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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

17 settembre 2011

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Contagion

Steven Soderbergh, 2011
Fotografia Steven Soderbergh
Marion Cotillard, Matt Damon, Laurence Fishburne, Gwyneth Paltrow, Kate Winslet, Bryan Cranston, Jennifer Ehle, Sanaa Lathan, Jude Law, Dan Latham, Armin Rohde, Elliott Gould, Demetri Martin, Stef Tovar.
Venezia 2011, fc.

Un pipistrello, un maiale, una signora. I primi due si nascondono per tutto il film. La terza è una donna d’affari – di nome Beth (Paltrow) – che torna a Minneapolis da Hong Kong e si sente un po’ troppo stanca. Sarà il jet lag, o sarà il turbamento per un incontro che le è piaciuto ma le può aver appesantito il viaggio anche psicologicamente, dato che ora è sposata con Thomas (Damon) e c’è una figlia adolescente, Jory (Jacoby-Heron), amore di papà. Se doveva essere una storia di crisi coniugale, si poteva fare a meno di Soderbergh, regista abituato a muoversi in ambiti meno banali. Infatti si volta subito pagina. Beth ha un attacco violento di convulsioni e muore al prontosoccorso. Thomas non fa in tempo a riprendersi che perde anche il bambino di cui è patrigno.  Da qui in poi, è avviata una suspence progressiva sul diffondersi del contagio dovuto a un misterioso virus, rapidissimo e molto aggressivo. Chicago, Londra, Parigi, Tokyo e la Cina: milioni di persone sono minacciate nel mondo. L’Organizzazione Mondiale della Sanità è impegnata in un’impresa disperata, una lotta contro il tempo per trovare l’antidoto. E si mette in moto la macchina della speculazione farmaceutica, invano fronteggiata dalle buone intenzioni di un giornalista e blogger (Law) il quale tenta di convincere i visitatori del suo sito Internet dell’efficacia di una cura omeopatica. La situazione sembra fatalmente dover degenerare in una tragica e catastrofica confusione planetaria. Le rassicuranti figure di Fishburne nei panni del Dott. Cheever, vicedirettore del Centro USA per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie, e della ricercatrice Erin Mears (Winslet)  non possono più di tanto a fronte dell’inarrestabile valanga virale. Cresce lo spavento, come sarà il finale? Il regista non potrà certo prendersi la responsabilità di una premonizione troppo maleaugurante. Ha di scorta il coraggio della dottoressa Leonora Orantes (Cotillard), pronta a provare su di sé il vaccino non ancora testato sul corpo umano. La cosa si risolverà. Del resto, non sarebbe questa la chiave principale di lettura di un film di Soderbergh, autore raffinato e poco propenso ai larghi ossequi verso il botteghino (cfr. Full Frontal, Solaris, Ocean’s Twelve, Bubble e i due film sul Che). La diversità di Contagion rispetto ad altri prodotti del genere è nella leggerezza del tratto, dello stile (fotografia e montaggio) e nell’insistenza “provocatoria” con cui l’esercizio della progressione tematica – il contagio, appunto – è mantenuta quasi per tutto il tempo. Una sorta di eleganza della morte affascina lo spettatore fino a fargli dimenticare possibili verosimiglianze contenutistiche, il tema del contagio si trasforma nel tema dei contatti, i mille e mille contatti fisici e metaforici di cui il mondo contemporaneo è fatto e di cui non possiamo più liberarci.

The Eagle

The Eagle
Kevin Macdonald, 2011
Fotografia Anthony Dod Mantle
Channing Tatum, Denis O’Hare, Donald Sutherland, Jamie Bell, Mark Strong, Tahar Rahim, Bence Gerö, Paul Ritter, Zsolt László, Julian Lewis Jones, Aladár Laklóth, Douglas Henshall, James Hayes, Dakin Matthews, Pip Carter, István Göz.

Ah i Valori! E’ un discorso che risale all’antichità. Nel caso del film dello scozzese Macdonald (L’ultimo re di Scozia 2006, State of Play 2009), l’onore di un popolo è rappresentato dall’insegna dell’aquila dorata, vessillo della Nona Legione romana, guidata da Flavio Aquila, e scomparsa nel nulla quando nel 120 d.C. si era spinta fino all’estremo nord del mondo allora conosciuto, in Caledonia – oggi Scozia. Seguendo la traccia del romanzo La legione scomparsa, di Rosemary Sutcliff (oltre un milione di copie vendute), il regista partecipa alla crescita valorosa del figlio di Flavio, Marco Aquila (Channing Tatum, Nemico pubblico, Il dilemma), giovane centurione promosso al comando, per sua scelta, di una sperduta postazione in Britannia. Marco vuole indagare sulle sorti del padre e dei cinquemila soldati che furono ai suoi ordini. Ma l’onore non è solo dei romani. Le zone impervie segnate dal Vallo di Adriano, confine ultimo della civiltà romana, sono popolate da gente combattiva e ribelle, organizzata secondo princìpi diversi ma non per questo meno rispettabili. E’ l’altra faccia della luna, impersonata da Esca (Jamie Bell, Dear Wendy, Flags of Our Fathers, Jumper), orgoglioso schiavo britannico al quale Marco ha salvato la vita in uno spettacolo di gladiatori. Sarà Esca ad accompagnare Marco  alla ricerca di Flavio Aquila. Il film, da storico tradizionale si muta strada facendo in avventuroso e quasi fantastico, raggiungendo il culmine della progressione con l’incontro tra i due e i guerrieri del Principe delle Foche (Tahar Rahim, Il profeta). Lo scenario selvaggio e sconfinato accoglie il mistero della storia senza tuttavia lasciare mai il filo dei Valori, che il racconto segue con equa distribuzione di meriti tra i protagonisti. Le ragioni delle due parti, l’imperialismo romano e la dignità della civiltà tribale, si equilibrano in un contest rappresentato con cifra spettacolare non di maniera. Altrettanto realistica l’interpretazione degli attori, bravi a dare sostanza umana al simbolismo di fondo.

Il debito

The Debt
John Madden, 2010
Fotografia Ben Davis
Helen Mirren, Sam Worthington, Jessica Chastain, Jesper Christensen, Marton Csokas, Ciarán Hinds, Tom Wilkinson, Romi Aboulafia, Alexander E. Fennon, Nitzan Sharron.

La verità è un lusso? Dipende dal contesto, dalla situazione, dalla storia. La risposta è difficile se, per esempio, parliamo dei servizi segreti e dei relativi valori di riferimento. Prendiamo il Mossad, l’agenzia di intelligence israeliana. Fondato nel 1949 sotto il governo di Ben-Gurion, l’istituto ha poi volto la sua attenzione soprattutto verso il terrorismo islamico. Curiosa la scelta di Madden (Shakespeare in love, Proof-La prova) di rivisitare sotto specie di thriller, anche con notevoli componenti psicologiche, il tema del nazismo e in particolare di alcuni orrori come quelli di Dieter Vogel, il famigerato chirurgo di Birkenau (riferimento esplicito al vero “chirurgo”, Joseph Mengele), perverso autore di orribili esperimenti sui corpi umani – scelta che tra l’altro tiene conto del precedente film israeliano, The Debt, di Assaf Bernstein (2007). E curioso è l’impiego nel ruolo di David, uno dei protagonisti, del Worthington di Avatar (James Cameron, 2009). L’attore passa così dalla parte dell’ex-marine paralizzato e “rigenerato” in versione virtuale per la missione sul pianeta Pandora a quella dell’agente segreto che per trent’anni deve tenersi la verità nascosta sull’imbarazzante vicenda vissuta in prima persona. Come dire che la storia, in momenti e in epoche diverse, torna stranamente a “fingere”, a “mascherarsi” per continuare. Chiariamo, ma non tanto da togliere allo spettatore il gusto della suspence. David ha partecipato da giovane a una missione insieme ad altri due agenti, Rachel (Chastain) e a Stephan (Csokas). Il criminale nazista Vogel è stato finalmente rintracciato, va “recuperato” dalla Berlino Est (siamo nel 1965-66) e quindi affidato al regolare processo. Nel 1997, l’azione della cattura è rivissuta in un lungo flash da Rachel (Mirren) proprio mentre si festeggia l’uscita del libro che sua figlia ha scritto per celebrare l’eroismo della madre e per fissare la “verità” storica. Ma impareremo appunto che la verità è un lusso che qualche volta la storia non si può permettere. Il racconto/thriller ci fa partecipi anche della dimensione “umana” della vicenda. Nella tensione con cui i tre agenti svolgono il loro compito entra l’interesse psicologico e sentimentale che li lega in un rapporto involutivo non facile da risolvere, soprattutto per la giovane Rachel. E non manca nemmeno il classico problema della gestione del prigioniero. Il film ha la sua fase migliore nelle sequenze che raccontano la cattura di Vogel e in qualche momento in cui vediamo nascere l’attrazione tra Rachel e David. Il flusso narrativo si complica invece un po’ nella zona “contenitore” della sceneggiatura, con la costruzione artificiosa della “sorpresa” finale.

Carnage

Roman Polanski, 2011
Fotografia Pawel Edelman
Jodie Foster, Kate Winslet, Christoph Waltz, John C. Reilly.
Venezia 2011, concorso.

Non sarà Murnau, ma certo la dignità estetica di questa versione della pièce God of Carnage (Lay Waste To England For Me, 2006) di Yasmina Reza (qui cosceneggiatrice insieme al regista) è almeno paragonabile sul versante del metodo: un Kammerspiel cinematografico non rigido, che lascia anzi spiragli espressionisti all’evolversi della situazione “chiusa”. Due, infatti, le deroghe alla location cameristica, una all’inizio e l’altra alla fine del film. La prima possiamo rivelarla, la seconda dà un senso sarcastico al racconto, essenziale a una lettura ulteriore. Notiamo l’uso del campo lunghissimo che può far pensare a Wiene o anche a Lang, e soprattutto manteniamo impressa nella memoria l’inquadratura di quel parco di Brooklyn dove i bambini giocano “non osservati”. Giocano e litigano, tanto da farsi male. Uno di loro, vediamo da lontano, picchia un altro del gruppo con una specie di bastone, forse una canna di bambu. La cinepresa non si avvicina, due alberi in primo piano fanno da quinta, la luce del sole inonda lo sfondo. E si passa all’interno, nella casa dei genitori del bambino che ha avuto la peggio, labbra gonfie, incisivi rotti. Penelope (Foster) e Michael (Reilly) accolgono in salotto Nancy (Winslet) e Alan (Waltz). L’intento è di chiarire civilmente l’accaduto. I dialoghi, battute di convenienza che man mano si sfilacciano e si ramificano sia in senso orizzontale sia in profondità, hanno il pregio di non restare sulla carta, s’incarnano invece nei volti e nei corpi dei bravissimi attori, un quartetto perfetto che ci trascina all’interno di una carneficina indesiderabile eppure inevitabile, quasi un destino perverso ci invade e ci coinvolge facendoci uguali ai protagonisti, seguiamo il loro disfacimento, la loro decomposizione: da gente borghese e “per bene” a maligni individui di una società malridotta anche nei suoi aspetti apparentemente positivi. Polanski, maestro della repulsione e dell’odio, interprete “straniero” delle discese moderne agli inferi, è capace anche di divertirci, specie nei momenti di maggiore tensione e di verità esagerata, esibiti dai quattro personaggi ciascuno a suo modo, con la propria storia, con i propri incurabili tic. Torna infine la visione del parco e i bambini giocano ancora, ma con qualche differenza. Un interno/esterno magistrale, da capogiro e da brivido se lo sguardo andasse appena al di là.


Letto 1983 volte.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart