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Bregola, Davide

3 settembre 2008

La cultura enciclopedica dell’autodidatta
Lettera agli amici sulla bellezza

“La cultura enciclopedica dell’autodidatta” (2006)

 Sironi, pagg. 240. Euro 14,50

Mi sono fatto di Davide Bregola l’idea di un giovane che riflette continuamente; non è il raccontare puro e semplice la sua passione, bensì il pensare, il riflettere. I fenomeni nuovi che si presentano ed invadono la società lo colpiscono come eventi non casuali e secondari, bensì come prodromi di un mutamento epocale. La mente di questo giovane scrittore, che vinse nel 1999 il Premio Tondelli per la narrativa con i racconti raccolti nel libro “Viaggi e corrispondenze” edito da Mobydick, è per natura e istinto portata all’analisi e alla riflessione. La sua vita intellettuale è tesa a raccogliere le domande che provengono da una società in movimento, nel tentativo di fornire delle risposte che, quando non sono possedute personalmente, vengono proposte a tutti noi. Leggere questo autore significa, perciò, raccogliere i processi che stanno mettendo radici nella società e che produrranno a poco a poco un cambiamento irreversibile. Bregola ci costringe, ossia, a fare i conti con il nostro tempo.
Non nuovo, dunque, alla scrittura, l’autore vanta presso lo stesso editore Sironi una raccolta di racconti intitolata “Racconti felici”, uscita nel 2003. Nel 2002 aveva pubblicato “Da qui verso casa” (Edizioni interculturali), una raccolta di interviste ad autori stranieri che scrivono in italiano, e nel 2005 “Il catalogo delle voci” (Editore Iannone), che fa la stessa operazione del libro precedente, ma rivolta ai poeti immigrati.
Chi si accinga ad affrontare, pertanto, “La cultura enciclopedica dell’autodidatta”, sa che cosa lo attende e quale contributo ci si aspetti dal lettore.
Già l’inizio ci presenta un mondo ancora avvolto nelle sciagure che puntualmente si rinnovano. Il 1976, l’anno di nascita del protagonista, Giovanni Costa, è un anno denso di avvenimenti alcuni dei quali rievocati. Non ce n’è nessuno che evidenzi una propria natura positiva: “Niente del tipo: ‘Uomo trova portafogli con dentro un milione e lo restituisce al proprietario. Che gli regala un gelato al limone.’ Cose così.”
È fidanzato con Maura, laureanda in francese, ed entrambi prevedono che il loro avvenire sarà denso di nuvole. Manca il lavoro, e soprattutto manca il lavoro che si aspettano. Devono sacrificare i loro sogni, questo lo sanno già, e tuttavia cercano il modo per resistere.
Questo è uno dei temi portanti del romanzo. Il confronto tra ambizioni personali e realtà, e il conseguente desiderio di piegare la realtà ai nostri sogni. È ciò che si propone di fare Giovanni, restio a compiere il sacrificio della rinuncia. Maura è più possibilista, ma Giovanni non ha alcuna intenzione di mollare: “Io il sacrificio sono disposto a farlo in qualcosa che mi piace.” La risposta di Maura mette a confronto due interpretazioni del sacrificio: “No, dice, il sacrificio è qualcosa da fare contro la propria volontà, eppure si accetta di farlo.”; “Il sacrificio è il contrario del desiderio.” No, è il pensiero di Giovanni, prima “è giusto rischiare nel fare ciò che si vuole, in modo onesto, nel miglior modo che si riesce.”; “Per me il lavoro deve contenere in sé il valore dell’iniziativa personale, deve essere una possibilità di realizzazione personale. Il senso del lavoro consiste nel cercare di trarre il meglio da esso. Se un lavoro dovesse darmi solo remunerazioni materiali in cambio del mio tempo, a scapito del mio accrescimento personale, sarebbe un lavoro che non fa per me.” Caso mai, il problema starebbe nel “per quanto tempo è giusto provarci?” Un lavoro, infatti, Giovanni lo potrebbe anche ottenere in tempi brevi, ma sarebbe un tipo di lavoro che non lo soddisferebbe. Dunque: “Mi sono messo in cerca della ‘verità’ e non mi sento in colpa, per questo, verso me stesso; se mai provo una colpa, tutta esteriore, di non essere votato al sacrificio.”
Il tema è delineato. Bregola non pone indugi, non ci dà il tempo di avvicinarci gradualmente all’impegno richiestoci dal suo romanzo. Manca nella società il lavoro che ciascuno di noi desidera fare, per il quale ha studiato ed ha ricamato a poco a poco la sua ambizione, la sua vanità morale e intellettuale. Che fare? Ci si deve arrendere o tentare perfino una impossibile resistenza? Giovanni intende scegliere quest’ultima strada, anche contro le convinzioni e i consigli di Maura e della propria madre, la quale gli fa presente che tutti prima si assicurano “una base” per vivere e solo dopo si dedicano a coltivare le proprie ambizioni. La sua è quella di diventare scrittore (ha già esordito con una raccolta di dieci racconti: “Sonata in bu minore per quattrocento scimmiotte urlanti”, che contiene “storie vere piene di bugie”); solo così potrà sentirsi realizzato, nonostante che “L’opinione pubblica è del parere che in questa società lo scrittore non è una figura necessaria, è inutile, non conta nulla, non sposta idee o capitali, non conclude niente di niente. Ma io di ciò sono convinto fino a un certo punto.”
E qual è almeno uno degli scopi della sua vita?: “tentare di rendere il pezzo di mondo che frequentiamo un po’ migliore di come l’abbiamo trovato. Se riusciamo anche solo a non peggiorarlo, stiamo conducendo una esistenza utile.”
Per fare questo, Giovanni continua a guardarsi intorno e ad interrogarsi su tutto. Sua costante compagna è la fidanzata Maura con la quale si confronta, spesso avendo una visione diversa da quella di lei.
È una forma di dialogo, la loro, che accosta riflessioni tali che rapidamente superano lo stesso rapporto dialogico e diventano tracce di un percorso che si sta delineando.

Romanzo atipico e minimale, “La cultura enciclopedica dell’autodidatta” assorbe e amalgama, nel tentativo di una visione omogeneizzante, varie forme letterarie, dal diario, alla cronaca, al racconto, al saggio, all’indagine e all’inchiesta. Gli undici Appunti che compaiono nel romanzo, rappresentano dei particolari affondo sulle distorsioni e le problematiche della società. Per chi sia preparato a recepire una scrittura libera da schematismi, il romanzo di Bregola ha la qualità di lasciarci spaziare all’interno di una struttura molto vasta, nella quale tuttavia la direzione di marcia non è mai allo sbando, ma ha la sua bussola ispiratrice: che è la condizione del vivere ai giorni nostri dentro una società che non riesce a dare più risposte, al punto che dobbiamo essere noi ad andarle a cercare prefiggendoci di essere positivi per noi stessi e per il mondo.
Come l’autore lascia dire al protagonista: tutto ciò “Sembra banale e sembra facile. Sulla carta, però.”
Qualunque cosa ci circonda sembra voglia confonderci e allontanarci dalla comprensione, dalla “verità”. Ciò che ci accade, e accade intorno a noi, le sofferenze, le preoccupazioni, le novità paiono rispondere ad una regola sconosciuta, e mai favorevole all’individuo. Il mondo di Bregola è il mondo delle continue sconfitte e delle continue assenze di verità: “Ultimamente mi capita, non era mai accaduto così sistematicamente, di sentire persone che dicono: ho trovato lavoro ma mi pagano poco. Oppure: lavoro, ma non mi pagano. È pazzesco!”; “quando sento i miei amici o amiche che mi dicono di avere trovato lavoro, ma gratis o quasi, so benissimo di cosa stanno parlando. Parlano di speranze e di sogni, pensano che un lavoro semigratuito sia l’anticamera di un lavoro stabile e veramente retribuito. Anch’io lo pensavo.” Sono le infamie e le delusioni di una società che non è cambiata molto, nella sostanza, da quella che veniva denunciata nei romanzi del grande francese Émile Zola. Speranze e sogni ridotti a larve destinate a trasformarsi in incubi e ossessioni, incunaboli di una degenerazione morale e psichica difficilmente arrestabile: “Si parla di profondo Sud senza mai dire chiaramente che esiste anche un profondo Nord insospettabile. Ma c’è. E nessuno ne parla.” E ancora: “Nessuno è credibile se fa le regole e le infrange, le muta, le trasforma a suo piacere.”; “Nulla sembra essere vero, tutto sembra essere permesso.”
Il protagonista si ritrova spesso “Senza casa e senza lavoro”, ogni volta costretto a ritornare “dai miei genitori e mio fratello.”
Questa è l’esperienza che sta trasformando la vita di Giovanni, come la vita di molti altri giovani, in un paradosso dell’esistenza. Che esistere è mai questo? La direzione che ha preso il mondo è la stessa direzione in cui va l’uomo? Il mondo sta diventando altro dall’uomo? Un suo beffardo despota vestito da boia e con la scure già alzata a colpirlo, questo sta diventando il mondo? Il cammino di Giovanni è lastricato di domande che potrebbero da sole fiaccare ogni tentativo di resistenza. È la sfida che l’autore fa assumere al suo personaggio, il quale, infatti, continua ad andare avanti, ciò nonostante: “Mi sento povero. Poverissimo economicamente ma ricco spiritualmente.”
Bregola scrive bene (in ogni capitolo, ma si veda – esempio esplicito – come sa raccontare la storia che l’amico Giuseppe, nel capitolo intitolato “Propositi”, recita ai bambini), tratta argomenti ostici con la stessa cura che mette nella scrittura, piacevole, linda, esatta. Un pensiero del protagonista si attaglia perfettamente alla personalità che l’autore esprime di sé in questo romanzo: “io voglio fare le cose quando sono sicuro di ciò che sto facendo.” E si attaglia anche ai vari passaggi intrinseci alla sua ricerca: “Mentre parlano li guardo e penso: ecco i miei amici e la mia ragazza. Sono tutti qui a parlare perché li ho fatti conoscere io. Sono stato il tramite della loro conoscenza, delle loro frequentazioni. Sento d’aver fatto qualcosa di buono.” Le varie parti che compongono la struttura si rivelano ben amalgamate ed inserite l’una nell’altra a comporre una complessa ma ben definita unità. La meraviglia, lo stupore, la sofferenza di un giovane che si trova di fronte ad una realtà aspra e nemica, prima vagheggiata magari come una compagna pronta ad accoglierti, sono resi con la lucida consapevolezza che non si tratti di un fenomeno appartenente al solo Giovanni, bensì generazionale, avamposto di un cambiamento destinato a mutare per sempre le aspettative dei giovani di tutto il mondo: “questi tempi sono fatti in modo da costringerti a costruire il futuro sulla precarietà, sui contratti a progetto, sull’insicurezza.”; “Non posso più rimanere sottoposto ai miei genitori, alla società a cui non serve uno come me. Ma serve uno che lavori, il più possibile anonimo.” I fatti che vi sono raccontati, le menzogne e le prepotenze della realtà, le problematiche ecologiche, il terrorismo, le guerre sparse dovunque (domanda a Maura: “Ma noi, io, te, i sei miliardi di persone che ci sono al mondo e non hanno potere cosa possono fare?), non sono frutto di fantasia; realmente accaduti e indagati da Bregola come espressione tangibile, e deteriore, di un mutamento che ha tutti i segni del non ritorno: “Non possiamo più sorprenderci di nulla.”; “Ci stanno plagiando la mente.”; “anche dopo Mani pulite, con la speranza che finalmente l’Italia prendesse la strada giusta per diventare un Paese moderno, con persone dignitose, non è cambiato niente.” L’inquietudine e l’insicurezza che pervadono il mondo occupano a poco a poco tutti gli spazi rimasti scoperti; non solo, ma incombono e vincono anche sui rapporti che apparivano i meno esposti, su cui nessuno avrebbe dubitato: il padre di Giovanni, Lorenzo, è afflitto da una malattia contratta sul lavoro, “l’asbestosi da amianto”; Lucia, la madre di Maura, che fa l’insegnante, si è vista tradita dai propri sentimenti, tradita nei confronti di se stessa e degli altri, compresa Maura, la cui situazione familiare diventa l’emblema di uno status instabile e indeterminato che si va diffondendo come un contagio. Non è un caso che la sofferenza di Maura si trasmetta a Giovanni: “ma ti sei accorto che noi non abbiamo né progetti né speranze? Io mi sento inutile, improduttiva, non funzionale ai bisogni della società. L’ho fermata bruscamente: basta! Ti prego. Non rovinarmi quel che rimane della giornata.”

Notate la frase assai significativa di Maura: “Io mi sento inutile, improduttiva, non funzionale ai bisogni della società.” Che cosa è accaduto? Che la società, la quale non riesce ad offrire niente, la fa sentire inadatta, come se fosse Maura colpevole del mancato inserimento. In questo modo perverso e subdolo, cioè, la realtà agisce su di noi e ci manipola. Ci rende perfino disperati, come accade a quel presidente della Pro Loco che si suicida. Anche la madre di Giovanni si smarrisce: “Certe volte mi sparerei anch’io, ha ripetuto mia madre, seria.”
Giovanni si chiede: “è lo Stato che ci ha ridotti così o è colpa mia se le cose stanno andando e sono andate come sono andate?” Si tratta ancora una volta, dunque, di cercare la verità. Ad esempio: “Cercare di dire in narrativa ciò che i grandi media tralasciano sarebbe già una giusta attitudine alla verità.” Sebbene: “anche raccontare la verità potrebbe passare inosservato; perfino raccontare il segreto dell’esistenza potrebbe rimanere inascoltato. Ammesso che qualcuno possa riuscirci.” Infine: “Per uno scrittore è meglio apprendere la verità e scriverne o è meglio tentare di fare la verità scrivendo?”
L’autore si fa apprezzare per la capacità che affida al suo personaggio di sapersi muovere dentro una realtà così ostica e impietosa – dentro, ossia, una realtà sconfortante -, conservando il dono di una riflessività mai tragica, anzi quieta, positiva, con ciò consegnando all’analisi dei mali che incontra non solo la propria ambizione di vincere una sfida, bensì la rinascita di una speranza che possa tornare ad appartenere a tutti noi.
Attraverso Giovanni, Bregola ci racconta la giornata del tutto normale di un uomo ancora giovane, descrivendo gesti e umori, relazioni, pensieri, confidenze, tristezze e allegrie, preoccupazioni e piaceri, che rappresentano la quotidianità dell’essere umano. Il rapporto con Maura, così influenzato dalle condizioni precarie in cui si vive oggi, sono il paradigma di una influenza nefasta che si insinua al nostro interno vanificando spesso i nostri propositi di rivalsa, e istigandoci alla resa: “A Maura dico che mi preoccupa tutta la situazione che si è venuta a creare tra noi. […] Io non riesco più a capire se io e te siamo amici, fratello e sorella, o se siamo due che si amano.” Il protagonista è un giovane come ce ne sono tanti. L’amica di un tempo, Barbara, in una lettera gli scrive addirittura: “io ti conosco anche come uomo, e sinceramente non vali nulla.” In realtà, una differenza c’è, e non di poco conto: l’accanimento che egli pone nel cercare la verità o quantomeno una risposta logica e accettabile sul perché persista un rapporto tanto ostico tra la vita di un uomo e la realtà che lo circonda.
Giovanni s’interroga, in fondo, su ciò che dovrebbe essere materia di riflessione per l’intera generazione di giovani che attraversano i nostri giorni. Si fa carico di una ricerca che dovrebbe essere di tutti. L’autore non è isolato in questa sua fatica letteraria. Oggi, in Italia, per nostra fortuna, abbiamo scrittori giovani che indagano sulle difficoltà e gli ostacoli che la società para loro davanti, ricercando delle risposte che aiutino a superarli e a vincerli per il bene di tutti: “devo respingere il disincanto e il pessimismo.” Tra i più giovani, penso a Desiati e Signorini. Essi raccolgono da altri il testimone di una sorta di lento risveglio da un torpore durato qualche decennio. Non vi è la spietatezza e la foga di un Pasolini nelle domande e nelle risposte che si danno, ma una quiete che è segno di una convivenza di lunga data con i temi trattati, talché essi sono affrontati come parte intima, interiorizzata ormai, della loro natura. I sintomi del male, ovvero, non provengono più soltanto dall’esterno, ma si sviluppano anche dentro di noi. Tra questa generazione di giovani e le altre che l’hanno preceduta, la differenza sta proprio nel confronto con una realtà invasiva, subdola, ma non per questo meno violenta, che, dopo aver ostacolato l’uomo con assalti tutti esteriori, a poco a poco lo ha penetrato, si è diffusa dentro di lui, ne ha preso possesso, dominandolo. Si tratta, pertanto, di scrittori mai banali quando narrano il quotidiano. Il fatto che esso appartenga e sia conosciuto da tutti noi, non ne fa dei semplici replicanti, poiché è attraverso l’indagine che essi compiono su ciò che tutti noi siamo diventati dentro la realtà che possiamo capire ciò che la realtà ha usurpato dentro di noi: “Viviamo in un mondo contratto. Improvvisamente viviamo in un mondo avaro, prudente nei modi e nei pensieri. Ci fanno vedere tante cose ma non possiamo che possederne pochissime”
Il suo amico Gian Guido Cugola, critico letterario, lo invita a riflettere che “La letteratura deve DIVERTIRE, INTRATTENERE, SVAGARE.”; “Se il romanziere riesce a toccare le corde della creatività e del sentimento del lettore ha centrato il suo compito, senza rivelare alcuna verità assoluta o rivoluzionaria.” Porta gli esempi delle “Mille e una notte”, di Boccaccio, Ariosto, Leopardi, Stevenson, Calvino.
L’orientamento di Bregola, ossia, espresso attraverso il suo personaggio, si va sempre di più indirizzando verso lo strumento della narrazione per indagare, scoprire, conoscere e definire la verità.
A partire da Maura, i vari compagni che lo avvicinano, Attilio, Giuseppe ed altri, sono anch’essi strumenti della sua indagine e, al modo degli antichi autori greci, costituiscono l’appoggio dialettico, “la spalla”, alla sua riflessione. Il libro scava, dunque, un percorso che consente al lettore di intravedere, come in una radiografia, i fili che l’autore tesse per arrivare a rispondere alle numerose domande che si pone, con una trasparenza lineare ed esemplare. Tant’è vero che il testo (“Chi ti dice che sarà un romanzo?”), non solo si legge piacevolmente, ma affascina ed intriga, rendendoci partecipi di una ricerca che l’autore riesce a far sentire anche nostra. La sua scrittura è un riflettere a voce alta ed un chiedere anche a noi di esprimere il nostro pensiero, di accompagnarlo, ovvero, nella ricerca non facile della verità.
Ma alla domanda che cos’è la verità non è facile rispondere, perché non è facile riconoscerla in mezzo agli ottundimenti e alle ipocrisie. Giovanni ricorda che Pilato domandò a Gesù che cosa fosse la verità, ma il vangelo non riporta la risposta. Che cosa rispose Gesù? E soprattutto: rispose a Pilato o restò in silenzio? Non lo sapremo mai: “non verremo mai a sapere la risposta di Gesù.” Attilio gli dice che lui, Giovanni, è un eroe, perché non è disposto a vendersi. Ma Giovanni è davvero un uomo che non intende piegarsi? Che non molla e nei cui confronti la realtà, per quanto maliarda e potente, dovrà fare i conti? È Giovanni l’uomo nuovo, ossia, il simbolo di una grande speranza? Forse. Giacché una parte del cammino è ancora da percorrere. Giovanni tenta una resistenza il cui esito non appare certo: “La più forte critica che posso opporre al sistema per il momento è fare ciò che richiede il sistema. Il danno più grande che posso fare a questa società del nuovo secolo è cimentarmi in qualcosa di cui so poco o nulla ma che è richiesto. Da oggi in poi sarò Giovanni Costa in sedicesimo. È questa la chance che mi dà il Paese. L’accetto per scherno. Il mio cervello non fugge. Si dissolve in mezzo agli altri e alla loro materia grigia.” Come per la risposta di Gesù sulla verità, così non sapremo fino in fondo se Giovanni avrà vinto o perduto la sua sfida. L’unica cosa certa è che ci sta provando con tutte le sue forze. E che la realtà non è facile alla resa. Bisogna in qualche modo farsi accettare da essa, lusingarla, mostrarsi soggiogati, entrare nelle sue grazie, dissolvere le nostre aspirazioni, camuffarle, e forse solo in questo modo potremo riuscire nel nostro intento: “Occorre vivere come tutti gli uomini normali, cioè fare lavori normali, se si vuole parlare agli uomini normali.” Ossia, si deve entrare dentro la realtà, muoversi in sintonia con tutti gli altri, omologarsi, non cercare di essere diverso, parlare e scrivere senza ingannare e scandalizzare, presentarsi semplicemente come: “Giovanni Costa, ho una cultura enciclopedica da autodidatta. Vi offro quello che so.” Un libro che parla delle nostre inquietudini, dunque, delle nostre speranze e delle nostre sconfitte, che ci aiuta a riflettere e a capire i nostri tempi bui.

“Lettera agli amici sulla bellezza” (2008)

Liberamente Editore, pagg. 99. Euro 10

Bregola ha già al suo attivo almeno due volumi importanti, “Racconti felici”, del 2003, e “La cultura enciclopedica dell’autodidatta”, del 2006.
In questo libro, che potrebbe segnare una svolta nella produzione letteraria del giovane autore, egli ci rende partecipi di una nuova sensibilità che lo ha pervaso e arricchito, mettendolo in contatto con la realtà più intima e nascosta che sta intorno a noi. Non è nuovo il tema che vi si affronta, e non sono nuovi i temi di squisita spiritualità come questo della Bellezza, e lo stesso Bregola ci indica gli autori del passato che hanno rappresentato il suo punto di riferimento nella stesura della “Lettera agli amici sulla bellezza”.
Percorrere una tale strada non è facile. Il cammino, al di là delle apparenze, non è mai lieve, anzi, brucia e consuma. Non è l’attenzione e l’affinamento dei sensi che si richiedono, bensì l’esposizione della propria anima ad un continuo contatto esterno, attraverso il quale un uomo penetra nelle cose per comprenderle e immedesimarvisi. Vi è una qualche santità racchiusa in un’impresa simile; occorre possedere un dono, un carisma: “la bellezza, quando è vera bellezza è cifra del mistero, è richiamo al trascendente.”
Bregola è abituato da una lunga consuetudine con la scrittura a porsi delle domande e a tentare delle risposte. Lo strumento da usare lo conosce assai bene, e infatti ci troveremo di fronte ad un testo di profonda bellezza e di squisita armonia. Quello che un lettore è chiamato a verificare è se lo strumento è riuscito in tutto a rappresentarci una sensibilità che non tutti possediamo e che ci viene offerta come una specie di chiave magica per vedere e capire intorno a sé: “capire che le realtà fisiche sono soltanto immagini di realtà ulteriori di cui fa parte la vera Bellezza.”
L’autore si sente chiamato e invocato dalla Bellezza, qualità, questa della Bellezza, tra le più sublimi, la quale innalza e trasfigura la materia e lo spirito in una complessa rappresentazione ideale. Quest’ultima, tuttavia, sia pure “intelligibile”, manca di un reale strumento in grado di contenerla e rappresentarla agli altri.
Viene, ossia, da domandarsi se un impegno di questo tipo possa essere assunto.
Bregola ci prova, non ha timori, spinto dalla freschezza di un’età in cui tutto appare possibile e a portata di mano. Per farlo, si avvale della minuta osservazione della realtà, sezionandola in brevi frammenti che si accendono davanti a noi con i bagliori di una luce che subito passa oltre. È in quel momento, in quel rapido istante, che va colta la Bellezza: quando passa una formica, quando si forma un pensiero nella mente, davanti ad una fontana, una pianta, “una ragazza che ha in mano delle scarpe da ballerina”, una vecchia signora con il cagnolino in braccio, le api intorno ai fiori del biancospino, i grilli che cantano, una libellula: “Ogni gesto che vedo compiere mi sembra un segno di Bellezza.”; “non sono le cose che vengono a noi, ma noi che andiamo alle cose.” Spesso, viene in mente “Il nome delle parole” di Guglielmo Petroni, del 1984.
La vita che canta”, ossia, la vita con il suo incessante movimento, è la prima fonte irradiante della Bellezza; riuscire a guardarsi intorno è l’impegno che dovrebbe occupare gli uomini, affinché non accada che non si riesca più a cogliere il significato di ciò che ci sta intorno: “Ora so che i movimenti della distruzione non possono prevalere interamente, non possono seppellire la spinta della vita.” In questo cammino, l’autore incontra non solo la Bellezza, ma anche, ad esempio, la Grazia, la Virtù, il Bene, la Verità, la Felicità, la Beatitudine, spaziando in un ampio spettro di spiritualità, e la sua scrittura non nasconde a volte emozione e euforia (“vorrei infondervi l’entusiasmo per la Bellezza”) per una scoperta che lo sta prendendo totalmente, ed essa si trasforma in una invocazione ad imitarlo, a percorre la nuova strada insieme con lui. Ci confessa: “Ma quali uomini, quali donne mi danno la forza? Sono gli uomini e le donne che non danno insegnamenti ma comunicano energia, non criticano la realtà ma la reinventano […] Agiscono e basta. Consapevolmente.”
La spinta che lo muove alla ricerca della Bellezza è sempre, tuttavia, generata da una qualche insoddisfazione legata agli uomini, una qualche tristezza e delusione derivanti da atti degli uomini. La ricerca della Bellezza diventa così una fuga momentanea dall’umanità, allo scopo di trovare nuove strade nascoste, di tale forza da poterla rigenerare: “Se davvero vorrò fare diventare la mia presenza radiosa dovrò andare all’esperienza originaria e dovrò riuscire a leggerla e interpretarla e da crisalide farla diventare qualcosa d’altro.”
Ecco perché il cammino che Bregola intraprende con questo viaggio non potrà essere breve: dovrà sondare ogni remoto angolo della realtà, cogliere il trascendente in ogni cosa, giacché solo attraverso la scoperta del trascendente che dà ad ogni cosa vita e armonia, significato e fulgore, egli potrà percepire e poi intendere la Bellezza. “L’arte può contribuire a trovare quel luogo. Il luogo della bellezza autentica.”: a cospetto di una frase come questa viene da porsi la domanda di quanto la Bellezza possa essere tributaria della Fantasia, o ad essa comunque collegata. Un tema che Bregola non affronta direttamente, ma che, con riferimento alla potenza escatologica dell’arte, appare sottinteso.
L’autore nel suo cammino ripensa, rivede e rimodella anche la sua vita. Riesamina il passato e individua gli errori commessi. Quasi sempre essi sono stati generati dal cinismo e dal sussiego, dal rifiuto, ossia, di ciò che appariva troppo semplice e ingenuo. È proprio qui, invece, che si può nascondere la Bellezza: “ora apro semplicemente gli occhi e guardo.”
Bregola ci offre con questo libro l’occasione per un ripensamento del nostro modo di vivere, ci fa intendere che, frastornati dalla modernità, abbiamo intrapreso una strada sbagliata, ci siamo dimenticati dei valori veri che presiedono alla nostra vita. Ce ne indica alcuni, tra cui quello fulgido della Bellezza, e ci invita ad entrare nelle cose insieme con lui: “vi offro questo desiderio di rivelazione, amici. È ancora immacolato.”

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart