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Battistoni, Luigi Damiano

5 febbraio 2019

Il volo

Il volo

Luigi Damiano Battistoni è nato a Lucca il 21 gennaio 1963. Magazziniere in un oleificio, scrive da sempre.
Nel dicembre del 2007 con il libro di esordio “Vivere”, ripubblicato nel 2010 con il titolo “Come nuvole dentro il mare”, si è classificato al 1° posto Sez. Narrativa Edita, della 3ª Edizione Premio Letterario Circe, Monterotondo Roma. Sempre con “Come nuvole dentro il mare”, nel luglio del 2016, si classifica al 5° posto al IV Premio Letterario Internazionale Città di Sarzana. Nel settembre 2012 esce il suo secondo libro “Il volo” per il quale nell’agosto del 2015 riceverà il Premio Finalista medaglia d’argento al 3° Premio Letterario Internazionale “Città di Sarzana”. Nel dicembre 2014 esce il suo terzo libro “1 di noi”, e nel dicembre 2018 il suo quarto libro “Taci che non vedo”. Dal 2006 ha ricevuto vari riconoscimenti letterari nazionali e internazionali con relative pubblicazioni in antologie.

Ci occuperemo del romanzo “Il volo”.

Ci sono scrittori che vivono nell’anonimato eppure sono bravi, a volte più bravi anche di coloro che sono diventati famosi.
Nessuno o pochissimi li leggono. Sono i misteri della fama e del successo. Non sempre vanno ai migliori. È per questo motivo che chi voglia fare, come io sto facendo, una ricognizione sulla narrativa in Lucchesia, non deve stancarsi di cercare.

Troverete mescolati in questa raccolta nomi celebri che sono entrati nelle antologie scolastiche e nella storia della letteratura italiana e nomi che nessuno ha mai sentito pronunciare, se non i vicini del pianerottolo accanto. La mia attenzione per questi ultimi ha un che di patologico e missionario, lo riconosco, però mi ha procurato tanta dolcezza, alimentando il mio entusiasmo al punto da confermare a me stesso che non farò mai una cura per guarire da questa gradevole malattia.

Quando si avvia la lettura del romanzo di Battistoni, si nota subito una scrittura ben composta, precisa, senza ridondanze e sbavature. Conosco l’autore, ho scoperto addirittura che vive nel mio paese di Montuolo. Ci incontravamo qualche volta altrove e mai ci siamo scoperti compaesani. Poi un giorno nella mia cassetta delle lettere trovo un plico imbucato per errore su cui leggo il nome di Battistoni e con meraviglia, scorgendo l’indirizzo, scopro che vive in una casa all’inizio del mio paese. Battistoni ci vive senza far rumore, in silenzio, umilmente. Si guadagna da vivere in un oleificio e nei ritagli di tempo, anziché distrarsi come fanno in molti all’aria aperta e con amici, lui mette in primo piano, avanti a tutto, uno spazio da dedicare allo scrivere, ossia a riflettere sulla vita. Mi ha raccontato che scrive da sempre e che è stato suo nonno a stimolarlo, sin da quando era bambino. Mentre mi parlava, mi è tornato in mente il giorno in cui ascoltai Maurizio Maggiani dire che lui era nato per scrivere. Forse è avvenuta la stessa cosa per questo autore. È perciò con il massimo interesse e il massimo piacere che vi accompagno in questa lettura.

L’incipit è secco, asciutto e perentorio: “Ore otto e quaranta della sera. Claudio Zoppi e sua moglie, Rita Ricci, erano finalmente insieme per la cena.”. Siamo a Bologna. I due si sono ritrovati al bar Sport, “dove oltre al classico servizio di Caffetteria, dispensavano anche piatti precotti e tutto l’occorrente per un soddisfacente pasto caldo.”. Assisteremo ad una conversazione tra marito (distratto e che non sa come fermare il fiume di parole della donna) e la moglie, vicedirettore di una filiale bancaria, che mentre mangia parla e parla, gesticola e gli rivolge continue domande retoriche alle quali il marito risponde con l’assenso del capo o con qualche esclamazione di meraviglia. È una conversazione resa con perizia, in cui i dialoghi rastremati all’essenziale sprigionano una sorridente complicità. Ad una domanda della moglie: “No dico, ma hai capito o non hai capito?” segue semplicemente, come risposta: “Assenso, con annesso, super iper, inarcamento delle sopracciglia a indicare il massimo dello stupore.”. Quando poi vanno a dormire pare di vedere davanti a noi una scenetta di Sandra Mondaini e Raimondo Vianello. Come questi, non hanno figli e vivono dei loro capricci.

La capacità di far sorridere si rivela, sin da questo inizio, una delle qualità dell’autore, che vi arriva subito, e direttamente, senza preamboli. Ce n’è anche per gli amici, anzi per l’amico per eccellenza, Mario, agente assicurativo “che non conosce malattia: mai un’influenza, mai due linee di febbre, un colpo di tosse o un comunissimo raffreddore; come neppure a suo tempo una delle più classiche malattie infettive, insomma niente di niente al contrario di Claudio che invece le aveva prese tutte, ma proprio tutte.”.

Si avverte il divertimento dell’autore nel tratteggiare i personaggi. Il suo sorriso tra l’ironico e il benevolo si fa sempre più evidente. Le frasi, costruite senza perdere tempo, vanno all’essenziale: “Mario genitore, con un figlio di otto anni di nome Paolo (nome del nonno materno) che preferiva chiamare Paolino.”. Mario è vedovo, poiché la moglie Monica è morta nell’attentato delle Torri gemelle, avvenuto l’11 settembre 2001.

La struttura del romanzo si presenta di intrigante costruzione. Si divide in capitoli in cui vengono introdotti ad uno ad uno i personaggi, evidenziandone specialmente i caratteri in modo che il lettore ne assorbisca la personalità. Il capitolo, pur breve, è sufficiente a darne l’immagine. Si intuisce che, dopo tali presentazioni lineari, ci si dovrà attendere una confluenza che dia una ragione complessiva alla storia.

Quando ci viene presentata Marisa, sua collega, apprendiamo che Claudio lavora in un Autosalone, e quando arriva il turno di Simonetta, sappiamo che lavora come cameriera al bar Sport. Questo bar è di proprietà di Tommaso Siriani, “una pertica di quasi due metri”, che nella vita ha fatto il portiere in una squadra di calcio, e ogni tanto sogna quei giorni di gioventù. Il bar è l’occasione per riflettere anche sulla società in cui si vive e Battistoni non si tira indietro. Lo fa cercando di non drammatizzare, anche se, con il sorriso sulle labbra, ne denuncia con chiarezza i vizi. Bar, camera da letto, luoghi di lavoro, sale da ballo, e altri ambienti chiusi, più che la strada, sono il teatro dove si sviluppano i contenuti del romanzo.

La comicità presente nel libro emerge specialmente nei dialoghi, costruiti in modo così realistico che il lettore si sente uno degli interlocutori. Ne prende parte, e poi, a dialogo concluso, se ne distacca e sorride. Un piacevole modo di essere coinvolti.

Quando Mario racconta al figlio Paolino la fiaba di Cappuccetto Rosso, in una sua personale e simpatica versione, il lettore si rafforza nel convincimento di trovarsi di fronte a una scrittura scherzosa e irriverente. Basti fare l’esempio del capitolo dedicato proprio a Paolino, il quale ci racconta direttamente un fatto che gli è accaduto e lo fa scrivendo al modo solito dei bambini: “Io finito di fare merenda e visto che tanto io alla Pleistescion di Alessio non ci avrei mai giocato, ho iniziato a guardare intorno, e ho visto allora una foto grande. Una foto in bianco e nero. La foto stava sopra alcuni fogli tutti scritti scritti proprio vicino alla stampante del computer. Era la foto di un uomo seduto con un vestito tutto bianco. Avevo la foto in mano quando la mamma di Alessio è entrata e mi ha chiesto se avevo ancora fame. E poi ha chiesto ad Alessio come mai non aveva ancora mangiato. Lui ha alzato ancora un poco le spalle (si vede che ci ha il tic, ho pensato io, anche se a scuola non lo avevo mai visto fare così), poi stavolta si è girato ed ha detto che non aveva fame. Poi (la mamma di Alessio) mi ha chiesto se sapevo chi era quel signore nella foto. Che quel signore si chiamava Wilm Hosenfeld (mi ricordo il nome perché l’ho scritto nel mio diario di scuola), e che era un soldato tedesco della seconda guerra mondiale, e che lei (la mamma di Alessio) è una giornalista, e che stava scrivendo un articolo sul soldato tedesco, e se poi la volevo sapere anche io (la storia del soldato tedesco) me la avrebbe raccontata volentieri. Io non ho saputo dire niente, e ho rimesso la foto al suo posto, e ho detto che forse era l’ora di iniziare a fare il compito. Lei mi ha detto bravo e mi ha sorriso. Allora io avevo tanta voglia di chiedergli se ci raccontava ora la storia del soldato tedesco, quando dopo avermi detto bravo, ha detto anche che dopo ci avrebbe raccontato proprio quella storia. Allora ero io che ho sorriso perché la mamma di Alessio è davvero tanto gentile e ha una voce davvero tanto bella quando parla.”.

Il brano ci mostra plasticamente una notevole capacità mimetica dell’autore, il quale sa calarsi con facilità nei panni del personaggio che rappresenta.

La struttura del romanzo mostra un’altra peculiarità; essa procede a cascata e a incastri; ogni volta che compare un nuovo personaggio egli diviene protagonista di uno dei capitoli successivi, se non addirittura del successivo immediato, oppure lo si rincontra a mo’ di sorpresa, in una sorta di smascheramento, come succederà in modo esplicito con il personaggio di Caterina, la sorella di Claudio.

Wilm Hosenfeld è un soldato tedesco, che nella vita svolgeva il lavoro di insegnante elementare, e che salvò alcuni ebrei. Così si dispera: “Perdono mio Dio… Lo so che tuo figlio ci ha insegnato a operare, a operare nel tuo nome e nel silenzio. Perdonami, ma io come posso non dire loro che non sono così, che non sono come mi descrivono, che ho aiutato tante persone, che in verità mi vergognavo della divisa che portavo…

E loro che ridono, e giù botte… ma forse me lo merito. Me lo merito perché potevo fare di più. Maggiori erano le persone i bambini i vecchi le donne che avrei potuto aiutare, salvare!

Io comunque insisto, insisto a dire loro che non sono così; ma loro no non mi credono. Dicono che è impossibile, che sono un bugiardo… e giù ancora botte…

Temo che mai più rivedrò i miei cari, che mai più rivedrò il mare, che mai più rivedrò una distesa di verde…”.

Sapremo qualcosa di più nel capitolo successivo: “Wilm Hosenfeld nato a Mackenzell, Germania, il 2 maggio 1895, emergerà dall’anonimato grazie al libro autobiografico (scritto nel 1946) del musicista polacco Wladystaw Szpilman: “Il pianista”. Autobiografia resa famosa dall’omonima trasposizione cinematografica di Roman Polanski nel 2002. Nel libro, quasi al volgere della seconda guerra mondiale, in una Varsavia occupata e semidistrutta, Wilm Hosenfeld, che è un Capitano tedesco e responsabile di tutti gli impianti sportivi requisiti, sta ispezionando l’edificio in cui si insedierà l’unità di comando della piazzaforte di Varsavia, quando vi sorprende Wladyslaw Szpilman: famoso musicista ebreo di Radio Varsavia e unico sopravvissuto della sua famiglia alla deportazione.

“Non ho intenzione di farti del male”, gli dirà il Capitano per tranquillizzarlo.

“Che cosa fai nella vita?”, chiederà ancora.

“Il pianista, faccio”, risponde Szpilman. E nella stanza accanto c’è proprio un pianoforte.

“Suona qualcosa!”, gli dice il Capitano.

Hosenfeld si lascia rapire dalla musica, un Notturno in do diesis minore di Chopin. Solo dopo scopre che Szpilman è un ebreo; ma il Capitano anziché ucciderlo gli chiede dove si nasconde. Szpilman gli fa vedere la sua tana e Hosenfeld, che doveva essere suo carnefice, gli mostra come meglio nascondersi, gli promette cibo, gli dice che deve resistere che presto la città sarà liberata, al che Szpilman gli chiede:

“Lei è tedesco?”

“Sì, e me ne vergogno dopo tutto quello ch’è successo”, e lo aiuterà a sopravvivere fino all’arrivo dei russi. Szpilman lo definirà come ‘l’unico essere umano con indosso l’uniforme tedesca che io abbia mai conosciuto’. Finita la guerra Szpilman tornerà a lavorare a Radio Varsavia, terrà concerti in tutto il mondo e vivrà fino all’anno 2000. Hosenfeld verrà catturato il 17 gennaio 1945 dai soldati a Blonie, non lontano da Varsavia (…) Morirà la mattina del 13 agosto 1952 in un campo di lavoro presso Stalingrado.”.

Nel 2008, Israele lo ha riconosciuto come “Giusto tra le nazioni”.

Il romanzo ha, proprio come il pianista citato, una tastiera da cui vibrano molti suoni; si va dall’allegro al grave, dal lento al sostenuto, trasformando la musica in un afflato dell’anima. Il capitolo sul capitano tedesco è nel contempo rinnovata denuncia ed evocazione di una qualità personale del soldato soffocata e travolta dall’orribilità della guerra. Nel suo diario si troveranno giudizi sprezzanti sul regime del suo Paese: “un’onta che non potrà mai essere cancellata, è una maledizione dalla quale non ci libereremo mai. Non meritiamo alcuna pietà. Siamo tutti colpevoli. Provo vergogna ad andare in città. Qualsiasi polacco ha diritto di sputarci addosso.”.

Troviamo altri capitoli inseriti nella storia e che appaiono come delle parentesi riflessive; in realtà mostrano la capacità dell’autore di spostarsi con facilità dalla narrazione principale senza che essa ne tragga alcun appesantimento. Abbiamo già visto l’episodio del capitano tedesco e della sua tragica e ingiusta morte. Ora leggiamo il capitolo dedicato a Fortunato, il quale è uno scrittore esordiente e si reca a Roma per ritirare un premio letterario. Il lettore potrà verificare da sé la felicità narrativa e lo spirito allegro e divertito con cui viene raccontata questa esperienza, la quale avrà un seguito più avanti, quando il personaggio sarà presentato più diffusamente. Si conferma, dunque, il procedimento a cascata del romanzo, che è una specialità di Battistoni, il quale prima ci fa assistere alle sue gesta e poi ci dice chi egli sia. Fortunato ha perso il lavoro, e si trova in piazza a parlare con altri disoccupati come lui dei loro problemi e soprattutto di come riuscire a mandare avanti la famiglia. Anche su questi temi di povertà e di miseria, la scrittura di Battistoni non tracima e si mantiene precisa ed essenziale, lasciando che la denuncia faccia la sua corsa come una freccia scagliata con il semplice vigore delle braccia verso il bersaglio.

Battistoni si rivela uno scrittore intelligente, non passionale, aiutato da una visione lucida dei rapporti sociali. Ne sa cogliere i lati drammatici e i lati comici (come le liti tra marito e moglie, che ormai fanno parte dell’abituale costume italiano, e non solo) e li trasporta in una sua scrittura personale di buon gusto e mai saccente.

Giuseppe, un altro di quel gruppo, ha trovato lavoro presso un’agenzia interinale e, purtroppo, si trova a lavorare, un mese sì e un mese no, in aziende differenti come facchino. Racconta: “Pensa che il mio sogno da ragazzo era di girare il mondo, conoscere gente nuova, ma ultimamente a quanto pare è il mondo che è venuto a me, infatti difficilmente lavoro con qualche connazionale, ma ho per compagni disgraziati che arrivano dai più disparati angoli della terra; non dovrei neanche lamentarmi non trovi?”.

Mario è innamorato di Celeste, cubista in un locale che si chiama Paradise, e porta Claudio a vederla esibirsi: “Claudio e Mario a suon di spintoni, a suon di gomitate, a suon di spintoni e gomitate finalmente riuscirono a portarsi nei pressi di Celeste che intanto si era spostata sul palco di solo uso delle cubiste. Ballava e mentre ballava a tratti veniva avvolta alle gambe da una densa coltre di fumo bianco, che, nell’attillata tuta di rilucente pelle nera, la faceva sembrare una bella e irreale creatura venuta da chissà quale Paradiso.”. Celeste è un altro personaggio che, sorto all’improvviso in un capitolo precedente, si sviluppa nel successivo. Un personaggio che ci donerà una sorpresa e ci farà sorridere.

Il sorriso è, infatti, il regalo più grande che ci offre questo breve romanzo, dalla struttura che ispira simpatia, scritto com’è con la leggerezza di chi vuol far riflettere sui guai della vita per darci, grazie al buonumore che ne sprigiona, la consegna che il fermarsi vinti dal disagio o dalla disperazione non è mai una buona scelta. Ogni nostra azione e ogni azione che si muove intorno a noi la si può comprendere e sopportare, perfino accogliere, se il nostro animo non la considera una nostra personale nemica, ma una componente ineludibile di ogni esistenza. In uno dei racconti si può leggere la filosofia che regge questa divertente storia. È Mario che parla: “Mi ricordo di una volta in cui a mio padre scoppiò una gomma, sbandammo, e finimmo sobbalzando dritti in un campo appena arato. Io dietro dormivo così sodo che non mi accorsi di niente. I miei si svegliarono e ancora scioccati mi raccontarono tutto, ed io cominciai a ridere come un matto, tanto la cosa mi sembrò buffa, e con me iniziarono a ridere anche i miei, e di colpo vidi la paura sui loro volti sparire.”. Non viene in mente Jerome Klapka Jerome?

 


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Bart