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La casta sacra e inviolabile4 agosto 2012
di Bruno Tinti (magistrato e scrittore) All’inizio (1215, Magna Charta Libertatum) le prerogative del Parlamento non erano un odioso privilegio. I parlamentari controllavano il potere in nome della legalità e le guarentigie li proteggevano dalle prepotenze del Re. Poi il potere si è mangiato la politica: Parlamento e governo sono diventati espressione di una sola casta. Dove più, dove meno, il controllo di legalità (pubblica, quella che riguarda la gestione del potere) è stato abbandonato dal Parlamento; e, negli Stati democratici e in particolare nell’Italia del dopoguerra, è finito nelle mani della Magistratura. Il conflitto, da intra-specifico che era stato, è diventato extra-specifico (Lorenz, Il cosiddetto male), politica contro Giustizia. Restava però la delegittimazione propria del processo penale: reati e fatti eticamente e politicamente disdicevoli erano conosciuti dall’opinione pubblica; e la gestione del potere ne era comunque pregiudicata. Cominciò quindi l’epoca delle leggi ad personam, necessarie non tanto per impedire la fisiologica conseguenza di una sentenza di condanna quanto per evitare che i cittadini si rendessero conto della criminale gestione del potere. Queste leggi, che introducevano l’impunità generale per i vertici della politica, furono ritenute legittime dalla Presidenza della Repubblica e approvate dal Parlamento. Solo la Corte costituzionale evitò il perpetuarsi di un ritorno all’inaccettabile concetto: la persona del Re è sacra e inviolabile. Oggi questa sacralità è invocata dal Presidente Napolitano. Dimentico delle caratteristiche essenziali del potere legittimo: la sottomissione alla legge e la trasparenza della gestione del potere sotto il profilo della legalità , dell’etica e della correttezza politica e istituzionale. Nascondere ai cittadini le proprie azioni è sintomo di cattiva coscienza. E le istituzioni non possono essere servite da chi ha la necessità di nasconderle. (il grassetto è mio. bdm) Mi fate schifo Ora basta. Gianfranco Fini viene da tre anni in Via d’Amelio il 19 luglio per rendere onore a Paolo Borsellino. E questo vale per tutti i politici che si vantano di fare antimafia. Ho quasi più stima verso quei politici che attaccano e denigrano ad ogni occasione che per quelli che si tacciano dietro un comodo e codardo silenzio. Schieratevi. State lasciando andar via uno dei migliori servitori dello Stato, state lasciando soli i magistrati di Palermo e tutti quei cittadini, come Salvatore Borsellino e i familiari della sua scorta, agenti della Polizia di Stato morti per lo Stato, che stanno loro accanto e che vi chiedono solo di non far morire le loro madri senza che prima sia stata fatta giustizia. L’unica cosa che sapete fare è fare a gara per chi sta più zitto, per chi ricorda meno, per chi usa più giri di parole. Avete paura delle intercettazioni perché la loro lettura fa cadere anche quella debole facciata di istituzionalità che vi è rimasta. Mi fate solo schifo. Ce la facciamo anche da soli Dobbiamo farcela da soli. Non chiedere l’aiuto del Fondo europeo per la stabilità finanziaria (Efsf e poi Esm), non sottoporci alla vigilanza dell’Eurogruppo e rinunciare allo scudo che ci offre la Bce. Ce la possiamo fare da soli perché la nostra situazione è diversa da quella spagnola: non abbiamo avuto una bolla immobiliare e le nostre banche non sono zeppe di mutui andati a male; il debito pubblico è elevato (123% del Pil), ma i conti dello Stato al netto degli interessi sono attivi (+3,6% nel 2012), e soprattutto non abbiamo accumulato un ingente debito estero spendendo per oltre un decennio il 10% più di quanto veniva prodotto. La Spagna non ha alternative, noi sì. Per riuscirci da soli ci vuole uno scatto di orgoglio. È necessario che Mario Monti ritrovi lo slancio e la determinazione iniziali. E soprattutto è necessario che il Parlamento si occupi di meno degli interessi particolari dei quali è diventato il paladino e guardi un po’ di più all’interesse generale. Se pensassimo di non esserne capaci, tanto varrebbe votare subito: la campagna elettorale sarebbe in gran parte inutile perché l’agenda politica verrebbe comunque dettata da altri, i quali non necessariamente fanno solo i nostri interessi. E il risultato delle elezioni sarebbe pressoché irrilevante: anche questioni di nostra pertinenza verrebbero risolte a Berlino e a Francoforte. Per riuscire a tutelare la nostra indipendenza economica e politica ci vuole un piano. Oggi, non a settembre. Perché quando la Spagna firmerà la sua richiesta di aiuto – prevedo nei prossimi giorni – se non avremo una strategia alternativa e senza l’intervento della Bce, il nostro spread salirà ancora. Ci troveremmo a dover chiedere aiuto con un’economia allo stremo. Il piano per «salvare l’Italia» ha due parti. Innanzitutto bisogna sospendere, da qui alle elezioni, le emissioni di titoli a medio-lungo termine. Da settembre a marzo il Tesoro ne deve emettere 100 miliardi circa, di cui 60 circa detenuti da residenti, 40 da investitori esteri. Si cominci a vendere qualche società pubblica, ad esempio quote di Terna e Snam Rete Gas: i prezzi di Borsa sono depressi, ma anche i rendimenti dei Btp sono straordinariamente elevati. Vendere con la rapidità necessaria è tuttavia tecnicamente impossibile. Le azioni di queste società sono già state trasferite alla Cassa Depositi e Prestiti che può scontarle alla Bce e con la liquidità così ottenuta acquistare Btp. La Cassa ha una licenza bancaria e lo può fare: è quello che da mesi fanno le nostre banche. Si può riprodurre il meccanismo con altre società pubbliche e veicoli diversi dalla Cassa. Affinché una simile operazione sia credibile non deve essere un’alchimia finanziaria, ma un «anticipo in conto vendita», cioè si deve cominciare a vendere. Si potrebbe anche pensare ad attrarre il risparmio delle famiglie con emissioni di titoli non soggetti a imposte per i residenti. Il ministro Grilli avrà certamente idee migliori: l’importante è la rapidità . Cento miliardi sarebbero sufficienti per cancellare la maggior parte delle aste di qui a marzo. Sette mesi senza l’assillo delle aste dovrebbero essere impiegati, come diceva Prodi (che però purtroppo non lo fece), per «smontare l’Italia come un meccano e rimontarla in modo che funzioni»: ridurre le spese, tagliare il debito vendendo, riprendere riforme (liberalizzazioni e mercato del lavoro) che sono state lasciate a metà , fare una legge elettorale decente. Se lo farà , Mario Monti ci avrà regalato un Paese indipendente e moderno. I contatti, la cena, l’accordo. Così D’Alema scelse Monti I particolari sull’incontro che ha portato Monti a Palazzo Chigi, le tre condizioni poste dal Prof, le manovre di Gianfranco Fini, l’ok del presidente della Repubblica. La risposta dell’ex Rettore. Secondo quanto ricostruisce L’Espresso la risposta fu immediata: “Certo che sì, ma a tre condizioni: che l’ingresso in politica non avvenga attraverso una campagna elettorale, che a chiamarlo all’eventuale incarico sia il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e che a sostenere il suo sforzo sia una maggioranza molto ampia, che vada al di là delle tradizionali coalizioni di centrodestra e centrosinistra”. Il piano si realizzerà nel novembre del 2011 con le dimissioni di Berlusconi, Napolitano chiamò Monti che evitò la campagna elettorale “grazie all’accorda trovata – scrive ancora l’Espresso – della nomina a sentatore a vita. Una settimana dopo l’incarico di formare il governo gli sarebbe stato offerto non su indicazione dei partiti ma su proposta del Capo dello Stato e a sostenerlo sarebbe accorsa una maggioranza ampia, “strana” centro, sinistra e destra”. Letto 157 volte. Nessun commento »Non c'è ancora nessun commento. 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