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Bernazzani, Stefano

7 novembre 2007

L’inverno che non dimenticheremo  

“L’inverno che non dimenticheremo” (2007)

 Mobydick, pagg. 288, euro 17

L’autore è nato nel 1970, è piacentino, e questo è il suo primo romanzo. Nel 2003 aveva esordito con una raccolta di racconti, “Viaggiatori diretti altrove”, pubblicata dalla stessa casa editrice, che rientrò nella rosa dei finalisti del Premio “Assisi”.

Le prime cose che colpiscono in Bernazzani sono la piacevolezza e la brillantezza della scrittura, che ricorda un po’, in certi passaggi, quella di Stefano Benni, già matura per un esordiente. Intrisa di un appena sussurrato umorismo, noi intuiamo, sin dall’incipit, che abbiamo a che fare con un protagonista, Marco, che cerca di affrontare la vita riempiendola di sogni, dei quali sa già in partenza l’alto grado di commistione tra verosimiglianza e improbabilità. Per convincere i compagni increduli che Teo (Matteo), dissimile in tutto da lui, finanche nel fisico, è suo fratello gemello, deve ogni volta fare a botte con loro, aiutato proprio da Teo, al quale “piaceva che finisse così.”; “per qualche anno non mi resi mai conto di quanto io fossi piccolo e magro e di quanto Teo fosse invece grande e robusto.”

Una volta scoperta una tale differenza (“Per me non c’era sfortuna più grande che avere un fratello così.”) arriva perfino ad immaginare di essere un figlio adottivo, discendente segreto di un qualche imperatore. Teo è prepotente nei suoi confronti, perfino egoista e cinico: nell’episodio della racchetta, Teo non ha alcun indugio a picchiare a sangue il fratello pur di appropriarsi della sua racchetta da ping-pong.

Ci troviamo all’interno di una famiglia in cui il padre lavora a duecento chilometri di distanza e rientra stanchissimo solo il venerdì sera per ripartire il lunedì.

Ma in realtà, non è la vita di tutti i giorni che ci viene presentata, bensì un lento dramma che si consuma nell’ambito familiare tra il padre e la madre, sotto gli occhi dei figli, che ne avvertono il peso. Contrariamente a quanto siamo abituati a leggere quando ci capita un romanzo cosiddetto di formazione, ne “L’inverno che non dimenticheremo”, noi seguiamo la crescita di due ragazzi attraverso non tanto il confronto con la realtà, bensì attraverso lo stridore che produce il contatto tra essa e i sogni tipici dell’infanzia. Pensate al personaggio Yoshi, mezzo samurai e mezzo cintura nera di karatè che “Si era costruito la casa con le sue mani, senza mettere gli interruttori della luce perché sapeva accendere le lampadine con la sola forza del pensiero.” Inventato dal fratello Teo, accende in Marco la sua esuberante fantasia.

È un romanzo che prende consistenza a poco a poco; partito in sordina, si arricchisce via via di temi e di obiettivi di cui avvertiamo i primi segni al modo di rapide sensazioni, finché essi non acquistano densità e spessore tali da coinvolgerci. È una delle qualità più rimarchevoli di questa piacevole scrittura.

Ci accorgiamo così che mentre il protagonista (narrante) è immerso nei sogni e nelle illusioni, qualcosa di impalpabile che accade nella sua casa, e di cui avverte una impercettibile sensazione, lo sta insidiando: “Quando finalmente avesse nevicato, sarebbe stata una settimana di vacanza anche per mamma, magari senza pensieri. Forse era solo di questo che aveva bisogno. Non mostrava di soffrire il mal di testa da diversi giorni, eppure non rideva quasi mai, nemmeno quando papà la stuzzicava.”

Si delinea un contrasto, una netta linea divisoria tra l’entusiasmo di un ragazzo, che trova nei sogni l’unico modo di contrastare, ad esempio, le superiori qualità fisiche del fratello, e la difficile realtà nella quale si trova a vivere. Quando ad una fiera di beneficenza vince una racchetta da ping-pong, se la stringe a sé incredulo e comincia a correre verso casa: “Non stavo camminando ad un palmo dal suolo, stavo volando, e se mi fossi trovato a superare uno stormo di passeri, giuro che non ci avrei trovato nulla di strano.” Non immagina lontanamente che la racchetta provocherà una furibonda cazzottata con Teo.

La sua, è una formazione in cui la tenacia del sogno è così fresca e rigogliosa che la vita, pur aggredendola, non riesce a scalfirla. Succede così con Teo, ma succederà allo stesso modo in altre circostanze. Dopo la tristezza e la sofferenza, il sogno riprende sempre il suo vigore e la sua corsa.

Si ha quasi la sensazione di trovarci a spiare dalla finestra un ragazzo immerso ostinatamente nei suoi giochi e di vedere comparire, alle sue spalle, nascosta dietro un riparo, una ostinata minaccia alla sua vita. Così accade che al rientro a casa sente, chiusi in una stanza, i suoi genitori litigare: “La tristezza dei miei genitori mi fece paura. Allora capii che quella non era la solita litigata.” È “la domenica pomeriggio in cui papà aveva scoperto che Berti veniva a casa nostra.” Berti è il padre di Silvia, una loro coetanea; fa il commerciante. L’autore crea un’atmosfera di attesa che, sebbene ci lasci intuire ciò che sta per abbattersi sulla casa e sul protagonista, non ci consente di acquisirne la certezza fino a che essa non esploderà del tutto. Bernazzani si dimostra raccontatore abile, che sa trattare la materia che ci racconta, sa dare ad essa intreccio e respiro (“Non è un po’ come giocare a scacchi su tanti tavoli?”), sa tesserla con una dolcezza ed un sorriso che percorrono sempre la sua ordinata scrittura: “Costantino era un ottimo amico, ma le buscava da tutti. Leggeva libri. Io non potevo leggere libri. Io non volevo essere come lui.” Così scrive del suo innamoramento di Silvia: “Avrei voluto dirle che per lei ero diventato il vice-primatista assoluto di presenze consecutive a messa, e che guardandola mi venivano in mente gli alberi di Natale quando si accendono e si spengono nella notte di Natale.”

È la storia di un ragazzo che, pur trovandosi a contatto con l’incomunicabilità dei suoi genitori, cerca di non abdicare alle gioie della sua età, ai capricci, alle bizzarrie e alle contraddizioni della sua infanzia. Cerca di trasformare scaramanticamente ogni cosa in gioco, perfino quando si sta innamorando di Silvia, o quando suppone che i treni che il venerdì conducono il padre a casa hanno dei ritardi, ed è solo per questa ragione che il genitore spesso è nervoso e irascibile con la madre. Come se all’infanzia fosse assegnato il compito di salvare la vita dalle incapacità e dagli errori degli adulti: “forse tutti i segreti importanti erano in mano a dei ragazzi come me e Teo, perché gli adulti non avevano il coraggio di farsene carico.”

È una delle frasi chiave del romanzo. Ci viene in mente “Il mondo salvato dai ragazzini”, il poema di Elsa Morante, uscito nel 1968.

La fantasiosa scoperta della bomba inesplosa e tutto il lavorio da artificieri che i ragazzi vi fanno intorno per allontanarla e farla scoppiare lontano, assumono il valore simbolico di una preoccupazione e di uno scavo di cui gli adulti si sono spogliati: “Forse avremmo avuto tutti la possibilità di ricominciare daccapo, e dov’era scritto che le cose non potevano andare diversamente, la seconda volta?”; “la scoperta della bomba s’integrava perfettamente con il mondo reale, nella mia testa. Non era per nulla in contrasto con le cose che accadevano veramente, anzi, era la loro prosecuzione.”

I loro giochi non sono mai fini a se stessi, sono muniti come di uno sguardo che si rivolge sempre al mondo degli adulti, da cui può provenire il pericolo. L’episodio del rapimento di Aldo Moro e poi del suo assassinio da parte delle brigate rosse è la rappresentazione più allucinante del mondo degli adulti: “Dobbiamo diventare grandi, ma diversi dai grandi”. È un’infanzia genuina, spontanea, fantasiosa ed esuberante, intorno alla quale gira uno spettro minaccioso rappresentato dalla “adultità”.

Il rapporto difficile tra i genitori è reso con una cadenza appropriata, quasi lenta e silenziosa: tutto un inclinarsi senza fragore, con qualche scricchiolio di tanto in tanto, uno scivolare fino alla schianto finale: “Vostra madre sì che se ne intende di amici”, urla il padre durante una delle ultime liti. Marco e Teo sentono calare a poco a poco un’ombra sulla loro infanzia felice; si smarriscono, lo stesso Teo, così forte, vacilla, sembra “una tigre ferita.”; “Allora lo raggiunsi vicino al muro e vidi che stava piangendo.”

Le conseguenze sui figli delle liti familiari, specialmente tra i genitori, sono rese con una sensibilità e una psicologia assai notevoli per un esordiente, che mostra di disporre di strumenti narrativi adeguati e sicuri. Quella che scoppia tra il padre e la madre alla presenza dei due gemelli è una scena esemplarmente rappresentata, e per la sua bellezza tragica vale tutto il libro: “Mamma cominciò a piangere peggio di una fontana. Singhiozzava e sussultava come se dentro avesse un piccolo canguro. Papà sembrava l’uomo più vecchio del mondo, debole e gobbo.”

Ad essa si contrappone per altrettanta bellezza, ma questa volta ispirata dall’amore, la descrizione dell’incontro dei due gemelli con Silvia, la coetanea di cui sono entrambi innamorati. Lei si volta, si ferma, li saluta. Saluta prima Teo, poi fa un cenno di saluto al protagonista: “A quel punto sarebbe toccato a me dire qualcosa, se fossi stato nei paraggi, ma io mi trovavo in un angolo imprecisato dello spazio ad almeno dieci anni luce dal quartiere San Carlo; mi sembrava di essere immerso in una grande bolla di sapone, soffice e trasparente, ma diversa, che non si rompeva nemmeno a metterle le mani addosso.”; “mi resi conto di non sapere più il mio nome, che giorno era, quanti anni avevo.”

Il dolore, la delusione non sempre vincono, ci fa capire l’autore. I ragazzi, il loro mondo, i loro sogni possono sopravvivere. Anzi, spesso sono la freschezza e la forza della loro innocenza che li aiutano a scegliere e a metabolizzare il male provocato dal mondo degli adulti: “Adesso mi chiama per nome, mio fratello, e mi sceglie per primo. Sempre.”

Ricevo il 21 aprile 2009, questa e-mail: “Caro Bartolomeo, questa è veramente incredibile, non credi? … Ciao, grazie ancora per il tuo aiuto. Stefano Bernazzani“.
Entrato nella cinquina con altri quattro autori del calibro di Susanna Agnello Hornby, Paolo Albani, Marco Malvaldi e Michele Mari, il piacentino Stefano Bernazzani, con il libro qui recensito “L’inverno che non dimenticheremo” si è aggiudicato il prestigioso Premio Chianti 2009. Tra i vincitori delle edizioni passate figurano scrittori come Giovanni Mariotti, Paola Mastrocola e Andrea Camilleri. I complimenti della rivista all’autore. (bdm)

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Bart