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Abate, Carmine

6 novembre 2007

La festa del ritorno
Tra due mari
La moto di Scanderbeg

“La festa del ritorno”

Mondadori, pagg. 168. Euro 7,80

Per fortuna in Italia ci sono ancora narratori che scrivono come si deve, ossia raccontando in modo intelligibile, e senza artifizi strutturali o linguistici che spesso tendono a confondere le idee al lettore. Si dice: ma ormai tutte le storie possibili sono state narrate, che altro resta da fare ad uno scrittore se non tentare nuove forme espressive? È un falso problema, poiché una medesima storia (e le storie, poi, non sono mai eguali l’una all’altra, anche se sembra) non sarà mai narrata allo stesso modo, così come noi esseri umani siamo diversi l’uno dall’altro per una varietà, forse perfino infinita, di ragioni. E questa nostra diversità, si voglia o meno, incide in qualunque cosa facciamo, sia nella vita ordinaria, che nella vita assai speciale di artista e, perché no?, di lettore.

Carmine Abate è uno di questi scrittori, diventati rari da noi, che sa raccontare e sa farsi capire.

Siamo a Hora, un paesino della Calabria nei pressi di Crotone, che già abbiamo incontrato ne “La moto di Scanderbeg” e c’è il tradizionale grande fuoco che si accende sul sagrato della chiesa la notte di Natale, che abbiamo visto in “Tra i due mari”, e Tullio, il padre di Marco – l’io narrante – è il vecchio che racconta una storia, al posto di Giorgio Bellusci.

Frequenti vocaboli del sud e parole nella lingua italo-albanese – l’arbÑ‘reshe (“non è un dialetto, è una lingua.”) – sono la novità linguistica di questo romanzo rispetto ai due precedenti, dei quali conserva i motivi ispiratori: la figura di un avo, spesso del padre, da cui parte il tutto, e il motivo del viaggio, espressione di malinconia e di speranza ad un tempo. Per questo, non mi stancherò mai di trovare delle affinità tra Abate e Sgorlon. Del resto, tornate a leggere lo stupendo incipit de “Il trono di legno”: “Da ragazzo vissi sempre con la testa piena di vento” e confrontatelo con questa frase di Abate, riferita a Marco, l’io narrante: “Sentivo la testa leggera, un palloncino pieno di vento.”

Quella che racconta Abate è una storia di emigrazione, che condanna un padre a vivere in un paese sconosciuto (qui il nord della Francia, lavorando dapprima in una miniera) e lontano dalla famiglia: “lui sarebbe rimasto per sempre con noi se avesse avuto un lavoro in zona.” I suoi ritorni sono rari e brevi, ma sempre a Natale, però, per prendere parte all’accensione del grande fuoco sul sagrato della chiesa. Quel fuoco risveglia in lui (ma non solo in lui) i ricordi, le malinconie e la voglia di raccontare.

I forestierismi (quasi sempre non difficili da comprendere) colpiscono per il loro utilizzo mai eccessivo, bensì inserito al momento giusto, come note musicali che dànno un tocco di grazia e accendono la fantasia, trasportando ogni parola ed ogni immagine nel mito: “non capivo un’acca di quello che la maestra spiegava. Pensavo ca a la sckola si parrasse taliano come parravano l’anziani cu i furesteri c’accattavanu e vindianu a robba ‘nta la chiazza”. E anche l’arbÑ‘reshe è spesso accompagnato da una frase che ne chiarisce il significato: “Rri qetu, statti muto”. Non sempre, tuttavia: “Shihemi te rahji”.

I protagonisti dei romanzi di Abate hanno sempre un contatto con il mito. Pur essendo attori di storie vissute allo stesso modo da tanti altri anonimi emigranti, la parola li colloca in un tempo e in uno spazio esemplari, gli stessi che ci accade di percepire davanti ad un monumento dell’antichità, sopravvissuto alla sua vita propria per trasformarsi in simbolo di ciò che siamo stati, siamo e saremo sempre, una specie di immagine interiore che si fissa nell’eternità.

Elisa è la ragazza che porta l’inquietudine e il mistero con sé. C’è una frase che il padre pronuncia davanti a Marco, nel corso dei suoi ricordi: “È stato quel giorno che ho conosciuto la mamma di Elisa.” Non dice altro. Ancora: mentre Marco e i suoi amici stanno giocando, Elisa scende dall’auto di un’amica, è in vacanza dai suoi studi all’università, e si rilassa andando al mare: “scese Elisa vestita con maglietta attillata e pantaloncini bianchi più corti dei nostri.” Un compagno, tra i commenti di ammirazione, fa anche questo: “Non assomiglia nemmeno un’unghia a Marco.” È un aspetto della tessitura che Abate sta ricamando. Compare anche un uomo misterioso, che salva il cane di Marco, Spertina, cucendole una ferita che l’avrebbe fatta morire dissanguata. Marco lo incontrerà di nuovo, sorprendendolo appartato in un bosco con Elisa.

La storia di Elisa sta prendendo forma dalla radice dei racconti che Tullio, il padre emigrante, fa intorno al fuoco di Natale. Questo fuoco è diverso da quello che abbiamo incontrato in “Tra due mari”; è vivificante, mostra una qualità che là era nascosta, riservata. Nel mentre brucia i ricordi, li trasforma in qualcosa di leggendario. Riferendosi agli amici di suo padre che stanno intorno al fuoco, Marco annota: “Anche loro stavano bruciando i ricordi nel fuoco […] Una resa dei conti collettiva, davanti al nostro fuoco di Natale.” Tutto nasce da quel fuoco, dunque, perfino il racconto dell’io narrante, che più di una volta continua quello iniziato dal padre.

Le vite di Elisa, di Tullio, di Marco vivono, così, al passato e al presente in una contemporaneità che può verificarsi solo nell’ambito del mito. La bravura di Abate, in questo romanzo, sta proprio nella particolare e apparentemente semplice scrittura capace di germogliare storie con tessiture ed innesti che le collocano nell’immaginoso, imperturbabile ed arcano mistero della vita.

Elisa, come pure l’uomo con cui si incontra e che Marco vede di nuovo al mare, dove è stato mandato con la nonna, per rimettersi da una malattia, costituiscono il motivo d’interesse principale di questa storia, che essi non occupano mai se non in una posizione defilata. La loro presenza si innesta, tuttavia, sempre sul tronco di una narrazione che pare riguardare la vita degli altri, per esempio di Marco o del padre Tullio. Abate centellina le parole e le scene che li riguardano, ma il lettore intuisce, anzi ha già intuito da subito, che sono queste figure soprattutto che meritano la sua attenzione, e dalle quali scaturirà la lezione della storia: di un festoso ritorno, ossia, al quale si accompagna sempre una partenza; e la solitudine, lo smarrimento, la malinconia, il dolore si radicano spesso in noi e non ci lasciano più.

“Tra due mari”

Anche qui, come in altri romanzi, primo fra tutti L’isola di Arturo di Elsa Morante, ed anche Il trono di legno di Carlo Sgorlon, troviamo una figura leggendaria che fa da primo impulso alla storia. Il protagonista narrante è Florian; viene in auto da Amburgo insieme coi genitori e per parte di madre è nipote di questa figura che lo ha sempre affascinato: il nonno Giorgio Bellusci. Nella piazza o nei bar sentivo levarsi il nome e cognome di lui come una folata di vento. Si dirigono a Roccalba, un paese della Calabria appoggiato come un ferro di cavallo su una collina tra due mari, lo Ionio e il Tirreno. Lì vive il nonno, e soprattutto c’è ancora, sia pure ridotta ad un rudere, la sua vecchia locanda, il Fondaco del Fico, un tempo molto famosa. Era appartenuta ad un antenato di Giorgio, poi era andata in rovina, ma Giorgio si era proposto di ricostruirla e di riportarla ai vecchi splendori. Siamo già nel racconto che ci sta facendo il nipote Florian. E il nonno già acquista la luce del mito. Con una Vespa, quando aveva ventidue anni, parte per recarsi a Bari dove vive una ragazza di cui si è invaghito, Patrizia, ma gli rubano la Vespa, con tutto il carico di cibo e soprattutto col denaro che aveva nascosto sotto il sedile. Non demorde e continua a piedi il suo viaggio, finché non incontra Hans Heumann, un fotografo che vuol girare la Calabria per scattare foto d’arte. Gli darà un passaggio a condizione che Giorgio lo accompagni e gli faccia da guida per tutto il tempo. Accetta, diventano amici e ritorneranno a Roccalba il 10 ottobre 1950. Il racconto è condotto sull’onda di un sentimento che si fa nostalgia ad ogni rievocazione. La terra bruciata dal sole, l’afa, la desolazione di quelle terre inospitali entrano già in noi con il loro fascino di paesaggio proibito, selvaggio, che può appartenere solo agli eroi.

Di Patrizia, prendiamo conoscenza quando sta cucinando per loro, durante uno dei soggiorni annuali che Florian faceva a Roccalba con i genitori Rosanna Bellusci e Klaus Heumann (proprio i figli di Giorgio e di quel fotografo, ricordate?). La conosciamo da anziana, una delle poche donne di una certa età con i denti ancora sani e bianchi. E poco prima eccola descritta come una donna bassa come mia madre, con un gran seno morbido che andava a modellarsi sulla pancia, formando due belle gobbe da cammello. Ci viene data la sua descrizione prima ancora di quella del nonno leggendario di cui si sa solo al momento che aveva mani enormi. Quando subito dopo tocca a lui, perché è lui, con il mistero di un fattaccio che lo porterà alla prigione, che deve stare al centro della storia, si apprende che era alto quanto papà, ma molto più muscoloso, perché faceva il macellaio e, nei momenti liberi, il contadino. Possedeva pure un gregge di pecore e una mandria di vitelli, che venivano accuditi da due mandriani del paese. Vendeva latte fresco, ricotte, provole e formaggi stagionati, e le bestie più grasse le macellava da solo, tramortendole con un pugno sulla fronte. Eccole in azione, dunque, le sue mani enormi., che hanno colpito da subito la fantasia del piccolo Florian.

Un giorno di luglio, la prima domenica di luglio, precisa Florian, il narratore (che, confessa: non riuscivo a chiamarlo nonno), fuori una grande calura come al solito, mentre Giorgio era in negozio, riceve la visita della ‘ndrangheta. Un avvenimento destinato ovviamente a dare una svolta alla sua vita e a minare la sua serenità. Tutti se ne accorgono in casa, ma il vecchio non dice niente; a parlare è il suo cupo umore, la sua continua amarezza. Appaiono i primi vocaboli gergali, che diventeranno poi numerosi, e solo in parte comprensibili. L’intenzione di Giorgio di restaurare il Fondaco del Fico per destinarlo al vecchio uso di locanda, e la sua non trascurabile agiatezza fanno gola alla malavita. Il Fondaco, inoltre, è circondato da una fama che gli deriva non da leggende ma dalla storia. Cicerone, per esempio, e l’autore de I tre moschettieri, Alessandro Dumas, vi hanno soggiornato, oltre a tanti altri. È soprattutto la mamma Rosanna a ricordare questa nobile storia, che il vecchio riconosce: Ma per me lui è di più, non so bene cosa, ma è di più. E guardò proprio me, mentre parlava, soffiandomi dentro gli occhi le parole con l’odore di vino. Quest’ultima frase, ho voluto riportarla, perché dà già il segno di una scrittura capace con poche parole di dare più di una suggestione.

È Giorgio Bellusci, il nonno, che racconta la storia che ha fatto del Fondaco del Fico un luogo nobile e magico. Siamo nel 1835 e alla locanda, a quel tempo gestita dall’avo Gioacchino Bellusci, capitano tre sconosciuti, ma sono due di essi che colpiscono il locandiere. Portano a tracolla dei fucili lussuosi dalle doppie canne damascate. Uno di essi è un uomo sui trent’anni, dallo sguardo attento e un po’ irrequieto, il viso tondo e luminoso come la luna piena. Si chiama Alexandre Dumas e nell’attesa del pranzo comincia a scrivere veloce in una specie di libro che ha preso dal tascapane; l’altro francese, invece, schizza con abilità a carboncino il ritratto della famiglia Bellusci. Sono diretti a Cosenza, e infatti di lì a poche ore lasceranno la locanda. Sotto il disegno del pittore Jadin, che lo ha regalato a Gioacchino, quando i due se ne saranno andati, si scoprirà che lo scrittore (al quale – sia detto per inciso – i francesi hanno dedicato una tomba imponente nel cimitero di Montmartre) ha dimenticato il suo libro di appunti. Il disegno e il libro saranno conservati come delle reliquie per generazioni, ed è proprio Giorgio che va a prendere lo scrigno di legno intarsiato e li mostra a Florian e agli altri.

Sono, quelli, i giorni delle minacce ricevute dalla malavita; e già si sono verificati i primi sgarri, i primi avvertimenti: la porta della macelleria bruciata, piante di ulivi e di vite tagliate; pecore e cani da mandria squartati. Tutti in paese solidarizzano con Giorgio e domandano se nutra dei sospetti. Ma lui con poche parole non lascia trapelare niente.

L’abilità dell’autore sta, in questo momento, nell’essere riuscito a ricreare un’aura di leggenda e di mito intorno alla vecchia locanda e contemporaneamente un’atmosfera di suspence, giacché noi già sappiamo delle azioni della ‘ndrangheta e che Giorgio una tarda mattina è stato prelevato da una camionetta dei carabinieri. Ma non si sa di che cosa sia colpevole. Ci immaginiamo un delitto, ci abbandoniamo a più di una supposizione. E, desiderando sciogliere quanto prima il dubbio, ci lasciamo prendere dal ritmo affascinante della scrittura.

Dunque, non solo scrive bene Abate, ma sa attrarre intorno alla sua storia il più ampio interesse del lettore. Non ci dice ancora il perché dell’arresto di Giorgio, e ogni volta che in famiglia se ne parla, ecco che Florian, il narratore, lo mandano a letto o altrove. Come quando, nella sua casa di Amburgo, dove avevano fatto venire la nonna Patrizia da Roccalba per assistere la figlia Rosanna che partorirà Marco, il fratellino di Florian, giunge il nonno paterno, quell’Hans Heumann che abbiamo conosciuto da giovane e che ora è un fotografo famoso in tutto il mondo ed è sempre in giro e si fa vedere ogni due o tre anni. Giunge con la nuova moglie, una donna bellissima, francese, Hélène. Vede Patrizia e le chiede notizie di Giorgio. E prima che la nonna si mettesse a raccontare, mia madre mi fece dare il bacio della buonanotte a tutti e mi portò a letto.

La prende alla larga l’autore, e allorché la nonna fa ritorno al Fondaco del Fico e Florian viene mandato con lei a farsi una lunga vacanza, ecco che nel corso di una lite con un bambino del posto, accorre la madre di quest’ultimo per difenderlo, e grida: … sei un assassino come tuo nonno, lascia mio figlio! Sono parole che resteranno nella sua mente e tornato ad Amburgo, la madre gli dice che si tratta di una bugia e che il nonno si trova a Varese e lavora in una fabbrica di calzature. Poi una sera, all’improvviso, decide di raccontargli di quella visita dei due francesi e che il bisnonno, che si chiama anche lui Giorgio Bellusci, soprannominato Focubellu per il suo carattere irrequieto come le fiamme di un fuoco e che a quel tempo ha quindici anni, vuole restituire il libro a Dumas e si mette in cammino per raggiungerlo. Così seguiamo anche il percorso tenuto dallo scrittore francese e dal suo amico, nonché dal loro cane Milord, tra gli usi, la lingua, i costumi di quella gente diversa. Dovunque si fermano lasciano tracce del loro passaggio e Giorgio è sempre più vicino a raggiungerli. Sono pagine ricche di rievocazioni e di fascino. L’autore, senza soffermarcisi più di tanto, ci fa sapere che è proprio nel corso di quell’inseguimento che conoscerà una ragazzina dagli occhi chiari, che abbassa lo sguardo sul tombolo non appena Giorgio Bellusci le sorride. È Lisabetta, la sua bisnonna.

Non riuscirà a trovare i due francesi e farà ritorno al Fondaco, tenendosi il libro tra le mani.

Queste cose sua madre le sa, perché si sono tramandate, anche se Dumas, nel suo libro di viaggi Le capitaine Arèna non ne fa cenno, nemmeno dell’albo perduto, ma scrive soltanto che nel tragitto verso Cosenza lui e il suo amico e Milord, il cane, si erano fermati al Fondaco del Fico.

Ma del perché il nonno sia stato arrestato e quella donna lo abbia chiamato assassino, ancora nulla. Su questo mistero, su cui abbiamo qualche intuizione, si regge tutta la prima parte della storia.

Hans Heumann è l’altro nonno, il fotografo, che non si vede quasi mai, famosissimo e ricco, e quando compare, ogni volta è per tornarsene via quasi subito, parlando e salutando in fretta, mescolando tra loro avvenimenti diversi, creando nei familiari ansia, sgomento, confusione. Ma ecco che una volta si lascia scappare un saluto per l’altro nonno, dicendo e lo tengono ancora in carcere. Servirà a spingere la madre a riprendere con Florian il suo racconto sul nonno. E rivela, in realtà, ciò che si poteva supporre.

Dopo quella prima domenica di luglio del 1950, la successiva tornò a minacciarlo la ‘ndrangheta. Si presentò con male parole e minacce un uomo tarchiato e calvo sui quarant’anni. La scena che viene descritta e che il lettore scoprirà da sé rivela l’aspro, selvaggio e forte carattere di questa leggendaria figura di Giorgio Bellusci.

C’è un altro viaggio, il secondo, in questa storia ed è il flashback che narra della partenza della madre Rosanna, la figlia di Giorgio, per Amburgo, dove ha ottenuto una supplenza per insegnare tedesco. Si è laureata a Roma in questa lingua e ha fatto la tesi su uno sconosciuto viaggiatore, Friedrich Leopold von Stolberg, amico di Goethe, il quale, al contrario del più illustre compagno, il 22 maggio del 1792, a mezzogiorno, come Dumas, capita al Fondaco del Fico, di cui parlerà nel suo libro di viaggi. È per questo motivo che ha scelto la tesi su di lui, anziché su Goethe.

Recandosi con l’amica Monika alla casa di Hans Heumann per porgergli i saluti del padre, conosce Klaus, suo figlio. Il quale si innamora di lei e andrà a prenderla a Roccalba, dove era ritornata dopo l’impegno scolastico.

È attraverso il racconto che la madre fa di questo viaggio e della descrizione di come appare agli occhi di Klaus il paese di Roccalba, quando lo vede per la prima volta, che si dividono nel protagonista narrante i suoi amori verso la città natale di Amburgo e Roccalba, anche per lui una scoperta attraverso gli occhi del padre: E finalmente fu nella luce accecante, fu sotto il cielo grande, vide il mare scintillare alla sua sinistra e i fichi d’India ai bordi delle strade polverose, ascoltò il canto disperato delle cicale nascoste tra le foglie degli ulivi.

Sono i due amori, come i due mari che stanno ai lati di Roccalba. Ma non maturano a prima vista in Florian. Dopo l’arresto del nonno, trascorrono ben otto anni, durante i quali la famiglia va in vacanza altrove, sempre in luoghi che in qualche modo ricordano Roccalba: piccoli paesi spagnoli o greci o turchi, con le viuzze che s’inerpicavano tra le case bianche, sotto l’afa onnipresente, e con l’odore di basilico aglio peperoncino che si sprigionava dalle finestre aperte. Forse la madre si vergognava di farvi ritorno dopo l’arresto di Giorgio Bellusci.

E quindi, quando giunge il momento di tornare a Roccalba, su decisione proprio di lei, che non ne può stare lontana ancora a lungo, Florian non è che faccia salti di gioia, al contrario del fratello Marco. Ma Rosanna ha già acquistato tre biglietti. Il padre, infatti, preso dal suo lavoro di banca, resterà a casa. Florian non può disubbidire. La madre glielo chiede di nuovo con una voce da moribonda. Non puoi dirmi di no, lo supplica. E così sotto Natale, c’è il ritorno al paese tra due mari. Si capirà presto il perché di questa smania di Rosanna di tornare al paese.

Tutto avviene la notte di Natale, quando la gente è radunata sul sagrato della chiesa dove è stato acceso il tradizionale grande fuoco che durerà fino all’indomani. Ad un tratto si ferma un taxi, e ne scende un solo passeggero con un pesante zaino militare tenuto a tracolla. Si avvicina al fuoco, senza dire niente. Sembra un volto conosciuto. Florian, mentre i suoi familiari stanno assistendo all’interno della chiesa alla Messa, avverte un brivido. Lui sa chi è quell’uomo, lo sa un attimo prima che lui si sveli agli altri. È il nonno ritornato dal carcere. Paga da bere a tutti, si sparge la voce. Dalla chiesa escono i familiari e corrono ad abbracciarlo, prima fra tutti la nonna. Florian è lì con Martina, che gli dice: È ritornato tuo nonno, Florian! Ma non vai a salutarlo? L’emozione è tanto forte che non vi andrà. Si ritirerà con Martina a fare l’amore, e quando rientrerà a casa, dalla porta rimasta socchiusa vedrà Giorgio Bellusci che anche lui fa all’amore con la sua sposa. Beh, lo confesso, non avrei mai immaginato che dei vecchi potessero fare l’amore con quella foia, ne ero ammaliato.

Come il vecchio Pietro, nel celebre libro di Carlo Sgorlon, siede su di un trono di legno, qui il vecchio Giorgio Bellusci siede su di un trono di pelle. Dirà il narratore: la poltrona di pelle, quella eternamente protetta da un lenzuolo di lino, in pratica un piccolo trono, su cui nessuno, prima, si poteva sedere.

Quell’affinità nel rievocare un tempo del passato, che ho ricordato sopra, qui trova un punto significativo di conferma. Un modo simile di percepire la vecchiaia come regina e custode di antichi e preziosi tesori: vecchiaia come scrigno di una eternità che non viene corrosa, né mai intaccata dalla morte.

Ho un ricordo personale delle mie visite al Sud. I miei genitori sono nati in un piccolo, allora, paese del casertano: San Prisco. Io stesso vi nacqui, quando già i miei genitori vivevano a Lucca, mio padre addirittura dal 29 ottobre 1930. Mia madre andò a partorire me a casa dei suoi, in tempo di guerra: era il 1942. Dopo quaranta giorni feci ritorno a quella che ormai era la nostra città: antica e bella. Da ragazzo passavo molte estati a San Prisco, e sentivo proprio gli odori, i profumi e gli guardi di quella gente e l’afa e l’afrore di quel paesaggio assolato. Ora mi dicono che è mutato molto e difficilmente riconoscerei quei luoghi incantati. Però li ho ritrovati e rivissuti con Abate: sono descrizioni reali, non fantasiose.

Florian non sa perdonare al nonno la sua colpa, ma gli intuisce una qualche intenzione, una minaccia che non sapevo spiegarmi. Sta ricostruendo il Fondaco del Fico, come se nulla fosse accaduto, come se quel tempo in carcere e quella sfida della ‘ndrangheta fossero un ricordo lontano. Davanti a quei primi segni della rinascita di una locanda che fu leggenda: La mamma strinse la mano di suo padre. Era la più emozionata di tutti. Il rudere del Fondaco del Fico ci aspettava nel silenzio della campagna.

Si sono congiunti i due personaggi che più degli altri sono legati alla storia della locanda: Giorgio e sua figlia Rosanna. Florian è spettatore ancora assente, ma ammaliato di già.

È tempo di conoscere come mai il Fondaco del Fico si ritrovi ridotto in un rudere. Ci pensa il vecchio a raccontare a Florian che cosa accadde in un giorno di luglio del 1865. Lo racconta mentre, estratto dallo scrigno il suo tesoro, ovvero l’Albo appartenuto a Dumas con la fodera di pelle marrone e il quadretto di Jadin, che ritrae la famiglia del suo bisnonno, ne fa dono al nipote. È l’occasione anche di mettere un po’ d’ordine nella dinastia dei Bellusci, e qui l’autore non rende il compito facile, ma io ci voglio provare.

Dunque, si comincia con Gioacchino Bellusci, sposato con Diamanta, un’albanese di Vena: è il fondatore del Fondaco. Gli succede, quando aveva già più di trent’anni, Giorgio Bellusci, soprannominato Focubellu, per il suo carattere poco pacifico, sposato con un’albanese di nome Zonja Lisabetta (è il Giorgio che corre dietro a Dumas per restituirgli l’Albo dimenticato). È sotto di lui che avviene il disastro. Frequentato anche dai briganti, una spiata portò al Fondaco i carabinieri che, poiché i briganti non si arrendevano, diedero fuoco alla locanda; i briganti bruciarono vivi in mezzo a grida terribili, e con loro bruciò la locanda. Che non fu più ricostruita, poiché i soldi che il governo assegnò per il risarcimento erano insufficienti. Focubellu morì cadendo dalle scale scivolose di nevischio della sua casa in paese. La testa gli si spaccò come una melagrana matura. Era ogni sera ubriaco, era povero e pazzo. La moglie Lisabetta radunò quei pochi soldi e mandò il figlio Gioacchino a cercare fortuna in America. Quando tornò, tuttavia, preferì mettere su una macelleria, poiché non li aveva nemmeno lui i soldi per la ricostruzione della locanda. Sposò una bella donna di San Giovanni in Fiore, Mariangela, e dal loro matrimonio nasce nel 1927 Giorgio, il nonno di Florian, sposato con Patrizia, che andò a prendersi a Bari.

In questo modo, con la storia della sua famiglia e con il dono che Giorgio fa a Florian dello scrigno intarsiato e del suo tesoro, vi è un passaggio di consegne che viene suggellato dalla promessa che il nonno esige dal nipote; ossia, Florian dovrà provvedere lui a ricostruire il Fondaco, se il nonno non vi riuscisse.

In tutta questa lunga rievocazione, si apprende anche che Focubellu ha combattuto, alla fine di agosto del 1860, con Garibaldi, di cui in poche righe l’autore riesce a ricostruire il mito.

Tocca alla città di Amburgo occupare la scena, ora. Il paesaggio cambia repentinamente. Lassù c’è la neve, il ghiaccio. Florian riprende le sue abitudini, è contento di viverci e ha quasi dimenticato Roccalba, perfino Martina, alla quale telefona un giorno e si fa buttare giù il telefono. La ragazza è risentita perché da più di un mese e mezzo, Florian non si fa vivo con lei. Diventerà di nuovo tenera con lui, quando Giorgio Bellusci, dopo che, ricordate?, vi era andata la nonna Patrizia, anche lui in treno i reca ad Amburgo. Il pretesto è dato da alcune cure che deve fare e soprattutto deve mettere i denti nuovi, e lassù, grazie alle conoscenze della famiglia Heumann, spenderà molto poco. Intuiamo la fredda città di Amburgo trafitta dal sole di questo roccioso, testardo uomo del Sud, dallo sguardo di fuoco, come dirà più avanti Hans Heumann. Martina telefonerà anche lei per sapere le condizioni di salute di zu Giorgio, il quale improvvisamente è stato colto da infarto. Se la caverà; al capezzale del suo letto, accorrerà da Parigi perfino lui, Hans Heumann, il grande fotografo ed amico. Al suo capezzale c’era Hans Heumann che gli teneva la mano come a un bambino e se ne stava con la testa reclinata, in contemplazione e in silenzio.

La costruzione di questa storia non presenta particolarità significative. È imperniata su quattro viaggi (il terzo lo visiteremo tra poco) e ci si alterna tra le due città del cuore dell’io narrante. Si è già accennato ad una similitudine, che ora appare ancora più evidente: Roccalba e il Fondaco del Fico sopra la collina hanno il mare Ionio da una parte e il Tirreno dall’altra. L’io narrante e il suo cuore si spartiscono l’affetto di due luoghi dell’anima: Roccalba e Amburgo, con la loro gente, il loro paesaggio, i loro profumi e colori.

Roccalba ce l’avevo dentro, volente o nolente, era una parte di me, come Amburgo, né più né meno, e forse la voce misteriosa che avevo sentito durante Il Padrino era la sua, che mi richiamava come un’innamorata tradita, usando per esca una ragazza dai seni palpitanti che assomigliava a Martina.

Superato l’esame di maturità, Florian torna a Roccalba (è iniziato il terzo viaggio), assiste alle fasi più importanti della ricostruzione del Fondaco del Fico. Il nonno ha venduto gran parte delle proprietà della famiglia per procurarsi i soldi necessari. Sta facendo le cose in grande, anche se c’è chi non è d’accordo per quella spesa in un ambiente fuori del paese e ancora in aperta campagna. Il nonno tira per la sua strada, e pare ringiovanito. Florian continua a vedersi con Martina e quando la ragazza è nuda la trova più bella della donna di Al Pacino.

Giorgio ha pagato il suo conto con la giustizia, ma non con la ‘ndrangheta alla quale ha ucciso un uomo. Si fa viva una notte con un gran boato. È il Fondaco del Fico che crolla sotto una carica di dinamite. Anche Florian è accorso col nonno a vedere. Un secolo prima era stato bruciato, ed ora di nuovo ridotto in un ammasso di detriti. Lo spettacolo è desolante. Il sogno di Giorgio sembra infranto, ma il vecchio è testardo e ricomincia a costruire. Viene di nuovo Natale, si riaccende sul sagrato il grande fuoco, e ancora una volta Florian osserva la mamma stretta a Giorgio Bellusci che guardava commossa il fuoco di Natale.

Dunque Rosanna, la figlia di Giorgio, la madre di Florian, assurge alla dimensione di grande personaggio discreto, doloroso e intenso di questa storia fatta di radici forti e indistruttibili.

Il seguito della storia ci dice che il Fondaco del Fico è ricostruito e fa bella mostra di sé nella campagna, tra i due mari. All’inaugurazione è venuto anche Hans Heumann, al quale si devono gli aiuti finanziari serviti a portare a termine la difficile impresa. Ci ha pensato Florian, su idea di Martina, a recarsi dal nonno ad Amburgo, e Hans non gli ha detto di no, perché ricordava bene che erano stati il Fondaco e Giorgio Bellusci a dargli la notorietà e la ricchezza.

Ci sarà così un quarto viaggio e sarà quello di Hans e di Giorgio, che ripercorreranno le strade di cinquant’anni prima, quando si erano incontrati e Giorgio, smarrita la strada per Bari, dove andava a prendere Patrizia, la sua futura sposa, si era messo a correre ad occhi chiusi e per poco non finiva sotto l’auto di Hans. Era stato Milord, il suo cane che lo precedeva, a salvarlo, ad evitare che l’auto di Hans lo travolgesse. Il cane che aveva lo stesso nome del cane di Dumas, che il 26 ottobre 1835, alle ore 11,30 aveva, tra l’altro, scritto su quell’Albo dalla copertina marrone: Siamo arrivati in questa locanda da circa un quarto d’ora. Si chiama, se ho compreso bene, Fundaco del Fico, un bel nome per un posto così squallido.

Invece quel posto è un incanto per i due viaggiatori, ed un incanto è la Calabria che l’autore ci fa vedere attraverso le foto scattate da Hans in quel suo nuovo viaggio.

Devo dire che tanti anni fa, nel 1970, feci proprio in Calabria il mio viaggio di nozze, e queste foto hanno parlato anche a me, oltre che a Florian: ho rivisto quei luoghi meravigliosi baciati da un sole forte, luminoso, profumati di odori inebrianti e dalla luce di un tempo antico e eterno. Ho percorso l’Aspromonte e le due Sile. Ho fatto il bagno con la mia sposa a Scilla e ho dormito in un piccolo albergo proprio di fronte al mare. Era settembre.

Florian è laggiù, lo lasciamo in quel luogo benedetto da Dio, gestisce il Fondaco tramandatogli dal nonno. Lui non li ha più rivisti, i nonni, partiti per quel viaggio della gioia. Qualcosa che il lettore scoprirà è accaduto e li ha trascinati lontano per sempre.

“La moto di Scanderbeg”

Giovanni Alessi, il protagonista, dalla Germania torna ogni tanto ad Hora, un paesino della Calabria nei pressi di Crotone. Il romanzo, che ha rivelato questo scrittore che ha vissuto molto in Germania, si avvolge sin dall’inizio di un alone di mistero. Vi si racconta di un ragazzino dagli occhi di calamita, il quale, mentre con i compagni gioca a pallone e questo viene calciato lontano, con il solo suo sguardo lo fa tornare in campo. Poi un giorno Giovanni se lo trova seduto sulla sella posteriore della sua moto Guzzi Dondolino e gli pronostica che morirà a trentasei anni. Di questo ragazzino non sa niente, non lo conosceva.

Giovanni va sempre in giro con la sua Guzzi, rosso rubino, lucidata e dal motore sempre brillante, mai un guasto. Vi fa salire gli amici e addirittura gliela presta anche, generoso e buono com’è, ma permaloso, e pronto a fare a pugni, se qualcuno nominava invano i suoi genitori. Era chiamato in paese col soprannome del padre: Scanderbeg. Aveva, o aveva avuto – nessuno sapeva più dirne niente, e lui mai ne faceva cenno – una storia con una ragazza, Claudia, nata in Germania e che per qualche tempo era vissuta ad Hora: bella, bruna, alta, con gli occhi blu, come quelli della madre di Amburgo.

Dunque: sono lanciate al lettore due curiosità intriganti. Chi è questo ragazzino? Perché se ne parla? E dove è finita Claudia? Giovanni, infatti, su di lei continua a tacere, nonostante le richieste dei compagni.

Chi ci racconta tutte queste cose è un io narrante, terzo tra i veri protagonisti della storia, un compagno di giochi, forse lo stesso autore.

Tocca ora ad uno di questi protagonisti, Giovanni, sui trent’anni, ricordare quel tempo, e dopo di lui alla madre Lia in un’alternanza di io narranti che sarà la caratteristica di questo romanzo. Vi favoleggia la figura del padre che, prima di Giovanni, andava in giro con la stessa moto ad avvisare i contadini, che stavano lavorando le terre incolte dei latifondisti, dell’arrivo dei carabinieri o della celere. I compagni gli avevano affibbiato il soprannome di Scanderbeg, perché al tempo delle scorribande turche, il vero Scanderbeg era riuscito a tenerli lontani dall’Albërìa, con la sua audacia, la sua forza e il suo coraggio.

La lotta dei contadini per ricevere dai latifondisti le terre incolte con lo scopo di lavorarle, secondo la legge Gullo, avrà pagine intense con la descrizione di un vero e proprio eccidio perpetrato dalla polizia: sparavano ai ragazzi, alle donne, agli uomini, agli asini. Perfino tra contadini si rubavano la terra e Salvatore Ventoso, uomo rozzo e violento, lo fa nei confronti di una quota che, quand’era in vita, Scanderbeg, il padre di Giovanni, aveva dato in affitto al padre di Salvatore, un galantuomo che aveva sempre pagato il canone, mentre il figlio aveva voluto impossessarsene come cosa sua.

Un giorno ci pensa Giovanni a mettere le cose a posto. Va a trovare Salvatore e con le cattive lo obbliga a restituire la terra a sua madre Lidia. Per un certo tempo, in occasione dei suoi studi universitari (che poi abbandonerà) a Bari farà pure lui, come il padre, l’attivista di partito, distribuendo in giro copie de l’Unità.

Rispetto al libro successivo: Tra i due mari, l’autore mostra qui uno stile più personale ed una tessitura assai movimentata. Tutto ciò non significa che queste caratteristiche siano migliori qui piuttosto che nell’altro libro, anzi potrebbe essere proprio il contrario; ma mi piace annotare che entrambe sono condotte con una invidiabile sapienza narrativa. Si mescolano in questo libro il prima e il dopo in modo così naturale che, senza che ci sia stata data alcuna avvertenza, noi attraversiamo i diversi passati per cause più legate alla emozione dei ricordi piuttosto che ad una bizzarra cronologia.

In questo romanzo si pongono spesso una dietro l’altra le sequenze che riguardano la storia di Giovanni e di Claudia e quella dei genitori di lui, Scanderbeg e Lidia, in modo tale che, a volte, quando Giovanni va a trovare Claudia, le azioni seguenti sono di Scanderbeg che fa visita a Lidia. Oppure, quando, verso la fine, Giovanni immagina come in una visione il padre che ha con sé sulla moto Sara, una teatrista zoccola, con la quale si mormora che abbia avuto una relazione di fuoco, Sara si volta verso di lui coi suoi occhi blu luminosi e diventa Claudia, che lo sta baciando.

In effetti, quella moto Guzzi Dondolino è cerniera, è conduttrice di quel fluido di energia che scorre con lo stesso Dna nelle due storie che vedono i protagonisti narranti nella madre e nel figlio: due generazioni diverse che raccontano i fili sottili di una vita che potrebbe anche essere la stessa.

Uno squarcio sulla difficile condizione dei nostri emigranti in Germania, dove, a Colonia, Giovanni e Claudia fanno i giornalisti per Radio Italia, consente di avvertire il fremito di un’Europa che potrebbe anche essere migliore e diversa grazie a questi nuovi cittadini migranti: convincere piuttosto questi ragazzi che loro sono la speranza dell’Europa. Parlano più lingue, vivono in più culture, possono sconfiggere con più armi degli altri i pregiudizi, il razzismo.

A Colonia, Giovanni, dopo aver lasciato il lavoro di manovale presso lo zio Mario, fratello della madre (che sarà anche lui un io narrante, come lo sarà poi anche il padre di Giovanni), trova un po’ di serenità vivendo con Claudia. Gli torna in mente quel ragazzino dagli occhi di calamita che gli aveva pronosticato una vita breve. Sappiamo chi è: Stefano Santori che se n’è andato da Hora e vive in Francia, e si è fatto vivo mandandogli una lettera accompagnata dalla foto, apparsa su di un giornale di Catanzaro del 28 ottobre 1949, in cui è ritratto il padre di Giovanni con la sua moto.

Ma Giovanni ci ride su, lui si sente nel pieno rigoglio della vita.

Sappiamo solo ora dove stava recandosi quando dietro, sulla moto, quel ragazzino gli sputava addosso quella macabra sentenza. Andava a trovare Claudia, che con la famiglia si era trasferita al mare per una vacanza. Ricordate? Aveva sedici anni, il nostro protagonista, e come poteva ragionare di morte, proprio in quel momento di grande felicità? Ma l’autore avvolge quel ragazzino di un’aura di mistero tale che il lettore si sente in dovere di non lasciar perdere quella profezia, e resta in attesa.

Il completamento di quella scena disegnata pagine prima e lasciata a metà, avviene con la stessa fluidità che si è già annotato. Accadrà spesso che, dopo molto che le abbiamo lasciate, alcune scene, alcune azioni, si ricongiungano per completarsi come un puzzle e far emergere l’insieme.

La profezia svelata da questo ragazzino dagli occhi di calamita, sta mettendosi al centro della storia, e mi sovviene allora di un’altra lettura che feci tempo fa di un bel libro intitolato Arlette, scritto da Loreta Cerasi Mandrelli. Arlette è la madre del celebre re Guglielmo il Conquistatore. Sin da ragazza una profezia la designava regina e madre di un re. La vita di questa donna si sviluppa tutta intorno a questa profezia, così come si prepara a succedere per Giovanni. Stefano Santori, questo ragazzino dotato di poteri extrasensoriali, e pure inquietanti, sta qui allo stesso modo che le streghe profetiche in Arlette.

Intanto, cresce la figura del padre attraverso il racconto della sua morte, avvenuta in occasione di una delle sue imprese ardite: precipita in un burrone quando aveva trentacinque anni e Giovanni otto: ma non si era sfracellato, il viso era bello, senza nemmeno un graffio, quando lo vidi nella bara. È la madre Lidia a rinnovarne e tramandarne il ricordo, è attraverso gli occhi e l’amore di lei per lo sposo che Giovanni non fa fatica a rivedere nella casa il padre con le sue abitudini e a rievocare il giorno in cui Mio padre mi aveva appoggiato sul sellino della moto, come su un trono. E mi aveva parlato con la solennità e la voce severa di un re sul punto di abdicare o di morire che parla al suo erede bambino. Ancora, come in Sgorlon, e come sarà nel successivo Tra due mari, riaffiora l’immagine di un trono, scelto nell’ambito delle cose più preziose amate ed osservate dal protagonista. Più tardi, verso la fine, sarà il cognato Mario a ricollegare ed ingigantire la figura di Scanderbeg, legandola alle lotte dei contadini per la terra.

Intanto affiorano le prime distinzioni tra Claudia e Giovanni. La ragazza, al contrario di lui, vuol fare tabula rasa dei ricordi, e non sopporta che Giovanni, soprattutto quando ritorna da Hora in Germania, le riempia la testa coi suoi racconti.

E Giovanni ci prova a dimenticare, ma non ci riesce e si domanda: il passato ha fatto il nido nelle cellule, nel sangue, nei pori, dentro gli occhi e tu non lo vedi, ma c’è, e basta un batter di ciglia per farlo volare nel presente? E si risponde: No, Claudia, non lo cancelli così, come fai tu, tu hai spazzato via un po’ di polvere, non il passato.

Sarà una unione, la loro, destinata a durare? Non è difficile ricordarsi, a questo punto, che quell’io narrante ci ha fatto intendere, nelle pagine di avvio, che Giovanni ora quando torna al paese non parla più di Claudia, nonostante le richieste degli amici.

Ci si sta muovendo nel respiro del mito di Scanderbeg, ma all’orizzonte restano ancora come soli non ancora sorti dal mare i due interrogativi legati alla vita di Giovanni: quella profezia e la sorte di Claudia.

In questo danzare qua e là, con leggiadria e passione a un tempo, questi interrogativi sempre di più coinvolgono il lettore. Soprattutto quando ci si accorge che mentre Claudia si sta allontanando dalla sua vita, ad essa sempre di più si avvicina quel ragazzino dagli occhi di calamita, che, facendo tappa a Colonia, in un suo viaggio per recarsi ad un convegno storico, telefona a Giovanni perché s’incontrino alla stazione e stiano un po’ insieme a parlare. Giovanni non andrà all’appuntamento, anzi vi andrà, ma giungerà troppo tardi quando l’amico, come gli scriverà più tardi, dopo averlo atteso per più di un’ora, aveva capito di provocare in lui un qualche imbarazzo, una qualche inquietudine.

S’incontrano in una specie di sogno anche i tre Scanderbeg, quello realmente vissuto, che ha scacciato i turchi, il padre che lo rammemora parlando al figlio, e lui, Giovanni, che tutti chiamano, ormai, Scanderbeg, come il padre. L’argomento del colloquio: la profezia. Il padre lo rassicura: Non avere paura, la morte è un’ombra di vento che ti insegue sempre. Non ti può predire nessuno quando la incontrerai, la vedi negli occhi solo poco prima di morire. Questo incontro soprattutto fra il vero Scanderbeg e Scanderbeg padre tornerà altre volte, come una cucitura, una simbiosi, una continuità dei due miti. Ma ci sarà anche la identificazione dei due Scanderbeg, padre e figlio: l’ho visto allo specchio, nel mio appartamento di Colonia; ed ero io, spiccicato, come dicono dalle mie parti, stessi occhi, stessi capelli, stessa fossetta profonda nel mento.

Ma l’autore (che dalla foto in terza di copertina pare abbia proprio quella fossetta profonda nel mento) si compiace – è sempre di più evidente – di sfogliare a poco a poco la sua storia, e ogni volta che attraversa il passato non è mai come prima, il suo occhio ci apre nuovi spazi, e ci svela cose non dette, come questa: che Stefano Santori aveva predetto perfino che la relazione di Giovanni con Claudia sarebbe finita, e lui, che la amerà per sempre, ne proverà un grande dolore.

Si comincia a capire che questo andirivieni saltellante e pirotecnico all’interno del passato, e tra passato e attualità, ha il suo epicentro nella mente proprio di questo straordinario personaggio che è l’io narrante da cui ha preso avvio la storia, una identità incorporea, che non acquista mai una dimensione, se non quella di una mente astratta, impalpabile.

Ritengo che la forza del romanzo sia racchiusa proprio qui, in questa tortuosa, complessa tessitura, che si può leggere e riportare ad unità solo facendo ritornare ciascun io narrante alla sorgente da cui ha preso vita, ossia il pensiero, la mente del narratore principale.

Si potrebbe pensare anche a Stefano Santori, che nel frattempo è diventato uno storico famoso ed ha scritto una storia del suo paese, che è anche quello del protagonista Giovanni. Certo, quest’io narrante sa proprio tutto, si apprende che ha raccolto gli scritti di Giovanni, i pensieri e le parole degli altri protagonisti. Deve trattarsi di una persona onnipresente e onnisciente. Stefano ha queste caratteristiche, è dotato di poteri straordinari. Nell’episodio della chiave sul tetto, c’è un misterioso ragazzino, di cui la madre non ricorda il nome, che dice a Scanderbeg padre, che per entrare nella casa, che sta bruciando, del ciabattino mastro Scipione, la chiave si trova sul tetto. Si pensa subito a lui, a Stefano. E se non è lui, chi può essere allora? C’è un altro soltanto a cui possiamo attribuire poteri anche più strabilianti di quelli che sono in possesso di Stefano, ed è l’autore.

Si capisce che egli sta lasciando qua e là delle tracce, ma non sappiamo se servano ad identificare un percorso o a nasconderlo. Mica roba da poco, riuscire a districarsi!

Anche se nella parte finale, a poco a poco tutto va semplificandosi e diluendosi, a scapito di una densità che aveva il suo fascino nel protagonismo di una scrittura ricca di complesse intersecazioni.

Vi ricordate quei due punti che all’inizio incuriosivano? Il rapporto Giovanni – Claudia e la profezia? L’autore non mancherà di rispondere, e lo farà tutto insieme nell’Epilogo, e nemmeno avremo più dubbi su chi ci ha narrato questa storia.

Ma questo libro, che cos’è alla fine? Una continua lotta di tutti i protagonisti – credo – un spasmodico tentativo di respirare un’aria nuova, priva dei miasmi della società ingiusta, corrotta ed immutabile, e soprattutto una storia d’amore difficile tra due giovani, Claudia e Giovanni, che non riescono, a causa di quel distacco dal loro paese della Calabria, a mettere nuove radici, in qualunque punto della Terra, sia la Valtellina, sia Colonia, Amburgo o qualsiasi altro luogo, e questa mancanza di radici diventa inquietudine, disperazione, smarrimento, insicurezza, rabbia, rimorso, che non li abbandoneranno più.


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Bart