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Cavani Antonio – Maffucci Moreno

14 aprile 2019

Un partigiano sulla Linea Gotica. Il diario di ‘Tasso’

Un partigiano sulla Linea Gotica. Il diario di ‘Tasso’

Grazie a questo diario, curato da Moreno Maffucci, vedremo la lotta partigiana con gli occhi di un ragazzo che a sedici anni entrò nelle file del Battaglione comandato dal leggendario Manrico Ducceschi, detto “Pippo”, i cui servigi in favore della liberazione dell’Italia dal nazifascismo furono di valore incommensurabile.

Antonio Cavani, “per tutti noto come Tonino”, nonostante la giovane età, non ha incertezze, intuisce che quella è la sua strada e va sui monti; per essere arruolato mente sulla sua età,  e lì per lì rischia di essere respinto, ma tutto finisce bene e inizia la sua dura esperienza che lo farà diventare uomo e combattente per la libertà. Andrea Giannasi nella introduzione, innalzando ad esempio la figura di questo giovane, ci ricorda quanto già sottolineato da altri (per esempio Simone Valiensi in un suo libro): “senza mai dimenticare che i patrioti a combattere per la libertà di tutti furono pochi, pochissimi”. Da ciò il risalto per una sensibilità precoce e indirizzata al bene comune, che caratterizzerà la personalità di Cavani, che entra nella Resistenza con il nome di “Tasso”. La nipote Paola Cavani, nel ricordare il nonno, scrive: “Tonino ha attraversato la guerra con la leggerezza e l’ingenuità che solo un adolescente può avere: l’impeto del desiderio e l’impacciataggine della giovane età”; “rimasto partigiano nel cuore, guardando alla vita con la limpidezza dei suoi occhi azzurri e la consapevolezza che la libertà e il rispetto sono beni tanto preziosi da valere una guerra.”. Paola scrive che il nonno rimarrà sordo da un orecchio: “E se non fosse stato per quell’orecchio quasi del tutto sordo per una granata in trincea”. Morirà anzitempo per un male incurabile: “Un brutto male lo ha rubato a tutti noi quando ancora non era tempo, lasciandone altrettanto poco per i saluti.”.

Scrive Cavani a proposito del suo diario, che sta riordinando (“sceglierò le più importanti, le più interessanti”): “Ho davanti a me diversi taccuini… stracciati, in cui ogni pagina ha una data, in cui ogni giorno descritto con le sue esagerazioni, le sue paure, le sue speranze di allora, pagine piene di ricordi e di sorprese, rileggendo le quali ritrovo me stesso con tutti gli alti e bassi del mio carattere.”. Quella che racconterà “non è una storia molto lunga, solo di dieci mesi, ma così densa di pericoli e avvenimenti che invero senza una certa trepidazione mi accingo a ricordare.”. Dopo la guerra Antonio continuerà gli studi e diverrà geometra, trovando lavoro in Sicilia, a Palermo. La sua scrittura è ordinata, pur in presenza di errori che lo stesso editore annoterà così: “Il diario si offre senza alcuna correzione, così come ce lo ha lasciato l’autore. Sono presenti pertanto alcune imprecisioni e piccoli errori che, per mantenere inalterato e genuino il messaggio, non abbiamo voluto correggere.”. Lui stesso ci aveva comunque già messo mano, almeno per la gran parte: “Ho perciò ritenuto bene di portare alcune modificazioni alla forma scritta, di migliorarla e ottenere così un periodare leggero, scorrevole, quale oggi mi è permesso.”. Inizia a rivedere il diario nel maggio 1948: “Unico della famiglia sono stato avviato agli studi, ed ora, all’età di vent’anni, sto per raggiungere il diploma di geometra.”.

Il 2 luglio 1944 (è la data d’inizio del diario) Castelnuovo Garfagnana, il paese dove Antonio vive, è bombardato dalle fortezze volanti alleate. Ne fa le spese soprattutto la stazione ferroviaria “fortunatamente un po’ isolata dal resto del paese, e quindi si sono lamentati pochi danni e poche vittime.”; “ho appreso che il bombardamento ha danneggiato gravemente la stazione e due case lì appresso, che quattro persone sono rimaste uccise e quattro ferite più o meno leggermente.”. Ma altri bombardamenti, come quello del 20 settembre, causeranno danni ben maggiori, riducendo Castelnuovo Garfagnana a un cumulo di macerie: “Ho visto un aereo proprio sopra il mio capo, una raffica mi è passata a meno di un metro sulla destra facendomi sobbalzare il cuore in gola dalla paura. Le bombe erano state sganciate. Ho udito sibili acutissimi seguiti subito da terribili esplosioni. Una fra tutte più forte, più immane è caduta vicina. Mi sono sentito gettare violentemente  per terra e sbattere contro il muro.”; “molte rondini ci cadevano morte ai piedi.”.

Domenica 16 luglio 1944 segnerà l’avvio di una svolta nella vita di Antonio: “Ed ora sento sorgere in me un piccolo pensiero, una piccola idea che lentamente si trasforma  in ossessione e mi assilla di continuo: fuggire e recarmi sui monti dai patrioti.”. Fino ad allora ha aiutato i nonni nei lavori di campagna, nel paesino di Campo (poi si ripareranno a Giampicchia).

Siamo a fine settembre, i tedeschi sono in ritirata; gli Alleati hanno già liberato Pisa e Lucca e sono ormai a due passi da Castelnuovo. I tedeschi fanno saltare le strutture più importanti della zona: “la metallurgica di Fornaci di Barga, la polveriera di Gallicano, ponti e quasi tutti i piloni di ferro della luce elettrica”. Sabato 30 settembre 1944: “Oggi tre uomini sono stati trovati dai tedeschi nelle selve vicine e fucilati senza nemmeno aver loro concesso di rivedere i famigliari.”. I tedeschi si danno al saccheggio usando la violenza: “usci sfondati, impannate  lacere, rottami d’ogni sorta, anzi a mucchio o seminati per strada, persiane divelte, insomma una vera rovina.”; “Avanzavano in mezzo alla strada lentamente, armati di asce, coltelli, bastoni, e qualche pistola, con far da padroni e guardando le case in cerca di preda.”.

Gli Alleati si fanno sentire con colpi di artiglieria. Ormai sono a due passi; i tedeschi se ne sono andati quasi tutti. La paura dei paesani no; temono ancora qualche colpo di testa degli sconfitti in fuga, e temono anche i colpi di artiglieria, che potrebbero provocare ulteriori macerie e vittime. Antonio si chiede: “Ma allora cosa aspettano gli americani a venire!”. Il ragazzo già pensa di unirsi a loro, non vede l’ora di vederli spuntare sulla strada. La mamma esce continuamente, sfidando i pericoli, per approvvigionarsi di viveri (granturco, sale, patate, ad esempio). Ha molto coraggio, ma i familiari stanno in apprensione; “è da ricordarsi che giorni fa, nello stesso posto, una donna di Castelnuovo che stava passando il fronte e non udì l’alt intimatole, fu colpita da una raffica tedesca rimanendo uccisa sul posto.”; “Intanto Castelnuovo è ora quasi del tutto disabitata, sono solo rimaste poche persone, non più di venti, o per non abbandonare quel malato, o per preservare la casa dalla rapina o dal saccheggio, o per tener d’occhio cose preziose nascoste; altri perché non hanno nulla da perdere, o anche fanno conto di guadagnare.”.

Antonio ci sta raccontando la vita della sua famiglia in tempo di guerra, dandoci attraverso di essa un’immagine di ciò che accadeva – non solo in Garfagnana, ma in tutta l’Italia ancora occupata dai nazifascisti -, a mano a mano che le forze alleate, con fucilerie e cannoneggiamenti, si avvicinavano liberando paesi e città: “Intanto noi, nei periodi di calma, andiamo a cogliere le castagne, per poterle così sostituire qualche volta a tavola alla polenta gialla. Oggi mentre appunto mi trovavo con mio fratello Dino in una selva, ho veduto in un boschetto, nel Serchio, vicino a Castelvecchio, una pattuglia americana in perlustrazione.”.

Si ricava l’idea di un ragazzo sorpreso da accadimenti più grandi di lui, ma dai quali non si fa travolgere ed anzi, dai soprusi che si compiono sotto i suoi occhi riceve stimoli di ribellione, che lo condurranno poi ad unirsi ai partigiani e ad assimilarne gli ideali. Gli errori che troviamo nella scrittura, sono quelli di uno studente che ha fretta di raccontare, di trasmettere agli altri il suo stupore e il significato della sua rivolta.

Continua a prendersela con gli Alleati, che procedono, secondo lui, troppo lentamente, allungando i giorni di sofferenza di quelle popolazioni: “Altro che come liberatori vi accoglieremo; ho paura invece che lo sarete con sonore pedate, se continuate così.”. I pochi tedeschi rimasti, infatti, continuano ad essere pericolosi. È il 20 ottobre 1944: “Improvvisamente stamani sono scesi nella zona i tedeschi che hanno iniziato un minuzioso rastrellamento spargendo ben presto gran terrore fra la popolazione.”.

Il 23 ottobre 1944 annota questo particolare: “Stamani gli americani hanno compiuto per un buon quarto d’ora dei lanci di manifestini propagandistici, lanci fatti… con i cannoni. I proiettili lanciati dalle bocche di fuoco esplodevano in aria, lanciando manifestini, per altro scritti in tedesco.”.

Finalmente il 6 novembre 1944 arrivano gli americani e la gente accorre ad accoglierli. In realtà sono brasiliani e il colore scuro della loro pelle attira l’attenzione e la curiosità: “Soltanto il pensiero di essere ormai liberi ci esalta… il cuore ha accelerato i battiti: per tanto tempo era rimasto freddo, quasi inerte, compresso dallo spavento e dall’odio per i tedeschi. Quello che abbiamo atteso per tanti mesi è successo ora, in pochi minuti. Che gioia. Finalmente è finita!”. Così descrive un soldato brasiliano: “Quale differenza dai tedeschi! Gli occhi suoi, neri come lui, erano di una luce singolare, il viso, benché tanto diverso da noi per il colore, era aperto, schietto, simpatico.”. Sono ricordi che non devono essere dimenticati, poiché furono soprattutto gli Alleati, con il loro fondamentale aiuto (anche se il diarista muove loro qualche critica sulla lentezza), a permettere di liberarci dalla dittatura e dall’occupazione nazista. I tedeschi, ostinati e veementi per l’incombente disfatta, li stanno attendendo con le loro postazioni sistemate sulle alture circostanti e, approfittando del campo minato che ne ha fermato l’avanzata, cominciano un intenso cannoneggiamento: “Le cannonate tedesche sono oggi cadute vicinissime alla nostra casa facendoci passare dei brutti quarti d’ora: cinque o sei sono esplose a soli quattro o cinque metri.”; “Si comincia ad aver paura.”; è il 24 novembre 1944: “Oggi le cannonate tedesche sono cadute più fitte del solito costringendoci a fuggire in cantina con i brasiliani.”. Nella casa di Antonio sono stati ospitati alcuni soldati alleati. Gli americani non fanno mancare niente alle popolazioni. Antonio ci ricorda ogni tanto le varie circostanze: “Finalmente in una delle case abitabili abbiamo trovato un magazzino americano: eravamo giunti. Qui vi abbiamo avuto come premio più scatolami e pacchetti di sigarette.”. Troveremo più avanti, alla data di Domenica 24 dicembre 1944: “Siamo alla vigilia di questo Natale di guerra ed il Comando Alleato ha deciso di dare in dono ai bambini del paese regali e leccornie.”.

Però lamenta ancora la lentezza degli Alleati, che tardano a liberare Castelnuovo: “Ma gli americani cosa fanno? Vigliacchi, perché non vi muovete?”. La prudenza dell’esercito alleato, che sa bene di essere ancora sotto il tiro dell’artiglieria tedesca, contrasta con il desiderio di liberazione della popolazione civile, che spera ogni volta che quello sia l’ultimo giorno di guerra. Venerdì 1 dicembre si fa di nuovo vivido e pregnante in Tonino il desiderio di unirsi ai partigiani, nonostante la giovane età: “Vivo è in me il desiderio di arruolarmi nei partigiani, e sento che stavolta lo farò.”. Prima aveva obbedito ai genitori che lo avevano trattenuto, conoscendo i pericoli a cui sarebbe andato incontro: “la mia presenza è più necessaria nelle file patriottiche, che qui con loro.”. Da notare la lucida fermezza, per un ragazzino, con cui conferma il suo proposito. Il 4 dicembre apprende che “sono affissi in Gallicano dei fogli di arruolamento nei partigiani. Lo farò domani.”. Il 5 dicembre scrive sul diario: “Ecco fatto, ora anch’io, nonostante la mia giovane età, sono un patriota.”. Quando, provvisto di un’arma ricevuta a Vergemoli, scende a Gallicano, si rende conto che ora non è più un civile qualunque, ma un partigiano a cui i tedeschi danno la caccia: “Per strada una cinquantina di granate tedesche hanno creduto di darci noia. Però, a dir la verità, e rimanga un segreto fra me e la mia penna, ora che so che tirano proprio a me, fa un certo effetto.”. Bisogna riconoscergli un certo sangue freddo e la voglia di scherzarci sopra.

Da questo momento in poi, vivremo con Antonio la Resistenza vista con i suoi occhi, gli occhi di un giovane entusiasta e coraggioso. A tal punto che quando “il Maggiore inglese Holdam, capo delle formazioni clandestine che operano in Garfagnana” decide “di rimandare a casa i nuovi arruolati”, si farà un’eccezione per lui: “Ma in seguito sono stato avvertito da Renzo che io, grazie all’interessamento del cancelliere Rossi, del ‘tenente’ e di ‘Siva’ (Martinelli), potrò rimanere con loro.”. È già un riconoscimento della sua utilità e del suo valore, una specie di piccola medaglia.

La sua vera vita da partigiano incomincia però subito dopo Natale, quando, insieme con altri sei volontari di diversa età, formano una pattuglia autonoma: “Ci vestimmo, ci armammo, nel miglior modo possibile, ricorrendo ai magazzini di armi e vestiari che gli americani avevano abbandonato nella fuga.”. Infatti, tedeschi e repubblichini stavano riguadagnando le posizioni, rimbaldanziti. Per cinque giorno, tra il 27 e il 31 dicembre, Castelnuovo Garfagnana subisce uno spaventoso bombardamento: “Chiusi nei rifugi per cinque giorni e notti interminabili, col freddo che penetrava nelle ossa e lo spavento che gelava l’anima, il popolo martire quando rivide il suo, il mio Castelnuovo, lo sguardo spaziò su immense rovine; mai occhi umani avevano veduto un disastro simile. Dell’offensiva tedesca rimaneva soltanto l’odio della popolazione e le rovine ancora fumanti del nostro paese, orrendamente mutilato.”.

I tedeschi e i repubblichini tengono di mira il paese, sparando a vista: “Ieri sera camminavo per il paese con la carabina spianata, un occhio che guardava verso le posizioni tedesche e l’altro che spaziava per le macerie in cerca… di viveri, ossia galline; quando un’ennesima raffica di mitraglia mi ha costretto a gettarmi a terra.”.

Ciò che caratterizza questo diario è il tono sereno, mai inquieto e lamentoso. Vi sprigionano sicurezza e giovanile spavalderia. Quando da Calomini viene chiamato, con altri due suoi amici, a Trassilico per svolgere una missione segreta, scrive: “Partimmo immediatamente, con un’allegria della quale io stesso mi meravigliai.”. Rientrati dalla missione, peraltro infruttuosa, e riposatisi, ritornano a Calomini per una via sicura, presidiata dai soli partigiani, e “Ci riprese perciò l’abitudine di parlar forte e non contenti ci sfogammo a cantare, gridare, e talvolta sparare colpi in aria.”.

Le volte che gli passano vicino fischiando, affronta i proiettili con la semplicità con cui i ragazzi sfidano i pericoli nei loro giochi. Il pensiero della morte è assente, lontano. Si avverte che Antonio fa conto della propria gioventù come un lasciapassare che gli assicura la sopravvivenza. Gli stessi ricordi che ogni tanto lo pervadono, appaiono come una lente di ingrandimento su di un futuro ineluttabile di libertà. La sconfitta non ha mai posto nei suoi pensieri: “Ciò mi ha ricordato di quando ero ragazzo, cioè solo tre anni innanzi, e facevo per gioco la guerra con i miei amici, nascondendoci da una casa all’altra. Allora quasi sempre andavo a disturbare mio padre per farmi aggiustare sciabole, pistole, fucili e addirittura mitragliatrici che… nella furia del combattimento mi si erano rotte.”. Il padre è un artigiano falegname; venerdì 5 gennaio 1945: “È stata la prima volta che mi sono ritrovato in combattimento ma non ho riportato quella impressione di paura che credevo avrei avuto. Solo sudavo ed in quei momenti un grande furore mi comandava.”. Lo stesso giorno torna in perlustrazione e vede un repubblichino affacciato a una finestra (“si era lavato e gettava l’acqua dalla finestra.”): “Mi è venuto subitaneo il desiderio di sparargli ed ho mirato, ma Pipi con uno scappellotto me lo ha proibito, allora gli ho fatto un versaccio con la lingua e lui me ne ha reso un altro. Finché Siva ha posto termine a tutto questo con uno scappellotto a testa.”. Come si vede, non è ancora presente nel ragazzo il senso tragico della morte.

I tedeschi hanno seminato la zona di campi minati, che rappresentano un pericolo assai insidioso. Qualche partigiano vi rimane ucciso. Ciò nonostante: “Il nostro numero è ora notevolmente aumentato poiché sono giunti portati dal ‘Tenente’ altri 22 partigiani tutti equipaggiati ed armati, tutti garfagnini volontari”. Il “Tenente” è il comandante Battista Bertagni.

Antonio doveva godere stima tra i suoi compagni. Ecco che cosa scrive Domenica 7 gennaio 1945: “nonostante la mia giovane età, sono stato posto capo-postazione. Ironia della sorte uno di essi che è ai miei ordini, Quirigi di Vagli, ha ben 41 anni.”. Si ha contezza, attraverso il diario, di una maturazione precoce e rapida del ragazzo: “Dato che qui a Vergemoli devo fare, per ordine del Tenente Bertagni, una pattuglia disturbatoria, ho preso con me altri tre partigiani, i più sfegatati, e sei americani come comparse, e con un largo giro per le rocce ci siamo avvicinati a quella casa, contando molto sul fattore sorpresa.”. Continua a meravigliarci la freddezza con cui il giovane racconta; non c’è mai scoraggiamento e rassegnazione: “vicinissimi alla nostra casa si udivano infatti rumori sospetti, fra cui passi cauti, ma malcelati dei pesanti scarponi chiodati dei repubblichini. Sono uscito nel giardino con due miei compagni e di lì abbiamo lanciato alcune granate a mano e raffiche di mitra. Da allora i rumori sospetti sono cessati. Però rientrati nel casamento abbiamo trovato metà americani in cantina e gli altri eccitatissimi e spaventati che correvano da tutte le parti. Li abbiamo rassicurati e allora hanno ritrovato immediatamente il loro coraggio e sangue freddo”. Viene descritta così la morte di una sentinella tedesca. È il 16 gennaio 1945: “Stamani col cannocchiale è stata scorta da noi la sentinella tedesca di Calomini posta sul campanile. Subito abbiamo piazzato la nostra mitraglia e abbiamo aperto il fuoco, allora si è vista la sentinella piegarsi su se stessa e rimanere riversa sul finestrone del campanile. Dopo circa tre ore è precipitata da diversi metri di altezza nella strada sottostante.” A parte la vicenda dolorosa, si tratta di una bella descrizione di valore letterario.

In quella zona tra Gallicano (ormai distrutta), Trassilico, Verni, Calomini, Molazzana, Vergemoli, avvengono continue scaramucce. I pattugliamenti si susseguono dall’una e dall’altra parte, soprattutto di notte. Antonio vi prende parte quasi sempre. Ormai è un uomo fatto e la maturità raggiunta si trasmette nella sua scrittura, divenuta più limpida e responsabile, con annotazioni più sicure e intelligenti. Anche se la voglia di giocare non è andata perduta. Il 24 gennaio 1945 sta recandosi a Trassilico e lo scorge un mitragliere tedesco che comincia a sparare, e lui che fa?: “Per un po’ di tempo mi sono allora divertito a farlo arrabbiare sporgendo alternativamente la testa e le braccia per far cadere le raffiche a piccola distanza da me senza il pericolo di essere colto.”. Tuttavia non gli è facile liberarsi dalla trappola in cui è caduto; si finge colpito, si getta a terra, e la mitraglia dopo un po’ cessa di sparare. Allora ne approfitta rapidamente e finalmente riesce a raggiungere Trassilico. Qui lo festeggiano “perché da lassù i miei compagni avevano assistito, impotenti a soccorrermi, alla mia piccola avventura.”. Sono minuscoli episodi che ci aiutano a completare l’insieme articolato e multiforme della Resistenza, che non fu costituita solo da scontri efferati, eccidi, rappresaglie, ma anche da lotte minime per conquistare pochi metri di territorio presidiato dai nazifascisti, e quindi poche particelle di libertà.

Giovedì 1 febbraio 1945 il diario ha un’annotazione importante: “Gli americani ci hanno comunicato ieri sera che in questi giorni le truppe sovietiche sono penetrate in Germania dalla Polonia. Se ciò fosse vero la fine della guerra non si farà poi attendere tanto.”. Questa speranza si diffonderà su tutti i fronti della Resistenza. Il 5 febbraio “le truppe americane hanno occupato Calomini”. È una conquista importante, poiché da lassù la postazione tedesca teneva sotto scacco molti punti della zona occupati dai partigiani. Chi visiti oggi i fiabeschi paesi qui menzionati, si ricordi di questi drammi che hanno provocato vittime e distruzioni. Leggete questo, ad esempio. È Mercoledì 7 febbraio e siamo a Verni: “Di lì a poco si sono visti i nemici ripiegare e darsi poi alla fuga precipitosa lasciando sul terreno una diecina di morti e alcuni feriti gravi i cui lamenti si odono tutt’ora. Un caduto tedesco giace a soli due metri da noi ma non possiamo toglierlo causa le mitragliatrici tedesche che non smettono di cantare.”.

Merita riferire anche questa parziale citazione, la cui interezza si può leggere sotto la data di Lunedì 12 febbraio 1945: è stato fatto prigioniero un repubblichino ferito, “L’ho voluto vedere, ma alla sua presenza non sono stato capace di disprezzarlo come mi ero ritenuto di fare, bensì l’ho aiutato e confortato, lo affermo con giuramento. (…) I suoi occhi si erano fissati nei miei con una espressione dolorosa e di supplica; aiutato dal tenente americano l’ho trasportato in un posto migliore, nella vicina chiesuola. Ci ho chiacchierato insieme ed ho appreso che è di Verona: trasportato forzatamente in Germania dalle S.S. ha poi preferito arruolarsi nell’esercito repubblichino che restare in quegli infernali campi di concentramento. (…) Mi sorrideva malinconico in segno di ringraziamento, ed io mi sono interessato vivamente a lui fino che lo hanno trasportato via. Quanto gli sarà giovato il mio aiuto? Aveva un proiettile in petto e mancava di un piede, e il pallore della morte sul volto. Ah! Povere madri! Povere madri se in questo momento una speranza lontana vi sostenesse!”. Da una parte il cinismo e la crudeltà della guerra e dall’altra la pietà e la carità che cercano di contrapporvisi, non potevano avere descrizione più efficace e commovente.

Sul soprannome di Manrico Ducceschi, detto “Pippo”, Tonino annota: “così bizzarramente si fa chiamare il nostro capo”.

Lo mandano prima a Bagni di Lucca poi a Mutigliano per un periodo di riposo, insieme ad altri compagni. Vi si reca contrariato: “Questo riposo ci fa trascorrere lunghe e monotone giornate di attesa.”. Così prosegue, sotto la stessa data di Mercoledì 21 febbraio 1945, mettendo a confronto lo spirito del borghese e quello del partigiano: “Il borghese è scaltrito, annoiato dagli avvenimenti, quasi un veterano della notizia sensazionale. Nel nostro bagaglio invece noi partigiani, tra le altre cose, abbiamo le illusioni, i timori, e i sospetti messi insieme nei lunghi mesi di meditazione trascorsi al fronte. Si direbbe che lui, il signore dalla giacca a doppio petto ed io, il partigiano vestito di ‘cachi’ col pugnalino al fianco, si parli una lingua diversa, che fra noi due sia scomparsa ogni possibilità di comprensione.”.

A Mutigliano, la sera (vi si trova a riposo l’intero presidio di Verni, a cui si sono uniti quelli di Trassilico, una cinquantina di partigiani), quando tutto è calmo, c’è anche il tempo per cantare: “Abbiamo cantato per più di un’ora, accompagnandoci con una vecchia chitarra, sotto i raggi della luna che sembrava guardarci compiaciuta.”. Si respira aria di vittoria vicina e di libertà. Sono spazi di riposo concessi ai combattenti, e non tutti, come Antonio, li gradiscono, preferendo tornare a combattere. Ma il turno di riposo è obbligatorio, e non ci si può sottrarre. Venerdì 2 marzo, però, è di nuovo al fronte, mandato a Calomini: “Siamo stati accolti festosamente dagli americani che con noi si sentono più sicuri, i quali ci hanno subito offerto sigarette e cioccolata, una vera manna dopo la penuria degli altri giorni. Stavolta abbiamo come nostri compagni americani di pura razza bianca. Non più quindi spaurite facce nere. Sono contento perché sono più simpatici.”. Oggi, che siamo agitati da una strana follia ammorbatrice, qualcuno accuserebbe il partigiano “Tasso” di razzismo. Ma non lo è affatto.

In ogni buca scavata nel terreno si appostano un americano e un partigiano. Qualche volta la posizione è assai scomoda: “Pioveva ed essendo la buca scoperta sguazzavamo nel fango, nonostante ciò ci siamo riposati a vicenda, ho anche dormito.”. Sono perennemente sotto tiro della mitragliatrice tedesca appostata sulla sommità del paese di Brucciano.

È testimone del dramma di alcuni repubblichini che sono stati costretti dai tedeschi a scegliere tra i campi di concentramento o l’arruolamento nella Repubblica Sociale di Mussolini. Siamo a Sabato 17 marzo 1945: “la sentinella ha scorto quattro repubblichini che, bandiera bianca in testa, mani alzate, avanzavano correndo verso di noi. Avevano appena raggiunto le prime case che, in ritardo, sono arrivate da Brucciano alcune raffiche di mitraglia. Erano della divisione ‘Italia’ che opera nel nostro fronte ed hanno preferito passare le linee piuttosto che servire il Fascismo e la Germania. Stando alle loro parole, essi erano dei felici contadini lombardi che con il loro lavoro sostenevano le loro famiglie; deportati in Germania, hanno preferito arruolarsi nell’esercito repubblichino, preferendolo agli inferni dei campi di concentramento tedeschi. Parlavano, come qualcosa di terribile, di uno speciale campo di cui non ricordo il nome, credo, e tremavano.”. Fu, questo dei disertori dalle file dei repubblichini, un fenomeno che caratterizzò molte zone del Centro e del Nord Italia. Troveremo un altro episodio simile sotto la data di Mercoledì 28 marzo 1945.

Acquattato nella buca, risponde, insieme con i compagni, anch’essi all’interno di buche dove si trovano a due a due, ciascun partigiano con un americano, alle raffiche di mitragliatrice sparate dalle varie postazioni tedesche. Ogni tanto escono e fanno una spedizione per annientarle. Mercoledì 21 marzo 1945: “Sulla finestra, accanto alla mitraglia che ci aveva fermati, giaceva morto il mitragliere: l’uomo era ancora appoggiato alla sua arma e, rattrappito su se stesso con i ginocchi piegati, sembrava intento a pregare. Una scheggia gli aveva orrendamente squarciato la nuca”. È un’altra descrizione che ci offre da vicino l’immagine terribile della guerra, la sua crudeltà e la sua ingiustizia. Più avanti, alla data di Martedì 27 marzo 1945, ne troveremo un’altra: il morto è l’amico Azelio Boschi, colpito da una granata: “Era Azelio orrendamente squarciato, tutto ricoperto di sangue e fango, col viso quasi irriconoscibile. Un ricciolo dei suoi bei capelli gli penzolava ancora sulla fronte: come da vivo…! Sono caduto poi in ginocchio, con la testa che mi batteva forte forte; non so se ho pianto e quanto tempo sia rimasto così.”; “Avrei voluto andare a consolare suo fratello Orlando che ancora non si poteva capacitare della perdita dell’amato e che tutto piangente invocava Iddio di renderglielo. Ma non ho potuto farlo, ne avrei avuto a mia volta bisogno.”; rivolge il pensiero all’amico morto: “È la dura legge della guerra questa, di quella guerra, affamata di morte che non si sottrae a rapire anche gli animi più forti e generosi come il tuo.”. Giovedì 29 marzo 1945 è “il bravo, il buono Lotti, il sincero amico di tutti” a cadere sotto il fuoco nemico: “quello che con il continuo parlare della propria fidanzata e dei propri cari, riusciva quasi sempre a portare la calma e il sereno nell’animo di tutti.”; “È accaduto stamani alle quattro circa, durante una piccola scaramuccia dinnanzi alla sua posizione, era senza elmo come tutti noi ed una scheggia di bomba a mano lo ha colpito in piena fronte. È morto mentre veniva trasportato a Gallicano su di una barella. Aveva perso coscienza ed un rantolo continuo usciva dalla sua gola, mentre un sottile rigagnolo di sangue gli scendeva su di una gota, uscendogli dall’impercettibile forellino sulla fronte, prodottovi dalla piccolissima scheggia: quasi una puntura d’ago. Ieri era ancora così pieno di vita, ed oggi tutti noi lo piangiamo”. Vengono in mente i cinici costruttori d’armi. Quale maleficio sconvolge la loro mente? Come è possibile costruire armi, quando sappiamo bene che esse dilaniano il corpo umano sottoponendolo, prima della morte, a sofferenze atroci? Non riescono costoro a compiangersi? A maledirsi?

Nonostante ciò, Antonio continua a mostrare coraggio (si offre spesso volontario), freddezza, ed anche allegro carattere. La guerra lo segna ma non ne vince la natura. È davvero un bell’esempio di partigiano, non accecato dall’odio, ma sempre orientato verso il suo nobile obiettivo di ridonare la libertà al suo Paese. Corre a recuperare cinque borracce di vino abbandonate da un compagno, il quale è stato leggermente ferito e ha dovuto lasciarle cadere a terra. Ma la stessa mitragliatrice nemica si accanisce anche contro di lui, il quale riesce ad evitarla: “Giunto al riparo, confesso che quasi tutto il liquido contenuto in una di esse è sparito come un lampo nella mia gola, facendomi quindi l’effetto di dimostrarmi come Galileo Galilei avesse ragione sostenendo che la terra gira.”. Pensate che questo diario è stato scritto, non a fine guerra, ma di solito a fine di ogni giornata di vita partigiana. In esso non è tanto la guerra la protagonista, ma Tonino stesso con la sua straordinaria personalità.

Quando gli americani decidono di attaccare la insidiosa postazione di Brucciano, scelgono di farlo da soli, poiché “a quanto pare noi partigiani (…) siamo impulsivi a ‘sparare troppo’”. L’attacco fallirà.

Lunedì 26 marzo 1945, per la prima volta riesce a catturare dei prigionieri (2 tedeschi e 9 repubblichini): “in soli cinque siamo riusciti a catturare ben undici prigionieri, ed in piene linee nemiche.”; poi, riferendosi ai repubblichini: “Sulle prime apparivano molto spaventati e credevano li uccidessimo; evidentemente sono stati abituati male dai loro cari amici quando riescono a catturare uno di noi. Li abbiamo rassicurati e sono tutt’ora più tranquilli.”.

Quell’anno la Pasqua cade il 1 aprile: “In altri tempi era un festoso squillare di campane, e in tutti una gioconda allegria. Oggi invece è un sordido risuonare di cannonate e di crepitii di mitraglia.”. Festeggiano comunque, andando ad ascoltare la Messa nella chiesetta dell’Eremo di Calomini: “Abbiamo posato le nostre armi sul piazzale e siamo entrati nella piccola chiesa, disarmati; vi erano molti civili, molti ci guardavano con ammirazione, altri quasi con odio perché non riusciamo a liberarli dal tedesco.”. Al termine della Messa “molte strette di mani, e pure baci, anche da coloro che prima pareva ci guardassero con odio.”.

Il diario termina il 4 aprile 1945, e il curatore del libro, Moreno Maffucci, scrive: “Il diario a questo punto si interrompe bruscamente, causa delle varie problematiche del fronte. Tonino è impegnato nel pattugliamento giorno e notte nella zona di Calomini.”. Ci fa conoscere anche il destino di questo coraggioso ragazzo: “Tonino terminerà la sua esperienza da patriota a Gallicano, effettuando servizio di polizia e ordine pubblico.”.


Letto 70 volte.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart