Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
I miei libriRivista d'arte Parliamone

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui
Download VIVERE CON L'ACUFENE.

Bonetti, Leonardo

12 novembre 2010

Racconto di primavera
Racconto d’inverno
“Racconto di primavera”, 2010

Dopo il successo ottenuto con il suo primo romanzo “Racconto d’inverno” (premio Nabokov 2009), uscito sempre per Marietti 1820, l’autore prosegue con quella che diventerà la sua tetralogia, i cui quattro capitoli saranno scanditi dal nome delle stagioni. Ecco dunque il secondo volume, “Racconto di primavera”.
La scrittura crea una serie di figurazioni che alla fine conducono al centro, al punto di attrazione: l’immagine o il sentimento dominante. È una specie di evoluzione che si gonfia per poi mettere a nudo il contenuto. Una particolarità di Bonetti.
Il protagonista è un giovane che sta scoprendo il mondo.
Siamo nelle Marche, nei pressi di Senigallia. Arcevia è il piccolo paese dove queste scoperte avvengono. Lì c’è anche una sezione del partito comunista, in cui le cose non vanno bene e si discute animatamente.
Vicino, a Monte S. Angelo, era avvenuta in tempo di guerra una strage di civili, anche bambini, ad opera dei tedeschi. Mimmo, uno dei personaggi che incrociano la vita del protagonista, ex minatore molto attivo nella sezione comunista, da ragazzo fu portato dal padre a vedere quell’eccidio, perché ricordasse: “Mimmo ricordava (perché “come si fa a dimenticare?”) le teste dei ragazzini da una parte, i corpi dall’altra e la prima sigaretta offertagli dal padre per non fargli sentire il puzzo.”
Il figlio Lorenzo è un po’ diverso, meno impulsivo. Studente, è l’orgoglio del padre, che lo vorrebbe più combattivo.
Guerrino, fornaio e pittore, più giovane di Mimmo e sposatosi con una russa, Mira, è un altro comunista della sezione di Arcevia. Mimmo e lui non fanno altro che discutere, anche litigare.
In casa di Guerrino vive Gaia, nipote rimasta orfana, coetanea del protagonista. Con lei fa le sue prime esperienze amorose, e prova anche per la prima volta la gelosia, giacché Gaia concede e non concede, e ha già avuto storie con altri compagni.
La frequentazione della casa di Guerrino, a causa della presenza di Gaia, a poco a poco fa emergere uno dei personaggi più sofferenti della storia, Mira, la moglie di Guerrino, venuta dall’Ucraina, e mai adattatasi alle usanze del nuovo paese.
Gaia sa delle sue crisi depressive e cerca di aiutarla, anche consigliandole libri da leggere, ma non serve a niente. Guerrino non ne è a conoscenza e scambia i malumori di Mira per le solite lamentazioni delle donne. Sa però come lenirla.
L’autore ci sta introducendo nella carne viva di una vita domestica, in cui lavoro, disagio, amore, inquietudini si mescolano e generano limiti e condizionamenti dell’esistenza.
Gaia è vista come l’amorosa da conquistare, difesa dalla barriera dei suoi segreti. Il protagonista seziona ambienti ed intimità, interprete incerto ma implacabile. Un filmato, ad esempio, che ha colto di sorpresa la ragazza distesa su di un divano, come pure alcune lettere intime scritte da suoi giovani spasimanti, generano un flusso e un riverbero scambievole di sospetti e di sentimenti. Niente è mai semplice e definibile una volta per tutte.
Ci sono momenti in cui la scrittura di Bonetti mostra il suo orgoglio, come ad esempio nel capitolo “I nonni povera gente”. Si fa succosa, umorale, di una scioltezza quasi toscana: “I genitori, Remo e Filomena, sembrarono non capire sulle prime, lui a togliersi il cappello mostrando i capelli appiccicati sulla fronte, la testa tagliata in due come un melone rosso e bianco. Quando provò a pagarlo, il dottore non ne volle sapere. Era un galantuomo, raccontava Irma ogni volta.”
È una scrittura che ha una ascesa continua: prima un po’ refrattaria a mostrarsi, come un’adolescente pudica, infine ambiziosa ed orgogliosa di sé. È da questo capitolo, infatti, che si esibisce con danze e ricami da seduttrice sicura della propria vanità.
Nasce da tutto ciò un apparentamento suggestivo con l’asprezza di un ambiente rurale, che fa della sua ruvidezza una specie di base musicale su cui si innestano le note di questa scrittura corposa e prepotente: “Era di gran pancia Ulisse, infatti, e non passava giorno senza che gli venisse intimato di buttarla giù. Ma lui, con naturalezza, evitava di dare risposta, sua unica reazione un brontolìo interiore di cui non si percepiva che una specie di debole ed incomprensibile vagito. Avrebbe dovuto centellinare le molliche ma, testardo, eccolo mangiare un tozzo di pane contro ogni interesse: la mattina col caffellatte nel bricco rosso e mezzo annerito; la sera, prima che fosse apparecchiato, insieme alle noci e a un bicchiere di vino rosso. Un uomo vitale e pieno di energia, Ulisse, il ventre teso per dispetto, il fisico forte contro ogni cedimento.”
La famiglia in cui praticamente vive il protagonista, la famiglia di Guerrino e di Mira, occupa sempre di più la scena e assume il ruolo di un ambiente formativo che avrà molta incidenza sul futuro del ragazzo. I quotidiani travagli che la scompongono sono le prime efflorescenze di una vita che dovrà marcarsi anche su di lui.
Vi è espressa, inoltre, una intimità che emana nostalgia e tepore, come se lì dentro fosse rappresentata la parte più bella dell’esistenza umana. Come se al protagonista fosse data l’opportunità di assaporarne il nucleo essenziale, irrinunciabile, prima di intraprendere il proprio personale cammino. Le bambine Ghiga e Titti, più ancora della coetanea Gaia, sono il punto di contatto di una vitalità che nessun uomo può perdere per sempre, ma anzi, è destinata a presentarsi dentro di noi e a sollecitarci ogni volta che ci troveremo di fronte allo smarrimento e alla paura: “Una carezza che attraversa la casa con eleganza, seppure ingenua, ecco cos’era Titti.” Il breve capitolo dedicato a Titti, “Titti e il pattinaggio” è uno dei più densi e sensibili del romanzo: “Un’ombra la macchiava, un’incrinatura su una fragile superficie. In quel momento non mi sembrò ci fossero tra noi dodici anni di troppo. Fortunatamente fu solo quella volta. E me ne dovetti dimenticare in un minuto per potermene ricordare per sempre.”
Il libro appare, perciò, come un ritorno della memoria ad una fase nascente della vita, in cui ogni emozione si imprime su di noi e ci rende speciali e unici.
Le descrizioni dei personaggi, soprattutto quelle di Mira, di Titti, di Ghiga e di Gaia (descrizioni al femminile, dunque) sono sempre rapide e intense, tali da trasformarsi subito in tracce dell’anima. Questa è Mira, desiderosa del mare: “Immobile e sdraiata sull’asciugamano a non pensare e a godere del calore sul corpo abbronzato e pieno di creme. Lei desiderava solo essere il suo corpo. Il suo corpo dopo il parto, diventato di nuovo il corpo di ragazza bionda ucraina e vergine d’una verginità assoluta perché animalesca. Lei era un animale e sarebbe ridiventata subito, ancora, asciutta e agile pur dopo tre figli e più di trentacinque anni.”
Questa è la mamma dell’amico Lorenzo: “la mamma di Lorenzo pareva una piccola creatura insignificante, una donnina consumata dentro la vita come un fuoco ilare, insipido; sebbene la vita, dico, ci parli anche in quel modo, con quella stretta di mano debole, molle, un po’ indolente.”
Altri personaggi femminili, come le amiche di Gaia, Francesca e Giulia, rimbalzano ogni tanto a formare un mosaico nel quale spavalderia, incertezza dei sentimenti, paura e gelosia, appaiono come pietruzze malferme in grado di trasformare la giovinezza in un viaggio dalla meta indefinita, e forse irraggiungibile.
Abile nei ritratti, vi giunge a volte partendo da lontano e creando l’atmosfera giusta, com’è il caso del professor B. della Facoltà di giurisprudenza dell’Università di Urbino, dalle “folte sopracciglia, candide esattamente come i capelli a spazzola, profumati i capelli e le sopracciglia di una bonarietà d’altri tempi, delle buone maniere dei tempi che furono. Ma sopracciglia arcuate, svirgolate verso l’alto, come di gatto o felino che dir si voglia.”
Tratti minimalisti affiorano a poco a poco e s’impongono: minute discrezioni di colloqui e di faccende che l’autore non desidera consapevolmente liquidare con una sintesi, ma drogarle nella composizione di un mosaico minuzioso come la vita di tutti i giorni.
Talune con una certa pervasività, come la partita a scacchi tra Lorenzo e lo spretato Igor: “Quella partita lunga un secolo. Lorenzo, in particolare, vi metteva qualcosa di ossessivo, una specie di ‘ottusa variazione della follia’ come una volta l’aveva definita Igor di fronte a me e a Gaia.”
Igor è un personaggio mezzo bohemien e mezzo filosofo, indagatore indefesso dei fili che reggono l’esistenza nel vano tentativo di decifrarli. Ne discute con passione, soprattutto quando il suo interlocutore è il serioso e amletico Lorenzo.
Bonetti non si tira indietro su temi ardui come questi e vi dedica pagine che paiono nascere dall’imponderabilità e dalla indefinibilità di tutto ciò che passa dinanzi agli occhi del protagonista.
Insieme coi compagni, alcune passeggiate nei boschi danno l’opportunità di riflettere sulla condizione umana e misurano la distanza tra una natura libera e selvaggia e la ridotta capacità dell’uomo di sentirsi libero: “La tua libertà la misuri solo se sei in grado di liberarti.”
Una breve scossa di terremoto congiunge di nuovo l’uomo a Dio. Si affaccia il divino su di una natura che potrebbe essere anche crudele, se non ci fosse Dio a dare una speranza di misericordia. La processione che si snoda sulla collina è il cammino obbligato dell’uomo ogni volta che si smarrisce.
Non è un caso che nella parte finale il protagonista si immerga nella natura alla ricerca di Titti e Ghiga, scomparse misteriosamente da casa, ed è lì, nella natura, che le ritrova, all’alba del giorno di Pasqua, mentre dentro di sé avverte l’avvio di una propria attesa resurrezione: “mi sentivo invaso dallo spirito di ogni cosa, come potessi avvertire le acque e i metalli sotto terra, una resurrezione promessa una volta, poi non mantenuta e oggi, di nuovo attesa.”
In mezzo al bosco signoreggia un vecchio albero-trino. Intorno a sé sembra richiamare una specie di danza della vita. Insieme a Titti e a Ghiga sembrano accompagnarsi figure eteree, come anime universali: “Senza quell’albero – pino, cedro o cipresso – niente avrebbe preso forma e la vita sarebbe inaridita. Perché a quel punto le fronde si popolarono di piccoli esseri deformi, ilari, sgambettanti. Ed io non potevo credere ai miei occhi mentre i riflessi della luce si prendevano gioco di me in modo tanto dolce.”
Il cammino del protagonista sta per concludersi. Una specie di misticismo lo invade, e sarà ancora un’ascesa, quella verso il Monte della Guardia, che riuscirà a sanare le tristezze e le delusioni della sua giovane vita.

“Racconto d’inverno”, 2009.

L’autore, classe 1963, è leader di un gruppo musicale romano, “Arpia”, e il libro – il suo esordio nel romanzo – è parte di un progetto multimediale che include anche il nuovo cd degli Arpia, che ha lo stesso titolo ed è uscito per l’etichetta francese Musea.
C’è una misteriosa guerra tra due bande rivali. Nel tentativo di fuggire, il protagonista scopre nella boscaglia una casa diroccata, forse una residenza estiva di una famiglia nobile, in disuso da molto tempo. Ne è attratto. Vi abita uno strano individuo dallo “sguardo di civetta” (sapremo che è un bambino), il quale si propone di guidarlo in un luogo sicuro lontano dalla guerra. Inizia così un viaggio tra realtà e sogno, in cui i piani interpretativi diventano molteplici e carichi di un simbolismo dai molti significati. Uno di questi è la fuga da una realtà rapace e eternamente conflittuale verso un destino incognito, al quale ci conduce un percorso intriso di mistero. Un’avventura dello spirito da cui la ragione si lascia avvolgere e guidare. Un abbandono tanto più necessario in quanto è il solo che possa aiutarci a oltrepassare un confine, di cui al momento riusciamo a percepire soltanto il respiro liberatorio. La scrittura, un po’ sofferta in principio per qualche residuo di impurità, a poco a poco si adegua al viaggio e ne assimila i contenuti onirici. Occorre, infatti, una lunga consuetudine con un mondo che non può essere mai del tutto esplorato. Non è facile dare ai sogni un senso che tracci un percorso netto e illuminante anche per il lettore. Spesso la carica di simbolismo è tale da rischiare di introdurlo dentro un autentico labirinto, il cui esito è quasi sempre un addensarsi di intuizioni e sensazioni variamente interpretabili. L’uomo-bambino che fa da guida al protagonista ha subito delle atrocità nella sua casa, in conseguenza della guerra; i suoi genitori sono stati massacrati, e lui stesso è sfuggito per miracolo alla morte; la sorella invece è riuscita a scappare. Questa sorella incombe nella storia, e la sua presenza arriverà a dominare e ossessionare i pensieri del protagonista, che non ha un nome, come senza nome sono tutti i personaggi.
Dentro la casa, infatti, la stanza di “lei”, nascosta in qualche parte, sembra attrarlo in virtù di una forza misteriosa che si è impossessata della sua mente (“Il mistero era solo un mio incubo privato”). La fuga dalla guerra, dunque, si interrompe di fronte al mistero di quella casa.
Lasciato solo dalla guida-bambino (“lui“), egli inizia un’ispezione scrupolosa, nel corso della quale paure, ombre, presentimenti, allucinazioni diventano i simboli di una ricerca: la ricerca di un’aspirazione sopita e che le circostanze della guerra hanno ridestato. La sua intimità, ossia, atterrita dalla guerra, aspira a rifugiarsi dentro uno spazio non più misurato dal tempo, una “non vita“. La casa si trasforma, così, nell’inconoscibile che si offre a noi come una prova, di cui resta incerto l’esito finale. Un po’ di “Shining” (nella casa si è consumata una tragedia, di cui si avverte ancora l’occulta presenza) e un po’ de “Il posto delle fragole” (un orologio senza le lancette) sembrano inserirsi nella fervida e orrifica (si pensi al lugubre cimitero in cui capita il protagonista) fantasia dell’autore, in un vortice di immagini, in cui ogni visione sembra dirigersi e frantumarsi dentro un ingranaggio subliminale: “Ero sdraiato sul materasso maleodorante della mia camera mentre cercavo di ripensare alla casa nella forma che aveva preso corpo dentro di me.
La casa si rivela un labirinto immerso nell’oscurità, come d’altronde lo è anche la vita; essa diventa metafora del rapporto che ciascuno di noi ha con la propria esistenza (“La mia via dunque era solo una fuga; eppure non sapevo bene né da cosa, né tanto meno verso che cosa.): ritornano il mistero, il buio, l’ansia e l’angoscia che accompagnano la vita di ognuno. Il riferimento ad Edgar Allan Poe è obbligatorio in tutte le opere che, come questa, interiorizzano la ricerca del proprio io.
Le descrizioni dei paesaggi assumono valenze surrealiste, con scorci la cui orrificità è il riflesso di una immaginazione scossa e allucinata: “Eppure i larici scheletriti mostravano dita ostili, e solo piccoli fiori bianchi, della stessa insolita specie, sbocciavano tra le pietre. L’aria grigia, muta della voce degli uccelli, conservava nel fondo valle deserto una bellezza scomposta.”
La seconda parte, che è anche la migliore e stilisticamente più matura, va acquistando a poco a poco una coloritura gotica, dentro un percorso che avviene quasi interamente nel buio scantinato della casa, dove la guida è andata a nascondersi per compiere strani rituali. L’autore usa minutamente descrivere i propri movimenti, così che non ci abbandona mai l’impressione del labirinto interiore in cui, sebbene vi compaiano ogni tanto deboli riflessi di luce, essi non riescono mai a scalfire la sensazione di paura e di solitudine che accompagnano il protagonista. Una “sterminata” biblioteca piena di libri antichissimi e ammuffiti, confinati nell’oscurità, tracciano il segno di un decadimento della civiltà prodotto dalla guerra, la quale assedia e tramortisce la mente. Probabilmente quei libri “rappresentavano l’unico tramite di un universo in cui si sarebbe potuto ancora credere sotto l’assedio della guerra”. Mandarli in rovina voleva dire “far perire nella maniera più dolorosa possibile la causa stessa di quel sogno, di quella speranza, di quella fede.”
Quando arriveremo alla parte finale e scopriremo la stanza di “lei“, ci renderemo conto che abbiamo percorso una storia di morte, in cui speranze, attese, paure, desiderio di fuga, si sono bruciati e ricomposti in un amalgama nuovo e immemore: “Né so cosa sia la vita; la guardo da quaggiù, da questo interregno senza nome che chiamo non vita. È il luogo migliore da cui poter raccontare la mia storia solo per far sapere che un giorno ho cessato di esistere.”


Letto 3736 volte.


2 Comments

  1. Comment by Giacomo Gorri — 30 maggio 2009 @ 14:21

    Questo libro è davvero straordinario. Ho avuto modo di leggerlo recentemente e devo confessare che all’inizio ero un po’ scettico, ma poi man mano che avanzavo a leggerlo mi ha conquistato fino in fondo.
    Era tanto che non mi capitava.

  2. Comment by Bartolomeo Di Monaco — 30 maggio 2009 @ 14:37

    Grazie dell’attenzione, Giacomo.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart