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Caro papà, Caro figlio/Dear Dad, Dear Son (Trad. Helen Askham) #12/22

27 ottobre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

In calce il testo inglese

Caro papà, Caro figlio #12

La mattina dopo, Efisio stava di nuovo alla finestra, ma questa volta posava lo sguardo sui tetti. La brinata della notte ancora li faceva luccicare. Pensava alla magia che ogni tanto gli capitava nella mente, grazie alla quale riusciva a vedere su quelle tegole rosse camminare e sporgersi verso di lui personaggi e scenari fantasiosi. Perché accadeva? Una specie di palcoscenico surreale si formava davanti a lui, all’altezza del suo viso, e lo tentava, lo suggestionava, affinché si mescolasse a quegli uomini e a quel tempo. Come avrebbe potuto resistere a lungo? La tentazione di mutare circostanze, tempi e luoghi della sua vita era stata sempre forte in lui, ed ora che l’età avanzava e si facevano labili i confini della sua mente, quella fantasiosa seduzione prendeva le forme di una realtà onnipotente davanti alla quale prima o poi avrebbe dovuto soccombere. Sentiva che le resistenze erano ormai flebili. Voltò il capo dall’altra parte. Poi andò alla scrivania, si sedette, tornò a guardare dall’altra finestra la campagna, sulla quale ancora si stendeva un velo bianco di brina. Quindi prese la penna e scrisse a Uilio.

Caro figlio,

permettimi questa volta di anticipare la tua lettera per parlarti di me. Del resto, è trascorso più di un anno dall’ultima che hai scritto. Immagino che nuove difficoltà ti abbiano impedito di dedicare un po’ del tuo tempo a questo vecchio rudere che è tuo padre. Voglio sperare che il ritardo non sia dipeso da qualche tua malattia. Questo pensiero mi arrovella. Quando riceverai questa mia, ti prego, trova un minuto per me, anzi per noi, perché le tue lettere, anche se indirizzate a me, appartengono a tutti noi.
Poco fa ero davanti alla finestra. Non so se te ne ho già parlato, ma sempre più spesso mi accade di perdermi con la mente. Sto lì davanti alla finestra che dà sui tetti – te la ricorderai. Da piccolo quante volte ci siamo stati davanti insieme! – e su quelle tegole rosse, ogni tanto, quasi danzando e spuntando dall’aria, compare qualche personaggio dei libri che ho letto, anche molti anni fa, quasi dimenticati. In talune circostanze non sono loro ad apparirmi, ma l’autore stesso, giovane o vecchio, con gli abiti del suo tempo, diventati così curiosi e bizzarri da sedurmi la mente. Da principio li osservo ammirato, continuo a farlo anche ora, che conosco i meccanismi della visione, ma sempre essa mi stupisce, e ammutolisco. Mi aspetto un qualche evento ancor più straordinario, come una specie di rivelazione, perché converrai con me che si tratta di un avvenimento singolare. Quindi o è la mia mente che se ne sta andando verso orizzonti sconosciuti, non voglio chiamarla pazzia, giacché, come diceva Mario Tobino, ciò che noi chiamiamo pazzia è un’esistenza tutta particolare della quale ancora non siamo riusciti a decifrare i codici, o quella visione è reale e significherà pure qualcosa. Per esempio, una specie di eternità, frutto della mente umana, una eternità, cioè, creata dall’uomo e non da Dio? Mi ci perdo, questa riflessione mi annienta. Un giorno ho chiamato Anthony, perché si stava formando la visione fantastica e desideravo avere un testimone sicuro di mente, vigoroso, svelto, capace anche di sorridere di ciò che stava avvenendo, di irridermi, se fosse stato necessario. Non sono mai riuscito in passato a mostrare la scena agli altri. Olema arrivava sempre in ritardo, mentre Donato, quando accadeva, non si trovava mai in casa. E come puoi immaginare, allorché raccontavo loro il fatto, si prendevano gioco di me, anzi credevano da principio che fossi io a burlarli, e così, a poco a poco, non ne abbiamo più parlato. Quando Anthony è accorso veloce come un fulmine: Li vedo, li vedo! ha gridato, e mi ha descritto uno dei personaggi che stava svanendo, ma che aveva fatto in tempo a sorprendere. Me lo ha descritto, ed era lo stesso che avevo veduto io! Dunque la scena è vera, ed ho un testimone, anche se si tratta di un ragazzo a cui nessuno potrà mai credere. Ma il fatto di aver veduto la scena ha mutato Anthony. Non devi preoccuparti, lo ha mutato in meglio. A poco a poco si è fatto uomo, come se sulle sue spalle si fossero ad un tratto caricate le esperienze del passato. Ragiona come un adulto, sebbene abbia superato da poco i 15 anni. Mi sorprendo spesso a confidarmi con lui. Discorro di questo e di quello, lui sta lì ad ascoltarmi, e alla fine mi lascio andare a delle confidenze, ciò che non ho mai fatto né con te né con Donato, e raramente con Olema. Perché ti racconto ora queste cose, e non nella mia lettera precedente, dopo che era accaduta quella visione che coinvolse anche Anthony? Perché dopo tutto questo tempo ho capito che vi sono forti, profonde affinità tra me e il tuo ragazzo. Ne sono così contento! Tu mi risponderai che ciò è naturale, perché sono suo nonno, il padre di suo padre, e qualcosa di me si deve per forza trasferire in lui. Ma io parlo di qualcosa di più profondo del Dna, e non so come spiegartelo. Per un cristiano è difficile parlare di una parte dell’anima che si trasferisca ad un altro. L’anima se ne esce dal corpo, dopo la morte, e va in Cielo ad ascoltare il giudizio di Dio, essa non è divisibile o ereditaria! Quell’anima, una volta compiuto il suo viaggio dentro un essere umano, non torna più. Almeno così ho sempre pensato, così mi pare di aver capito dall’insegnamento ricevuto dalla Chiesa. Sono frastornato, me ne accorgo, e perdonami se tuo padre ti sembra strano, ma quando si arriva alla mia età, nulla deve più meravigliare, giacché i numerosi pensieri che si sono accumulati nella mente, a volte si mescolano tra di loro, si accavallano e formano nuovi pensieri originali, per non dire bislacchi. Corrono in libertà, quando non si è più giovani. Se ciò è bello o brutto non so dirti, ma si apre nell’uomo una nuova finestra che mostra un paesaggio indefinibile: esso attira, ammalia, mostra, vorrei dire, i minuti fili, che nell’ordinario sono nascosti, né se ne suppone l’esistenza; e così, per esempio tra me e Anthony, io ho veduto il sottile filo che ci lega, grazie al quale io sarò sempre dentro Anthony, e forse dentro i figli dei suoi figli. Quel racconto che scrissi anni fa, I figli di Ludovico, ora posso confessartelo, nacque da una sensazione simile, che avvertii un giorno guardando te. Stavi a quella stessa finestra, ma in quegli anni non era ancora accaduto nulla su quelle tegole rosse, tu guardavi lassù, e, senza che te ne accorgessi, io avevo messo i miei occhi dentro i tuoi, e così vidi il filo che mi univa a te; ebbi la sensazione fisica che una parte della tua anima fosse il ritratto spiccicato della mia! È difficile spiegarmi, e confido solo che tu mi comprenda per quell’affinità dell’anima che ci unisce. Qualche anno dopo, mi apparve la prima scena. Non ricordo quale scrittore barbuto mi apparve, fu solo il suo volto. Forse Hemingway, forse Dostoevskij. Non disse una parola, ma ricordo il suo sguardo pieno di fuoco, come se sdegnasse di apparirmi, e fosse costretto. Mi sono sempre domandato da chi. Col tempo, sono comparsi poi i personaggi creati dall’uomo. Ho veduto vere e proprie scene in movimento, ma le visioni sono sempre state rapide. Certi giorni sono arrivato a vederne tre durante il corso della stessa giornata, ma ci sono stati anche dei vuoti lunghissimi, mesi, qualche volta anni. Io stavo alla finestra come in attesa, non  staccavo gli occhi da quelle tegole rosse. Anthony è stato il primo a condividere il mio segreto, a comprenderlo, e questo è un segno che tutto ciò vale per me e anche per lui! C’è nascosta tra noi due una rivelazione, mi sono detto, e così la rivelazione l’ho trovata: c’è una parte dell’anima, ora ne sono certo, che resta dentro l’uomo e si trasferisce di genitore in figlio. Ecco, mi fermo qui, perché il solo fatto di trasmetterti questa mia nuova convinzione, mi imbarazza, e un po’ mi atterrisce. Ho vergogna e paura, e ti chiedo perdono se tutto ciò potrà metterti a disagio. So bene che certe cose sarebbe meglio tacerle, ma ho fatto una scelta diversa, e te le ho confidate più approfonditamente di quanto abbia mai fatto con gli altri, perché ho visto quel filo dentro di te e l’ho visto in Anthony. E sebbene non mi sia accaduto di vederlo in Donato, so che è anche in lui.
Ora lascia che mi sfoghi su di un altro punto. Quando tu mi scrivi quelle tue belle lettere, e mi lasci intravedere il mondo in cui hai scelto di vivere, io provo una consolazione. Ecco, non te lo avevo mai detto, ma in realtà sono contento della vita che fai, molto contento. Tu sei un uomo che ha conquistato la dignità del vivere. Lasciami dire queste grosse parole. Nella nostra società opulenta non c’è dignità. Tutto è avvolto nel fango e nell’umiliazione. Tu mi dirai che sono un bastian contrario, che nulla mi va a genio, che trovo sempre da discutere su questo e su quello, perfino su delle inezie. Hai ragione, e questo lo so già da me, quindi sono pronto a caricarmi di tutti i miei difetti, ma, vedi, quando ti dico che la società in cui vivo è profondamente malata, esprimo una cosa che tutti sanno. Non sono il solo, quindi, a pensarla così. Ad esempio, tutti o quasi tutti fanno discendere i mali del nostro tempo, almeno e sicuramente qui in Italia, da una specie di Giano bifronte, che ha i volti del potere politico e del potere economico. La congiunzione di questi due poteri in uno – le due facce di una stessa medaglia – ha prodotto un tale cancro nella società, che stento a credere che se ne possa guarire. La politica che si pratica almeno in Italia è sporca, non ha ideali, se non quelli infimi del mantenimento del potere e della ricerca di un’alleanza perpetua con l’altro potere, quello economico. Tutti i governi che si sono succeduti nel nostro Paese, siano stati di destra o di sinistra, a cominciare dalla dittatura fascista, hanno sempre ricercato l’alleanza con il potere economico. Pare che sulla sedia gestatoria del potere vi sia uno stampo e chi vi sale assuma quella forma, chiunque esso sia, qualunque sia stata la sua intenzione al momento in cui si è accinto a salirvi. Si diventa uguali allo stampo, e il potere è in questo modo che si perpetua ed è sempre uguale a se stesso. È una costante. È il Giano bifronte che ci ha governato, che ci governa, e forse ci governerà sempre. Questa aberrazione, che conduce alla faziosità più irritante, è talmente radicata nella politica, che si è insinuata anche nell’animo della gente. Molti non vanno più a votare, si sono nauseati della politica. Se si vuole reagire, che cosa si deve fare, allora? Sai quante volte mi sono posto questa domanda. Nei miei scritti ho cercato di tracciare dei percorsi, ma non so più se sono quelli giusti; il problema più grosso non è quello di individuare il male, questo lo si è già fatto. Il male, si sa, è il Giano bifronte; il problema è invece quello di individuare la soluzione affinché il degrado sia arrestato. Sta qui il difficile, forse l’impossibile. È qui che si deve operare, su questo punto bisogna concentrare il nostro lavoro. Dico nostro, perché appartiene a tutti coloro che hanno a cuore le sorti di una comunità. Vale soprattutto per gli scrittori, per gli intellettuali – sempre servili, invece – per tutti gli artisti, che hanno il dono in più di saper parlare al cuore della gente. Ricercare la strada smarrita su cui tornare a camminare per rendere giustizia e amore all’uomo, questo è il mistero che mi arrovella. Quante notti trascorse nel dolore, quante giornate trascorse con la rabbia dell’impotenza! C’è infine questa possibilità? Si deve continuare ad avere il coraggio della speranza? Mi devo rispondere da solo, e devo rispondere di sì, per non lasciarmi morire. Nel racconto L’amicizia di Attilio[1] ho sperato di riuscire, ma il compito è arduo, lo riconosco. C’è davvero un’altra strada? È accettabile, è legittimo rinunciare, gettare la spugna? Ecco, figlio, oggi mi sono permesso di farti questa lunga confessione di una parte di me sconosciuta. Ti avrò annoiato, ma sappi che ora che ho finito di scrivere, una serenità dolce, leggera, mi avvolge, e sento che ho agito bene, per me ma anche per te, giacché la tua scelta deriva un po’ anche dall’essere tu mio figlio.
Di Anthony non ti preoccupare. Anzi, devi essere contento, perché si è fatto un bel giovanotto, alto e robusto. Non ricordo se ti ho già scritto che è innamorato di una ragazzina di nome Rosa. Nessuno di noi dà molta importanza a ciò. Si tratta di un amore adolescenziale. Passerà. Quindi sappi che Anthony è felice. Dimenticavo di dirti che Donato e Giselda hanno deciso di sposarsi, dico deciso, ma non ne sono così tanto sicuro. Ci hanno pensato tutto questo tempo! La ragione è che hanno paura del matrimonio. La società è diventata così complessa e cattiva che temono di assumersi quelle poche responsabilità che derivano dal matrimonio. Poche sì, ma importanti! Se non cambieranno idea, si sposeranno forse l’anno prossimo. Potrebbe essere quella l’occasione per rivederci? Ti penso spesso, e il ricordo di te, della tua persona, è sempre presente nel mio cuore. Tuo padre Efisio. 

“[1] Sia I figli di Ludovico che L’amicizia di Attilio si trovano raccolti in: Mattia e Eleonora e altre storie, ove si può leggere anche Rico e Francesco, il precedente più diretto di questo libro. Vi è un altro racconto che costituisce un precedente significativo, ed è datato 13 ottobre 1963, ha il titolo Dal diario di Fëdor Savic e si trova nella raccolta La culla della luna.

Dear Dad, Dear Son #12 

Next morning Efisio was at the window again but this time he was looking at the roofs. The overnight frost was making them sparkle and he thought of the magic that sometimes happened in his mind. It made him see imaginary scenes with people walking towards him on the red tiles. Why did it happen? A kind of surreal stage set would form, tempting him and inviting him until he mingled with those men and the past. How long could he resist? For him, the temptation to change the circumstances, times and places in his life had always been strong and now that he was growing older and the confines of his mind were becoming less stable, this fantastical seduction took the form of an all-powerful reality to which he was bound to succumb sooner or later. He felt his resistance was already weak. He turned his head away. Then he went to his desk, sat down and turned to look at the countryside through the other window where the glass was still white with rime. Then he picked up his pen and began to write to Uilio. 

Dear son,

    I’m writing to you before getting a reply from you because I want to talk to you. It’s more than a year since you last wrote so I imagine fresh difficulties have prevented you from giving a little time to this old ruin that is your father. I’d like to hope the silence has not been due to illness. That thought dismays me. When you get this, I beg you to find a moment for me. For us, rather, since your letters, though addressed to me, belong to all of us here.
    A little while ago I was standing at the window. I don’t know if I’ve mentioned this to you but increasingly it happens that I lose myself in my mind. I’m here in front of the window that looks out over the roofs. You’ll remember – when you were little we often sat here together. Every now and again, characters from books I’ve read appear on those red tiles almost dancing and rising out of the air. Sometimes they’re from books I read long ago and had almost forgotten. Other times it’s not the characters but the author, young or old, in the clothes of his time, become so strange and capricious that the sight seduces my mind. At first I watched in admiration and I still do, now that I understand the mechanisms of my vision, but it always astonishes me and I’m struck dumb. I’m waiting for something even stranger (you’ll agree, I’m sure, that the occurrence is strange), something like a kind of revelation. So either my mind is moving towards unknown horizons which I don’t want to call madness since, as Mario Tobino said, what we call madness is a very special kind of existence whose codes we can’t yet decode, or my vision is real and means something. Could it be a kind of eternity, for example, the product of a human mind, an eternity created by man and not by God? I lose myself in it and the thought unnerves me.
    One day when the vision was forming, I called Anthony because I wanted a witness of sound mind, someone vigorous and quick who would smile at what was happening or tease me, if necessary. I’d never managed to show this scene to other people. Olema always arrived too late and Donato was never at home when it happened. And as you can imagine, when I told them about it, they made fun of me. In fact, at first they thought it was some kind of joke so we gradually stopped mentioning it. Anthony came running, stopped and then shouted, “I see them! I see them!” He described one of the characters as it was fading away. He described it to me and it was the same as the person that I’d seen.
    Seeing that scene has changed Anthony. Don’t worry, it’s changed him for the better. Little by little he’s become a man, as if he’d suddenly taken the experiences of the past on to his shoulders. He reasons like an adult although he’s just turned fifteen. I often surprise myself by confiding in him. I talk of this and that, he sits and listens and then I just start telling him things, taking him into my confidence, something I never did with you or Donato and rarely with your mother. Why am I telling you these things now and not in my last letter, after the vision that Anthony saw took place? It’s because, after all this time, I understand there are strong, deep affinities between me and your son. This makes me very happy. You’ll say this is natural, I’m his grandfather, father of his father, and something of me must inevitably have been transmitted to him. But I’m talking about something deeper than DNA and I don’t know how to explain it. It’s difficult for a Christian to talk about a part of the soul being transmitted to another. After death, the soul leaves the body and goes to heaven to hear God’s judgement. It’s not divisible, it can’t be inherited! Once it’s completed its journey within a human being, it can never return. At least, so I thought. That’s what I thought I had understood from the teachings of the Church. I’m bewildered, I realise that, and forgive your father if he seems strange to you, but when one reaches my age, there’s nothing left to marvel at, since the innumerable thoughts that have accumulated in the mind sometimes get mixed up, overlap and form new thoughts that are quite original, not to mention eccentric. When these thoughts aren’t young any more, they run out of control. I can’t say if this is a good or a bad thing, but it opens a new window and shows an indefinable landscape and this attracts, enchants and shows the tiny threads, you might say, that are ordinarily hidden and whose existence we do not know of. And so, for example, I have seen the fine thread between Anthony and myself that links us together. With this I will always be in Anthony and perhaps in the sons of his sons. Now I can tell you that “I figli di Ludovico”, that story I wrote years ago, came from the same feeling which I had when I was looking at you one day. You were standing at that same window though at that time nothing had happened on those red tiles. You were looking down and without you noticing, I looked straight into your eyes and saw the thread that united me to you. I had the strange physical sensation that a part of your soul was the exact image of my own! It’s difficult to explain and I’m confiding in you now so you can understand me through the affinity of soul that unites us.
    The first scene appeared some years later. I don’t remember which bearded writer it was and it was only his face. Maybe Hemingway, maybe Dostoevsky. He didn’t say anything but I remember he looked as if it was beneath him to appear and he’d been forced to do so. I’ve always wondered by whom. As time went on, the characters created by this writer began to appear. I saw scenes in which they moved but they were always very short. I saw three of them on some days but there were also long gaps of months or even years. I used to stand at the window waiting. I hardly took my eyes off those red tiles. Anthony is the first person to share my secret and understand it and this is sign that everything that is of value to me is of value to him as well. I said to myself, there’s something hidden between us two and so I stumbled on this revelation: there’s a part of the soul that stays in a man and is passed from father to son. I’m certain of this now.
    I’ll stop there because the very fact of telling you about this conviction embarrasses me and frightens me a little. I’m embarrassed and afraid and I ask your pardon if it makes you uneasy. I know very well that some things are better left unsaid but I’ve chosen otherwise and I’ve confided more in you than I’ve ever confided in anyone else, because I saw the thread in you and I saw it in Anthony. I’ve never happened to see it in Donato but I know it’s in him too.
    Now let me get something else off my chest. When you wrote me those two beautiful letters and let me have a glimpse of the world you’ve chosen to live in, I felt greatly comforted. I’ve never told you this but I’m happy about the life you lead, very happy, because you are a man who has found dignity in living.
    Now let me add some strong words. There’s no dignity in our opulent society. Everything is covered in filth and debasement. You’ll say I’m perverse, that nothing is to my liking and that I’m always picking holes in things, right down to the smallest detail. You’re right and I already know that but when I say that the society in which I live is extremely sick I’m only saying what everyone knows. I’m not the only one to think like this. For example, everyone or nearly everyone believes that the ills of our time (certainly here in Italy at least) derive from a kind of Janus whose two faces are political power and economic power. The combination of these two powers in one, like the two sides of a coin, has produced a cancer which is now so far advanced that it’s difficult to believe that society will ever recover from it.
    Politics, at any rate in Italy, is a dirty business with no ideals, except those base ideals of staying in power and trying to make a perpetual alliance with the other power, the economic one. All governments in this country, one after another, whether of the right or the left and starting with the Fascist dictatorship, have sought to make an alliance with economic power. It seems as if there’s a kind of mould or matrix in the seats of power which makes everyone who sits there assume the same form, whoever it is and whatever intentions he or she may have had up till that moment. They all become exactly the same and thus power is perpetuated and is always the same. It’s a constant. It’s this Janus which has governed us, is governing us and perhaps will do so forever.
    This aberration which leads to the most infuriating factiousness, is so deeply rooted in politics that it has insinuated itself into the minds of the people, many of whom no longer vote, so sickened are they by politics. But if you want to object or offer opposition, what do you have to do? In what I’ve written I’ve tried to set out some ways and means of doing that but I don’t know if they’re right. The biggest problem is not identifying the evil because that’s already been done. The evil, we know, is two-headed Janus. The problem is finding the solution so that the decline can be arrested.
    This is where the difficulty lies and perhaps there’s nothing we can do about it. It’s here we have to operate, it’s here we need to concentrate our efforts. I say “our” because the task is for everyone who has the fate of our country at heart. This is especially true for writers, intellectuals (but they’re always obsequious), and every kind of artist who has the gift of knowing how to speak to people’s hearts. How are we to find the road we have lost so we can walk on it again and restore justice and love to mankind? This is the mystery that perplexes me. So many nights spent in pain, so many days in impotent anger! Is there a way? Can we continue to have the courage to hope? I too have to answer that question and the answer must be yes, so as not to let myself die. I hoped to succeed in the story “L’Amicizia di Attilio”[1] but the task is difficult, I realise that. Is there another way? Is it acceptable, can it be right, to throw in the sponge?
    So there you are, Uilio. Today I’ve allowed myself to make this long confession of a hidden part of myself. I’ve bored you, no doubt, but I have to tell you that now that I’ve come to an end I feel completely calm. I feel I’ve done the right thing, for me and also for you, since your choice derives in part from being my son.
    Don’t worry about Anthony. On the contrary, you can be happy because he’s a fine young man, tall and strong. I don’t remember if I told you he’s in love with a girl called Rosa. None of us attaches much importance to it. It’s calf love and won’t last but Anthony’s happy. I forgot to tell you that Donato and Giselda have decided to get married. I say “decided” but I’m not sure that they will. They’ve been thinking about it for such a long time! It’s because they’re scared of marriage. Society has become so complex and bad that they’re scared to take on the few responsibilities that marriage brings. Few, yes, but important! If they don’t change their minds they’ll probably get married next year. Could this be the chance to see you again? I think of you often and the memory of you is always in my heart.
Your father,
Efisio

[i] Both I figli di Ludovico and L’amicizia di Attilio are to be found in Mattia e Eleonora e altre storie along with Rico e Francesco, which predates Caro papà, Caro figlio and is closely related to it. Another story on the same theme, dated 13 October 1963, is Dal diario di Fëdor Savic which is in the collection La culla della luna.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart