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Candida, Marco

24 ottobre 2008

Il diario dei sogni
La mania per l’alfabeto

“Il diario dei sogni”

Las Vegas, 2008.

Dopo “La mania dell’alfabeto”, del 2007, Candida torna, a distanza di un anno, con questo “Il diario dei sogni“, edizioni Las Vegas, e con “Domani avrò trent’anni”, editore Eusmewil.
“Il diario dei sogni” è il libro di cui ci occuperemo.
Tenere un diario dei propri sogni per capire se stesso e la vita non è cosa facile, giacché non si tratta mai di raccontare, ma di scendere nel ventre delle parole suscitate dalle immagini. La parola è gonfia come una nutrice, pregna dei simboli dei suoi tanti significati. Come servirsene utilmente e senza sbagliare? È possibile?
Che Candida abbia un vero culto per la parola è ormai una qualità già appurata nel romanzo di esordio, che sin dal titolo fa capire questa passione, al limite della mania. Ma anche nelle prime pagine del “Diario” troviamo: “probabilmente non lo so nemmeno più io a quante rinunce sono andato incontro, per rimanere in casa a scrivere”. La scrittura di Candida è, dunque, senza dubbio, il frutto di una fede, di una devozione.
Lo scrittore Giulio Mozzi lo ha scoperto e gli ha pubblicato per Sironi il romanzo di esordio. Non è un caso. Vi è una qualche somiglianza tra Mozzi e Candida e sta nel puntiglio e nella cura dei particolari, nel gioco ripetitivo, quasi morboso, dei contrasti tra finzione e realtà, colto nel momento in cui esse stanno per congiungersi e spietatamente si dividono. Allo stesso modo che accade tra Marco e Verino, tra Veronica e Monica, tra Mattia e Marcello (ove il loro rapporto è quello di essere uni e distinti, e lo si vedrà bene alle pagine rispettivamente 155, 109 e 165/169). Si noti pure, nella narrazione, il rapporto rovesciato Verino/Veronica e Marco/Monica, i quali congiungono e accoppiano finzione e realtà. Se Mozzi è senza dubbio un punto di riferimento per il giovane Candida, certo è che vi è una corrispondenza molto spontanea e naturale. Il loro, ossia, è un incontro scritto nelle cose. Il sogno del 25 dicembre 2006, che troviamo a metà del libro, che vede protagonisti Marcello e Monica, e il successivo sogno dell’amico Gioacchino del 31 marzo 2007, in cui Marco va in giro con una Opel corsa 1400 appena comprata, sono un altro bell’esempio di questa affinità.
L’operazione che si prefigge l’autore appare ben descritta in questa nota, la cui costruzione stilistica può essere anche un ulteriore esempio della parentela con lo scrittore padovano, di cui si diceva: “Le scritte stanno sulle pareti, dentro i quadri e sulle porte per il verso corretto, ma ai miei occhi appaiono voltate nel senso contrario. Io so – sono consapevole di questo – che le scritte stanno sulle pareti, dentro i quadri e sulle porte per il verso corretto, ma contemporaneamente non posso che leggerle alla rovescia – e se voglio interpretarle non posso che farlo rivoltandole dentro la mente.”
Non è, dunque, un puro esercizio di scrittura, questo libro, o una specie di vanitoso esperimento, ma una dolorosa analisi della sfida che la realtà pone ad ogni essere umano, in modo mai uguale, e sempre rivolta alle specificità, alle debolezze, alle paure, alla visionarietà del singolo. Vi è rappresentato lo smarrimento di chi riesce ad intuire e ad accorgersi di questa sfida, di fronte alla quale misura la sua insufficienza. È la tortura dell’impotenza di fronte alle astuzie, ai sadismi, agli specchi deformanti, alle lusinghe, agli inganni della realtà. Con questi strumenti, che non possono mai trovare un riscontro della stessa perversione ed intensità nell’essere umano, la realtà cattura e impegna in un corpo a corpo impari, colui che, per le sue speciali doti di percezione e di sensibilità, riesce a varcare la soglia dell’ordinario. È forse la sfida più minacciosa e terribile a cui l’uomo possa andare incontro. In mezzo alla moltitudine che non avverte nulla di tutto ciò e passa indenne perché scartata, ecco che ci sono uomini che ogni giorno sostengono una tale sfida dolorosa e all’ultimo sangue. Candida ce la rappresenta affinché anche noi che non la conoscevamo, ne siamo fatti partecipi.
Scopriamo così che i temi che si pone l’autore con queste sue prime opere, non sono mai banali, e affrontano il disagio dell’uomo laddove è più spietato e sanguinante: nell’intimo più nascosto, riservato e forse anche inconfessabile.
Nell’accudire e approfondire il personale culto della parola, ossia del suo valore di rappresentazione e di comunicazione, l’autore arriva perfino a prospettarne il superamento con l’accedere ad un linguaggio universale da tutti compreso. L’alternativa che pone è quella del ricorso ai numeri: “si potrebbero utilizzare i numeri al posto delle parole.” e arrivare così ad “una lingua perfetta a base numerica e non alfabetica.”
La scoperta di un linguaggio comune creerebbe una nuova solidarietà tra gli uomini, un avvicinamento delle solitudini, una forza più consona e vigorosa per sopravvivere.
Allineato a questo obiettivo sta l’altro legato ad una storia d’amore e di tradimenti, che è una storia a senso unico, dato che Verino/Marco è stato ingannato sin dal primo momento dalla sua ragazza, di nome Veronica, che si propone soltanto di “facciamolo diventare matto, hai detto nel quarto mese di frequentazione con Marco, nel letto del suo migliore amico”.
Una comunicabilità, quindi, tra esseri umani, inceppata, frastornata, fatta di incomprensione, di possessione e perfino di cattiveria: “Marco appartiene a quel tipo di persone, come tu dici, quelle persone che assorbono tutto l’odio del mondo, che si attirano tutte le forme di antipatia, quel tipo di persone che si prendono tutto il male delle altre persone, che ricevono ovunque e da tutti del male.”

Ci sono persone che ti vogliono fare la festa è un’espressione presente nel diario, scritta a caratteri rovesciati come in uno specchio (il sogno non è forse uno specchio di ciò che siamo?) ed è significativa del modo antagonistico in cui l’autore pone il se stesso protagonista di fronte alla realtà.
Viene in mente il doloroso convincimento espresso, in un contesto assai diverso, dallo scrittore lucchese Guglielmo Petroni nel suo capolavoro “Il mondo è una prigione”, secondo il quale non ci sono speranze di sfuggire la propria solitudine per conquistare la partecipazione e la solidarietà degli altri.
E il sogno? Che cosa rappresenta per l’autore? La chiave per capire la propria esistenza, costruita dall’insieme delle parole che compongono e raffigurano il sogno.
Parole e sogno, dunque, sono l’universo formativo e interpretativo con cui è possibile appropriarsi della propria vita. Dopo “La mania per l’alfabeto” è, ancora una volta, un’opera di forte ricerca, di ansia e di smarrimento, quella che ci presenta Candida: “il diario di una persona che si racconta attraverso l’affresco deformato dei suoi sogni”; “i sogni possono costituire un metro per farsi un’idea precisa su una persona – forse addirittura per entrare completamente dentro a quella persona.”
Significativo a proposito il primo dei due sogni del 6 aprile 2006 (quello dello Zingarelli, il dizionario, e del cane di stoffa dai quali estrae oggetti e persone, un’immagine che si ripeterà alla fine nei confronti dello stesso diario, in cui – al contrario questa volta – farà entrare, anziché uscire, oggetti e persone).
Caos e confusione potranno mai trasformarsi in ordine e cognizione di sé?
A Candida non interessa, come non gli è interessato ne “La mania per l’alfabeto”, raccontare una storia per filo e per segno, con magari una forte presa sui lettori, così come si usa fare oggi per accaparrarsi il mercato e ingraziarsi le influenti Case editrici; piuttosto è interessato a mettere sossopra la propria mente a mo’ di cavia, assumendosene in prima persona tutti i rischi, affinché il bizzarro e complesso mistero che governa il rapporto dell’uomo con se stesso e con gli altri uomini venga aggredito senza quartiere e, uscendo allo scoperto, pur forse vincendoci, il mistero sia costretto ad offrire a tutti noi la possibilità di conoscerlo e misurarlo.
Una delle manifestazioni più subdole e pericolose del mistero è l’insicurezza che ci prende di fronte alla vita che gira intorno a noi. Basterebbe convincerci che il disordine che ci appare è solo “apparente […], sembra disordine, ma tu sai dove stanno le cose, le controlli talmente, le hai talmente dentro di te, (sono una parte di te), non hai bisogno di tenerle in ordine, in un ordine comprensibile a un terzo, perché ordinare è un po’ disinteressarti, non sentire più le cose dentro, invece non hai bisogno di fare questo, (sono una parte di te), le tue cose respirano con te, e se una scompare, appena scompare, lo senti, come sentiresti se ti tagliassero i capelli o le unghie, a volte come se ti tagliassero un piede.”
Ma non è facile giacché si devono combattere “i cani [che] ti abbaiano dagli angoli del cervello – forse è dal tuo cervello che si aprono le bocche e cominciano ad abbaiare”. La condizione precaria in cui la società di oggi ha gettato l’uomo, e più ancora i giovani, senza lavoro e senza un futuro, è l’humus in cui il mostro che digrigna i denti dentro la nostra testa trova la forza di confonderci e di smarrirci. La debolezza dell’uomo si moltiplica sempre allorché la società contribuisce ad accrescere il mostro che si annida dentro ciascuno di noi.
Che cosa abbia spinto l’autore a comporre un’opera che, mediata dal sogno, in realtà si presenta come una feroce diagnosi della condizione individuale nella società moderna, lo dice lo stesso autore nella nota posta al termine del libro. Sembra un paradosso, e non lo è: è il desiderio di amore, quell’amore che è il solo che abbia la chiave magica per rimettere equilibrio ed ordine in noi stessi e nel mondo.

“La mania per l’alfabeto”

Sironi, 2007.

Iniziato nei primi mesi del 2004 e terminato nel gennaio del 2006, il romanzo vede la luce poco più di un anno dopo, e rappresenta l’esordio di questo giovane narratore di Tortona, classe 1978.

Ho conosciuto Marco Candida a Roma, il 16 novembre 2006, e l’ho incontrato di nuovo a Milano circa un mese dopo, sempre in occasione di conferenze organizzate dall’inarrestabile Giulio Mozzi, inventore e animatore di tante iniziative, tra cui quella importante di vibrisselibri, una agenzia letteraria che incorpora una vera e propria struttura editoriale costituita da volontari – tra cui molti professionisti del settore – la quale mette in rete, scaricabili gratuitamente, i libri selezionati e nello stesso tempo li pubblicizza alla ricerca di un editore cartaceo. Marco è, nell’aspetto, ancora più giovanile dei suoi 28 anni; taciturno, è più un attento ascoltatore che un parlatore. Nel romanzo troveremo scritto: “Michele parla poco perché parlare è mostrare la parte nera, dove sta il diavolo”. Ma attenzione: dietro quelle lenti che gli conferiscono un’aria da intellettuale trasognato, si scorgono certi occhi mobilissimi, che frugano intorno con una curiosità tanto avida quanto sorniona, proprio come succede nelle molte pagine di questa storia. Guai ad approfittarsi, perciò, della sua placida e serena mansuetudine.

Le parole di Umberto Galimberti che troviamo nell’esergo (seguite da quelle di Kandinsky) paiono poste all’ingresso di una porta simile a quella che si parò innanzi al sommo Poeta prima di entrare nell’Inferno. Possono spaventare, infatti, perché ci avvisano che entreremo in una specie di “città dolente” dominata da una “mente (phrén) scissa (schízo) in due mondi, dove l’uno si rifrange nell’altro, per cui è indicibile quale dei due sia il mondo vero.” Noi faremo come Dante, però, e non ci tireremo indietro, curiosi di penetrare una scrittura che si prefigge una meta tanto ambiziosa.

Le chiavi di quella porta fantastica non sono poi così lontane, si trovano addirittura a portata di mano giacché sono le lettere che stanno sulla tastiera di un personal computer (“Per lui accendere il computer è come accendere i pensieri.”), alcune delle quali compaiono spesso tra un capitolo e l’altro, a ricordare la loro importanza: talune aprono addirittura le varie sezioni in cui il libro è diviso: sono, infatti, le lettere dell’alfabeto le sole che riescono ad aprire a Michele Astrini, il protagonista, la porta del suo mondo: “il suo mondo, pensa, sta tutto lì.” Quando scrive, il ticchettio “regolare” di quella tastiera ha il potere di far addormentare Savemi (Emi), la sua fidanzata, che, sdraiata sul letto, “con indosso solo il reggiseno e le mutandine”, gli tiene compagnia, lamentandosi un po’ perché lui non la porta mai “da nessuna parte”. Si può dire che quella magica tastiera, dunque, apre le porte di due mondi, quello che visiteremo di Michele e quello, ignoto, di Savemi (un mondo, quest’ultimo, che il romanzo non ci farà conoscere se non attraverso minuti spiragli: “la laurea resterà il suo fantasma e determinerà tutto quanto il suo mondo.”), una Savemi immersa nei suoi sogni di ragazza, come è per ciascuno di noi. È lei che, ogni volta che Michele ha finito di scrivere (Michele ha iniziato a scrivere a 12 anni, il 16 gennaio 1990, ma il fantasma si è inferocito dentro di lui a partire dai ventidue anni, “anche se la prima volta è stata a undici”, nonostante la famiglia vi si opponesse), si accorge che non c’è alcuna “attinenza tra quello che sta intorno a lei e quello che lui ha appena fatto.” Ossia Michele è migrato per tutto quel tempo in un altro mondo (più avanti preciserà: “non cerco di eliminare le contraddizioni, le incongruenze, a volte le mostruosità, re-inventando un mondo ideale dove tutto funzioni, ma cerco solo di inventariare questo. Ecco anche per cosa voglio scrivere il libro.”, nel quale gli strumenti di penetrazione che contano sono quelli che Michele chiama “la parte bianca”, ossia tutto ciò che sta fuori di lui (“il suo viso, la sua pelle, l’esterno del suo corpo, le azioni e altro”; “il sesso, le mani, i denti e altro”) e “la parte nera”, ossia tutto ciò che “sta dentro e che da dentro a volte esce fuori” (“i pensieri, le parole, il fiato, la saliva e altro”; “il cuore, il cervello, lo stomaco e altro”). “La parte bianca è l’angelo, la parte nera il diavolo.” Il suo sogno è scrivere un libro, anzi “il libro”, per lui un vero e proprio “oggetto sacro”, e poiché il libro ancora non esiste (è “il fantasma”) Savemi non ha alcuno strumento adatto a contrapporvisi. Il fantasma (il libro non ancora scritto) la perseguita, perché sta mutando il suo ragazzo e lei non può fare niente: “Il fantasma è l’oggetto senza forma che determina tutte le azioni e tutto il mondo di Michele.”; “la scrittura è un demone e davanti un demone non si può fare molto.” Il quale Michele sta diventando maniacale nei confronti della scrittura e anche della parola orale: è attento, meticoloso, si sente “infastidito” dagli amici che non sanno usarla in modo appropriato: “stava anche elaborando di giorno in giorno un modo di parlare tutto suo”.

Ci troviamo di fronte, in modo esplicito, ad un particolare romanzo di formazione, in cui la materia prima destinata a calarsi in noi e con cui dobbiamo fare i conti per maturare e crescere non risiede intorno a noi, ma sta tutta nascosta e compressa nella parola, la quale diventa non più un mero strumento di comunicazione bensì la linfa vitale dell’individuo, condizione primaria e imprescindibile, ossia, per continuare a vivere: “anche solo in una parola può esserci dentro tutto il mondo. In certe popolazioni ci sono parole che non esistono – non sono concepite – e questo fa sì che quelle popolazioni non conoscano il mondo che la sola esistenza di quella parola configura.”

Ci viene in mente lo stupendo libro dell’autore lucchese Guglielmo Petroni, “Il nome delle parole” (1984), in cui, rievocando la sua vita, proprio la parola è messa al centro di una profonda riflessione: “Avevo circa quattordici anni. Ora sapevo soffrire soltanto delle cose a cui potevo dare un nome”. E ancora Petroni, che non fece studi regolari, e fu un autodidatta, dotato di una sensibilità e di una acutezza del tutto speciali: “nelle ore morte leggevo, sapevo appena leggere, ma mi accorsi che in una sola ora di lettura mi appropriavo rapidamente di tutti gli accorgimenti necessari a quest’arte; m’aiutava forse essere nato in quella Toscana, in quella Lucca dove le variabili delle parole scritte capivo di averle avute a portata di mano fin dalla nascita.” Poi: “finalmente cominciavo a impossessarmi del nome delle parole.” Anche in Petroni, come in Candida, la scrittura rievoca l’immagine del deserto: “Lo sgomento, nel comprendere lentamente che quanto più esploravo in quello spazio che mi sembrava concluso e decisivo, tanto più l’orizzonte si allargava; la sensazione che il deserto in cui si esiste non ha fine, arrivò dopo.”

Nel romanzo di Candida, infatti, si trova, nel “dodicesimo post-it” (il post-it è quel foglietto adesivo rimovibile – si veda il “trentaduesimo post-it” – su cui prendiamo appunti: ne troveremo ben 158), un riferimento significativo al deserto; lo pone Savemi: “Scrivere, nell’immagine di Savemi, equivaleva a trovarsi davanti ad un deserto. Nel deserto si hanno davanti tutte le direzioni, ma se lo si vuole attraversare è necessario scegliere una direzione sola. Lo stesso è per la scrittura. Scrivere è scegliere una direzione che escluda tutte le altre”. Ho trovato sorprendente che l’attenzione che, pur in un diverso contesto, lo scrittore lucchese pone sulla scrittura e sulla parola, abbia trovato in un giovane di oggi, a distanza di molti anni, una eco tanto spontanea quanto confermativa. Ma i riferimenti letterari sono numerosi, a partire da “Le parole e le cose” di Michel Foucault (1966), a “Il correttore” (1992) di George Steiner (“L’esattezza. La santità dell’esattezza”; “Non capisce quanto disprezzo ci sia in un accento sbagliato o in un trattino fuori posto? Come se lei sputasse su un altro essere umano.”), a Stevenson, a Swift (il capitolo dei folletti, verso la fine: “quando li ho visti li ho presi tutti e due e li ho posati a terra con tutti gli altri”), a Mary Shelley, a Hoffmann, a Poe, a Wilde (addirittura c’è un racconto – “una carabattola” -, quello di Pigi, nel “quarantatreesimo post-it, che li assorbe tutti insieme, conditi da un po’ di divertimento e ironia), e non mancano nemmeno Kafka e il grande pittore fiammingo Hieronymus Bosch: “a volte Michele vede le cose uscire dalla bocca delle persone che gli parlano. Le cose escono in fila e rimangono sospese nell’aria il tempo di un battere di ciglia prima di scomparire. Ad alcuni escono di bocca baffi di gatto, code di pipistrello, aghi di porcospino. Ad altri riccioli di polvere, rotoli di filo da cucito (rosso), coperchi di scatole per fiammiferi (gialli o blu). Ad altri ancora escono di bocca gnomi verdi, piccole salamandre, gelatine di brodo.” Per non parlare del fumetto e del cinema. La macabra visione del giocoliere Jof, quasi al termine de “Il settimo sigillo” di Ingmar Bergman, è presente in qualche modo nel racconto di Riccardo che con gli amici visita un cimitero di notte, nel “quarantaquattresimo post-it”. Ci sono anche richiami a taluni film del genere horror. E ciò non tanto per l’incontro frequente di visioni paradossali e assurde, schizoidi (si veda il “ventesimo post-it, ad esempio), piuttosto per una affinità spirituale che trova nella scrittura e nella stessa struttura del romanzo la sua frammentazione allucinatoria.

Lo stile di Candida è semplice, quasi diaristico, e accompagna il lettore su di un terreno psicologicamente impervio e complesso con la naturalezza di chi ci narra una “favola di Perrault”, addirittura una storia normale in cui non sembrerebbe difficile riconoscerci, e, invece, si aprono all’improvviso voragini, spazi bui, dentro i quali avvertiamo vertigini e paure; smarrimento e obnubilazione. È il mondo che esplora Candida, il suo mondo, “il mondo del fantasma”.

Indubbiamente, ci troviamo di fronte ad un romanzo anomalo in cui siamo chiamati a seguire le tortuosità, anche minimali, di un giovane perseguitato dall’ossessione della scrittura, che sta consumando ciò che noi chiamiamo vita, e addirittura ciò che ne costituisce l’essenza più sublime, l’amore, e l’amore per una donna, ma nello stesso tempo una tale ossessione, non disgiunta da un’angoscia esistenziale, nasconde il germe di una dolorosa gestazione che potrebbe anche condurre alla fuga e alla libertà. Ma il libro che vuole scrivere altro non è che il fantasma che si appropria della mente di tutti i giovani di ogni tempo nel momento in cui guardano dentro se stessi e si interrogano proiettandosi verso il futuro insicuro e ignoto.
Infatti, è difficile pensare a un Michele tutto rinserrato all’interno del suo mondo fantasma, tanta è l’attenzione che egli riserva alla realtà che lo circonda. Si possono fare tantissimi esempi, ma uno di quelli che più mi piacciono è questo, in cui è palese anche l’aspetto ossessivo, direi maniacale, del personaggio: “cerco di mettere il piede fuori dal bar proprio sull’ultima nota della canzone, anche se ancora non mi è riuscito una sola volta.” Questa considerazione, ci porta a dire che il passaggio che il protagonista desidera fare e si accinge a compiere con la stesura del suo libro, non è proprio così facile. Anzi, si è propensi a supporre una forte dicotomia che si sta combattendo nel personaggio, senza che ancora sia scontato il risultato. Un cammino, dunque, di formazione (“non so proprio quale posto occupare in questo presunto mondo della vita reale”), in cui la posta in gioco non è tanto la vita, quanto il sogno. Un sogno così forte da generare ossessione e angoscia, e soprattutto un’ambivalenza che si accresce sempre di più quale segno distintivo di un passaggio che stenta a compiersi, ad un capo della quale ambivalenza, quello da cui cerca di allontanarsi, può stare benissimo la stessa Savemi. Così che libro avrebbe anche potuto intitolarsi La mania per la vita, tanto il suo respiro resta forte e ostinato lungo tutto il percorso intrapreso per allontanarsene: “penso che il tempo sia la risorsa più importante che abbiamo e che avere il controllo sul tempo significhi avere il controllo su quasi ogni aspetto della vita – forse, vorrei esagerare, su tutta quanta la vita.” E ancora, significativamente: “a ventiquattro anni, dopo un mucchio di tempo buttato via, questo modo altro non è che il mio modo di avere paura della morte…”; A Savemi che continua a dirgli che lui vive in un altro mondo, risponde “che no, non è così, che è questo il mondo dove vivo e mi sposto e incontro delle resistenze ai miei sensi che mi procurano gioia oppure mi fanno tristezza e che di solito altro non faccio che scrivere di queste resistenze.” Il problema è, semmai, “che nessuno di noi, ormai, sa costruirsi e sa vivere più dentro un solo mondo, un mondo intero, come tu lo hai chiamato quella volta a Courmayeur. Nessuno. Forse ci proviamo ancora.”

Le qualità di narratore di Candida si palesano e si confermano nella serie di racconti sparsi a partire dal “trentasettesimo post-it”: è una scrittura imperlata di un sentimento raffinato e cerebrale, minuto, sottile, di una leggerezza trasparente, timida addirittura; è simile ad un filo di seta che scorra e tenga insieme le parole. La struttura del romanzo si avvale di una libertà assoluta, che si serve dei racconti per affermarla ed affermarsi: una libertà di impronta sterniana, dentro la quale il racconto che ogni tanto si inanella sulle parole si configura come una specie di elegante sutura affermativa di una robusta identità di narratore. Sembra che Candida voglia rispondere con questi particolari racconti – alcuni autentici cammei (ma ci sono anche varie e-mail), taluni addirittura incorniciati e conservati nella casa di Savemi e in quella di Michele – alle domande che il lettore desidererebbe porgli – se potesse interloquire con lui – circa la sua provocazione letteraria. La lettera alla mamma che trovate nel “trentottesimo post-it” e “Il racconto d’inchiostro verde” che si trova nel “centoquarantaquattresimo post-it” riassumono in modo esemplare le qualità stilistiche, inventive e innovative di questo giovane narratore.

Quello di Michele si conferma sempre più come un cammino faticoso di ricerca che ha nei frequenti momenti di indagine e di riflessione le sue tappe più significative e dolenti (viene in mente lo scrittore Giulio Mozzi, con cui l’autore ha più di un contatto nella conduzione ostinata e in crescendo delle analisi affidate al protagonista).

Scrive a Savemi: “Purtroppo, per me, è tutto un po’ più complicato; però trovo un po’ di consolazione nel vedere almeno te un po’ felice.” Infatti, la formazione del suo carattere passa attraverso alternanze di certezze che non sono mai acquisite una volta per tutte. Perfino riguardo al libro che desidera scrivere: “Che cosa importa se scrivo per me stesso o per centomila persone, che cosa importa se i miei scritti finiranno per sempre in un cassetto oppure nelle pagine di un libro stampato, rilegato e distribuito nelle librerie. Per me l’importante è scrivere – e tutto quello che faccio, lo faccio perché sono attratto da quel tipo di azione.”
Candida sta lasciando nel suo insolito romanzo, così suscitatore di spunti, il marchio visibilissimo di una giovinezza e di una crescita accompagnate dal mistero che sempre le avvolge e – sembrerebbe un paradosso, ma non lo è – dalla forza di una determinazione che scaturisce dalla paura dell’ignoto, e meglio ancora dalla sospensione della certezza: un mondo “tutto pezzetti e striscioline come il mio”; “Penso che la verità e la realtà siano concetti legati ad una credenza superstiziosa”. Non è azzardato sostenere che, attraverso Michele, egli ci offre la testimonianza di sé, con una forza, una sincerità, un accanimento esemplari, sebbene, in realtà, non importi nemmeno appurare se si tratti di una storia che abbia molti spunti autobiografici, giacché è la storia tout court di una giovinezza che si sta avviando alla maturità: ed è solo un caso che essa possa anche coincidere con la giovinezza dell’autore. Gli echi di una filosofia perseguita e nutrita da un’aspirazione giovanile alla conoscenza pervadono il romanzo, come tasselli faticosi ma ostinati di una ricerca che, pur nella paura dell’ignoto, non teme i pericoli di un incontro inaspettato e ribelle: “Se in questo momento io e te fossimo trasformati in parole sulla carta o in immagini dentro a una pellicola, io e te, Emi, non esisteremmo, non saremmo noi, diventeremmo un’altra cosa.”
È anche la storia di un grande amore, questo romanzo. Emi non ce la fa a sopportare un Michele che sta diventando sempre di più un maniaco con il chiodo fisso della scrittura e della perfezione delle parole. Ha ripescato dai cassetti perfino scritti e canovacci di racconti di alcuni anni prima, obbligandola in qualche modo a star lì ad ascoltarne la lettura. Null’altro, insomma, al di fuori di questo, riesce più ad interessare Michele, che è arrivato al punto di non essere in grado di mantenere alcun rapporto normale con gli amici, peggio ancora: con nessuno, nemmeno con lei. Un giorno Savemi si decide e gli dice: “Michele, io ti lascio.”

Candida, nonostante che questa sia la sua prima vera esperienza narrativa, si mostra molto abile e fa esplodere quello che può apparire come un versante nuovo della sua storia, e che invece vi sta al centro sin dal principio: ossia, la forza dell’amore, se esso sia, cioè, così sincero e intensamente corrisposto quale è parso finora tra i due personaggi principali. La prova di quanto la mania del protagonista possa incidere su di un tale legame si pone di prepotenza al centro del romanzo, illuminandolo e spostando per la prima volta all’esterno le conseguenze di una formazione che stava nutrendosi, da “almeno quattordici anni”, solo e unicamente in virtù di una totale assenza – o presunta tale – dei rapporti con l’esterno, ivi compresa Emi. La risposta di Michele: ” Emi, tu non puoi lasciarmi” appare come un risveglio che ancora non sappiamo quanto duraturo e pervasivo. L’accusa di Emi è esplicita: Michele è incoerente (“una incoerenza totale”), non riesce a portare a termine mai niente di ciò che si propone (” sei un inconcludente”; “Non riesci neanche a concludere una serata come questa”; “non riesci neanche a finire le frasi che pronunci!”). Si ha l’impressione che la complessa fragilità del protagonista stia per andare in mille pezzi, e Savemi sia in procinto di diventare la sutura di una spaccatura (“Il tuo è un blocco”) che sta profilandosi all’orizzonte di Michele e che non appare tuttavia ancora del tutto scongiurata: “fra un po’ sono sicura che non le comincerai nemmeno le cose!” (Vedremo che nel finale si acquisirà anche un tale risultato). Michele affida ad un suo racconto la risposta (si tratta di un altro testo di ottima e significativa scrittura: “Lo scritto di Luce Argentina: per il mio funerale – di Luce Argentina”): “il senso del mio mondo è dato dalla mia presenza: tutte le cose che ci sono possono stare insieme perché ci sono io che do loro il senso: e questo anche quando tutte queste cose assieme sembrino apparentemente insensate.” È una risposta forte, che mette al centro dell’esistenza la comprensione e il rispetto della persona. Possono mai confliggere con l’amore?: “qualunque vita ha senso per il fatto di essere vita e va rispettata anche quando ci sembra che manchi del senso comune e viva in un mondo altro da quello comune.” Ma Savemi insiste: “La scrittura, sono certa, ti causerà anche altri problemi: non solo me che ti lascio.” A proposito dei racconti che intervengono nel romanzo, tutti ci presentano dei personaggi che altro non sono che sfaccettature di una poliedricità enigmatica quale quella che caratterizza Michele. La stessa Luce Argentina, come in seguito Francesco, sono esempi illuminanti.
C’è una parte di questo romanzo, la seconda – che ci dà notizia che Michele è riuscito a trovare un lavoro a tempo determinato in un’azienda che produce materiale bituminoso – nella quale il protagonista si adopera meticolosamente a descriverci il genere di lavoro che deve assolvere quotidianamente; lo fa in modo così minuzioso che ci vengono in mente altre opere in cui un autore si comporta allo stesso modo, a partire dall'”Iliade” e da “Moby Dick”. C’è una ragione? Ci pare di poter rispondere di sì, giacché è la stessa ragione che ha portato Candida a riesumare in precedenza alcuni canovacci di racconti o interi racconti conservati nella sua scrivania: e la ragione sta nel desiderio di consegnarci un personaggio nudo fino nelle sue più risposte articolazioni, così da consentirci un’analisi meno sbrigativa e superficiale. Michele è indubbiamente un personaggio complesso e complicato, e a renderlo tale sono l’inesperienza e la crescita in una età tra le più delicate dell’uomo. Tali ulteriori dati ci possono, dunque, aiutare a capire un passaggio così importante, allorché la mente è ancora fragile e in continuo tumulto? Pare proprio di sì, come si vedrà nel seguito, a cominciare da: “Michele pensa l’azienda come una galassia di mondi.” Che è pari pari il mondo delle parole trasferitosi dalla scrittura al lavoro. È la prima volta che Michele riconosce e in qualche modo entra in relazione con i mondi che appartengono agli altri: “Il mondo che Passoni vede, e che ha scelto di vedere, è un mondo quasi tutto fatto di numeri come più (+), meno (-), per (x) e diviso (:): e, a volte, Michele pensa che quello sia il solo mondo che Passoni sia capace di vedere.”

È, quella con gli altri, una relazione facile? No, anzi: “c’era qualcosa nel suo modo, quella sua esattezza grammaticale e sintattica, che creava distanze.” Scomparsa Savemi dal proscenio (sappiamo che i due continuano a incontrarsi), Michele sta affrontando il mondo da solo, e deve fare i conti con quella sua onnivora ossessione, che induce gli altri a considerarlo addirittura un “diverso”: “Per un periodo La Ditta lo aveva considerato frocio”; poi, a seguire, uno sciupafemmine, un genio, un ritardato mentale: “Agli inizi Michele era stato tutto un errore.” Però il lavoro, nonostante ciò, gli piace: “ci mette tutto se stesso.”; “Michele pensa che il lavoro sia un bene prezioso: qualunque lavoro, e questo lo fa sentire fortunato.”
“Il racconto del foglietto caduto”, che si trova nel “centoventicinquesimo post-it” suona tuttavia come un campanello d’allarme, che Michele non ha il coraggio di far suonare direttamente, affidandolo ad un personaggio fittizio, Francesco, che altri non è che il suo alter ego. Il contatto con il mondo, ossia, presenta, contrariamente alle speranze, uno snodo difficilmente conciliabile con la sua vita. Nel momento in cui si decide a riconoscere un mondo esterno al suo e a tentarne una percorribilità, ecco che questo mondo appena scoperto lo respinge e rimanda a lui per rifrazione tutte le sue debolezze. Michele perde il lavoro, infatti: quel lavoro precario che in questi anni è posto al centro di molta narrativa italiana, costituendo assillo e nevrosi di tanta gioventù. Ancora una volta l’autore affida ad un racconto, “Lo scritto dell’ufficio”, il pensiero di Michele: “Penso che il libro verrà quando avrò sofferto abbastanza e avrò trovato il modo di esprimere questa sofferenza.”

Non è facile trovare nella narrativa, non esplicitamente autobiografica, una aderenza così piena al pensiero e ai sentimenti del loro autore e avvertita da noi in tutto il suo fremito giovanile. È disegnato un cerchio su cui si inanella il percorso formativo di Michele: “È la scrittura la sofferenza: è la scrittura la diversità.”; “Non lo sanno che la scrittura non è una cosa buona e che non fa diventare più buoni, ma, al contrario, inasprisce e indurisce.” Ma anche: “È per questo che si scrive, no? Per questo scriviamo, tutti quanti. Per aggiustare le cose.”; “Oppure le distrugge”. E infine: “Quando scriviamo, le parole non si riferiscono alle cose che stanno nella realtà, ma si riferiscono alle cose che stanno dentro la nostra testa”. Ma anche: “Sul foglio si possono scrivere solo le cose che possono succedere e le cose che ci sono”. La formazione di Michele, dunque, torna ad incentrarsi sulla scrittura, alla ricerca di quel “foglio a esagoni” “in grado di fare quel che gli altri fogli non possono fare.” È, insomma, solo attraverso la sofferenza che promana dalla scrittura che si può maturare e crescere, si possono, ossia, “cambiare le cose.”

Che cosa sono i post-it che Michele si porta nelle tasche strapiene o sparge dappertutto, sulle pareti, sul pavimento, dentro i cassetti, sul letto? Michele pensa che siano i suoi demoni “con ali di pipistrello” che “gli stanno attorno, appiccicati ai muri, di notte come di giorno, e lo seguono, ma non come pipistrelli, ma farfalle, si posano sul lato del monitor del computer, finiscono nel cassetto della scrivania, sui corpi dell’armadio, ma non sono farfalle, sono sanguisughe, che subito quando si posano, gonfiano e anneriscono, finiscono per risucchiare tutto quello che possono.” Ma possono essere anche, e congiuntamente (ricordate la parte bianca e la parte nera?), le piccole e fragili ali della sua mente, materializzatesi nel tentativo di volare incontro al suo sogno: “Michele si guarda attorno come se si accorgesse dell’invasione dei post-it per la prima volta.” Molti dei post-it appiccicati dappertutto, infatti, contengono parole, a volte, anzi spesso, una sola parola, come parte di un mosaico che si sta componendo in un testo “sacro”, ossia nel suo libro: “La risposta alla domanda se riuscirà a togliersi dalla situazione che adesso lo blocca è che no, non ci riuscirà, almeno non fin quando non avrà trovato se stesso. Michele raccoglie i fogli dall’angolo della stanza” È un’immagine, quest’ultima, significativa che ci trasmette il senso della ricerca condotta attraverso prima la frammentazione non eludibile della sua personalità (ribadita – ma nel senso di un rischioso appiattimento da mettere in conto – nel personaggio di Desideria, che appare ne “Il racconto dei fogli in disordine”) e poi attraverso una faticosa, lenta ricomposizione. Il personaggio di Desideria è un altro snodo della narrazione. Leggete qui cosa pensa di se stessa: “ha come il sospetto che questa faccenda sia molto più grossa di quel che lei si può permettere di affrontare. Via di questo passo ha come l’impressione che presto le sembrerà di potersi rappresentare soltanto come una specie di grosso mostro fatto di pezzetti o micro-pezzetti di tutte quante le persone che ha incontrato, e questi pezzetti fanno tutta la persona, e senza questi pezzetti la sua persona non ci sarebbe, e questo a Desideria non sembra accettabile, o pensa che per questo non ci sia una soluzione accettabile. Forse cercare di essere uniformi e omogenei il più possibile è la soluzione? Ma si può fare? Non sarebbe diventare ancora più mostruosi?” Desideria, dunque, è una possibilità, rappresenta l’inconscio e il mistero che si trasformano in paura, e senza dubbio è il punto di contatto più vicino tra l’autore e il suo personaggio Michele e tra Michele ed uno dei personaggi dei suoi racconti, Desideria appunto, così da distendere un marcato trait d’union che, congiungendoli, illumina il percorso formativo tracciato nel romanzo e ne avvia la conclusione attraverso la bellissima immagine che compare ne “L’epilogo del computer”, nel “centocinquantaquattresimo post-it”, dei tubicini che collegano ogni parola “con la cosa che la parola nomina”, brano che mostra, ancora una volta la fervida fantasia e l’abilità stilistica dell’autore, il quale giganteggia, lui quanto Michele, come il personaggio che attraversa il libro in un’immagine fissa e trasparente, fermo davanti alla tastiera, intento a cercare le esatte parole per costruire il suo mondo, in cui sentirsi vivo. Quando, subito dopo, all’immagine della tastiera segue quella degli “esserini ritorti e gommosi” che escono dalla torretta del computer, Michele scrive: “Ho visto un esserino tutto azzurro farsi largo tra i foglietti sul pavimento. Prendeva un foglietto e lo arrotolava tutto oppure lo sollevava e se lo toglieva dai piedi.” Che è un altro interessante punto di contatto tra la parte bianca e la parte nera del protagonista nel momento che la sua ricerca sta raggiungendo il suo punto più alto, e forse estremo, in cui bisogna diradare la nebbia di una confusione e di una ossessione che stanno rinserrate nella mente, a metà strada tra la ragione e la follia: “ogni esserino stava cercando di arrivare ad un foglietto appiccicato nella stanza. Non un foglietto qualsiasi, però, ma il foglietto dove stava scritta la parola che ognuno di loro pronunciava.” E poi, allorché l’esserino riesce a trovare il foglietto, lo arrotola in modo che appaia in bella evidenza la parola che vi sta scritta, arrotola gli angoli e ne fa un copricapo a punta “e a questo punto ho visto che se lo metteva sulla testa calva.”, che altro non è che un gesto di appropriazione e di agnizione. Quando poi si dispongono in più formazioni davanti a Michele (perché non ricordare anche Lewis Carroll e il suo “Alice nel paese delle meraviglie”?), di ogni parola scritta sul copricapo appare soltanto una lettera, diversa per ciascun folletto, così che ogni formazione mostra tutte le lettere contenute nella tastiera del computer. Quel che accade dopo spiega esemplarmente le ragioni particolari ed originali di questo romanzo. I folletti si sono polverizzati in “granelli multicolori e luminescenti” e “la polvere coloratissima prima si è raccolta in due grandi mezzelune che occupavano tutta la campata della mia stanza e poi, come coagulandosi e indurendosi per un momento, e poi sfilacciandosi subito, ha ripreso la forma dei foglietti che adesso girandolavano per tutti gli angoli della stanza”. Questi foglietti altro non sono che i post-it che abbiamo conosciuto; essi cominciano a riunirsi davanti a Michele, fino ad assumere l’aspetto di un drappo a forma di pera, con “due grossi buchi circolari tutti neri” nella parte alta, così che “ho capito di avere davanti a me il mio fantasma.” Ne ha paura, ma si domanda se si possa avere paura di una cosa “venuta fuori da me”. Così si avvicina. Tutto il minuto spezzettamento con cui ha coltivato la sua passione (i post- it; i racconti conservati nel cassetto), se appariva agli occhi degli altri come il segno della follia e della disperazione, ecco che si è trasformato in certezza e speranza, nella rivincita, ossia, di una ostinazione tesa ad assecondare la propria ragione e il proprio sentimento. La maturità – ossia quel mondo che sta tra l’essere e il niente – ha spalancato, dunque, dopo la prima porta dantesca – quella che ci ha fatto attraversare l’Inferno -, la porta tanto attesa di un nuovo percorso, avviato ormai senza più incertezze, verso la conoscenza di sé. Se ne rende conto, finalmente, la stessa Savemi. Quel suo gesto di spazzare via dalla spalla di Michele (e di abbracciarlo, invece) “qualche granello di polvere che, però, le sembra sabbia.”, altro non è, infatti, che la trasformazione dell’illusione e del sogno in realtà.

Si tratta di un esordio estremamente interessante. La ricca ed estrosa fantasia, la scorrevolezza della scrittura, il coraggio di esporre una originalità tutta speciale, gli spunti, le riflessioni e i suggerimenti che sono offerti in misura copiosa, lasciano intuire che ci troviamo in presenza di un narratore da cui potremo attenderci molto.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart