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Céline, Louis Ferdinand

7 novembre 2007

Morte a credito

“Morte a credito”

Garzanti, pagg. 562. Euro 11,50. (Trad. Giorgio Caproni)

Scrittore ancora molto discusso, Céline può o non può piacere, come quasi tutti gli artisti del resto, ma Céline ha una ragione particolare legata ad una specie di rivoluzione che aleggia nei suoi pensieri e nella sua scrittura. Non è facile assuefarvisi. Sono pensieri di un cinico ostinato e scontento, infatti, quelli che nutrono questo romanzo che, pubblicato nel 1936, segue di quattro anni il “Viaggio al termine della notte”, che lo impose all’attenzione di tutto il mondo ed è considerato il suo capolavoro. Autobiografico come il precedente, “Morte a credito” narra alcune esperienze di Céline ragazzo (il cui vero cognome era Destouches), con le quali l’autore ci consegna la sua personalissima e arrabbiata visione del mondo. Spirito irrequieto e anarchico, infatti, non c’era cosa che potesse soddisfarlo. Perfino la sua scrittura risente di questa tormentata, dolorosa inquietudine.

Difficile star dietro al suo stile “a balzelloni”, fatto di periodi brevi, anzi brevissimi, sospesi, che saltellano da una considerazione all’altra, da un’immagine all’altra, e impegnano e sfidano non poco il lettore. Si può parlare anche di prosa visionaria in Céline, tutte le volte che l’aggancio con la realtà si rivela semplice pretesto per dare sfogo ad un delirio. Che cos’è, infatti, quella sua “Leggenda”, o meglio che cosa sono quelle sue leggende, che ogni tanto s’interpongono, se non la fuga nel delirio? Esse si scatenano perfino quando il protagonista cerca di farvi resistenza. Céline mi ricorda, nella prima parte, il Lautréamont de “I canti di Maldoror”, la stessa furia, la stessa visionarietà (anche lui conosciuto con un cognome che non era il suo vero: Ducasse).

Quanto più si scende nella miseria dell’animo umano, tanto più la “Leggenda” e il delirio si fanno controcanto, dunque, come se l’immaginazione sia riconosciuta la sola luce possibile sulle brutture della vita.

Le malattie, forse, e l’adolescenza trascorsa in un ambiente povero e desolato (“Tuo padre, te n’accorgi da te stesso, è ormai al lumicino!… Quanto a me, sono una donna finita anch’io, tutta rattrappita, non dico nulla davanti a lui ma mica mi ci manca molto alla fossa…”) hanno avuto parte in qualche modo nella formazione del carattere di Cèline e nei suoi rapporti con gli altri e con la vita in generale e non è improbabile che ad esse risalga quella rabbia che si rivolge contro tutti, e perfino contro la scrittura, nella quale si manifesta e si esalta la sua prepotente ribellione, il grido, cioè, di una sofferenza che da fisica si è fatta spirituale, e si è trasformata in solitudine.

Tutto l’incendio visionario che caratterizza la prima parte, però, d’un tratto quasi si spegne e dà spazio ad una descrizione più distesa, che tende a mettere in risalto la miseria di una vita non dissimile da tante altre, non più particolare, cioè, ma elevata a simbolo di una decadenza diffusa. Come se Céline, in questo modo, voglia dare tregua al suo impeto distruttivo per lasciarci contemplare e compatire, con una cronaca fin troppo minuziosa, le ragioni della sua rabbia: “L’odio vero, quello vien dal profondo, vien dalla giovinezza persa nello sgobbo senza difesa. Ohei, ma un odio da farti schiattare.”

È il Cèline meno caustico, ed anche, peraltro, stilisticamente più gradevole, quello che ricorda e racconta le giornate della sua vita, disegnando una fantasmagorica e colorita galleria di vicende e personaggi, tra i quali, quasi tutti rapidamente tratteggiati: la nonna Caroline, i genitori Auguste e Clémence, la dispettosa dirimpettaia Méhon, il piccolo vizioso Popaul, l’opportunista signora Divonne, il buontempone zio Arthur, il brillante e comprensivo zio Édouard, André Drin, il giornalista e stravagante inventore Courtial des Pereires, il prete matto, il ladruncolo Dudule. Le sue pagine non si discostano, tuttavia, dalle tante incontrate in narrazioni di questo tipo, se si eccettui, però, quel gusto dell’esagerazione che è una costante in Céline e che trova qualche esempio eclatante nella gita con lo zio Édouard, fratello della madre, dentro quell’auto che perde i pezzi per strada, o nel vaneggiamento che lo affligge dopo i primi giorni di scuola, o, al limite del sogno anche questo, nella traversata della Manica e nella camminata sulla collina di Rochester in mezzo alla nebbia, o nella rivolta degli inventori, o nel gran flagello dei bacherozzi a Blême-le-Petit. Per non parlare dell’inventore per eccellenza, quel Courtial des Pereires con il quale cerca anche di divertirci, disegnando una figura che un po’ ricorda per le sue smargiassate il simpatico Micawber del “David Copperfield” di Charles Dickens, con un esito diverso, tuttavia, che segna la distinzione tra l’ottimismo di Dickens e il pessimismo, in questo caso perfino truculento, di Céline, il quale, a proposito del suo personaggio, fa dire alla sfortunata moglie: “Cocciuto come un mulo nel cercar la rovina!…” Anche la Parigi popolana e disperata che incontriamo in Céline non si allontana da quella descritta, ad esempio, da Balzac e Zola, ma la differenza, qui notevole, sta nel particolare linguaggio popolare usato ed inventato, che riesce a liberare dalla sua magra scrittura scintille e lampi di una città umbratile, schizofrenica, buia, di grande effetto e suggestione: “È nera, è grigia… muta colore… fuma… fa un triste rumorio, un brontolio dolce dolce… sembra un guscio di tartaruga… tacche, buchi, spine che s’impigliano nel cielo…” Da una tale scrittura, soprattutto quando si indugia sulla laidezza dei costumi, affiora quello spirito compresso nella turpitudine e nella rabbia che è la caratteristica più marcata di questo autore: “il Passage des Bérésinas era diventato una specie di chiavica. La piscia crea un viavai. Poteva pisciarci chiunque addosso a noi, anche chi già aveva il dente del giudizio; soprattutto quando in mezzo alla strada pioveva. Ci venivano apposta. Nella cunetta formatasi per caso dall’Allée Primorgueil, farci la cacca era affar corrente.” Oppure: “Avevamo tutti il cacacciolo al culo. Insegnai io, ai compagni, a tenersi l’orina in dei bottiglini.” O anche, a proposito di André Drin, un compagno di lavoro: “A furia d’annusar tanta polvere, le caccole gli eran diventate dure come mastice. Non venivan più via… Era la sua più forte distrazione staccarsele e poi mangiarsele delicatamente.” Bisogna a questo punto ricordare che negli stessi anni in Italia, esempi di una prosa che trae la sua linfa vitale dalla parlata popolare non mancano, e taluni di altrettanta suggestione. Penso ai miei conterranei – purtroppo oggi dimenticati o quasi – Enrico Pea (“Moscardino” è del 1922, “Il Volto Santo”, del 1924, “Il servitore del diavolo”, del 1931) e Lorenzo Viani (“Ubriachi” è del 1923, “I Vageri”, del 1927; “Angiò, uomo d’acqua”, del 1928).

I quadretti che nascono da queste esperienze di vita di Céline si somigliano un po’ tutti nel rappresentare una vita di stenti, nella quale un ragazzo fa presto a lasciar naufragare le sue speranze. Anzi, Céline non si rifugia mai nella speranza; al contrario della tenace e combattiva madre, non dà mai l’illusione che si possa sognare una vita diversa da quella combattuta ed aspra che ha imparato a conoscere in primo luogo dai suoi genitori, sempre alle prese con “l’angoscia della pagnotta”; soltanto la morte a credito, come è scandito nel titolo, può essere la sola conquista possibile: “Ch’io fossi privo di speranza e di magnifico brio, era una cosa che i miei vecchi non avevan mai potuto mandar giù, che non avevan mai potuto soffrire, che non avevan mai potuto capire…” Tragica e cinica sarà la sua esperienza nel “Meanwell College” a Chatham, in Inghilterra. Si fa addirittura fatica, in certi momenti, a credere reali talune situazioni che sono raccontate nel romanzo. La insensibilità del protagonista di fronte ai sacrifici e alle sofferenze dei genitori, ad esempio, appare d’una crudeltà talmente raffinata da rasentare l’inverosimile. Questo che segue è un esempio di quanto la madre, zoppa ahimé, si adoperasse per racimolare qualche soldo per tirare avanti: “La sera, tornata a casa al Passage, era sfinita, da non poterne più, urlava di dolore tant’era irrigidita dai crampi la gamba e tumefatto il ginocchio, la caviglia soprattutto, slogata dalle storte… S’accasciò in camera mia aspettando il ritorno del babbo… S’applicava acqua sedativa… impacchi gelati.” Si può essere così arrabbiati contro la vita al punto da trascinare e riversare nell’odio l’intera gamma dei nostri sentimenti? Anche se: “Dappertutto, mi son visto scacciato…” Ma confesserà: “Ero un bel bighellone e un bel poltronaccio… Non meritavo la loro grande bontà… I tremendi sacrifici… Mi sentivo, eh sì, del tutto indegno, marcio, bacato…”

La sbronza alle Tuileries, dove sperpera i cinque franchi affidatigli dalla madre per la spesa, è l’ennesimo tentativo di fuga da una realtà con la quale non riesce e non vuole entrare in sintonia, e che, anzi, violentemente sfida, allo stesso modo che sfida i genitori, che si sacrificano per lui, fino a percuotere il padre. La sua ribellione ha, infatti, qualcosa di perfido, di contorto e di oscuro come se, alla fine, fosse diretta più contro se stesso che contro gli altri. Un rifiuto della vita, insomma, che rende questo romanzo orridamente spietato e tragico. Nemmeno la miseria e l’aberrazione rappresentate da Zola (mi viene in mente “Thérèse Raquin”) giungono ad un tal livello di ossessiva e glaciale turpitudine. Dirà di lui il padre: “Ma quello lì è canaglia fino al sangue! Non si fermerà più davanti a nulla!…”

Nel momento in cui Céline affronta e imbastisce il gioco e l’ironia con il personaggio Des Pereires (“vecchio coccodrillo” che ci fa gustare il piacere del volo sul pallone aerostatico, lo “‘Zelante’, sempre più sbrindellato, ricucito, rinficosecchito di rammendi… così permeabile e spetezzante da abbiosciarsi fra le sue stesse corde!…”), egli li esalta a tal punto, per il tramite di uno sventurato che fa dell’intrallazzo e della furberia il suo stile di vita, da chiudere ogni spiraglio alla speranza.

Buio nero all’orizzonte del protagonista, dunque, che s’imbatte, per giunta, ogni volta che trova lavoro, in una umanità inesorabilmente intristita e umiliata, come sono, ad esempio, coloro che ruotano intorno al “Génitron”, il giornaletto dello strambo inventore Des Pereires.

Ma proprio nel fortunato personaggio Des Pereires – il quale ha infatuato lo stesso autore, che gli dedica tutta la voluminosa seconda parte – e nella storia della sua mongolfiera e della “campana da palombaro”, che appaiono le parti migliori e più significative del romanzo (deliziose le sue liti con la “bambocciolona”, la baffuta moglie, e fumatrice di pipa, Irène: “Tu m’aggredisci. Tu m’esasperi! Tu mi tormenti!… Quanto sei ottusa, cocca mia!… mia buona… mia dolce cherubina!…”), Céline ha tratteggiato efficacemente, e melanconicamente, i segni di un tempo che trascorre impietoso e trascina chi non sta al suo passo nello sconforto e nella miseria: “Non siamo mica noi, Irène! Sono i tempi!…”

Tutto quanto scorre in questo romanzo filtra attraverso la storia di due coppie le quali assorbono buona parte della vita giovanile del protagonista, quella dei suoi genitori e quella dei Des Pereires: con una differenza che delinea l’arco dei sentimenti possibili in questo autore: l’odio, il cinismo, il disprezzo nei confronti dei disgraziati genitori, e l’ironia, il divertimento, l’istinto incontrollato nei rapporti con i Des Pereires. Attraverso queste relazioni passa anche tutto il mondo ristretto, chiuso, buio, trafficone, miserabile, indagato da Céline, e la famiglia Des Pereires, in realtà, altro non è che la continuazione e lo sbocco della sua “leggenda”, nel delirio di una creatività libera e stravagante, che trova una sua esemplificazione nella scuola della “Razza nuova”, trasformata presto in una vera e propria palestra di ladruncoli aperti ad ogni fantasia, che ricorda, ancora una volta, Dickens e i suoi mariuoli al servizio di Fagin, l’ebreo de “Le avventure di Oliver Twist”. Una improvvisa ed inattesa cupa tristezza, un’amara delusione, uno smarrimento desolato trasformano, infine, l’originario cinismo in un pianto con il quale Céline rinuncia definitivamente alla speranza.


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2 Comments

  1. Comment by alessandro cavoli — 2 ottobre 2008 @ 20:49

    Salve,
    Ho un monologo su Celine da “Il viaggio”,
    avete dei contesti teatrali o non dove credete possa essere rappresentato,
    grazie teatrorigodon alessandro cavoli

  2. Comment by Bartolomeo Di Monaco — 2 ottobre 2008 @ 22:31

    Possiamo pubblicare nell’apposita sezione Teatro il monologo o parti di esso, se è troppo lungo.

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