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ARTE: I Maestri: Nella selva dell’informale28 maggio 2010
di Dino Buzzati Michel Tapié mi fa da guida alla grande mostra internazionale d’arte astratta — cinquantacinque pittori di quindici paesi — ch’egli stesso ha ordinato nella Galleria Cortina, in via Fatebenefratelli 15. E’ intitolata: «Spazi astratti». Quando si dice Tapié, si pensa all’art autre, espressione che il critico francese varò con successo nel 1952 per indicare una arte diversa da tutto quello che era stato fino allora. In pratica art autre si riferisce all’informale, cioè alla pittura astratta non geometrica (Tapié non ha alcun debole per Mondrian). A parte Pollock, — un suo quadro, atteso per la mostra, non ha potuto arrivare in tempo — ci sono qui i più bei nomi appunto dell’informale e dell’action painting, da Hofmann, fondatore della scuola di Nuova York al nostro Lucio Fontana, da Clyfford Still a Wols, da Mathieu a Capogrossi, dallo spagnolo Tapiés, un cui grande muro sbrecciato domina il salone d’ingresso, al giapponese Insho, l’ultimo grande maestro che conosca la tecnica segreta Sumi e che probabilmente non la trasmetterà a nessuno per la mancanza di allievi degni. Data la varietà dei temperamenti, si è dovuti ricorrere, mi dice Tapié, a un accrochage di buon vicinato. « E’ una specie di collezione personale », aggiunge; ma le opere per la maggioranza appartengono al Centro di ricerche estetiche di Torino, fondato dallo stesso Tapié coll’architetto Luigi Moretti. La caratteristica saliente di Michel Tapié è di essere, nell’aspetto, nei modi e nel linguaggio, un aristocratico. Nipote di Toulouse-Lautrec - suo padre e il famoso pittore erano primi cugini —, nipote di Fayet, che aveva una celebre collezione di quadri impressionisti, fin da ragazzo visse, si può dire, nella pittura. Studente, a Parigi, entrò in confidenza con Tristan Tzara, Max Ernst, Mirò. Studi d’arte, di estetica, di filosofia scientiffica. « Sono venuto all’astrazione da Bertrand Russel ». Ma soltanto dopo l’ultima guerra si è delineata la sua genialità di critico. Si rese conto allora che il grande fenomeno dell’art autre non aveva frontiere. « Si installò » quindi nel viaggio, con una media di duecentocinquantamila chilometri all’anno. Dal 1957 a oggi è andato in Giappone trenta volte. Ha scritto una quantità di saggi, ha organizzato una quantità di esposizioni, adesso si appassiona soprattutto di ricerche estetiche, cercando di introdurvi il metodo dell’« assiomatica » moderna. Afferma che oggi, per l’arte moderna, le due città più vive sono Nuova York e Milano. I cinquantacinque pittori sono stati divisi in sei famiglie tra cui abbondano tuttavia i vasi comunicanti: quelli della astrazione lirica, cioè non geometrica; i metafisici della materia-spazio, in cui ha molta importanza la ricerca materica; quelli del barocco insiemista, e l’espressione può dare un’idea della tendenza; quelli degli spazi ipergrafici, in cui la scrittura diventa mezzo e-spressivo pittorico; quelli delle strutture di ripetizioni o degli spazi algoritmici, come il nostro Capogrossi e lo stesso Fontana; infine quelli degli spazi generalizzati, termine questo coniato da Tapié e che può comprendere tutte le precedenti categorie. Chiaro che non si possono descrivere ottantotto quadri, informali per giunta, neppure darne una pallida idea. E’ una fitta e vasta selva. Si incontrano immagini piene di vigore e di vita, si odono musiche squisite e persuasive voci, si resta impressionati da certi ritmi e fantasie. Ma la varietà dei modi è tanta che, per assurdo, subentra un senso di monotonia E confesso che l’impressione complessiva, al termine di una prima visita (non avevo accanto il sapiente Tapié) era piuttosto scorata e malinconica. Al proposito ho chiesto a Tapié se questa vasta mostra non possa apparire come una retrospettiva storica, nel senso che il ciclo dell’arte astratta debba considerarsi ormai compiuto. Sul fronte del non figurativo non si avverte da diversi anni una specie di stanchezza, di scoraggiamento come se i risultati, anche i più apprezzabili, risultassero poveri, al confronto delle sublimi intenzioni? Non è sintomatico il fatto che molti artisti informali sono tornati a dipingere oggetti, persone e paesaggi ben riconoscibili? E che la più parte dei giovani punta oggi decisamente alla figurazione? « Lo so che si dice questo — risponde Tapié, il quale sull’argomento ha le idee molto chiare —, ma penso trattarsi soprattutto di un equivoco. Sostengono che l’arte astratta è morta: che solenne sciocchezza Si è cominciato nel 1958 col neo-dada, poi è venuto il junk style (stile spazzatura), da cui è uscita la pop-art, poi la op art, poi l’arte cinetica, poi la minimal – art, eccetera. A me sembrano delle suites poco serie, agli antipodi della vera avanguardia. Avventure di moda, nient’altro. Mi ricordo che chiesi a Tristan Tzara, a lui che, negli anni dieci, aveva fatto il vero dada, e tutto il mondo gli era contro: ‘Che cosa ne dici del neo-dada? E’ stato consacrato dal Museo d’arte moderna di Nuova York, è stato preso sul serio dalle Art News’. E lui: ‘Lo sai che io sono marxista. Bene, auguro al neo-dada il più grande successo, sarebbe la più bella dimostrazione che la borghesia ormai è putrefatta’. Sì, le mode, per vivere, hanno bisogno di fare baccano, per vivere si sono messe a urlare che l’arte astratta è morta. Morta? E’ un dominio immenso, per la maggior parte ancora vergine. Secondo me, in questo ‘ altro ‘ regno abbiamo fatto soltanto pochi, timidi, ingenui passi, intuitivi ed empirici. C’è ancora quasi tutto da tentare, quasi tutto da esplorare, da scoprire e da capire ». Letto 894 volte. Nessun commento »Non c'è ancora nessun commento. RSS feed dei commenti a questo articolo. TrackBack URI Lascia un commento |
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