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Calzini, Raffaele

27 aprile 2019

La commediante veneziana

La commediante veneziana, 1935

C’è minaccia di temporale. In strada, “sulla piazza d’armi di una vecchia fortezza viscontea per diletto dei signori bergamaschi”, si sta recitando una commedia dell’arte, “Principessa indiana”, quando si siede, per assistere allo spettacolo, un distinto signore (“Circospetto Segretario del Senato” in attesa di essere trasferito a Napoli), Don Pietro Gataròl. Una ballerina, di origine pisana, Dora Ricci (“Era venuta a galla sulla cloaca della vita randagia e della povertà”), sposata ad un oscuro libraio, Bartoli, e dallo stesso “separata di letto e di mensa”, lo scorge tra il pubblico e gli rivolge un inchino. È la sua amante. Il capocomico è un certo Antonio Sacco, detto Truffaldino (personaggio che lo stesso Sacco interpreta nella commedia), il quale sa approfittare, a vantaggio suo e della compagnia, di tale relazione: “Era guidato da un’intuizione magica e profetica che, in moneta spicciola, si piegava per i bisogni quotidiani della vita a salvare la borsa o l’amante.”. Il Truffaldino vanta fra l’altro le amicizie de “l’avvocato Goldoni e il conte Gozzi” (rispettivamente 1707-1793 e 1720-1806), nonostante che il conte Carlo Gozzi (allora sessantenne, e “figura pienotta e pasciuta”) gli avesse strappato l’amante Dora, finita poi, come si è visto, nelle braccia di Don Pietro Gataròl.

Con ciò, è subito dipinto l’ambiente in cui la storia si svolgerà, narrata con una scrittura quasi fredda, da illuminista più che da romantico. Siamo al tempo in cui a Venezia è doge Alvise Mocenigo, ossia nel XVIII secolo. Per evidenziare la differenza tra lo stile di Calzini e altri autori che abbiamo già affrontato, si legga questa descrizione domestica: “Tutte le case erano chiuse, le finestre buie, le piazze deserte. Un sogno di beatitudine terrestre si comunicava attraverso i vecchi muri da una patriarcale famiglia all’altra. Il passo della coppia randagia non svegliava nemmeno i cani ben pasciuti e pigri sulla soglia del camino. I gatti russavano. Uomini, animali erano attaccati alla casa, al focolare. Niente novità; niente intrusi. L’ostilità delle tradizioni tramutava da quel mutismo incommovibile.”. Dunque, un illuminista che si muove tra romanticismo e decadentismo, con leggere venature futuristiche, come si noterà alla fine del capitolo II. In qualche momento, la vicenda divertente e paradossale in cui viene coinvolto Don Pietro Grataròl fa ricordare – con le dovute differenze – quella del capolavoro dickensiano: “Il circolo Pickwick”.

La compagnia da Bergamo si trasferisce a Brescia. Ambientazione e movimenti sono ancora quelli che risentono della commedia dell’arte. A Brescia arriva da Padova anche Carlo Gozzi, il celebre autore (“La mania di persecuzione gli aveva imposto occhiali affumicati. Vedeva tutto fosco; tutto nero”), che vuole riconquistare il cuore di Dora, strappatogli da Don Pietro, che egli non può vedere. Ma subito riparte non potendo tollerare di pernottare nella stessa locanda di Don Pietro, il quale se ne parte pure lui, avendo ricevuto un invito nientemeno che da Caterina Dolfin Tron, moglie del potente procuratore di San Marco, Andrea Tron, in odore di essere il prossimo doge di Venezia, la quale Caterina usava “ogni giorno un linguaggio volterriano.”. Si apre un filone di impronta tra barocca e settecentesca, ben costruito a partire dal capitolo V che, a riguardo delle ambizioni di Don Pietro Grataròl e dell’ambiente in cui viene accolto, ci fa venire in mente il sorriso ironico con cui Moliere (1622-1673) permea il suo “Il borghese gentiluomo”. Siamo a tavola, in occasione di un ballo in maschera: “Specialmente la tavolata dei cavalieri mancava di umanità; non si vedevano che stoffe rigide, panneggi duri, gale e bande di pizzo semivuote; Momolo che spiava dal giardino li paragonò sprezzantemente ad un’accolta di giganteschi uccelli in livrea d’amore. Le donne erano riscattate, nella loro freddezza di manichini, dai riposi e dalle pause di scollature rosee, di braccia nude, di nuche penetrate dalla luce rotta dei prismi dei lampadari e balenante a macchie.”.

La scrittura di Calzini non è facile, intrecciata com’è di reminiscenze letterarie che si nutrono di correnti fiorite nei due secoli precedenti, e i suoi quadretti scenici (un ordito di “cicisbeismo salottiero”) si formano, in generale, da una tessitura di parole che soltanto a poco a poco completano il loro percorso espressivo, e solo in quel punto la scena prende forma e vita ed è percepita dal lettore. Una costruzione che non manca di fascino, dove si respira un’aria tutta veneziana che la attraversa interamente. I territori per cui ci si muove sono sotto la dominazione della Serenissima, la cui presenza e influenza nella trama sono fattori dominanti e significativi: “E gli applausi scroscianti non cacciarono completamente dagli animi il presentimento della fine, che scaturiva improvvisamente in quell’epoca: da una musica da una poesia da una commedia.”. Il personaggio di Gennariello (“un signor musico in viaggio”) descritto mirabilmente alla fine del capitolo VI ne è espressione efficace: “La faccia lunga e pallida di pecora tosata aveva una fisionomia senza età; le rughe di un’infinita stanchezza si aprivano agli angoli della bocca gonfia e degli occhi scialbi.”. È di origine pugliese, ma ha portato il suo canto in giro per l’Europa, riscuotendo ammirazione e successo, e si è così radicato nell’ambiente veneziano che il suo momento di decadenza ben si sintonizza con esso. Quando canta: “Il silenzio era così muto che nelle brevissime pause del canto e del cembalo, giungevano dal di fuori i mormorii della servitù affollatasi nel giardino: e richiami di barcaioli lungo le rive della Brenta.”. Attraverso questo personaggio, la mente ritrova echi e atmosfere della Venezia di Thomas Mann (“La morte a Venezia” è del 1912).

Per allontanare Don Pietro da Dora (vorrebbe riavvicinarla al conte Gozzi), Caterina Dolfin (“piccola donna bionda dal nasino bizzarro e dalla pronuncia senza ‘r’”) invita alla festa da ballo sua moglie Santina, da lui abbandonata anni prima, e, con scoperta e maliziosa accortezza, riserva loro la stessa camera per trascorrere la notte. Ne nasce un’occasione di valentia descrittiva tratteggiata in punta di fioretto, tra cinica, arcadica e cicisbea: “Il pianto e il riso, la felicità e la disperazione, si venivano incontro mescolandosi goccia a goccia, come le acque di un fiume e le acque del mare.”. Ne troveremo un’altra nel capitolo IX, allorché vi si descrive il viaggio in carrozza di Donna Caterina, il conte Gaspare Gozzi e un’amica comune, diretti verso Noventa dove il conte Gaspare ha la sua villa.

Passata la notte insieme con Grataròl, Santina si accorge di essere stata usata e fugge, facendo andare su tutte le furie Caterina (le prendono “le fumane”), la quale: “Invano aveva promesso a Gaspare di togliere, con le buone o con le cattive, Dora alle seduzioni di Don Pietro e di restituirla a Carlo!”. Gaspare e Carlo sono, naturalmente, i celebri fratelli Gozzi, rimasti nella storia della nostra letteratura: “La Dinastia Gozzi, pur non essendo la sola famiglia veneziana invasa da cima a fondo dal cancro della letteratura come da una filossera, certo era una di quelle in cui il microbo tipografico aveva scavato più profonde caverne.”.

Tentativo fallito, dunque, almeno per il momento. Don Pietro, cui “non mancano una certa seduzione francese e modi affascinanti!”, confida che Dora lo perdoni e torni con lui.

Fa rientro a Venezia sul “burchiello” (lungo il fiume Brenta) pieno di passeggeri che si recano nella capitale (“la Dominante”) per le più varie ragioni: “Tutti tipi ameni, tipi allegri che, ad ogni sosta del burchiello, interrompevano la partita a meneghella o a tresette e scendevano a berne un bicchiere (n.d.r.: di cioccolata). Sedevano alle osterie che allineavano tavole e panche vicino agli approdi; e per staccarli dalle soste bevitorie bisognava che il barcaiolo suonasse il corno e li chiamasse.”. Una di quelle descrizioni che valgono un romanzo. E ancora: “Il triste grido del conducente che aizzava il cavallo trascinante la imbarcazione, davanti ai villaggi fumosi, era soverchiato dalla ondata musicale che straripava da un muro di cinta o sussurrava sopra un nucleo di gondole e di barchette scendenti alla deriva.”. Troviamo anche nel capitolo X un bel ritratto del commediografo Carlo Gozzi, di cui questo è un assaggio: “Il conte era lunatico nello scrivere e un po’ fiabesco in ogni atto della vita: pronto a vedere persecuzioni del destino o degli astri anche nelle contingenze del caso. (…) celebre in città per non aver mai voluto cangiare in trent’anni né la foggia dell’abito né l’acconciatura della parrucca né le fibbie delle scarpe (tutti ormai le portavano ovali ed egli si ostinava a portarle quadrate)”.

Dopo la fuga di Carlo Gozzi da Brescia per non incontrare Don Pietro e Dora insieme, il capocomico Sacco, che ha bisogno di una commedia nuova, si mette a cercarlo per Venezia e quando lo trova riesce a strappargli la promessa che scriverà la commedia; s’intende che Sacco per ricompensa farà di tutto per riappacificarlo con Dora, sottraendola a Don Pietro.

Il romanzo non perde mai quel sapore di teatralità ispirata agli ultimi strascichi della commedia dell’arte. La presenza dei fratelli Gaspare e Carlo Gozzi garantisce la flessuosità e la seduzione di tale passaggio. Chi vuole ritrovare ben dipinta anche nei dettagli la Venezia del Settecento, coi suoi colori e i suoi umori, non ha che aprire e leggere le pagine di questo libro e vi si ritroverà immerso e sedotto al pari dei personaggi che lo animano. È un’altra delle bravure dell’autore che, nonostante sia vissuto più di un secolo dopo, ha saputo ricostruire, con una complessa struttura da grande architetto, un mondo che fu, consegnandolo alla posterità meglio di quanto  seppero fare i contemporanei. Se i Gozzi e il Goldoni, ed altri con loro, ci tramandarono scene di vita settecentesca facendocene gustare i sapori, Calzini ha costruito il teatro dentro il quale tali scene poterono svolgersi. Ecco che cosa scrive sui commedianti, nel capitolo XIII: “Morti non potevano essere sepolti in terra consacrata: ma vivi era circondati da fama diabolica e da sguardi sospettosi. Nemmeno la loro vecchiezza nascosta per ragion di mestiere con i belletti le parrucche i cuscinetti imponeva rispetto o tenerezza. I loro finti stracci o i loro abiti ex-bellissimi avevano le pieghe la polvere l’odore del senzatetto. Uomini e donne consumati rotolando da una città ad un’altra.”. Calzini: un maestro nella ricostruzione e nella descrizione del passato? Sì, possiamo dirlo. Si veda questa frase piena di atmosfera di una sera veneziana: “Passò finalmente il Sacco preceduto da un servo di scena che portava la lanterna; era accompagnato dal Fiorilli e dallo Zannoni”. Poco prima, nel capitolo XIV, abbiamo incontrato Carlo Gozzi che legge, in una sala di osteria, la sua nuova commedia alla compagnia del Sacco. Pare di trovarcisi in mezzo e di assaporarne l’ambiente fatto di invidie, adulazioni, maldicenze, battibecchi, capricci, pettegolezzi, tutti volti a procurarsi le simpatie dell’autore e del capocomico in vista dell’assegnazione delle parti. Ancora: “Contro il muro si udivano i fiotti dell’acqua e certe volte perfino il raspare degli scafi che strusciavano l’intonaco e le manate dei gondolieri che per scostarne la prua della gondola vi si appoggiavano.” Sono parole precise e misurate, ma con una potenza descrittiva raramente riscontrabile. Tra le tante mie letture sono poche quelle che mi hanno dato così palpitanti emozioni.

Carlo Gozzi, d’accordo con il capocomico Sacco, scrive una commedia in endecasillabi, “Droghe d’amore” e vi inserisce un personaggio, Don Adone, allo scopo di mettere in ridicolo il rivale Grataròl. Quando la commedia va in scena, riviviamo le atmosfere che si avevano nei teatri del tempo, con il pubblico (che è in maschera), dapprima in trepida attesa e rumoroso, poi afferrato e trascinato dalle battute degli attori. Nell’intervallo tra un atto e l’altro: “Cominciava a far caldo: l’odore delle arance sbucciate e dello strutto fritto si mescolava a quello dei gabinetti degli scaldini.”. Nonostante che la commedia registri un iniziale insuccesso, il bersaglio che i due vecchi, Gozzi e Sacco, si sono dati, è raggiunto e Don Pietro Grataròl “dopo quattro ore di berlina, era intontito e svaporato”. Dora, che era stata costretta a recitare, era su tutte le furie e ce l’aveva a morte contro i due, anche perché la commedia in cui si burlava il suo amante fu replicata più volte, e sempre con grande concorso di pubblico.

Siamo a carnevale, colorato di maschere e di voci, le piazze sono accalcate di folla allegra e rumorosa: “La tentazione di quel carnevale, tumultuante a picco sotto le Procuratie, scrosciante sotto i Casini, mareggiante lungo il Palazzo Ducale, ha il fascino di una vertigine. Bisogna entrar là dentro, mescolarsi per divertirsi.”. Ma Don Pietro è ancora scottato dallo scherzo della commedia satirica che lo ha messo in ridicolo in tutta la città. Si sente avvilito e malinconico: “Dalla sera della recita odiava la folla.”. Dora, prossima a trasferirsi a Parigi, lo trascina fuori e cerca di scuoterlo. Intanto il loro legame sentimentale si è inacidito: “Si erano voluti bene senza amore: si erano amati senza volersi bene.”. Tra poco si sarebbero trovati lontano l’una dall’altro, lei a Parigi e lui a Napoli. La trama continua ad essere interessante, proprio perché adornata di descrizioni che valgono gli stessi personaggi: essa non si presenta mai improvvisata e raccogliticcia. Leggete nel capitolo XXII la descrizione della festa dell’Ascensione che si tiene a Venezia con al centro lo sposalizio della Repubblica con il mare e l’uscita nella laguna del Bucintoro: “Pareva che le campane staccate dai campanili ondeggiassero nell’aria propagando una ridda di bronzi che vinceva il tuono delle artiglierie. Non si distingueva il concerto di San Marco da quello di San Giorgio Maggiore o della Salute o di San Zaccaria.”.

Ormai Don Pietro è caduto in disgrazia. Nonostante il N. H. Bragadin (una figura che ricorda don Abbondio) si schieri in suo favore per la conferma del posto promessogli a Napoli, il Consiglio dei Savi è di parere contrario. A confortarlo in questi momenti difficili è la moglie Santina, che spera di riavvicinarsi a lui: “Come una promessa sposa che va a nozze si era profumata e agghindata; aveva perfino delineato col carmino il profilo delle labbra pallide e attenuato con la cipria il lucido sudaticcio del naso.”.

Ma la decisione che assume Don Pietro è quella della fuga. A Venezia non riesce a vedere altro che spie e nemici. Vuole raggiungere Mestre e da lì Padova. Lungo il tragitto, nello specchio d’acqua della Giudecca, ad un certo punto vede il cadavere di un neonato: “Aveva la curva di una conchiglia e un colore d’anemone; la corrente componeva intorno al suo galleggiare una specie di culla con le lenzuola liquide rimboccate. Era nudo, piccolissimo, il mento appoggiato al petto, le palpebre abbassate”. La barca passa oltre e verso mezzogiorno, dopo essere sceso a Mestre, raggiunge la Locanda dello Storione, a Padova. Quel cadavere: un presagio. Un futuro triste, infatti, si preparerà per lui e per i maggiori protagonisti.


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Bart