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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

22 ottobre 2011

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Super

Super
James Gunn, 2010
Fotografia Steve Gainer
Rainn Wilson, Ellen Page, LivTyler, Kevin Bacon, Michael Rooker, Andre Royo, Sean Gunn, Stephen Blackehart, Don Mac, Linda Cardellini, Nathan Fillion, William Katt, Gregg Henry, Edrick Browne, Mollie Milligan, Lindsay Soileau, Greg Ingram.
Torino 201, Festa Mobile.

Le vie dei supereroi portano a Dio? Non esageriamo, sembra dire James Gunn, regista di St. Louis alquanto portato a frequentare, fin dalle sue esperienze di sceneggiatore (Scooby-Doo 2002, L’alba dei morti viventi 2004), il genere giallo/horror con una certa disinvoltura comica (da regista ha esordito con Slither nel 2006). Con Super siamo al paradosso agghiacciante che fa ridere. Gunn non si fa scrupolo di calcare la mano, utilizzando esplicitamente la tecnica del fumetto esibita come disegno esplicito, in una dimensione provocatoria. Il tema del rapporto con Dio è il motore che anima il film, ma il tono è scherzoso e a tratti perfino sarcastico. Il protagonista viene abbandonato dalla moglie Sarah (Tyler), la quale se ne va con Jacques (Bacon), sciagurato eroinomane e seduttore. È a quel punto che scatta in Frank (Wilson, La mia super ex ragazza 2006, The Rocker – Il batterista nudo 2008) l’esigenza del riscatto e sembra che il Dito luminoso di Dio indichi proprio lui come eroe destinato a sconfiggere la cattiveria del mondo. Il compito non è poi tanto difficile: «Tutto quello che ci vuole per essere un supereroe è scegliere di combattere il male». Frank si maschera con una tuta rossa e, armato di una grossa chiave inglese, si apposta negli angoli più improbabili in attesa che i “cattivi” transitino nelle vicinanze. Si da il nome di Saetta Purpurea e si fa aiutare dalla giovane assistente Libby (Page) o Saettina. Nelle loro frenetiche ed esagerate azioni punitive il supereroe comico si scaglia contro i molestatori di bambini, i drogati e i teppisti che graffiano le auto: il livello più ovvio e più facile da incontrare su una strada dell’anticrimine. Le gag sono divertenti e spassose, il tono è parodistico fino al rischio di far saltare l’intento morale. La baracca viene salvata dal finale, col trionfo del matrimonio per la famiglia perfetta: moglie, marito e quattro figli.

Una separazione

Jodaeiye Nader az Simin
Asghar Farhadi, 2011
Fotografia Mahmoud Kalari
Leila Hatami, Peyman Moaadi, Shahab Hosseini, Sareh Bayat, Sarina Farhadi, Babak Karimi, Ali-Asghar Shahbazi, Shirin Yazdanbakhsh, Kimia Hosseini, Merila Zarei.
Berlino 2011, Orso d’Oro film, Orso d’Argento cast, Premio Giuria Ecumenica.

Dopo l’Orso d’Argento ottenuto a Berlino nel 2009 con About Elly, il trentanovenne regista iraniano Asghar Farhadi ha avuto confermata la stima del festival tedesco con l’Orso d’Oro, assegnato dalla Giuria al suo Una separazione. Per le interpretazioni degli attori, premiato anche l’intero cast con l’Orso d’Argento. Uscito con notevole successo in Francia nel giugno scorso, il film arriva al pubblico italiano con rafforzate possibilità di buona accoglienza, data la tradizione neorealistica del nostro cinema. Non stiamo certo parlando di stile, ma piuttosto della capacità che ha Farhadi di far vivere allo spettatore la vicenda raccontata, mantenendolo all’interno – per così dire – della vita quotidiana dei personaggi, nei loro spazi e nei loro tempi, quasi in un costante “pedinamento” disvelatore, insieme, dei sentimenti dei protagonisti e dell’ambiente in cui si sviluppano. Senza mai darsi al “documentario”, il regista, soltanto seguendo il filo della storia, ne documenta i fattori ambientali, sociali, culturali, dando ai personaggi la consistenza di una verosimiglianza referenziale oltre che interna al film. Si parte con un racconto di situazione che focalizza la crisi in una famiglia iraniana di livello medio. Nader (Moaadi) e Simin (Hatami) hanno chiesto e ottenuto da mesi il visto per lasciare il Paese, soprattutto la moglie Simin vorrebbe per la figlia adolescente Termeh (Sarina Farhadi) una formazione fuori dall’Iran. Ma Nader esita e al dunque si rifiuta di partire, legato com’è a suo padre (Shahbazi), malato di Alzheimer e bisognoso di assistenza. Simin si trasferisce momentaneamente dalla madre e Nader deve affidare la cura del padre a Razieh (Bayat), una giovane di condizioni umili, inesperta e di cui ignora lo stato di gravidanza. Molto rispettosa dei dettami religiosi, Razieh accetta il lavoro per necessità ma non dice niente al marito Hodjat (Hosseini), disoccupato e pressato dai creditori. Termeth, ragazza sensibile e intelligente, appare scossa dalle difficoltà che turbano il normale andamento della casa.  Partecipiamo da vicino, il regista sembra non volerci nascondere alcun particolare mentre con tocco discreto va ancora definendo i contorni della vicenda. Abbiamo l’impressione di essere lì anche noi. Poi, però, accade un incidente che mette in pericolo la vita dell’anziano malato. Esasperato dalla situazione, Nader caccia di casa Razieh, accusandola di aver rubato dei soldi e spingendola fuori dalla porta. Il film cambia registro. La macchina da presa seleziona lo sguardo in maniera sempre più rigida, in funzione dell’intreccio. Cresce una tensione da thriller, ciascuno dei personaggi ha le proprie ragioni e chiama lo spettatore a prendere parte. Si finisce davanti al giudice. I temi sottesi alla trama, importanti per la composizione complessiva del racconto, cedono via via il campo a una cura del genere che finisce per occupare tutta la nostra attenzione. Sempre bravo Farhadi nella costruzione delle sequenze, ma più interessato ad accentuarne la suspence. Solo il finale ci riporta, in extremis, alla ragione primaria da cui si era partiti: Nader e Simin divorziano e Termeh dovrà scegliere con quale dei genitori restare. L’ultima inquadratura blocca i due fuori dalla stanza dove la ragazza sta esprimendo la sua preferenza. Il thriller non vira in giallo e il contesto riemerge, disponibile per l’eventuale dibattito.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart