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Barolini, Antonio

6 novembre 2007

Una lunga pazzia

“Una lunga pazzia”

Feltrinelli, 1962, pagg. 370.

Non so se Mario Tobino, il medico dei matti, ai quali ha dedicato il suo amore ed alcuni tra i suoi libri più importanti, abbia mai letto questo romanzo di Antonio Barolini, ma mi piace pensare di sì e che l’abbia amato.

La protagonista, Maria-Assunta, è infatti una pazza, ricoverata in manicomio e assistita dalla domestica Annetta, anche lei fuor di testa, sia pure “un po’ meno della padrona.” Intuiamo che deve aver combinato qualcosa di grosso, perché lì ce l’ha fatta rinchiudere da quattordici anni il tribunale “assolvendola per totale infermità di mente.” ed ha delle visioni nel corso delle quali le appare “il Venerabile” che prima o poi dovrà essere, secondo lei, “esaltato Beato e glorificato Santo” giacché “non gli mancano che tre miracoli. Cosa sono tre miracoli?…”

Il romanzo ci farà la storia di questa donna e di come si è andata sempre più avviluppando nella sua pazzia, introducendo Pietro, un possidente terriero molto ricco, sindaco di una grossa borgata veneta al confine con la Lombardia, che a quarantacinque anni, robusto e sanguigno, “un bestione”, non solo si divertiva a frequentare di tanto in tanto il bordello, ma s‘era fatta per amante Regina, la libidinosa e bella moglie di un suo colono, il quale conosceva la tresca e l’assecondava, finché non gli viene in mente di sposare – consapevole di esserne stato innamorato da sempre – Maria-Assunta, figlia di un albergatore, più adatta, secondo lui, ad appagare le esigenze del suo censo: “Nella sua casa e nella sua vita egli aveva bisogno di una signora.” È un vero piacere per me ritrovare in Barolini il profumo di una scrittura carnale, sapida e attenta, che mi ha fatto ricordare altri miei amori letterari come quelli per Bacchelli e Dessì. Non che il linguaggio degli scrittori di oggi sia da porsi in un raffronto negativo con essa, ché il tempo ha le sue esigenze e, più che queste, ha le sue manie; ciò non toglie che quella prosa ha un potere ed un incanto evocatori che mancano agli scrittori del tempo nostro, come se allora ci fosse l’assiomatica, e lodevole, convinzione che il pennino del narratore non fosse dissimile dallo scalpello dello scultore o dal pennello del pittore, e lo si dovesse adoperare con la stessa grazia e la stessa magia incantatrice, badando a non provocare schegge, sbrecciature, sbaffi e macchie deturpatrici; e così quel pennino lo vediamo all’opera molte volte in questo romanzo, come per esempio nel simpatico ritratto del notaio a cui Pietro affida l’incarico di combinare il suo matrimonio con la romantica Maria-Assunta, la quale tutto si aspettava all’infuori che ricevere la proposta di nozze per il tramite di un notaio!

Il quale riesce anche a rimandare a dopo le nozze un contratto che Pietro si era impegnato a fare con Regina per tacitarne la gelosia, dopo che questa si era infuriata con lui non appena aveva saputo dell’imminente matrimonio. Donna orgogliosa, come lo sono in fin dei conti tutte le donne su questo punto, non si perdonava di non essere stata bastevole per quel suo galletto, al quale riusciva a spillare tanti soldi. S’intuisce che si gioca su questo affronto il romanzo, e la civiltà contadina – quando ancora si leggeva e cenava a lume di petrolio (“Giacinta portò in giro i lumi per la casa e li dispose un po’ dovunque”) – ne risulta esaltata, mettendo in campo credulità, furbizie, inganni, passioni che hanno la ruvidezza, la solidità e la persistenza di cicatrici.

Insediatasi nella bella casa padronale, non contenta tuttavia di aver sposato un possidente “gretto” e villano, con “certi suoi moti volgari” (“Si domandò quando sarebbe riuscita a cambiarlo, a farne un signore.”), Maria-Assunta va maturando quel suo aristocratico scontento e quella permalosa superbia (“timida superiorità”) che le renderanno odiose e urtanti le consuetudini e le confidenze dei “borghesucci del paese”, mentre degli umili e devoti famigli che le stanno intorno accetterà con degnazione la loro “sconfinata deferenza” e la loro adulazione, sapendo di potersene liberare “come e quando voleva”. Si stanno formando due epicentri, distanti appena otto chilometri l’uno dall’altro, il primo rappresentato dal fondo “Le Passere”, dove Regina si è insediata e non vuol certo arretrare dalla posizione cui è pervenuta, forte della sua sensuale bellezza (“E dove troverò un’altra donna come quella?”), e il secondo dalla casa padronale, dove Maria-Assunta ha creato il suo mondo chiuso (“Né ella si rendeva minimamente conto della tirannia che esercitava, convinta che fosse per tutti il dolce peso della sua superiorità e spiritualità”), intenta a suonare il pianoforte e a creare e dipingere cuscini “belli e suggestivi” con scenografie romantiche, e dove ha imparato a sopportare e ad amare a suo modo il marito. Ricordandoci dove l’abbiamo incontrata nel prologo con cui si dà l’avvio al romanzo, noi ci domandiamo se non siano già tutti qui delineati i germi corrosivi che ne inquineranno l’esistenza.

La scrittura dell’autore, che avoca a sé qualche volta le tenebrose atmosfere della scapigliatura, certi languori e certe inquietudini morbose e decadenti del conterraneo Fogazzaro, si veda “Malombra” in particolare, non divaga mai dalla trama che s’infittisce prodigiosamente in quel ristretto spazio dei pochi chilometri che dividono i due centri di attrazione: un percorso breve ma intriso di ansie e grevi umori in cui si avverte il crescere di una fatalità minacciosa e incombente. Tutto pare, nello stile di Barolini, orientato a rendere onnipresente, come un riferimento costante e doloroso, simile al coro di una tragedia greca, quel prologo che ci ha fatto conoscere una Maria-Assunta travolta da un destino che mai avrebbe immaginato di incontrare, allorché nella sua casa paterna era circondata dall’amoroso rispetto dei suoi cari. Si ha l’impressione tutta visiva che l’autore si proponga di far tornare davanti a noi quell’immagine di ragazzina, affinché la si scopra e riconosca ancora più fragile e già segnata, in quegli anni che le si stanno allontanando ormai perfino nella memoria; così che l’uscita dalla sua casa per venire sposa da Pietro, ci dà tutta intera la ferocia e la miseria di una ineluttabilità già pronta all’agguato e che si scatenerà in tutta la sua incommensurabile virulenza. I segni non tardano a comparire quando, per un caso, la donna scopre la relazione tra il marito e Regina. Indotta a perdonarlo, il tarlo della gelosia però si mette all’opera e inizia a produrre i primi effetti devastanti, come l’aborto del primo figlio. Questo nuovo dolore contribuirà a costruire intorno a sé un recinto di malinconie corrosive, asprezze, intolleranze, nevrosi, ipocrisie, sventure, che si addenseranno come torbide nuvolaglie sulla sua fragile personalità. Sentiamo che stiamo incamminandoci per un sentiero disperato e senza ritorno, e Barolini vi si inoltra quasi con il morboso intento di colui che, sondando l’animo umano, vi ha scorto la materia molle e scivolosa che sta all’origine delle nostre follie. Per questo il richiamo a Tobino resta, almeno per me, molto forte, ricercando entrambi, con puntigliosa, cosciente, e perfino insaziata caparbietà, le sorgenti di una quando lenta e quando precipite rivoluzione sobillatrice della mente. Il nostro sta diventando il percorso annunciato nel titolo: “Una lunga pazzia”, e Maria-Assunta si prende tutto lo spazio del romanzo, ora; la sua spossatezza, la sua quieta e forse perfino inavvertita rinuncia a combattere si fanno grevi, ammorbanti, contagiose. Gli altri personaggi si trasformano come se diventassero all’improvviso quei lumi a petrolio intorno a lei, brucianti per offrire appena la fioca luce a una vita che, nella resa, nell’abbandono, si sta disintegrando, e a cui solo il buio assoluto potrebbe dare una confidenza con la vita che le viene impietosamente negata. Buio tutt’intorno, dunque, e nel mezzo la sua immagine che si scolora e sbiadisce, nell’anelito di un’ombra e di una oscurità tanto desiderate quanto irraggiungibili. L’autore non dimentica neppure la lezione del Manzoni, maestro a tanti narratori che pure talvolta lo ripudiano, e nella protezione che viene concessa a Maria-Assunta da suor Maria Carmela – badessa in un monastero fondato da una tale contessa convertitasi, che da giovane aveva fatto da modella per una Madonna conservata in quello stesso monastero e dipinta dal suo amante -, noi ritroviamo tutto il rapporto che si vide e ci colpì tra la monaca di Monza e Lucia Mondella. Come pure, assai più avanti, nel colloquio tra l’indispettito e presuntuoso Giovanni e il priore del convento, presso il quale il giovane figlio di Maria-Assunta era andato a protestare contro Fra’ Orazio, noi ritroviamo le atmosfere di quello straordinario colloquio tra Fra Cristoforo e Don Rodrigo.

Le suggestioni religiose, che già avevano pervaso l’animo della nostra protagonista, a questo punto s’insinuano con maggiore profondità a mano a mano che il legame con la badessa coinvolge non solo lei, ma “la sua fedele cameriera personale” Annetta, dallo “storto corpiciattolo” e dalle “gambe corte”, per non parlare del piccolo Giovanni, natole finalmente dopo la sventura del primo aborto, predestinato dalla madre a farsi prete. Giocherà molto questo morboso e ficcante invasamento e rifugio nel religioso per la prosecuzione della estraniazione sempre più forte di Maria-Assunta. Nel romanzo fa un timido ingresso anche la storia, non tanto con la cronaca degli avvenimenti che la riguardano (appena si accennerà, poi, al fascismo di quegli anni), piuttosto per gli influssi e i cambiamenti che sempre una guerra trascina con sé, e quelli della Prima guerra mondiale seminarono per le campagne e anche all’interno della Chiesa – a cui Pietro, accondiscendendo alle insistenze della moglie, si era in qualche modo affidato – fermenti sociali che anelavano ad una migliore giustizia e ad una maggiore eguaglianza. Perfino le donne, da sempre taciturne e sottomesse, erano mutate e lo si percepiva dal tono della voce che era “divenuto a un tratto arrogante, sicuro”. Ci accorgiamo, ossia, che con un breve tratto di penna son trascorsi un bel po’ di anni e molti personaggi sono invecchiati, e lo stesso Pietro ha ormai la faccia stanca, “la pelle aveva perso l’antica freschezza. I capelli erano ormai bianchi, quelli che restavano.”, o sono addirittura morti.

L’andamento del racconto si manifesta chiaramente nel suo proposito di chiudere, circoscrivere, lo spazio in cui si dovrà localizzare il focus del romanzo. Regina, che ha dato il colpo quasi mortale alla vitalità di Maria-Assunta, ora se ne resta in disparte; e fuori di scena, scivolosamente, con la sua morte, va anche Pietro. Intorno alla protagonista principale (dentro la sua “siepe di disagio”) si stringono sempre di più l’infelice e “idiota” Annetta e il piccolo Giovanni, aureolati da una liturgia dello spirito che già contiene tutti i germi che di lì a poco esploderanno nella follia, come preannuncia quella valigia nera piena dei suoi “dolori”, che Maria-Assunta si fa scendere dalla soffitta da Annetta e che apre davanti a lei e al figlio, magnificando i patimenti sopportati in tanti anni di matrimonio al fine di “convertire” il marito, renderlo “santo”, e purificare tutta intera la sua famiglia.

Il piccolo Giovanni paga un doloroso tributo al percorso intrapreso dalla madre, e dovunque giri il suo sguardo di giovane in crescita, egli si trova circondato da monache e preti che vogliono impossessarsi, cercando di strapparla alla madre, della sua formazione spirituale; vengono così a confronto due follie (giacché anche la Chiesa raffigurata da quei ministri definiti “impiegati del piccolo traffico apostolico” – “salvo forse Don Raffaele” – altro non rappresenta che una diversa e contrapposta forma di follia nei confronti di una tutto sommato debole e ipocrita, pericolosa, educazione del ragazzo: “Meno religione e più umanità”), follie le quali da un distorto sentimento religioso fanno discendere un potere di destabilizzazione e di annientamento della coscienza destinato a scatenarsi principalmente sullo smarrito, volubile, narcisistico Giovanni, che nella crescita ha sempre più difficoltà ad inserirsi tra i compagni: “La vita invece di essere, come gli era stato inculcato, una cieca proiezione del cielo sulla terra, lo batteva con la realtà inesorabile del suo esprimersi in una feconda circolarità di rapporti; ed egli invano cercava il parapetto, dove poggiare le mani e scrutare l’orizzonte.” Dal fondo “Le Passere” dove abbiamo visto signoreggiare la bella e sensuale Regina, e sferrare colpi violenti all’amor proprio della padrona, ormai stiamo entrando nell’unico cerchio che si va delineando, che è quello della intimità di Maria-Assunta, la quale ora è frustata e minacciata nel suo orgoglio, nella sua vanità e nella sua tirannia, da quelle stesse vanità, orgoglio, tirannia che stanno sorgendo nella mente viziata, contaminata, tormentata, del figlio che – la madre lo avverte pienamente – le sta sfuggendo: “da adesso mi scappa”. Come prima le due follie, ora sono messe a confronto due libertà che hanno in sé – come succede spesso quando il denaro e l’agiatezza senza limiti sono la chiave per aprire le porte delle relazioni sociali – quel poco di tirannide bastevole a pretendere il possesso, se non addirittura il dominio, di chi ci sta intorno, e la libertà di Maria-Assunta consiste soprattutto nel voler legare a sé e guidare il figlio, e la libertà di Giovanni, invece, nella ricerca dell’applicazione da parte sua dello stesso selvaggio sentimento nei confronti degli altri. Una perversa attitudine a compiere il male, dunque, alla quale non pone rimedio affatto il culto di una religione vissuta al modo di una superstizione (“Mettiamo un poco di acqua santa nella teiera”), a cui si chieda un conforto fatto di abusate e convenzionali parole e di riti millenari e quasi sortìleghi.

Una delle pagine più emozionanti del libro è quella dedicata al valore e al significato dell’amicizia. La si incontra nel momento in cui Giovanni si accorge di Marcello, un giovane di poco più grande che mostra di avere gli stessi suoi interessi per l’arte e per la musica in particolare. Basta questo contatto semplice e vigoroso a scalfire, sia pure in mezzo a stupori, incertezze, risentimenti, una supremazia di vanità che pareva avvitare ed imbrigliare ormai l’esistenza del ragazzo: “prese a lievitare sotto il dominio delle nuove emozioni.” Ma non è semplice liberarsi di incrostature che hanno avviluppato e intorpidito la coscienza, e così l’ingresso di Marcello nel regno di Maria-Assunta, ossia nel suo spazio difeso dall’oscurantismo della sua fede male interpretata e vissuta (la stessa suor Carmela “si accorse di un certo eccesso o squilibrio in Maria-Assunta”), rappresenta, dopo quella della libertà cercata dal figlio, una nuova minaccia: “Nel triste sorriso di lui le pareva di scorgere qualche cosa di demoniaco, di ambiguo, di suadente e di mortale.” Un nuovo Mefistofele, insomma, schierato a fianco del suo Giovanni, ma, nonostante ciò, verso l’amico del figlio arriverà a nutrire sentimenti perfino di affetto, e tuttavia incostanti e contradditori. Cosicché quando, nel rapporto, pure questo altalenante e pieno di incoerenze, con Marcello, Giovanni comincia ad avvertire “che alla sua vita cioè fosse sempre mancato tutto; che l’adolescenza gli fosse stata rubata”, si intuisce la vicinanza sempre più minacciosa di una scintilla che sta per appiccare un grande incendio. Barolini, che per cerchi concentrici ci ha condotto dentro il cuore e la mente della protagonista, mostrandocene tutta la ossessionante vulnerabilità e inquietudine (“Giovanni mi manca sempre di rispetto, ormai.”), ora pare volerci indicare lo strumento, l’acciarino, con il quale il fuoco divamperà. Ci siamo arrivati per gradi e attraverso percorsi che sembravano sviarsi, perdersi in lontananza, alla stregua di un paesaggio che l’occhio impegnato a mettere a fuoco un obiettivo particolare tuttavia non può nascondersi, anche se noi stenteremmo, se non fosse per quel prologo onnipresente, a riandare poi con la memoria ai molteplici e multiformi segmenti che hanno dato colore e profondità al narrare, così tenui e filamentosi da costituire una ragnatela talmente delicata e trasparente, pur fittamente ordita com’è, da indurci a supporre che solo un gran bagliore finale e definitivo potrà tornare a illuminarcene le vibratili tessiture, predisposti ormai a riceverlo sin da quel principio. Crediamo, solo per un momento tuttavia, che l’apparire sulla scena di Annalisa, la modella preferita di Marcello, che lo fa assistere a più di una seduta in cui Giovanni può ammirarne tutta la esuberante e spontanea bellezza, sia il momento in cui il giovane, ora appena ventenne, educato alle acerbe chiusure della madre, possa finalmente involarsi, liberato “dei mille invisibili lacci che lo avevano tenuto avvinto; come Gulliver a Lilliput”, ma una tale visione, anziché eccitarlo di spontanea vitalità, produce in lui tutt’altra sensazione, ossia: “vedeva il suo tempo fuggire e con esso sfuggirgli la gioventù”. Non è un caso che il racconto si orienti sulla figura di Giovanni, che sta vivendo una drammatica metamorfosi i cui sviluppi non sono affatto scontati, e l’incertezza ci tiene avvinti a quella madre possessiva, che pare ora vivere nel riflesso del figlio, ma con rinvigorita maestà e superbia: “I tuoi occhi non sono i soliti! Tu hai qualche cosa che ti turba! Il Signore non è più con te! Io non so più che cosa fare per salvarti!” Così, il sacrificio che Giovanni crede di fare della sua verginità ad una donna di postribolo, gli rimarrà impresso tal quale un rimorso non più emendabile, atroce e pesante, e sarà questo tipo di esperienza, questa soddisfazione dei sensi, ad aprire in lui la convinzione che sua madre sia pazza. Come era già accaduto per Maria-Assunta, anche per Giovanni le circostanze che tanto avevano influito sulla sua vita si dileguano e si nascondono chi sa in quale anfratto della sua mente, ed egli va alla ricerca di contatti ed esperienze con nuove realtà, grazie alle quali seppellire e dimenticare le precedenti, accompagnato sempre da una sofferta, “tormentosa inquietudine”. Finalmente trova nelle campagne del Po, tra le sue immense proprietà, una casupola di contadini semiabbandonata e decide di trasformarla in villa, dove andare ad abitare, da solo, lontano dalla madre e dalla domestica Annetta, le quali possono così prendere atto che egli sta diventando il contrario di colui che sempre avevano desiderato che fosse: una lontananza che tuttavia raduna di nuovo in un’unica rastremata scena gli ultimi e preconizzati personaggi che si preparano a disputare il finale di questo intrecciato romanzo e dove Maria-Assunta non intende affatto rinunciare al ruolo che si è data nei confronti del figlio ora considerato degenere (“è pieno di donne”), ossia il ruolo addirittura che fu della madre di Sant’Agostino – “della sua santa Madre” – che riuscì a convertirlo alla grazia. Sarà da questo intento, mai abbandonato, che si scatenerà il gesto inconsulto, aspro e terrificante che condurrà alla sua irreversibile follia. Sulla scena Barolini non mancherà di far salire, come pare giusto, giacché resta il personaggio più riuscito e vivido del romanzo, anche Regina. Ha quasi settant’anni, rimasta “con due denti appena” ma, vedrete, non è cambiata. Assente per molta parte del romanzo, la sua influenza sulla sorte dei principali personaggi non è mai venuta meno. Dirà: “Se fossi ancora giovane, vedreste, per ‘Le Passere’! La farei ballare io, come si deve, questa roba che ho fra le gambe!”


Letto 1910 volte.


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Bart