Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
I miei libriRivista d'arte Parliamone

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui
Download VIVERE CON L'ACUFENE.

Biamonti, Francesco

7 novembre 2007

Le parole la notte 

“Le parole la notte” (1998)

Einaudi, pagg. 204

Aspro e dolce come la sua terra, la Liguria (“rupi dorate intervallate da terrazze”), Francesco Biamonti, morto nel 2001, a settantatre anni, per un male ai polmoni, ci ha lasciato opere significative come “L’Angelo di Avrigue” del 1983, “Vento largo” del 1991, “Attesa sul mare” del 1994. Il romanzo “Le parole la notte” è del 1998. Seguirà, postumo, nel 2003, l’incompiuto “Il silenzio”.

Un uomo, Leonardo, che era stato ferito ad una gamba, esce dall’ospedale e fa ritorno a casa, a Argela, “poche case schierate al sole su un cocuzzolo.”; “La sua casa e il suo uliveto erano di un azzurro che anneriva nell’ombra della rupe. Il sole se ne andava presto.”; “un ramo nudo se ne andava per traverso inciso dalle stelle.”

Abbiamo già, in queste brevi frasi d’inizio, tutti i segni di una scrittura essenziale e solida, costruita e cresciuta con la tenacia e la forza giustappunto di un ulivo, e attraversata, come in Silvio D’Arzo, dalla poesia. Se ne avverte il profumo: “Andò dal sorbo e si fece un bastone, poi aggirò la rupe per un sentiero tra i cespugli e rivide il mare”; “Gli tornavano agli occhi gli ulivi incielati, il brillare dei muri che facevano gobbe, le mimose novembrine, già in fiore, nuvole abbarbicate.”; “Dietro l’Esterel una vampa diafana apriva nelle ceneri una sorta di sera eterna.”; “Nel cielo, rotto dalla rupe, si aprivano dei cammini: vi trasparivano luci vitree in fuga e come braccate, a forma di fogliame.” Sono i primi esempi di una strada che percorreremo insieme costellata da queste gemme. Frasi secche, ridotte all’osso, dalla tenerezza velata, e ciò che affiora, tuttavia, ha il vigore di una penetrazione robusta: quella di un uomo che non ha mai smesso di osservare e di interrogarsi. Ci sono dei momenti in cui questa prosa ha qualche legame anche con quella di Mario Tobino, che – ricordiamoci – aveva sangue ligure nelle vene per parte di madre: “un tordo cantava sopra un ulivo, voce d’organo che sapeva di grandi boschi lontani. […] Riprendeva il suo flauto, ma infrascato nei cespugli.” Osservate la cura messa in questa descrizione, che incontreremo più avanti: “Venne l’usignolo e prese possesso di un folto di querce. Gli occorreva uno spazio suo. Provò il canto di giorno e di notte. Falliva ancora nei suoni liquidi, prolungati, e troncava i gorgheggi. Perfezionava una musica che, a poco a poco, animava le rupi. Aveva cominciato ancora stanco del viaggio. Sembrava non avere rimpianti africani. O forse era un canto di nostalgia.”

Leonardo sta salendo un sentiero per andare a confidarsi con l’amico Midio, un contadino che in quel momento si trova nel campo a vangare la terra. Gli rivela che gli hanno sparato, ecco perché è finito all’ospedale. Vuole scoprire chi è stato. Ho la faccia tutto il giorno sulla terra, non so che dirti, gli risponde il contadino. Al bar di una frazione vicina, Vairara, fa amicizia con due coniugi francesi, Alain e Veronique. Sono passati a trovarlo, ma lui non c’era, era salito in cima alla collina, da Midio. Hanno ammirato i suoi ulivi. Risalgono “I più giovani al Seicento, al Trecento i più vecchi”, risponde Leonardo. Gli ulivi hanno gran parte nel romanzo. Si trovano presenti ovunque, ne sentiamo il profumo anche quando sono assenti dalla pagina. Ad un certo punto – è sera – il protagonista osserva e pensa: “Le mimose sprigionavano un po’ di luce quasi marina. Gli venne voglia di parlare agli ulivi che le proteggevano. – La vostra anima coriacea non è la peggiore delle anime.”

Argela è un luogo vicino al confine francese, vi passano profughi, soprattutto curdi, fuggiti dalla loro terra. Al confine gli aspettano certi arabi per ucciderli (“Un nero è stato sgozzato al Cornaio, un altro al Cardellino. Una donna è stata trovata morta in una grotta vicino al mare. Dicono ch’era seminuda.”). I profughi non sanno del pericolo. Una notte si rifugiano nel suo uliveto, accendono un fuoco: Leonardo “Conosceva chi fuggiva la propria terra e vagava fra Italia e Francia. E quei tipi cupi e quelle donne dal volto fine non erano né ladri né assassini.”

L’atmosfera che si respira, pur nella quiete della natura, è quella di una società che si sgretola e va in cerca di un sogno, ma senza speranza: “la brezza, che muoveva la cenere, sembrava rovistare nella tristezza degli uomini.”; “I sogni erano al tramonto, anche quello della ragione.” Pure ad Argela tutto sta scomparendo: “Gli venivano in mente i calzolai, le scarpe chiodate. E altra gente faceva ressa all’intorno: il campanaro, i mulattieri, l’organista.”

Veronique intreccia un’amicizia con lui. A volte passeggiano insieme per i sentieri, in mezzo ai pini, con il rumore del mare sottostante. Anche per ore. Veronique (“Bionda e slanciata, il seno pieno di grazia, sembrava ancora un’adolescente.”) ama quei loghi. Salvo Veronique, che appare quasi come la raffigurazione di un sogno (“Seduta al suo fianco Veronique era viaggio e sogno.”; “una donna che nei barlumi della luna, sui sassi della strada, era riposo e sogno.”; quando la sorprende a fare l’amore con un uomo, pensa: “Procurava sogni e viaggi. Lei non viaggiava.”), gli altri personaggi che incontra nel corso delle sue passeggiate tra Argela e Vairara compaiono e presto spariscono, sono senza volto, rappresentati quasi unicamente dal loro nome (Midio, Michele, Ernesto, Giobattista, Bernardo, Bartolomeo, il pittore Eugenio, Pietro, Amilcare, la cameriera Carla, Edelmiro, il medico Emanuele e sua moglie Astra, il loro figlio Daniele, Medoro, Virgilio, Arancio, e così via): voci della natura. Essi paiono sorgere e confondersi con le pietre aspre della collina: “C’è una promessa d’immortalità per l’uomo amalgamato al suolo”. L’umanità, ossia, è appena sussurrata: un suono, un colore, un fruscio, un’eco. Come il passo dei fuggiaschi (“i passeurs”) che cercano di raggiungere il confine francese. Il motivo di questa fuga, di questo simbolo di un tempo crudele, sarà continuamente evocato: “Adesso passano anche di giorno, passano a gruppi, non c’è più ritegno.”; “Passava di tutto su quelle scorciatoie: uomini seminudi e altri con casacche e corti caffetani. Una silente disperazione dilagava su quelle rocce e corrodeva il cuore.” Oppure, riguardo ai giovani del paese: “Avevano l’aria di volere un mondo che non valeva più la pena di essere conteso.”

Il romanzo è alla ricerca di una pausa del tempo. Il suo trascorrere, infatti, non ci consegna nulla di buono: “Questo mondo va lasciato andare in rovina, oppure va difeso senza che nessuno se ne accorga, in gran segreto.” Dentro la scrittura vibra il desiderio di trattenerlo. Attraverso il sapore delle cose che ci passano accanto, il protagonista aspira addirittura a dimenticarlo, cancellarlo, vuole che non esista: “si può far finta che nulla accada.” Per il tramite delle minute cose, per mezzo di osservazioni il cui indugio è il segno di una lenta lotta, Leonardo imprime alla sua esistenza l’inesorabile declino della sconfitta che ciascun uomo subisce nella contesa con il tempo: “non so davanti a chi risponderò di questo mio tempo, del modo in cui lo perdo.”; “Passavano davanti a colombaie vuote, a stalle senza odore.” Dell’amico Medoro, che lo aiuta a potare gli ulivi, pensa: “Forse è l’uomo giusto per aiutarmi a cercare, uno che non sente la fine del tempo.”

Vi è un movimento glabro del tempo, su cui l’autore incide i graffi della propria vita, sofferta e meditata, illuminata da lampi che si generano dalla bellezza e dal silenzio. Veronique è uno di questi lampi. La nudità in cui viene sorpresa di tanto in tanto non è altro che la seduzione che il tempo cinico riversa su di noi nel momento in cui passa davanti alla nostra vita: “Veronique era nuda, il volto reclino, la mano allungata sul ventre di un uomo.”

Leonardo, già avanti con gli anni, sa che il tempo è attraversato dal dolore, difficile purificarlo. La povertà, la sofferenza, l’ingiustizia, la cattiveria sono le piaghe che lo infettano. Questo pensiero è intriso nella prosa e ogni tanto affiora come se la scrittura ne trasudasse: “Il levante aveva girato e adesso entrava dal mare. Prendeva la valle d’infilata e illuminava l’argento d’ulivi rovesciati sino alle montagne.”; “Il mare si era liberato. Da lì salivano crinali e crinali; andavano a levigarsi lontano, verso Cima Marta nebbiosa, dove il cielo non riusciva a districarsi dall’oro che vi si posava.” Descrizioni sofferte, terragne: “se ne stava di fronte alla stufa, dopo aver mangiato il pane scaldato sulle braci, e ascoltava il crepitio del ceppo che bruciava, la brezza che stormiva fuori, e il sordo assestamento di qualche pietra nei muri delle terrazze; e dopo ore che stava lì ad ascoltare gli sembrava di sentire il canto funebre della terra, senza cadenza e senza suono.” È una scrittura che è passata attraverso la liturgia di una perfezione quale può essere quella di un seme fecondato dalla terra: “Di là dai vetri gli ori e gli argenti aggredivano già la terra, strisciavano al suolo, salivano alla montagna, anche se il grigio predominava. Poi l’azzurro fattosi vivo fece tremare ciò che toccava.”; “Si vedeva un mare alto che portava a riva secche ondate di sole.”; “si vedeva un po’ d’azzurro solo nei crepacci tra le nuvole, color abissale.”

Il ritmo lento impresso alla storia, oltre che dare la misura del tempo che si cerca di arrestare, sortisce un altro effetto, che è quello di mettere in risalto una scrittura la cui asciuttezza è il segno di un lavorio attento, di una scelta che mira a fare della parola non una sorgente di significati che promanino dall’uomo, ma un parto sofferto della natura: delle pietre, del torrente, degli olivi, del falco, dell’usignolo, della civetta (“Era l’ora in cui la civetta volava sulle cime e cantava, dorava il cielo di linee e punti.”), del mare, della chiesetta sopra la rupe di Beragna. La stessa Veronique che si offre spontaneamente al protagonista (ma anche ad altri uomini) fa parte di questo vocabolario che trasforma l’uomo di carne in un pensiero ed in un’immagine della natura: “I vicoli erano protetti, senza vento, ma in certi punti groppi d’aria battevano in faccia.”

È anche un tempo che si tenta di arrestare in vista di un’attesa; c’è in tutta la storia la ricerca di un perché che deve manifestarsi. Non solo Leonardo si è domandato chi gli abbia sparato, ma durante il suo andare e venire per questi luoghi sperduti sulla collina, egli ci dà la sensazione di un’attesa disvelatrice: sta rientrando a casa, è sera, ha in mente che qualcuno possa seguirlo, magari più di uno: “erano gli altri sottovento, stasera: non lo potevano sentire.” Gli dirà Veronique: “Pensi ancora a chi ti ha sparato.”

C’è uno strano traffico di uomini da quelle parti, non solo di passeurs, ma di gente ancora più misteriosa. Luigi, uno scorbutico compaesano, gli confida di aver visto, nascosto di notte dietro un cespuglio, passare quattro uomini, “solo che uno era avvolto in una coperta, secondo me era morto. Se fosse stato ferito si sarebbe lamentato.” Rimasto solo, Leonardo pensa tra sé: “Quanto ti costa, amico, ciò che hai commesso cinquant’anni or sono […] Mancavi da qualche anno e sei tornato.” È a Luigi che si riferisce. Più avanti lo vedrà comparire nel buio, lo chiamerà, ma Luigi dirà semplicemente “a denti stretti”: “Non t’immischiare!” Il romanzo inserisce questo motivo misterioso, proprio nel mentre noi lettori stiamo ancora domandandoci chi abbia sparato a Leonardo, e perché. Sul finire ne capiremo il motivo. La natura fa i conti con l’uomo, incrudelito e selvaggio, meno nobile di quanto si creda, e forse peggiore delle bestie: “una doppia indagine: su chi gli aveva sparato e su chi aveva rapito la ragazza curda.”; Stia attento lei, di questi tempi in cui la gente va randagia e si scanna.”; “È stato trovato un altro morto nella discarica.”; “È tutto un mondo edificato sulle rovine e sui delitti.”

La ragazza curda di cui si parla, rimasta sola col nonno, non essendo riusciti a passare la frontiera, era stata ospitata e curata da Astra, ma poi, un giorno, il vecchio era stato trovato ucciso a bastonate e la ragazza era stata rapita.

Il vero rifugio che Leonardo cerca è dentro la natura. Egli vi entra con le sue parole, vi si trasferisce. Abbiamo già riportato qualche descrizione, ma il romanzo ne è intriso. Ognuna di esse pare la traduzione di un colloquio intimo, di un contatto desiderato che il protagonista ha con la natura: “Il sole moriva sfiorando pareti ombreggiate. Non girava più sul mare, non suscitava sere di abbagli sulle rocce e le vetrate di Vairara. La notte con qualche guizzo sui sassi saliva modestamente. Il giorno declinava senza accendere fuochi. Ma qualche ramo appena alonato di cielo evocava, spegnendosi, lunghi silenzi.” Sono questi, i silenzi che soltanto la natura può dargli. Sono i soli momenti in cui ci si può illudere di aver fermato il tempo. Leonardo ha scoperto finalmente chi gli ha sparato, questa scoperta lo rattrista ancora di più. Non va a parlare al colpevole, però, come lì per lì avrebbe voluto. Non è più così importante. Sara, che ha con sé le ceneri dell’amico Corbières, per seppellirle nel cimitero di un paesino di confine, Bargème, ed è in compagnia di Veronique e di Leonardo, dirà: “Soltanto la quiete dei paesi ci difende dai deliri.”, “Finché dura.”, risponde Veronique. “È già finita, disse Leonardo. Ci pensò un poco: – Non c’è mai stata.” Dunque, “La vita, sorta dall’abisso, nell’abisso ricadeva.”, chiosa l’autore. Nemmeno la quiete sopravvive, non si può arrestare il tempo, è cosa vana; tutto declina.


Letto 1909 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart