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ARTE: PITTURA: I MAESTRI: Burri. Il nero assoluto

31 agosto 2013

di Cesare Brandi
[da “La fiera letteraria”, numero 51, giovedì, 21 dicembre 1967]

Roma, dicembre

Questa volta la tartaruga ha dato ragione al sofisma-apologo di Zenone, addirittura surclassandolo, perché, es­sendosi mossa per ultima, è arrivata prima. Né altrimenti si può dire, quando una Galleria, appunto la ro­mana Tartaruga, inaugura la stagio­ne, già ampiamente inaugurata dalle consorelle, con una Mostra-Museo di Alberto Burri.

Sono otto quadri, a cominciare dal primo, fatidico veramente, del ’49, con la scritta Europea e le stelle, chiaro barlume dei sacchi futuri, fino al lan­cinante, stupendo Rosso del 1956. Non ci sono quadri recenti, che saranno in­vece esposti a Milano alla Galleria Blu fra non molto. Questa di Roma è, dun­que, proprio una Mostra-Museo — tut­ti di proprietà dell’autore e niente in vendita. Vorrei vedere quale sarebbe la Galleria di arte moderna che non ambirebbe a trasferire in blocco una raccolta del genere nelle sue sale.

Effetto dirompente

Poiché i quadri appartengono tutti al genere più ammirato e canonico di Burri, non sarebbe certo il caso di de­scriverli. Ma non si può invece tacere l’effetto dirompente che producono an­cora oggi, quando sembrerebbe, con la obsolescenza abituale (come si diceva ieri, e oggi è parola già passata di moda), che dovessero apparire relega­ti nel loro tempo, ma fuori del nostro tempo. E’ invece il colpo che assesta­no fra capo e collo, appena si entra e si guardano, è la prova migliore che la loro vitalità è restata intatta, e che, allora, non era dovuta alla sorpresa, spesso incresciosa od oltraggiosa, del primo avvicinamento. Saputi e risapu­ti, questi dipinti, mantengono un fuo­co, un acido, un’aggressività di primo acchito, che li colloca nel frangente immediato della vita dello spettatore.

Ed è bello poterne dare atto all’arti­sta, che è felicemente rinato da se stesso, dopo aver subito un grave atto operatorio, e ricompare sulla scena delle due capitali, Roma e Milano, con questa bella sicurezza di sé, con que­sta serena autorevolezza.

Ora, che la Pop-Art è tramontata, e colmò il vuoto che lasciava l’informa­le, l’informale, nella prospettiva stori­ca, assurge al posto che gli è dovuto, come un grande momento nella storia della pittura moderna: la posizione di Burri è destinata a rafforzarsi sempre più nella coscienza critica contempo­ranea. I piani si assestano: l’importan­za chiave dell’opera di Burri, per la nascita stessa del neo-dada di Rauschenberg, cosa che gli americani fingevano di ignorare, ora non può più essere negata. Non che per questo l’opera di Burri, in sé e per sé, au­menti di una spanna, ma, dal punto di vista storico, riesce a configurarsi, come è stata in effetto, un traguardo essenziale.

Morandi fu un altissimo pittore: ma la sua oliera fu un enclave nella pittu­ra contemporanea, e forse, a parte l’a­rea italiana, solo su De Stael ebbe a incidere. Burri non è stato un encla­ve: la sua opera travolgente e coscien­tissima, calibrata come le carabine che tanto ama e con le quali spara piĂą ai piattelli che agli uccelli, resta una pietra miliare, nella storia della pittu­ra d’oggi. Ma resta, non perchĂ© ha presentato l’inedito della materia, o perchĂ© ha sconvolto il concetto della pittura fatta a cavalletto, col pennello. Resta per la sua cocentissima carica formale. A quasi piĂą di quindici anni di distanza (e sono tanti) codesti qua­dri, quando dovrebbero giĂ  apparire svuotati, incidono con un’astanza vio­lenta, e nello stesso tempo rigidamen­te controllata. Ma proprio questa ap­parente antitesi di violenza e di con­trollo, sta alla base della struttura del­la pittura di Burri. La sua novitĂ , al­lora, non fu tanto la novitĂ  della ma­teria, ma di essersi saputo foggiare un codice nuovo, aderente alla struttura in cui si proiettava. Dai primi Colla­ges cubisti in poi, quanti non avevano giĂ  adoperato i materiali piĂą eteroge­nei, senza che si producesse quella specie di crepuscolo degli Dei della pittura che ha provocato Burri? Ma proprio perchĂ© non è la materia in quanto materia, ma come invenzione di un nuovo codice: per questo ha su­scitato al suo apparire tante proteste. Era un nuovo codice della pittura, questo e non altro dava fastidio e non si voleva riconoscere, revolvendo il codice a materia bruta. Per uno come me, che è onorato dall’amicizia di Burri e ha consuetudine costante con le sue opere, è stata un’emozione rivederle ora, alla Galleria della Tar­taruga, con questa imminenza che an­cora posseggono nella cultura attuale, con questa presenza intatta che solo all’arte vera compete, passino gli anni e i secoli.

Il rapporto fa il colore

Nei prossimi giorni, quando si aprirà la Mostra alla nuova Galleria Blu di Milano, le opere recenti di Bur­ri offriranno il panorama più conse­guente e integro: conseguente, perché, come già per il passato, neanche ora Burri facit saltus. Lo spaesamento che prendeva il pubblico di fronte alle nuove materie (sacchi, plastiche, le­gni, lamiere) offuscava allora il ricono­scimento di una fondamentale consequenzialità dell’artista. Quale ora pro­segue.

I meravigliosi neri assoluti su un bianco assoluto mediato da tenui pelli­cole che portano come i segni dolenti di una vita vissuta, i segni che impri­me il fatto di passare attraverso le fiamme, furono già uno dei successi incontrastati dell’ultima Biennale. Tanto incontrastato — a parte gli ebe­ti — che c’era quasi da preoccuparse­ne: l’improvviso coro di osanna non nascondesse un regresso, o quanto meno una stasi. Né stasi né regresso. La monumentalità, con cui Burri im­piantava anche le sue carte bruciate, era dovuta al rapporto interno del quadro, non alle proporzioni. Nelle grandi misure dei quadri, Burri, non si « ingrandisce », afferma il suo me­tro, ma per il fatto detto prima, anche un quadro di modeste proporzioni è monumentale. Si vedranno, alla Mo­stra di Milano, fra i tanti, due quadri indimenticabili che vale descrivere brevemente.

In uno, c’è solo come una fascia di nebbia, una fumata di smog, attraver­so il quadro tutto bianco di fondo, quasi di neve gelata. Questa fascia di nebbia è come se lentamente oscillas­se, ora alzandosi, ora abbassandosi, nella sua ineguaglianza di spessore, nelle fumate, nei leggeri grumi, con­serva una qualità aerea, ma soprattut­to s’imprime come colore. Colore ri­dotto al segno negativo, ma per que­sto anche più colore, proprio perché quel che fa colore non è la « tinta » ma il rapporto. Ora il rapporto del bianco al grigio, e il bianco sottende ancora il grigio, è un’opposizione non così rigida come tra il bianco al nero, non c’è scatto al passaggio dal bianco al grigio, ma questo continuo materiarsi e sciogliersi del bianco nel gri­gio. Da un’interazione continua dell’u­no nell’altro, nasce la dinamica di un quadro così apparentemente statico.

L’altro invece è come uno scoppio, una collisione. I due corpi neri e vel­lutati si oppongono violentemente e lasciano framezzo come una zona do­lente e pesta, che suda colori giallo­gnoli e perversi come l’alone di una li­vidura, come il liquido vischioso che geme un albero ferito. E’ quasi una grande sigla, un geroglifico asemanti­co; ma in questa opposizione di colori come masse, nella pressione in atto che suggerisce, aggressivo, cocciuto, vitale.

Quando li ho visti nel suo studio, che è un grande stanzone più simile a una officina che allo studio di un pit­tore nella scabra nudità di una pre­sentazione ridotta a un cavalletto e a un riflettore, proprio da questa capa­cità di organizzarsi uno spazio indif­ferente, di agglutinarlo, riconobbi il segno indelebile dell’opera che è nata come se fosse sbocciata per forza pro­pria, e nessuno, neanche l’autore, pote­va farci nulla, se non lasciarla nascere a quel modo.

Burri faceva vedere con orgoglio ar­tigiano i nuovi apparecchi per affet­tare il legno, fare gli angoli esatti: quel gusto per la precisione che condi­vide con se stesso, antico medico sen­za esercizio, e appassionatamente cu­rioso di utensili pratici, amante di una pulizia e di un ordine meticoloso. Come il suo studio che non è mai in disordine, ma ampio e nudo e sondato dai fasci dei riflettori come la notte da un faro, così la sua casa ha la preci­sione di un ordigno, e non assomiglia a nessun’altra. Una casa senza fasto, che è bella come una reggia, in cui la rastrelliera dei magnifici fucili, tanti come in un corpo di guardia, bilancia un Ferro enorme, un Legno enorme, con una scienza così esatta di equili­bri senza simmetria, che bisogna farci attenzione locale per accorgersi che non c’è Una parete eguale all’altra, né la più piccola soluzione di comodo.

Con tutto ciò la grande sala per vi­verci è funzionalissima, e i vari usi che contempla, di soggiorno, di biblio­teca, di tinello, sono come strati che si intersecano ma non si fondono mai. Ed è questo il segreto di Burri come arredatore, anche se arrossisco a scri­vere la parola. Ma lo ripeto: nessuna casa è più bella della sua.


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Bart