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Berlusconi condannato all’immortalità

25 giugno 2013

di Marco F. Cavallotti
(da “LsBlog”, 25 giugno 2013)

Anche nel loro pieno splendore, i processi staliniani si svolgevano pure con l’escussione di qualche testimonio coraggioso, che parlava a favore dell’imputato smentendo le enormità delle quali quest’ultimo veniva accusato, mettendo in dubbio l’esistenza di una vittima, facendo traballare il castello dell’accusa. Poco male: il processo continuava sui suoi solidi binari e il “colpevole” veniva fatto scomparire in uno scantinato della Lubjanka, o mandato a rieducarsi fra le nevi e le zanzare della Siberia. Ma in quei tempi, in cui Togliatti e gli altri avevano modo di osservare da vicino e di ammirare il sistema sovietico – giustizia compresa –, a conclusione del processo, con l’immancabile condanna, il giudice non era solito trasmettere gli atti alla procura, per verificare se i testimoni non fossero perseguibili… per falsa testimonianza. Si limitava a considerarli non funzionali alle tesi dell’accusa, e dunque ad ignorarli. Ma quelli erano altri tempi.

Eliminare Berlusconi per via giudiziaria è da anni la folle idea cullata da molti “democratici” che non vedono come altrimenti superare la dura logica delle urne. Ma credo che questa, alla fine, non sia solo un’idea che può venire in un Paese cattocomunista – le vite dei leader del resto del mondo sono costellate da decine di casi analoghi (e veri) senza che nessuno ci abbia fatto molto caso –: è un’idea clamorosamente impolitica, destinata a inchiodare sugli scudi dei suoi sostenitori un uomo che, fra meriti innegabili, demeriti e debolezze, ha comunque già segnato un arco temporale straordinariamente lungo per un politico.

La “pacificazione” – così si chiamava quell’inizio di processo che aveva portato, pur fra contraddizioni e discussioni, al “colloquio” fra Letta e Alfano – era parsa utile, in sé e per sé, come grimaldello per avviare una nuova più operativa stagione politica nazionale, e non per altro. Ma era pur sempre un primo passo, senza il quale non ne potrebbe seguire uno più concreto. Ora, mi pare evidente, al di là delle dichiarazioni di facciata, il tentativo si sia rotto sul nascere: finiti ostaggio di forze ormai non più controllabili anche da parte di coloro stessi che hanno contribuito a suscitarle, coloro che ancora militano per una sinistra con tracce di liberalismo si sono ridotti a ripetere stancamente il vecchio luogo comune: le sentenze non si discutono. E perché mai? In nome di quale sacro principio i cittadini non dovrebbero valutare ed eventualmente criticare sentenze emesse in loro nome?

Per conto mio, credo che questa esperienza di governo, già troppo debole e democristianamente propensa al rinvio, non potrà reggere a una richiesta che peraltro mi parrebbe ormai essenziale e da pretendere come essenziale per il suo proseguimento: il ripensamento generale, serio e sereno del funzionamento della magistratura in Italia.


I dubbi, le conseguenze
di Pierluigi Battista
(Dal “Corriere della Sera”, 25 giugno 2013)

Le sentenze si rispettano, ma si possono commentare e criticare, come in ogni nazione libera. Negarlo è ipocrita. Come lo sarebbe negare che una condanna rigidissima, addirittura superiore alle pur severe richieste dell’accusa, possa evitare conseguenze politiche se ad essere considerato il vertice di una ramificata banda dedita a reati moralmente spregevoli è il capo di uno schieramento che compartecipa in modo determinante al governo del Paese. I risvolti giuridici sono discussi nelle aule del tribunale. Ma i media internazionali non si sarebbero mobilitati così massicciamente se si fosse concluso in primo grado un processo come un altro. E se non fossero stati convinti che la sentenza di ieri avrebbe ipotecato il futuro politico di questo Paese.

Dopo la sentenza di ieri, durissima, che si abbatte come uno schianto su Silvio Berlusconi e sul suo partito, il futuro politico del Paese non è tra i più leggiadri. E la spaccatura che da vent’anni spezza in due l’opinione pubblica italiana è ancora più profonda e irriducibile. Da ieri si sentiranno più forti quelli che, su un fronte, considerano il nemico Berlusconi come una figura losca da gettare nel precipizio della vergogna e della non rispettabilità e, sull’altro, quelli che difendono in trincea Berlusconi come vittima di un accanimento politico-giudiziario senza precedenti, molto prossimo alla persecuzione.

Da ieri saranno più baldanzosi i demolitori professionali della «retorica della pacificazione», i nostalgici di un ventennio in cui lo scontro tra politica e magistratura è stato rovente e senza mediazioni, i cantori di una «guerra civile fredda» o «a bassa intensità» che hanno trovato nella demonizzazione o nella santificazione di Berlusconi l’unico parametro dei loro giudizi politici. Da ieri è più debole il governo presieduto da Enrico Letta, anche se non saranno risparmiati gli appelli a tenerlo fuori dalla contesa, a separarne il destino da quello (dicono, anche qui non senza ipocrisia, «personale») di Berlusconi. Dopo la richiesta di condanna di Ilda Boccassini, una manifestazione a Brescia del Pdl fece sfiorare la rottura tra Alfano e Letta nel pulmino che li portava nel «ritiro spirituale» dell’abbazia di Sarteano.

Dopo la sentenza a sette anni di Berlusconi (solo un anno meno di Misseri ad Avetrana e uno più di Scattone e Ferraro condannati come gli assassini di Marta Russo, si twitta sui social network), come si può immaginare che le tensioni tra il Pdl e il Pd non siano destinate ad incattivirsi? Occorrerà molto spirito ascetico per non farsi trascinare nel gorgo di una polemica che rischia di diventare autodistruttiva nell’ambito di una strana e mal sopportata coabitazione di maggioranza. A rigor di forma, una sentenza di primo grado non si carica di conseguenze pratiche per chi è condannato.

Ma una sentenza così aspra, da rispettare certo e da non liquidare sbrigativamente come una «sentenza politica», mette in discussione la stessa legittimità morale del capo di un partito. Viene quasi rimproverata l’accusa di aver indicato un reato meno grave di quello sulla base del quale Berlusconi è stato condannato. E si intima perentoriamente di riconsiderare la posizione di tutti quelli che hanno testimoniato senza indicare in Berlusconi il «male assoluto», come a individuare una rete di complicità omertosa che esclude il carattere esclusivamente «personale» dello stesso Berlusconi, additato invece come il capo di una banda dedita alla prostituzione guidata dal presidente del Consiglio dell’epoca. Ci vuole autocontrollo e senso di responsabilità per non trascinare il governo nella spirale della divisione. Da ieri tutto sarà più difficile.


Berlusconi condannato, l’abuso e la dismisura
di Ezio Mauro
(da “la Repubblica”, 25 giugno 2013)

Un’Italia compiacente e intimidita si chiede che cosa succederà adesso, dopo la sentenza sul caso Ruby del Tribunale di Milano che condanna in primo grado Silvio Berlusconi a sette anni di reclusione e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Nessuno si pone la vera domanda: cos’è successo prima, per arrivare ad una sentenza di questo genere? Cos’è accaduto davvero negli ultimi vent’anni in questo sciagurato Paese, nell’ombra di un potere smisurato e fuori da ogni controllo, che concepiva se stesso come onnipotente ed eterno? E com’è potuto accadere, tutto ciò, in mezzo all’Europa e agli anni Duemila?

La condanna sanziona infatti due reati molto gravi – concussione e prostituzione minorile – sulla base del codice penale, dopo un processo di due anni e due mesi, con più di 50 pubbliche udienze. L’accusa ha dunque avuto ragione, vedendo un comportamento criminale nel tentativo di Silvio Berlusconi di sottrarre una minorenne accusata di furto al controllo della Questura, imponendo ai funzionari la sua autorità di presidente del Consiglio, addirittura con l’invenzione di uno scandalo internazionale, perché Ruby era “la nipote di Mubarak”.

La difesa sostiene che non ci sono vittime per i reati ipotizzati, non ci sono prove e c’è al contrario la criminalizzazione di uno stile di vita e di comportamenti privati (le cosiddette “cene eleganti”), distorti da una visione voyeuristica e moralista che li ha abusivamente trasformati in crimine, fino alla sanzione di un Tribunale prevenuto, anche perché composto da tre donne.

Io credo in realtà che ci sia un metro di giudizio che viene prima della condanna e non ha nulla a che fare con il moralismo. Si basa su due elementi che Giuseppe D’Avanzo quando rivelò questo scandalo richiamò più volte – da solo e ostinatamente – sulle pagine di “Repubblica”. Sono la dismisura e l’abuso di potere. Di questo si tratta, e cioè di due categorie politiche, pubbliche, e impongono un giudizio politico per un leader politico che nel periodo in cui è scoppiato il caso Ruby aveva anche una responsabilità istituzionale di primissimo piano, come capo del governo italiano. “La questione – scriveva D’Avanzo – non ha nulla a che fare con il giudizio morale, bensì con la responsabilità politica. Questo progressivo disvelamento del disordine in cui si muove il premier e della sua fragilità privata ripropone la debolezza del Cavaliere, tema che interpella la credibilità delle istituzioni”, perché tutto ciò “rende vulnerabile la sua funzione pubblica, così come le sue ossessioni personali possono sottoporlo a pressioni incontrollabili”.

GIUSEPPE D’AVANZO: LE DIECI MENZOGNE DI BERLUSCONI

La dismisura dunque come cifra dell’eccesso di comando, grado supremo della sovranità carismatica, con il voto che cancella ogni macchia e supera ogni limite, rendendo inutile ogni domanda, qualsiasi dubbio, qualunque dovere di rendiconto. E l’abuso di potere come forma politica di quella sovranità sciolta da ogni controllo, e insieme sua garanzia perenne. Perché nel sistema berlusconiano, dice D’Avanzo, “il potere statale protegge se stesso e i suoi interessi economici, senza scrupoli e apertamente. Con l’intervento a favore di Ruby quel potere che sempre privatizza la funzione pubblica muove un altro passo verso un catastrofico degrado rendendo pubblica finanche la sfera privatissima dell’Eletto. In un altro Paese appena rispettoso del canone occidentale il premier già avrebbe dovuto rassegnare le dimissioni. Nell’infelice Italia invece l’abuso di potere è il sigillo più autentico del dispositivo politico di Silvio Berlusconi. È un atteggiamento ordinario, un movimento automatico, una coazione meccanica”.

Questo è ciò che ci interessa. Il disvelamento clamoroso di comportamenti privati di un uomo politico che imbarazzano le istituzioni e addirittura le espongono al ricatto, e spingono quel leader ad alzare la posta dell’abuso, imprigionandosi ogni volta di più in una rete di richieste esose, traffici pericolosi, intermediari vergognosi, pagamenti affannosi: fino al momento in cui si avvera la profezia di Veronica Lario sul “ciarpame senza pudore” delle “vergini offerte al Drago”, si costruisce un castello di menzogne sui rapporti con la minorenne Noemi, si soffoca nel taglieggiamento incrociato dei profittatori e mezzani Lavitola e Tarantini, e infine si inciampa nel codice penale sul caso Ruby, perché qualcosa di inconfessabile spinge il premier a strappare quella ragazza dalla Questura, affidandola ad una vedette del bunga-bunga spacciata per “consigliere ministeriale”, per scaricarla subito dopo da una prostituta brasiliana.

Si capisce che questo processo milanese, costruito sull’inchiesta di Ilda Boccassini, sia stato vissuto da Berlusconi come la madre di tutte le accuse. L’ex premier nei due anni del dibattimento ha potuto giocare tutte le carte della sua difesa, compreso lo straordinario peso mediatico di un leader politico che ha invocato “legittimi impedimenti” ogni volta che ha potuto spostando ad hoc persino le sedute del Consiglio dei ministri, e ha addirittura imbastito due serate di gran teatro televisivo (una prima della requisitoria, l’altra prima della sentenza) sulle reti di sua proprietà con una sceneggiatura che sembrava anch’essa di sua proprietà, per parlare direttamente alla pubblica opinione sanzionando in anticipo la propria innocenza.

Questo “concerto” aveva da qualche mese una musica di fondo: la “pacificazione”, che è il concetto in cui l’egemonia culturale berlusconiana tenta di trasformare la ragione sociale del governo Letta, nato dall’emergenza e dalla necessità, e dunque senza radice e cultura ideologica, com’è naturale per un esecutivo che tiene insieme per un breve periodo gli opposti, cioè destra e sinistra. Questa necessità, e questa urgenza, per il Pdl e per i suoi cantori sono diventate invece qualcosa di diverso, quella “pacificazione” che dovrebbe chiudere i conti con il passato, sacralizzare Berlusconi come punto di riferimento istituzionale del nuovo quadro politico e del nuovo clima, farlo senatore a vita o vertice di un’improvvisata Costituente, in modo da garantirgli un salvacondotto definitivo.

Praticamente, è la proposta di prendere atto che lo scontro tra la legalità delle norme e delle regole e la legittimità berlusconiana derivata dal voto popolare sta sfibrando il sistema senza un esito possibile. Dunque il sistema costituzionalizzi l’anomalia berlusconiana (reati, conflitti d’interesse, leggi ad personam, strapotere economico e mediatico) e la introietti: ne risulterà sfigurato ma infine pacificato – appunto – perché nel nuovo ordine tutto troverà una sua deforme coerenza.

L’egemonia culturale crea senso comune, che in Italia si spaccia per buon senso. E dunque la destra pensava che il “clima” avrebbe prima addomesticato la Consulta, chiamata alla pronuncia definitiva sul legittimo impedimento che avrebbe ucciso il processo Mediaset, dove l’ex premier è già stato condannato a quattro anni. Poi l'”atmosfera” avrebbe dovuto contagiare il Tribunale di Milano, già avvertito fisicamente del cambio di clima dalla manifestazione dei parlamentari Pdl sul suo piazzale e nei corridoi. Infine la “pacificazione” dovrebbe salire le scale della Cassazione, per il giudizio Mediaset, sfiorare il Colle che ieri Brunetta chiamava in causa dopo aver definito la sentenza “atto eversivo”, bussare alla porta di Enrico Letta (che ha già detto di no) e soprattutto del Parlamento, visti i tanti vagoni fantasma che aspettano nell’ombra delle stazioni morte il treno del decreto svuota-carceri, pronti ad assaltarlo con il loro carico di misure salva-premier, dalle norme sull’interdizione dai pubblici uffici fino all’amnistia, generosamente suggerita dai montiani. Il disegno berlusconiano prevede colpi di mano e maggioranze estemporanee, col concorso magari di quei parlamentari cannibali del Pd che nel voto segreto hanno già dimostrato di essere buoni a nulla e capaci di tutto.

Da ieri tutto questo è più difficile. La Consulta ha fatto il suo dovere, ricevendo in cambio accuse vergognose. E il Tribunale di Milano ha portato fino in fondo il processo – che è il risultato più importante – assicurando giustizia e uguaglianza del trattamento dei cittadini davanti alla legge nonostante le intimidazioni preventive. Nella sentenza c’è un giudizio di condanna durissimo, per due reati molto gravi, soprattutto per un uomo di Stato che ha rappresentato le istituzioni. Non solo: il Tribunale ha trasmesso gli atti che riguardano 32 testimoni alla Procura, perché valuti se hanno reso falsa testimonianza in dibattimento. Sono ragazze “olgettine”, a libro paga del Cavaliere, amici suoi e stretti collaboratori, funzionari della Questura come Giorgia Iafrate. Con questa decisione, il Tribunale sembra convinto di aver individuato una vera e propria rete di organizzazione della falsa testimonianza di gruppo. Sarà la Procura a valutare se è così e chi è l’organizzatore, mentre è già chiaro che il beneficiario è Berlusconi. L’influenza economica, l’abuso di potere potrebbero arrivare fin qui.

Restano le conseguenze politiche. La più netta, la più chiara, sarebbe il ritiro di Berlusconi dalla politica, come accadrebbe dovunque. Ma in Italia non accadrà. La politica è il vero scudo del Cavaliere. E il governo, con la sua maggioranza di contraddizione, è l’ultimo tavolo dove cercherà di trattare, assicurando qualsiasi cosa (la durata dell’esecutivo fino alla fine della legislatura, la personale rinuncia a candidarsi alla Premiership) in cambio di un aiuto sottobanco. Altrimenti, salterà il banco, e dopo la breve parentesi da statista, il Cavaliere tornerà in piazza, incendiandola. Perché il populismo ha questa concezione dello Stato: o lo si comanda o lo si combatte, nient’altro.


Il sipario sull’era del Cavaliere
di Marcello Sorgi
( da “La Stampa”, 25 giugno 2013)

La sentenza con cui il tribunale di Milano ha condannato Berlusconi a sette anni di carcere e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici segna insieme la fine dell’avventura politica del Cavaliere, e più in generale quella della Seconda Repubblica, di cui per altro l’ex-Presidente del consiglio è stato l’uomo simbolo, come Andreotti lo era della Prima. In passato, anche in tempi recenti (si pensi alle elezioni politiche del 24 febbraio), Berlusconi ci ha abituato ad improvvise cadute e a subitanee resurrezioni. Ma stavolta è peggio di tutte le altre, come lui stesso sa o incomincia a capire, anche se ieri ha preferito negarlo nella prima reazione ufficiale.
Vent’anni fa, quando Craxi fu colpito dal primo avviso di garanzia, non tutti scommettevano sul suo declino.

Lo capirono dopo qualche mese, quando il leader socialista era ormai sommerso da una sequela di comunicazioni giudiziarie, e prima degli ordini di cattura scelse la strada dell’esilio. Lo stesso accadde quando Andreotti fu accusato di rapporti con la mafia e c’era chi sorrideva sulla scena inverosimile del bacio con Totò Riina. Al di là dei caratteri, e delle scelte opposte dei due illustri predecessori, sul modo di gestire i propri guai giudiziari, è fin troppo evidente che la magistratura ha riservato a Berlusconi lo stesso destino. La lezione di vent’anni fa ci dice che è inutile far finta di no, o evitare di prendere atto: tanto è così.

Si potrà discutere – anzi si dovrà – sul comportamento dei giudici di Milano che hanno fatto calare la ghigliottina sul collo del Cavaliere. La condanna a una pena superiore a quella chiesta dalla pubblica accusa, la scelta di riconoscere la fattispecie più grave del reato di concussione appena riformato dall’ex ministro Severino (con l’introduzione, va ricordato, anche di una contestata versione più lieve che aveva consentito di recente all’ex-Presidente della Provincia di Milano, il Pd Penati, di salvarsi), la pena aggiuntiva dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici, cioè dalla vita pubblica e parlamentare, oltre alla decisione sorprendente di chiedere alla Procura di incriminare per falsa testimonianza i testi della difesa, sono tutti segnali inequivocabili.

Presto, molto presto, come hanno dimostrato i giudici di appello che in soli tre mesi hanno confermato l’altra condanna a quattro anni per i fondi neri Fininvest, anche questo verdetto subirà la stessa sorte. A Berlusconi a quel punto resterà solo la carta della fuga, come qualcuno già ieri sera si spingeva a prevedere, o quella, estrema ancorché più regolare, della Cassazione: ma sarebbe ingenuo illudersi che sentenze così pesanti, ribadite in secondo grado, non influenzino i membri della Suprema Corte, caricando l’imputato di pesanti precedenti che non potranno non condizionare il giudizio definitivo che lo aspetta.

La fine, meglio sarebbe dire l’abbattimento per via giudiziaria, della Seconda Repubblica (già in corso da tempo, va detto, non solo a causa di Berlusconi, ma anche all’ondata generalizzata di corruzione che ha investito le amministrazioni locali) apre un vuoto anche peggiore di quello lasciato dal crollo della Prima. Allora, infatti, l’onda d’urto di Tangentopoli era stata affiancata, per non dire sovrastata, dalla reazione di indignazione, accompagnata anche dal desiderio di rinnovamento, espressi dai referendum elettorali del 1991 e ’93. E dall’introduzione del maggioritario e dei collegi uninominali, che offrivano ai cittadini, non va dimenticato, l’occasione – svanita purtroppo assai presto – di poter scegliere direttamente i governi e rinnovare radicalmente i rappresentanti da mandare in Parlamento.

La transizione cominciata in quegli anni doveva purtroppo arenarsi in breve tempo, approdando alla confusione e allo scontro continuo in cui l’Italia si trascina da quasi un ventennio. Così, giorno dopo giorno, siamo arrivati a oggi. Un sistema politico ormai indebolito e incapace di autoriformarsi non ha potuto che soccombere a una magistratura forte; anzi resa più forte, in pratica l’unico potere sopravvissuto alla crisi delle istituzioni, dalla mancanza di riforme.

La caduta di Berlusconi, per quel pezzo del Paese – una metà ridottasi via via a un terzo – che lo aveva seguito come un idolo, affidandogli tutti i propri sogni e i propri timori, cancella di colpo ogni illusione. Il centrosinistra non è più in grado, al momento, di rappresentare l’alternativa, con o senza l’ausilio della dissidenza grillina e di qualche maggioranza raccogliticcia. Il governo delle larghe intese, che doveva favorire la pacificazione, dopo l’inutile e infinita epoca della guerra civile, sopravviverà, in una sorta di sospensione, magari ancora per un po’. Ma senza alcuna agibilità politica e senza la forza necessaria per affrontare la gravità del momento. Saranno in tanti, malgrado tutto, ad aggrapparcisi. Come a una zattera in mezzo alla tempesta.


Macelleria
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 25 giugno 2013)

C’era un solo modo per condannare Silvio Berlusconi nel processo cosiddetto Ruby: fare valere il teorema della Boccassini senza tenere conto delle risultanze processuali, in pratica cancellare le decine e decine di testimonianze che hanno affermato, in due anni di udienze, una verità assolutamente incompatibile con le accuse.

E cioè che nelle notti di Arcore non ci furono né vittime né carnefici, così come in Questura non ci furono concussi. Questo trucco era l’unica possibilità e questo è accaduto. Trenta testimoni e protagonisti della vicenda, tra i quali rispettabili parlamentari, dirigenti di questura e amici di famiglia sono stati incolpati in sentenza, cosa senza precedenti, di falsa testimonianza e dovranno risponderne in nuovi processi. Spazzate via in questo modo le prove non solo a difesa di Berlusconi ma soprattutto contrarie al teorema Boccassini, ecco spianata la strada alla condanna esemplare per il capo: sette anni più l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, esattamente la stessa pronunciata nella scena finale del film Il Caimano di Nanni Moretti, in cui si immagina l’uscita di scena di Berlusconi.

Tra questa giustizia e la finzione non c’è confine. Siamo oltre l’accanimento, la sentenza emessa ieri è macelleria giudiziaria, sia per il metodo sia per l’entità. Ricorda molto, ma davvero molto, quelle che i tribunali stalinisti e nazisti usavano per fare fuori gli oppositori: i testimoni che osavano alzare un dito in difesa del disgraziato imputato di turno venivano spazzati via come vermi, bollati come complici e mentitori, andavano puniti e rieducati. Come osi, traditore – sostenevano i giudici gerarchi – mettere in dubbio la parola dello Stato padrone? Occhio, che in galera sbatto pure te.
Così, dopo Berlusconi, tocca ai berlusconiani passare sotto il giogo di questi pazzi scatenati travestiti da giudici. I quali vogliono che tutti pieghino la testa di fronte alla loro arroganza e impunità. In trenta andranno a processo per aver testimoniato la verità, raccontato ciò che hanno visto e sentito. Addio Stato di diritto, addio a una nobile tradizione giuridica, la nostra, in base alla quale il giudizio della corte si formava esclusivamente sulle verità processuali, che se acquisite sotto giuramento e salvo prova contraria erano considerate sacre.

Quanto al presidente Berlusconi, sono certo che saprà cosa fare. Se è ancora in piedi dopo 18 anni nei quali gliene hanno fatte di ogni colore, non sarà certo la sentenza di ieri a farlo desistere. Per quel che vale, permettetemi di dire che se avessi non dico un indizio ma un solo dubbio che il presidente abbia molestato una donna anche una sola volta in vita non sarei qui a scrivere queste righe. Frequentando un po’ l’ambiente, e avendo conosciuto l’uomo, ho assoluta certezza del contrario. Stiamo parlando di un galantuomo, mattacchione sì, ma di gran lunga moralmente più integro dei suoi accusatori e giudici. Il che rende di maggior gusto resistere a questa porcata. E alle prossime.


Ecco tutta la vera Ruby story, tra intercettazioni e festini
di Filippo Facci
(da “Libero”, 25 giugno 2013)

Ilda Boccassini non c’era, ieri, e non c’era neanche Silvio Berlusconi. Lui fu inquisito per la prima volta nel 1994, quando aveva 58 anni ed era presidente del Consiglio; Ilda Boccassini nel 1994 aveva 45 anni ed era reduce da esperienze importanti in Sicilia sulle orme degli assassini di Falcone e Borsellino, e stava appunto per coinvolgere Berlusconi in inchieste pesantissime su corruzioni giudiziarie. Poi c’è un terzo soggetto, Karima el Mahroug, detta Ruby, in quel 1994 si limitava a ciucciare il biberon perché aveva un anno. Ora, una ventina d’anni dopo, Berlusconi ha 77 anni e poco tempo fa era (ancora) presidente del Consiglio oltre a essere (ancora) processato dalla Procura di Milano, sempre per mano di (ancora) Ilda Boccassini, che ora ha 62 anni e ha finalmente ottenuto una pesante condanna: e per che cosa? Per una concussione che resta improbabile e per un’ipotesi di prostituzione minorile a cui non crede nessuno. È la verità. Comunque fosse andata, ieri, ci piace credere che Ilda Boccassini non avrebbe saputo come gestire la propria reazione: l’amarezza per una sconfitta, l’amarezza per una vittoria.

Non ci credevano neanche i giornalisti: nessuno pronosticava una condanna del genere. C’erano cronisti che scrissero del celebre invito a comparire del 1994 (quello di Napoli, quello che affossò un governo e fece eco in tutto il mondo) e che da tre anni si occupano di mignotte e di «bunga bunga» come se fosse normale, come se non fosse una parodia che finisce in farsa. Giornalisti che sono italiani come gli altri, divisi tra chi pensa che l’affare Ruby corrisponda a fatti privati senza importanza e altri, invece, che ne ha fatto materia per serissime concussioni e tratte di minori spolverate di mera prurigine; divisi, pure, tra chi pensa che certe cose fossero degne delle prime pagine dei quotidiani e chi invece pensa che lo fossero solo di «Chi» e rotocalchi del genere. Per anni i giornalisti hanno fatto questo: hanno tirato l’affare da una parte o dall’altra. Bene, ora abbiamo la risposta: era una cosa seria. Dopo vent’anni hanno incastrato Berlusconi, che emozione. Una grande vittoria della giustizia italiana.

Era il 27 maggio 2010 quando la diciassettenne marocchina Karima El Mahroug, sospettata di furto e senza documenti, venne portata alla Questura milanese di via Fatebenefratelli. La prostituta brasiliana Michelle Conceicao, che ospitava Ruby a casa sua, decise di telefonare a Berlusconi che è uno fatto così, di questo è sicuramente colpevole: è un signore che alla sua bell’età e nella sua posizione si mette nella condizione di farsi telefonare da una prostituta brasiliana. È un signore capace di telefonare al Capo di Gabinetto della Questura per chiedere che Ruby sia affidata a Nicole Minetti (invece che a una comunità per minorenni) perché la marocchina era comunque un’amichetta sua. Fu quello che accadde. Secondo i giudici non telefonò nell’esercizio delle sue funzioni di premier, perché i capi di governo in genere non si occupano della liberazione di giovani marocchine: fece valere, dunque, il peso del suo potere. È un concussore. È vero che mancano i concussi (nessuno, in questura, ha mai detto d’aver subito pressioni) ma ai giudici è bastato. Il reato «maggiore» dunque si è consumato lì – in questura – e ha trascinato con sè la prostituzione minorile che invece ci sarebbe stata ad Arcore, sede giudicata dal tribunale di Monza: così Milano si è presa tutto. Ma la telefonata di Berlusconi era solo il preludio che introduceva la seconda ipotesi di reato, senz’altro meno «evidente» e più indiziaria. Ed ecco il mitico quesito: Berlusconi sapeva che Ruby era minorenne, al momento della chiamata? I pm hanno evidenziato una «prova logica» più alcune testimonianze: se non l’avesse saputo – hanno detto – non c’era ragione di chiedere a Nicole Minetti che Ruby le fosse data in affido; inoltre la funzionaria che si occupava dell’identificazione, Giorgia Iafrate, ha messo a verbale che «il questore mi disse che la ragazza era l’unica minore presente in questura». E il questore come faceva a sapere che era una minore? L’ha messo anche lui a verbale: «Nel corso della telefonata con il premier, era implicito che si parlasse di una minorenne perché si parlò di affido di una persona priva di documenti». Dalle motivazioni della sentenza capiremo meglio, ma va ricordato che ieri i giudici hanno anche disposto un’indagine per falsa testimonianza contro un agente della questura. La versione dei funzionari dello Stato del resto non è mai piaciuta, e basti ricordare le reazioni scomposte che registrò il procuratore Capo Edmondo Bruti Liberati quando disse che secondo lui in Questura non aveva mentito nessuno: «I giudizi di Bruti Liberati non erano richiesti, avrebbe fatto bene a tacere, le sue dichiarazioni diventano una forma di pressione nei confronti della Magistratura» disse per esempio l’europarlamentare Sonia Alfano, spalleggiata dal Fatto Quotidiano. Lo schema era delineato sin dall’inizio: da quel tardo ottobre 2010, cioè, in cui fuggirono le prime notizie su un interrogatorio estivo di Ruby. Repubblica scrisse addirittura che «l’inchiesta giudiziaria è forse già compromessa da un’accorta fuga di notizie»: divertente. Che poi erano, le notizie, i parziali deliri della marocchina: cene ad Arcore con George Clooney (ed Elisabetta Canalis e Daniela Santanchè) più «due ministre» nude e una sola certezza: Ruby aveva detto a Berlusconi di avere 24 anni ed escludeva di aver fatto sesso con lui. Vero? Falso? Ma soprattutto: reato?

Il 21 dicembre 2010 Berlusconi venne indagato. Emerse che nella sua residenza di Arcore si sarebbero svolti dei festini con ragazze dello spettacolo più la consigliera regionale Nicole Minetti. Emerse pure la traballante autodifesa di Berlusconi: la telefonata alla questura era stata fatta perché lui credeva che Ruby fosse nipote dell’allora presidente egiziano Hosni Mubarak, e si era mosso per evitare un incidente diplomatico. Ormai era una piena. All’inaugurazione dell’Anno giudiziario, il procuratore generale della Corte d’Appello di Venezia, Pietro Calogero, disse che «il caso Ruby ha portato alla crisi del rapporto tra governo e magistratura con grave turbamento della società civile»: come se i rapporti tra giustizia e politica prima andassero a meraviglia. Il 14 gennaio 2011 il procuratore Bruti Liberati inviò la domanda di autorizzazione a procedere in Parlamento. Il 15 febbraio Berlusconi venne rinviato a giudizio con rito immediato, mentre Nicole Minetti, più l’allora direttore del Tg4 Emilio Fede e il manager Lele Mora, verranno imputati separatamente per induzione e favoreggiamento della prostituzione minorile. Questo in ottobre, proprio quando furono pubblicate le 389 pagine di intercettazioni (più un supplemento di altre 227) disposte dalla procura milanese: finì tutto sui giornali e sul web, compresi i numeri di cellulare. I primi a diffondere le carte furono il sito Dagospia e quello di Libero, poi chiunque abbia voluto. Conversazioni, gente che non c’entrava niente, una miriade di ragazze accompagnate da una didascalia virtuale: puttane. A vita.

Ad Arcore c’era una discoteca privée, e una specie di casting. Il privée aveva i divanetti, il banco bar e i bagni come una discoteca. Il casting consisteva nell’essere invitate a cena da due o tre personaggi dedicati. Chi voleva, alla fine, poteva scendere in questo privée (soprannominato Bunga Bunga) ma non era mica obbligatorio. Giù le ragazze si travestivano, ballavano, facevano le sceme, trenini, ammiccamenti, cazzate, messa in mostra. L’ultimo step era scegliere se fermarsi a dormire, opzione che molte partecipanti cercano di favorire. Tutto il resto era a discrezione, compresa la facoltà del proprietario di fare regali, favori o, come si dice, di rimborsare le spese. Qualcuno – la magistratura – ha sostenuto che fu invitata anche una minorenne, e che Berlusconi abbia fatto pressioni indebite per non farla chiudere in una comunità. E gli hanno dato l’ergastolo politico.


L’amnistia per la pacificazione
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 25 giugno 2013)

Se non si vuole che l’Italia diventi l’Ucraina del Mediterraneo con Silvio Berlusconi equivalente di Iulia Timosenko non c’è altra strada che quella dell’amnistia. Che non sarebbe una amnistia ad personam, ma risulterebbe piuttosto essere la sola possibilità concreta di realizzare un processo di pacificazione effettivo nella società italiana. Dunque, una amnistia ad paesem. Serve un atto di clemenza generalizzato motivato dalla necessità di impedire che il leader del principale partito dello schieramento di centro destra venga eliminato per via giudiziaria dalla scena politica nazionale come se l’Italia fosse piombata ai livelli dei processi stalinisti degli anni ’30? La risposta è positiva per due ordini di motivi.

Il primo è che Ruby sarà pure stata minorenne e non nipote di Mubarak ma quando si dovrà tirare le somme della storia del secondo dopoguerra italiano non si potrà non rilevare che un Capo dello Stato come Giovanni Leone è stato infangato ingiustamente al punto da costringerlo alle dimissioni da innocente, che il leader del partito alternativo al Pci come Aldo Moro è stato assassinato dalle Brigate Rosse, che l’unico segretario del Psi deciso a conquistare l’egemonia della sinistra a scapito dei comunisti è stato costretto a fuggire ed a morire da esule in Tunisia, che una intera classe politica di estrazione democratica e non marxista è stata smantellata non con il voto ma con gli avvisi di garanzia e che il solo personaggio politico in grado di battere gli eredi del Pci per due volte nel giro di vent’anni, cioè Silvio Berlusconi, rischia di fare la fine della Timosenko. Come verrà considerata questa lunga fase se non come una sorta di guerra civile in parte calda ed in parte fredda combattuta senza un attimo di tregua da una precisa area politica contro gli avversari di turno ? Certo, gli storici giustizialisti non mancheranno neppure in futuro.

Ma quando si tratterà di sintetizzare la fase di passaggio in Italia dalla fine del ‘900 all’inizio del terzo millennio il dato politico principale sarà quello della lotta condotta dalla sinistra dei compagni che non sbagliano e da quelli che sbagliano con tutti i mezzi possibili ed immaginabili. Da quelli illegali a quelli legali trasformati in arma antidemocratica. Porre fine a questa guerra civile non è, allora, salvare la persona fisica di Berlusconi ma risolvere una volta per tutte un vulnus che la democrazia italiana si porta dietro da decenni e decenni e che ha lacerato e continua a devastare la società nazionale. Si può insistere con questo vulnus e con la spaccatura verticale del paese nel momento in cui una crisi economica più grave di quella del ’29 rischia di provocare un arretramento epocale delle condizioni di vita degli italiani? Non è invece indispensabile fronteggiare un fenomeno così devastante con la massima unità e solidarietà per bloccare non il semplice declino ma una più drammatica e realistica rovina della penisola e dei suoi abitanti? Le domande sono retoriche. Perché le risposte sono assolutamente scontate.

L’amnista , in sostanza, non solo è indispensabile per pacificare gli italiani ma è assolutamente urgente per rendere concreto qualsiasi appello all’unità ed alla solidarietà contro la crisi. Chi pensa di continuare a lucrare sulla guerra civile, calda o fredda che sia, sbaglia tragicamente. E chi sbaglia presto o tardi paga. Uscendo dalla storia.


Berlusconi, dopo Ruby voglia di elezioni. Napolitano: “Il governo prosegua”
di Sara Nicoli
(da “il Fatto Quotidiano”, 25 giugno 2013)

Alzeranno la protesta. Perché è chiaro che “a Milano – dice un furibondo Fabrizio Cicchitto – lo stato di diritto è da tempo finito; in questo modo salta anche la pacificazione, c’è una parte del Pd che lo vuole”. Dopo la condanna al processo Ruby, è tempo di riaffilare le armi ad Arcore. Il partito dei giudici, definiti “criminali con la toga” da un Berlusconi furioso, gli ha assestato un altro duro colpo. L’ennesimo, certo. E giovedì, sicuramente, sarà di nuovo la stessa storia, sul Lodo Mondadori. Ma Berlusconi non molla. Gliel’ha intimato, in qualche modo, anche Angiolino Alfano di “tenere duro” e andare avanti, anche se lo schiaffo è stato forte. Il Cavaliere è rimasto “molto provato” dalla sentenza, “sotto shock” raccontava ieri Denis Verdini. Ma non domo. “Non abbandono la battaglia per fare dell’Italia un Paese libero e giusto – ha detto – intendo resistere a questa persecuzione perché sono assolutamente innocente e non voglio in nessun modo abbandonare la mia battaglia. Ero veramente convinto che mi assolvessero perché nei fatti non c’era davvero nessuna possibilità di condannarmi. E invece è stata emessa una sentenza incredibile, di una violenza mai vista né sentita prima, per cercare di eliminarmi dalla vita politica di questo Paese”.

Stamattina Berlusconi sarà a Roma, dove dovrebbe avere un lungo colloquio con Enrico Letta a Palazzo Chigi. Un incontro che era già stato programmato, per calibrare l’agenda dei prossimi mesi del governo, alla luce dei soldi che non ci sono e delle pressioni, crescenti, dei falchi Pdl sull’Iva e l’Imu. Ora, però, è tutto cambiato. E nella mente di Berlusconi ha cominciato a riaffacciarsi l’idea di staccare la spina al governo per andare alle elezioni poco prima della sentenza della Cassazione su Mediaset o, addirittura, in contemporanea. Quando, cioè, l’interdizione dai pubblici uffici non peserebbe sulla campagna elettorale. E nemmeno sulla sua ipotetica nuova elezione. Il resto, poi, sarebbe tutto da definire, ma intanto la macchina del partito è da rimettere in moto fin da subito. Oggi, dopo l’incontro con Letta, Berlusconi vedrà i suoi proprio per riavviare la macchina organizzativa. Chiaro che, in questo frangente, ad avere la meglio saranno i “falchi” con Daniela Santanchè, sempre più vicina al coordinamento del nuovo partito.

Di nuovo in corsa verso le elezioni, allora? Dicono che il Cavaliere non se la sia presa tanto con i magistrati di Milano, ma che ce l’avesse soprattutto con Napolitano. Reo, nella sua testa, di averlo tradito – è il Berlusconi pensiero, s’intende – perché la sentenza Ruby è andata oltre ogni più pessimistica aspettativa, dunque non c’è stata la sufficiente moral suasion che lui si aspettava sulle toghe da parte del capo del Csm (ma che nessuno dal Quirinale gli aveva mai garantito). Ora, Napolitano può rappresentare un ennesimo scoglio. In prospettiva. Se – cioè – si rifiutasse di concedere le elezioni quando lui deciderà di staccare la spina alle grandi intese, andando invece a ricercare un’altra maggioranza in Parlamento. Casomai proprio quell’asse tra Pd e grillini transfughi (e non) che ora sono il suo incubo politico.

Il presidente Napolitano ha colto queste tensioni e, il giorno dopo la sentenza Ruby, manda un messaggio chiaro. “Non passano due mesi dalla formazione di un nuovo governo che subito si parla dell’incombente, imminente o fatale crisi di governo”, ha affermato in un intervento al Cnr. Non a caso, ha aggiunto il Capo dello Stato, in Italia “abbiamo il record della fibrillazione politica”. La continuità, ha spiegato, “è un elemento essenziale e non significa conservatorismo o immobilismo. Vorrei quindi un po’ più di continuità nella istituzione governo”. E, stando alle indiscrezioni, il presidente del Consiglio Letta gli fa da sponda ideale ricordando, in conversazioni con i ministri più vicini, come scrive La Stampa, che l’asse Pd-delusi dei Cinque Stelle è un’opzione concreta per sbarrare la strada alle elezioni. Elezioni dove, tra l’altro, potrebbe scendere in campo Matteo Renzi, potenzialmente capace di erodere consensi al Cavaliere, al contrario di quanto ha fatto il Pd finora.

Per arrivare a fare comunque le riforme, a partire dalla legge elettorale che, a questo punto, il Cavaliere non vuole cambiare per nessun motivo al mondo. Il conto alla rovescia verso una nuova campagna elettorale, per Silvio Berlusconi è dunque appena scoccato. A settembre il battesimo della nuova Forza Italia. Poi, “la parola dovrà passare di nuovo agli elettori”, è la linea dei falchi del Pdl. Tutti di nuovo intorno al leader. Con Marina Berlusconi che si sta scaldando ai box…


Ruby: giornalisti, deputati, medici. Tutte le bugie dei “testimoni”
di Claudia Fusani
(da “l’Unità”, 25 giugno 2013)

Cambia il reato, non più solo concussione per induzione ma per costrizione, più grave. Aumenta la pena, da sei a sette anni. Conferma l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Ma soprattutto quello che fa diventare due statue di sale gli avvocati Niccolò Ghedini e Piero Longo è la sfilza di testi della difesa che il Tribunale sospetta essere bugiardi. Così tanto da inviare gli atti alla procura (significa l’avviò di una nuova indagine) per falsa testimonianza.

Impiega tre minuti il presidente della VII sezione penale Giulia Turri a leggere il dispositivo. Gelida e impenetrabile come è sempre stata in questi 27 mesi e 50 udienze del processo Ruby. Circa due minuti se ne vanno per leggere tutta la sfilza di nomi dei testimoni per cui il Tribunale, “visti gli atti… Invia in procura ipotizzando la falsa testimonianza”. Vanno scritti tutti questi nomi e letti gelidamente così come fa il presidente Turri, prima il cognome poi il nome, come si fa nei verbali giudiziari: “Passaro Antonio, De Conceicao Santos Oliveira Michelle, Facchineri Serena, Valentini Valentino, Archi Bruni, Estorelli Giuseppe, Iafrate Giorgia, Fagioli Barbara, Barizonte Lisney, Visan Ioana, Toti Elisa, Molena Cinzia, Ferrero Marianna, Ferrero Manuela, Loddo Miriam, Arminghioae Ioaana Claudia, Cipriani Daltodo Francesca, De Vivo Eleonora, De Vivo Concetta, Garcia Polanco Mary Ester, Rigato Govanna, Scockina Raissa, Puricelli Giorgio, Rossella Carlo, Bonasia Roberta, Rossi Maria Rosaria, Ronzulli Licia, Cerioli Renato, Brunamonti Lorenzo, Mariani Danilo, Losi Simonetta, Apicella Mariano”. Deputati come Rossi e Valentini, un membro del governo come Bruno Archi di cui scherzando si disse, il giorno della nomina, che era andato alla Farnesina “in quota processo” visto che aveva appena testimoniato. E poi giornalisti (Carlo Rossella), medici (Puricelli), europarlamentari (Licia Ronzulli). Soprattutto il giro di escort e ragazze che hanno animato i bunga bunga ad Arcore. E il funzionario della questura di Milano Giorgia Iafrate, colei che materialmente la sera tra il 27 e il 28 maggio 2010 consegnò Ruby minorenne a Minetti e Conceicao andando contro gli ordini del pm di turno Annamaria Fiorillo.

Diciamo la verità: la sentenza oggi ha chiamato con il suo nome quello che finora è stato il punto più incredibile e controverso del processo e cioè che dal 2010 l’imputato Silvio Berlusconi versa mensilmente 2.500 euro alle testimoni donne chiamate dalla difesa. “Perchè sono buono, generoso e loro sono rovinate per colpa di questa inchiesta…” ha sempre detto il Cavaliere. Perchè quello che l’aggiunto Ilda Boccassini ha chiamato “il fronte unico arcorino” doveva sostenere la tesi che ad Arcore c’erano solo “cene eleganti”, senza sesso, annaffiate con un po’ di burlesque.

Bugie. Delle ragazze e anche di altri personaggi illustri, come quel Valentino Valentini o Bruno Archi che hanno sostenuto che “veramente Berlusconi era convinto che Ruby fosse nipote di Mubarak” .Bugie che potrebbero anche assumere la veste non solo della falsa testimonianza ma anche della corruzione in atti giudiziari.

La camera di consiglio è durata sette ore e mezzo. In Tribunale un centinaio di giornalisti e pochi spettatori. Fuori dal tribunale una muta di operatori, cameraman, di ogni razza e lingua alle prese con una dozzina, non di più di fan della Boccassini o di Silvio. Non s’è visto insomma l’esercito di Silvio appena costituito in reggimenti. La procura non ha commentato e Bruti Liberati si è chiuso dopo il verdetto nella sua stanza con i colleghi. Ilda Boccassini ha preferito mantenere le ferie già programmate.

La cifra di una giornata che cambierà per sempre la storia di questo paese è l’eco dei giornalisti stranieri che scandiscono nei loro microfoni in mondovisione: “Belusconi found guilty having sex with an underage prostitute and abusing power of his office…”, ha fatto sesso con una prostituta minorenne e ha abusato del fatto di essere primo ministro.


No all’ingiustizia puritana
Giuliano Ferrara per “il Foglio”
(tratto da “Dagospia”, 25 giugno 2013)

A una pena barbarica si deve rispondere con una protesta civile. Sette anni di galera più l’ergastolo politico, niente più cariche pubbliche di alcun genere, e in più un attacco al patrimonio dell’imputato e ai testi della difesa. La “prova logica” oltre ogni possibile “furbizia orientale” impiegata per nasconderla: il Tribunale di Milano ha ratificato e aggravato il dettato della requisitoria del pm Ilda Boccassini, sentenziando alla presenza protettiva del capo dell’ufficio Edmondo Bruti Liberati, e lo ha fatto dopo qualche ora di camera di consiglio in mancanza di prove documentali e testimoniali, in mancanza di una parte lesa.

Se ti piace invitare giovani donne a casa tua, con i tuoi amici magari un po’ puzzoni o buzziconi, e se ti prende il ghiribizzo di raccomandare per telefono, esponendoti direttamente, un trattamento umano per una di loro, incappata in una disavventura e trattenuta in Questura, allora meriti la distruzione politica, mediatica e giudiziaria, la gogna e la galera, la paralisi del tuo essere persona e cittadino, a vita.

Tra gli applausi e la gioia malsana di una folla di orribili perbenisti che ha applaudito un tredicenne mentre vomitava insulti al modo di vita del premier nella recita talebana del Palasharp, il Tribunale delle Erinni ha malmenato la giustizia, il senso comune, la prudenza e la saggezza del giudicare. Con l’effetto di una sentenza ad personam, intinta nel pregiudizio antropologico e politico, in un paese in cui la legge, e il giudice bocca della legge, furono calpestati da folle urlanti in nome del pregiudizio di genere.

In America Dominique Strauss-Kahn è stato accusato da una persona, parte lesa e vittima presunta, di averla stuprata. Accusato in modo diretto, immediato e circostanziale. Con una mole di indizi che arriva fino al rinvenimento del suo liquido seminale in loco. Ma lì vige il processo accusatorio, quello vero e non la parodia all’italiana, che mette sullo stesso piano accusa e difesa.

Sicché, dopo avere accertato la non completa idoneità della teste di accusa e parte lesa a sostenere il proprio racconto, per essere stata fragile e inveritiera in precedenti occasioni, il district attorney, il Boccassini di New York, che è eletto dal popolo e non un funzionario per concorso, ha deciso di ritirare l’accusa e di non chiedere il processo. Sarebbe stato un dibattimento squillante, dagli ampi risvolti politici e mediatici (Strauss-Kahn era il candidato naturale a succedere a Nicolas Sarkozy invece di François Hollande), ma i diritti della persona nei paesi liberali vengono prima di tutto.

Da noi, nel rito ambrosiano, anche se non c’è una denuncia di parte, anche se non esistono elementi sensati per parlare di sesso predatorio, di sesso con una minorenne e di concussione per costrizione, tuttavia una campagna di investigazione accanita e guardona, fatta con metodi da stato di polizia, e alimentata da un tifo politico da stadio dei più accaniti, può mettere capo a un processo in cui, in assenza della separazione delle carriere, tre magistrate possono dare libero sfogo al pregiudizio e soddisfare la immensa volontà di gogna e di ingiustizia che affligge una bella parte di questo paese puttaniere, che si rispecchia con squallida gioia nella peggiore sentenza mai scritta nei confronti di un uomo privato e pubblico come è Berlusconi.

Eppure non c’era nemmeno l’aria del sesso predatorio, e in tutte le occasioni private di intrattenimento e di divertimento ad Arcore, anche scollacciato e burlesque, si sentiva a orecchio, e si vedeva a occhio nudo sia pure dentro il buco della serratura del pm, una eco gentile, mite, da “mi consenta” alla Don Pasquale o alla Nemorino, un’atmosfera da Elisir d’amore che non ha niente a che vedere con la cattiveria e penalizzazione di una vicenda interamente privata. Che Berlusconi abbia avuto un comportamento generoso con le ragazze sue ospiti, ha detto proprio ieri Martin Amis, lo scrittore inglese che non è un propagandista di Forza Italia, è “una questione strettamente privata”.

Dal momento di quella sentenza viviamo in un paese meno libero. Il destino di Berlusconi, fin da quando si mise a fare politica nell’anno sciagurato del terrore giustizialista, è quello: testimoniare, fra molti equivoci e notori difetti, l’identificazione della sua libertà privata, da sempre in sospetto nell’Italia parruccona e ideologica, con la libertà pubblica. E’ per questo che occorre una protesta civile, occorrono parole e calore, non nel senso dell’indignazione ma dell’intelligenza delle cose, per chiarire ed esserci in un brutto momento d’ingiustizia, ma dalla parte giusta. Stasera, piazza Farnese, Roma, ore 19.


Processo Ruby: ha vinto la Costituzione
di Domenico Gallo
(da “MicroMega”, 25 giugno 2013)

Nel corpo a corpo ingaggiato dal leader del Pdl contro la Costituzione italiana, passato attraverso l’accaparramento dei mezzi di comunicazione di massa (in spregio all’art. 21 della Costituzione); attraverso progetti di grande riforma (bocciati con il referendum costituzionale del 2006 dal popolo italiano); mediante leggi ad personam per garantire l’impunità al Capo politico e agli uomini della sua Corte (bocciate dalla Corte costituzionale); nonché malattie impeditive (per i processi) e guarigioni miracolose per il ritorno alla vita politica, alla fine la palla è passata ai giudici che hanno pronunciato – probabilmente – l’ultima parola.

La sentenza pronunciata il 24 giugno dal Tribunale di Milano non ci dice soltanto che l’imputato Berlusconi è colpevole di corruzione per costrizione e di prostituzione minorile e per questo deve essere condannato a sette anni di reclusione ed interdetto in perpetuo dai pubblici, ci annuncia qualcosa di molto più importante.

Ci conferma che la Costituzione è viva ed i suoi meccanismi di garanzia funzionano ancora e possono sconfiggere l’arroganza del potere, fino al punto da rimuovere dalle funzioni pubbliche quei soggetti che hanno disonorato le istituzioni con comportamenti riprovevoli, censurati dalla legge penale.

Essa ci testimonia che il caposaldo costituzionale dell’indipendenza della magistratura, malgrado le difficoltà del tempo presente, non è stato ancora espugnato; che i giudici, malgrado le intimidazioni ricevute attraverso lo squadrismo, mediatico e non, di Berlusconi, malgrado la marcia dei 200 parlamentari che hanno occupato il Tribunale di Milano, malgrado Brescia, riescono ancora ad amministrare la giustizia in modo imparziale, senza piegarsi ai voleri dei potenti o cedere alla piazza.

Per questo, quei cittadini che hanno intonato il canto di “Bella ciao” alla lettura della sentenza hanno capito perfettamente il significato di questo evento: è una vittoria della Costituzione di fronte alla prova più dura che le istituzioni hanno dovuto affrontare nella vita della Repubblica.

Ed è naturale che questa sentenza faccia paura al Pdl, come ha dichiarato il capogruppo dei deputati Pdl, on. Brunetta: «Fa paura non solo e non tanto perché cerca di assassinare moralmente e politicamente Berlusconi, ma perché mostra agli italiani in che mani sia oggi la giustizia».

In realtà quello che fa paura ai cortigiani di Berlusconi è il fallimento dei loro ripetuti sforzi di addomesticare il controllo di legalità esercitato dall’autorità giudiziaria per garantire l’impunità del Capo politico e l’onnipotenza del suo sistema di potere.

Chi è immerso fino al collo in vicende di malaffare di ogni tipo ha perfettamente ragione ad avere paura della giustizia, se non riesce a controllare i giudici e ad annullarne l’autonomia.

Brunetta lamenta che “da ormai vent’anni si tenta di eliminare un competitor politico di altissimo calibro usando, di volta in volta, i processi, le sentenze, la mala giustizia” e quindi conclude che: “tutto ciò non è più accettabile. È arrivato il momento di dire definitivamente basta a questo attacco alla libertà”.

Dal suo punto di vista non gli si può dare torto!

Ormai siamo ai tempi supplementari, la partita sta per finire: o Berlusconi demolisce la Costituzione e mette – finalmente – sotto tutela la magistratura, oppure la Costituzione si sbarazzerà di Berlusconi, facendo sì – attraverso il controllo di legalità – che egli paghi il prezzo dei suoi discutibili comportamenti pubblici e privati, come succede per i comuni mortali.


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2 Comments

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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart