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Battaglia, Romano

7 novembre 2007

Non mi sono ucciso  

“Non mi sono ucciso”

 Mondadori, 1979, pagg. 156

Animatore degli incontri letterari de “La Versiliana”, che lo hanno reso popolare presso il numeroso pubblico che affolla la Versilia nel corso dell’estate, Romano Battaglia, dopo la serie cominciata con “Lettere al direttore” (GBE – Giorgio Borletti Editore, 1971, poi Oscar Mondadori, 1974), pubblicò nel 1979 questo romanzo, che rappresenta il vero esordio dello scrittore pietrasantino. Dopo, con “Notte infinita” (Rizzoli, 1989), egli inizierà un lungo cammino, che ancora continua, intriso di una spiritualità impegnata nella ricerca di un mondo ed una esistenza migliori, in cui ciascuno possa vivere serenamente.

“Non mi sono ucciso” contiene già in fieri i motivi che apertamente saranno sviluppati nelle opere successive. L’interrogarsi sulla vita e sulla felicità, in particolare.

Tutto inizia con un tragico incidente. Un uomo, Romano (che l’autore identifica con se stesso, ed è l’io narrante), di trentanove anni, un giorno rovista tra gli oggetti appartenuti al padre defunto; trova una pistola, ne estrae il caricatore, poi, quasi per gioco, se la punta alla tempia e preme il grilletto. La pistola aveva un proiettile in canna e l’uomo cade a terra e viene creduto morto. Il medico non ha dubbi. La mamma e la sorella sono chini su di lui, lo piangono disperati. In realtà, la sua è una morte apparente. Egli vede tutto, sente tutto, ma non riesce a muoversi, a parlare, a fare nemmeno un minimo gesto, dare un piccolo segno: “nessuna parte del mio corpo risponde ai desideri della mente.” Il suo grido: “Non mi sono ucciso”, nessuno lo ode. Non è tanto la morte che lo spaventa, in questo primo momento, ma il sapere che gli altri lo credono un suicida: “Alla morte non sfugge nessuno, ma andarsene lasciando un terribile ricordo aumenta il dolore di chi rimane.” E, più avanti: “ai suicidi è riservata una pietà amara, che sfiora il disprezzo”. Il suo pensiero va al dolore della mamma: “C’è sempre qualcosa di estremamente meraviglioso nel dolore di una madre: una discrezione sottile, pudìca, profonda e inviolabile che si percepisce appena quando si ama totalmente, in modo incommensurabile.”

La scrittura di Battaglia si accompagna sempre alla dolcezza di un sentimento tenero. Sarà anche la caratteristica dei romanzi successivi, nei quali una tale sensibilità porterà le stigmate di una vocazione, di un cammino da percorrere fino in fondo. In quella condizione di morte apparente egli comincia a ricordare. L’infanzia soprattutto, “gli anni in cui si crede che la vita sia un fenomeno meraviglioso, in cui perfino l’angoscia è vista con entusiastica curiosità.” Subito dopo, troviamo uno dei punti chiave che collegano questo romanzo alle opere successive: “Allora si stava distesi sull’erba o sulla riva del mare a contare le stelle: minuscoli nuclei di mercurio, distanti miliardi di chilometri eppure tanto vicini al mio mondo, anzi, parte vitale di esso, con cui potevo instaurare un colloquio fatto di pensieri, di promesse, di fantastiche illusioni.” Sarà il tema di “Notte infinita”.

Ora invece, mentre è creduto morto e si prepara la sua sepoltura, la vita si rimescola turbinosamente in lui, contrastando con la sua serenità e con la sua rassegnazione. La vita diventa qualcosa di autonomo rispetto al protagonista. Essa si ribella, grida la sua protesta imponendo alla mente dell’uomo il ricordo di ciò che è stata: “Adesso qui su questo letto, la morte mi riporta tutte quelle immagini. Sono tutte riflesse sullo schermo della mente, integre, chiare. Anche le cose più piccole, quelle che credevo ormai dimenticate, si fanno largo prepotenti e vive come non lo sono state mai. Durante il tempo che mi separa dalla sepoltura provo momenti di grande pace e di grande serenità. Vedo cose bellissime che non ricordo d’aver visto mai prima d’ora.” E ancora: “la mia fantasia prolifica come neppure quella di un vivo saprebbe fare.” Sembra qui che la morte si compiaccia sadicamente di esporre, prima di ghermirla del tutto, la sua vittima al tumultuoso risorgere della vita.

Si dice che quando si è vicini alla morte, fra i tanti ricordi che si impadroniscono di noi, emerga sugli altri quello della propria madre. Più ancora di quello dei figli, o della propria sposa. Si dice anche che, quando uno muore, la madre accorra dal cielo al capezzale del figlio per assisterlo in quel difficile trapasso. Il personaggio creato da Battaglia, un se stesso davanti alla morte (nella parte dedicata alle interviste ci rivelerà che egli è stato molto vicino ad un’esperienza simile), è verso la madre che rivolge il suo pensiero. È però, questa volta, una madre viva. Con lei dialoga, la vede accanto a sé, sente la mano di lei che stringe la sua. Sono quel contatto e quella presenza vividi a risvegliare i suoi ricordi. Ignara di quanto sta facendo la morte, con un’azione identica ma con finalità opposta, la madre sollecita in lui la vita, la sprona, con la sua speranza, a ribellarsi, a non farsi sconfiggere.

Vi concorrono anche gli amici, che vengono a rendergli visita. Sono gli “amici dell’Osterietta”, coi quali ha trascorso ore felici. Con ciascuno di loro rammemora avvenimenti della giovinezza spensierata ed avventurosa: i rischi indotti dalla guerra, con le bombe e le mine inesplose con le quali, quando le trovavano, si divertivano a fare gli eroi; le bevute al bar, le ubriacature con “il vino della Colombetta”, le monellerie (“Entrai in un confessionale e attesi. Furono almeno dieci le vecchiette che confessai al posto del parroco”). Ai ricordi della vita trascorsa si mescolano i sogni: cicogne che si trasformano in ruote, farfalle che diventano nubi, premonitori di una realtà diversa non più legata a regole conosciute. Un passaggio che si preannuncia imminente, dunque. Battaglia ripercorre, attraverso il personaggio, la propria vita. Le figure dei familiari, dai genitori ai nonni, sfilano dinanzi al lettore, destati da un nostalgico ricordo. Chi non è più giovane, ritrova un mondo scomparso, una Versilia che la frenesia dei tempi moderni ha cancellato, ricordata e amata anche da Mario Tobino, che non ha mai perdonato coloro che l’hanno mutata, compromettendo la sua superba bellezza. Ricordate quei versi che cominciano: “O Viareggio più bella dell’Oriente”? Il teatro dei ricordi di Battaglia è Fiumetto, una frazione di Pietrasanta, cittadina antica e splendida – distante pochi chilometri da Viareggio – che, per le sue fabbriche del marmo, ha visto nei secoli passare tanti artisti, da quelli sconosciuti a quelli più celebrati. L’autore rievoca con parole molto belle questa attività legata al marmo delle Apuane: “Un giorno mia sorella mi portò al molo di Forte dei Marmi. Vidi per la prima volta arrivare i velieri che avrebbero caricato i marmi. Scoprii qualcosa di meraviglioso che non avrei mai più dimenticato: i bovi.” I bovi, “bianchissimi con grandi occhi neri e lucidi”, oltre che nei campi, erano impiegati per trarre a riva i velieri. Oggi, a Pietrasanta, trascorre gran parte del suo tempo lo scultore e pittore colombiano Fernando Botero, conosciuto in tutto il mondo per le sue figure grassottelle e rotonde.

Un Versiliese non può non essere legato al mare. Battaglia ne sente il profumo scorrere nella sua vita: “Sono sempre stato convinto che il mare mi portasse fortuna.”, “Passavo giornate intere in riva al mare. Scalzo e libero anche durante le giornate più fredde quando la spiaggia era deserta e nell’aria si sentiva ancora l’odore del pesce e della salsedine forte e secca. Vissi di quella pace tutti i miei primi anni di vita.” Da bambino, era la sorella Ilva a condurlo in riva al mare. Come è accaduto, prima di lui, a Tobino, e ancor prima a Pea e a Viani, i pescatori, con le loro facce bruciate dal sole, asciutte e rugose, coi loro racconti di mare, hanno influito sulla crescita del ragazzo. Le loro immagini non lo hanno mai abbandonato, ed ora la mente rievoca la figura di Alfredo, i suoi gesti (“per tingere le reti si andava nella pineta a staccare la scorza dei pini per poi metterla in un paiolo a bollire per ore e ore.”), quella di Eugenio, un marinaio che lo portava ad assistere agli spettacoli del teatro dei burattini e, a Forte dei Marmi, a vedere i pescatori che, divisi in gruppi alle estremità delle due funi, tiravano a riva la sciabica carica di pesci. Ma, a mano a mano che si avvicina l’ora dei funerali, si fa sempre più insistente, ossessiva, la paura. Le immagini, i ricordi, si incupiscono. La scrittura diviene un martellamento su quel rischio di essere sepolto vivo, rinchiuso nella bara in attesa dell’incontro con la morte. La madre è la sola che non si rassegna: “È entrata mia madre nella stanza. È già entrata un’infinità di volte per compiere lo stesso gesto: alzare il velo dal mio viso per guardare se nei miei occhi si è accesa una piccola fiammella di vita.” Dirà di lei, poco più avanti: “Ho sempre avuto un grande amore per te mamma. Un amore diverso da quello che ho per mio padre e mia sorella.”; “non avrei mai fatto niente nella mia vita che non fosse servito anche a lei.” Battaglia, che con questa storia fa una analisi, attraverso i sogni e i ricordi, di ciò che è bello nella vita, ossia le cose semplici, la serenità della propria condizione, gli affetti delle persone care, crea nel lettore un interesse smanioso per ciò che accadrà realmente al protagonista. Qualcuno si accorgerà che è ancora vivo? Sarà la madre a scoprirlo? O tutto finirà con la sepoltura e, quindi, la morte?

L’incidente avviene di maggio, in un giorno di primavera, e dunque di rinascita: “Forse è la luce del corridoio che in questa sera di maggio gioca con le ombre delle candele ai bordi del letto. Fuori c’è un leggero vento che trasporta ancora la lana dei pioppi e i profumi della campagna.” Torna il sogno; questa volta tutto scompare e il protagonista si sente sospeso nel vuoto, “avvolto da questa luce e non provo più nessun rimpianto per me stesso e per quello che mi è successo.”

Ci si avvicina al distacco, ci si prepara alla morte; ormai la bara è già entrata nel cimitero: “Aggiustatemi i capelli! Sono spettinato, lo sento. Non si può seppellire un morto spettinato. La mia testa è reclinata su un fianco, non lo vedete? Le mie mani si sono mosse con il viaggio, aggiustatemele.”

Il personaggio ha, dunque, finalmente, accolto la morte. È questo il significato del romanzo. Essa si presenta all’improvviso, ci crea smarrimento, incredulità, paura, poi una luce ci inonda, ci avvolge, ci allontana. Allora si capisce che siamo destinati altrove, ci si prepara, ci si fa belli, si desidera essere accolti con amore.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart