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Buchignani, Paolo

24 dicembre 2008

Il santo maledetto
Solleone di guerra
Santa Maria dei Colli

“Solleone di guerra” (2008)

Accanto alla passione per la storia (i suoi libri sul periodo fascista sono stati pubblicati da Il Mulino e da Mondadori), Paolo Buchignani continua a coltivare anche la narrativa, e dopo “L’Orma di Orlando” (1992) e “Santa Maria dei Colli” (1996), esce ora, nel 2008, “Solleone di guerra” per le edizioni di Mauro Pagliai, che vanta la prefazione del noto regista Carlo Lizzani.
Perché la narrativa? Perché attraverso di essa l’autore cala la Storia con la esse maiuscola nella carne dei suoi personaggi, gente umile che si è trovata a subirla e a pagarne spesso le terribili conseguenze. La Storia risponde a schemi generali e universali e quasi mai prende in considerazione i riflessi che il suo svolgersi ha sui singoli. Lo studio di essa per Buchignani non è sufficiente ad appagare la sua sete di verità, ed ecco che volge il suo sguardo laddove la Storia non registra e forse non intende registrare alcunché: il singolo, o meglio: la singola vita umana dispersa e in balia della sua tirannide.
Gli sovvengono la memoria e la testimonianza dei sopravvissuti. In questo modo la Storia diventa viva, concreta. Il periodo che lo interessa è sempre quello dei suoi studi, e in questo caso gli avvenimenti che dalla Prima guerra mondiale porteranno alla nascita del fascismo e poi alla Seconda guerra mondiale, che ne decreterà la fine. Alcuni sconfinamenti verso un periodo più recente serviranno a dimostrare che ancora il mondo vive in una specie di semincoscienza e a nulla è servita la dura lezione del passato. Un avvertimento, dunque, per gli uomini del nostro tempo.
La famiglia dell’autore, i cui genitori furono coinvolti attivamente nella guerra, è una delle fonti più ricche. La madre, da ragazza si adoperava a proteggere i partigiani e i renitenti dalle pattuglie delle camicie nere, il nonno aveva combattuto su molti fronti della Prima guerra mondiale, poi morto a causa delle sofferenze patite; in paese sette giovani furono “ammazzati come cani” dalle SS, la “Società di Satana”, come nel libro vengono chiamate. Buchignani non ha dimenticato i loro racconti e torna a dare voce ai suoi cari. Forse sono stati anche questi ricordi a sollecitare in lui lo studio di quel terribile periodo, in cui su tutta l’Europa aleggiò l’aspro vento della follia. Chi comanda è sempre lontano dalla gente; quelli che costui chiama gli interessi della Nazione, mai lo sono realmente. L’interesse di un popolo sono invece, in ogni tempo e sotto ogni latitudine, la pace e la concordia. Le storie di questo libro ne diventano la testimonianza: esse sempre di più vanno assumendo la fisicità di un grido lancinante contro chi dimentica.
Eppure molti avevano creduto nel fascismo e nelle parole del duce. Narra il padre dell’autore: “allora pensavo, io orfano di padre, che il Duce fosse davvero un grande padre, il padre di tutti i ragazzi: un padre forte e saggio che da solo provvedeva a tutto, l’Italia intera caricata sulle sue possenti spalle. Egli ci avrebbe dato l’impero e saremmo diventati una nazione ricca e potente: lavoro per tutti, cibo in abbondanza.”
Ci si domanda come una tale illusione abbia potuto trasformare un popolo desideroso della pace, appena uscito dalla Grande guerra, in un popolo belligerante. Non dobbiamo dimenticare che, per paura di non sedersi al tavolo dei vincitori, l’Italia arrivò addirittura a dichiarare guerra alla Francia nel momento in cui essa era stata già messa in ginocchio dai tedeschi. Un’azione vile che la Francia non ha mai dimenticato. Gli uomini che ancora sentivano bruciare le cicatrici degli anni ’15-’18, come l’intagliatore Danovaro, nulla potevano per contrastare l’onda del consenso intorno al duce e alla sua volontà di onnipotenza e di guerra: “Tu lo sai cos’è la guerra? No, non lo sai, perché sei ancora un ragazzo, un ragazzo senza cervello.” E ancora: “la guerra è soltanto morte, dolore e miseria.”
O come il canonico della cattedrale di Lucca, mons. Roberto Tofanelli, che dall’altare tuonava: “I fondatori di Imperi hanno una vita effimera, e lasciano sempre dietro di loro cumuli di rovine intrise di sangue e di lacrime.”
L’autore cresce in mezzo ai racconti dei sopravvissuti; è bambino, ascolta con interesse e curiosità. I fatti di guerra, le rappresaglie fasciste gli si inculcano nella mente, non li dimenticherà più. I ricordi sono lucidi, espressi con una scrittura vivida, priva di orpelli e di inutili sentimentalismi, consapevole della gravità di ciò che è accaduto e che deve essere tramandato.
La guerra è l’imputata principale. Non solo quella fascista del ’40-’45, ma anche quella del ’15-’18, nella quale era andato ad arruolarsi come bersagliere, già allora pieno di idee di grandezza, Mussolini. È quest’ultimo la figura che collega tra di loro le due follie della guerra. Cresciuto dentro la Grande guerra, ne resta segnato dagli esiziali desideri di riscatto e di vendetta. Essi non lo arresteranno nemmeno di fronte alla scelta di una grandezza dell’Italia da far risorgere a fianco del potente e terrificante alleato germanico.
Un soldato della Grande guerra non riesce a dimenticare, a distanza di anni, gli “Occhi turchini, infiammati di terrore e di odio” di un nemico ucciso.
Ancora ricorda: “Nella notte, però, acquattato tra le canne della palude per sfuggire alle guardie, scoprivo di essere solo al mondo.”
Il fascismo fu anche un nido, oltre che di impostori, di vili e di opportunisti: avvenuta la liberazione di Lucca “La folla acclamava, esultava, i fascisti scomparsi, mai esistiti, tutti partigiani, tutti eroi.”
I personaggi rievocati da Buchignani prendono la parola e raccontano direttamente la loro avventura. Essi risorgono e ammoniscono affinché nessuno cali la guardia. Un libro che trasuda, attraverso i ricordi di ieri, dei timori di oggi. Infatti, non si è sicuri che la lezione del passato sia stata assimilata. Forse è caduta addirittura nell’oblio. Tocca ad essi ricordare la necessità e l’orgoglio di quelle lotte, costate dolore e morte. Don Ugo ne è consapevole: “Devo rivivere quel passato, discendere negli abissi del dolore e del terrore, se voglio tentare di liberarmene una volta per sempre.”
Lo fa ripercorrendo le tappe che vedono a poco a poco affermarsi il fascismo, in forza delle prepotenze e della paura e viltà dei più. La conoscenza che l’autore ha di questo periodo consente una puntuale storicizzazione, che vede sottolineato l’impegno di alcuni sacerdoti e dello stesso Pio XI contro le prepotenze dei fasci: “Grazie a questa rete di solidarietà, la chiesa lucchese, assieme a tanti laici (gente semplice, rimasta nell’ombra), ha salvato dalla deportazione e dalla morte circa quattrocento ebrei.”
Anche il grande campione del ciclismo Gino Bartali ha contribuito alla salvezza di numerosi ebrei. L’autore ne sottolinea il silenzio da lui tenuto nel corso della sua vita. Bartali, con la sua bicicletta, nascoste nel telaio, da Assisi portava a Firenze 50, 60 carte d’identità per volta, false, stampate dai francescani di quella città. Alcune di esse giungevano poi a Lucca.
Nell’agosto del ’44 a Lucca l’attesa della imminente liberazione costò molto cara. I tedeschi, illividiti e inferociti dal sentore della sconfitta, non solo in Italia, ma su tutti i fronti, cominciarono a rastrellare paesi, campagna e boschi, incendiando e uccidendo donne, vecchi, bambini, renitenti e ogni altro essere umano che capitava sulla loro strada. Annunziata è una madre a cui i tedeschi hanno fucilato nello stesso giorno quattro figli: “le grida dell’Annunziata laceravano l’aria, strappavano il cuore. Grida e pianti, pianti e grida. Li chiamava, i figlioli, uno a uno. Poi una pausa, l’attesa di una risposta. Rispondeva il silenzio, rotto, di tanto in tanto, dai singulti dei gufi, dai latrati dei cani.” È in questo periodo di estrema follia che accadde, ancora in piena estate (era il 12 agosto 1944), col solleone che batteva sui corpi sfiniti dalla sofferenza, l’eccidio di Sant’Anna di Stazzema, uno dei più efferati della Seconda Guerra mondiale. Cinquecentosessanta civili, del luogo e dei dintorni, furono massacrati dalle SS, “agli ordini del Maggiore Walter Reder.” Agli inizi di settembre un’altra strage, quella della Certosa di Farneta, situata appena fuori della città di Lucca. Il ritratto del sergente tedesco Papuska, “Alto alto, curvo, andatura scimmiesca: sulla faccia butterata due occhi biechi, allucinati. La bocca una fessura senza labbra, che s’apriva in un ghigno da far rabbrividire.”, diventa l’espressione e il simbolo di una tale follia: i suoi occhi: “due punti gialli, iniettati di sangue.”; “A lui si devono alcune delle stragi più efferate e insensate, che si consumarono in quella parte di territorio lucchese confinante col pisano.” Suo compagno il Bolzanino, “un rinnegato di Bolzano, che era l’ombra di quell’essere immondo, gli faceva da interprete e da spia. […] si conquistava la fiducia della gente con modi gentili e amichevoli e poi la faceva assassinare.”
Quando arrivano gli anni Sessanta, gli strascichi del fascismo, non sopito nel cuore di taluni nostalgici, riaffiorano in superficie e l’autore narra ora in prima persona, lui ragazzo, i fatti che resero turbolenti quei giorni.
L’urgenza di imprimere sulla gioventù distratta di oggi il sigillo di un pericolo che potrebbe risorgere è alla base dell’opera di Buchignani. Quel pericolo è sempre in agguato, sembra ammonirci. L’esperienza fascista, infatti, nel mentre ha inorridito le coscienze, in taluni ha lasciato invece il segno di un desiderio di protagonismo, di violenza e di tirannia. Ne registra le azioni con severa meticolosità, dal tentativo di golpe del “principe nero“, Borghese, alla strage di Piazza Fontana. Ma il suo sguardo si allarga anche fuori dell’Italia, va al golpe cileno comandato da Pinochet, con l’assassinio del presidente Allende, democraticamente eletto; alla “Primavera di Praga”, soffocata dai carri armati sovietici, all’invasione dell’Ungheria da parte dei russi nel 1956. Il filo conduttore del libro resta, dunque, la condanna della violenza, sia essa provocata dalla guerra o da una ideologia. L’autore, dopo aver fatto parlare gli altri, diventa lui stesso protagonista del libro con i suoi ricordi giovanili. Prende a viaggiare, vuole conoscere la verità. Nel 1973 è a Budapest per sapere che cosa la gente pensa degli avvenimenti accaduti. Silvia, la dottoressa dei bambini che Buchignani, ancora studente universitario, incontra in una “Pest degradata”, gli risponde con sarcasmo che “bisogna avere pazienza: attendere il comunismo, il nostro paradiso. Da quanti anni attendiamo il paradiso? Siamo un popolo paziente, paziente e rassegnato.” I comunisti le hanno ammazzato il padre, combattente per la libertà, il 27 luglio del ’57: “Fu uno degli ultimi, tra gli insorti del ’56, ad essere fucilato.” Il ’56, gli dice, ha rappresentato “per tutti noi, per gli ungheresi, la morte della speranza.” E aggiunge: “Lo stesso è accaduto a Praga nel ’68.”
È una esperienza che segnerà il giovane Buchignani, come dai cruenti fatti saranno segnati molti altri giovani comunisti, non solo italiani. Oggi, che il Muro di Berlino è caduto, oggi che ci troviamo in piena globalizzazione, tanto sono lontani quegli avvenimenti che ci sembrano fantasiosi, impossibili, assurdi, se non fosse che l’autore riesce con lucidità e precisione a far riemergere i passaggi di un tormento che fu di molti.

Le insicurezze, le inquietudini, la rabbia che seguirono alla caduta del fascismo esplosero più tardi, dopo qualche decennio di latenza, nei movimenti studenteschi e nelle formazioni di gruppuscoli politici che inneggiavano alla rivolta contro il capitalismo e lo Stato borghese. Gli stessi obiettivi, insomma, che informano ogni tentativo di rivoluzione. È un filo conduttore lucidissimo, quello tracciato da Buchignani. I suoi undici racconti, legati tra loro senza soluzione di continuità, formano un vero e proprio romanzo. Ne costituiscono altrettanti capisaldi. Vi passa quasi un secolo di storia italiana: “Ragazzi in maglione e blue jeans, fanciulle in minigonna, fra uno spinello e l’amore libero nelle aule austere, avevan gustato il frutto proibito della rivoluzione, assaporato il paradiso che loro, artefici della storia, tremanti d’orgoglio e di paura, s’apprestavano a creare.”
Buchignani, allacciandosi ai suoi studi storici, ricorda alcuni fascisti rivoluzionari che erano mossi dal desiderio di abbattere lo Stato borghese e si lamentavano che Mussolini fosse sceso a dei compromessi. Un legame, insomma, poteva unire quei giovani ai giovani degli anni ’70: “Mi venne da pensare che la storia si ripete e non insegna nulla.” Anche a me viene da pensare ad una considerazione di Carlo Bo espressa in un articolo sul “Corriere della Sera” del 31 luglio 1970, intitolato “L’alibi delle parole”: “Né sembri da trascurare un altro particolare, vale a dire il contrasto fra le luci apoca­littiche di certe diagnosi e il tran-tran quotidiano delle pic­cole soluzioni. C’è un’enorme letteratura che per comodità viene classificata col nome del «maggio francese», ci sono ormai degli archivi ricchissimi di questa letteratura rivoluzio­naria ma, a ben guardare, fan­no parte dello stesso scaffale delle finte programmazioni. Cambia il registro, è diverso lo strumento ma fra chi predica la rivoluzione e chi sostiene le riforme non c’è poi troppa dif­ferenza: nella maggior parte dei casi abbiamo a che fare con gente che non crede fino in fondo a quello che dice.
Spunteranno poi le Brigate rosse.
L’autore chiama a parlare della guerra anche un protagonista di uno dei suoi libri, Marcello Gallian, che qui viene chiamato Matteo Galati. Con lui faremo un lungo percorso, si torna indietro, agli anni della Grande Guerra, vista per un momento con gli occhi e la mente dei monaci della Certosa di Firenze, considerati dal popolino “imboscati dentro le tonache.” Matteo vi si era ritirato per farsi frate, diventare santo. Alcuni dei novizi sono chiamati al fronte. Un fermento, un’ansia lancinante tra i rimasti. Non ci resterà a lungo tra i frati. Una notte scavalcherà le mura del monastero di Vallombrosa per rifugiarsi a Roma, dalla ricca zia Virginia. Siamo nel 1918, lì lo raggiungerà la notizia che la guerra è finita. Un anno dopo, D’Annunzio infiamma le folle, molti accorrono volontari a Fiume, tra di loro Matteo, che ora vuol diventare un eroe. Matteo è il simbolo di come D’Annunzio prima e il fascismo poi, riuscirono a smuovere i sentimenti degli italiani, ancora scossi dalla cosiddetta “vittoria mutilata”, come l’aveva definita lo stesso poeta-soldato, e di come un tale desiderio di rivincita avrà il suo peso nell’ascesa al potere di Mussolini. Buchignani ci fa entrare nel clima di quella che fu una autentica esaltazione: la presa di Fiume rappresentava un riscatto che avrebbe “ricondotto la Patria agli antichi splendori.” Fu come un miraggio: a Trieste “Sulla banchina, sotto il fiato della notte, i carbonai s’eran moltiplicati: ragazzi acerbi con gli occhi accesi.” Si aspettava “l’ora della guerra rivoluzionaria.” È, questa, una pagina di storia che non tutti conoscono; a scuola se ne fa un accenno fugace. Invece contò molto per il prosieguo degli avvenimenti. L’autore, da storico qual è, lo sa bene e la vicenda umana di Matteo Galati squarcia il velo dell’esaltazione, del compiacimento e infine della delusione, e fu, quest’ultima, poi, il risultato che, dopo Fiume, si ripeté negli ultimi anni del regime fino ad giungere alla caduta del fascismo.
Arriviamo alla marcia su Roma: “La gente acclama con la faccia impaurita.”; “Il Fascio era al governo, chiamato dal re, benedetto dal papa, alleato coi capitalisti e coi liberali di Giolitti: con tutti quelli che avrebbe dovuto spazzar via.” E ancora: “quella che nacque non fu la dittatura contro la borghesia; al contrario (ce ne accorgemmo di lì a poco, per primo se ne accorse Curzio Malaparte) fu la dittatura della borghesia, l’ordine borghese intoccabile ed eterno.”
Quando scoppia la Seconda guerra mondiale, i giovani rivoluzionari come Matteo esultano nella speranza che il fascismo torni alle sue origini di nemico della borghesia. Nella dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940, Mussolini dice: “Questa lotta gigantesca non è che una fase dello sviluppo logico della nostra rivoluzione; è la lotta dei popoli poveri e numerosi di braccia contro gli affamatori che detengono ferocemente il monopolio di tutte le ricchezze e di tutto l’oro della terra.”
Protagonista dei racconti è anche il sole (“Solleone di guerra” è il titolo dell’ultimo racconto), un sole forte, luminoso, che più che riscaldare, morde coi suoi raggi la terra e gli uomini. L’arsura che ne consegue è arsura e sofferenza di anime. Pure il 25 luglio 1943, allorché Mussolini viene sfiduciato dal Gran Consiglio e fatto arrestare dal re, nel cielo splende il solleone.
Quando frequentavo la Scuola “Giovanni Pascoli”, a Lucca, in Piazza S. Maria Bianca, ricordo che, suonata la campanella della fine delle lezioni, si faceva una specie di parata, nel senso che si marciava come un plotone di soldati verso l’uscita. Una classe dietro l’altra. Un due, un due, passo. Retaggio degli anni precedenti, come racconta Poldo, che, dapprima fanatico del fascismo, coi suoi ricordi (“Libro e moschetto, Balilla perfetto”) ci fa entrare nella scuola fascista, dove Mussolini era presentato come “l’uomo della Provvidenza, un dono di Dio all’Italia” e dove si insegnava a “odiare l’Inghilterra e la Francia, nostre nemiche.”
Poldo ci fa conoscere il 25 luglio 1943, nonché l’8 settembre dello stesso anno, allorché Badoglio firma l’armistizio e insieme con il re scappa al sud, lasciando l’esercito italiano senza un capo e dando il via a quel fuggi fuggi generale conseguente allo sbandamento degli ufficiali prima, e dei soldati poi: “Una voce su tutte le bocche: scappare, scappare! L’ha detto il tenente: scappare subito, prima che arrivino i tedeschi.” La repubblica di Salò torna però come un fantasma ad atterrire i sopravvissuti. I fascisti, diventati le spie dei tedeschi, insieme a quest’ultimi si accaniscono contro i renitenti alla leva di Salò, ordinata da Mussolini (nella parte finale assisteremo alla esecuzione di due di essi pizzicati dalla Brigata nera). Si sperava di evitare l’arruolamento confidando in una veloce avanzata degli Alleati, che invece va a rilento. Inizia così il periodo più cruento, quello dell’estate 1944, che abbiamo già incontrato in una narrazione precedente.
Nel momento dell’euforia, quando gli Alleati, oltrepassato l’Arno, sono alle porte della città di Lucca, che libereranno il 5 settembre 1944, non è ancora tempo di pace e di libertà. Lo grida Giovanni il mattino del 4 settembre di sentirsi finalmente libero, lo grida mentre, sceso dal monte, sta correndo dalla sua fidanzata Maria, ha un saponetta profumata in mano da portarle in dono, ma ecco che, nel silenzio, una raffica di mitra lo colpisce al petto, uccidendolo: “Ora arriva gente, il paese si anima: la guerra è finita.”
La guerra non ha mai pietà, dunque. È cinica e grottesca, sempre: “Alla fine scopriremo che più di una volta abbiamo colpito la nostra fanteria.” Ancora di più è grottesca se si pensi che, per esempio, come testimonia la vedova di Berto Ricci, “il fascista volontario di guerra, caduto sul fronte africano” (altro personaggio già trattato nei suoi libri da Buchignani), molti che gli avevano scritto (letterati e altri uomini in vista asserviti al regime) le chiedevano, dopo la caduta del fascismo, la restituzione delle lettere, che potevano comprometterli. Attraverso l’intellettuale e matematico Berto Ricci, veniamo a conoscere le gesta coraggiose del pittore Ottone Rosai, “un Ardito di guerra”, che da solo riesce a snidare e a uccidere un cecchino, che aveva fatto strage di soldati italiani. Sarà lui a convertire al fascismo Berto Ricci: “Era il dicembre del 1926.” Nel ’31 Ricci fonda “L’Universale”, un giornale che raccoglie “un pugno di ragazzi innamorati del Duce e della pittura di Rosai.” Tra questi giovani lo stesso Ottone Rosai, Romano Bilenchi e Indro Montanelli. Il giornale propagava idee rivoluzionarie non proprio gradite al regime, che lo accusava di bolscevismo: vi “Si invocava una limitazione qualitativa e quantitativa del diritto di proprietà, la partecipazione dei lavoratori agli utili delle aziende e la fine d’ogni proletariato.” Con Berto Ricci la testimonianza sul fascismo entra nelle stanze del potere, tra i gerarchi che contano, da Farinacci a Pavolini, allo stesso Mussolini. Attraverso di lui scopriamo parte dell’ingranaggio che muoveva il regime.
La guerra è osservata anche sul fronte orientale dove fa i conti con i partigiani di Tito, “i titini”, che “arrivano nell’ombra, silenziosi come serpenti, mordono e spariscono.” A fare da esca agli italiani sono le donne slave, tutte belle: “S’avvicinavano all’accampamento, quasi sempre in due, ti chiamavano, ti sorridevano, t’invitavano a fare una passeggiata. Se accettavi, per te era la fine.”
L’autore ci sta offrendo un ampio spettro degli avvenimenti italiani più significativi del secolo scorso; con i suoi personaggi penetra nei fatti che, meno visibili, ne hanno costituito il motore possente. Davvero un libro che tutti dovrebbero leggere: i più anziani per ricordare, i più giovani per apprendere e riflettere (“È una ferocia che ritorna, che non si riesce a seppellire.”; “Le SS obbligavano alcuni civili a camminare sul sentiero, cosparso di mine”), condotto con l’abilità del narratore che detesta fronzoli e digressioni, che va al sodo della questione, nonché con lo scrupolo e con la precisione dello studioso che vuole rappresentarci una dura lezione della storia.
Non è, infatti, un caso che l’assurda ed emblematica strage compiuta dal sergente Papuska, l’invasato criminale nazista, con la complicità del Bolzanino, la sua spia, è raccontata per ben due volte, da due osservatori diversi, prima un prete, don Ugo, e poi una giovane, Agnese, di sedici anni, a sottolineare la cinica follia della guerra. Agnese verrà beffata, anche lei, negli ultimi giorni di guerra, proprio alla vigilia della liberazione.
Sarà, infine, un padre che ha fatto la Grande guerra e che ora ha il figlio al fronte a dare con le sue parole una delle chiavi interpretative del libro: “Ogni generazione la sua guerra, a me la prima, a Gianni la seconda. Ogni volta promesse di ricchezza e di grandezza, ogni volta la stessa fregatura: morti, sangue, famiglie distrutte e dopo la stessa miseria. Nulla cambia, a rimetterci sempre gli stessi.”

“Santa Maria dei Colli” (1996)

Storico e scrittore, Paolo Buchignani è uno studioso del ‘900 italiano, con particolare riferimento al periodo compreso tra le due guerre.
Collaboratore di “Nuova Storia Contemporanea”, ha pubblicato numerosi saggi sulle avanguardie e sul fascismo. Tra i suoi libri: “Marcello Gallian. La battaglia antiborghese di un fascista anarchico”, Roma, Bonacci, 1984 (collana ‘I fatti della storia’ diretta da Renzo De Felice); “Un fascismo impossibile. L’eresia di Berto Ricci nella cultura del ventennio”, Bologna, Il Mulino, 1994 (Premio Luigi Russo, ’94); “Fascisti rossi”, Milano, Mondadori, 1998 (due edizioni in tre mesi; il libro ha suscitato un dibattito sulla stampa nazionale in seguito ad una intervista rilasciata a Paolo Mieli); “La rivoluzione in camicia nera”, Milano, Mondadori, 2006.
Come narratore, scoperto da Romano Bilenchi e Geno Pampaloni, Buchignani ha esordito col libro di racconti “L’orma d’Orlando” (1992, Le Courier editore), a cui è seguito il romanzo “Santa Maria dei Colli” (1996, Maria Pacini Fazzi editore), di cui ci occuperemo qui. Ha in preparazione “Le mani senza volto” (in riferimento al quale l’autore precisa che trattasi di “quasi un romanzo”)
È notte, sono le due del mattino del 28 aprile di un certo anno. Il protagonista (lo stesso autore) guarda la sua bambina che dorme, dorme e sogna. Dieci anni prima, il 27 dello stesso mese, in quella camera, adagiata su di un letto “grande, alto alto, con le sponde di ferro, cariche di riccioli e di volute.”, giaceva il corpo senza vita di nonna Esterina. È nel suo ricordo che si risveglia in Buchignani il desiderio di ricomporre le tessere di un mondo che sta scomparendo, e da cui egli stesso proviene. Lo scopo del romanzo è espresso sin dal principio: “Con gli anni ho imparato che per sapere chi sono e dove vado devo recuperare ciò che sono stato; devo riportare alla luce, nel bene e nel male, la “gente mia campagnola” (come si legge in una poesia di Ungaretti); devo conoscere quei contadini, quei popolani da cui proveniamo: la loro vita, le loro vicende, ambientate in un mondo tanto diverso da questo.”
Santa Maria dei Colli è il paese che dista a pochissima distanza da casa mia, di là dal fiume Serchio. Oggi si chiama Santa Maria a Colle, ma l’autore ha voluto ricordare che esso si distende su cinque piccole colline. Le visita e le descrive ad una ad una con il grande amore che lo lega alla sua terra e con la precisione dello storico. Ma la scrittura, già in questo inizio, ha il suasivo tratto della narrazione. Chi conosce, come me, quei luoghi, apprezza nella sobria scrittura di Buchignani l’odore di terra che sale dai prati e dalle corti. Queste ultime ancora sono vive, anche se non più frementi e chiassose come un tempo. Nel romanzo sono abitate da gente modesta, umile, sfortunata, come Mara, detta “la Rossa”, una vedova che ha la nomea di essere una donnaccia, così procace e ben fatta che attira gli uomini, nonostante la sua casa e il suo letto siano sudici. Buchignani sa ritrarre i suoi personaggi. Mara è il primo che ci colpisce per la sua forza: “Se al pozzo c’era un uomo, qualcuno che le piaceva, lo fissava con gli occhi voraci, invitanti. Lui rimaneva incantato come l’uccellino davanti alla serpe: bastava un’occhiata e s’erano intesi.” Ma non il solo: il vecchio conte che ha perduto al gioco la villa Belvedere e che è ritornato al paese per rivederla, malato e vicino a morire, povero e ridotto ad abitare una stamberga. O Leonildo, l’anarchico, ancora un bell’uomo, “alto, imponente, bianco nella barba folta, nei capelli, lunghi fino alle spalle.”, che fa ancora sospirare le donne. C’è un colle che si porta dietro addirittura la sua storia antica, è quello così detto di Fregionaia, dove fino a qualche decennio fa, nel grosso manufatto, che era stato un convento poi chiuso per sospetto di eresia, vivevano i pazzi del manicomio, la cui vita è stata narrata da Mario Tobino, in opere memorabili. Lì, in quel manicomio, egli ha trascorso quasi tutta la sua vita e ancora se ne avverte il respiro.
Osservato il paese, Buchignani si apre con dolcezza al sentimento verso i suoi cari; ne nascono ritratti delicati come quello della zia Mena, sorella della nonna Esterina, mai sposatasi, rimasta legata fino alla morte al suo innamorato Aladino, ucciso dalla tisi. Oppure del padre di Esterina, il bisnonno Bartolomeo, detto Meo, la cui passione era quella di “raccontare storie, inventare burle, in mezzo ad un crocchio di persone che lo ascoltavano a bocca aperta. Gli si riunivano intorno, nelle sere d’inverno, nella stalla scaldata dal fiato delle bestie addormentate, giovanotti e fanciulle che si scambiavano sguardi e sussurri; vecchi pensierosi che biascicavano il tabacco e di tanto in tanto sputavano tra la paglia grandi boccate di saliva nera; donne silenziose sedute in un angolo a filare, l’occhio attento alla rocca e al filo, appena distinti al chiarore del lumino a olio, l’orecchio teso alla voce del novellatore.” O del fratello di questi, Donato, il quale, mentre lavorava pensava alla morte, sperando che lo prendesse prima di Stella, sua moglie. E invece se la trovò distesa nel letto, una mattina, senza vita.
Ma il capitolo che, a mio avviso, marca il passaggio netto tra l’autore storico e l’autore anche narratore, accreditandolo di una capacità raffinata e sensibile di raccontare, è quello che contiene la descrizione e la storia di Leopoldo, “storpiato dalla voce del popolo” in Poldo, il figlio più bello di Meo: “Negli occhi grandi, malinconici, di un azzurro intenso sul viso chiaro, affiorava, a tratti, una fragilità sfuggente, inquietante, accentuata da una smorfia delle labbra rosse, quasi fanciullesche.”
Sarà irretito dalla bellezza e dalla malia di Mara la Rossa: “Poldo trasalì, rimase immobile a guardarla, muto, come fosse un’apparizione, un sortilegio di quella notte lunare.” Per liberarsene se ne andrà in America, lontano da tutti e da tutto.
Meo ha anche un altro figlio, Vasco, “un gigante”, amico dell’anarchico Leonildo, che abbiamo già incontrato. Meo diventa così, tramite il ricordo di nonna Esterina, la figura da cui discendono i vari fili della narrazione, la quale, proprio attraverso i figli di Meo, si dirama a tracciare vari ritratti di vita e di personaggi di quel tempo. Con Vasco incontriamo il fascismo e l’avversione che per esso manifestavano alcuni coraggiosi, tra cui, appunto, Vasco, Leonildo e Libero, al quale, per vendicarsi, i “neri” ammazzarono il padre Annibale, e poi andarono a cercare anche Vasco per dargli un’altra lezione. Il capo di quel manipolo di fascisti “con la vocetta da gallinaccio arrochito, sembrava un forestiero: un omino impomatato, ritto sugli stivaloni, il mento in aria e l’erre moscia.”, descrizione nella quale si coglie tutto il ridicolo messo in piedi da una dittatura che riusciva a montare la testa e a valersi di figure tronfie e vuote, ma, proprio per il loro fanatismo, incoscienti e pericolose. Vasco ne farà le spese.
Anche Libero vivrà nella paura di essere preso, e la sua sarà una vita di malinconia e di solitudine: “Nella notte, però, acquattato tra le canne del padule per sfuggire alle guardie, scopriva di essere solo al mondo. In lontananza, nei paesi sparsi sulle colline, vedeva le case illuminate; immaginava le famiglie riunite, il tepore della cucina, il fumo della minestra, le voci, gli affetti.” Buchignani ha iniziato la sua storia partendo dal suo paese, ossia da un luogo di pace, per disegnare le ferite che la storia può provocare fino a mutarlo. Il fascismo e la guerra ci fa capire – portando ad esempio il suo paese – non restano affatto episodi passeggeri che, una volta trascorsi, lasciano tornare le cose come prima. Le ferite provocate restano come una perenne sorgente di dolore: “un ferroviere aveva visto passare un convoglio piombato, carico di uomini che urlavano, che imploravano acqua, abbarbicati alle grate dei vagoni merci.” Il ritorno non è più possibile. Finita la guerra: “Anche a Santa Maria dei Colli tutti avevano voglia di ricominciare. Ma non era facile: ciascuno portava dentro una ferita che l’aveva segnato, che gli impediva di tornare quello di prima”.
Sono i figli di Esterina, Olindo e Gianni, che dalla collina di Farneta, si accorgono che la Certosa omonima è stata occupata dai tedeschi che stanno rastrellando frati e civili che vi si erano nascosti. È il preludio del terrificante eccidio della Certosa che, insieme con quello perpetrato a Sant’Anna di Stazzema, sarà uno dei più orribili in Lucchesia. Il romanzo è dunque diventato memoria non più intrisa di nostalgia, ma di dolore e si fa monito per i nostri tempi e per le generazioni che indulgono alla dimenticanza. Dirà un personaggio che fa ritorno a Santa Maria dei Colli: “Il tempo passa, ma gli uomini non imparano niente.” Il romanzo vuole che ciò mai più accada. Per questo si chiude rievocando l’amore tra Esterina e nonno Assuero: “Esterina sentiva la morte avvicinarsi, quando mi raccontò di quell’amore.” È il lascito di una eredità che, sola, può illuminare la vita.

“Il santo maledetto” (2014)

Paolo Buchignani non hai mai smesso di amare il romanzo. Divenuto storico in particolare del fascismo e del risorgimento con libri che hanno suscitato ampio interesse tra gli specialisti, egli tuttavia non si è mai sentito completamente appagato e si può dire che ad ogni saggio storico ha accompagnato l’uscita di un romanzo, l’ultimo dei quali, “Solleone di guerra”, del 2008, ebbe la prefazione di Carlo Lizzani.

Questo ultimo lavoro mette al centro la figura di un personaggio storico che fu oggetto di un suo studio del 1984, “Marcello Gallian. La battaglia antiborghese di un fascista anarchico” (editore Bonacci).
Marcello qui ha un altro nome, Matteo, figlio maggiore del Console di Turchia conte Leopoldo Galati e della contessa Francesca, donna di chiesa, offesa e tradita dal marito con altre donne, tra le quali la brutta istitutrice Clotilde Vezzosi, fra le cui braccia troverà la morte per infarto.

La struttura del romanzo è semplice, abbellita da una scrittura piacevolmente nitida, con pagine di bella efficacia come quelle, ad esempio, che descrivono la relazione amorosa del protagonista con la vedova Lisa.

Matteo-Marcello, divenuto claudicante a causa di un ictus capitatogli poco prima della guerra d’Etiopia, dopo anni d’impegno nel fascismo rivoluzionario, deluso da Mussolini, si rinchiuderà, divenuto un povero sbandato, nella Certosa di Farneta di Lucca. Di lui si perderanno le tracce l’ultimo giorno dell’anno 1989, come se fosse stato “un fantasma che spariva nella nebbia.”

Buchignani ci fa conoscere, attraverso un diario che il recluso decide di tenere a partire dal 25 gennaio dello stesso anno 1989, i fatti più importanti della sua vita, non solo dunque gli avvenimenti familiari che tanto influenzarono la sua formazione adolescenziale, ma anche i fatti dell’uomo maturo gettato nella lotta politica e nell’agone sociale, mettendoli a confronto, talvolta, con l’attualità (l’avventura di Fiume, ad esempio, con i movimenti del sessantotto), come a dirci che, se ben analizzata, la storia in qualche modo si ripete puntualmente, nel rispetto dell’insegnamento vichiano. Si pensi al giovane Guido Keller, che era stato “asso di cuori” nella squadriglia di Francesco Baracca durante la Prima Guerra mondiale: “compirà un raid aereo Fiume-Roma e lancerà un pitale su Montecitorio.”

Grazie ad un ragazzo del popolo, Spartaco Scipioni (morirà nelle file dei volontari comunisti nella guerra di Spagna), Matteo si avvicinerà all’anarchia ascoltando nel quartiere popolare di Trastevere a Roma Errico Malatesta: “In quel periodo le idee politiche di Spartaco erano anche le mie; nelle sue ingenue, folli utopie ci credevo anch’io che avevo letto Machiavelli e Tito Livio.”

Nel romanzo si avvertono gli echi del best seller di Buchignani (che farà seguito a quello di “Fascisti rossi”, Mondadori, 1998): “Rivoluzione in camicia nera” (Mondadori 2006): “Tra Fiume e Mosca c’è forse un oceano di tenebre. Ma indiscutibilmente Fiume e Mosca sono due rive luminose. Bisogna al più presto gettare un ponte fra queste due rive.” Ed è presente anche una severa denuncia nei confronti di coloro, veri e propri camaleonti, che, dopo aver considerato Mussolini “il più grande rivoluzionario del Novecento”, per opportunismo approderanno “alla sponda dell’antifascismo. Per inserirsi nella nuova Italia democratica, per entrare nella sua classe dirigente o nell’establishment culturale dominante”. Per fare ciò “bisognava scrollarsi di dosso, a tutti i costi, l’etichetta fascista.”

Perché questo diario che dura tutto un anno e misura, in questo breve lasso di tempo, l’intera vita del protagonista? La risposta ce la dà lui stesso all’inizio, dopo averci manifestato le sue delusioni per ogni sorta di rivoluzione, tanto di destra che di sinistra, che ha attraversato il Novecento: “Sono schiacciato da una montagna di speranze deluse, di sbagli enormi, di colpe imperdonabili. Spero di espiarne qualcuna indagando, con mente lucida e cuore sincero, il tempo trascorso che tutte le contiene.”
Così il lettore avverte da subito che ciò che leggerà è qualcosa di sacro, che fuoriesce da una espiazione non ancora del tutto conclusa e che per ciò stesso si libera da ogni velo e da ogni compromesso alla ricerca delle risposte di verità alle domande che si affacciano nell’esistenza di ogni uomo.

Buchignani riesce felicemente a conciliare l’esigenza del narratore, il quale attraverso la scrittura stimola e suggerisce, con quella dello storico che intorno al personaggio muove avvenimenti davvero accaduti, i quali ne permeano a poco a poco la personalità. Come accadrà con lo scoppio della Prima Guerra mondiale che lo sorprende, incerto novizio, mentre si trova nel monastero di Santa Trinità a Firenze, da dove fuggirà per tornare a Roma a – incontratovi di nuovo Spartaco – preparare la rivoluzione.

Seguiranno l’entusiasmo per l’avventura rivoluzionaria e antiborghese di Fiume e di D’Annunzio, tradita dai socialisti (lo stesso entusiasmo si riaccenderà al momento dell’entrata dell’Italia nella Seconda Guerra mondiale), la battaglia di Civitavecchia, la marcia su Roma ostacolata dai comunisti e le altre molte variegate ed inquiete, se non addirittura tragiche, esperienze (si pensi all’eccidio della Certosa di Farneta, a Lucca, avvenuto il 3 settembre 1944) rivolte, però, a promuovere la “rivoluzione di tutti gli oppressi contro tutti gli oppressori.”

Di una cosa, infatti, Matteo-Marcello sarà sempre certo e lo rivelerà a Spartaco che ha scelto la fede comunista: “Sarebbe stato bello combattere dalla stessa parte, noi due. In fondo vogliamo quasi le stesse cose. Quando D’Annunzio s’è messo a trattare coi vostri capi, avevo sperato accadesse, ma poi è andato tutto a puttana!”

Solo dopo la marcia su Roma, l’alleanza di Mussolini con la borghesia, la genuflessione del fascismo a Hitler, il protagonista aprirà gli occhi e il suo sogno s’infrangerà (dopo vari tentativi di resistenza grazie alla letteratura, al teatro e ad alcune riviste e giornali come “L’Impero”, “Il Riccio”, “Italia vivente”, “L’Universale”, o raduni al Caffè Aragno dove s’incontrano, in amicizia e fidando l’uno nell’altro, comunisti e fascisti rivoluzionari) per essere sostituito da una lunga fase d’isolamento e di espiazione.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart