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Cialente, Fausta

7 novembre 2007

Ballata levantina

“Ballata levantina”

Baldini Castoldi Dalai, pagg. 383. Euro 15,20

Fausta Cialente, nativa di Cagliari (1898), morta nel 1994 in Inghilterra, che vinse il Premio Strega con il romanzo “Le quattro ragazze Wieselberger (1976), ha ambientato di nuovo, nel 1961, dopo “Cortile a Cleopatra” del 1936, il suo romanzo alla foce del Nilo, in una Cairo e in una Alessandria ancora dense di atmosfere coloniali, e prima di far entrare in scena la nonna della protagonista, una prostituta d’alto bordo arricchitasi, è a Livia – che sarà così importante nel corso e a conclusione della storia – dall’accento romanesco, e alla sua povera casa, che rende omaggio: burbera, “Avvolta in una veste scolorita che mal conteneva il ventre rotondo e le ampie mammelle, in testa un largo fungo di paglia tutto sbertucciato”.

È con questo personaggio, infatti, che facciamo il nostro ingresso nel mondo levantino dell’antico Egitto, dove esercenti ebrei, greci, italiani si univano agli arabi in un colorito e formicolante paesaggio umano, in cui ciascuno si ritagliava con frenesia ed astuzia il suo spazio vitale. È presso di loro che Livia ha acquistato i barattoli di pomodoro, tonno, marmellata che ora son finiti davanti alla finestra che dà sul mare pieni di menta, basilico, rosmarino e di mille altre utilità domestiche.

Così che quando la piccola Daniela, la protagonista, rimasta orfana dei genitori periti tragicamente, lascia la casa di Livia, presso la quale (e soprattutto presso suo marito Matteo – figlio di una prostituta d’alto bordo, Diamante – verso il quale nutriva un affetto filiale) va ogni giorno a trascorrere molte ore della sua giornata, e fa ritorno dalla nonna Francesca, e la vede scendere le scale “con leggerezza incomparabile” accompagnata dal “tintinnare dei braccialetti, il fruscio della seta, l’appassionato guaire dei cani”, con la serva Soàd che “la seguiva a distanza di due gradini recando le grandi borse ricamate, gli scialli, i cuscini” e poi veniva “il gruppo delle donne”, che eran perlopiù “sarte, pettinatrici, infermiere, o soltanto vecchie confidenti, antiche usuraie o mezzane”, quasi tutte “indovine”, furbe e rivali tra loro, che aspettavano “l’ora di esser ricevute per una prova, un massaggio, o qualche cosa di più segreto”, noi siamo già immersi, senza dover attendere un qualche indugio, nei profumi e nei modi di una ballata levantina.

Entrata in scena la nonna, “La mantenuta”, da giovane “bellissima” che, quando si arrabbiava, “si metteva a gridare improperi in milanese”, essa si prende subito tutto lo spazio e si trasforma in musica e parole della ballata, attingendo alle oscurità mitiche di un oriente vivificato dagli occulti fantasmi di un’esistenza che ci scorre a fianco e di quando in quando fa sentire il suo richiamo: “guardavo dove guardava lei, intimorita, come se anche per me dovessero sorgere i fantasmi che lei aspettava […] era lei che segretamente li chiamava a colloquio?”

Tutto, pur essendo reale e affidato alla memoria, acquista la parvenza di un sogno intravisto in lontananza, quasi una miniatura di scene e personaggi lievi, che sussurrano anche se paiono gridare, che hanno movimenti lenti, anche se sono ansiosi e frenetici; si rifiutano di far rumore, insomma, o i loro rumori sono comunque attutiti da una traslazione della realtà che sfuma nel sogno sempre fiabesco ed irreale (“Per molti dei suoi aspetti quell’epoca, così descritta, mi pareva più lontana di quanto mostrassero le date che la nonna via via sgranava”), e la villa della nonna, così minutamente raccontata, è la casa che contiene il mondo intero e perfino i fiori non si distinguono (“languidi e sornioni si gonfiavano d’acqua”) dagli esseri umani. I moti del 1892, quando gli indigeni si ribellarono agli inglesi perpetrando un massacro di civili, che ogni tanto affiorano nel ricordo, hanno la stessa fiabesca lontananza. Chissà perché ho la sensazione di percepire momenti e sensazioni vissuti nel corso della lettura di “Menzogna e sortilegio”, quel gran libro di Elsa Morante, dove, come qui, la memoria non si limita a proporsi e divenire sorgente di vita, ma della vita disegna, visibile e tuttavia insondabile, il mistero. La scrittura della Cialente pare intenta a tessere una trina, vigile e delicata sempre. Le stesse scene di violenza (ad esempio, quando la nonna s’arrabbia con la piccola Daniela e la batte) paiono sortire da una provetta ricamatrice che sa di intagliare “un incantevole ricamo”, e ricomporre ogni cosa nella bellezza dell’arte. La descrizione della schiava liberata Soàd, che da giovane “era stata bellissima, ed aveva avuto un corpo stupendo”, è un esempio tra i più alti di questa raffinata qualità dell’autrice, peraltro non isolato, e lo ritroviamo, infatti, nella sua lucida perfezione, anche nel ritratto, alla fine della seconda parte, di Angèle e, più avanti, in quello di Madame Léontine; o dei laghi salati del Mariút o del Cairo visitato da Daniela in compagnia di Peter.

La fama di mantenuta acquisita dalla nonna, che veniva vistosamente evitata, nonostante la sua apparente ricchezza, dall’alta società del Cairo, una volta che Daniela ne viene a conoscenza, provocherà del risentimento e dell’inquietudine in lei, influenzando la sua crescita. Così, dalla matronale presenza, che pur permane per tutta questa parte, della nonna, prende sviluppo a lenti passi la figura della bambina, che ora si guarda intorno con una curiosità che non è più strettamente legata alla sua infanzia, ma già più adulta di quella delle sue coetanee, giacché progredita nel solco di una delusione non solo imprevista ma, anziché patita, fortemente avversata.

È, la sua, un’esperienza che matura nel particolare ambiente levantino, indecifrabile, sottile, chiuso nei misteri e nelle suggestioni degli harem, degli eunuchi, dei profumi domestici insoliti: “ci coglievo sempre un odorino d’aglio e di montone, di fritture dolci e d’incenso”, che rende la sua crescita di bambina occidentale, dall’Italia trapiantata, dopo la morte dei genitori, in Egitto, nutrita dalle curiosità e dalle intraprendenze di una personalità già avvertita dell’urgenza di una preparazione e di una attenzione alla vita necessarie, se non proprio al riscatto sociale, alla sopravvivenza. Il convincimento, ossia, intuito precocemente (“intanto io vengo su, cresco lentamente”), di un rapporto conflittuale con la società destinato, forse, a riflettersi e permanere con i singoli. La prima prova non tarda a venire, ed è con Gilbert che, quando la conosce, le domanda subito, a proposito della nonna: “Era una ballerina, no?”; e il tragico rapporto che nasce con questo ragazzo francese le suscita “il presentimento che la vita non era né poteva essere così facile, dolce e bella”. Il romanzo pare respingere ora la cornice smagliante e suggestiva con la quale ci aveva introdotto nel mondo misterioso dell’oriente, e si ha l’impressione che si attutiscano i suoi profumi, come se la crescita di Daniela si innestasse al centro di un percorso meno particolare e più universale, e tuttavia profondo, con avvisaglie inquietanti rese dai languori e dalle sensibilità tutte femminili che pervadono ora la scrittura della Cialente. L’educazione che la nonna cerca di dare a Daniela è tutta riflessa sulla propria esperienza di mantenuta, e sono gli uomini, e non altro, l’esclusivo oggetto di questa educazione, e tuttavia i consigli della nonna non si trasformano mai, come a prima vista sembrerebbe, negli stessi che le mamme di ogni tempo impartiscono alle loro figlie. Che cos’ha Daniela di diverso, allora, per suscitare il nostro interesse? È che troppo presto la sua visione del mondo si radica in lei, “una gran bella ragazza”, esclusivamente al negativo, senza gioia, dopo la piccola parentesi del ragazzo Gilbert: “imparavo così che l’egoismo, la libidine, il ridicolo, la sozzura, stanno quasi sempre nascosti nel carattere o nella sorte della gente”. La stessa Livia, donna emancipata, che subentra alla nonna nella sua educazione, con una diversa visione della vita e degli uomini, non riesce a dissipare in lei il convincimento che “la vita doveva essere un continuo affanno.” Sono dunque già così lontani i profumi dell’oriente, che riuscivano a stordire la sua infanzia? Anche il fascismo entra nella sua vita, e sarà Matteo, il marito di Livia e figlio di Diamante, a parlargliene, facendole capire che tutti quei consoli in camicia nera che frequentavano la nonna, altri non erano che marionette al servizio del “pazzo urlante”, ossia di Mussolini, e l’Egitto si colora del ricordo dei fuggiaschi dell’Ottocento, dopo i moti del ’48, che “s’imbarcavano sui velieri” che da Barletta, Taranto, dalle coste della Sicilia, “dopo settimane di viaggio sbarcavano in Egitto”, “avvolti nei ferraioli, con larghi cappelli e lunghe barbe”. “I fascisti ignoravano, o fingevano d’ignorare, se erano un po’ meno somari dei più, che grazie a Venezia e a Firenze in tutto il Medio Oriente la lingua diplomatica era stata, assai prima del francese, l’italiano.”

La memoria è la grandiosa affrescatrice di questo romanzo e i suoi pennelli variopinti sono gli stessi personaggi, alcuni dei quali dànno il titolo alle cinque parti in cui è diviso. Essi si rivelano come quinte di cristallo dietro le quali si ricompone il più vasto palcoscenico di un Egitto coloniale, ove alle usanze millenarie si sono mescolate quelle dei vari colonizzatori.

Se dietro la nonna noi intravediamo una classe agiata, viziosa e chiusa nei suoi rituali (“un mondo levantino, diviso in caste e colonie”), allo stesso modo che la intravediamo dietro la collerica e gelosa Angèle, la “biondomadreperlacea”, dall’ “imperiale bellezza” e dalla voce di vecchia meretrice, dietro le accuse di Matteo noi veniamo a conoscere la vanagloria e l’arrivismo di gerarchi che pensavano di conquistare il mondo con il nulla della loro ipocrisia, nonché i segni di una consapevolezza che lo sfruttamento coloniale doveva finire un giorno, perché indegno “e la collera di questi miseri sarà rivolta prima di tutto contro di voi, ebrei o stranieri che siate…”; “Gli stranieri hanno fatto qui un mucchio di quattrini, è vero soprattutto questo.”; e dietro la figura di Livia, sua moglie, scopriamo la caparbietà di una donna dalla personalità prorompente che cerca di sopravvivere e di imporsi laddove le donne sono considerate e rispettate meno che niente: è lei che visita i malati e i poveri, soprattutto i bambini, nei tuguri: “Morivano, mi diceva Livia, col loro piccolo intestino distrutto dai vermi, dalle amebe; o erano accecati dal tracoma. Nessuno li piangeva.”

Eccoci al punto, dunque, e sarà proprio Matteo ad illuminare la coscienza di Daniela, ad aprirle gli occhi: “quando s’incontrano per strada, l’automobile del pascià e il fellah sul somarello, non si vedono. Pare incredibile, no? Due mondi che si sfiorano e non si scontrano mai.”; “Ma il grande mutamento di scena è per via”. La crescita di Daniela sta per prendere una direzione precisa, ora, e tutto pare finalmente delinearsi dal momento in cui, dopo i discorsi uditi in casa di Matteo (un “casotto di stuoia” dove ci si organizzava contro il fascismo), Gilbert, il suo primo amore morto tragicamente, in sogno, uscito dal mare in groppa al suo cavallo, le dice parole che si incideranno nel cuore della ragazza: “Non sai com’è solenne e misteriosa la morte, Daniela. Non mi aspettare. Bacia qualche altro ragazzo. Non aver paura.” Ha diciotto anni, quella che all’inizio del racconto era una bambina; e mentre si accinge a orientarsi nella vita, gli uomini, essendo una bella ragazza, si fanno avanti. Ancora si sente sola, tuttavia. Cercare di misurarsi sulle vite degli altri non è facile, tanto più non lo è in quell’ambiente così eterogeneo, anche quando, venuta in vacanza in Italia, presso la villa sul lago, nei pressi di Milano, crede di poter trovare la sua identità evitando gli altri e fuggendo: tra “cerri e castagni salivo rapidamente la costa del monte, mangiavo la frittata nel pane sui mille metri, guardando in basso i toni azzurri del lago”. È nel corso di questa vacanza che sente tutto il peso di una vita condotta “lontana dalla patria”, che “aveva forse inciso sui miei sentimenti, mi dicevo; non li sentivo pieni e compatti come avrebbero dovuto essere”. Il mondo delle caste chiuse, dei privilegi difficili a guadagnarsi ed impenetrabili, la segue anche lassù, e la tormenta. Come pure, quando vede passeggiare per Milano “tutti quei gerarchi” e sa di dover “stare attenta a non parlare, a non rispondere più che tanto”, avverte il primo stridore di una giovinezza incompiuta: “Vedevo piuttosto la rassegnazione, e soprattutto l’indifferenza; mi costringevo a ricordare gli esuli, i fuoriusciti, i carcerati, dei quali spesso parlava Matteo, e i libri che mi aveva fatto leggere”. Non è la crescita di una ragazzina qualunque, perciò, e tutto quel rumore che la circonda, lumeggiante e misterioso, produce in lei solo solitudine: “Adesso il viaggio era finito e la solitudine continuava a mostrarmi il suo volto maligno.” La scrittura della Cialente resta sempre leggera, come se Daniela, affacciata sul mare di Alessandria, ne fosse affascinata al punto, però, da provare terrore per le sue profondità. Le profondità che intuisce nel suo cuore, ossia. La schiuma che circonda la nave dei suoi viaggi, infatti, e quella stessa sollevata dal piccolo Gilbert che ogni tanto compare in sogno, in groppa al suo cavallo uscito dalle acque, sono le righe suadenti e fascinose, spumeggianti, di questa scrittura. Sentiamo che vorremmo tuttavia scendere sotto il livello del mare, e che gli occhi di Daniela ci accompagnassero in quel viaggio nel buio di acque che stanno tessendo anche la nostra crescita. La Cialente sembra ogni volta annunciarci il coraggio di quella immersione, e intuiamo che avverrà, e quell’attesa, sentita da Daniela altrettanto intensamente quanto da noi, è uno dei punti forza del romanzo.

L’autrice non manca talvolta di tessere un ordito così preciso e puntuale da rievocare alla nostra mente le pagine in cui, ad esempio ne “L’Assommoir”, Zola descrive il lavatoio, o la fabbrica di chiodi, o, lì e altrove, i quartieri miserabili di Parigi. Questo richiamo si avverte nel capitolo secondo della terza parte, quando la Cialente, partendo dalle voci delle lavandaie, e dopo aver descritto quell’ambiente, ci fa salire all’appartamentino di Daniela e lo fruga ed indaga come sapeva fare proprio il grande narratore francese. Significa qualcosa? Che la Cialente ha più di un registro narrativo, che tiene a bada o esalta a suo piacimento. Non è poco. Non solo: quando Daniela comincia a percepire le affinità con la nonna, bella e corteggiata come ora lo è lei, ci pare di avvertire le pulsazioni che poi scateneranno le inquietudini di Emma Bovary. Daniela si accorge che “Un suo gesto, un suo sorriso o il contrario, il suo semplice apparire, potevano sbiancare il viso d’un uomo, velargli lo sguardo, fargli piegare le ginocchia; e ciò l’aveva sconvolta, con palpiti e soffocazioni che le erano sembrati addirittura un male fisico.” Sarà Gilbert (lo stesso nome del ragazzino morto affogato, e che ogni tanto le compare in sogno, fino poi a nascondere la sua immagine, e il finale ci farà capire il perché), un “bellimbusto” che pare uscito dalla penna di Maupassant (“Eh, nell’arte di lusingare le donne Gilbert era bravissimo, niente da dire!), ad accendere in lei queste prime emozioni, e la protagonista, che sa che non può resistere a lungo al corteggiamento, si affina ben presto alla luce dell’educazione ricevuta dalla nonna, talché in lei ritroviamo nientemeno che le arditezze e le astuzie che Daniel Defoe tratteggia per la sua Moll Flanders. Quanti richiami, dunque, dentro questo personaggio che vediamo uscire incerto e inquieto dal suo bozzolo per andare incontro alla vita! Che non le riserverà niente di buono, vedrete.

Intanto il fascismo da lei detestato (eredità delle lezioni di Livia e di Matteo) mostra i suoi acerbi muscoli dichiarando guerra all’Etiopia, e getta stupore e scompiglio in quella società che aveva cercato di sopravvivere e conciliare le molte differenze di civiltà, di religione, di cultura, e questo tragico avvenimento pare dare una sterzata alla crescita sbilenca di Daniela, che sente il bisogno di tornare “alle Stamberghe”, dove vivono Livia e Matteo, presso i quali, senza distinzioni di censo e di razza, si radunano tutti coloro che sono contrari a quella avventura italiana: “i popoli di colore avrebbero veduto nella guerra una minaccia alla loro esistenza, e avrebbero perduto fede nella civiltà europea.” Non nascondo che le Stamberghe hanno richiamato alla mia mente la famosa “Baracca rossa” frequentata da Ungaretti e Pea nel corso del loro soggiorno ad Alessandria d’Egitto.

Contemporaneamente scoppia in Spagna la rivolta franchista.

È “il tempo di arrestarsi a esaminare le contraddizioni che la tormentavano, i nodi intricati che avrebbe dovuto recidere.”

Il ricco e innamorato Gilbert e il suo mondo levantino da una parte e le Stamberghe dall’altra confliggono per un po’ nell’animo di Daniela, nonostante che Matteo andasse gridando che quella di Gilbert e dei suoi amici era la razza che discendeva dai Fenici e “il denaro ce l’hanno nelle vene al posto del sangue.” La guerra intanto dilaga e, come dirà l’autrice: “Un gran vento soffiava giù dall’Europa, un vento che travolgeva tutto”; dopo l’Etiopia e la Spagna, ecco che la Germania nazista occupa l’Austria, e poi i Sudeti e Danzica, ed ecco il funesto patto di non aggressione tra Russia e Germania, e così una ragnatela avvolge a poco a poco i nostri protagonisti. La guerra non è mai lontana, nemmeno dal “felice e smemorato Egitto”, svela le ipocrisie, le viltà e pretende da ciascuno di noi sempre un atto di coraggio. Le titubanze di Daniela, troppo a lungo sofferte e subite, hanno finalmente l’occasione di sciogliersi: lentamente, e con ancora dolorose e immature esperienze: “C’è stato un guasto anche questa volta, la macchina s’è inceppata.”; è un cammino che resta difficile e contorto poiché con la guerra “Un tempo era finito, bene o male era finito. Un altro stava per cominciare: e tempo di mostri, sarebbe stato.” Ancora fa capolino Zola: “A Berlino! A Berlino! A Berlino!”, ricordate? In queste grida con cui si chiude “Nanà” è racchiuso magistralmente il medesimo sentimento. Siamo ormai lontani dal clima magico, esotico, che ci aveva rapiti entro i ricami sottili e sognanti grazie ai quali l’autrice ci aveva fatto accomodare negli spazi morbidi della sua scrittura. I venti di guerra che soffiano sull’Europa scuotono le nostre membra intorpidite e la Cialente mette a nudo, innesta vien voglia di dire, un altro dei suoi molti registri, risoluta a mostrarci tutte le maglie di una pazzia collettiva che sovrasta e annichilisce le ansie e le paure dei singoli, ne muta e divora la crescita in una imprevedibile maturità tragica e oscura destinata a segnare non soltanto il proprio tempo, come sarà per Daniela. Si domanda Livia, guardando fuori della finestra della sua nuova casa a Siuf: “chi avrebbe detto che c’era la guerra, Dio mio?”

È una guerra vista dall’Egitto (“dalle sponde del felice e smemorato Egitto”), ma non c’è nessuna differenza da qualunque punto di osservazione la si vuol giudicare: terribile e devastante sempre, e Livia, questo personaggio forte del romanzo, farà la conta dei morti: “Mai più.” dirà. È da lei che sapremo della sorte di Daniela, del suo “buio mistero.”


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Bart