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Cerasi Mandrelli, Loreta

7 novembre 2007

Arlette

“Arlette”

Storia di una donna dell’anno Mille, concubina del duca di Normandia Roberto il Magnifico e madre di Guglielmo il Conquistatore, duca di Normandia e re d’Inghilterra.

Loreta Cerasi, marchigiana che vive a San Benedetto del Tronto, è una grande appassionata di storia e lettrice onnivora. Questo romanzo è la sua ultima fatica letteraria e, nonostante che non sia più giovanissima, è ancora tenace e attenta studiosa nonché fervida creatrice. Voglio sperare – legati come siamo da stima e amicizia – che presto concluda il prossimo romanzo, sempre di ambientazione storica, che sta preparando per i suoi lettori.

Veniamo al libro. Dopo averci raccontato, nella bella introduzione tutta da gustare, il suo approccio con Arlette fino al punto di innamorarsene e di fare un viaggio per conoscere la terra dove visse circa mille anni fa (in particolare la cittadina di Falaise in Normandia, dove un’iscrizione in francese arcaico su di una fontana ricorda questa donna eccezionale, da cui nacque Guglielmo il Conquistatore), ecco che l’autrice non ci fa attendere ed ardere di curiosità. Subito ci partecipa di questo suo innamoramento, disegnandoci con pennellate insolite in un narratore una sequenza di quadri in movimento da cui sorge, affascinandoci, la bella Arlette (che non sarà mai più così bella come in questo inizio). Chi la osserva, non visto, è colui che la farà sua concubina, Roberto, conte di Hième, che diverrà poi duca di Normandia, e attraverso i suoi occhi, noi vediamo Arlette che nuota, che si avvicina alla sponda del fiume, che si mostra nuda e leggiadra, risalendo con grazia e sicurezza la riva, che scuote i suoi capelli, li torce strizzandone l’acqua, che, vestitasi di una corta tunica, balza in groppa al cavallo che attendeva lì accanto, dileguandosi tra i salici. La protagonista lo è già dalla prima pagina, nel proemio, per scelta d’amore dell’autrice, che si appropria della leggenda per reinterpretarla, e infatti ecco la Fontana di Arlette che diventa un fiume. Ma fa di più: allarga la scena e ci trasporta indietro nel tempo e ci mostra una Arlette di quindici anni tra le mura della sua casa, e scopriamo, così, che vive con una sorella di nome Emma, sposata con Eric, Guardiano dei boschi e delle foreste della Contea di Hiémois, e, andando ancora a ritroso, che questa sorella l’ha allevata da quando, nel darla alla luce, la madre è morta, e ha badato a lei tutte le numerose volte che il padre e i fratelli, commercianti di pelli, si assentavano per lunghi periodi a causa del loro lavoro. Le vuole talmente bene che si preoccupa della sua educazione e, grazie all’intercessione di un monaco, padre Rabano, riesce, Arlette ancora bambina, a farla accogliere nella casa della contessa Adelaide di Thorigny, discendente nientemeno che di Carlo Magno. Qui imparerà: a pronunciare il linguaggio di corte col raffinato accento che conservò per tutta la vita. Ma imparerà anche a diffidare del matrimonio, ad amare la libertà, a pretendere un ruolo della donna perlomeno pari a quello dell’uomo, addirittura: Si rinchiuse in se stessa meditando propositi di supremazia femminile che non avevano alcuna possibilità di realizzarsi. Il suo destino comunque è già segnato; dopo una prima sbrigativa profezia di una vecchia sciancata di nome Gunnar, eccone un’altra cercata caparbiamente da Arlette quando scopre che nel bosco vive una vecchia quasi cieca, ritenuta una veggente. Tuo figlio diverrà un Re, le dice al termine di un rito che l’autrice ci descrive minutamente. La profezia s’impadronisce di Arlette, già determinata e volitiva per natura. Il ruolo che l’attende di madre di un re permea ora il suo pensiero, come se tutto dovesse accadere realmente. Anzi, lei s’immagina addirittura regina: Io voglio un re dice alla sorella. È a questo punto che avviene la congiunzione tra il bellissimo proemio e la storia narrata. Arlette, ora quindicenne, ricorda la sensazione che ebbe un anno prima, mentre si trovava al fiume, di essere osservata da un gruppo di cavalieri, tra i quali – ne era convinta – si trovava proprio Roberto il Magnifico, signore di Falaise. Costui, ventenne, è un bell’uomo che ha fama di seduttore. Emma mette subito in guardia la sorella dai rischi che può correre se avvicinata da lui. E Roberto capita, infatti, a far visita alla casa di Eric, vede Emma, gli piace e pensa subito di giacere con lei: Portami nel letto la tua bella sposa! ordina a Eric, ed è da questa situazione imbarazzante che nasce l’incontro del destino per Arlette. È Emma che ha l’idea di farsi sostituire, nel letto dove Roberto giace ubriaco, dalla sorella e Arlette non si sottrae, intuendo che quello è il primo passo da fare per incontrarsi con la profezia: Sembra l’Arcangelo Gabriele pensa non appena lo vede abbandonato nel sonno. Non si consuma l’amplesso, tuttavia, perché il signore di Falaise rimane colpito dalla sua bellezza e signorilità e decide di portarla al castello dove sarà considerata la sua sposa. Arlette si è ormai incamminata, dunque, verso quel destino annunciatole dalla profezia. Ne è certa, ormai.

Siamo a metà del romanzo, alla fine del capitolo primo; la scena cambia. Arlette non è più nella modesta casa di Emma e di Eric, ma nel bel castello di Roberto, dove si muove già come una regina. Ha la sua notte d’amore con Roberto, e Arlette è certa che concepirà il re della profezia: il suo corpo perfetto e fascinoso, e soprattutto i suoi rossi capelli, sono stati gli strumenti irresistibili della sua ascesa nell’olimpo della nobiltà e del potere.

D’ora in avanti, sono già trascorsi alcuni anni, i momenti ricostruiti dall’autrice sono anche suggestive rappresentazioni di quel tempo: cerimonie, cortei – quello nuziale di Matilde, in particolare, a pag. 185 -, banchetti – quello dato da Arlette nel finale del libro è descritto con grande efficacia ed è un pezzo di bravura davvero memorabile, che ricorda quello descritto nel film di Gabriel Axel Il pranzo di Babette, o l’altro celebre di Trimalcione, nel film Satyricon di Fellini -, villaggi, magioni, palazzi, castelli sono ottimamente rievocati. Roberto intanto è divenuto, alla morte del fratello Riccardo III, duca di Normandia. Convoca, nell’abbazia benedettina, dedicata alla santissima Trinità, un’assemblea generale di tutti i vassalli a lui sottoposti, che lascia presiedere dallo zio Arcivescovo di Rouen, con il quale si è appena riconciliato ed è a questo punto che apprendiamo che il duca ha fatto sposare Arlette ad un suo leale suddito: Hellouin di Conteville, fedele a Roberto come pochi e che Arlette ha partorito più di un figlio da Roberto, e questa assemblea alla quale lei partecipa per la prima volta è stata da lui convocata proprio per designare il suo primogenito Guglielmo a succedergli alla guida del ducato. La profezia fa ancora un passo avanti, dunque, mentre l’autrice, così come aveva scelto di fare all’inizio del capitolo primo, ritorna indietro nel tempo per narrarci il seguito della storia dal momento in cui Arlette, nel 1027, è entrata al castello. Ora siamo nell’anno successivo, il 1028. Roberto è già duca e, per aver favorito l’ascesa al trono del re di Francia Enrico I, è il vassallo più potente del regno. La nascita di Guglielmo pare concentrare sul piccolo tutto l’amore del padre e Arlette teme di non essere più amata. Quando darà alla luce una bimba, Adeliza, l’autrice ci fa sapere che Erano passati gli anni e il duca l’amava ancora con passione, riuscendo a trovare il tempo per tornare di frequente al suo castello di Falaise e trascorrere la notte con lei. Una cosa comunque è ormai certa ad Arlette: quella libertà e quella indipendenza di donna tanto vagheggiate rappresentano un ideale irrealizzabile. Il potere maschile – lo sta verificando giorno per giorno – sovrasta e calpesta la sua dignità di donna: la sua autenticità, come preciserà l’autrice; tuttavia sopporta e si rende disponibile verso il suo signore, giacché l’unico pensiero, ora, è quello di ottenere in modo solenne dal duca, dopo le sue ripetute promesse, l’investitura di Guglielmo a suo erede sul trono di Normandia. È per questo che, rimasta ancora una volta incinta, accetta il consiglio di Roberto – che vuole che il suo erede sia unicamente Guglielmo – di sposare il nobile Hellouin di Conterville, il quale, fedelissimo al duca, gli promette di non accampare pretese coniugali di alcun genere sulla “moglie”. Il ruolo di Arlette cambia a questo punto. Divenuta la sposa di un altro, per un sentimento che ancora è forte in Roberto, si trasforma nella sua consigliera ed ascende a poco a poco a quella posizione di potere alla quale ha sempre mirato. È ancora un passo avanti in direzione di quella lontana profezia. Roberto le confida, comunque, che desidera avere una sposa regale e che ha pensato alla figlia del re di Francia, alla quale non chiederà figli per non togliere a Guglielmo l’eredità del feudo. Per i suoi turbolenti trascorsi nei confronti soprattutto della Chiesa (anche se poi, divenuto duca, le ha restituito i beni e la dignità violata), Enrico I respinge la sua richiesta. Adirato, Roberto affretta i tempi e convoca l’assemblea plenaria per designare Guglielmo erede al trono di Normandia. Come è avvenuto nel capitolo primo, con una perfetta sintonia, ci si ricollega a questo punto all’inizio del capitolo secondo, quando abbiamo visto adunarsi i vassalli e l’arcivescovo di Rouen. Si riprende infatti con Arlette che pensa, mentre i dignitari stanno prendendo posto in chiesa: Chissà se mio figlio Guglielmo diventerà mai un re? Torniamo di nuovo alla profezia, dunque, che non solo è il filo rosso del romanzo, ma rappresenta, più ancora dell’amore, ciò per cui Arlette darebbe la vita. L’autrice ci avverte, tuttavia, che Arlette ignorava il vero, più grave motivo dell’inaspettata convocazione. Intanto, c’è una novità: per la prima volta noi facciamo conoscenza con Guglielmo, non solo con il suo aspetto fisico, ma anche con i suoi primi pensieri, mentre, seduto accanto al padre, si guarda intorno. Il motivo dell’inaspettata convocazione è l’annuncio della partenza di Roberto per la Terrasanta, al fine di espiare i suoi peccati e meritarsi così una sposa regale. Guglielmo ha ricevuto nella stessa assemblea plenaria l’omaggio dei vassalli ed è ora l’erede al seggio ducale. Arlette non poteva sperare di più: la profezia si sta avverando e a lei è affidata la tutela sul figlio, ovverosia, come scrive l’autrice: Finalmente il potere era deposto nelle sue mani! Il potere che aveva confusamente sognato da fanciulla. Il potere degli uomini, a suggello della sua maternità!

Il complesso intreccio ci avvince. La Cerasi ci fa rivivere con le sue coloriture ed il suo amore le ampie suggestioni di quello straordinario periodo storico che fu l’Alto medioevo. Siamo giunti all’anno 1050. Sono trascorsi ventitré anni dall’inizio di questa storia. Guglielmo è divenuto duca di Normandia. In tutta Europa è conosciuto come Guglielmo il Bastardo. È temuto. Ora vuole sposarsi e chiede la mano di Matilde, figlia di Baldovino V, conte di Fiandra. La Chiesa si oppone, tuttavia Guglielmo non demorde, anche la giovane lo rifiuta, ma il normanno si impone. Si attende il loro matrimonio, e intanto Arlette (con un flashback tanto amato dall’autrice) ci riassume ciò che è accaduto, dal momento in cui, nell’abbazia benedettina, Roberto designò Guglielmo a succedergli. Roberto, di ritorno dalla Terrasanta, muore lo stesso anno 1035 e viene sepolto a Nicea, ed Arlette si trova da sola a gestire il potere, insidiato da congiure continue e dallo stesso re di Francia. Di nuovo ha bisogno della conferma della profezia e torna nel bosco, dove la veggente la sottopone ad un rito antico che le restituisce la forza della sua giovinezza. Sono rievocate alcune congiure importanti, che avevano messo a grave rischio la vita di Guglielmo. Finalmente all’età di quindici anni, nel 1042, egli diviene un giovane cavaliere, alto, forte e slanciato, ornato di spada e scudo. Inizia così la presa di potere di Guglielmo. Con la battaglia di Val-ès-Dunes, in cui, all’età di diciannove anni – siamo nel 1047 -, Guglielmo mostra tutta intera la sua autorità e la sua forza contro ogni pretesa di destituirlo, termina la rievocazione di Arlette e si ritorna al momento in cui suo figlio si prepara a sposare Matilde, che ha circa diciotto anni. Sono molto belle le descrizioni degli abiti che indossano gli sposi. Arlette e Matilde, anche loro, finalmente s’incontrano. Il 1067 è un anno importante. Guglielmo, sbarcato in Inghilterra, grazie alla vittoria riportata ad Hastings nell’ottobre del 1066, ne viene incoronato re nell’Abbazia di Westminster la notte di Natale. La profezia, dunque, si è avverata, ed ora Arlette può ritirarsi in pace. Ma non prima – ricevuta in segno di omaggio la corona reale di Guglielmo – di avergli fatto l’ultimo favore, a quel figlio che fino ad allora – aveva quarant’anni – le corti d’Europa chiamavano il Bastardo. Nel castello di Falaise, dove era vissuta con Roberto, alzando al cielo la corona dinanzi ad una moltitudine di nobili e di popolo, ella, gridandolo, dà al figlio il nome con il quale passerà alla storia: Guglielmo il Conquistatore. Le ultime pagine sono ancora dedicate ad Arlette, che si reca a Bayeux, giacché ha già tutto pronto per illustrare su una lunga tela le imprese del suo Guglielmo, ma lì l’attende un appuntamento davvero molto, molto speciale.

Ho preferito ripercorrere la storia raccontata in questo romanzo per mettere in risalto il grosso e puntiglioso lavoro di ricerca e di ricostruzione sostenuto dall’autrice, la quale sa snodare i fili dell’intreccio con una grazia ed una sensibilità che mettono a proprio agio il lettore. La scrittura è linda, con qualche venatura romantica dettata dalla passione che l’autrice manifesta in più di un’occasione per il suo personaggio. La struttura – composta da quadri fermi (A.D. 1027; A.D. 1035; A.D. 1050: A.D. 1067) che avviano i capitoli e dietro i quali si ricostruiscono gli avvenimenti che li hanno determinati – evidenzia l’intelligenza rievocativa e di tessitura dell’autrice, oltre all’appropriato controllo degli strumenti narrativi e allo straordinario utilizzo dell’analessi.

Loreta Cerasi è marchigiana. Nata a Porto Recanati (MC) il 18 luglio 1932, vive e lavora a San Benedetto del Tronto (AP) in una casa in riva al mare. E’ laureata in Filosofia. Ha insegnato per 40 anni. Scrive racconti e saggi. Ha pubblicato nel 1993 Samarcanda – Dall’infarto al by-pass: un’esperienza femminile. Nel 1996 La camicia di lamé, dodici racconti fra realtà e fantasia. Nel 1999 Arlette che è stato tradotto anche in francese.


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Bart