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Brautigan, Richard

7 novembre 2007

Pesca alla trota in America

“Pesca alla trota in America”

Marcos y Marcos, pagg. 152. Euro 11,88

Pesca alla trota in America, che dà il titolo al libro, assume con le sue cinque parole una forma monolitica, un vero e proprio soggetto, che si sposta nella storia alla maniera di un blocco indivisibile e trasparente, dentro il quale si può vedere come da una sorta di lente di ingrandimento, che cosa? Un andirivieni di accadimenti e di memorie che si snodano tra realtà, visioni, nonsensi, paradossi, allucinazioni, per mezzo di una scrittura sfrigolante come una foglia secca, che si insinua all’interno di una struttura sensibile ad ogni volo dell’immaginazione, ma anche volutamente irriverente e provocatoria. Del resto lo scrittore appartiene a quella generazione degli arrabbiati che tanti segni di genialità ha lasciato nella letteratura americana e non solo. Siamo nell’estate del 1961. Il protagonista, con la propria donna e una figlia ancora bambina, se ne va in giro per l’America alla pesca della trota.

Lungo il percorso, John Dillinger, la pianta carnivora Cobra Lilly, le bevute di porto, le pulci, le alborelle, il razzismo, la pena di morte, il sistema previdenziale, il comunismo, la prostituzione (sono solo alcuni esempi), dànno l’occasione di aprire spaccati di vita di un’America che si avviava a sbalordire il mondo coi suoi movimenti libertari. Il manicomio diventava per molti degli artisti “un asilo per l’inverno. Parlavano di quanto si sarebbe stati al calduccio in quel certo manicomio, televisione, linde coperte su morbidi letti, sughetto di carne sul purè, una serata danzante la settimana con qualche donna fuori di testa, abiti puliti, un rasoio sotto chiave e perfino un’infermiera acqua e sapone.”

Tutto questo è il libro: una miriade di sensazioni dal risvolto leggendario, ricche di luce e di colori, di cui resta difficile dare il senso, se non si è accompagnati dalla lettura di ciò che Brautigan vede coi suoi occhi di sognatore ribelle. Dirà di un personaggio delle sue storie: “stava partendo per l’America, che spesso è solo un luogo della mente.”

La realtà è messa sottosopra, e le azioni nel momento che sono state compiute, non importa da chi e quando, si prendono il diritto di tornare a vivere – e talvolta con il loro profumo di morte – non appena sollecitate, unendosi al presente fuori da ogni cronologia e sequenza logica.

Una ricostruzione di questo tipo, al limite del fortuito e del funambolico, ha la capacità di aprire varchi all’inconscio e di stimolare sensazioni insospettate. Si ha la percezione di essere posseduti da un’allucinazione che si trasmette e poi si riproduce ex novo dentro di noi.

Gli esempi non si contano, a cominciare dal capitolo intitolato “Sea, sea rider”. Alcune narrazioni secche, prosciugate come taluno dei torrenti visitati dal protagonista – si veda “Pesca alla trota in America e l’Fbi” -, al limite dell’assurdo, hanno nella loro fissità, simile ad un’istantanea, la forza di una interrogazione sospesa.

Tra Lee Masters e Kerouac, Brautigan si muove con l’autorevolezza dello sperimentatore cosciente di offrire attraverso una storia di tutti i giorni, semplice e conosciuta quale l’andare a pesca, magari in autostop, una chiave di lettura della realtà capace di sezionarla, scomporla e ricomporla a propria misura, sia pure anche per divertirsi a renderla indecifrabile per sé e per gli altri.

Si veda, ad esempio, la conclusione del simpatico capitolo intitolato “Consegna di Pesca alla trota in America shorty a Nelson Algren” o anche: “I coyote di Salt Creek”.

Per dare, per quanto è possibile, l’idea di come tale scomposizione e ricomposizione avvenga e ci seduca, può essere utile questo esempio tratto dal capitolo intitolato: “Il sindaco del ventesimo secolo” :

“Lui indossava un costume da Pesca alla trota in America. Indossava montagne sui gomiti e ghiandaie azzurre sul collo della maglietta. Dell’acqua profonda scorreva sulle ninfee appese ai lacci delle scarpe. Un rospo continuava a gracidare nel suo orologio da taschino e l’aria era piena del profumo dei cespugli di more mature.”

A questo punto, vien voglia di dire che Pesca alla trota in America è insieme tante cose, tanti luoghi e tante persone, perfino il nostro alter ego, e, di più, siamo tutti noi visti nella nostra individuale particolarità. E visti da un punto di osservazione che fa della capacità di deformare dell’autore una insolita ma veritiera chiave di lettura.

Si veda questo paragrafo: “Tutto sapeva di pecora. Le bocche di leone erano più pecore che fiori, ogni petalo sapeva di lana e il giallo era soffocato dal suono delle campane. Ma la cosa che più puzzava di pecora era il sole vero e proprio.”

Una scrittura, dunque, nella cui normalità s’inseriscono visioni caleidoscopiche tali da suscitare più di una sorprendente e, perché no?, incantata meraviglia.

Per dare meglio l’idea della sua scrittura, mi piace citare questo brano, in cui parla di un amico di nome Pard, brano che, a mio avviso, appartiene ad uno dei capitoli migliori del libro, intitolato: “Nei boschi della California”, insieme con l’altro, visionario, ma anche profetico “Il deposito-demolizioni di Cleveland”:

“Dopo la laurea è andato a Parigi a fare l’esistenzialista. Avevo una fotografia di lui, seduto in un caffè, accanto all’esistenzialismo. Pard disponeva di una bella barba e aveva un’anima talmente grande che il suo corpo bastava appena per contenerla.”

O questo, del capitolo intitolato: “Il pennino Pesca alla trota in America”:

“Pensai fra me e me che fantastiche cose avrebbe potuto fare una penna Pesca alla trota in America dal dolce pennino con uno strascico di begli alberi verdi lungo le rive del fiume, i fiori selvatici e le pinne scure premute contro la carta.”

Un libro che lascia alla fine una sensazione di selvaggia libertà, sia nella forma che nel contenuto, e soprattutto il profumo di una natura – i suoi fiumi, le sue montagne, le sue foreste – con la quale l’uomo potrebbe tornare finalmente a incontrarsi.

Una natura magnifica e luminosa: che ci sovrasta, ma anche si fa conquistare.

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