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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

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Caro papà, Caro figlio/Dear Dad, Dear Son (Trad. Helen Askham) #8/22

23 ottobre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

In calce il testo inglese

Caro papà, Caro figlio #8

Anthony è tornato da scuola. A tavola è stato molto allegro e spiritoso, ha raccontato qualche barzelletta imparata dai compagni, poi si è messo ad imitare uno dei suoi amici, infine il professore di matematica. Tutti si sono sbellicati dalle risate. A Anthony brillavano gli occhi, sapeva di rendere felici i suoi familiari. Suo padre, che lo conosce bene, lo aveva pregato di mettere la sua allegria al servizio dei suoi cari.
«Fai questo per me. Dài loro ciò che io non ho potuto dare. Sappi che voglio loro molto bene. Se ti mando dai miei cari, è perché sono debitore di un affetto troppo grande perché nella mia vita io faccia in tempo a ricompensarlo. Fai tu ciò che non potrò mai fare io.»
Terminati i compiti, Anthony esce. Sono venuti i suoi amici a chiamarlo. Anche delle amiche. Una è molto carina, si chiama Rosa, e Anthony nutre della simpatia per lei. Sono ancora ragazzi, ma un tenero sentimento sta crescendo nel cuore di Anthony, ancora non sa di che si tratti, ma sente che è una buona cosa; lo rende felice, lo colma di vitalità. 

Qualche giorno dopo, Anthony si prepara ad uscire, ma Efisio è da qualche giorno che ha un desiderio. Non osa spingersi a chiedere, ma infine, quel pomeriggio vince la ritrosia.
«Anthony, stai per uscire?»
«Sì, nonno.»
«Hai un appuntamento?»
«Non precisamente. Arrivo sul piazzale della chiesa. Lì c’è sempre qualcuno.»
«Allora siediti qua, e parlami di tua madre.» Lo dice con commozione, e il ragazzo se ne accorge. Si ferma, quando la mano era già pronta ad abbassare la maniglia dell’uscio.
«Perché?» sussurrò, quasi temesse quel ricordo.
«Tua madre fa parte della mia vita, ed io non la conosco. Vuoi provarci tu? So di chiederti molto, ma sei l’unico che può farlo. Arriverà un giorno che ci lascerai. Sai già questo. Sai già che andrai a studiare lontano da qui, in Inghilterra, a Londra, e chissà se ci rivedremo. Questi sono giorni importanti anche per me, non solo per la tua vita, ma anche per la mia.»
Anthony raggiunge il nonno e si siedono nello studio, davanti alla finestra. La giornata è limpida, ma sta volgendo al tramonto, tra poco giungerà la sera.
«Non so come cominciare.»
«Comincia dal colore dei suoi capelli.»
«Li aveva biondi, biondissimi.»
«Erano lunghi, o corti? Lisci o riccioluti?»
«Erano ricci e li portava corti appena sotto la nuca.»
«E gli occhi?»
«Neri, al contrario dei capelli. Erano occhi parlanti, mai tristi. Quando mi guardava, erano sempre sorridenti, come la sua bocca, piccola, nonno, al punto che mi meravigliavo come potesse contenere tutti quei denti bianchi. Quando rideva, magari perché papà le aveva raccontato una storia buffa, vedevo tutti i suoi denti, mi chinavo apposta per guardarli. Lei rideva ed io, senza che se ne accorgesse, le guardavo i denti bianchissimi. Poi d’un tratto girava gli occhi su di me, e ridevano anche i suoi occhi.»
«Era bella?»
«Sì.»
«Dimmi del suo viso.»
«Piccolo, quasi tondo, magro.»
«Era alta?»
«No.»
«Più piccola di tua nonna?»
«Come lei.»
«Allora non era tanto piccola.»
«Ma qui ho visto donne più alte di lei.»
«Avrai visto anche uomini più alti di tuo padre, e di me. Ma questo non vuol dire che siamo piccini.»
«Non volevo offenderti, nonno.»
«Ma non mi hai offeso! Solo che ci tengo a passare per un uomo prestante, ecco tutto.»
«Questa è vanità, nonno…»
«Te lo ha insegnato tuo padre? Ma sappi che la vanità è il sale del piacere. Fare una cosa sapendo che ci giova, accresce il nostro piacere.»
«Babbo mi diceva sempre che si deve ricercare il piacere negli altri. Che cosa significa?»
«Te lo avrà spiegato tuo padre, mi immagino. Lui è sempre stato pieno di sogni, di ideali. Anche da ragazzo. Non si tirava mai indietro per aiutare gli altri, e quando tornava a casa, vedi?, si sedeva proprio lì dove sei seduto tu, e non faceva altro che raccontare quello che aveva fatto. Olema, tua nonna, accorreva dalla cucina fino a qui per starlo a sentire. Del resto, tuo padre sa insegnarti assai meglio di me. Lui conosce il mondo.»
«Mi ha sempre detto che non si conosce il mondo se prima non si conosce l’uomo.»
«Già, mi pare di sentirlo! È armato di pazienza, lui, ecco perché dice così. Ma sappi che conoscere l’uomo è impossibile.»
«E allora, come si fa a conoscere il mondo?»
«Mica vorrai conoscere il mondo? Sprecheresti il tuo tempo.»
«E che cosa dovrei fare nella mia vita, secondo te, nonno?»
«Intanto non dovrai mai riferire a tuo padre questa nostra conversazione! Non me lo perdonerebbe. Devi sapere che lui spera tanto nel mondo, e spera anche nell’uomo; ha un’enorme fiducia in tutto ciò che si muove sotto il cielo. Io no. Gli anni che ho trascorso mi hanno insegnato a diffidare, perciò mi limito a conoscere ciò che mi serve, senza sogni, senza illusioni. Faccio un passo alla volta, e non approvo mai le cose tutte insieme. No, io vado a vedere capo per capo, oggetto per oggetto, e mi fermo su ciò che mi interessa. Di questo stai sicuro che vengo a sapere tutto. Del resto, non mi curo, lascio perdere.»
«Babbo non riuscirebbe a vivere così.»
«E tua madre?»
«La mattina, quando si alzava, andava sul ballatoio, scrutava il cielo. Io la osservavo. Stava in silenzio, e con il viso teso al cielo. Sapevo che dentro di lei si stava formando una grande gioia.»
«Era sempre così, tua madre?»
«Mi diceva, quando veniva a svegliarmi in camera mia, che ogni mattina, dal momento in cui noi apriamo gli occhi al nuovo giorno, riprende il nostro rapporto con la vita. E poiché essa è in divenire, per restare con lei dobbiamo essere sempre in movimento. Se vai piano o se ti fermi, la vita si allontana troppo da te, e non potrai mai conoscere la ragione per cui sei vissuto. Sono parole che ricordo bene, perché erano difficili da comprendere alla mia età. Ma ora, a mano a mano che cresco, quelle parole si illuminano e ne percepisco il senso.»
«Come trascorreva le sue giornate?»
«Mia madre era un buon medico. Mentre mio padre se ne andava in giro con la barca a visitare la gente delle isole, mia madre mandava avanti l’ambulatorio, si curava delle provviste, specialmente che non mancassero le medicine. Io l’aiutavo a fare l’inventario. Anche se sono piccolo, devi sapere nonno che io conosco già l’impiego di molti medicinali. Mia madre non trascurava mai di mostrarmi a cosa servono. Mi faceva assistere quando li somministrava. Agli infermi che non potevano raggiungere l’ambulatorio, dedicava parte della giornata, recandosi a visitarli, e mi portava con sé, caricandomi sul piccolo sedile posteriore della sua vecchia bicicletta. Davanti, attaccato al manubrio, teneva un cestello, in cui deponeva tutto il necessario. Se c’erano casi urgenti, vedessi come filava! E non si curava di me che sbalzavo dal sedile ad ogni buca! Mia madre indossava quasi sempre un paio di jeans, per comodità. Ne aveva uno che era pieno di rattoppi, e quando glielo facevo notare, lei ci faceva una bella risata, e mi diceva che quelli erano i migliori, perché l’avevano servita più a lungo. Questa era una caratteristica di mia madre. Le piacevano le cose usate a lungo, consumate. Ne aveva una specie di venerazione. Anche la camicetta, una camicetta blu, che indossava spesso, aveva dei rammendi. Siamo così poveri? le domandavo. Lei mi prendeva in braccio, mi sollevava fino quasi a farmi toccare la piccola lampada che pendeva dal soffitto. Mi strapazzava contenta. Siamo ricchi! mi rispondeva, non ti puoi immaginare quanto!»
«Le volevano tanto bene, allora.»
«Io le volevo bene, nonno! Io le volevo bene.» Efisio si abbassò verso il nipote, accorgendosi della sua pena. Lo accarezzò, poi si alzò e gli prese il capo tra le braccia, lo accostò al petto.
«Devi essere contento, Anthony, perché ora tua madre è anche in me. Vivrà anche in me, e questo non puoi immaginare quanto sia bello.»
Dalla finestra filtrarono le prime luci dei fari delle auto, e s’avvidero così che stava calando il buio.
«Se hai voglia di restare, Anthony, ti farò vedere come era tuo padre alla tua età.»
«Sì, me lo avevi promesso.»
«Ti farai due risate, perché devi sapere che tuo padre da piccolo era molto buffo. Lo hai conosciuto magro, ma da piccino era paffutello, gli piacevano i dolci. Tua nonna glieli rimpiattava, ma lui riusciva sempre a scovarli. E così quando Olema alla fine del pranzo qualche volta andava a prendere la scatola dei dolciumi per offrirceli, s’accorgeva che era vuota. Non ti dico i rimproveri che faceva a tuo padre, e il muso che metteva tuo zio Donato, che aveva l’acquolina in bocca e si era immaginato di assaggiare uno di quei pasticcini. Ma poi, come sempre accadeva, tutto finiva in una grande risata.»
Si avviò a prendere la videocassetta, mentre Anthony si accomodava dinanzi al televisore.
«Sarebbe bello che anche nonna venisse a vedere.»
«Provaci tu a chiamarla.»
«Non ho tempo per le vostre baggianate» si sentì rispondere.
«Ma è il film di Uilio e di Donato, Olema!» esclamò Efisio, sogghignando ed ammiccando a Anthony.
«Vengo subito» si sentì rispondere dalla cucina.

Dear Dad, Dear Son #8

Anthony was back from school. As he sat at the table, he was very cheerful and funny, telling jokes he’d learned from his schoolmates, imitating one of his friends and then his maths teacher. Everyone was laughing. Anthony’s eyes were shining. He was good at making the family happy. His father had known he would be and had asked him to be cheerful for them.
    “Do this for me,” he had said. “Give them what I couldn’t. You know I love them very much. I’m sending you to my family because I’m in debt to them for a love which is too great for me ever to have time in my life to repay. You do what I’ll never be able to do.”
    When Anthony had finished his homework, he went out. His friends had come for him. Some girls too. One of them, Rosa, was very pretty and Anthony was fond of her. They were still children but a tender feeling was growing in Anthony’s heart. He didn’t know yet what it was but he felt it was a good thing. It made him happy and filled him with energy. 

A few days later, Anthony was getting ready to go out but for a few days Efisio had had something to ask him. He’d been reluctant to ask but that afternoon he overcame that reluctance.
    “Anthony, are you going out?”
    “Yes, grandpa.”
    “Are you meeting someone?”
    “Not exactly. I’m going to the church steps. There’s always someone there.”
    “Well, come and sit with me and talk to me about your mother.”
    There was emotion in his voice and the boy noticed. He stopped, his hand already on the handle of the front door.
    “Why?” he whispered, almost as if he was afraid of remembering her.
    “Your mother is part of my life but I don’t know her. Would you like to tell me about her? I know I’m asking a lot of you but you’re the only one who can do this. The day will come when you’ll leave us. You know that. You know that you’ll go far away, to England, to London, to university, and who knows when we’ll see each other again. This time together is important, not just in your life but in mine.”
    Anthony and his grandfather went into the study and sat down at the window. The day was still bright but sunset was approaching and it would soon be evening.
    “I don’t know where to begin.”
    “Begin with the colour of her hair.”
    “It was blonde, very blonde.”
    “Was it long or short? Straight or curly?”
    “It was curly and short, just below the nape of her neck.”
    “And her eyes?”
    “They were black, the opposite of her hair. They were expressive eyes but never sad. They were always smiling. She was always smiling when she looked at me. Her mouth was small, grandpa, so small that I wondered how it could hold all those white teeth. When she laughed, maybe because dad had told her a funny story, I saw all her teeth. In fact, I’d lean forward specially to look at them. She laughed and I looked at her white, white teeth without her noticing. Then she’d turn to look at me and her eyes were laughing too.”
    “Was she beautiful?”
    “Oh yes.”
    “Tell me about her face.”
    “Small, almost round, thin.”
    “Was she tall?”
    “No.”
    “Smaller than your grandma?”
    “The same as her.”
    “So she wasn’t very small.”
    “I’ve seen women here who are taller than she was.”
    “You’ll also have seen men who are taller than your father and taller than me. That doesn’t mean we’re small.”
    “I didn’t mean to offend you, grandpa.”
    “I’m not offended! It’s just that I like to think of myself as a fine figure of a man, that’s all.”
    “That’s vanity, grandpa!”
    “Did your father teach you that? Well, let me tell you, vanity is the spice of life. Doing something knowing that it’s showing us in a good light increases the pleasure.”
    “Dad always told me that we must find pleasure in other people. What does that mean?”
    “I imagine your father will have told you. He’s always been full of dreams, ideals. Even as a boy. He was never slow to help other people and when he got home, he’d sit where you’re sitting now, and talk about what he’d done. Your grandma would come from the kitchen to listen to him. In any case, your father knows much better than I do how to teach you. He knows the world.”
    “He always told me that you can’t know the world without knowing man first.”
    “Yes, I can just hear him saying that. He has great patience. That’s why he talks like that. But knowing man is impossible, you know.”
    “How can we know the world then?”
    “Do you really want to know the world? You’d be wasting your time.”
    “What do you think I should do with my life, grandpa?”
    “Well, in the first place, don’t ever tell your father about this conversation! He’d never forgive me. He has great hopes for the world, you know, and for mankind too. He has great faith in everything that moves under the sky. I don’t. The years have taught me to have little faith and so I limit myself to knowing what’s useful for me, without dreams or illusions. I take one step at a time and never approve of everything at one time. No, I go and look bit by bit, object by object, and stop where something interests me. So you can be sure I eventually know everything about it. As for the rest, I don’t care.”
    “Dad could never live like that.”
    “What about your mother?”
    “Every morning, when she got up, she went out on to the veranda and looked at the sky. I used to watch her. She stood there in silence with her face turned to the sky. I could see how happy she was.”
    “Was she always like that?”
    “When she came to my bedroom to wake me up, she’d say that from the moment you open your eyes, the new day renews your relationship with life. And because life is still to come, you must always be busy so as to keep really living. If you go slowly or stop, life goes too far away from you and you’ll never know why you lived. I remember these words because they were difficult to understand because I was so young but now I’m beginning to grow up, the words are clear and I see what they mean.”
    “How did she spend her time?”
    “Mum was a good doctor. While dad went out in his boat to visit people on the islands, mum ran the surgery, kept it well-stocked, especially with medicines. I helped her with the inventory. I know I’m young, grandpa, but I know how to use lots of medicines. Mum always told me what they were for. She had me stay with her when she was giving them to patients. Part of her day she spent visiting patients who were too ill to come to the surgery and she took me with her. She put me into the little seat at the back of her old bike. In the front she had a little basket attached to the handlebars, with everything she needed. You should’ve seen how fast she went when there was an emergency! She didn’t think about me bouncing on my seat at every hole in the road! She almost always wore jeans because they were comfortable. She had one pair full of holes and when I pointed them out to her, she laughed and told me they were the best because they’d served her the longest. This was one of the things about my mother. She liked things that were worn because they’d had been used for a long time. She sort of respected them. Then there was a blouse, a blue blouse she often wore and it was full of patches. I asked her if we were poor and she took me in her arms and lifted me up so high I could almost touch the light that hung from the ceiling. She was happy playing rough games with me. ‘We’re rich!’ she told me, ‘You can’t imagine how rich!'”
    “People loved her then.”
    “I loved her, grandpa! I loved her.”
    Efisio heard his pain and bent down towards him and stroked him. Then he stood up, put his arms round the boy’s head and held it to his chest.
    “Anthony, you must be glad your mother is now in me. She’ll live in me and you can’t imagine how beautiful that is.”
    As the first headlights shone through the window, they saw that darkness was falling.
    “If you’d like to stay a little longer, Anthony, I’ll show you what your father was like at your age.”
    “Yes please. You promised me.”
    “You’ll laugh because your father was a funny little thing. You know him as thin but he was chubby when he was little. He loved cakes. Your grandma hid them but he always managed to find them. In fact, sometimes when she went to get the cake tin after lunch, it was empty. I won’t tell you how she scolded him or how grumpy your uncle Donato looked. His mouth had been watering at the thought of one of those little dainties. But everything ended in laughter, as usual.”
    He went to find the video while Anthony settled down in front of the television.
    “It would be nice if your grandma came and watched it too.”
    “Give her a shout, grandpa.”
    “I don’t have time for your nonsense,” came the reply.
    “But it’s the film of Uilio and Donato, Olema!” called Efisio, grinning at Anthony and winking at him.
    “Just coming,” she called from the kitchen.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart