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Bianchi, Alfredo

17 ottobre 2010

Il Paesetto
Il fiore rosso  

“Il Paesetto” (2010)

Questo romanzo esce postumo (nato a Camaiore il 16 aprile 1922, l’autore è morto a Lucca il 23 novembre 2009), a cura dell’Associazione culturale “Cesare Viviani”, che già promosse il suo primo libro, “Il fiore rosso”, ambientato in una Versilia comunista e anarchica ai tempi del fascismo.

Bianchi, che fu anche pittore e poeta, oltre che direttore didattico, si ricollega per temperamento e scrittura agli autori di quella terra, Pea, Viani, Tobino, Micheli, Giannini, ad esempio, poco inclini ad un sentimentalismo sterile e piagnone, fine a se stesso (“La narrativa, come la poesia, deve commuovere.”, scrive  Bianchi, ed è altra cosa), e invece piuttosto ruvidi e arcigni. Una scrittura bella, perché mai levigata: una scrittura sorgiva.

Tale è anche quella di Alfredo Bianchi. Dopo “Il fiore rosso”, a confermarlo è questo nuovo romanzo, “Il Paesetto”, diviso in quattro parti, ciascuna identificata con il nome di una stagione. Si comincia con l’inverno e chi narra è un bambino, Andrea, nel quale l’autore si è rappresentato.

Il Paesetto era chiamato un sobborgo della città di Viareggio, che non esiste più: “poche case, molte vigne, la ferrovia ed un bambino biondo, dagli occhi azzurri che spesso guardava il cielo sopra la fascia scura della pineta e pensava che oltre ci fosse il confine del mondo.” È l’incipit, l’inizio dell’avventura, il principio dello stupore di un ragazzino che scopre il mondo attraverso l’anima.

Virginia e Amìde, madre e figlia, sono i primi personaggi a mostrare la bizzaria di una terra ribelle e anarchica. Chiedono la carità, e Amìde trascorre le sue giornate a scrivere lettere al re e al principino. Raccontano del loro casato, gli Zanotti, un tempo ricco e rispettato ed ora ridotto in miseria. Sono andati a vivere nella casa di Andrea, che le ha sotto gli occhi tutti i giorni. Amìde somiglia un po’ a taluni personaggi tobiniani, un po’ lunatici e strampalati, con una luce di follia nello sguardo.
O alle onde del mare, che “impennacchiate sembravano i cavallini della giostra.”

È la Viareggio di prima dell’ultima guerra. Ogni tanto dalla ferrovia transitava il treno reale e molti accorrevano al suo passaggio, ammirando anche le uniformi dei soldati schierati sull’attenti, ad ossequiare il passaggio del re e della regina: “I ragazzi fecero appena in tempo a vedere sparire come un lampo il corto treno reale. I soldati erano ancora immobili, sul presentat-arm.”

Sono ritratti di vita e di personaggi che hanno caratterizzato una civiltà contadina fatta di poche e semplici cose. Ci si divertiva con l’aquilone, ci si muoveva a piedi o al massimo con la bicicletta, ci si divertiva con poco, in mezzo alla strada. D’inverno, le volte che nevicava, Andrea usciva con il fratellino Marchino e con l’Amìde, che sembrava la più lieta di quell’evento, e si mettevano a fabbricare il pupazzo di neve. Diceva l’Amìde: “Ci sono le fate! Guarda le perle sui paletti e i maghi avvinghiati alle viti… Guarda, un guerriero con la lancia e, più in là, un frate che prega… E guarda… Guarda il Santo Padre che benedice… Oh, là c’è la Fatina dai Capelli Turchini…”; “L’Amìde gli aveva raccontato che, sui pini più alti, nidificavano gli Angeli Custodi. A sera scendevano e andavano a sedersi vicino ai letti dei bimbi ma nel folto giocavano anche i folletti lanciandosi grosse pigne argentate.”

C’è tutto il sapore di una fantasia  che la modernità ha fatto scomparire. Non solo, c’è anche l’intimità che la natura sapeva risvegliare nell’uomo: “Sua madre lo aiutò a spogliarsi, gli fece fare il segno della croce.”

Sono gli anni in cui si afferma il fascismo. Gli uomini in camicia nera girano per la città “con il fucile sulla spalla ed il pugnale alla cintura.” Da poco è stato firmato il Concordato e la Chiesa ha definito Mussolini “l’Uomo della Provvidenza”. Andrea chiede al padre, Giovanni, se anche lui è fascista. Il padre risponde deciso: “No”.

La raccolta degli aghi di pino, che servivano per il fuoco (“il soffice volo degli aghi di pino che l’Amìde chiamava ‘la neve rossa’”), la pesca delle arselle, sono quadri di una vita intensamente vissuta e amata: “Cinse una grossa cintura di canapa e l’attaccò al sostegno verticale: il trespolo era pronto. Andando a ritroso, il babbo prese ad arare il mare. Non c’erano onde e l’acqua era verde con piccoli occhi di luce che accecavano. Alcuni gabbiani volavano bassi, l’aria aveva un odore dolce, il babbo era allegro, non aveva più freddo.” La cottura del pane nel forno: “accendeva il forno con una bella fiammata di pinugliori sui quali gettava fascine di tralci e qualche pezzo di legno di pino. Il forno sembrava l’inferno, le fiamme roteavano sulla volta concava come se avessero voluto scappare, muggivano e avvampavano il volto.”

Il lettore si sarà fatta a questo punto un’idea della sobria scrittura dell’autore; una scrittura controllata che non offre al sentimento se non ciò che è strettamente necessario. E tuttavia quanto risulta da una tale sapiente sorveglianza assume un fascino destinato a durare.

Chi è abituato agli strumenti moderni, forse non sa neppure che cosa fosse il grammofono. La musica doveva essere suonata da una puntina che girava sul disco di vinile. Si consumava presto e i suoni che ne uscivano non erano di buona qualità, disturbati dal fruscio del contatto: “Le punte erano acuminate come chiodi e venivano strette sulla testa del braccio del grammofono. Il disco girava ma, ogni tanto, se mancava la carica, mandava lamenti impossibili.”

Brani che, attraverso i racconti del padre, rievocano la prima guerra mondiale e le trincee del Carso, rivestono di pathos una storia lontana che oggi le nuove generazioni apprendono freddamente dai libri di storia. I vari episodi raccontati fanno tornare alla mente tanti film dedicati a quel periodo, ed in particolare “Uomini contro” del 1970, di Francesco Rosi, tratto dal romanzo di Emilio Lussu, “Un anno sull’Altipiano”: “Non ci posso pensare: gente che stava accanto a te, la vedi rovinare per terra come un sacco, alcuni gridano – Mamma! – Ma tu non vedi, salti i morti, cerchi di farti piccolo come un insetto, curvo, vicino a terra.”; “Tutto a un tratto, si sente un brontolio come un tuono lontano o il rumore di un carro che corre sulla terra smossa… e allora, d’istinto, tutti giù, faccia a terra e mani sulla testa. Ci parve, per un attimo, di vedere qualcosa che somigliava ad un coperchio di pentola roteare sopra le nostre teste. Il postino no, non aveva fatto in tempo a buttarsi giù. La testa volò via come un cocomero marcio e lui rimase in piedi per un attimo, così, senza testa, la grossa borsa a tracolla…”
Sono pagine vivide, di un realismo reso con mano felicissima.

Come quella descritta da Tobino, anche questa di Bianchi è una Viareggio che non c’è più. Resta qualche usanza, ma praticata da pochi e quasi in sordina, come la pesca, a tarda sera, delle cèe, ossia delle anguille appena nate. Qualche volta è capitato anche a me di vedere, lungo il molo, con accanto le piccole lanterne a fare un po’ di luce, i pescatori seduti su di una seggiolina o direttamente sul margine del canale Burlamacca. Uno spettacolo di luci suggestivo. E tanto silenzio.
L’uso frequente di parole dialettali, come sovente accade agli scrittori versiliesi, insaporisce la scrittura.

Vicino al Paesetto c’era il campo di aviazione. Ancora oggi quel luogo ha mantenuto il toponimo. Vi atterravano piccoli aerei, e quando ciò accadeva la gente si riversava “verso il campo di aviazione attraverso i viottoli che si incuneavano tra le siepi ed i fossati” e riempiva il prato. L’aeroplano “pareva una farfalla a riposo.”

Siamo giunti all’estate. L’inverno è trascorso portando la neve e il carnevale, la primavera la pesca delle arselle e delle cèe, ora tocca al mare e al sole divenire protagonisti di questa avventura che vede il ragazzo Andrea scoprire il mondo: “Il sole ride a crepapelle e il mare gli fa il verso”.

Nel Paesetto le strade sono ancora sterrate e l’arsura porta polvere. Quando i ragazzi corrono, la sollevano, soprattutto quando gareggiano con i carretti, costruiti con assi di legno e con piccole ruote fatte di cuscinetti, manovrate da funi. Spesso scoppiavano liti e si tornava a casa sanguinanti.

È la stagione dei bagni, i villeggianti vengono da fuori, specialmente da Firenze. Si fanno nuove conoscenze e nuove amicizie.
Andrea conosce Giuliana, una coetanea, orfana del babbo. Da lei riceve il primo bacio.

Quando il padre organizza coi compagni di lavoro una gita sul monte Matanna, porta anche Andrea. Conosco il Matanna, che così splendidamente è descritto dall’autore: “un gigante senza vita, immenso, lucido e acuminato come la punta di una lancia, roseo di sole, rosso di oscurità misteriose, bianco di rocce fredde come quelle della luna.” Nelle chiacchiere che si fanno lungo l’ascesa, il ragazzo sente per la prima volta parlare della ingiustizia sociale. Una scoperta.

Non dimenticherà più quella montagna. Anche stando sulla riva del mare si volterà sempre a guardare le Apuane, e la riconoscerà.
Come non si dimenticherà del modo che avevano gli uomini di irrigare i campi: “In quel punto la ferrovia di Lucca fiancheggiava i canali e c’erano molte ruote di mulino che servivano ad annaffiare i campi. A giornate gli uomini stavano sulle ruote, un piede più alto, uno più basso e si muovevano a ritmo cantando stornelli o berciando tra loro per darsi il tempo, facevano girare le ruote che riversavano acqua nei canali aperti nei campi. Le piante sollevavano la testa come cristiani, respiravano, nella grande afa, gli uomini delle zappe che aprivano i canali, accaldati, con le camicie fuori dai calzoni rimboccati fino ai ginocchi, spesso bestemmiavano urlando ai compagni delle ruote.”

Un capitolo dedicato all’Angelo Custode ci incuriosisce circa il rapporto dell’autore con la religione, o meglio con Dio. Nei due romanzi che ho finora letto, compreso questo, non c’è molto spazio per Dio. Bianchi è attratto dalla vita reale, soprattutto da quella della povera gente, sempre in lotta con il destino. Bianchi è affascinato da questo mondo. Vi ha fatto parte, lo ama, ne conosce la sofferenza e anche il vigore, che non è mai prono alla rassegnazione. Raramente cerca il conforto in Dio. In questo capitolo, Andrea, nel ricordare l’Amìde, morta tragicamente, una notte sogna l’Angelo Custode e ci parla. Chiede perché non abbia protetto la vita della donna. Il colloquio che si svolge è di una dolcezza malinconica: “Io le volevo bene e ora sono triste.” L’Angelo lo conforta e gli parla di Dio. Gli fa capire che tutto ciò che si svolge sotto i nostri occhi è voluto da Dio, anche se la sua volontà a noi mortali sembra incomprensibile. Dio sa sempre perché certe cose accadono.
È un Bianchi che gli tiene testa (“A me pare che ci sia anche chi è sempre felice e chi mai!”), pronto tuttavia a cedere e a riconoscere la funzione di Dio.

Il padre di Andrea, falegname, è incaricato di alcuni lavori di restauro alla villa di Chiatri, un paesino sopra il Monte di Quiesa, a Lucca, appartenuta a Giacomo Puccini, e abbandonata subito dopo la sua morte. Era in uno stato pietoso.

Andrea vi entra incuriosito, ma anche impaurito dal buio delle stanze e dall’isolamento in cui si trovava, specie di notte: “Andrea tremava di paura, una paura fatta di buio e di strani echi che si accendevano nell’ampio ingresso dove troneggiava l’organo del maestro, con le canne alte come quello di una chiesa.” Così entriamo con il piccolo Andrea, anche se per un attimo, nelle atmosfere che accompagnarono qui (e non solo a Torre del Lago: “Caro amico, sono qui per la caccia ma soffro di una ‘torrelaghite acuta’”) la vita e le musiche del grande compositore lucchese: “Al mattino il sole accecava e le stanze diventavano oasi di aria fresca piene di cinguettii. Chiatri era il paese degli uccelli.”

Andrea (ossia Bianchi) ha conosciuto Frack (Efraim Salvetti il suo vero nome), l’uomo che, quando il maestro era in giro per il mondo, ne accudiva la villa, e ce ne dà una descrizione che non è facile trovare altrove. Una rarità che vale la pena riprodurre. Va ricordato che Frack gestiva lassù la trattoria che ancora oggi porta il suo nome. Ad aiutarlo era sua moglie, “una donnona, cuoca, cameriera e moglie”: “Lui era un omino melenso, con un cappellaccio sempre piazzato in testa e se ne stava a giornate dietro il banco della bottega, ornato di festoni di salsicce. Per intero non si vedeva quasi mai e la sua figura rimaneva misteriosa, un mezzo uomo dotato di mani per scrivere i conti su pezzi di carta gialla da incartare, con il mozzicone della matita in mano o dietro l’orecchio.” A Frack ho dedicato una delle mie leggende, “Villa Puccini a Chiatri”.

Uno sfratto porterà Andrea e la sua famiglia lontano dal Paesetto, dove non tornerà più. Andrà a vivere a Camaiore, la sua città d’origine. Lo colpirà la sua casa grande, con tante stanze, al punto che lui e Marchino avranno una cameretta tutta per loro, e alcune scene di vita del luogo, tra cui un funerale: “Lunghe file di incappucciati vestiti di nero, una pezzuola forata all’altezza degli occhi, salmodiavano monotone litanie, quattro di quelli scortavano la bara alzando sopra la testa torce biancastre che mandavano un fumo resinoso che restava nell’aria per parecchio tempo, come un odore di morte.” Ma il Paesetto rimarrà sempre nel suo cuore.

“Il fiore rosso” (2001)

Questo romanzo è stato pubblicato dall’Associazione culturale lucchese “Cesare Viviani” per dare un riconoscimento tangibile ad uno scrittore assolutamente sconosciuto, e che merita invece di essere aggiunto agli scrittori che con le loro opere hanno onorato la terra di Lucchesia.

Nato a Camaiore il 16 aprile 1922, Alfredo Bianchi vive a Lucca dal 1959. È stato direttore didattico e ha cominciato a scrivere a 24 anni, ottenendo, per un suo racconto, l’importante apprezzamento di Luigi Russo. Conserva nel proprio cassetto manoscritti inediti che hanno, come questo romanzo, quale tema principale “la storia e la psicologia infantile.” “Il fiore rosso”; “Un’isola piccolissima”; “Giovani fascisti”; “Il paesetto”, se tutti pubblicati, formerebbero una tetralogia molto interessante. Inedite sono anche alcune raccolte di racconti: “Storie”; “Gli scalzacani”; “Harrié” e specialmente “Ululato”, ambientata quasi interamente nel periodo fascista e della guerra partigiana. Oltre a quella per la letteratura, l’altra sua grande passione è la pittura, e numerosi sono i quadri dipinti che arredano ed impreziosiscono la sua casa posta nella frazione di Sant’Anna, a due passi dalle Mura della città.

Il romanzo narra la storia di Vincè di Bugio, il nonno dell’autore. Il suo mestiere era l’imbianchino, che lo trascinava un po’ dappertutto nelle case della Versilia, a contatto con gli altri e soprattutto con le novità che si stavano affacciando nel mondo. Il paese di origine è Gallena, nel Camaiorese: “Gallena, il contadinume dei miei avi, servi del Borbone, lontano ed inaccesso come la luna. Gallena, però, è ancora là, con i suoi vigneti sciorinati a solatio, il palazzo merlato dei prìncipi: stuzzica il cervello un filo, lungo, sospeso, resistente come la tela di ragno agli altri pensieri.”

Ci accompagnerà nella storia una scrittura sanguigna, forte, restìa al sentimentalismo (“Il buio travalicava e gli alberi e le siepi parevano sfatti nel latte.”), colorita (“Avrebbe sentito l’odore degli scudi anche se fossero stati a mollo nella merda.”), dura e arcigna come la gente di quei luoghi (“Odiava le chiacchiere, la gente saputa che cerca di frugarti dentro e che, se nulla nulla gli dai corda, piano piano ti apre le brache per misurarti l’uccello.”), impregnata di vocaboli popolari, in parte scomparsi, che la rendono così intimamente legata alla storia che racconta.

Ai funerali di un membro della famiglia, coi quali si apre il romanzo, morto di tisi, molti hanno all’occhiello un fiore rosso. Domanda la piccola Amy: “Perché hanno il fiore rosso?”, le rispondono: “Babbo dice che sono sovversivi.”

Siamo alla fine dell’Ottocento quando si svolgono i fatti di cui è protagonista Vincè di Bugio (che significa “vuoto come le noci, come i polmoni di quasi tutti i Moriconi, con la testa confusa come la vita.”)

Nel palazzo Borbone, il palazzo dei signori, dove era a servizio chiamatovi dallo zio Michele che “nella villa dei Principi” era “un padreterno.”, lo zio incarica un imbianchino di Viareggio, Olinto Pezzini, un omino piccolo di statura, a tinteggiare “tutta la limonaia e le rimesse: lavoro di un mese che comportava la costruzione di ponti per raggiungere i punti più alti della volta.” Vincè è incaricato dallo zio di fargli da garzone. L’incontro con Olinto cambierà la sua vita.

Olinto, infatti, è un anarchico (“Dicono che abbia buttato bombe ai suoi tempi”, dirà un personaggio) e presto Vincè, con la stima che va consolidando nei confronti del maestro, ne assimila le idee: “I suoi discorsi erano chiari e logici e lui li ascoltava come il Vangelo.” All’invito di Olinto di andare a lavorare con lui, Vincè infine accetta, interrompendo la tradizione di famiglia che voleva i Moriconi impegnati a servizio del principe. Gli viene da sorridere pensando al “cugino Pietro che sarebbe diventato Canonico mentre lui avrebbe buttato bombe nelle chiese e tirato pugnalate ai preti…”

Lascia, dunque, il lavoro alla villa e si dirige a Gallena, il suo paese, in attesa di trasferirsi a Viareggio. Lungo il tragitto incontra un vecchio pastore che lo ospita e lo rifocilla, e nella conversazione che ha con lui già sente che nel popolo, nella gente umile, alberga la stessa fede che lo ha conquistato. Dice il pastore: “il governo va avanti a forza di tasse: sul tabacco, sul sale, sulla farina… Puoi durare un giorno… È come un rosario ma è contro la povera gente.”

Il padre Giovanni, invece, appartiene alla vecchia razza di contadini asserviti al padrone, ostici ad accogliere le novità. Così risponde, infatti, al figlio che gli comunica che vuole farsi artigiano e imparare il mestiere da Olinto Pezzini, imbianchino a Viareggio: “Chi è questo maestro Olinto del diavolo che ruba i lavoranti al principe? Un re, forse?” E ancora: “Nostro signore non tollera che i figli scappino dal podere. Se lo fanno sono maledetti.”; “Noi siamo contadini dei Principi, da secoli e così dobbiamo restare, con l’aiuto di Dio.”

Questa conversazione tra padre e figlio disegna, meglio di un ritratto, lo scontro di due epoche che vengono a confronto. Vincè è risoluto; coglie nella novità dei tempi, nelle nuove idee socialiste, nel loro simbolo, il garofano rosso, da cui il titolo, nei fermenti sociali, una occasione di riscatto da una condizione servile che ha imprigionato da sempre la sua famiglia: “Non mi sento né servo né contadino, padre, e voi dovete lasciarmi andare.” Non è facile, tuttavia. Dentro di sé ha un amore “sensuale” per la terra: “Restare voleva dire continuare a sentirsi la luna sul petto, la pioggia sopra la testa, in armonia con i pensieri.” Speranza per il nuovo e nostalgia per il vecchio che Vincè sta per abbandonare costituiscono qui uno spartiacque allo stesso tempo forte e sensibile. Si avverte, ossia, attraverso il personaggio, che è per succedere nella società un cambiamento mai visto fino allora. La terra sta per essere considerata non più elemento primario e sostanziale della vita della gente umile, ma è posta a pari delle altre arti destinate, forse e assai presto, a sopravanzarla nel segno di una libertà che la terra non era mai riuscita a dare.

L’autore, prima di seguire Vincè nella sua nuova avventura, accende davanti ai nostri occhi la magia di ciò che i tempi troppo frettolosi stanno per perdere: usanze e abitudini contadine che si sono tramandate dalla notte dei tempi. Assistiamo così, sedotti e ammirati, alla descrizione di una serata in cui i contadini, anziani e giovani, uomini e donne, si ritrovano presso la stalla di Giuseppe Coli, detto il Mère (che in francese sta per Sindaco), “un ometto rubizzo, la testa tonda come una noce. Aveva una coroncina di capelli biondastri, gli occhi piccoli e scuri, due denti davanti facevano aria come i merli del campanile della Badia.”, per celebrare una specie di rito collettivo: lo scartoccio del granturco. È l’occasione per stare insieme a chiacchierare, spettegolare, prendersi in giro, rimanere per qualche ora senza pensieri. Finito il lavoro: “Le pannocchie scartocciate restavano sull’aia a stuprare la luna.” Si tratta di uno dei momenti più vivaci e belli del libro, che tramanda e rammemora un’antica felicità, tra le tante che sono scomparse.

Bianchi scrive con amore, accarezzando i suoi scenari, colorandoli della patina del tempo. Noi viviamo quella fine Ottocento come se vi fossimo immersi; i cambiamenti soffiano e vibrano anche su di noi. La prima volta che, avanti l’alba, Vincè prende la strada per Viareggio, incontra altri operai, tutti che vanno a piedi calzando gli zoccoli. È una vita misera quella che conducono; quando possono tornano a casa la sera, per ripartire la mattina, in un percorso “da stella a stella”; altrimenti si trattengono sul posto di lavoro anche per più giorni, arrangiandosi per la notte.

Olinto vive in uno “stambugio sul fosso, vicino alla Torre” (il canale Burlamacca, ossia, e la Torre Matilde, che a quel tempo era ancora una prigione). Vincè domanda di lui a “tre ragazzini che pescavano”. Gli risponde il più grande: “Chi, il briào? Ma ora non c’è… È andato a puttane…”

Il lavoro a Viareggio gli consente di affacciarsi nelle case e di stare tra la gente. Si aggiorna sui fatti. Uno dei più eclatanti riguarda Leone XIII che vuole riprendersi Roma, e ha chiesto l’aiuto ai “re cristiani”. Anche a Viareggio sfilano le processioni per sostenere una tale richiesta, ma l’autore, non per nulla nipote di Vincè, le osserva indirizzandoci una strizzatina d’occhio: “Quando la processione partì, era una risata. Lo stendardo faceva zìmpete e zàmpete secondo il passo dello sciancato e, con quel po’ di brezza che spirava, sbattendo, pareva scorreggiasse in testa a quel mucchio di vecchiume.”

È il momento in cui l’attenzione del protagonista si rivolge alla povera gente. Olinto è troppo radicale, pensa, vuole ammazzare preti, frati, suore e re, ma “io non ammazzo nessuno.” Alla fine dell’Ottocento il clima era proprio questo in tutta la Versilia, dove si respirava forte il vento di Carrara, la città culla dell’anarchia. Un certo giorno, sul far della sera, si leva un grande incendio dalla darsena. Qualcuno ha appiccato il fuoco ad un cantiere navale. Accorre a vedere anche Vincè che, come Renzo Tramaglino ne “I Promessi Sposi”, viene sospettato per la sua amicizia con Olinto e condotto in carcere, prima nella Torre Matilde, poi a San Giorgio, a Lucca. Un altro riferimento al romanzo del Manzoni verrà nel capitolo XI con il saccheggio del forno al grido di “Pane e lavoro!”

L’affresco che il Bianchi va disegnando ha più di un punto di contatto, però, come vedremo, con un altro capolavoro, quello di Vasco Pratolini: “Metello”, che è del 1955.

Pur assolto, Vincè è ormai schedato e considerato un sovversivo, così decide di cambiare aria e si trasferisce a Camaiore dove trova lavoro presso un barbiere. Anche in questo caso il suo nuovo maestro non simpatizza per il re, è un mazziniano, si chiama Tubalcane, “un omino rosso di pelo, con pizzo alla Luigi Napoleone.”

Con lui, oltre ad imparare un nuovo mestiere, apprende a leggere e a scrivere e conosce altri avventori che la pensano come il suo padrone, tra i quali “Francesco Stagi, Cecco di Santetto, com’era meglio conosciuto, camicia rossa dei Mille, mangiapreti, mercante d’olio, proprietario di casa in quel della Rocca.”, il quale ha sei figli tutti belli, tra cui tre femmine. Vincè sposa Fulvia, una di loro, “una ragazza snella, portava i capelli legati stretti sul capo e mostrava un collo bianco e sottile come quello della duchessina delle Pianore. Parlava poco.” S’industria a fare il barbiere e l’imbianchino, sperando che la fortuna giri dalla sua parte, come è accaduto ad alcuni commercianti e artigiani del posto, tra i quali proprio Santetto; bisognava però stare attenti al canonico Vannucchi che prestava denaro e, quando arrivava il momento, si impadroniva della proprietà del suo debitore, arricchendosi sempre di più. L’autore disegna ritratti di popolani (la splendida Veneziana, sopra di tutti, e la sfortunata Maria, la prima fidanzata di Vincè) e di arricchiti che rendono frizzante il quadro di una trasformazione sociale in cui gli ideali socialisti che scuotono molte coscienze ancora devono fare i conti con le furbizie e gli egoismi della società: “Sì, ci vuole la forza ma come si fa a sparare ad un uomo? Come si fa a bruciare un raccolto? Il male genera male, così come il seme di cavolo genera cavoli e quello della zucca le zucche! Se ciascuno fosse capace di capire il discorso sarebbe semplice, senza ammazzamenti e senza violenza.” Vincè deve lottare contro gli egoismi che albergano anche tra la povera gente. La solidarietà tra di essi è ancora debole e diffidente. Uno dice: “Sarebbe meglio usare i soldi per comprare polvere da mine e rovesciare il mondo!” Sono novità urgenti che trovano molti impreparati. Siamo nel 1882: ci stiamo avvicinando al nuovo secolo. Cresce la voglia di rivoluzione, ma “La rivoluzione era un problema di organizzazione e di comando.” Ci si mette anche la guerra d’Africa (siamo nel 1886) ad inasprire la miseria tra i poveri. La parola d’ordine diventa quella della ribellione, dello sciopero. Anche Vincè è costretto a tirare la cinghia, ha un bel po’ di figli (arriverà a sette); difficile portare soldi sufficienti a casa. Cominciano le prime rivolte “in Sicilia, a Carrara, a Milano, in Romagna, un po’ dappertutto.”; “La coscienza cresce nella lotta, non a freddo.” Il richiamo a Pratolini si fa sempre più stringente. Come Pratolini dipinge i fermenti sociali nella Firenze di fine Ottocento (tra il 1875 e il 1902), altrettanto fa Bianchi per la Versilia, e per lo stesso periodo. Tubalcane e Olinto fanno le veci del Betto pratoliniano, anarchico pure lui, che insegna a Metello a leggere e a scrivere, nonché la cultura nuova del socialismo.

Vincè ormai è diventato uomo di lotta: “Voleva vivere come un uomo, non come una bestia.” Inseguito dai carabinieri sui monti del Camaiorese, insieme coi compagni decide di fuggire via mare per rifugiarsi in Corsica. Là c’è lavoro. I toscani vi accorrono da secoli a fare i carbonai e a tagliare i boschi. Bianchi apre delle pagine molto belle che ricordano quelle del capolavoro di Giuseppe Dessì, “Paese d’ombre”, del 1972.

Il periodo trascorso in Corsica, dove gli italiani erano considerati peggio che degli straccioni e pagati una miseria, ci dà modo di incontrare Pietro Tosi, “un colosso, nero di pelle e di vestito, che si mise a dare pacche sulle spalle ai quattro come li avesse sempre conosciuti.” È lui che li prende a lavorare nei boschi e li tratta da pari. È cristiano e non socialista e anche quando gli capiterà una disgrazia, insisterà per mantenere con Vincè e i suoi compagni gli impegni assunti. Ma in Italia che cosa succede? Non ci sono cambiamenti, nonostante che nel giugno del 1900 gli oppositori siano saliti al governo, mandando a casa Crispi: “Cambia cavallo ma l’Italia è sempre un barroccio, non è diventata un treno… Credevi che i signori fossero diventati scemi?” I fuggiaschi decidono di rientrare ed è lo stesso barco di padron Piero a ricondurli sulle coste della Versilia, e “Una società perfezionata nel blandire, perseguitare, colpire, schiacciare, ignorare o spegnere, era lì ad accoglierli.”

Bianchi esprime tutto il suo pessimismo sulla possibilità di cambiare le cose. I suoi personaggi vivono dentro un’amara e sofferta illusione. Di lì a poco, il 29 luglio dello stesso anno, accade a Monza il fatto terribile dell’assassinio del re Umberto I, ucciso dall’anarchico Bresci. Forse ci si sta risvegliando. L’assassinio di un re è il segno di una vicina riscossa. Ci crede più Fulvia, ormai, che Vincè, il quale è convinto che “nemmeno le speranze sono roba da poveri. I poveri non possono averle. Punto e basta.” È la moglie, infatti (“Sembrava che lei sola fosse socialista.”), che dice al vetturino Giuseone, loro vicino di casa: “Io capisco chi ammazza i tiranni! È necessario come ammazzare le serpi…” E al marito: “Uomo, da un po’ di tempo non ti riconosco: te la fai addosso per un nonnulla. Animo! O ti è cascato l’uccello in Corsica?” Vincè è rimasto, in realtà, quello di sempre, contrario alla violenza. Nella sua casa pare affacciarsi la morte. Due suoi figli Alfredo e Alfonso hanno imparato un mestiere, sono artigiani fini, ma malaticci. Vincè concentra su di essi tutte le sue preoccupazioni. Quando i vecchi compagni vengono a dirgli – siamo nel 1904 – di prendere parte allo sciopero, così risponde: “Non ho più testa per queste cose. Mi sta crollando la casa…” Andati che sono i compagni “prese a dare pugni sul muro finché le mani non gli vennero rosse e il sangue cominciò a sgorgare.”

Bianchi ci descrive la morte di Alfonso e di Alfredo con squisito pudore, le parole sono parche ma trasportano sulle loro ali i sogni e i desideri che si infrangono, nonché la percezione del mistero che stupisce e acquieta: “‘Chissà cosa vuol dire morire! Deve essere non sapere più nulla, riposare, non pensare.’ Gli parve bello, si sentiva tanto stanco e senza voglia di lottare.”; “Vincenzo lo trovò seduto ad occhi aperti ma, non appena lo toccò, il suo corpo scivolò sulle ginocchia facendo un rumore di legno secco.” È Alfredo che muore, dopo che, giovane di diciannove anni, se n’era già andato Alfonso.

Il romanzo si chiude con l’inizio della guerra di Libia – siamo nel 1912 -; ci sono donne che si stendono sui binari con in braccio i figli per scongiurare la partenza dei mariti, e ci sono ragazze che si affacciano alla finestra e cantano inneggiando alla guerra: “Era come il dialogo sulla morte, quello che aveva lasciato sospeso col Nucci nella bettola di Alvise.”

Vincè è rassegnato e vinto. Come nel romanzo di Zola, “Nanà”, del 1880, mentre da una parte avvizziscono e muoiono gli ideali, dall’altra gli stessi vengono esaltati affinché si scontrino con la morte.


Letto 3148 volte.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart