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Cesaretti, Gino

21 giugno 2012

I pipistrelli
Lucido e buio

“I pipistrelli”, 1957

L’autore nacque a Lucca il 21 marzo 1917. Laureato in agraria, è stato redattore capo presso la Casa editrice Mondadori. Durante la Seconda guerra mondiale fu pilota militare impiegato in numerose missioni tra la Sicilia e Malta. Questa esperienza lascerà un’impronta in tutte le sue opere.
Il romanzo “I pipistrelli” uscì nel 1957 nella prestigiosa collana “I gettoni” diretta da Elio Vittorini e nello stesso anno fu incluso nella rosa dei selezionati al “Premio Strega” vinto da Elsa Morante con “L’isola di Arturo”.
Altri due importanti libri usciranno con l’editore Parenti: “il sole scoppia”, del 1960, ambientato a Milano, e due anni dopo “Il violino del pilota”, una raccolta di racconti che ha come sfondo la sua città di Lucca. Nel 2006 con Manni Editori uscirà un libro di poesie: “Attese disattese”, che riceverà una menzione d’onore al Premio di poesia “Lorenzo Montano” del 2007.

“I pipistrelli”, per essere stato scelto da Vittorini e per il giudizio positivo che su di esso espresse Eugenio Montale, può essere considerata la sua opera maggiore. Montale, infatti, si lamentava che certe opere valide, come quella di Cesaretti, non riuscissero a richiamare l’attenzione dei maggiori critici dell’epoca.
La storia è ambientata in Sicilia durante l’ultima guerra. Si è in attesa dello sbarco degli Alleati, al comando del generale Eisenhower.

Un incidente mortale apre il romanzo. Il tenente Orazio Pittetto, in servizio presso la “caserma di corso Umberto a T…” sulla costa settentrionale dell’isola, sposato con Annina, e padre di due figli (del più grande conosciamo il nome, Luigi), proprio quando sta per rientrare a casa viene colpito dalle macerie prodotte da un bomba sganciata da un aereo degli Alleati. Per lui non c’è nulla da fare, e viene accompagnato a casa e disteso sul letto davanti agli increduli ed angosciati familiari, tra cui i suoi vecchi genitori, Augusto e Armida.

La tragedia si compie in un lampo e l’autore la descrive con parole secche, senza alcun accento emotivo, secondo una tradizione tutta toscana che va dal Tozzi e arriva agli scrittori lucchesi, in specie Pea, Viani, Tobino, Teglia. Le immagini sono plastiche, si evidenziano con semplicità attraverso una scrittura fluente. Bastano pochi tratti per farci capire che il colonnello Annibale Nuoto è un uomo buono, il sergente Matteo Gualterio (“un uomo di mezza statura, la fronte alta, occhi grandi, bovini, il mento grosso come una patata, il collo incordato, i capelli che finivano a codino sulla nuca, e con qualcosa di perverso e insieme di fresco e d’aggressivo nell’espressione”) un intrigante e perverso, e l’amico del tenente morto (entrambi provenienti dalla Lucchesia), il sottotenente Veno Vitte, un introverso, timido e cedevole.

Il romanzo (specie nei suoi due terzi; poi si concederà ai ritmi ordinari della narrazione  soprattutto nella parte finale, in cui verranno a sciogliersi i nodi della storia)  è costruito con brevi quadretti, scene collegate e vivide come se fossero rappresentazioni teatrali, qualcosa di speciale se confrontato con la tradizione narrativa lucchese.

La vedova Annina, “giovane, di capelli neri, di occhi piccoli e scintillanti”, è una delle figure più importanti del romanzo. L’autore lascia intuire che la donna (“sposina piccola, quasi un tipo di mezzana”) ama essere corteggiata, si compiace degli sguardi che cadono su di lei, ne misura sempre l’intensità.

Quando Vitte (“camminava coi piedi in dentro, le spalle tonde e rilasciate”) va a trovare l’amico Orazio e apprende che è morto, dopo il pianto indirizza alla vedova “un sorriso tiepido, timido e insieme vizioso”, al quale Annina risponde con un sorriso, “meno innocuo, con un lampo negli occhi, fuggente e quasi impercettibile”.
Vengono in mente le donne di Pirandello e di Brancati in modo particolare. È una innata seduttrice e non è difficile scorgere tra le righe un po’ del suo passato passionale. Non per nulla la suocera, Armida, quando può, non le leva gli occhi di dosso.
Nell’aria è sempre sospesa l’attesa degli Alleati: “Arrivassero presto a liberarci, facessero gli alleati monte di ogni cosa”.

Dopo la morte del marito, Annina attende un nuovo inizio. Cerca un punto dove aggrapparsi per soddisfare una sua segreta ansia ed una sua compressa aspirazione: “Ah, Vitte, sapesse come lei somiglia al povero Orazio. Lei è il ritratto del povero Orazio. Che tuffo al cuore quando ho sentito la sua voce. Lei ha la stessa voce, la stessa bocca, gli stessi occhi del povero Orazio. E anche le sue mani.”
Sapremo presto che i due sono in realtà abilmente manovrati dal sergente Gualterio, che fra l’altro è uno spretato, il quale ha bisogno di denari per realizzare un suo sogno visionario: fare tabula rasa del presente e edificare una specie di fratellanza universale, in cui nessun obbligo potrà più legare gli individui, i quali dovranno costruire i loro rapporti sulla base dell’amore e dell’amicizia. Vedremo meglio più avanti altri dettagli di questo disegno.

Vitte, personaggio inquieto e ingenuo, ma abbastanza danaroso per gli scopi di Gualterio, è sospinto da costui ad avere una relazione con Annina, di cui anche Gualterio peraltro è invaghito. Vitte dirà alla donna: “lei ha addosso qualcosa di eccitante e di molto difficile a spiegarsi.” Ma poco dopo: “La verità è che non sento nulla per lei.” Vitte è dunque capace solo di un rapporto ambiguo. In caserma si mormora di un legame più che affettuoso con il suo capitano Antonio Mezzi, “piuttosto piccolo e obeso, e tuttavia agile e nervoso.” Questi, incontrandolo, gli dice: “tu dovresti concedere un po’ della tua giovinezza a chi ti sta vicino.” Più tardi, un capitano della milizia, Arturo Allievi, dirà: “il fascismo non è riuscito a levarli di mezzo. Dicono che la nostra società sia marcia appunto per questo.”
Fanno la loro comparsa, dunque, intrighi e passioni che l’autore intesse a tocchi di fioretto: schermaglie e ogni tanto l’affondo. Cesaretti mostra in questo gioco di ricamo una certa abilità.

Quando compare sulla scena la bella baronessa Clotilde Minna (“una bella donna di circa trent’anni, coi capelli biondi, lunghi, che le cadevano sulle spalle scoperte e un po’ adipose e di un leggero e tenero colore roseo. Indossava una vestaglia color celeste e calzava babbucce dello stesso colore.”), la quale ha il marito fuggito in un’altra città in attesa che gli Alleati caccino i tedeschi, si passa da un mondo chiuso, come quello della famiglia di Annina, ad un mondo più aperto che disvela lo smarrimento e lo scombussolamento dei rapporti sociali.

La guerra esalta le paure e i vizi, le prepotenze dei forti sui deboli, il cinismo, le crudeltà anche intime e  spirituali.
Clotilde rappresenta la società meno nobile che si concede e si permette tutto, profittando del disordine materiale per trasferirlo in quello morale.
Clotilde rammenta la morte misteriosa di un aviatore,  Manvich, e precisa: “A me hanno anche detto che questo Manvich era molto bello.” In realtà, sapremo più avanti che, proprio in casa di Annina, la donna ha avuto un incontro galante con costui. Siamo in presenza di una corruzione latente, di una paura devastatrice indotta dalle fragilità che tramano dentro di noi a causa della guerra, così che nessuno è più credibile, nessuno dice più la verità. La guerra trascina in superficie, e le rende dominanti, l’insicurezza e la paura, al punto che le identità si offuscano e perfino mutano.

Il libro è diviso in tre parti, e ogni parte in capitoli e i capitoli in brevi paragrafi che, come già scritto, delineano scene molto plastiche e rese evidenti e godibili da uno stile senza fronzoli.
A poco a poco l’insieme, da piccolo che era, si allarga e va a lumeggiare altri angoli della vita militare tipica di un aeroporto, da dove partono continuamente missioni di guerra. L’atmosfera, ogni tanto, si impregna di una solitudine che lega ciascuno alla malinconia di una guerra che sembra corrodere la vita, isolarla, renderla una trafittura dolorosa della realtà.

Una frase dello spretato Gualterio, che si incontra nella prima parte, inserisce nel rapporto tra i personaggi un che di mistico mistero che apre al lettore suggestioni e scenari imprevisti. Questa: “Un giorno non ci saranno più guerre, devastazioni, orrori, violenze: l’uomo fiorirà a colori divini. Darà nuovi frutti e la terra intera si glorierà di questo fatto. E noi, cara Annina, noi saremo stati gli iniziatori, noi i nuovi Cristi”.
Che cosa ha in mente Gualterio? Con i compagni coltivare un messianesimo che promanerebbe proprio dalle crudeltà della guerra?

Cesaretti, dunque, si serve di uno spretato per misurare l’animo umano in uno speciale e disordinato contesto quale quello della guerra.
La quale guerra ha rumori lontani. Il suo lievito fermenta fuori dalle devastazioni materiali, si insinua nei rapporti interpersonali provocando mutamenti, rinascite o definitive cadute e abbandoni.
Una profonda inquietudine colpisce chiunque si trovi o si sia trovato di fronte al rovesciamento dei valori morali, provocato in ogni manifestazione di odio e di violenza.

I pipistrelli del titolo appaiono la prima e unica volta nel corso del funerale di Pittetto, il tenente morto sotto i bombardamenti: “I pipistrelli infilavano dall’alto il vicolo, uno di loro apriva il volo e gli altri lo seguivano per sperdersi qua e là nel vicolo sino a che non risalivano alla luce e scomparivano.”
Cesaretti è bravo nelle descrizioni. Il lettore ne troverà altre meritevoli. Questa dei pipistrelli si confà alla struttura del romanzo che con i suoi quadretti fa apparire e sparire i protagonisti, insieme con i loro sentimenti e i loro pensieri.
Soltanto con una lenta gradualità ciascuno di essi assumerà la sua posizione di rilevanza, alternandola con quella degli altri.
Diciamo che ogni paragrafo illumina come a teatro la scena nonché il personaggio o i personaggi che la interpretano.

È il caso della visita di Vitte ad Annina, la quale non è andata al funerale del marito ed è restata sola in casa nella speranza che Vitte venisse a trovarla.

La schermaglia tra i due è molto seducente, con Vitte che non vuole cedere al corteggiamento della donna, ma infine Annina riesce a trascinarlo in camera da letto. Quando ne escono Vitte è pentito per quello che ha fatto ed anche adirato, ma Annina, nel tirarlo a sé mentre lui vuole andarsene, gli dice: “Le voglio bene. Abbia pietà.” E lui risponde: “Io volevo baciarla come una sorella”.

Vitte è un personaggio complesso. Di lui si mormora per la presunta relazione omosessuale con il capitano Mezzi, e perfino l’amicizia con  il defunto Orazio, il marito di Annina, è sospetta di omosessualità. Ma la sua resistenza al fascino femminile appare debole e una tale ambiguità veste il personaggio di una centralità che lo fa perno di molte situazioni, a partire da quel disegno escatologico ancora indefinito che Gualterio vuole avviare proprio con lui e con Annina, al punto da farsi mezzano affinché si intensifichino i rapporti tra il sottotenente e la vedova di Orazio, la quale, nello stesso giorno dei funerali del marito, caccia di casa i suoceri per sentirsi più libera.

I rituali fascisti sono messi in risalto sia nel corso della cerimonia funebre, allorché è il federale Guido Locrì (“era un bell’uomo, alto, atletico, simpatico e dall’aria decisa.”) a tenere il discorso commemorativo con gli accenni alla guerra in atto, e agli Alleati che bombardano continuamente, e con quell’esortazione a resistere perché la vittoria è vicina.
La boria fascista la fa da padrone nei conversari che seguono al rito funebre. Chiacchiere e saluti romani si susseguono apparendo sempre più tronfi e ridicoli in confronto alle sorti della guerra, che paiono già segnate.

Nel mentre i militari sembrano attendere con ansia la fine della guerra, la milizia fascista ancora è illusa della vittoria finale: “Noi vinceremo. Noi abbiamo la pelle simile a corazza che regge alle esplosioni delle bombe alleate. Continuino i nemici a colpir chiese e ospedali e civili abitazioni: avranno, o camerati, a far breccia nel nostro cuore? Su, abbiate fede nella vittoria e alla vittoria fate bagaglio.”

Ciano è idolatrato. In qualunque luogo dove si ferma a pranzare non manca mai “un pennoncino non più alto di un lapis, la piccola bandiera nera della sua squadriglia col teschio bianco e le ossa.”
Il federale si fa vanto di averlo conosciuto e di dargli del tu. Con lui è stato a cena una volta: “Oh! Una cena memorabile: c’era di tutto: lasagne al forno, porchetta, verdure tenere di San Remo e carciofini della riviera. E poi sotto coi vini.”; “Entrarono di lì a poco sette ballerine nella sala: chi sa che diavolo là le aveva spinte. E mentre Ciano esce, un colonnello dice alle ragazze: ‘Giù le gonne’; e le ragazze: ‘Obbediamo’”.

Come i soldati anche il prefetto aspetta con ansia la fine della guerra; confida al viceprefetto: “Se almeno gli alleati si decidessero a far tabula rasa di Milano o di Roma o di Torino. Qualcosa succederebbe in Italia. Gli alleati alla radio dicono di aver migliaia e miglia di aeroplani, e poi picchiano le città con venti o trenta bombardieri. Ne mandino una buona volta trecento o quattrocento, facciano dieci o ventimila morti alla volta. E poi, oh, e poi sarebbe la pace in meno di due giorni.”

Con poche descrizioni, Cesaretti riesce a dare l’idea del disordine che si è insinuato nelle istituzioni, e dei contrasti che si inaspriscono ogni giorno di più, rendendo vano il sacrificio degli sfortunati al fronte.

Al contrario della truppa, in qualche modo gli ufficiali trovano il tempo per svagarsi e godersela.
Il capitano Mezzi riesce a convincere Vitte a cenare nella trattoria di Gustavo, un veterano della “guerra del quindici” in compagnia della baronessa Clotilde e di una sua amica, Sandra.

Sono siparietti in cui gli uomini e le donne si rifugiano nella speranza di sopravvivere. Il capitano Mezzi è un buontempone, mezzo poetastro, amante della vita crassa e spendacciona, infatuato del duce, che loda in ogni circostanza.

Vitte è profondamente diverso. Non riesce mai a liberarsi di una sua radicata inquietudine interiore. Raramente sorride, raramente riesce a liberarsi dei suoi pensieri.
In lui prende corpo sempre di più il progetto di Matteo Gualterio, lo confida anche alla Sandra. Si tratta di una cancellazione profonda della attuale società fatta di legami e rapporti inutili e opprimenti: “via i padri, le madri, le sorelle, i mariti e le mogli: tutto quello che nella vita di oggi stride e non ha un senso alle coscienze più agili, disse, Matteo le avrebbe spazzate d’un colpo attuando la sua idea. Avrebbe fatto un ceppo, una comunità nuova. Si sarebbe affermato il verbo dell’amicizia.”
È evidente che questa illusione è figlia della violenza e dell’abbrutimento causati dalla guerra.
La guerra, che è unicamente distruzione consentirebbe, secondo Matteo, la nascita sulle proprie macerie di una società nuova, basata su più aperti e liberi principi.

Anche Annina ne è presa ed è soggiogata da Matteo, i cui ideali l’aiutano a cacciare di casa i suoceri per potersi muovere nel mondo senza doverne rendere conto a nessuno Sapremo addirittura più avanti per bocca di Vitte che “Annina pare che voglia mettersi a fare quello che dicono facesse avanti il matrimonio.”, confermando così quella che fino a quel momento non poteva essere altro che una sensazione del lettore.

Da parte sua, Vitte è attratto dal progetto di Gualterio come se questa nuova rinascita potesse dare un equilibrio, un riscatto ed un senso più armonioso alla sua vita. Gualterio, peraltro, potrebbe sostituirsi all’affetto e al sostegno  perduti con la morte dell’amico Orazio. Un Orazio che ogni tanto gli appare come un fantasma, accentuando la sua frustrazione.

Gualterio è su di lui, e sui suoi soldi soprattutto, che conta per realizzare il suo progetto visionario. Ma è sincera la sua vocazione? O è un profittatore degli ingenui e fa combutta con Annina per irretire Vitte (che tutti dicono un po’ sciocco, lento a capire) e spillargli dei soldi? Dirà a Vitte: “Tu dirai a casa: ‘Se non mi date nulla, mi arresteranno al ritorno al campo. Ho un debito di gioco. Chi sa cosa mi succederà se non lo pago. Andrete di mezzo anche voi. Più me ne date e meno correremo a pericoli’. Supplica, piangi, prega, – urlò. – Ma non tornare a mani vuote.”

Il romanzo pone più di un interrogativo al lettore, poiché i personaggi non assumono mai una personalità definita, e si muovono in un mondo cosparso di contraddizioni e misteri, e proprio in questo limbo quasi evanescente sta il suo interesse.

Ad un tratto viene scoperto perfino il corpo di un aviatore di nome Manvich misteriosamente assassinato. Sapremo solo alla fine i motivi della sua morte.
Le scene che incontriamo di capitolo in capitolo, di paragrafo in paragrafo hanno, dopo quello della guerra, un altro potente motore che le disegna, ed è il messianesimo che ha esaltato Gualterio al punto da impedirgli di vedere i limiti del suo disegno.  A poco a poco l’atmosfera si impregna di fanatismo e di follia. Lo spazio temporale in cui accadono gli avvenimenti è breve, solo alcuni giorni, ma essi sono resi con un dettaglio e una sequenza tali che lo spazio si allunga oltre la storia.

Vitte, come aveva promesso, accompagna Armida e Augusto, i vecchi genitori di Orazio, dalla sorella di Armida, Nunzia, la quale è sorpresa nel vederli, ma non li respinge. Vitte visita anche casa sua, non molto distante e chiede alla madre Virginia se può ospitarli nella casa, che è grande come un palazzo: “Aveva aspetto di monastero o di antico palazzo, forte, massiccio, di un color grigio ferro”.

Virginia è una donna avvizzita, una beghina che ha sempre in bocca il nome di Dio, è trascurata nel vestire e nel badare alla casa, che, come le dice Vitte, odora di muffa, facendo esplodere la madre di una rabbia insana.
Grazie ai pochi ma efficaci tratti descrittivi della donna, il lettore si rende conto da dove provenga l’inquietudine caratteriale del sottotenente. Una educazione bigotta ed oppressiva gli ha impedito di vivere appieno la sua adolescenza relegandolo in una condizione psicologica di rifiuto e di misantropia: “Ricordo tutto, tutti i particolari degli anni passati. E tutte le volte anche che mi sono detto quanto sarebbe stato meglio se tu mi avessi levato dal mondo appena nato. Tutto ricordo. Tanto erano freddi con me i tuoi occhi, e tanto si accendevano quando, dopo avermele date, lui ti pigliava sulla poltrona. Almeno se tu avessi un po’ di furbizia, e se tu fingessi di volermi bene.” Lui è il padre, che si chiama Lorenzo: “aveva due grandi occhi azzurri animati come da una continua fiamma giovanile; sebbene contasse più di settanta anni, ne dimostrava appena cinquanta.”

Virginia e Lorenzo costituiscono una coppia logorata dalla vita, apparentemente uniti (la moglie ogni tanto si sente orgogliosa del marito), in realtà sono chiusi in se stessi, afflitti da un egoismo che rasenta la follia. La fragile serenità del padre, che lascia i suoi averi ai frati affinché preghino per lui dopo la sua morte, e nulla al figlio, il quale, secondo lui, ha già dissipato, è il risultato di una diffidenza nei confronti del genere umano, senza eccezioni nemmeno per la moglie o il figlio. Dirà Vitte: “In casa sono nate le mie disgrazie.” Questa parte che indugia, con una scrittura tutta toscana, sulla famiglia Vitte e ne mette in luce gli scombinati attriti rende assai bene le qualità della narrazione, lineare e al contempo efficacissima, capace di costruire rilievi come in una scultura.

Vitte lascia i suoi con la convinzione che quella specie di fratellanza invocata per l’umanità dal sergente Gualterio possa risolvere tante astiosità, invidie e violenze nel mondo: “La vita sarebbe allora più bella e semplice di oggi; tutte queste tribù di selvaggi e di barbari che popolano la terra, e che a notte si chiudono nelle case barricando la porta e anche armando i fucili, si riconoscerebbero fratelli, e grande sarebbe senza dubbio l’impulso ad amarsi.”

Gualterio ormai domina Vitte.
Del resto, per le debolezze di Vitte non mostra alcun segno di tolleranza, anzi sfrutta a pieno la sua ingenuità, al punto che Vitte non può più fare a meno di lui, lo prende a suo sostegno e conforto: “può succedere che il sole invece di levarsi da oriente pigli a sorgere da ponente; può anche succedere che d’estate nevichi e che i gatti diventino cani: non succederà mai però che io mi stacchi da Matteo.”

Gualterio domina pure a tutto tondo Annina. La esorta al meritricio: “Tutto ciò che farai per esempio questa sera col maresciallo, non piglierà volto di cosa infamante che insozza e umilia le donne costrette al commercio del proprio corpo perché in chiave coll’attuale consorzio. Tu attenderai alla faccenda con nuovo spirito, lo spirito che io comando”.

Da un campo di aviazione, ecco così che escono alla luce le radici nascoste delle ambiguità e delle contraddizioni della vita e di una impossibilità a viverla nella sua purezza redentrice.
Al punto che anche l’ideale vantato e perseguito con tutte le sue distorsioni da Gualterio è in realtà il frutto di una corruzione immarcescibile.
Non mancherà, infatti, pure lui, di profittare di Annina, e dopo averci fatto all’amore, le dirà: “Vivremo poi dividendo ogni frutto e pena; tu sarai di Vitte e nello stesso tempo di ogni affezionato marito; e figlia sarai del tuo amante.”

Gualterio (“In caserma io ero ben visto da tutti”) si è saputo conquistare la confidenza di molti ufficiali tanto dell’esercito, a partire dal colonnello Nuoto, quanto della milizia, come il centurione Allievi e da questi rapporti sa ricavare notizie utili per i suoi piani.
Deciso e rude (per esempio con il capitano Mezzi) liscia il pelo dove sa di trarre profitto.
Il personaggio è di quelli che riesce a sfuggire ad una classificazione definitiva, un po’ imbroglione, un po’ fanatico, perfino ossessivo ed intollerante; ma di questa indecifrabilità, di questa inquietudine maligna, sono intrisi un po’ tutt’e tre i protagonisti, compresi quindi Vitte e Annina, e la loro presenza sulla scena si alterna a mostrare una contaminazione dagli esiti incerti. Gualterio arriverà perfino a dichiarare al capitano della milizia Allievi, che gli elogia Vitte, di non conoscerlo.

Nella conversazione tra i due emerge che molti stanno già pensando a disertare per tornare a casa. Salvo il capitano della milizia Allievi, ancora entusiasta e fiducioso, tutti gli altri non credono più nella vittoria finale. Allievi racconta di un razzo, di una potente arma segreta in fabbricazione in Germania con la quale si potrebbe bombardare in un baleno Londra e perfino l’America. Ma l’aria che si respira è quella della sconfitta, e così il pensiero di una fuga si fa sempre più insistente.
Nel campo di aviazione è comunque da un po’ di tempo che si intriga. Alcuni, come Rabach e Tomilianovich, lavorano a convincere i commilitoni alla diserzione in favore della partigianeria che andava organizzandosi al nord, in specie ad Istria e dintorni. Una partigianeria comunista.

Il piccolo aeroporto diventa così il concentrato fervido di una turbolenza che dilaga e produce le prime crepe destinate ad allargarsi.
La diserzione in atto assurge a tema di primo piano e capiremo come alcuni misteri, quale l’assassinio di Manvich, che ci hanno accompagnato nel corso della lettura, siano legati ad esso. Tutto nell’ombra, dunque, proprio come un volo di pipistrelli. Fino al tragico epilogo.

“Lucido e buio”, 2015

Nel mio volume sugli scrittori lucchesi inserii già Gino Cesaretti scrivendo del suo romanzo “I pipistrelli”, edito da Einaudi. Per ogni autore, salvo qualche eccezione, scrissi di un romanzo solo, visto anche il mio modo tutto particolare di fare critica. Perché, dunque, mi interesso di nuovo a questo narratore della mia terra? Il libro vanta già la prefazione della bravissima Daniela Marcheschi, mia conterranea, e ciò basterebbe ad onorarlo presso i lettori. Ma il fatto che quest’opera, finita di stampare per i tipi dell’editore bergamasco Bolis Edizioni nel novembre 2015, abbia visto il suo autore, che vi lavorò sin dagli anni Sessanta, scomparire appena qualche settimana dopo, ossia il 13 dicembre 2015 (era nato a Lucca il 21 marzo 1917), mi ha spinto a rendergli il mio saluto nel modo che so fare meglio. L’autore fece appena in tempo a ricevere la prima copia del libro il 5 dicembre 2015, consegnatagli direttamente dal figlio Paolo, al quale si deve il meticoloso lavoro filologico nella  costituzione di ciò che potrebbe definirsi l’edizione critica del testo, avendo lavorato sulle diverse versioni che il padre aveva aperte sulla scrivania nel 2006 allo scopo di pervenire all’edizione finale, ma fu interrotto da un doloroso episodio cardiaco.

Il libro è diviso in tre parti. Procediamo, perciò, con ordine.

Chi vive oggi a Lucca e conosce il paesaggio che compare fuori di Porta Elisa rimane soggiogato da quello descritto nelle prime pagine: un paesaggio agreste, in cui si svolgeva una vita contadina della quale i coniugi Lorenzo e Virginia Vannucchi, gestori di una bottega-trattoria (in verità era Virginia a mandare avanti il tutto mentre Lorenzo il giorno lavorava in officina), erano ad un tempo protagonisti e spettatori. Come guardare Lucca su cartoline che hanno fermato il tempo e ci rivelano, come accade con le scoperte archeologiche, il substrato di una civiltà che è giunta all’oggi grazie alla forza delle sue fondamenta. Cesaretti è preciso e minuzioso, come lo è l’archeologo che col pennello ripulisce e mette a nudo ciò che era scomparso.

La scrittura è esatta e pietrosa insieme, refrattaria ai fronzoli. Vi si descrive una famiglia i cui sentimenti nascondono qualcosa di trattenuto e che avvertiamo pericoloso ove dovesse passare il segno. Lorenzo è geloso di Virginia, sempre corteggiata dai clienti, il figlio è spesso punito dal padre che lo considera uno sfaticato, come è considerato scansafatiche il suo amico Fulvio, amante della pittura. Addirittura si scopre che Filippo è un ritardato mentale (dal “cervello sbrindellato”), mentre Lorenzo è così fiero di se stesso che si è rivolto ad uno specialista di araldica che, dopo lunghe e costose ricerche, gli rivela che la sua “pianta affondava le radici nella stirpe di Augusto.”. Accade cioè un po’ come si legge nel grande romanzo di Thomas Hardy: “Tess dei d’Urbeville”. Virginia, invece, coltiva un’altra illusione, ossia “che suo figlio poteva colmare certe lacune con un’adeguata istruzione.”, visto il suo interesse per i libri e la lettura. A metterle in testa questa idea è il professor Adamolo, che in questo modo, pieno di debiti com’è, riesce ad ottenere prestiti da Virginia, e anche a non pagarli. Finisce così di consigliarle un’ insegnante privata, Adele Lappona, che ha, ancora nella culla, un bambino deforme, nato da una relazione finita male. Quando Adele entra in casa, ci accorgiamo che la famiglia di Lorenzo e Virginia si trasforma in un concentrato di rapporti tutti sollecitati e inaspriti da invidia, sospetti, ammirazione, riservatezza, emulazione ed altro ancora che ne fa un vespaio pronto a sfogarsi in un qualche guazzabuglio di sentimenti. Cesaretti ha disegnato un minuzioso affresco ricco di coloriture d’ogni specie, da quelle più accese a quelle meno esposte, ossia più in ombra e reticenti. A proposito di Lorenzo e Virginia scrive: “Sebbene marito e moglie sembrassero male assortiti, in realtà erano di taglia affine e non a caso dormivano nello stesso letto da tanti anni.”. Non viene mai meno, comunque, l’atmosfera di quegli inizi del secolo, che si respira ad ogni descrizione e ad ogni movimento.

È Adele che spiegherà il significato di Lucido e buio, che dà il titolo al libro: lucido è ciò che è apparente e caldo, il buio ciò che non appare, ma se anche il buio è provvisto di calore, pur esso diventa lucido. E prosegue: “Ogni forma esistente definisce, attraverso il contributo del tutto occasionale degli ingredienti sparsi a piene mani nelle miniere della natura, profilo e consistenza della propria struttura e secondo regole di attrazione e di repulsione proprie delle cariche elettriche.”. Così Cesaretti cala in Adele le proprie conoscenze scientifiche, grazie alle quali occupò per anni posti di rilievo presso Mondadori occupandosi di materie scientifiche e tecniche. Dagli altri componenti della famiglia è considerata un’intrusa (addirittura le due serve Annina e Lena arrivano a percuoterla), ed anche Virginia, che pur l’ha scelta come insegnante di Filippo, comincia a nutrire nei suoi confronti un certo astio, visto che Adele si mantiene sulle sue e non le dà molta confidenza. Filippo si avvede di tutto questo e il suo debole cervello, anziché schiarirsi, si confonde sempre di più. Le stesse lezioni di Adele sul lucido, sul buio e sul calore, in specie sulle scariche elettriche, producono in lui dei turbamenti: “le turbolenze disarmoniche alterano lo stato stabile e di apparente normalità della mia testa infiammandola con la visione di un mondo nel quale sono immerso sino al collo e nel quale purtroppo continuo a muovermi; un mondo non conciliabile con quello che avverto solo in alcune circostanze e in modo appena percettibile come i battiti del polso di un neonato.”. Ci si domanda che cosa Cesaretti intenda sperimentare in Filippo, la cui mente non parrebbe adatta a ricevere insegnamenti così specifici, e nei confronti del quale Annina e Lena lo ritengono più adatto a lavare e sciacquare i piatti in cucina. Sono forse le ambizioni della madre Virginia a scatenarsi in qualche modo, come scariche elettriche, sulla mente del figlio? Ora Filippo: “Affrontava e discuteva con la domestica istruita da pari a pari argomenti ardui.”. E ciò si ripeterà, come vedremo, nei riguardi di altri personaggi.

Quando Adele se ne va in un’altra città, il malessere di Filippo si riflette sulla madre, che riprende a preoccuparsi di lui. È diventata pelle e ossa a causa delle bizzarrie del figlio. E anche dopo che se ne è andato in un’altra città il medico di manicomio Digiovanni, che lo ha avuto in cura per qualche tempo, ci accorgiamo che la mente di Filippo è qualcosa di speciale, oggetto di esaltazioni, paure, insicurezze, convincimenti che si intersecano come scariche elettriche. Il cervello di Filippo si trasforma così in una delle analisi più insistenti su cui l’autore opera, come se si servisse di uno spettro di laboratorio. Paesaggi, personaggi diventano degli ectoplasmi la cui composizione e scomposizione dipendono dalle luci e  dalle ombre della mente di Filippo. Ci domandiamo perché; e la risposta dobbiamo ricercarla in alcune pagine prima, quando si legge: “Perché Mussolini si è imposto e ora governa? Perché le cariche elettriche hanno attivato le deboli cariche di eguale natura presenti in noi nel tentativo, riuscito, di ravvivare scambi sino allora impensabili. Non c’è dubbio. Gli italiani attendevano questa antenna che trasmette energia e ravviva la sopita certezza di essere non solo i legittimi figli dell’antico impero romano, ma di tutta la nobile e irripetibile civiltà accumulata nel trascorrere dei secoli.”. E questa può essere una lettura adeguata?, ossia: gli italiani erano nella loro maggioranza nella condizione di Filippo? Erano in attesa, cioè, di un’antenna che convogliasse su di sé le scariche elettriche che  invadevano il loro cervello? Credo di sì. Il quadro era tragico, indubbiamente, e fu altrettanto tragica la dittatura che ne seguì.

Con la messa a fuoco del personaggio di Quinto Poccianti, giornalista e scrittore che ha la presunzione di sapere tutto del mondo (“difficile e insidioso mondo controllato dai letterati.”) ed in specie dell’Italia, il fascismo di quegli anni viene disegnato, altresì, attraverso la disanima degli artisti lucchesi e non lucchesi suoi contemporanei. Ce n’è un po’ per tutti. Si salva in particolare Giacomo Puccini, che ha saputo ricordare con le sue opere “la dolcezza, il dolore, la dignità e i vizi dei suoi concittadini.”. Severo con Quasimodo, lo è di più con Pea, e vale la pena riportare l’icastico brano che dà conto, non solo del carattere di Quinto Poccianti, ma anche della variabilità della scrittura di Cesaretti che, quando vuole, può raggiungere livelli di sferzante intensità: “Quando scendeva nella vicina città, talvolta intravedeva l’artista seduto a un tavolo del caffè, un tempo caro a Giovanni Pascoli. Di regola egli vi entrava alle dieci del mattino e si levava al tramonto. Così, almeno raccontava a Gregorio. Lo scrittore dalla barba lunga e con il quaderno in mano vi mangiava pure una scodella di minestra a mezzogiorno dimenticando di togliersi il cappellino di cencio dalla testa. Un Pea immaginario: dopo insolite esperienze di lavoro, lo scrittore di Seravezza aveva infine trovato un posto fisso per sbarcare il lunario.

Attirava con la sua presenza la gente davanti alla vetrina per indurla a entrare. La consumazione della bibita consentiva agli occasionali clienti l’esame ravvicinato di esemplare tanto raro come nei baracconi delle fiere accade con i babbuini e con altri animali poco noti delle foreste.”.

Gregorio Del Bianco è un giovane ex seminarista che Quinto prende sotto la sua protezione, riconoscendogli una buona cultura e una inclinazione allo studio degne di essere apprezzate: “Lo considero per la comune cultura umanistica mio fratello di latte.”. Gregorio vaticina la fine del matrimonio, come di tante altre consuetudini e certezze care alla società, ma Quinto, quando Gregorio viene chiamato a lavorare in una casa editrice romana, gli raccomanda di levarsi di testa certe ubbie e di farsi più malleabile.

La teoria dei lucidi ma soprattutto dei bui i quali ultimi assumono parvenza solo con il calore consente a Cesaretti di intrecciare tra loro, come se fossero scariche elettriche, personaggi che ogni volta che appaiono sulla scena lo fanno da protagonisti pervicaci non disposti a fare un passo indietro, bensì a mantenersi sul proscenio, cacciativi poi da un’altra sorgente di calore, la sola capace di farli cedere. Si potrebbe anche dire che all’emergere dentro il cono di luce di un personaggio corrisponda la calata nel buio degli altri. Questo gioco di luci e di ombre capita soprattutto ai giovani: Filippo, Fulvio, Gregorio, Fiaschi, Egle, Giacinto. I padri e le madri, gli zii e le zie, i più anziani, sono coloro che li spingono sul proscenio. Un filo rosso sembra, ad ogni modo, attraversarli e imbastirli insieme: il desiderio di un’avventura nuova, rispetto al tran tran della vita, annidata in forme eterogenee e variabili nel loro cervello irrequieto. Di Giacinto si legge nella seconda parte: “Giacinto era ogni volta da scoprire. E quando si ammetteva di averne definito la fisionomia, riemergeva sotto altro aspetto. Sembrava che dovesse aprirsi e si apriva quando si poteva supporre che sarebbe rimasto arroccato.”. Di Gregorio leggeremo: “Nella mia testa è un continuo scoppio di pensieri, essi solcano il firmamento, brillano pari a comete prima di perdersi nello spazio. Che può interessarmi di ciò che mi circonda e m’imprigiona?.”. Cesaretti si fa psicologo e psichiatra di una gioventù che si trova a crescere in un campo, qual è quello del fascismo, in cui l’ordine che vi si vuole inserire è scombinato rispetto alle loro eclettiche volontà. Il romanzo risulta così espressione di un percorso pieno di spigolature, asperità e umori.

Ad un personaggio femminile, Adele (che, lo si ricorda, sarà anche insegnante di Filippo), che da una relazione con un tedesco sposato, ha avuto un figlio deforme, e che sconta un passato “ricco soprattutto di delusioni, di amare rinunce e di dure realtà.”, l’autore affida la descrizione di Lucca e dei suoi abitanti: “Non dimentico che io stessa soggiaccio alle regole della mia città; che rassomiglia a una grossa cipolla, ogni suo abitante tale a uno dei sottilissimi veli che si addossano l’uno all’altro e formano il grosso e impenetrabile bulbo. È difficile separare i veli, bisogna ficcarci le unghie e strapparli, con la lacerazione dei tessuti si leva purtroppo l’acre odore che fa lacrimare.”. Che è descrizione originale, e nello stesso tempo efficace e vera. Il flusso della narrazione ci porta poi a Roma, dove a poco a poco confluiscono, anche a fasi alterne, i nostri protagonisti. Dirà Quinto: “Che Roma sia diventata una colonia dei miei concittadini?”. Per chi ha ambizioni e slanci è a Roma che ha modo di mettersi in evidenza. È lì che s’aggrovigliano raccomandazioni, scambi di favore, rivalse, ascese e cadute. Cesaretti ce lo ricorda, facendo della città eterna una capitale da basso impero, aperta e adatta a chi sa pervenire a compromessi con la propria dignità, il proprio orgoglio e i propri convincimenti. Ne è colpita anche l’immagine della famiglia, dove non mancano intrighi, tradimenti, in cui le amanti o gli amanti non sono tenuti segreti, e corrono sulla bocca di tutti. L’aria è corrotta dappertutto; però, non solo a Roma, ma ovunque, anche a Lucca, se ne risente. Sono queste, sugli amori, i tradimenti, lo sgretolarsi dei legami tra persone che si sono prima unite e poi divise, le pagine in cui a più alto livello si esprime la scrittura dell’autore, dipingendo con efficacia intricati incastri tra il boccaccesco e il tragico. Ma anche altrove (si pensi al volo di addestramento di Filippo con il comandante Florio) Cesaretti mostra una malleabilità e una padronanza di scrittura la quale, pronta ad ogni circostanza, riesce così a produrre echi e suoni differenti. Si legga questa descrizione: “Un vento fastidioso, caldo, nero come la torba filava sulla piazza sottostante e di tanto in tanto precipitava nei buchi aperti come voragini dalla massa d’aria che rifluiva infiammata verso l’alto. Le fiancate dei palazzi circostanti premevano a ridosso dello slargo che dalla finestra apriva a fughe di scalinate e di alberi, l’ombra da quella parte era densa come nel fondo di una gola di montagna, una tempesta di polvere spazzava la piazza, lo scirocco rinforzava e nubi avanzavano.”. Si legga anche la lunga descrizione del baccanale all’inizio del capitolo 14, nel quale s’inserisce pure un ordito di corruzione intrecciantesi, e continuamente rinnovantesi, tra ministeri, singoli gerarchi e imprenditori. O la descrizione dell’aereo SM79, detto ‘il gobbo’ nel capitolo 15.

Se abbiamo respirato l’atmosfera che il fascismo ha impresso alla società (il personaggio di Fiaschi è come un ago che va a ricucire dappertutto tale atmosfera, come del resto l’imprenditore Zeffiro Malavasi), Cesaretti ci ricorda anche che tutto questo accade mentre è in corso una guerra che ci vede perdenti e malamente guidati. Del resto alcuni dei nostri protagonisti li ritroviamo insieme mentre frequentano corsi di addestramento per diventare piloti militari. Nel salotto romano della nobildonna Evelina Alba, zia di Giacinto, della guerra si parla animatamente talché essa va consolidandosi da sottofondo a palpabile protagonista: “tutti attendevano la rovina finale come fenomeno sismico quotidiano di crescente intensità”. Fino ad avanzare sul proscenio mostrandoci come su una mappa lo schieramento di aerei, di navi da guerra e di navi mercantili da una parte e dall’altra, vicini allo scontro. Che avviene tra il mare di Sardegna e il mare di Sicilia. Filippo è alla guida di un SM84, tuttavia la sua testa è quella di sempre, schiava di fantasticherie. Ma la guerra gli sta di fronte: “Volava ormai sopra le nubi e il sole lo avvolgeva. Da una parte, a destra, in alto nel cielo, centinaia di aerei alleati battevano le loro ali tutti insieme tanto erano stretti l’uno all’altro, pari a immensa lingua di serpente, altri aerei lanciati dalle navi alleati accorrevano, battevano le ali e il suono metallico rimbombava sotto la volta celeste.”.

Anche la morte di Fulvio, richiamato alle armi, che avviene per un incidente d’auto, è il prodotto avvilente e tragico della guerra. La terza parte ci accoglie con descrizioni, ancora una volta, suggestive di una Lucca a cui ritornano alcuni protagonisti, tra i quali Filippo per una breve licenza. In realtà, ci avvediamo presto che la morte di Fulvio diventa il preludio di una morte più generale che si allunga tetra e cinica e si fa sentire come il crescente spegnersi di un respiro. Vuoi per l’instabilità mentale di Filippo, l’inquietudine di Flora, la tragicità di Egle, il messianismo di Gregorio, la solitudine di Adele, l’intristito orgoglio di Virginia, la presenza dei rumori della guerra (“Bombardamenti a tappeto degli alleati avevano infierito in quell’agosto sulle principali città”), il romanzo si permea di una cenere sotto la quale la fiamma si va estinguendo per lasciare il posto ad un pessimismo senza alternative. Della trasformazione, fino quasi a somigliare a Filippo, di Giacinto, la zia Evelina dirà a Adele: “Ho intravisto in lui non come l’altra forma di ciò che è lucido, ma il buio privo di tutto quello che per sua natura è intimamente radicato nelle cose lucide. Il buio fonte di buio, come se Giacinto si fosse imbarcato su una buia nave e il vascello, recisi gli ormeggi, fosse scomparso nella notte.”. Sono pagine intense, come pure sono pagine di grande bellezza narrativa quelle che vedono Filippo vagare tra le tombe nel cimitero monumentale di Lucca.

L’autore ci dice, però, che qualcosa si sta muovendo: parecchi giovani si rifugiano sulle montagne, intenzionati a “far piazza pulita di tanti manigoldi.”. Sono i primi segnali che daranno vita alla Resistenza. I tedeschi, subito dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, hanno preso a catturare i soldati italiani e nei cittadini comincia a serpeggiare il dubbio che un nuovo periodo si sarebbe aperto di sofferenza e di lutti. Non solo lo scontro tra italiani e tedeschi, ma anche lo scontro tra italiani rimasti fedeli al fascismo e le nuove formazioni partigiane: “era probabile che presto si sarebbe sparato tra italiani e italiani”. L’armistizio ha gettato il Paese nel caos: “Le corriere erano affollate fino all’inverosimile. Famiglie intere cariche di valigie, di fagotti, di pacchi accatastati sui tetti di queste vetture o delle auto, dalla città sfollavano nei paesi della campagna dove non passava la linea ferroviaria.”.

In questo romanzo la tragicità della guerra resta sempre in simbiosi con i suoi protagonisti. Più essa è cruenta più i personaggi principali la patiscono nel loro intimo, fino ad esserne sconvolti e travolti. I sentimenti sono annullati, se non addirittura annientati. Si veda cosa accade tra Lorenzo e Virginia: una consunzione con poca speranza di guarigione, mentre i bombardieri alleati passano nel cielo sopra la loro casa. Il fascismo, le sue esaltazioni, i suoi errori hanno prodotto distruzioni materiali e spirituali: cenere. Ci vorranno anni per ritornare alla normalità.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart