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Borgese, Giuseppe Antonio

25 aprile 2019

I vivi e i morti

I vivi e i morti, 1923

Eliseo Gaddi (detto anche Elìo), insoddisfatto, è in cerca del suo destino. Torna a Miriano, un paesino della pianura padana, nella casa della madre Fiora (detta Fifina e anche Fiorina) e vuole fare il contadino, come il fratello, maggiore di quattro anni, Michele. La scrittura che apre il libro è ampia, malinconica, piacevole. Alcune atmosfere richiamano quelle dei maggiori romanzi di Federico Tozzi, morto il 21 marzo 1920. Il fratello Michele è scorbutico e con lui i rapporti sono tesi, anche per questioni di eredità tra i due. Elìo vorrebbe andarci d’accordo, ma non è facile. Nemmeno la mamma ci riesce. L’ambientazione rustica, in una campagna dove il lavoro della terra è la sola risorsa per vivere, dà al romanzo un certo calore che ce lo intimizza: “Il sabato Elìo visitava il mercato. Aveva ripreso l’abitudine di andare con le mani sulla schiena, e si mischiava alla folla, o stava a lungo fra i pilastri, assuefacendosi alle cadenze della parlata, e studiando nei dialoghi che gli arrivavano all’orecchio i modi lenti e prudenti di contrattare, e la cortesia che abbelliva la cautela.”. Borgese sa scrivere e sa creare ambienti e sensazioni. Ancora: “Poi il cielo nuvoloso si tinse di un verde putrido, e un lampo scattò. Subito si udì come uno schiocco di frusta, e la grandine s’abbatté sfasciandosi appena a terra in un acquaio livido che il vento arava come la superficie di un lago.”. Descrizioni che ci fanno ricordare la Deledda e anche il Verga. Le emozioni si susseguono, suscitate da una penna che sa il fatto suo e che sarebbe tempo di riscoprire e di ripubblicare. Sa risolvere con asciuttezza scene che facilmente cadrebbero nella malinconia più estrema (si veda ad esempio la corsa di Michele in groppa al cavallo Flavio sotto il temporale e la grandine e la conseguente sua morte, con dolore della madre Fiora); la sua scrittura trova sempre la forza di sollevarsi prima di lasciarsi andare al melodramma. Ricorda ogni tanto il Leopardi e il Manzoni, rivelando con ciò quali siano i suoi appoggi sicuri: “gli scheletri sono identici. Se si potesse radiografare Manzoni si vedrebbe ch’è quasi per l’appunto come Leopardi.”. Altri esempi di tale controllo sono la visita di Elìo al cimitero e l’incontro con Teresa, la vedova di Michele, entrambi descritti nel capitolo II.

È già leggibile un tema importante del romanzo, che affiora in virtù della morte del fratello Michele: la forza del ricordo, il quale mantiene intatta la vita di chi non c’è più: “quando vedo me e mio fratello così, non posso credere alla morte.”. E allorché, talvolta, il ricordo si affievolisce, scrive: “Dà molto dolore quest’impossibilità di perpetuarsi sulla terra.”. Vi si innestano i temi della fede e dell’eternità, già evidente nel dialogo sotto le stelle tra Elìo e la madre: “Mamma, mamma, tu che m’hai dato la vita fammi credere nell’eternità.”.

Intanto, ma come dietro un velo, resta presente la figura di Teresa, la vedova del fratello Michele. È riservata, silenziosa, consapevole della differenza di classe tra la sua modesta famiglia e quella del marito defunto, il quale l’ha sposata soltanto in punto di morte. Eliseo, ogni volta che va a visitarla, è incuriosito dalla sua persona, prova una specie di attrazione per il mistero che governa una donna poco aperta e poco conosciuta. Teresa teme che il cognato s’invaghisca di lei. La presenza di Teresa, anche per il tempo che apparirà dimenticata, sarà avvertita dal lettore.

Borgese muove abilmente i fili; lascia infatti a noi il piacere di intravvedere, di indovinare, di prevedere. Un esercizio non facile, ma attraente. Per di più (alla maniera che userà nel cinema Fellini qualche decennio dopo, il quale incastonerà la trama dei suoi film di improvvise screziature), anche Borgese si allarga in morbide cesellature  nelle quali va a posarsi volentieri la fantasia del lettore. È – solo per fare qualche esempio – il caso della descrizione del ballo delle contadine, o del fiore preferito dall’autore, l’ortensia, o perfino di un funerale e di un cimitero, o il discorso del padre di Illa, professor Fortunio, tenuto  in occasione della propria festa. Oppure questa, del palmo della mano di una delle sorelle Leri, Nelly (o Illa): “e guardò invece, e si può dire che scoprì, quella palma bianca ignuda con le sue prominenze ben decise e spiecate alla radice d’ogni dito, con le sue linee misteriose, pallida e morbida come un piccolo ventre.”. Di Illa, sposata, avremo un bel ritratto nel capitolo VII. Riguardo alla bocca di una zitella americana che sta davanti a lui nello scompartimento di un treno, scrive: “Ma ella rise di cuore, così che la bocca riparata, ove non mancava oro sui denti né pellucce aride sulle labbra, diventò fresca.”. Nel VII capitolo ci offre una esemplare descrizione di un libro che brucia nelle fiamme di un caminetto e anche di una partita di caccia sull’Adda. Sono così accurate e riuscite che compensano mirabilmente alcune cadute melodrammatiche, come l’incontro nel VI capitolo tra Illa e Eliseo che commentano insieme i versi di una poesia di Dante Gabriele Rossetti e, sempre nello stesso capitolo, la gita in gondola in una Venezia che richiama quella descritta da Thomas Mann in “La morte a Venezia”, del 1912.

Eliseo è un personaggio preso tra due palme, quella della vita che gli dà una transitoria ebbrezza, e quella della morte che lo adagia su cupi pensieri. I vivi e i morti altro non sono che la vita e la morte, le quali circondano, sempre insieme e non mai lasciandoci, visibili o meno visibili, ciascuno di noi: “come fa a sopportare tutti questi odori dei vivi e dei morti?”.

Eliseo e Illa sono innamorati, ma sul loro amore incombono tristi presagi, che hanno la forza di frenare ed immalinconire la loro felicità. C’è stato l’assassinio dell’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando e nell’aria si avvertono i preparativi di guerra (che farà da leggero sottofondo fino al termine del romanzo). Eliseo pensa al dopo e ne ha paura: “ci sarà difficile vivere in un mondo diverso da quello in cui crescemmo. Io ho l’impressione che le idee, i sentimenti nostri fanno naufragio, e che quest’altra generazione parlerà una lingua per noi incomprensibile.”. Non pensa più al matrimonio e decide di tornare dalla madre, a Miriano, e condurvi, in una povera stanza al piano terra, una volta adibita a magazzino, una vita umile e solitaria: “aveva preso l’abitudine di dormire alla luce d’un lumino di cera, di quelli che bruciano dentro un bicchiere.”. Si dedica allo studio dell’Aldilà, dei vivi e dei morti, della reincarnazione, dei pellegrinaggi delle anime dei trapassati, dell’abitabilità dei pianeti. Ha rivisto Teresa, impacciata e vergognosa davanti a lui: “l’atto che ella faceva di alzarsi al suo entrare, l’incorreggibile confusione con cui accettava la mano ch’egli le porgeva senza osar di stendere la sua, il moto fuggiasco delle pupille nel bianco degli occhi: occhi neri plebei, indecifrabili, belli.”. Gli appare Michele che in sogno gli offre i tortelli con l’uvetta e lui è contento perché gli sembra che si siano riconciliati. È un romanzo di fughe e ritorni: “gli pareva di essere durante la notte e le ore di solitudine nel regno dei morti e di tornare, appena per poche ore del giorno, nella compagnia dei vivi.”. Sembra, inoltre, che dall’Aldilà Michele prema per ritornare: “E forse Michele dormiva non lontano.”.

La solitudine in cui Elìo si è rinchiuso è acuita dalla partenza di molti vicini chiamati alle armi. Cerca di rifugiarsi nei ricordi, ma dice alla madre: “Ma ora, che effetto fa restare così soli!”, e poco oltre leggiamo: “Il pensiero della morte stava chiuso in fondo alla sua anima come una bolla rimasta dentro un cristallo.”. Nemmeno l’arrivo del Natale, con la guerra avviata, metteva più allegrezza: “Nei giorni di Natale scesero anche a Miriano i suonatori con le cornamuse e i pifferi di legno. Specie i pifferi, con le loro intonazioni agre e nebbiose, davano la nostalgia delle lontananze, e il cuore all’udirli si faceva pellegrino.”. C’è poco da fare. Nelle descrizioni, senza alcuna eccezione, Borgese è un maestro. Non ci sono mai cadute, come invece può succedere nei dialoghi. Catturano e ci immergono nelle loro suggestioni. La monta dello stallone Folo, descritta nel capitolo X, desta ammirazione e compiacimento.

Le sue riflessioni, soprattutto nella condizione di solitudine che si è scelta, non mancano di rivolgersi drammaticamente a Dio: “Certo che Dio esiste, che il mondo è  di Dio. Ma dove è Egli? com’è?”; “E temeva la vecchiaia non lontana.”. Su questi temi e sui misteri e fantasmi della vita, centrale è il capitolo IX: “Non si vedeva nessun lume umano sulla pianura, e il pianeta dov’era nato gli pareva deserto; senza né frastuono né guerra, con lui viandante negli spazi, e sua madre e i corpi dei morti che il suolo ricopriva appena.”. Nello stesso capitolo troviamo una breve ma intensa descrizione di una nevicata: “Parevano petali d’ortensie pallide, sfogliate a miriadi. Poi il cielo s’imbiancò; e la neve scese fitta e impalpabile come una farina di riso. Elìo salì al piano di sopra per vedere i tetti di Miriano. I comignoli erano marmorizzati; parevano guglie d’un gran duomo gotico. Il cielo era basso e vicino. Si toccava. Gli alberi si facevano cenni di silenzio.”. Vi si incontrano anche reminiscenze della Invernizio, soprattutto nella seconda parte (tutta la storia dello zio Alvise assassinato e del quale il nostro protagonista immagina ogni tano di essere la reincarnazione). Si legga anche: “A casa Seragni, quando non c’erano intrusi e specialmente quando non era annunziata la visita di don Fausto, si parlava molto di spiriti e di vita astrale e di reincarnazioni.”. La descrizione di una seduta spiritica è presente nel capitolo XI, mentre, vicini alla conclusione del libro, assistiamo alla visione di un Aldilà in cui Elìo e il fratello s’incontrano, che pare un dipinto.

Viene confermata, così, nell’autore, una sensibilità non comune, intuitiva e allo stesso tempo rivelatrice: prima di morire la madre di Elìo dice alla figlia Agata, che è al suo capezzale: “Mi sento scendere – disse lei. E veramente sentiva un peso blando che la traesse pei piedi e la facesse scivolare lungo una superficie in discesa.”. Quando il figlio apprenderà della sua morte, dirà: “Ora sono proprio senza radici. La prima ventata mi prende.”.


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