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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

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Caro papà, Caro figlio/Dear Dad, Dear Son (Trad. Helen Askham) #11/22

26 ottobre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

In calce il testo inglese

Caro papà, Caro figlio #11

 

Quando stamani Efisio ha sollevato l’avvolgibile della finestra, ha visto la cresta della Pania della Croce imbiancata, ed anche le creste del Prano e del Piglione. Dopo tre giorni di forti piogge e vento, ad un tratto la temperatura è calata di cinque o sei gradi, ed ora per uscire occorre indossare i grossi maglioni invernali e il giaccone pesante. Il vento ha scompigliato le tegole di parecchi tetti, anche quello della sua casa. Ha rimediato mettendo in soffitta, sotto le infiltrazioni, dei barattoli e un largo recipiente di plastica. Inutile sperare che il muratore o l’idraulico capiscano l’urgenza della riparazione. Si tratta di un lavoro di pochi soldi e perciò nessuno si farà vivo, nonostante le belle promesse. Sono questi i crucci che spesso rovinano le giornate di un uomo civilizzato. Si vorrebbe risanare subito i guasti e che qualcuno, ben pagato, capisse che è un suo dovere accorrere ad assistere un cliente. Invece tutto è mutato anche in questo, pensa Efisio. Ciò che prima sembrava un pregio della civilizzazione, ossia vedere subito esauditi i propri desideri, si è trasformato in difetto ed ora ci si deve armare di pazienza ed attendere i comodi dell’idraulico, dell’elettricista, del falegname, del muratore, e così via. Che spesso si dimenticano perfino di aver promesso di venire, e devi tornare a raccomandarti, e ancora una volta inutilmente. Da qualche giorno, quando piove, Efisio sale in soffitta e con tristezza osserva le gocce d’acqua cadere nei barattoli, e far cloc. Sta lì malinconico per qualche minuto, poi gira per la soffitta, osserva, indaga, analizza. Il tetto è in buono stato, i travi di legno si presentano ancora sani, e come gli disse un geometra venuto a fare un sopralluogo, andranno avanti ancora per un centinaio d’anni. Già, un centinaio d’anni. Chissà a chi toccherà rinnovare il tetto. Gli vengono i brividi solo a pensarci. Scoperchiarlo, radunare le vecchie tegole in giardino, fare la gettata di cemento, stendere il manto isolante, ricollocare le vecchie tegole. Il tetto, infine, riassumerà l’aspetto solito, come ora lo vede lui quando lo osserva dal giardino, ma la sua struttura sarà tutta rinnovata e pronta a sfidare, questa volta certamente, qualche secolo. A Montuolo, non si è mai sentito dire che sia capitato un terremoto, perciò la fiducia nella durata di una casa è ben riposta. Anche il pericolo che il Serchio e l’Ozzeri, durante le lunghe giornate di pioggia, straripino davanti casa sua, è remoto, per dire inesistente. Oggi si assiste di continuo allo straripamento dei fiumi e soprattutto dei piccoli corsi d’acqua, non solo in Italia, ma anche in Francia, in Germania, perfino in Inghilterra, sempre così attenta alle condizioni dell’ambiente. Efisio, mentre guarda la Pania, va con la memoria al Ben Nevis, il monte scozzese, che aveva visto da vicino, tanti anni fa. La Scozia gli apparve come un luogo incantato, dove avrebbe voluto trascorrere tanta parte della sua vita. Un posto dove però si deve essere abituati a vincere le rigide temperature invernali, e lui, invece, è così sensibile al freddo; basta un piccolo abbassamento della temperatura perché si senta a disagio, ed un soffio di vento appena appena più gelido gli procura un forte mal di testa o un raffreddore. Maledice il destino che lo ha reso così vulnerabile. Altrimenti gli sarebbe piaciuto visitare il mondo, e specialmente l’Europa, e sostare più a lungo di quanto era riuscito a fare, allorché viaggiava con la moglie ed i figli ancora piccoli. Non era stato in Norvegia, un suo vecchio sogno. Cercava di compensare questa mancanza con la visione dei molti documentari che possedeva su quella terra. Tutta la penisola scandinava lo affascinava. Avrebbe voluto sostare sei mesi, perfino un anno, in quei luoghi che lo colmavano di suggestioni; conoscere la gente, le abitudini, diventare amico di tutti, passeggiare per quelle strade così lontane dove la natura sa mostrare con grazia tutta la sua potenza. Ecco Uilio da chi aveva preso, non da Olema, anche se il desiderio di lei di viaggiare era sempre stato pregnante, ma da lui aveva preso, da lui, quella sensibilità che consente di scendere nelle profondità della natura. A volte questo desiderio, questo sogno, questa utopia, si trasforma in inquietudine. A Uilio era accaduto certamente, ed egli aveva risolto col partire, accettando la sfida che gli poneva la sua ricca spiritualità. Perché, forse si era domandato, perché nutrire questo sogno e non agire per viverlo? E questo per Efisio aveva significato una cosa sola, che lui, al contrario del figlio, era stato un codardo.
La neve sulla cima della Pania è intatta. Lassù nessun uomo la calpesta, essa si scioglie lentamente al sole, si formano rivoli d’acqua che bagnano le sue pendici. Il bosco che le riveste fin quasi alla vetta è umido di pioggia, si sente l’odore del muschio. Efisio c’era stato una volta su quelle pendici, arrampicandosi con la certezza di compiere un atto straordinario: avrebbe potuto sentirsi anche un eroe, sebbene dell’eroe gli mancasse il coraggio della sfida più grande, quella ad esempio che aveva compiuto Uilio. Lo ammirava. Era felice Uilio, lo sentiva, nonostante Olema insinuasse il dubbio tutte le volte che ne parlavano. Immaginava che un alone di luce radiosa illuminasse la vita di suo figlio.
In compagnia dei suoi pensieri, Efisio non s’era accorto che erano trascorse le ore, e sulla strada vide Giselda che, tornando da scuola, andava a casa. Lei lo scorge, e Efisio vorrebbe ritrarsi dai vetri della finestra, ma indugia ed ora ricambia il saluto. Anzi, apre la finestra, si affaccia. Giselda è sorridente. Coi suoi corti capelli a caschetto, di color nero, sembra una ragazzina. Non l’ha mai veduta triste. Lei ha sempre un motivo per essere ottimista. Giselda alza il braccio. Ci vediamo stasera, dice. 

«Giselda è una bella ragazza, come avrà fatto ad innamorarsi di uno come te.» Erano a tavola, la sera. Olema si era appena seduta, dopo aver servito il piatto di minestra. Davanti, all’altro capo della tavola, c’era Efisio, che aveva appena parlato. Agli altri lati, uno di fronte all’altro, stavano seduti Donato e Anthony. Anthony scoppiò a ridere.
«Sei troppo buono, Donato, ecco che cosa volevo dire. E tu Anthony fai attenzione, perché ride bene chi ride ultimo. Ti ronzano intorno troppe ragazzine, e finirà che ti guasti.»
«Che significa, che sono troppo buono?» Non lasciò cadere il discorso Donato, era un po’ risentito.
«È che sai benissimo come va il mondo.»
«No che non lo so. Dimmelo tu.»
«Non devi offenderti. Stamani, mentre ero affacciato alla finestra ho visto passare Giselda. Per la prima volta l’ho vista con gli occhi di un uomo, e non del padre del suo fidanzato, e ho visto che è bella. Chissà quanti altri giovanotti le fanno la corte, aspettando un’occasione per soffiartela. Ecco che cosa ho pensato.»
«Ma Giselda è innamorata di me, non significa niente questo? Ci sarà pure una ragione, se mi ama.»
«Certo che ti ama, altrimenti non ti sbaciucchierebbe come le ho visto fare qualche volta davanti alla porta di casa!»
«Oh,» fece Olema «ma che fai Efisio, ti metti a spiare Giselda? Non ti sei mica rimbambito!»
«Certo che quei baci lì, te mica me li davi.»
«Allora ti sei rimbambito!»
«Vuoi dire che me li sono dimenticati?»
«È che tu non eri mica bello come Donato. I baci si dànno e non si dànno, ed è l’uomo a meritarli. Se non te li ho dati come volevi, significa che non li meritavi.»
«Mica li hai dati a qualcun altro?»
«Chi lo sa.»
«Non sono mai stato geloso» disse a questo punto Efisio, quasi offeso al pensiero che Olema potesse aver baciato qualcun altro.
«Voi uomini siete gelosi più delle donne, e anche tu, mio caro Efisio, hai la tua dose abbondante di gelosia.»
«Se lo dici tu…»
«Lo dico, lo dico. Sai quante volte me ne sono accorta.»
«E quando, sentiamo.»
«Se mi metto a fare l’elenco, finisco domattina.»
«Addirittura!»
Anthony intanto girava il capo ora verso il nonno, ora verso la nonna, divertito. Probabilmente non aveva mai assistito a scene come questa.
«Giselda non mi ha mai dato motivo di essere geloso» disse Donato, cogliendo il momento di pausa.
«Ma non dipende da Giselda» disse Efisio.
«E da chi?»
«Da te. Da te, caro Donato. Quando penserai che Giselda è bella, anzi troppo bella, sarà nata in te la gelosia. Forse ti è già successo, e sei un uomo geloso.»
«Non lo sono.»
«A sentire tua madre, tutti gli uomini sono gelosi. Quindi, devi rassegnarti ad essere geloso anche te.»
«Ma è un così gran brutto animale, la gelosia?» domandò Anthony, con un leggero sorriso sulle labbra.
«Ecco» disse Olema «solo a questa età forse non si conosce la gelosia.»
«Lo dici tu, mogliettina cara!»
«A meno che non si sia degli scapestrati come lo eri tu da giovanotto, marituccio mio!»
«Volevo dire che Anthony ci ha intorno troppe ragazzine, non è così Anthony?»
«Che c’è di male» fece lui, sporgendosi verso il nonno.
«Dimmi se ce n’è qualcuna che ti fa girare la testa.»
«Ma a me, non mi gira la testa!»
«Ti gira, ti gira» fece Donato.
«Tu fai la spia al nonno!» Si risentì questa volta, Anthony.
«Allora è vero!» fece subito Efisio, cogliendo di sorpresa Anthony, che arrossì. Donato scoppiò a ridere, come prima aveva fatto Anthony.
«Che fai, hai perso la lingua?» incalzò il nonno. Olema stava muta, gli occhi li teneva sul ragazzo e aspettava di sentirlo rispondere.
«Non c’è nessuna ragazza che mi fa girare la testa. Se non sei stato tu a fare la spia» disse poi rivolgendosi a Donato «allora è stata Giselda!»
«Perché proprio Giselda?»
«Perché a scuola non fa che starmi dietro. Durante l’intervallo, Anthony qui Anthony là, non mi lascia un momento.»
«Sai che la scuola oggi è piena di pericoli. Giselda lo fa per il tuo bene. Fai attenzione alle amicizie. Ci sono amici falsi, pronti a venderti la droga, e a rovinarti la vita.»
«Ma io so difendermi, nonno.»
«Guardati dagli amici che ti stanno troppo d’intorno, sappi pesarli bene.»
«Io so che c’è una ragazzina che ti piace» disse ad un tratto Olema.
«Non è vero!» esclamò Anthony.
«Sì che è vero.»
«Chi te lo ha detto, nonna?»
«Nessuno me lo ha detto. L’ho visto da me.» Fece un sorriso e carezzò la nuca del ragazzo.
«Le vuoi bene?» domandò Efisio, quasi bisbigliando.
«Mi piace, nonno.»
«È Rosa, non è vero?»
«Sì, nonna.»

 Dear Dad, Dear Son #11

When Efisio pulled up the blinds that morning, he saw that the crest of the Pania della Croce Mountain was white and so were the crests of the Prano and the Piglione. After three or four days of wind and rain, the temperature had dropped by five or six degrees and now big woollen sweaters and heavy jackets were needed to go out. The wind had dislodged tiles on some roofs, including his own. He went to the attic and put some jars and a big plastic container under the roof where the rain could come in.
    No point in hoping that a builder or plumber would understand that repairs were urgent. It was a small job, not worth much in terms of money, and therefore no one would come, despite their promises. These are the irritations that can ruin the day for civilised man. If only the damage could be repaired at once and there was someone – well paid – who saw it as his duty to help a customer. Yet another change for the worse, thought Efisio. What had seemed one of the positive things in civilisation, namely, seeing your wishes granted at once, had become a negative. Now you had to have the patience of Job and wait until it suited the plumber, electrician, joiner or builder to come. And often they forgot they’d promised to come and you had to beg them, and still they didn’t come.
    For several days, when it rained, Efisio went up to the attic and sadly watched the drips plopping into the jars. He stood there for a few minutes, then walked round the attic, looking, investigating and analysing. The roof was in good condition and the wooden beams undamaged. In fact, a surveyor who’d come to check it had said it would last for another hundred years. Well, well, a hundred years. Who would it be who would have to have it fixed? The thought made him shiver a little. Removing the roof, collecting the old tiles in the garden, putting down cement, then a layer of fire-proofing and then replacing the tiles. Then it would look the same again, as you saw it from the garden, but the structure would be completely renewed and ready to withstand several more centuries. No one had ever heard of there being an earthquake in Montuolo so you could be confident that a house would last a long time. Even the danger of the nearby rivers, the Serchio and the Ozzeri, bursting their banks near his house after long days of rain was so remote as to be non-existent. There was often news of rivers and streams causing floods, not only in Italy but in Germany, France and even in England where they were always watchful of environmental conditions.
    As he looked at the Pania, Efisio was reminded of Ben Nevis, the Scottish mountain he’d seen at close quarters many years before. Scotland seemed to him an enchanted place where he’d have liked to have spent part of his life but where you also had to become accustomed to the rigours of the cold winters and Efisio didn’t like the cold. Even a slight fall in temperature made him fell unwell and a slightly chillier gust of wind gave him a bad headache or a cold. It was an unkind fate that had made him so susceptible. If he’d been stronger, he would have liked to travel the world, especially Europe, spending more time there than he had been able to when he and his wife had gone on holiday with the children when they were younger. He hadn’t been to Norway, an old dream. He tried to compensate for this by watching the many documentaries he had about the world. The whole Scandinavian peninsula fascinated him. He wished he could have spent six months, even a year, in these enchanting places, getting to know the people, their ways, making friends, and walking on those distant roads where nature beautifully displays all her power.
    Olema had always liked travelling but it was from his father that Uilio had inherited that sensitivity that allowed him to go deep into nature. At times, however, this dream, this utopia, turns into restlessness. This had certainly happened to Uilio and he’d made up his mind to go away and take up the challenge his spirituality had thrown down. Why, he’d perhaps asked himself, why have this dream without doing something to make it come true? For Efisio that had meant only one thing – he, unlike his son, had been a coward.
    The snow on the peak of the Pania was still there and untouched. There was no one up there to trample on it and it was melting slowly in the sun, forming little rivulets that trickled down its slopes. The woodland that clothed it almost to the top was damp with rain and there was the smell of moss. Efisio had once been on those slopes, climbing with the certainty of doing something extraordinary. He might have felt like a hero but he’d lacked the courage for the greatest challenge, such as Uilio had undertaken. He admired his son. Uilio was happy, he could feel that, despite Olema insinuating doubts whenever they talked about him. He imagined an aura of bright light around his son’s life.
    Alone with his thoughts, Elisio hadn’t noticed the hours passing and now he saw Giselda on the road, walking home from school. She caught sight of him and Efisio felt like retreating from the window but he waited and waved to her. Then he opened the window and leaned out. Giselda was smiling. With her short bob of black hair, she looked like a little girl. He’d never seen her looking sad. She always had a reason for being optimistic. She waved. “See you this evening,” she called. 

“Giselda’s a lovely girl.” said Efisio. “How come she fell in love with someone like you?”
    It was evening and they were sitting at the table. Olema had just sat down after serving the soup. Efisio was at the other end of the table while Donato and Anthony sat facing each other. Anthony burst out laughing.
    “You’re too good, Donato,” said his father. “That’s what I meant. And you, Anthony, watch out, because he who laughs last laughs longest. Hang around too many girls and you’ll find yourself in trouble.”
    “What do you mean, I’m too good?” Donato was a little hurt and didn’t want to let the subject drop.
    “You know very well how the world wags.”
    “No I don’t. You tell me.”
    “You mustn’t be offended. This morning I was looking out of the window when I saw Giselda going past. For the first time I saw her through the eyes of a man, not the father of his son’s fiancée, and I saw that she’s lovely. Goodness knows how many other young men are after her, waiting for the chance to steal her away from you. That’s what I thought.”
    “Giselda’s in love with me. Doesn’t that mean something? There must be a reason if she loves me.”
    “Of course she loves you, otherwise she wouldn’t be kissing and cuddling you the way I’ve seen her doing at the front door!”
    Olema looked at him. “Efisio! What’ve you been up to? Spying on Giselda? You must be getting senile!”
    “Well, you certainly never kissed me like that.”
    “You are getting senile!”
    “You mean I’ve forgotten?”
    “The fact is you were never as good-looking as Donato. You either give or you don’t give kisses and the man has to earn them. If I didn’t kiss you as you wanted, it means you hadn’t earned them.”
    “Surely you didn’t kiss other men?”
    “Now that would be telling.”
    “I’ve never been jealous,” said Efisio, almost offended by the idea that Olema could have kissed someone else
    “Men are more jealous than women and you, my dear Efisio, have had your fair share of jealousy.”
    “If you say so…”
“I do say so. You want to know how many times I’ve noticed?”
    “OK. When? Let’s hear.”
    “If I start making a list, it’ll take me till tomorrow.”
    “Really!”
    Anthony meanwhile was looking first at his grandpa and then at his grandma and enjoying the exchange. Probably he’d never heard anything like it before.
    “Giselda’s never had any reason to be jealous on my account,” said Donato, taking advantage of the lull in the conversation.
    “But it doesn’t depend on Giselda,” said Efisio.
    “Who does it depend on then?”
    “On you. On you, Donato. When you start thinking that Giselda’s beautiful, too beautiful even, you’ll start to be jealous. Perhaps it’s happened already and you’re a jealous man.”
    “I don’t know.”
    “According to your mother, all men are jealous. So you’ll have to resign yourself to being jealous like all the rest of us.”
    “Is jealousy such an ugly brute then?” asked Anthony with a little smile.
    “There,” said Olema. “Perhaps it’s only at his age we know nothing about jealousy.”
    “You said it, my dear little wife!”
    “As long as you’re not a womaniser like you were when you were young, my naughty husband!”
    “I meant Anthony has too many girls round him. Isn’t that so, Anthony?”
    “What’s wrong with that?” he said, turning towards his grandpa.
    “Tell me, is there one who makes your heart beat faster?”
    “My heart doesn’t beat faster for anyone.”
    “I’m sure it does,” said Donato.
    “And you tell grandpa tales about me!” This time it was Anthony who was annoyed.
    “So it’s true!” cried Efisio at once, taking Anthony by surprise and making him blush. Donato burst out laughing as Anthony had done a few moments earlier.
    “What’s the matter?” asked Efisio, not letting the subject drop. “Have you lost your tongue?”
    Olema was silent, her eyes on the boy, waiting for him to answer.
    “There isn’t any girl like that,” he said. Turning to Donato, he added, “And if it wasn’t you who told tales about me, it must’ve been Giselda.”
    “How come?”
    “Because at school she’s always there. At the interval it’s Anthony this and Anthony that. She doesn’t leave me alone for a minute.”
    “School can be a dangerous place nowadays,” said Efisio. “Giselda does this for your own good. Be careful with the friendships you make. There are false friends, ready to sell you drugs and ruin your life.”
    “I can look after myself, grandpa.”
    “Watch out for friends who hang around you too much. Learn how to judge them properly.”
    “I know there’s girl you like,” Olema said suddenly.
    “There isn’t!” Anthony burst out.
    “Yes there is.”
    “Who told you, grandma?”
    “No one told me. I saw it for myself.” Olema smiled and stroked the boy’s neck.
    “And are you in love with her?” asked Efisio in some confusion.
    “I like her, grandpa.”
    “It’s Rosa, isn’t it?”
    “Yes, grandma.”


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart