di Ferracuti, scrittore nato a Fermo nel 1960, con all’attivo altre esperienze letterarie, e già ci allaccia con quell’interrogativo che subito sorge: che cosa avrà mai fatto Andrea? È lui il poco di buono richiamato nel titolo?

Si torna indietro di un anno e lo troviamo ospite di una comunità di recupero, denominata comunità del Gesù Risorto, sull’Appennino emiliano, dove conduce un’esistenza svogliata e triste, e dove ci si impegna in occupazioni in grado di riempire il tempo di una vita sospesa.

Ancora si torna indietro, a tre anni prima. E si apprende che il protagonista, mentre svolge il servizio militare di leva a Ferrara, incoraggiato da alcuni commilitoni, inizia l’esperienza della droga. Una esperienza da cui pensa di potersi liberare facilmente e che invece lo imbriglia e lo condurrà a rifornirsi di dosi sempre più frequenti, quindi a rubare, e infine al carcere. Infatti, insieme coi compagni di strada ha assistito al brutale omicidio di un vecchio benzinaio, Ulisse, al quale uno del gruppo, Claudio Angelini – che poi farà una brutta fine – voleva spillare del denaro.

La comunità che lo ha accolto non è quel toccasana che immaginava all’inizio. Vi accadono cose terribili, si comminano punizioni severe che inducono alcuni a fuggire all’improvviso e a scomparire nel nulla. Don Ubaldo, il sacerdote che regge la comunità, trascorre il suo tempo attaccato ad un telefono cellulare, e quando è fuori, entra e esce dalle case più importanti di industriali, politici e maneggioni di ogni genere, così che Andrea si convince che anche il prete è un faccendiere, adatto più a dirigere un’azienda che a servire Dio. Si affaccia pure in lui, infine, il desiderio di andarsene, come era accaduto ad altri, e inizia il suo tormento, giacché non è sicuro di che cosa possa attenderlo fuori della comunità. Ma ecco che una sera prepara la valigia, è deciso. Ha paura però di parlarne con don Ubaldo. Lui dice sempre a tutti quelli che vogliono andarsene che il mondo là fuori è un inferno e prima o poi tutti ci ricascano e tornano a fare la fila per entrare nella comunità. I più riesce a convincerli. Allora Andrea passa giorni e giorni ad immaginare il suo colloquio con don Ubaldo, e il modo di liberarsi della sua calma serafica che riusciva a mandarlo in bestia.

È il piccolo sogno d’una vita normale e bellissima che spinge Andrea ed altri compagni ad andarsene, come se la normalità fosse una specie di pelle che spontaneamente si rigenera a chiudere una ferita. È questo il momento in cui il tema principale emerge: il desiderio dell’uomo di vivere la sua normalità. Normalità che bussa sempre alla nostra porta, e che è anche bellezza, e si può perfino dire che è felicità.

Una mattina di tardo autunno, intorno alle cinque, dopo tanti ripensamenti, la decisione è presa. Fuori sta piovendo, ma Andrea ha con sé ormai la sua valigia e se ne va, non senza aver prima salutato il cane Lenin, un bastardino che dormiva di solito nella stalla e che si era mosso per venire a salutarlo. Dà un ultimo sguardo alla casa colonica in cui vive la comunità e, affondando nel fango, e bagnato dalla pioggia cadente, si allontana. Sta entrando dentro quel mondo che ha conosciuto e da cui è stato sconfitto una prima volta, e che don Ubaldo chiama l’inferno della vita di strada. Diceva a tutti, per scoraggiarli, che là fuori c’era la roba e c’era il male del mondo. E: il male era potente, non si poteva combatterlo da soli.

Arriva alla stazione, sale sul treno. Il suo primo pensiero è stato per la sua famiglia. Ha telefonato alla madre, che subito si domanda che cosa sia accaduto. La tranquillizza, ma quando sta controllando il quadro delle partenze, mentre leggeva assorto, e guardava quei numeri e i nomi delle destinazioni, all’improvviso l’ansia lo colse di sorpresa, allora Andrea sentì un groppo in gola, cominciò a respirare affannosamente, come se gli si bloccasse il fiato dentro, e si sentì debolissimo.

Sono le prime avvisaglie di una prova molto difficile, che è appena cominciata. Anche quella con la madre, quando giunge a casa: scena misurata ma bellissima, con la donna che non può che avere trepidazione, premura e gioia per suo figlio: Aveva gli occhi lucidi, le narici arrossate, e le sue mani gesticolavano frenetiche, sembravano non fermarsi più mentre parlava. E ancora: il suo viso brillava di contentezza. E Andrea davanti a lei è emozionato, stava per piangere, si guardava attorno spaurito. Ma cerca di darsi forza di fronte alle prime difficoltà, vuole non smarrirsi, non dare spazio all’insicurezza, alla paura, che da qualche parte stanno ancora nascoste dentro di lui: adesso ci siamo, resisti.

La scrittura, sempre molto lucida e pulita, sta crescendo di intensità, si arricchisce di emozioni, e ciò che può apparire come scontato – ne conosciamo molte di storie reali come questa – in realtà ci prende per l’esattezza e la puntualità delle situazioni e dei sentimenti che vengono descritti. Della casa di Andrea, l’autore scrive: Che strano, aveva passato tre quarti della sua vita là dentro e adesso quella casa gli pareva un luogo straniero. Più la guardava e meno sembrava la dimora sicura e accogliente di una volta.

La prima vera difficoltà è con il padre, che, dietro le sue lenti spesse, l’accoglie con una stretta di mano e con un abbraccio e un bacio, ma Andrea avverte il suo fastidio per quel figlio ritornato forse per creargli nuovi problemi. Epperò il padre ha ancora indosso i profumi di una vita e di una esperienza conosciute e amate: Sentì l’odore dei conigli che allevava, l’odore dell’orto, e quello inconfondibile della loro famiglia come fosse un profumo di bestie.

Questo è ciò che prova in casa sua. Poi viene l’esterno, l’incontro e il confronto con tutti gli altri. Cerca il lavoro, e non lo trova, rivede i vecchi compagni ed uno di questi, Marco Mariani, tenta di ricondurlo sulla strada della droga: lo desidera ma resiste. Si sente debole, però, vulnerabile. I genitori assistono alla sua lotta interiore, trepidano.

L’autore ci fa partecipi della storia, e ci ricordiamo di quell’inizio affannoso, di Andrea che corre in mezzo alla tempesta di neve, e cade e invoca soccorso. Perché cerca un prete? Che cosa ha mai fatto ancora di così terribile?

Ci viene da dubitare che non ce la farà a vincere la sua battaglia, e vogliamo conoscere il più presto possibile il momento, l’ostacolo che lo farà cadere.

Il padre ha la passione della caccia, costruisce trappole che in inverno nasconde nella neve per prendere dei poveri passerotti affamati, non ha compassione per le bestiole, e non ne ha nemmeno per il figlio, al quale un giorno decide di fare una ramanzina: Io non ne posso più di vederti qua dentro, lo sai? Uno si ritrova tra i piedi un deficiente, allora è un bel guaio. Un deficiente – diceva – capisci? Della lotta che sta subendo dentro di sé il figlio, della resistenza che sta affrontando contro il richiamo degli amici, della sua insicurezza, delle sue paure, del suo desiderio di trovare in casa un rifugio in cui possa sentirsi al sicuro dalle suadenti sirene della droga, quel padre, al contrario della madre, non vede niente. La scena fa rabbrividire anche noi, e abbiamo paura di ciò che quelle parole possono provocare in un individuo che già vacilla, che già pensa di non farcela, e che subisce il trauma di un’incomprensione che lo ferisce come una pugnalata nella schiena.

Qui la prosa del Ferracuti raggiunge il suo acme di disperazione, e fa barcollare anche noi. È dura – rispose Andrea a bassa voce, rompendo un silenzio gravoso. E poco dopo: Tu non ci crederai babbo, ma non si trova un accidenti.

Come può una società disperata, assente e inutile, aiutare i tanti Andrea sparsi ovunque, assediati dal vuoto e dalla paura? Una società che costruisce padri come quello di Andrea? Anche se non è facile per un padre affrontare una situazione così angosciante e triste: Sfogava in questo racconto di guerra tutte le sue delusioni. Quando non ce la faceva più, il padre di Andrea, infatti, si metteva a raccontare una lontana esperienza di guerra, allorché, ragazzino, si era trovato davanti una baionetta tedesca. La memoria del passato lo aiutava a fuggire il presente, mentre suo figlio, guardandolo districarsi tra le trappole sotto le neve, pensava che sarebbe stato bello, in quell’inverno perenne, scendere sotto la neve come una lepre bianca e nascondersi, e poi dentro quei brividi sparire.

La sua mente ogni tanto si ristora coi ricordi, anche quelli tristi, per esempio la brutta storia del benzinaio Ulisse, che lo aveva condotto in carcere all’età di ventitré anni, o quando, militare di leva, teneva sulle spalle il pesante fucile Garand, o quando era venuto alle mani col padre, che non riusciva a rassegnarsi di vederlo ridotto in quello stato, o il mattatoio che gli aveva insinuato sin da ragazzo l’idea della morte. Non ricorda invece Marida, la fidanzata, la ragazza nera di capelli e dagli occhi limpidi che per un certo periodo gli aveva voluto bene. Belli o brutti, in qualche modo l’aiutano a sentirsi vivo, ancora, e a resistere. Finché il lavoro viene; prende servizio come operatore ecologico presso il Comune, e gli affidano una macchina pulitrice che gli consente di guardare la città nel momento in cui, all’alba, comincia a destarsi. Gli piace, è contento. Tutto pare avviato ora sulla strada giusta, si sente un uomo migliore toccato finalmente dalla grazia di una vita onesta e normale. Eccola giungere la normalità, che per gli altri è cosa scontata, naturale, mentre per chi l’ha perduta una volta diviene una conquista sofferta, anelata, dolorosa. Il padre e la madre e lui stesso si riconciliano col mondo. È nel corso del suo lavoro che si trova di fronte alla casa di Marida, che conosceva a memoria. E allora fluiscono a scrosci i ricordi del suo amore, e a distanza di tempo riuscivano a fargli desiderare che quel piccolo paradiso tornasse. Gli manca questo alla piena normalità, si intuisce. Poi le cose volgono al peggio; per chi sbaglia una volta, sembra dirci l’autore, non conta più la buona volontà, l’impegno, la voglia di risalire la corrente, ma il passato sta sempre in agguato con la sua cattiveria che si allunga sul presente per tormentarlo, segnarlo di dolore. Tuttavia Andrea, al contrario dell’amico Carlo Anselmi, che peraltro sarà così generoso con lui, non demorde, è caparbio, vuole vincerla la sua battaglia, vuole tornare alla normalità: ossia riconquistare quel ricco tesoro che aveva buttato via in quegli anni lontani e disperati. Gli costerà però molto caro.

Il racconto si snoda sempre su linee assai semplici, che sono il resoconto analitico di un’esperienza che, proprio perché non ci viene presentata con la drammaticità che pure porta con sé, ci conduce per mano a riflettere e a comprendere.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart