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Cinema: Gomorra, the movie

31 Maggio 2008

[Paolo Cacciolati, nato il quattro dicembre di una quarantina d’anni fa, vive in Piemonte e lavora per una grande azienda. Ha vinto vari concorsi di narrativa e ha pubblicato racconti su riviste letterarie e sul sito Nazione Indiana. Nel 2006 ha pubblicato con Fandango un racconto per la raccolta “Una palla di racconto”. Collabora con il sito Vibrissebollettino, pubblicando recensioni in Bottega di Lettura ed è redattore del sito Lapoesiaelospirito.
E’ in uscita il suo primo romanzo, Mirco Michichi, generatore di entusiasmo, per le Edizioni TEA, collana Neon!]

(Pubblicato in Lapoesiaelospirito, il 22 maggio 2008)
Sono andato a vedere Gomorra, di Matteo Garrone, positivamente impressionato da quanto letto su alcuni blog e negativamente impressionato dal battage mediatico che si è montato sul film, prodromo alla valanga delle 400 copie uscite nelle sale.
A dire il vero più infastidito da quest’ultima operazione, come un tentativo di riprodurre a tavolino alcune condizioni che hanno portato al successo editoriale del libro. Ma sul libro qui mi fermo, che voglio limitarmi a commentare il film, evitando qualunque comparazione con il testo di Saviano.

Il fatto è che, prima ancora di vederlo, il film mi è entrato in testa con questo annuncio spettacolarizzato da notte degli Oscar, tipo: Ladies ‘n Gentlemen: Gomorra, the movieee!
Ecco, mi è rimasto questo retrogusto di Hollywood misto Cannes, questo fruscio di seta e cotonature sopra red carpet, di star e starlette che luccicano denti ai fotografi, trascinando l’attenzione su un filmche non dovrebbe avere bisogno di tale glam Agit-Prop. Insomma, per questa e per altre sensazioni, il film mi è diventato Gomorrathemovie.
E chissà che questa pellicola non generi un filone di sottocopie, che non si dia la stura a un nuovo filone di camorra-western alla napoletana, operazione che si è già prodotta sul versante editoriale, dove il successo di Saviano ha indotto una sporogonia di libelli su Napoli, camorra & dintorni.

Alla fine sono uscito dal cinema nè deluso nè esaltato. Non so quali siano state le reazioni della critica militante e della stampa, non avendo avuto tempo di leggere le recensioni sui giornali, mentre ho sentito alla radio una feroce (e invero superficiale) stroncatura da parte di Enrico Ghezzi. Però non condivido le lodi sperticate lette sui blog.

Le chiamate al capolavoro si fondano sostanzialmente su queste motivazioni:

1) Il film è migliore della media dell’attuale produzione italiana, ergo è un capolavoro.

E ci vuole anche poco a migliorare, dico io, visto le mediocrità (con rare eccezioni), uscite in Italia negli ultimi anni. Mi pare evidente che un film non diventa necessariamente un capolavoro, solo perchè lo si paragona a delle schifezze.
Vorrei ricordare quello che diceva Roberto Longhi, uno dei maggiori critici d’arte del secolo scorso, nel primo numero della rivista Paragone del 1950 :”Un’opera non è mai sola , è sempre un sistema di rapporti, per cominciare, almeno un rapporto con un’altra opera d’arte. Un’opera sola al mondo non sarebbe neppure intesa come una produzione umana, ma guardata con reverenza o con orrore, come magia, come tabù, ; come opera di Dio e dello stregone, non dell’uomo. E già si è troppo sofferto dei miti degli artisti divini e divinissimi, invece che semplicemente umani”.
Questo non significa cedere, come ho visto sui blog, a una teoria di aggettivi esaltanti, non motivati : folgorante, depalmiano, tarantiniano, scorsesiano. Ma per favore, che poi a copiare gli americani non ne abbiamo mai cavato granchè.

2) Nel film si fa un uso innovativo (secondo gli entusiasti) della cinecamera, si parla di “Inquadrature che “seguono” i personaggi facendo respirare le loro azioni” ecc.

Ohibò, ma questa è un metodo vecchio come il cucco, in Italia introdotta nel dopoguerra da Zavattini con la sua tecnica del “pedinamento”.
Pedinando il personaggio, si cercava di cogliere con la cinecamera la vera realtà quotidiana, gli elementi più genuini d’un comportamento umano determinato da particolari condizioni ambientali e sociali.
E’ il modello del c.d. cinema “trasparente”, proposto da Zavattini e De Sica, che avrebbe dovuto funzionare come semplice riproduttore della realtà, con personaggi, ambienti e situazioni scelti per il loro valore emblematico, attorno al quale si costruiva la denuncia sociale e politica. Con il pedinamento il personaggio diventava il vero centro dell’azione drammatica, costituendo il filo conduttore per una rappresentazione documentaristica della realtà sociale. Ne conseguiva un’opposizione anche sul piano formale al cinema di stampo hollywoodiano con l’impiego di attori non professionisti, assenza quasi totale di scenografie, montaggio piano e discorsivo, macchina da presa mobile e forte caratterizzazione drammatica dei personaggi.

Qui però Garrone si discosta dal modello, e non so quanto volontariamente, evitando di calcare la mano sulla caratterizzazione dei personaggi, forse per non perdere il fuoco dell’attenzione sul contesto ambientale. Il risultato, però, è un appiattimento della potenziale carica poetica dei personaggi e delle loro storie.
Sicuramente siamo molto lontani dagli apici di poeticità di Zavattini e De Sica, come quelli raggiunti in Sciuscià, dove l’intensità lirica è illuminante. Come un’opera fedele al neorealismo, c’è la denuncia, ma a mio giudizio non spicca il volo, manca del lirismo che muta le vicende descritte in epopea.

3) Si esulta anche per un uso innovativo del sonoro, in quanto manca la colonna sonora, e si fa largo uso dei suoni di ambiente, forse come segno di ricerca di aderenza con il reale. A tal proposito si loda “che in Gomorra non vengano utilizzati elementi extradiegetici, in quanto Garrone lascia gridare i personaggi e i loro passi, come volontà di mostrare l’umanità in tutta la sua forza, senza troppe sovrapposizioni”.

Anche qui niente di nuovo, secondo me trattasi di un compitino eseguito bene seguendo dettami e canoni del neorealismo.
Nel campo della tecnica del cinema è stata dimostrata la teoria dell’ a-sincronismo tra immagine e suono, prima con S.M. Ejzenstejn e poi con B. Balazs. Di quest’ultimo riporto quanto dice nel suo saggio Estetica del film (tradotto in Italia da Editori Riuniti, nel 1954): “perchè il suono non rimane attaccato all’immagine. E l’impressione acustica si distacca da quella ottica. C’è una soluzione di continuità tra impressione acustica e visione e cioè c’è sempre un breve periodo di tempo nel quale noi orientiamo il nostro udito sui dati della nostra visione. E in questo frattempo si attua un’inquietante e confusa dissociazione dell’unità ottico-acustica dello spettacolo. Come se noi sentissimo dei ventriloqui”.

Questo per dire che c’è sempre un commento sonoro che ha funzione extradiegetica, anche quando apparentemente sembra seguire lo sviluppo delle immagini, e in Gomorra questo commento sonoro così apparentemente legato all’azione non significa automaticamente più aderenza alla realtà, anzi, personalmente mi ha distratto e non poco dalla sequenza visiva , mi è sembrato troppo artificioso nella sua smania di riprodurre i suoni d’ambiente, financo le canzonette dei cantanti neomelodici, fino a risultare talvolta disturbante.
Ciò detto, mi ha stupito una dichiarazione attribuita a Garrone, letta sempre in internet.
“Non aspettatevi un film di denuncia, ne’ una inchiesta. Non voglio fare il moralista, e separare il bene dal male – spiega Garrone – mi soffermero’, invece, sui personaggi che il libro di Saviano racconta con delle pennellate, e tra i quali e’ approfondito solo quello del sarto. Studiare questa umanita’ e’ l’aspetto che mi interessa di piu”‘.I

o non mi permetto di negare la valenza di denuncia di questo film, pena il rischio di assomigliare al manzoniano Don Ferrante che, nei Promessi Sposi, negava alla peste natura di sostanza o di accidente.
Eppure, mentre è indubitabile il portato di denuncia, mi pare che il film manchi l’obiettivo proprio nello studio dell’umanità dei suoi personaggi, soprattutto per l’eccessiva frammentazione di cui dicevo. E’ probabile che non fosse questa l’intenzione del regista, puntando più a presentare un puzzle di storie, puzzle che tuttavia rischia di impazzire come una maionese.
A mio parere i limiti di questo film sono i limiti che in generale hanno segnato il rapido declino del neorealismo, dopo i capolavori dell’immediato dopoguerra: un racconto troppo frammentario e polverizzato, dove (forse perchè manca un narratore “over” che tenga in mano i fili della storia) non basta la denuncia contro la violenza della camorra e le degenerazioni della società a dare corpo a una narrazione più strutturata, e più “suturata”, che consenta di tenere unite le storie.

Nel film ci sono cinque vicende principali seguite in contemporanea, un sarto assoldato dai cinesi per insegnare nei laboratori clandestini, un riciclatore di residui industriali tossici, una coppia di aspiranti babykiller, un ragazzino chiamato a tradire i propri amici, un portatore della mesata per le famiglie dei detenuti, ancora contornate da una galassia di altre microstorie.
La slabbratura tra le storie mi pare evidenziata dalla volontà di andare a cogliere tutti gli strati sociali della camorra, così che gli autori si lasciano prendere la mano nel tentativo di raffigurarne tutti i livelli, dalla bassa manovalanza ai criminali in colletto bianco.
La disomogeneità emerge soprattutto tra le vicende dei protagonisti delle Vele di Scampia, questo neo basso napoletano incementato sull’illegalità, e la storia dell’imprenditore della camorra, rappresentato magistralmente da Toni Servillo. Anche la storia del sarto, interpretato dal bravissimo Salvatore Cantalupo, mi sembra poco legata alle altre, oltretutto mette sul fuoco ulteriori temi, come lo sfruttamento della manodopera, il lavoro dei clandestini e la mafia cinese, che da soli meriterebbero un film.

Io ne ho ricavato un’impressione di troppo pieno, di troppe storie compresse a forza in un contenitore troppo stretto. Tutto ciò finisce per comprimere anche la profondità dei personaggi messi in scena, un effetto sicuramente voluto da Garrone, ma che a un certo punto gli sfugge di mano.
A parte Servillo e Cantalupo, gli altri interpreti mi sembrano perdersi in un melting pot confuso della cucina camorristica, con ragazzi di strada e attori dilettanti (e purtroppo si vede) dove non emerge alcun carattere particolare, se non forse uno dei due babykiller con la faccia da pinocchio. E qui il confronto mi pare perdente con i ragazzi che hanno recitato in Mery per sempre, di Marco Risi.
D’altro canto ci sono alcuni personaggi secondari raffigurati in modo del tutto fuori luogo. Tipo l’industrialotto del nord, a cui Servillo-Franco offre di smaltire 800 tonnellate di rifiuti, che pare una macchietta similyuppie, continuando a ripetere che tutto dev’essere clean, clean, lontano dall’immagine plumbea dei veri lupi d’industria.

Mi pare quindi che uno dei limiti del film sia l’utilizzo di una sorta di zeugma applicato al campo visivo, ovvero descrivere più strati sociali con una unica visuale, cosa che funziona per i livelli cosidetti “bassi”, meno per quelli “alti”.
L’ambiente dovrebbe funzionare da legante, come nel caso del basso di cemento delle Vele di Scampia, un fondale claustrofobico che in effetti diventa il vero protagonista del film, assieme al sangue.
Devo riconoscere che la violenza, le sparatorie, gli ammazzamenti, sono rappresentanti in modo efficace, senza compiacimento, ma con una presa diretta di forte impatto.
Il dettaglio dell’insistere sulla visione del sangue non è secondario. Il film si apre con una mattanza in un centro estetico e termina con un’altra feroce esecuzione sulla spiaggia, e in entrambe le occasioni, come in tutti gli altri episodi violenti rappresentati, la maggior parte delle inquadrature non è dedicata all’azione, ma alle conseguenze dell’azione. Ci sono primi piani insistiti sui cadaveri, e soprattutto sul sangue, le pozze di sangue, il sangue spruzzato sulle pareti, il sangue nei buchi dei muri dove sono finite le pallottole che hanno attraversato i corpi.
In questo Gomorra è senz’altro efficace, anche se con un metodo affatto diverso rispetto ai soliti Tarantino e Scorsese, perchè non si tratta di un cedimento allo splatter, mi pare piuttosto una scelta per ribadire che queste morti accadono realmente, non è telegiornale, non è la solita cronaca di carta, qui c’è sangue, vita che scivola via dalle persone, dai corpi delle vittime.

In conclusione, riporto una cosa detta da quell’illuminato critico-artista che fu Ruggero Jacobbi : “l’angoscioso rimpianto dello scrittore non riguarda i progetti letterari che egli ha lasciato cadere; riguarda tutto ciò che la vita, il fuori, contiene e produce continuamente e non arriva mai a tradursi in progetto letterario”.
Bene, io credo che la stessa ansia valga per il cineasta, il regista, lo sceneggiatore, la stessa ansia di tradurre in una pellicola un progetto letterario che ha avuto così tanto successo, la stessa ansia che però, a volte, come nel caso di Gomorrathemovie, porta a fare passi falsi, o almeno, più lunghi della gamba.


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1 commento

  1. Pingback di Blog Cinema » Cinema: Gomorra, the movie — 1 Giugno 2008 @ 13:46

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Bart