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Bertozzi, Enrico

9 Dicembre 2018

Lupardo

Lupardo

Un riconoscimento solenne Enrico Bertozzi l’ha già avuto. Il paese garfagnino di Sassi ha intitolato una piazza a suo nome, quale tributo di riconoscenza per i suoi scritti in cui amore e bellezza si sono mischiati in un canto di lode per quelle terre che abbelliscono e rendono cara la Lucchesia.

Bertozzi ha amato la Garfagnana e a lei ha dato tanto, con poesie e romanzi. Nella vita ha fatto il bancario, ma il contatto con i numeri non lo ha contaminato e appena poteva dischiudeva la mente e il cuore ai suoi ricordi e alla sua fantasia di artista. Questi i suoi lavori in ordine cronologico: “Una volta si nasce”, 1980; “L’Enrico Giulebbe e l’anima”, 1981; “Argo” (la storia di un cane), 1982; “Lupardo”, 1989; “Onorato”, uscito postumo nel 2012; come postumo, nel 2013, è uscito il suo libro “Poesie”. Ha ottenuto vari riconoscimenti, quali il “Premio Castello” di Verona per “Argo” e il secondo premio a Anzio (edizione  “Un libro per l’estate”) con “Una volta si nasce”. Alla radio, scelte dal critico letterario Leone Piccione, grande studioso di Ungaretti, sono stati letti alcuni suoi testi.

Ci occuperemo di “Lupardo”, poiché sono rimasto affascinato da quel nome antico e ormai in disuso. Di esso scrive in modo elogiativo nella sua notizia introduttiva Giorgio Bárberi Squarotti, l’illustre studioso della letteratura italiana, morto nel 2017, del quale ho potuto godere l’amicizia e il prezioso consiglio grazie ad una corrispondenza durata diciassette anni.

Quando scrisse “Lupardo”, Bertozzi aveva 77 anni. Nato l’11 novembre del 1912 sarebbe morto di lì a pochi anni il 24 luglio 1992.

La sua anima era dunque gravida di memoria e di sentimento.

L’incipit è già un fecondo indizio della sua bravura. Lungo più di una pagina mozzafiato, in cui si riverbera il fascino di una natura incontaminata e di un mondo che non c’è più. Siamo in cima ad una collina, là c’è la casa di Lupardo, eremitica: “ha una finestra che dà sul versante della Valle del Sogno, e il Sogno è un torrente.”; “è piantata con una parte del muro su una roccia biancastra che le fa da sgabello. Ne continua esattamente il colore fatta com’è di pietre simili trovate sul posto, murate con la calce ricavata dai sassi raccolti in giro. (…) Ha accanto una capanna coperta a paglia e un seccatoio per le castagne, piccolo come una casetta per nani.”, “A un luogo così romito non viene mai nessuno, ma appena s’alza ci arriva il sole. Il posto si chiama Pennàlta.”.

Samuele Boschi è il padre di Lupardo. Quando il romanzo comincia, Lupardo è appena nato e Samuele si reca dal parroco, don Antonio, per fissare il giorno del battesimo e, a domanda, gli confida che vuole dargli il nome di Lupardo, poiché alla Fiera ha visto un lupo ed un leopardo, che gli sono piaciuti: “Ho pensato che ci sarebbe voluto un incrocio tra il lupo e il leopardo per fa’ veni’ fuori la bestia più bella del mondo.”. Troveremo di frequente l’uso del vernacolo, così espressivo ed efficace nell’ambiente rurale. Il parroco non è d’accordo con quel nome, parendogli una stravaganza, ma poi consulta il suo archivio e trova che nel 1285 c’erano nella zona fior di preti che portavano quel nome. E dunque accetta volentieri.

La scrittura di Bertozzi è naturale, ha il sapore dei suoi luoghi, vi si amalgama e dà confidenza: “Il bimbo, già a sei mesi, aveva gesti e atteggiamenti miracolosi. Offriva le cose che aveva, apriva le mani e porgeva i ditini aperti, regalava il suo sorriso, diceva pa’ e ma’, girava la testa se lo chiamavano.”.

Assistiamo alla crescita del piccolo Lupardo; va a scuola e per raggiungere la corriera deve fare due chilometri e inoltrarsi nel bosco. Quando piove o cade la neve resta a casa, accanto al fuoco con il padre. La sua crescita è tutta dentro la natura. Tra i due si cementa una affinità. Lupardo è come uno scoiattolo, un ramo d’albero, una foglia. Gioca e cresce affiatato e in mimesi con ciò che sta intorno a lui. La natura lo attende e lui vi si muove come un folletto. E ne approfitta di questa confidenza. Per caso trova a terra un nido di merli, un viaggiatore con lui sulla corriere gli propone di venderglieli e li paga bene. Così Lupardo capisce che c’è un modo di guadagnare facile e diventa un cacciatore di nidi. Un cacciatore come in qualche modo lo sono gli animali e gli uccelli. Gli assomiglia. La natura gli offre ciò di cui ha bisogno, e anche qualcosa di più per mettersi dei soldi da parte e acquistare una motocicletta: funghi, lamponi, fragole, chiocciole, le trote del torrente Sogno.

Il sindaco del paese gli si è affezionato. Aveva un figlio morto prematuramente che forse gli somigliava. Lo mette al riparo dai carabinieri che sono stati avvertiti di alcune sue birichinate come, appunto, l’asportazione dei nidi per vendere i piccoli a Cecco, l’uccellinaio, che glieli paga bene.

A Bertozzi piace farci assistere alla crescita di Lupardo. Ci fa capire da subito che il ragazzo è destinato ad essere una persona speciale. Già svelto e astuto da piccolo, ora che è diventato adolescente e possiede la motocicletta, gira un po’ i dintorni e diventa sempre più monello. Ha le marachelle nel sangue, non può stare fermo e una ne fa e cento ne pensa. È un miscuglio garfagnino tra Tartarino di Tarascona e Lazarillo de Tormes. E anche di Pinocchio. La presenza costante dei carabinieri, nella vita del ragazzo, ce lo fa ricordare, come del resto il sindaco che lo protegge fa pensare alla Fata Turchina. E il Faggio dell’Impedimento non evoca forse l’albero carico di zecchini d’oro del Campo dei Miracoli? S’immagina che all’autore siano venute in mente, mentre scriveva, queste somiglianze e queste caratterizzazioni. Si avvertono anche il piacere e il divertimento che vuol dare a se stesso e a noi. Ogni scena creata, ogni fatto inventato hanno la garbata impronta del buonumore paesano, di chi dispensa agli altri la propria felicità. Il debole quasi sempre si prende gioco del potente, è più astuto di lui, finge di ossequiarlo ed invece lo raggira, e se la ride sotto i baffi come qui fa il suo autore.

La storia continua a seguire minutamente la crescita di Lupardo, convinto com’è Bertozzi che è attraverso di essa che si può tentare la raffigurazione di una umanità non rassegnata di fronte alle insicurezze della vita. Lupardo è il ragazzo e sarà l’uomo che farà fronte al suo destino, nel bene e nel male, con serenità. Non si abbatterà mai, e ne trarrà ogni volta una lezione di vita. È un romanzo di formazione particolare, in cui si cerca di modellare il prototipo di una esistenza semplice, piena di intoppi, ma tutto sommato felice. La si può vivere, anche se si è nati in una casa romita e poveri in canna, e trarne vigore e gioia.

Si mette in testa, in un inverno pieno di neve, di cacciare le volpi per ricavare denaro dalla loro pelliccia. Mette le trappole e ne cattura. Ha furbizia e ingegno. Anche a scuola è bravo. Quando vende i funghi sulla strada, porta i libri con sé e studia. Gli insegnanti sono contenti di lui e, se è assente per il cattivo tempo, dopo, al suo ritorno, gli spiegano ciò che han detto quando non c’era.

“Così passavano gli anni, e a questo modo si svolgevano, secondo le stagioni, le vicende del babbo e del figlio, maturate sempre nel reciproco accordo, senza invidia per nessuno al mondo, nella pace di una facile contentatura, ma quella era per loro l’unica, la vera vita, e non s’accorgevano ch’erano solo una piccola eccezione, indietro di un paio di generazioni, sfuggiti per miracolo forse irripetibile alle maglie della regola grande.”. La lunga citazione è riportata per offrire un esempio più ampio della bella scrittura di Bertozzi, che nella sua semplicità è tuttavia personale e inimitabile. Essa ci avverte anche che nella storia e nella vita di Lupardo qualcosa sta cambiando. La vita è a gradi e quello che finora era un ragazzo sta per diventare un uomo.

Arriva il tempo della chiamata di leva. Deve andare a fare il soldato. In treno riflette sulle sue solide qualità. È sicuro di sé. Va incontro a questa nuova esperienza accompagnato dal suo passato, di cui è contento. Sa che il contatto con la natura generosa e aspra lo ha temperato. La scrittura si imperla di un leggero humor per raccontare le audacie amorose del protagonista (con la ragazza che trova da militare, Osvalda), il quale rivela ardimento e ostinazione. Forte e robusto com’è ha la facilità e la sfrontatezza di un don Giovanni. Partecipa a risse in cui i militari in libera uscita si trovano immischiati, e ogni volta, grazie al suo vigore, riesce a salvarli dall’assalto dei civili. Si guadagna l’ammirazione di tutti. È pronto anche a subire la cella di rigore per le malefatte degli altri, pur di non fare la spia. I superiori l’ammirano. Il suo capitano, dopo che è uscito vincitore da una rissa, gli dà un avvertimento: “Hai un nemico. In te stesso! Il tuo pugno. Speriamo vada a finir bene, ma ricordati durante la vita che senza volerlo puoi uccidere.”.

La morte del babbo dà l’occasione di apprezzare pagine in cui la commozione non solo è tenuta sotto controllo ma riesce ad esprimersi in profondità con passaggi di assoluta naturalezza. I portatori sono appena usciti di casa con la bara sulle spalle: “Il viottolo stretto impediva il passaggio dei portatori appaiati. Allora Lupardo si fermò, si puntò un dito al petto. S’accomodò sulla testa la giubba aggiustandola a bardella alla schiena. Capirono, gli caricaron la cassa. Quando si sentì addosso il peso mormorò: – Andiamo, babbo. So che venite volentieri con me. – Piangevano. Per sei chilometri non volle il cambio, non si fermò mai.”.

La zia gli propone di andare a vivere con lui, ma Lupardo rifiuta: “Ho bisogno d’esser solo, grazie di tutto.”.

Il capitolo XV, in cui si dà avvio, in pratica, ad una nuova vita di Lupardo, intenzionato a condurla in solitudine, ha un incipit significativo: “L’uomo le cose le sa, ma a volte s’illude.” e delinea, imprimendole suggestione e fascino, i primi passi in questa direzione. Prima di riportare il brano che interessa, due precisazioni: il funerale si è svolto il giorno prima e Votaboschi è il nome che è stato dato al merlo raccolto quando era di nido da Lupardo, e ora destinato al richiamo: “La mattina dopo ebbe fame, ma prima pensò al merlo. Prese la gabbia, se la tenne davanti agli occhi. Il Votaboschi rivedendo l’amico spimpinò, poi fece la risata scrosciante di chi non ha preoccupazioni, non sente quelle degli altri, è contento d’esser vivo. Infine arruffò le penne, si precipitò a testa bassa. Voleva beccare. Lupardo gli porse il dito, intanto guardava.”. Vi è in questo passaggio e in questa bella descrizione l’immagine riflessa di un Lupardo che osserva e studia per essere lui stesso espressione vivida della natura. Il merlo e Lupardo si somigliano. Come le volpi di cui va a caccia, anch’egli si sente primitivo e predatore; come gli uccelli, come le altre specie viventi egli non si addomestica al lavoro moderno, ma si rifà all’antico, a quello dei cacciatori che si muovevano e si appostavano per procurarsi il cibo. Diventa pure lui un cacciatore, ed anche un ladro, come succedeva nei tempi primevi, quando l’uomo, non trovandone da sé, depredava di cibo chi ne aveva, nascostamente o con la forza. Lupardo lo fa di notte, sa dove cercare, si muove con leggerezza e abilità. Più che un uomo è una bestia del creato, un essere vivente che la vita solitaria ha conservato con gli istinti primordiali. In questa fase, e in virtù di un capitolo chiave del romanzo, noi vediamo delinearsi una figura inusuale e superlativa, così che le sue azioni ci paiono ovvie, essendo naturali. Quando al mattino mangia del formaggio rubato quella stessa notte, e lo gusta e ne è soddisfatto, l’autore annota che “il sapore era quello delle cose buone ed oneste, frutto di una camminata lunga.”. Subito dopo rileverà: “Rimorso per quel che aveva fatto, nulla, al punto che se i pentimenti, come dice il proverbio fossero camicie, lui era nudo.”. Lavora anche i campi, ne raccoglie i frutti, ma sono appena bastanti per sé e, dunque, la sua vita di cacciatore e ladro deve continuare. Sarà l’occasione per l’autore di farci assistere alle sue avventure e ai relativi imprevisti, tali che ci faranno anche divertire. Pensate ad una di queste: si è trovato rinchiuso in una cantina ricca di cibarie; s’è impossessato di un grosso salume, ma non sa come fuggire; la porta è solida e anche il catenaccio che la tiene serrata. La sua forza non basta. Che fare? Non c’è che attendere che qualcuno venga ad aprire. E succede, infatti:  arriva una ragazza  e va verso le finestrelle chiuse per dare luce alla stanza. Lupardo s’è nascosto dietro l’anta spalancata della porta e appena la ragazza si allontana dall’uscio per andare ad aprire le finestrelle, “scantonò dietro l’uscio col suo salame. Lei un vento lo percepì e si girò, ma era tardi.”. Sembra di vedere una volpe che scappa con in bocca la sua preda o una faina che fugge soddisfatta una volta strangolate le galline nel pollaio.

Come succede a Pinocchio quando incontra il Gatto e la Volpe, i quali cercano di approfittarsi di lui e della sua selvatichezza, lo stesso accade a Lupardo il giorno che, avendo visto le sue qualità di arrampicatore sugli alberi, tre personaggi lo avvicinano e gli promettono 5 milioni di lire se ruberà il quadro della Madonna (“una tavola del trecento”) che si trova nella chiesa del suo paese, Poggio di Sogno. Lupardo non se lo fa dire due volte. Tutti i fatti in cui si trova coinvolto il protagonista sono raccontati con una invidiabile capacità descrittiva. In questo che ci narra del furto della Madonna d’oro (chiamata così per via del suo fondale dorato) ci pare d’essere noi il ladro, ma saranno saporose anche le sue imprese a salvamento prima di un giovane caduto in un crepaccio e poi di una ragazza sequestrata.

Il furto avviene di notte e ha successo, e mette in subbuglio il paese.

La storia ha acquisito maturità e scorrevolezza nella scrittura che, sempre impreziosita da un accento vernacolare, non ha mai smesso di amalgamarsi alle vicende narrate. Compiuto il furto stanno attendendo il Capo della banda a cui il quadro deve essere consegnato: “Di dove uscì non si seppe, ma venne davvero lui, molto elegante, anche profumato. Arrivò con l’aria espansiva di tutti, proprio da amico, ma si sentiva che aveva il miele sulle labbra e il rasoio al cintolo.”; Lupardo è lasciato scendere dall’auto per andare a suonare il campanello di una villa, dove la refurtiva deve essere depositata. I tre della banda stanno in macchina ad osservare la scena: “La villa recinta da un muro aveva davanti un cancello. Il cane lupo, dentro, rugliò come una belva a quello sconosciuto arrivato solo davanti alle sbarre, essendosi gli altri fermati per godere dell’accoglienza feroce a cui era sottoposto.”. Ma Lupardo non teme il cane; si volta a guardare i tre, poi: “Fece uscire dalle labbra messe a bacio un sibilo sottile per richiamar l’attenzione e guardò la belva ad occhi strizzati e furbeschi.”. Con alcune scherzose mosse, l’imbambola e il cane è domato.

I tre furfanti, esaminato il quadro con tutta calma, lasciano intendere al protagonista che, contrariamente a quanto avevano sperato, la refurtiva non vale nulla, si sono sbagliati e così, anziché i cinque milioni promessi, ricompensano Lupardo con soltanto cinquecentomila lire. Credono di averlo fatto fesso, ma il giovane è più furbo di loro e, di nascosto, torna alla villa e ruba il quadro, lasciandoli con un palmo di naso, poiché il quadro vale almeno cento milioni. Il Capo decide di ucciderlo, sa troppe cose e, anche se non avesse più il quadro con sé, non può restare in vita.

Si va alla caccia di Leopardo come in Inghilterra si va alla caccia della volpe. Si sa che è furbo come una bestia selvatica, ma si spera che alla fine cadrà nella trappola. Il profumo ruspante della terra e dei boschi impregna la scrittura. Gli uomini che vi si muovono non sono mai totalmente tali; si mescolano alla selvatichezza. Da ciò il garbo e il piacere del racconto:  è notte, sta piovendo a dirotto; i tre si stanno dirigendo alla casa isolata di Lupardo per sorprenderlo e ucciderlo: “- Avanti! – intimò il Capo. Proseguirono. I rami dei cespugli frusciavan sugli impermeabili, agguantavano i cappucci, scoperchiando gli uomini. Ogni momento si ricoprivano. L’acqua correva a ruscelli per le gambe, ma dentro le scarpe non ce n’entrava più.”. La missione omicida fallisce. Per il momento Lupardo l’ha scampata e ha con sé non solo il dipinto, ma anche le cinquecentomila lire ricevute a ricompensa del furto e in più scopre che in una sua giacca che non metteva da tempo il babbo gli aveva lasciato una busta piena di soldi: una trentina di banconote da cinquantamila lire l’una. Una cuccagna. Vengono in mente le cinque monete d’oro ricevute da Pinocchio dal burattinaio Mangiafuoco.

Ha un mucchio di soldi, dunque, ma, nonostante non abbia più le urgenze di prima, riprende la sua vita consueta in solitudine; va a caccia di prede e le stagioni lo favoriscono. Sembrano volerlo aiutare.

E a questa benevolenza della natura, Lupardo corrisponde esaltando il suo vigore selvatico. C’è tanta neve, siamo vicini al Natale e ode delle grida. Che è mai successo? Sale in cima al monte e vede gente radunata, ha zaini, corde, piccozze ma è sgomenta. Lo vedono, e gli corrono incontro, intuendo il suo valore; gli dicono che un loro compagno è caduto nel canalone, ed è ancora vivo; ma non sanno come salvarlo. Ci riesce Lupardo. Bertozzi ha disegnato l’uomo originale, quello che fu creato da Dio: “Si sentiva ricco, ed era, perché in lui la fonte dei desideri non aveva mai cantato, o se aveva gorgogliato sommessa era stato solo a livello delle esigenze prime della vita.”. Il lettore s’accorgerà presto che quel gesto eroico produrrà i suoi frutti di bene. Bertozzi è a questo fine che ci ha raccontato la sua storia, mostrandoci che un uomo, privo degli orpelli della modernità, vivendo al solo contatto con la natura in maniera semplice e primitiva (“imprevedibile nelle mosse come un animale selvatico”), seppure non ha il senso del male, riceve tuttavia vivido e potente quello del bene. Ne percepisce tutta la grandezza e ne è conquistato. La modernità e il progresso sono come una tela, un sipario, che nasconde, agita il dubbio, smorza la gioia.

Ha ancora con sé il prezioso quadro della Madonna, non lo ha ancora venduto, sebbene sia di grande valore. Avverte per la prima volta che la natura lo ha privilegiato rispetto a tanti altri esseri umani: “a vedere come vanno le cose, ci sarebbe più convenienza ad aiutare la gente che a derubarla!”. Qualcuno lo protegge e gli vuole bene per come è, per essersi mantenuto schietto, senza le intemperanze e le inquietudini dell’ambizione e del desiderio. Restituirà il quadro alla chiesa; nascostamente, di notte, lo rimetterà al suo posto (in paese penseranno a un miracolo). Si sentirà definitivamente in pace, e, anche se non richiesta, vedrete, la fortuna gli arriderà.

Conclusione. Pur essendo stato un bancario come me, e negli stessi anni, e nella stessa città, non ho conosciuto Bertozzi, ma mi son fatto l’idea, ricavandola dalla sua frizzante e nello stesso tempo tranquilla scrittura, che doveva essere un uomo brioso, facile all’ironia e simpatico. Valga a dimostrarlo questa perla di frase: “Ora, parlando, le lettere non sono né maiuscole né minuscole”, eccetera eccetera, che mi pare nessuno l’abbia mai scritta e forse nemmeno detta, nonostante che riveli una sacrosanta verità.


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Bart