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Brandys, Kazimierz

7 novembre 2007

Hotel D’Alsace e altri due indirizzi
La madre dei Re

“Hotel D’Alsace e altri due indirizzi”

E/O, pagg. 152. Euro 6,71

Non dev’essere facile accostarsi alla vita di un artista importante. Si sa già che, da chi si voglia cimentare in questa impresa, si esigerà molto. Un artista è una specie di Dio minore: le sue qualità sono vaste e profonde, complicato assai misurarle e comprenderle.

Brandys ne affronta tre di questi grandi, che hanno tutti abitato a Parigi.

Si comincia con Oscar Wilde (soggiornò presso l’Hotel d’Alsace, piuttosto modesto e che non esiste più con quel nome) e tutto il dramma della sua sfortunata vita emerge nella malinconia rassegnata di un disfacimento non desiderato ma ineluttabile: “In albergo, quando scendeva a pranzo, i turisti inglesi lasciavano la sala.” Dopo aver espiato la condanna al carcere, Wilde emigra infatti in Francia sotto il falso nome di Sebastian Melmoth. Tutto si disfa della sua vita: “I suoi due giovani figli avevano cambiato nome”. È costretto ad elemosinare presso gli amici rimasti, tra cui André Gide. Il suo stato fisico era così malridotto che Gide non poteva evitare “l’imbarazzo che il suo abbrutimento gli suscitava”. Perfino era costretto, Wilde, a mettersi, quando le poche volte sorrideva, una mano alla bocca poiché “Aveva i denti guasti”.

Numerosi dettagli sulla sua vita dopo il processo e la pena scontata nel carcere di Reading, ci dànno l’immagine di un uomo colpito ma indomito, e la bella gigantesca tomba che si può ammirare nel cimitero parigino di Père Lachaise è lì a dimostrarci l’affetto di cui l’autore de “Il ritratto di Dorian Gray” ancora gode nel mondo.

Il libro riverbera su noi lettori il fascino dei personaggi descritti. Una curiosità, qualche volta soltanto intellettuale, ma talora anche pruriginosa, ci prende, giacché l’autore, con una penna tanto amabile quanto prudente, ci accompagna lungo un itinerario non facile, fertile tuttavia, percorso quando con passione, quando con cinismo, quando con ostinata furia, da uomini senza dubbio straordinari, destinati all’immortalità.

Di Gide mi ha sorpreso apprendere la sua disponibilità ad “adeguarsi alle opinioni degli altri, cambiando improvvisamente le proprie. Qualcuno lo ha chiamato ‘traditore nato’ “.

A giustificazione di questo suo carattere viene ricordata la sua infanzia vissuta in un ambiente familiare in cui si aveva il “padre protestante nato in Linguadoca e una madre cattolica, originaria della Normandia.” Una natura “camaleontica”, la sua, la definirà la moglie-cugina Madeleine.

Rue Vaneau, a Parigi, è la strada dove visse Gide, e dove morì, e il “Vaneau” era un circolo letterario che gravitava intorno alla importante “Nouvelle Revue Française”. Vi si discuteva di tutto, ma soprattutto di letteratura. Marie van Rysselberghe, che, dopo la morte del marito – il pittore Théo – seguì Gide dappertutto e fu vicina a lui sul letto di morte, ne raccontò la vita pubblicando i suoi minuziosi appunti ne “Les Cahiers de la Petite Dame”, giudicati “un inconsapevole e stupefacente romanzo.” Questa donna, “narratrice ed eroina al tempo stesso”, meriterebbe una trattazione a parte per la specialità davvero rimarchevole della sua vita. Pur amando Gide, non si sa quanto segretamente, non si oppose a che questi realizzasse con la figlia Elisabeth il suo desiderio di avere un erede.

Particolare curioso, ma non insignificante, è che Gide vigila sulla figlia Catherine, avuta da Elisabeth, affinché “non stringa amicizie irregolari”. Eppure: “Fu il primo ad avere il coraggio di scrivere senza infingimenti della propria omosessualità.” Sono ancora l’incertezza, la sua formazione complicata, il tormento che gli procura la sua diversità a renderlo prigioniero di una mentalità, che lui stesso ha cercato di forzare nei confronti degli altri: “tutta la personalità di Gide era un enigmatico coacervo di contraddizioni.” E ancora: “è ambiguo come la vita.”

“Mi piace piantare spilli addosso alla gente” è una delle tante frasi che l’autore ha annotato leggendo i diciannove volumi che compongono il diario di Paul Léautaud, intitolato “Journal littéraire”. Come si è già visto coi “Cahiers” di Marie van Rysselberghe, Brandys si avvicina ai suoi personaggi avvalendosi del contributo di testi letterari che li riguardano, come sono appunto questi diari, che diventano per lui materiale di estremo interesse per entrare, attraverso l’osservazione della loro esistenza di tutti i giorni e le annotazioni di diaristi eccellenti, nella vita “altra” da quella che si manifesta nelle loro opere. E in ciò, si deve riconoscere che Brandys è dotato di un’attitudine speciale, catturando, senza tediare mai, il nostro interesse.

E Léautaud è personaggio a cui non mancano di certo gli attributi per suscitare la nostra attenzione. Considerato una leggenda dai francesi, nei suoi diari non risparmia nessun tipo di annotazioni, come questa ad esempio, che riguarda l’episodio del funerale del marito della sua amante, madame Cayssac, chiamata la Pantera o anche Flagello: “Lunedì 8 settembre. Cremazione. La sera rapporto molto piacevole. Si concede tutta al piacere.” Oppure quando è tentato di chiedere alla sua attraente madre di far l’amore con lui.

È il medesimo Léautaud che, ancora giovinetto, riconoscendo Verlaine seduto ad un tavolo con una signora, gli manda immediatamente un mazzetto di viole, e poi si nasconde alla vista del poeta, che cercherà invano con lo sguardo il suo misterioso ammiratore.

Della gente non gli importava nulla, e meno che meno di ciò che pensavano di lui. “Si stupiva che per strada la gente si fermasse ad osservarlo, non rendendosi conto di attirare l’attenzione con il suo aspetto di straccione, dandy e clown insieme.”

La sua casa in rue Guérard (è questo il terzo indirizzo del titolo) non era da meno: “In ogni angolo c’erano cani e un’infinità di gatti, alcuni molto belli, altri miseri, spelacchiati o rognosi, altri ancora stesi e immobili, come se stessero per morire.”

È il personaggio per eccellenza che emerge da questo libro, più di Wilde e di Gide. Sentite con quanta franchezza fa questa osservazione: “Della compagnia di una donna con cui non vado a letto, non so che farne! Che resti a casa sua!” E sull’assassinio di Ghandi: “Gli sta bene. Così impara ad occuparsi della felicità altrui.”

Della sua concezione del mondo, quasi al termine della sua vita, scrisse: “Antipedagogica, antipopolare. Anarchica per temperamento, forse è questa la definizione più adatta.”

Per chi ama le biografie, un libro che è più di una biografia.

“La madre dei Re”

 Feltrinelli, 1959, pagg. 224.

Varsavia. Lucia Krol, trent’anni, è vedova di un marito ubriacone finito sotto le ruote di un tram. Ha quattro figli e si arrangia come può. È lei la protagonista, la madre dei Re del titolo: Krol in polacco significa infatti Re. Vittorio Lewen, un impiegato presso lo studio dell’avvocato Stecki, e collaboratore, per volontà del partito, del settimanale clandestino “Volontà del popolo”, cerca di aiutarla. L’atmosfera è quella cupa degli anni subito dopo la prima Guerra mondiale, di una Varsavia barcollante e stremata, in cui il partito clandestino filo sovietico cerca di rovesciare il governo autoritario e nazionalista del Maresciallo Pilsudski, che ha inviato spie dappertutto, ed anche Lewen è pedinato per certe frequentazioni. Sembra che Brandys abbia voglia di correre con la sua scrittura. I suoi tratteggi sono rapidi, i passaggi fulminei, tali da mettere a dura prova la nostra capacità di concentrazione. Molte volte, infatti, lascia a noi il filo della ricostruzione di alcuni fatti, di cui ci narra le conseguenze come se fossero stati da noi già conosciuti. Diverso, assai diverso, dall’altro libro che leggemmo: “Hotel d’Alsace e altri due indirizzi”. S’incontra qui una personalità di narratore forte, sicuro di sé, capace di forgiare uno stile che sfida la nostra intelligenza.

Con la sua scrittura stretta, quasi chiusa alla luce, buia come le prigioni di quegli anni, ci costringe a non distrarci, e a poggiare l’occhio nei pertugi nascosti tra le sue parole, veri interstizi aperti tra sbarre che si affacciano su di una realtà dalla quale non si riesce mai ad affrancarci del tutto, poiché contorta, cinica, viscida, intollerante, spietata, nemica, insomma, e superba: “Ma che c’era ancora di umano, a quei tempi?”

Quando scoppia la guerra, e i tedeschi invadono la Polonia, Lucia sa arrangiarsi, e dagli uomini riesce a trarre il suo profitto (“i fornitori la facevano bere e volevano sempre la stessa cosa”), sicché, conosciuta ora con il nomignolo di “marescialla”, stava meglio di prima. I suoi figli lavorano, son ben nutriti, sanno cavarsela. Intanto per le strade della città: “alcuni ebrei, contrassegnati da stelle gialle, stavano sulle soglie dei portoni”. Sono le prime stigmate della nuova guerra: “l’uomo, quando ha fame, squarta anche il suo cavallo. Ma quando viene il giorno che prende in mano la scure e squarta un altro uomo, nulla può più servirgli ad evitarne la maledizione.”

La causa rivoluzionaria è qui rappresentata dalla figura di Lewen che Lucia nasconde ai tedeschi nella sua casa. Il suo comportamento e i suoi pensieri, anche quando ammaestra alla rivoluzione uno dei figli di Lucia, Clemente, sono improntati ad una cieca fede per la causa e verso il partito, il solo in grado di guidare una rivoluzione: “ogni tuo pensiero e ogni pensiero altrui, se è diverso da quello che il partito richiede, rappresenta un ostacolo obiettivo alla causa che è tua e nostra.” Siamo passati, dopo uno scorrere veloce di avvenimenti, dentro i motivi, le ansie e le paure della Resistenza, che si snodano in passaggi che anche la nostra letteratura ha conosciuti. Medesime sono le ragioni e le crudeltà dell’oppressione, medesime le ragioni e le rivolte in nome della libertà. Ciò che caratterizza la storia di Brandys è l’asciuttezza delle sue immagini, quasi mai sfiorate dalla linea, nemmeno tenue, del sentimento, quasi che la fedeltà e la dedizione alla causa di Lewen siano riuscite qui a chiudere, ad ottundere, il cuore degli uomini. Lewen non ama se non la rivoluzione, ed il suo è un amore cerebrale che lo gonfia della sola certezza possibile in lui: il trionfo del destino sulla sorte degli uomini: “Tutto s’era avverato.”

Lucia, invece, la madre dei Re, ha dentro di sé la forza istintiva della sopravvivenza, tanto assoluta in lei da rendere insignificante qualsiasi tipo di realtà con la quale debba fare i conti, perfino quella successiva all’insurrezione che libererà la Polonia e le darà un nuovo governo. Prigionieri alcuni dei suoi quattro figli, lei è dominata da un solo pensiero, riaverli con sé: “Ne ho già due […] mi mancano ancora Clemente e Romano.” Avere tutti i suoi figli con sé, questo è il punto più alto della sua vita. Anche se, tuttavia, la realtà non è mai indifferente ai nostri destini, e infatti: “quantunque i suoi quattro figli fossero tutti vivi, lei aveva perduto una parte di ognuno di essi; era come se un quinto figlio, inesistente, fosse morto in guerra.”

Ed è proprio a partire dai figli che inizia il momento della resa dei conti della rivoluzione. Alcuni, come i gemelli Zeno e Romano, cominciano a litigare, non più sicuri che il cambiamento sia davvero possibile e in atto: “Il padrone può cambiare, ma la museruola è sempre quella.” Brandys martella con il suo stile, che si fa ancora più telegrafico, fulmineo nei passaggi. Quando l’ex partigiano Lutyka è sottoposto a processo davanti a Lewen per aver dubitato della rivoluzione, l’atto di accusa di Brandys si fa esplicito: “Non c’erano innocenti. Ognuno prendeva la parola per annientare, con l’accusato, i propri pensieri.”

E da questo momento gli avvenimenti precipitano fragorosamente, la storia si incupisce, s’intristisce, ci fa inorridire, s’incrinano le certezze (Lewen arriverà a rimpiangere la libertà che godeva entro le quattro mura della cella in cui fu rinchiuso dalla Gestapo), e anche se ormai conosciamo bene le conseguenze di un mostruoso fanatismo di questa specie capace di generare una macchina stritolauomini (“Le verità che la vita rivela sono soltanto retroattive e mai precorritrici.”), ciò nonostante non possiamo fare a meno di provare pietà per noi stessi e raccapriccio per ciò che siamo stati e potremmo ancora diventare. “Forse esistono trionfi e disfatte che non si possono attribuire all’uomo singolo, ma devono ascriversi a tutta l’umanità.”


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Bart