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ARTE: Giffoni Film Festival 2012

14 Agosto 2012

di Francesco Improta

Giffoni Film Festival 2012
Rassegna di Arti Visive: Happyart
Sul versante della felicità:
suggestioni e ossessioni visive.

GIFFONI FILM FESTIVAL, giunto ormai alla quarantaduesima edizione e confortato dal successo crescente di questi ultimi anni, ha scelto di continuare un percorso intrapreso da tempo, seguendo da vicino i suggerimenti che provengono dall’attualità e che ap­paiono come problemi, ipotesi o semplici istanze. Così dopo aver declinato in maniera originale alcuni argomenti cruciali della no­stra esistenza, come Energia, Emozione, Scoperta, Tabu, Amore, Link, ora ha optato per la FELICITA’. Una scelta che, in tempi difficili e problematici come quelli in cui viviamo, assume il sapo­re di una provocazione, di una sfida, di una scommessa. Si tratta, comunque, di un concetto non omologabile, difficile da afferrare e definire, che cambia continuamente nello spazio e nel tempo, oltre che da persona a persona, e che nella stragrande maggioranza dei casi attiene più a una dimensione onirica, se non addirittura uto­pica, che alla realtà concreta.

È un tema, quindi, fecondo, complesso, ricco di stimoli, come ci viene confermato dalla radice greca della parola Felicità (εὐδαιμονία), che, non diversamente da quella latina (felicitas), contiene già tutti questi significati: vita compiuta, in cui le capacità proprie di ciascuna persona possano trovare, nei diversi contesti, espressione, maturazione e pure abbondanza, soddisfa­zione e appagamento. Un tema che si sposa anche alla leggerezza che inevitabilmente entra in rotta di collisione con la gravità – ormai insostenibile – di questo periodo storico in cui la parola “crisi”, amplificata quotidianamente dai mezzi d’informazione di massa e da sempre più numerose Cassandre, sembra soffocare ogni respiro di bellezza e mortificare se non addirittura annientare anche le nature più positive. Vengono in mente, per la loro freschezza e la loro leggerezza, in campo cinematografico, i film di Frank Capra (È arrivata la felicità, La vita è meravigliosa) in cui il cinema, inteso come “un tappeto magico” o “una lampada di Aladino”, sembra dare forma al sogno americano concludendosi sempre con un happy end che suscita nello spettatore lacrime e sorrisi al tempo stesso, confermando ancora una volta quell’os­simoro esistenziale che è alla base della nostra esperienza umana. Oppure in campo letterario si potrebbe citare uno dei libri più belli di quest’ultimo decennio, dal titolo già di per sé eloquente, Il giorno prima della felicità di Erri De Luca, in cui si accenna tra le altre cose alle Quattro Giornate di Napoli e alla liberazione della città dai tedeschi. Qui la felicità viene vista, sentita e assaporata come la fine di un incubo, di un percorso che dal buio più pro­fondo, attraverso ombre e chiaroscuri, porta finalmente en plein soleil. Si pensi anche, ne parla sempre Erri, alla gioia intensa che suscita la lettura, anche quando l’argomento è apparentemente sgradevole o indigesto, perché un libro riscalda e illumina la mente più di quanto non faccia il sole con il resto del corpo. Non è un caso che libri, film e, più in generale, opere d’arte, costi­tuiscano le necessarie provviste per l’inverno del nostro spirito. Non sempre, però, la felicità è associata ad un’idea di leggerezza, come sembra dimostrare il libro di Mila Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere, spesso è il frutto di indicibili sofferenze, di conquiste faticose, di lunghi cabotaggi lungo le rive rupestri dell’inconscio nel tentativo di mettere ordine nella nostra sintassi esistenziale; e quando si tocca terra, aggirando uno scoglio o vincendo la forza dei marosi e di venti impetuosi, la soddisfazione è immensa e la felicità, divinità il più delle volte sfuggente e inaccessibile, ti accoglie tra le sue braccia. A volte – Leopardi docet – la felicità consiste nella cessazione del dolore, nel raggiungimento cioè dell’aponia, oppure nell’attesa di un piacere o una gioia imminente, nella tensione, cioè, verso un obiettivo o un traguardo da raggiungere. Altre volte, invece, la felicità è nella fuga nell’irrazionale, nell’immaginazione che trasporta verso un altrove fantastico o nello slittamento nella follia che è lo strumento di contestazione per eccellenza o di semplice superamento delle false forme e convenzioni sociali, come in Uno, nessuno e cen­tomila di Luigi Pirandello. La felicità, però, può realizzarsi anche nella raggiunta simbiosi con la natura o con se stessi, nell’ac­cettazione dei propri limiti e delle proprie potenzialità, oppure nello stupore primigenio e nella commozione (torna la dialettica lacrima-sorriso) dell’uomo quando riesce a sollevarsi dalla chiusa pena del vivere e a contemplare la bellezza del mondo, anche se la vede lontana e inattingibile, come un’inaspettata teofania. È il caso di Ciaula che scopre la luna, nell’omonima novella di Luigi Pirandello o dello sguardo stupefatto del piccolo Antoine Doinel che, fuggito dal Riformatorio in Normandia, vede il mare per la prima volta e affonda, felice, i piedi nella battigia in I quattrocento colpi di François Truffaut, sequenza quest’ultima omaggiata re­centemente da Gianni Amelio in Il primo uomo. Certo è che la felicità, per essere completa, non può prescindere dal raggiungi­mento del benessere fisico e della serenità spirituale, come sug­gerisce lo stesso Epicuro nella sua famosa lettera a Meneceo. E sotto quest’aspetto la felicità è un valore sancito da alcune Co­stituzioni tra cui la nostra che contempla, almeno sulla carta, (art. 3) il pieno sviluppo della persona umana.

GIFFONI FILM FESTIVAL, svolgendo ancora una volta una funzione culturale nell’accezione più ampia e comprensiva del termine, grida a favore della felicità. Ci crede. Non depone le armi della luce di fronte al cupo avanzare della zona d’ombra. E così propone ai suoi bambini, ai suoi ragazzi, ai suoi giovani e indirettamente alle loro famiglie una riflessione “colorata” sulle tante facce che può assumere la Felicità (Claudio Gubitosi).

Passando ora in rassegna alcune tra le ventisei opere della mostra di Arti Visive, che ormai da diversi anni affianca il festival cine­matografico, mi sembra doveroso accennare, senza voler con que­sto stilare una graduatoria di merito, alla tela di Piero Mascetti, come sempre in bilico tra figurazione e astrattismo, che maneg­giando il colore con la sua solita maestria, e giocando sull’oriz­zontalità del quadro, che rimanda, per sua stessa ammissione, al talamo nuziale, e sul contrasto tra il bianco e il rosso (un bianco graffiato e lacerato e un rosso tenue se non addirittura slavato), allude al miracolo della prima notte di nozze, della scoperta del­l’amore e di una “liquida” felicità. Viene in mente lo sguardo stu­pefatto di Emily Watson in Le onde del destino di Lars von Trier, quando tra le braccia del marito assapora per la prima volta le gioie e i piaceri della vita coniugale.

Diversa la felicità, tutta illusoria ed effimera, affidata ad alcuni simboli della società consumistica, che traspare dall’opera di Gen­naro Vallifuoco. In primo piano la figura un po’ legnosa, quasi bu­rattinesca della Mater Dolorosa, trafitta da sette spade disposte a ventaglio, a testimonianza delle sette prove dolorose sopportate da Maria Vergine, e sulla cui veste tradizionalmente viola o nera, con fregi d’oro, sono appesi quasi fossero ex voto biglietti della lot­teria e del gratta e vinci, mentre sullo sfondo, come in un collage, si vedono chiaramente depliant e folder promozionali di prodotti informatici ed elettronici di facile consumo. Lo sguardo della Ver­gine non è rivolto, come l’iconografia imporrebbe, verso l’alto ma, quasi rassegnato, è volto verso il basso, per non vedere quel chias­soso e volgare Luna Park cui è ridotta la nostra società.

Un altro aspetto della felicità è quello affrontato da Coco, alla sua prima esperienza qui a Giffoni, nella sua opera dal titolo tanto si­gnificativo quanto eloquente Art is happiness. L’arte cioè, come suggerisce lo stesso autore, quale dispensatrice di felicità, di be­nessere, di stupore e di riflessione e in chi la produce e in chi ne fruisce. L’accostamento di autori così lontani nel tempo e nello spazio e così diversi per tecniche e per stili crea un museo virtuale dinanzi al quale si ha l’impressione di provare sulla propria pelle la sindrome di Stendhal. Una sensazione di vertigine, di capogiro, di allucinazione che comporta la perdita di contatto con la realtà e il trasferimento nel mondo della pura bellezza. Di grande impatto le sciabolate di luce che potrebbero alludere ai riflettori di un palcoscenico o di un set cinematografico e che finiscono coll’iso­lare e illuminare ancora di più certe immagini (la bellezza, infatti, non va solo vagheggiata ma pure esibita). I piani geometrici che attraversano, tagliano e scompongono l’opera rimandano al tra­scorrere del tempo e alle stratificazioni culturali e artistiche. In questa ricerca ed esaltazione della bellezza la memoria s’impone come principio di conoscenza e il cuore come esercizio di pas­sione.

Nella tela di Stefania Sabatino, Felicità, invece, si rilevano ancora una volta la sua propensione per la fisicità, che qui nell’intrecciar­si di mani e di piedi assume la forma di un bocciolo di rosa o di un grumo di sangue e l’ossessione per i due colori distintivi della femmina e del maschio, il rosa e l’azzurro, declinati in tutte le loro sfumature. Se nel quadro presentato l’anno scorso, qui a Giffoni, corpi senza volto sembravano sfiorarsi in una danza perpetua ora quegli stessi corpi si incontrano, si incrociano e si avvitano in se stessi in un vortice dinamico e cromatico che rappresenta la sua visione della vita e della gioia.

Nell’olio di Massimiliano Mascolini l’idea di felicità si ricava in­direttamente, quasi si trattasse di un negativo, dalla condanna e­splicita di una delle malattie più diffuse tra i giovani d’oggi, il nar­cisismo, come amore per il proprio aspetto fisico e più in generale per l’esteriorità che, impedisce di andare oltre lo specchio e co­gliere la vera sostanza delle cose. Non è un caso che la figura, nu­da, a sottolineare un’evidente vulnerabilità, sia ripiegata su se stessa, quasi accartocciata, mentre le ombre che si addensano su gran parte del corpo e soprattutto sul viso e il fondo buio testimo­niano il vuoto e la solitudine in cui si dibattono i giovani oggi, orfani, e non solo per scelta loro, di qualsiasi autentica felicità, anche la più innocente.

Su un altro versante della felicità si pone Massimo Ruiu con il suo Budda di ceramica, immerso in venti litri di miele, fluido, viscoso e soprattutto dolcissimo, che oltre ad avvolgere in una luce am­brata la figura, dallo sguardo radioso e dalle labbra atteggiate a sorriso, rimanda al liquido amniotico, nella speranza, forse, di una palingenesi spirituale, che secondo i dettami del buddismo, induca a rinunciare al proprio egoismo, a limitare i desideri e ad aprirsi agli altri con la mente e con lo spirito. Felicità, quindi, come sta­ticità se si guarda alla posizione canonica del Budda ma anche come operosità se, con la mente, dal miele si risale al lavoro pa­ziente e industrioso delle api.

Né si può trascurare il dipinto del vincitore dell’anno scorso, Mar­co Chiuchiarelli, da cui traspare un’idea di felicità non priva di implicazioni affettive, culturali e psicoanalitiche. Si tratta infatti della felicità che scaturisce dalla riconciliazione con il proprio pa­dre, che avviene, di solito, dopo i quarant’anni quando si affievo­liscono o si dissolvono del tutto le spinte ribellistiche e le pulsioni iconoclastiche. È allora, infatti, che si cerca di ripescare la figura paterna gettata a mare in gioventù per insofferenza nei confronti dell’autorità che essa simboleggia, quando addirittura non rappre­senta, freudianamente, il rivale, il possessore dell’oggetto del de­siderio oltre a essere il depositario di un sistema di valori e di tra­dizioni vetuste e superate e proprio per questo particolarmente indigeste. In primo piano il figlio, con gli occhi chiusi e la schiena ricoperta di graffi e di ferite, cerca rifugio in seno al padre che con tenerezza estrema poggia le labbra sulla sua testa. Le ombre sul vi­so e i cerchi intorno agli occhi testimoniano di un percorso di re­ciproca sofferenza che la felicità della riconciliazione, forse, non riesce a dissipare del tutto.

Interessante e intrigante la scultura in cartapesta di Silvia Sime­one, da cui si evince, attraverso un processo di trasformazione che va dall’indefinito al finito, che la felicità è realizzarsi, mettere in atto, cioè, tutte, o quasi, le potenzialità che sono in noi allo stato latente. Essere noi stessi senza sovrastrutture o infingimenti o quanto meno avere il coraggio di provarci. Il fondo grigio chiaro rende perfettamente l’informe o meglio l’amorfo da cui ci si evolve, i fili con le lettere appese, quasi fossero panni stesi, principi o valori che dovrebbero comunque materiare la nostra esistenza mentre le strisce di grigio scuro rappresentano il nastro di asfalto e la vespa, o le due ruote in genere, un mezzo o meglio un grido di libertà, basti pensare, fatte le debite proporzioni a Easy Rider di Dennis Hopper.

Elegante ed efficace nella sua semplicità l’opera di Beppe Giacob­be dove la felicità coincide col più antico sentimento del mondo l’amore, rappresentato nella sua manifestazione più dolce ed em­blematica: un abbraccio ed un bacio in un groviglio, però, di cemento e ferro. La metropoli, infatti, già di per sé claustrofobica ed asettica, come testimoniano gli edifici simili a casermoni tutti uguali e anonimi, alla stregua di celle di un alveare o peggio an­cora di un penitenziario, viene raffigurata nel momento del suo degrado peggiore: palazzi sventrati ridotti a cumuli di macerie, senso di desolazione e abbandono. In questo mare di rottami, spia di una crisi irreversibile, si salva la zattera dell’amore che palesa se non la possibilità la speranza di una rinascita o quanto meno di un approdo sicuro.

Tra surrealismo e simbolismo si muove Salvatore Gambino con La felicità della luna. Su un pavimento a scacchi bianco e nero, che ci richiama alla mente alcune tele di Felice Casorati, campeg­gia una grande poltrona di velluto rosso carminio, che suggerisce la prospettiva dell’opera, ai due lati della poltrona un albero stilizzato dalle foglie lanceolate di colore verde brillante e un uomo, un po’ più arretrato, con una picca sormontata da una falce di luna. Sullo sfondo una coltre di tenebre; in primo piano, in­quietante, un rapace, a guardia delle sue uova, che guarda fisso verso il fruitore dell’opera. Sogno o incubo dalle molteplici connotazioni ma dal disegno preciso e definito (vengono in mente i preraffaelliti e Giulio Aristide Sartorio, artista polivalente) e dai colori vividi e accesi.

Queste da me citate, senza nessuna intenzione né palese né nasco­sta di valutazione, sono soltanto alcune delle opere che saranno in concorso a Giffoni. In conclusione il mio plauso va agli organiz­zatori di questa rassegna – Claudio Gubitosi ideatore e respon­sabile del festival cinematografico e Salvatore Colantuoni per curatore della rassegna di arti visive – e soprattutto a tutti gli artisti che vi partecipano, che hanno cercato di fermare sulla tela, scul­tura, foto o brevi fotogrammi un’idea personale della felicità. È vero che ogni tentativo di cattura è illusorio, ma è altrettanto vero che può essere istruttivo se non addirittura indispensabile poiché l’arte altro non è che cogliere il midollo della vita, esprimere l’ine­sprimibile e accoglierne i sottintesi attraverso linguaggi e tecniche codificate o sperimentali.

Dal catalogo di Happyart, rassegna di arti visive a Giffoni Film Festival 2012


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1 commento

  1. Comment di atkins diet — 28 Luglio 2013 @ 16:36

    But, then as you have limited choices for a no-carb breakfast menu,
    you can consider these as breakfast possibilities.

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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart