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Bianchi, Luisito

2 maggio 2014

La messa dell’uomo disarmato

“La messa dell’uomo disarmato”, 2003

Come forse qualche lettore sa, Giorgio Bárberi Squarotti, uno dei maggiori studiosi della letteratura italiana contemporanea, mi onora della sua amicizia da lungo tempo (credo che a maggio correranno i 14 anni), e in una delle sue ultime lettere mi confida di aver avuto per amico Luisito Bianchi, scomparso nel 2012.
È questa sua confidenza che mi ha spinto a leggere il libro che, uscito per Sironi grazie all’interessamento di Giulio Mozzi nel 2003 e ristampato più volte, non avevo avuto ancora il coraggio di aprire per la sua mole (circa 850 pagine).
Non immaginavo di trovarmi di fronte ad uno dei libri più belli che abbia mai letto. Sono ottocento e più pagine che non pesano affatto, impreziosite da una scrittura semplice e precisa, che sa rendere senza alcuna sbavatura retorica, allo stesso modo che accade nel Manzoni, pagine di straordinaria commozione.

Luisito Bianchi era un monaco benedettino e l’inizio del vangelo di san Giovanni: “In principio era il Verbo”, deve avere sicuramente guidato la sua vita. Il romanzo infatti si apre sotto l’ispirazione della Parola e s’interroga sui suoi vari significati nella vita moderna e di tutti i giorni, una Parola che, anima della Creazione, non viene mai meno al suo compito. È la Parola, infatti, che pone  – dà – continuità tra la vita e la morte (“un unico senso alla morte e alla vita”) ed un particolare di questo romanzo sta racchiuso nel principio che la morte, chiunque sia colui che ne è toccato, è sempre, come la vita, permeata di dignità. Parlando del Cristo sulla Croce Bianchi scriverà: “una richiesta di perdono rivolta a se stesso per avere considerato di poco conto, per troppo amore, perfino la propria morte”. E subito dopo: “perché la morte alla propria morte s’era risolta nella vita nuova, nell’inizio del mondo nuovo.” Ma sarà Rondine il personaggio che, a mio avviso,  meglio evidenzierà questo principio.

Molte pagine di avvio, che si presentano sotto la forma di una corrispondenza (al termine si rinnoverà il dialogo con la stessa, ma questa volta riluttante ed amara, intensità spirituale) tra il protagonista Franco, un novizio che si prende un momento di pausa allontanandosi dal monastero, e il suo maestro dom Placido (che ne diverrà poi abate), si traducono in una specie di ampia e cosmogonica ouverture della storia che viene raccontata, a partire da alcuni mesi prima della caduta del fascismo e, a seguire e soprattutto, dopo l’armistizio dell’8 settembre con l’avvio della Resistenza fino agli anni immediatamente successivi alla conclusione del Concilio Vaticano II.

Il centro dinamico da cui principiano e si alimentano periodicamente le azioni è rappresentato dalla cascina La Campanella, dove vivono i genitori di Franco e dove trovano linfa vitale i sentimenti della Resistenza, e dal vicino monastero, dove conforto e solidarietà fanno da cerniera di collegamento nei momenti più difficili.
Momento dopo momento sono puntualmente ricostruiti i fatti che accaddero e che chi, come me, era appena un bambino, ha appreso più tardi qua e là dalle varie letture sulla guerra.
Luisito Bianchi, affidando il compito a Franco, ha ricostruito ogni cosa con la puntigliosità del cronista e dello storico che non vuole lasciare che niente sia dimenticato. Al di là della fantasia applicata ai nomi dei personaggi, noi ci rendiamo conto di aver trovato un libro che ci racconta, illuminato dalla Parola, tutto ciò che nelle nostre case, nelle nostre città, nelle nostre campagne, accadde in quegli anni.

Non mancano ritratti di uomini, tra i quali Piero, Rondine, Toni, dom Luca, Balilla, Lupo, Miriam, Maddalena (sono solo degli esempi), che ci fanno capire che in un’Italia martoriata e tiranneggiata, molti (anche tra i soldati, tra i carabinieri, tra i parroci) non si tirarono indietro nel momento in cui soltanto l’essere uniti (con particolare riguardo alle varie bande partigiane) poteva restituire all’Italia la sua libertà. Altra cosa, come sappiamo, fu all’indomani della fine della guerra, quando le divisioni ideologiche che erano state sopite, riesplosero in vere e proprie vendette nei confronti delle parti avversarie, dalle quali si temevano rivelazioni scomode. Ad un grande partigiano, che operò fuori da ogni vincolo ideologico, Manrico Ducceschi, e si impegnò sulla linea gotica conseguendo importanti successi, quando minacciò alcune rivelazioni scomode, accadde che fu misteriosamente trovato impiccato nella sua casa di Lucca. Era il 24 agosto 1948, non aveva ancora compiuto 28 anni. A lui ancora oggi, nonostante abbia ricevuto la Bronze Star Medal al valor militare da parte degli Alleati, l’Italia fa mancare colpevolmente un suo riconoscimento.

Un timore che dom Luca aveva espresso nel suo diario il giorno 25 luglio 1944: “Che sarà di questi uomini che vogliono un mondo nuovo? Quali ricordi, quali ferite, quali rimpianti lascerà questa guerra partigiana? Riusciremo a dare un volto nuovo a questo mondo sfigurato dalla violenza?”.
Bianchi pare nutrire una particolare predilezione per le formazioni garibaldine, di ispirazione comunista.  Si vedano in proposito le sottolineature emotive e stilistiche dei garibaldini Balilla, Stalino e del loro comandante Lupo. Un esempio tra i tanti, preso dalle pagine di diario di dom Lucca, quella del 1 agosto 1944. Riguarda il vice divenuto successivamente comandante partigiano Stalino: “I lunghi mesi di lotta hanno fatto di quest’uomo un capo. Lo dico subito perché ho il cuore che trabocca d’ammirazione e, perché no?, di gioia. Anche Marco, certo, e il Capitano sono eccezionali. Ma loro, capi erano già, per capriccio di sorte, coi loro studi, la loro preparazione, la loro capacità di teorizzare. Stalino, invece, s’è fatto qui, giorno per giorno, senza volere diventare un capo, senza preoccuparsi d’avere un potere sugli uomini.”

Sotto questo profilo, la differenza con “Il partigiano Johnny” di Beppe Fenoglio (che si allontanò dalle bande garibaldine, considerate troppo efferate, per militare con le bande azzurre) è notevole.

Infine: a un lucchese come me, nel cui territorio avvenne la terribile strage di Sant’Anna di Stazzema, restano impresse le parole che i partigiani andavano rivolgendo alle famiglie affinché, in previsione dei rastrellamenti tedeschi, abbandonassero le loro abitazioni: “Voi non conoscete i tedeschi, hanno la rabbia nel sangue, ammazzano tutti e bruciano le case.”
Parole che precedono, anche qui, un eccidio, il primo di molti.

Non v’è dubbio che Bianchi riesce a dare con parole efficaci e definitive quello che fu lo spirito della Resistenza. Le troviamo scritte nella lettera testamento che dom Luca (nome di battaglia dom Benedetto) scrive al proprio abate: “le chiedo di non abbandonare mai questi uomini che mi hanno fatto scoprire, sulla neve insanguinata, fra le rocce e i dirupi, braccati dalla forza bruta del potere o esultanti per la speranza d’un mondo nuovo, le orme di Cristo alla ricerca d’uomini liberi per renderli più liberi ancora.”
La Resistenza vi appare disegnata come lo strumento necessario per una cesura rigeneratrice, da cui lasciar crescere una società basata sull’amore e sulla giustizia.
Per questo obiettivo molti uomini-eroi dettero la loro vita. La domanda è: Perché non si è riusciti a realizzare il loro sogno?

Sembra che Bianchi ci dia la sua risposta quando, mentre si svolgono i funerali di Rondine, scrive: “E la resistenza doveva essere difesa con queste memorie onorate, perché in giro se ne sentiva già aria di mercato nero, con tutti quegli approfittatori che avrebbero concesso quante medaglie si volevano pur di farne dimenticare la ragione, i puri ideali per cui uomini come Rondine avevano combattuto ed erano morti.”

Franco, che in realtà ha vissuto il periodo più da spettatore che da protagonista, cosa invece che accade al fratello medico Piero (e ciò lascerà un segno indelebile nella sua anima: “l’inutilità della mia vita”), in un primo tempo la pensa diversamente: “La promessa sarebbe stata mantenuta, ne ero certo.” Ma non durerà molto.
Il lettore sa come sono andate le cose, e le so anch’io che, proprio per questa delusione, arrivato oggi ai miei 72 anni, l’ho testimoniata nel mio tragico e forse irreversibile “La collina del Santo e del Diavolo”.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart