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Assaggi della mia VIA: Introduzione

7 Gennaio 2008

di Enzo Ferrari
[Ha pubblicato la raccolta di poesie: “Nuvole d’estate in Liguria”, De Ferrari, 2007]

(il romanzo è in cerca di un editore)

Traversare una strada per scappare di casa
lo fa solo un ragazzo…
(Lavorare stanca di Cesare Pavese).

A ben vedere nella mia via non è successo nulla di eclatante. Durante tutti questi anni non ho mai trovato qualcosa di veramente esclusivo.

Non ho mai visto nessun aborigeno lungo la strada, come ha incontrato lo scrittore Bruce Chatwin ne Le Vie dei Canti. Qui ho conosciuto operai, gente comune, massaie, ubriachi, bambini, partigiani, disoccupati, negozianti, tanti immigrati.  Immigrati, terroni venuti dal sud. E forse immigrati eravamo anche in parte noi. Probabilmente lo era mio padre, un po’ spaesato in questo mondo estraneo alla sua giovinezza. Lui, nato in un borgo marinaro, che sapeva tutto del mare e dei pesci, della pesca e dei nodi, si era dovuto adattare ad un lavoro al chiuso di una fabbrica. 

Ho cercato di dare spazio e voce ai personaggi e ai negozianti della mia via, usando un metro personale, fatto di sentimenti e di ricordi. Ho voluto rendere in maniera anche burlesca quello che ho vissuto e che mi è stato insegnato, dando dignità anche ai perdenti di un periodo in cui si era creduto a qualcosa che poi si è rivelato in parte fallimentare. Meritavano un posto d’onore, nonostante i possibili paradossi, qualche incongruenza e le cullate illusioni.

Avrei potuto limitarmi a descrivere ciò che vedevo dalla mia finestra, come il barone rampante di Calvino, che si arrampica sugli alberi, passa da una pianta ad un’altra e decide di non scendere mai.
La storia sarebbe stata lo stesso interessante, non priva di avventure, ma comunque vissuta con una seppur minima, ma invalicabile distanza. Invece oltre che in casa giocavo in strada. La attraversavo, la frequentavo, la vivevo. Quelle appresso non sono favole o semplici invenzioni. Le vetrine, i negozi, i manifesti del cinema scorrono nel tempo. Si incasellano nella mia memoria, navigano in spazi confidenziali e al tempo interstiziali del vivere domestico, con immagini che partono dai calzoncini corti e dall’aria un po’ pallida di alcuni miei coetanei, passano poi ai volti umili, ma non dimessi, di operai e massaie quotidianamente in transito, per giungere ai nuovi cambiamenti. La visuale si è a mano a mano allargata, seguendo il mio sviluppo fisico e intellettuale.
Ho voluto semplicemente declinare il presente indicativo del verbo vivere.

La via è infatti un microcosmo solo apparentemente stabile e definitivo. Molte cose si muovono in questo quartiere operaio, così come le storie dei suoi abitanti. Storie che si intrecciano con lo sviluppo di Cornigliano e della sua fabbrica, con i fatti accaduti nel mondo e sulla luna. La via ha visto aprire e poi chiudere molti negozi, il cinema e i bar. Ha visto aumentare il traffico veicolare e diminuire i giochi dei ragazzi. E’ la storia di una mutazione, la descrizione passo per passo delle fasi di un processo, dal miracolo economico degli anni sessanta, alla contestazione studentesca, per giungere all’involuzione sociale e culturale che già si manifestava all’inizio degli anni ottanta. Il quotidiano delle persone cambia, prende ritmi nuovi e diversi, segue e precede quello che capita in città e nel nostro paese Italia. Il tempo ha poi scaraventato fuori parzialmente la materia prima della via, i corpi delle persone e i loro incontri. Costumi e dialetto, mentalità e consuetudini, esperienze e tradizioni hanno subito l’ingiuria della storia. Le persone si sono adattate e hanno continuato a vivere. 

Non ho voluto fare dell’archeologia sociale. Ho voluto solo riprendere per mano questi ricordi e metterli su carta. Volendo fare una dotta citazione, potrei dire con Borges che la forma breve permette di meglio concentrarsi. Ma Borges raffrontava il racconto con il romanzo.  Io mi sono fermato ancora prima, ho riportato dei brevi pensieri, come si faceva a scuola. Cosa hai fatto nelle vacanze, quali sono i tuoi amici, descrivi i giochi che fai, quali sono i mestieri che conosci, racconta le tue impressioni sul film o sul libro che hai letto, e così via.
Ho usato una sorta di diario dove ho riportato non solo aneddoti e casi vissuti, ma soprattutto  impressioni, pensieri e sentimenti.  Il senso sarà forse lacunoso, non compiuto, parziale, certamente partigiano, ma credo fatto sotto il segno della inconsapevole fedeltà.
Crescevo, guardavo, ammiravo, con difficoltà partecipavo, ma senza disdegnare qualche commento.  La mia via non è un sogno che ho cercato con gran sforzo di tradurre in realtà. La mia via è però un fumetto. Attraverso i dialoghi, gli sfoghi, i commenti, le storie, le emozioni, i passatempi, le riflessioni nasce un flusso di variazioni su un numero di temi ricorrenti, un ininterrotto poema che si snoda nei giorni e negli anni. E’ un impasto di piccoli incidenti quotidiani, di interrogativi, di speranze e di delusioni. E’ una striscia pressoché giornaliera, un monologo più o meno interiore, un manifesto delle occasioni che partendo da casa mia, dai  miei giochi passa alle scuole frequentate, ai percorsi emotivi scaturiti dalle letture, alle visioni dei film, alla musica ascoltata, all’incontro con altre persone. La strada, i libri, la musica, i fumetti, il cinema e le persone mi hanno aiutato a crescere. Ho pianto per Charlot, per Aldo Moro, per mia nonna. 
Se fosse stato realizzato il murale sulla facciata di un qualche palazzo avrebbe dato il giusto colore e la giusta luce a questo intruglio di esperienze e di parole. Un impianto scenico che avrebbe fatto la sua figura assieme alle bellezze di villa Durazzo. Chi si immaginerebbe, infatti, che alle soglie dell’acciaieria di Cornigliano, di questo colossale impianto che ad un profano sembra un intrigo infernale di tubi grandi e piccoli, dislocati a caso, si trovi ancora una villa contenente due splendidi Solimena, “corruschi, spazzati come un gran vento che è luce ed ombra assieme?” (Cesare Brandi).
La striscia si interrompe, senza alcun rimorso né nostalgia, con il mio matrimonio.

Mentre la pasta cuoce, mentre aspettiamo l’ora di partire, mentre siamo seduti o in piedi sull’autobus o su un treno, possiamo prendere un assaggio della mia via ed oltre. Sono brevi pensieri senza titolo. E’ un po’ come sedersi di fronte al mondo, aspettare un momento, scegliere una buona bibita  e stare ad ascoltare cosa accade.

* * *

Sono Enzo Ferrari.
Sono nato a Cornigliano, l’anno della rivolta d’Ungheria, dell’affondamento dell’Andrea Doria, della tragedia della miniera belga di Marcinelle e della guerra del Canale di Suez tra egiziani, israeliani, inglesi e francesi, tutto a pochi passi dalla mia via.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart